Ora basta !

di Matteo Renzi

Bisogna rispondere, punto su punto, colpo su colpo.  Perché chi tace oggi sarà giudicato complice domani.

1. Di Maio dice che il suo governo è il primo a non aver preso soldi da Benetton o Società Autostrade e che Benetton non gli ha pagato la campagna elettorale. FALSO! Vedendo le carte scopriamo che io non ho preso un centesimo né per la Leopolda, né per le nostre campagne elettorali. E ciò significa che Di Maio è un bugiardo. E uno sciacallo. Ma come se non bastasse si scopre che Società Autostrade ha finanziato la Lega e che il Premier Conte è stato legale di Aiscat, la società dei concessionari di autostrada: l’avvocato del popolo diventa all’improvviso l’avvocato delle autostrade. Quindi se Di Maio vuole sapere chi prendeva soldi dal sistema autostradale lo deve chiedere al prossimo Consiglio dei Ministri, non a noi.

2. Attaccano Delrio. E mi fanno schifo perché Delrio è un galantuomo come sanno tutti quelli che lo conoscono. Il metodo lo conosciamo: tutti contro uno sui social. Contando sulla superficialità del messaggio e sul silenzio impaurito degli amici della vittima. E’ un metodo infame, già visto tante volte contro di me, contro miei amici, contro membri della mia famiglia. Ma i vigliacchi non mi hanno mai fatto paura. E allora lo grido qui: giù le mani da Graziano Delrio. Accusare Delrio su questa vicenda è assurdo prima ancora che ingiusto. Una dimostrazione è il punto che segue, quello sulle concessioni.

3. Quando e perché è stata prorogata la concessione? Nel 2017, seguendo le regole europee, dopo un confronto col commissario UE Vestager (altro che leggina approvata di notte, è una procedura europea!), si è deciso di allungare la concessione di quattro anni, dal 2038 al 2042, in cambio di una fondamentale opera pubblica: la GRONDA, l’opera che avrebbe decongestionato anche il ponte Morandi. Io ti allungo la concessione (che scadrebbe comunque tra più di vent’anni) e tu in cambio mi dai SUBITO un’opera pubblica. Prorogare la concessione è stata una scelta del Governo per avere subito l’opera pubblica che avrebbe decongestionato il traffico a Genova. Contro la Gronda erano i 5 Stelle che nel 2012 definitiva “FAVOLETTA” l’ipotesi del crollo del ponte, che nel 2014 con il genovese BEPPE GRILLO volevano bloccare la Gronda “anche usando l’Esercito” e che nel 2018 con Toninelli hanno proposto ancora di cancellare l’opera. La proroga tra vent’anni della concessione serviva a fare subito la Gronda. E Genova ha bisogno della Gronda, dei lavori sul Bisagno, del terzo valico, degli investimenti sul Porto: tutte opere finanziate nella scorsa legislatura.

4. Il Ministro Toninelli è sparito, commissariato da Di Maio che tutte le sere è in TV, ovviamente senza contraddittorio, perché se fa un confronto con uno che conosce le carte è finito. Lanciamo un appello: Toninelli abbia il coraggio di venire in Aula la settimana prossima. Si interrompano le ferie, si riapra il Senato e Toninelli venga a dire SI o NO alla Gronda. Questo Governo dice no a tutto: NoGronda, NoTav, NoVax, NoEuro, NoIlva. Venga in aula, Toninelli, e vediamo se ha qualche notizia intelligente da dare. Genova attende risposte.

5. Sui social ci sono troppe FakeNews. Ci vorrebbe una commissione di inchiesta del Parlamento su questi temi. Ma ho come l’impressione che Salvini e Casaleggio abbiano molta paura che si indaghi su questi temi, chissà perché. Allora noi chiediamo a tutti di segnalare le FakeNews e la becera propaganda diffamante. Abbiamo creato un gruppo di avvocati: porteremo in Tribunale tutti, senza guardare in faccia nessuno. E segnaleremo all’Autorità delle Comunicazioni ogni singola fake news

Infine: il balletto intorno alla possibile revoca della concessione è molto strano e sicuramente richiamerà l’attenzione della Consob. Trovo incredibile che un uomo di legge come il Premier possa dire “Non aspettiamo i tempi della Giustizia” (poi uno si stupisce se gli stranieri smettono di investire in Italia). Quello che per noi è fondamentale è che Autostrade paghi. Parlare invece oggi di revoca significa regalare ad Autostrade 20 miliardi e la possibilità di tirarsi fuori dai lavori di rifacimento delle opere. Eh no. Autostrade deve pagare, a cominciare dal rifacimento del Ponte Morandi e dalla realizzazione della Gronda.

Governare non significa fare la corsa per prendere un Like. Bisogna affrontarla tutti insieme, in modo civile, non con l’approccio di chi si sente al Bar Sport sotto casa.  Bisogna smettere di diffondere bugie come fa Di Maio perché la campagna elettorale è finita e lui è al Governo adesso.

E bisogna che quelli che sono al Governo capiscano finalmente che quello che il loro movimento definiva “FAVOLETTA” oggi è una tragica realtà.




Le Iene mettono online il servizio sullo scandalo “caso rendiconti” del M5S che coinvolge dieci parlamentari.

ROMA – Bloccati in tv i responsabili del programma televisivo “Le Iene(Italia 1) con una giocata strategica  hanno  deciso di mandare in onda sul loro sito  una prima parte del servizio sul Movimento Cinque stelle  in cui si parla dei due parlamentari M5S ricandidati nonostante gravi irregolarità nelle restituzioni, e gravi lati oscuri nelle documentazioni. Ma questo è solo è la parte iniziale di quanto è in possesso del programma   che riguarda “almeno una decina di altri parlamentari“.

Lindiscrezione è uscita nel primo pomeriggio di domenica, dopo che nella serata di sabato e per tutta la mattinata di eiri, la messa in onda tv era stata di fatto bloccata, con un’interpretazione assai restrittiva della norma sulla “par condicio”. La norma chiaramente non vieta l’informazione, ma “Le Iene” non è un programma tecnicamente giornalistico, cioè sotto il controllo e responsabilità di una testata giornalistica, e quindi sono meno protetti. I responsabili del programma volendo applicare fino in fondo una propria filosofia di trasparenza, hanno quindi deciso di pubblicare il servizio sul sito, che è stato comunque visto da oltre cinque milioni di persone, e che non è sottoposto alle normative televisive.

Nel servizio online sui deputati grillini “distratti”…. due faccia a faccia con i due parlamentari al centro del caso, Andrea Cecconi e Carlo Martelli, realizzati prima che esplodesse la vicenda, e ben prima che il blog delle stelle se ne occupasse per cercare di mettere una pezza. Nel servizio della “Iena” Filippo Roma potrete vedere in che modo i parlamentari grillini abbiano tentato di spiegare il problema addirittura negandolo inizialmente, con modalità molto assai diverse tra i due. Vi è anche  una prima parte di un’intervista a Luigi Di Maio, che è stato seguito da altri due inviati della trasmissione nella campagna elettorale, che in questi giorni stava facendo in Puglia, con un Di Maio che nel servizio appare in seria difficoltà.

Nel suo tour Di Maio percorre la Puglia assieme ad altri due candidati grillini, e Le Iene hanno provato a domandargli se il candidato premier è in grado di garantire per i candidati M5S che lo accompagnano.Nel servizio pubblicato online  Le Iene hanno rivolto una domanda precisa su Barbara Lezzi e Maurizio Buccarella. La Lezzi in serata, replica in stile “grillino” su Facebook: “Domani mattina andrò in banca per farmi rilasciare la documentazione che accerta che tutti i bonifici che ho effettuato in questi anni non sono stati revocati” . La domanda fa fermare il giovane leader di Pomigliano, che avrebbe risposto “questo dovete chiederlo a loro“.

L’ammanco secondo il Mise è di circa 220mila euro, ma secondo i fuoriusciti del Movimento potrebbe essere ben maggiore.  Riccardo Nuti, l’ormai quasi ex onorevole siciliano che nel frattempo ha fatto causa a Grillo per il nome e il simbolo ed  il senatore Giuseppe Vacciano, che ha abbandonato i 5 Stelle senza però riuscire a dimettersi, hanno detto che se la tabella certifica tutti i versamenti, allora vi sono pure quelli degli espulsi che hanno continuato a versare lì: anche lui ha versato 20mila euro nel 2017. Ma non si sa se la tabella tiene o meno conto di chi è uscito nel M5S Dopo la messa online dell’inchiesta integrale della Iene sarà quindi più facile verificare se tutte le indiscrezioni sono corrette.

“Ieri abbiamo fatto le verifiche, si tratta solo di un problema di contabilità del Ministero dello Sviluppo (Mise) e quello dell’Economia (Mef). – sostiene Di Maiogli ultimi bonifici li stiamo facendo in questi giorni non per correre ai ripari, ma perché stanno scadendo le ultime rendicontazioni: non sono ancora stati accreditati ma risultano sul sito Internet“. In poche parole la “difesa” del M5S  è questa : “Abbiamo restituito 23 milioni di euro, che siano 23,1 o 23,2 è un problema di contabilizzazione, e abbiamo dimostrato che se c’è qualcuno che fa il furbo noi lo mettiamo fuori“. Luigi Di Maio cerca così di spegnare il fuoco di polemiche della vicenda della restituzione dei rimborsi del Movimento 5 Stelle, una questione che agita da giorni la campagna elettorale del candidato premier.

 

Il problema per il M5S sarebbe che i due portavoce parlamentari hanno registrato sul sito tirendiconto.it dei bonifici mai effettuati o altrimenti effettuati e subito dopo annullati, ma non si comprende come i due siano stati “beccati”; non certo grazie alle pezze d’appoggio fornite dal M5S visto che la dicitura “bonifico richiesto” – che permette di annullarlo successivamente – è presente in molte rendicontazioni dei parlamentari grillini (anche in quelle di Di Maio).

Il fatto che i grillini abbiano deciso soltanto oggi   e soltanto dopo la pubblicazione della vicenda di effettuare controlli accorgendosi del problema conferma ancora una volta l’assoluta incapacità di controllo e verifica di quanto accade dentro il partito di Di Maio, e fa sorridere che chi non controlla i suoi ha anche l’ambizione di guidare un Paese !

Ma c’è dell’altro ancora. La collega Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera scrive che esiste un altro dato che emerge dalle rendicontazioni: quello di cui si è parlato per tanto tempo online, ovvero l’aumento dei costi di vita e lavoro per alcuni deputati e senatori, che ha avuto un’impennata nel 2017.  Negli ultimi sei-nove mesi, infatti, un 10%-15% del gruppo parlamentare ha restituito soltanto la parte d’indennità “dovuta” o poco di più . Si tratta di al massimo poche centinaia di euro. I bonifici versati al fondo spesso collimano al centesimo proprio con la cifra legata all’indennità. Nulla di illegale, sia chiaro, ma un atteggiamento molto lontano dalle promesse agli elettori e  che stride con un Movimento che si autodefiniva “francescano”.

Questo 10-15% di pentastellati ha avuto spese sempre tali da assorbire tutta la quota dedicata ai rimborsi. Solo per citare qualche nome  ci sono esponenti Cinque Stelle che hanno lasciato il Movimento come Chiara Di Benedetto , parlamentari che non sono stati ricandidati (come Roberto Cotti) o a rischio rielezione (Paolo Bernini e Cosimo Petraroli), ma anche big ortodossi che hanno avuto un buon riscontro alle Parlamentarie come Manlio Di Stefano e Carla Ruocco.

Persino il Fatto Quotidiano , giornale molto “vicino” al M5S contesta  che finora non c’è stato alcun controllo sullo strumento principe della trasparenza, cioè il sito in cui ogni mese i parlamentari rendicontano le loro spese e allegano copia del bonifico con cui restituiscono il dovuto. Altrimenti, per esempio, la senatrice Enza Blundo avrebbe dovuto ricevere da tempo una richiesta di chiarimenti da parte del gruppo: da marzo 2014 a settembre 2015 sul sito non risulta nessuna copia di bonifico allegato, nonostante lo status del suo profilo sia verde (cioè in regola con le restituzioni). La Blundo ha spiegato che probabilmente l’errore è da attribuirsi al suo collaboratore “all’epoca se ne occupava lui” e che non ha “nessun problema”a dimostrare i versamenti fatti in quei 18 mesi di buco.

Alessandro Di Battista

Alessandro Di Battista intervenendo nel programma “Che tempo che fa” su Rai 1, cerca di andare in soccorso difendendosi  dalle accuse rivolte al M5s sulla gestione non corretta della restituzione di parte dello stipendio da onorevole “In questi 5 anni ho restituito 220 mila euro di stipendio. Tutti i deputati M5s fanno questo e oggi si assiste ad un attacco sui rendiconti da chi si prende i vitalizi e non restituisce nulla perché un paio di deputati non hanno ancora restituito mi sembra un paese alla rovescia.”

Una fonte al vertice del M5S ha spiegato ieri al collega Ilario Lombardo della Stampa che l’impazzimento di voci “è dovuto ai molti ritardi nella rendicontazione“. Alcuni grillini sono in arretrato di quattro o cinque mesi e sono stati invitati a mettersi in regola. Le pressioni dallo staff ai vertici sono aumentate proprio nei giorni in cui Cecconi e Martelli hanno confessato le loro mancanze. L’1 febbraio, incastrati dalle Iene, i due hanno capito di essere stati scoperti e si sono rivolti alla Casaleggio per chiedere scusa e rimediare.

La storia inizialmente è stata tenuta nascosta dal M5S che sperava che il servizio delle Iene grazie alla par condicio non vada in onda. Dal 2 febbraio però consultando il sito tirendiconto.it i bonifici sono incredibilmente aumentati a conferma che più di qualcuno aveva fatto il “furbetto” a conferma che le indicazioni partite dal vertici hanno raggiunto l’obiettivo: “Mettetevi in regola. Siamo in campagna elettorale“anche perché fanno leva sul timore di chi è in arretrato di attirare altri sospetti.

Se, come sembra certo, le “furbate” si sono scoperte grazie alle fonti aperte, ancora una volta toccava al Movimento 5 Stelle vigilare,  non l’hanno fatto e si sono ritrovati con i casi Cecconi e Martelli. i quali verranno sicuramente eletti in Parlamento e poi, successivamente secondo quanto hanno dichiarato al momento, rinunceranno al seggio come Dessì anche se non esiste alcuna procedura automatica e quindi le loro dimissioni dovranno essere eventualmente votate dall’Aula parlamentare in cui i 5 Stelle non avranno la maggioranza assoluta. Infatti, tecnicamente, essendo eletti  Cecconi e Martelli avranno così completato la loro esperienza politica nel MoVimento 5 Stelle  e non dovrebbero avere quindi un’altra (teorica) chance per un altro mandato a un altro livello elettivo. La loro esperienza politica terminerà dopo l’elezione del 5 marzo. È il caso di dire che finirà a capo chino.




Il Pd attacca Di Maio e M5S su “rimborsopoli” Strasburgo

ROMA – Il Pd attacca il M5s su un caso di rimborsi e funzionari pagati dall’Unione europea al servizio della campagna elettorale di Luigi Di Maio. Tra i protagonisti della vicenda  Cristina Belotti un nome poco noto al grande pubblico, ma una figura di primo piano all’interno del Movimento in Italia e in Europa. La notizia pubblicata oggi dal quotidiano La Repubblica ha letteralmente scatenato un fuoco di proteste da parte dei “dem” che chiedono le dimissioni del leader grillino. “Aspettiamo di conoscere le risposte grilline, ma soprattutto aspettiamo di vedere cosa fa Luigi Di Maio. Gli segnaliamo, nel frattempo, che in Francia nei mesi scorsi, per una vicenda simile si dimisero tre ministri dell’attuale governo” commenta il senatore dem Stefano Esposito.

Mentre il deputato del Partito democratico Michele Anzaldi scrive ironicamente sui Facebook: “Ecco la svolta ‘europeista’ di Di Maio: far pagare a Bruxelles con i soldi dei cittadini la sua collaboratrice per la comunicazione. Cristina Belotti prende stipendio, rimborsi e diaria per lavorare all’attività Ue, ma in realtà risulterebbe essere spesso in Italia a fare campagna elettorale, come ha svelato un’inchiesta interna a Strasburgo“.

E’  una storia di rimborsi spese e funzionari pagati dall’Unione europea  che apre dubbi sui metodi utilizzati dal Movimento 5 Stelle all’Europarlamento. Una serie di casi finora gestiti in gran segreto dalla leadership grillina che hanno spaccato il gruppo degli europarlamentari M5S . La Belotti è a capo della comunicazione del gruppo parlamentare 5Stelle a Bruxelles e Strasburgo , ed  in contatto con la Casaleggio e i vertici “romani” del partito per delineare le strategie politiche degli eurodeputati grillini. Ma lo scorso autunno l’amministrazione dell’Efdd “Europe of Freedom and Direct Democracy”, la famiglia politica degli europarlamentari M5S e Ukip – ha scoperto delle irregolarità nelle missioni in Italia di Belotti.

Le regole dell’Eurocamera prevedono che le trasferte dei funzionari dei gruppi possano essere spesate dall’assemblea solo se legate ad attività di politica Ue. Invece nel caso della Belotti diverse missioni risultavano collegate alla campagna elettorale di Luigi Di Maio per il referendum del 4 dicembre 2016, per le comunali 2017 e per le regionali siciliane di ottobre. Tutto è emerso quando lo scorso 11 dicembre, la dirigente del M5S si è segnata “presente” alla plenaria di Strasburgo,  con tanto di richiesta di diaria (presenza, viaggio, vitto ed alloggio mentre per l’amministrazione del gruppo parlamentare europeo risultava visivamente assente.
Il caso è esploso tra i “grillini” e l’amministrazione EFDD che ha revisionato  un trentina di sue missioni per un valore di circa 15mila euro di rimborsi richiesti, chiedendole in via informale di dimettersi. Invece la Belotti è rimasta in sella, “protetta” dai vertici del Movimento5Stelle, infatti dagli atti dell’amministrazione risultano interventi in sua difesa firmati da  Davide Casaleggio, Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Il 19 dicembre 2017, quando si è tenuta l’ultima riunione tra la Belotti ed Aurelie Lalouxv segretario generale dell’ EFDD,  si è “celebrato” l’atto finale.
La Belotti per evitare le dimissioni e il rischioso coinvolgimento del segretariato generale del Parlamento,  si è vista di fatto costretta a rinunciare alle diarie e ai costi vivi di alcune missioni distruggendo materialmente le su richieste di rimborso spese, che sono quindi rimaste a suo carico. I colleghi del quotidiano La Repubblica hanno potuto prendere visione dei documenti che certificano la cancellazione di tre missioni: la diaria per la “plenaria” di Strasburgo a dicembre 2017 , il viaggio a Roma e Milano del 25 e 26 ottobre 2017 (date dei comizi di Beppe Grillo n.d.r. ) e la trasferta a Castelfranco del 21 gennaio 2017 (“Ricorso day” n.d.r.)  con  Luigi Di Maio. Ma altre fonti del gruppo raccontano di altre missioni che sarebbero state cancellate. La Belotti ha restituito i soldi per il viaggio a Milano e Roma del 9-11 giugno che il Parlamento Europeo le aveva già rimborsato (196 euro di diaria più voli e albergo) mentre si trovava realmente a Genova per la chiusura della campagna elettorale delle amministrative.
Per evitare ulteriori conseguenze la Belotti si è dovuta mettere in congedo non retribuito fino al 7 marzo 2018 per diventare è uno dei più stretti collaboratori accanto a Luigi Di Maio nella sua campagna elettorale. Ma prima del suo congedo la  Belotti ha “caldeggiato” presso il gruppo EFDD  l’assunzione di Stefano Torre che dal primo gennaio è stato assegnato come “stagista”  distaccato alla rappresentanza EFDD presso l’ufficio del Parlamento europeo di Roma, affiancato da un tutor (sempre del gruppo EFDD) , Andrea Pollano, funzionario Ue trasferito apposta nella Capitale.
Dal primo febbraio Torre è stato assunto come agente temporaneo del Parlamento Ue ancora distaccato a Roma,  mai due si sono visti poco o niente nella sede di Via IV Novembre, come testimoniano fonti qualificate del Parlamento europeo a Roma: “Sono stati qui molto raramente“. Il perché è stato facilmente accertato. Lavorano entrambi alla campagna elettorale di Di Maio, il cui quartier generale è  ubicato in Via Piemonte, a Roma. Torre è tra i responsabili della raccolta fondi dell’M5S. Contattato dal quotidiano La Repubblica si è così giustificato: “Mi occupo della parte tecnica del sito di fundraising“. Successivamente, inviando un sms attribuibile allo staff di Di Maio, ha illustrato i principi con cui il Movimento 5 Stelle raccoglie finanziamenti tra elettori simpatizzanti .
Il “tutor” Pollano invece nega di esistere:  e dal suo cellulare risponde “Non sono io” . Ma fonti EFDD spiegano che nonostante sia pagato da Strasburgo al momento starebbe lavorando ad un documentario sulla campagna elettorale di Di Maio. In entrambi i casi si potrebbe profilare la violazione delle regole Ue che vietano di usare assistenti degli europarlamentari, e a maggior ragione gli agenti temporanei dei gruppi (a pieno titolo funzionari europei), per attività legate alla politica nazionale. Oltretutto dalle comunicazioni interne al gruppo di Strasburgo risulta che l’assunzione di Torre a spese del Parlamento Europeo (2.659 euro al mese di stipendio base) è stata comunicata ai vertici del Movimento. Per dei casi simili in Francia è stata aperta un’inchiesta su Marine Le PenSylvie Gulard e Francois Bayrou , due ministri del presidente francese  Macron che  si sono dimessi.
Ma nel mirino dei controlli dell’ Europarlamento erano già finiti anche altri eurodeputati grilli. In particolare  Daniela Aiuto e Laura Agea. La prima avrebbe chiesto il rimborso della Ue per alcune sue ricerche in realtà ricopiate pari pari da Wikipedia o siti simili. “I servizi parlamentari hanno contestato alcune ricerche che ho commissionato a una società di consulenza, perché ritenute frutto di plagio – si è difesa la Aiutoho quindi disposto la sospensione del pagamento delle fatture già emesse e provvederò personalmente a rimborsare le fatture già saldate“.

Laura Agea, invece, avrebbe assunto come assistente parlamentare un imprenditore che in realtà non svolgerebbe alcuna attività legata all’Europa. “Ho deciso di sospendere momentaneamente la collaborazione in corso per approfondire i termini dell’inchiesta di cui, al momento, non ho informazioni, per permettere alle autorità competenti di svolgere serenamente i dovuti controlli e per non esporre il mio collaboratore ad inutili strumentalizzazioni” si è giustificata l’europarlamentare grillina.

L’ ATTACCO-DIFESA DEL M5S CON LA REPUBBLICA

UN SUICIDIO POLITICO-GIORNALISTICO 

“Le informazioni pubblicate da Repubblica sono false e mistificatorie”. E’ quanto si legge in una nota di EFDD, gruppo che riunisce M5s e Ukip al Parlamento europeo. “Un fatto non trascurabile per comprendere l’ennesimo articolo bufala di Repubblica – replicano i grillini – è la candidatura del condirettore del giornale con il Pd”. E sostengono che “nessuna irregolarità nelle missioni in Italia di Belotti” giustificandosi  che  “il quotidiano La Repubblica non mostra alcun documento in supporto a quanto sostiene”. Il Movimento nega che la vicenda abbia creato un problema all’interno dell’EFDD, la famiglia politica al Parlamento europeo formata appunto dai pentastellati e dallo Ukip. Eppure un carteggio conservato dall’amministrazione del gruppo  dimostra il contrario. È il 9 novembre 2017, l’EFDD ha appena riscontrato irregolarità nelle missioni di Belotti, il riferimento della Casaleggio e di Di Maio all’Europarlamento, e una funzionaria del gruppo, Magali Trodet-Morrisens, le scrive una mail conservata nel dossier aperto dall’amministrazione. Eccola.
L’EFDD sta verificando una trentina di missioni di Belotti (documento a destra) per un valore totale di circa 15mila euro (circostanza sinora negato dall’M5S) e nel carteggio in questione la funzionaria chiede spiegazioni su una trasferta a Messina del 14 ottobre 2017. “Può essere rimborsata sulla base dei documenti che descrivono il soggetto e i compiti che hai svolto“. È solo uno degli esempi delle missioni contestate a Belotti dall’amministrazione.
Le spiegazioni della “grillina” non sono bastate evidentemente  a placare i dubbi dei funzionari europei, visto che il 15 dicembre 2017 (documento a lato) questa volta a scrivere alla Belotti è il segretario generale del gruppo, Aurelie Laloux, . Scrive Laloux: “Cara Cristina, per quando riguarda il rimborso del tuo volo aereo di martedì ti devo informare che secondo le regole non possiamo pagare il viaggio a Bruxelles. Il punto principale è provare che lunedì e martedì hai lavorato all’Europarlamento. La conclusione della mail dimostra la veridicità del documento numero che pubblichiamo, considerato che il segretario generale afferma: “Stiamo esaminando altre tue missioni“.
La Belotti a questo punto  si è trovata in un vicolo cieco, rischia lei e rischia il gruppo, peraltro in subbuglio con alcuni europarlamentari seccati nei suoi confronti per la vicenda del rimborso spese  delle missioni.Da Roma e Milano i vertici del M5S decidono di giocare il tutto per tutto pur di per proteggere la Belotti.
Pietro Dettori, uno dei principali collaboratori di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, scrive all’amministrazione per coprire alcune missioni sospette di Belotti a nome del vertice del Movimento (documento 4): “Nelle date dal 16 novembre al 20 novembre Cristina Belotti, in qualità di Responsabile della Comunicazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, ha partecipato ad incontri natura privata con la leadership che si compone di Davide Casaleggio, Beppe Grillo e il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. E gioca di anticipo…aggiungendo una copertura anche per il futuro: “Nelle prossime settimane si terranno incontri settimanali che riguardano le attività europee della delegazione italiana così come le attività dei membri del Parlamento europeo in Italia. Non è possibile fornire un report degli incontri perché di natura privata”.
Ma anche questo tentativo di depistaggio dei grillini,  non basta però a fugare i dubbi dell’amministrazione del Parlamento europeo, che convocò per il 19 dicembre scorso una riunione tra Laloux e Belotti alla quale prende parte anche l’Europarlamentare M5S Ignazio Corrao. È possibile ricostruire l’esito della riunione dai verbali custoditi dal gruppo EFDD , che dimostrano come la Belotti abbia accettato di cancellare la richiesta di rimborsi per missioni che non avevano a che fare con il suo incarico Ue.

Dal documento si evince innanzitutto  il motivo della riunione: “Lo scopo del meeting è dare l’opportunità a Cristina di giustificare la sua presenza a Strasburgo (per la plenaria dell’11) dicembre, dare ulteriori spiegazioni sulle missioni e trovare una soluzione per Cristina“. Nella nota inviata dall’M5S per smentire La Repubblica, i grillini affermano che nessuno ha chiesto le dimissioni della Belotti, ma il tono del verbale conferma quanto fonti concordanti dell’EFDD avevano spiegato al quotidiano romano diretto da Mario Calabresi , e cioè  che per chiudere il caso ed evitare l’intervento del segretariato generale del Parlamento Europeo, circostanza che avrebbe scoperchiato la vicenda con danno politico per tutto l’EFDD  era stato chiesto un passo indietro alla Belotti.

Dal verbale risulta che Belotti prova a giustificare la sua assenza alla plenaria dell’11 dicembre a Strasburgo dicendo che era stata bloccata dal maltempo, ma poi accetta di cancellarla, ovvero rinuncia al rimborso e alla diaria, come correttamente riportato nell’articolo pubblicato ieri dal quotidiano La Repubblica. Analoga cosa avviene per altre due missioni: Roma e Milano del 25-26 ottobre (la trasferta è stata giudicata non attinente alle attività dell’Europarlamento e proprio in quei giorni c’era stato un comizio di Grillo) e Castelfranco del 21 gennaio (comizio di Di Maio).

Infine la Belotti ha accettato di restituire i soldi di una missione che le era già stata rimborsata, cioè quella di Milano e Roma del 9-11 giugno, quando in realtà si trovava a Genova per la chiusura della campagna elettorale per le amministrative !

Dai verbali della riunione del 19 dicembre viene anche fuori la conclusione del caso, con Belotti che “per evitare altri problemi il prossimo anno” e tenere riservata la vicenda accetta di mettersi in congedo non retribuito fino al 7 marzo, libera di seguire la campagna elettorale di Di Maio in Italia.

La direzione del quotidiano LA REPUBBLICA ha annunciato che il giornale è pronto a produrre tutta la documentazione necessaria in sede giudiziaria allorquando il Movimento 5 Stelle darà seguito alla querela annunciata oggi nel comunicato del gruppo parlamentare di Strasburgo. Ma i “grillini”  è noto annunciano sempre querele…che raramente finiscono nelle aule dei Tribunali, dove invece spesso e volentieri finiscono i loro rappresentanti !




La Classifica dei Sindaci d’ Italia

E’ una classifica a 5 stelle.  Aperta dal sindaco di Torino Chiara Appendino al 1° posto, con la collega  Virginia Raggi in coda  al penultimo posto, seguita solo da  Rita Rossa, sindaco di Alessandria. Le strade delle due sindache-simbolo delle vittorie del Movimento Cinque Stelle alle scorse elezioni amministrative del giugno 2016 si dividono ed allontanano sempre di più, almeno nella classifica instabile ma decisiva del consenso.

I primi cittadini scelti dagli elettori nelle  urne della scorsa primavera portano parecchia aria nuova anche lontano da Torino e Roma,nel Governance Poll,  la rilevazione sul gradimento riservato ai sindaci dai propri cittadini realizzato  da Ipr Marketing ogni anno per il quotidiano economico-finanziario Il Sole 24 Ore: dall’ottimo piazzamento di Damiano Colletta a Latina (primo sindaco non di centro-destra della città dal 1993) alla risalita potente di Luigi De Magistris a Napoli, che dopo il successo rinnovato di giugno abbandona le posizioni di coda delle scorse edizioni e aggancia il gruppo che occupa il quarto posto.

Dopo aver vinto l’edizione 2014 ed essere arrivato sesto nel 2015, ottima la performance del sindaco di Firenze, Dario Nardella (Pdpiazzatosi al secondo posto , e confermati i buoni i risultati del sindaco di  Venezia Luigi Brugnaro  e quello di Lecce Paolo Perrone, rispettivamente primo e secondo lo scorso anno e oggi al quarto posto, in testa alla pattuglia dei sindaci del centrodestra. Tra i nuovi sindaci soltanto Virginia Raggi la sindaca di Roma, scende sotto il 50%. Il  neo-eletto sindaco di Milano Beppe Sala si piazza al 30esimo posto con il 55% , con 3,3 punti in meno rispetto al risultato dello scorso anno conquistato dal suo predecessore Pisapia .  Vincenzo Napoli classificato al quarto con il 60%,  prosegue la tradizione di alti consensi inaugurata a Salerno dal suo predecessore Vincenzo De Luca. Da segnalare, poi, il  brillante risultato conquistato a Benevento da Clemente Mastella, il quale  con il 59,5% di “sì” occupa il decimo posto della graduatoria nazionale.

Al quesito posto ai cittadini dei diversi Comuni manca chiaramente un confronto con altri possibili candidati. Le risposte, infatti, misurano il gradimento ottenuto dalla figura del Sindaco  guidando le scelte degli elettori.   La politica quando si parla di Comuni  deve fare i conti con la qualità della vita quotidiana offerta dalla città. Anche questo elemento spiega la forbice che si apre fra i risultati medi di Nord e Sud: in generale, gli italiani delle città confermano la sufficienza piena per i propri sindaci, anche se con una frenata dal 54,8% di consensi dell’anno scorso rispetto al 53,5% di quest’anno, ma i primi cittadini del Mezzogiorno si fermano in media al 52%, due punti sotto quelli del Nord.

Analizzando i partiti e movimenti le novità più importanti si manifestano nell’elettorato dei Cinque Stelle, che oltre a rappresentare la testa e la coda della graduatoria di quest’anno, vedono piazzato al terzo posto un loro ex esponente. Parliamo del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, il quale conquista una netta crescita di consenso (nella scorsa edizione era 49esimo) probabilmente grazie al conflitto con il Movimento,  che ha abbandonato a ottobre scorso dopo essere stato inutilmente (ed ingiustamente)  sospeso a maggio a causa dell’indagine (archiviata a stretto giro) per un palesato “abuso d’ufficio” nelle nomine al Teatro Regio, che ha creato  il “casus belli” che il vertice del M5S cercava per sancire una rottura già maturata sull’onda delle incalzanti critiche mosse da Pizzarotti nei confronti della discussa e contestata gestione del Movimento ad opera dell’accoppiata Grillo-Casaleggio.

Ma è il confronto fra le due neo-sindache a cinquestelle  sull’asse Torino-Roma a far emergere una distanza siderale che inverte il risultato delle urne, che  a suo tempo si era rivelato più generoso e plebiscitario  con la Raggi che con l’ Appendino. Circostanza questa che misura nel modo più evidente la differente condizione in cui versano le due città oltre che delle due giunte comunali.  A Torino, che ha tradizionalmente tributato, prima della sorpresa di giugno  alti consensi ai sindaci in carica, in realtà  problemi non mancano, dalle periferie all’indebitamento (che negli ultimi anni è in calo ) fino ai rapporti finanziari con le partecipate come Gtt su cui sta indagando anche la procura, ma il capoluogo piemontese funziona, e cresce da tempo grazie anche ai  crescenti successi in termini di immagine: non solo agli occhi delle varie forme di turismo che caratterizzano il capoluogo piemontese, evidentemente, ma anche a quelli dei cittadini che premiano
il sindaco in carica.

La stessa sindaco Appendino,  dopo l’inevitabile rupture iniziale che ha imbastito più di una polemica con il sincado predecessore Piero Fassino, nella conferenza stampa di fine anno ha spiegato che “il cambiamento va fatto gradatamente, attraverso le piccole cose, con senso sabaudo. Anche per non rischiare di lasciare indietro tutto quello che di buono è stato fatto in passato“. Esattamente tutto  il contrario di quel che è accaduto ed accade ancora oggi  a Roma, dove Virginia Raggi alle eredità impossibili lasciate dalle giunte precedenti di destra e di sinistra, ha aggiunto degli imperdonabili propri errori , spesso sconfinanti in un’ arroganza che l’ha punita.

Fra i sindaci di Puglia primeggia ancora una volta  il sindaco di Lecce, Paolo Perrone che si piazza al 4° posto della classifica nazionale, giunto alla fine del suo secondo mandato (passa dal 64,3% al 60%), guidando la classifica dei primi cittadini pugliesi.  precedendo  in classica il primo cittadino di Bari Antonio Decaro  neo presidente dell’Anci , che con la percentuale del 58% di consenso, rispetto alla classifica del 2016 il sindaco di Bari scala una posizione, dal 16° posto al 15°. Bisogna scendere sino al 47° posto generale per trovare un altro pugliese: è Nicola Giorgino  di centrodestra ,sindaco di Andria che quale  migliora il suo ranking (dal 52,2% al 54).

Precipita invece il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, che perde 18 punti percentuali, e si classifica al 71° posto scendendo dal 69,7% al 51% dei consensi e gradimento.  Cala di un punto percentuale anche la neo-eletta sindaca di Brindisi, Angela Carluccio (da 51,1 a 50 %). Fanalino in fondo alla classifica il sindaco di Foggia, Franco Landella, che perde 4,3 punti percentuali vendendo crollare il  suo gradimento dal 50,3% al 46% .




Il Grillo e L’Uva.

di Massimo Gramellini

“Che ridere. Ricapitolando: l’apprendista strillone Giuseppe Grillo entra nel nuovo anno con un’idea meravigliosa. Allearsi in Europa col partito dei banchieri, l’Alde, roba da Monti. Come se un vegano invitasse a cena una batteria di cheeseburger. Il vegano si affaccia dal balcone del Web e sottopone il cambio di dieta alle tastiere cloroformizzate, che entusiasticamente approvano. Ma che cosa c’entrerà mai il movimento delle scie chimiche e dei gomblotti pluto-massonici con gli alfieri internazionali del capitalismo allo stato brado? Se fosse una scelta politica sarebbe una fesseria, ma trattandosi di scelta tattica va ritenuta una furbata, spiega ai perplessi l’astutissimo Di Maio.

Dopo il colpo di scena, arriva il contraccolpo: l’infallibile profeta del grillismo Piero Fassino non fa in tempo a condannare pubblicamente l’abbraccio innaturale tra finanza e rivoluzionari del piffero che l’Alde ci ripensa. Il capo Verhofstadt e i suoi soci francesi devono avere finalmente visto su Internet un comizio del Dibba e, ripresisi dallo spavento, si sono ammutinati. Ma è qui che il Grillo banfante dà il meglio di sé. Accusa del mancato accordo il famigerato «establishment» con cui voleva accordarsi. Un “gomblotto” dei cattivi ha impedito ai Cinquestelle di allearsi con i cattivi.

Chiaro, chiarissimo. McDonald’s che toglie il doppio cheeseburger dal piatto del vegano. E dove sarebbero la logica e la coerenza? Di sicuro sappiamo soltanto dov’è finita l’intelligenza politica del movimento. Con Casaleggio padre, nell’aldilà”

*commento pubblicato sul quotidiano La Stampa




M5S: Abbiamo una banca ?

di Giuseppe Turani*

C’era e c’è qualcosa di sospetto intorno a tutto il can can che circonda il Monte dei Paschi di Siena. Questo, come ho spiegato più volte, è il momento di trovare dei soldi, non di fare commissioni parlamentari d’inchiesta: la magistratura è giù al lavoro e il parlamento avrebbe ben altro da fare.

Eppure il rumore va avanti. Una ragione del perché è evidente: si vuole far esplodere il Monte, creando un disastro economico di vastissime proporzioni. All’esplosione del Monte, poi, potrebbero seguire altri disastri bancari a catena. Dietro questo obiettivo ci sono centinaia di migliaia di voti. E quindi si capisce perché da anni Grillo e i suoi amici stiano “lavorando” intorno all’Mps. Ancora poco tempo fa hanno fatto un flashmob davanti alla banca, a Siena (purtroppo era il giorno dell’arresto di Marra).

Con la Banca Etruria sono andati avanti un anno a fare propaganda insensata, con Mps la cosa potrebbe essere molto più seria: in fondo l’Etruria era una banchetta.

Ma adesso arriva qualche rivelazione che, se non smentita, sarebbe di una gravità eccezionale: roba da intervento immediato della Consob.

Circola la voce che il giovane Casaleggio, mentre continua nella sua opera di guida del Movimento 5 stelle e di diffusione di bufale stellari, sarebbe interessato a rilevare banca online del Monte Paschi, Widiba, che gestisce sette miliardi di euro di depositi. Di preciso si sa che ha incontrato l’amministratore delegato della stessa Widiba. E questo è un suo  diritto: sono entrambi uomini d’affari.

Però qualche sospetto viene. Da una parte Grillo e i suoi pasdaran ogni mattina tirano legnate sul Monte, dall’altra il giovane Casaleggio va a fare un giro di ispezione e annusa che aria tira. Insomma, non è  ancora “abbiamo un banca”, ma forse la strada è quella.

Insomma, se è  vero che l’appetito vien  mangiando, i soldi del blog non  bastano più: ci vuole una banca per moltiplicarli. Ovvio, a questo punto, citare Brecht: meglio fondare una banca che rapinare una banca. E Widiba è già fondata e operativa. Basta solo sfilarla al Monte.

*direttore del quotidiano online Uomini & Business,  già direttore dell’inserto economico Affari & Finanza del quotidiano La Repubblica




Alle origini della sconfitta di Virginia

di Andrea Malaguti

Sono bastati meno di sei mesi a guida Cinque Stelle per rimettere Roma con le spalle al muro. Il nuovo che avanza non è poi tanto diverso dal vecchio e anzi, di fronte allo spettacolo grottesco di queste ore, è quasi impossibile non rimpiangere Ignazio Marino.


Virginia Raggi è palesemente inadeguata
al ruolo che ricopre e la scelta di Beppe Grillo di commissariarla, dopo avere meditato a lungo di darle il benservito, non fa altro che certificare il fallimento della cliccocrazia.

La rete non è all’altezza di distribuire certificati di qualità e tanto meno di competenza. Non bastano i «mi piace» su Facebook e una manciata di voti raccolti sul sito da amici e militanti dei meet up per scoprirsi in grado di guidare la città più tossica e complicata d’Italia. E bisogna aver un ego ipertrofico, o essere precipitati in un pericoloso delirio di onnipotenza, per immaginare il contrario.

I disastri della politica dei professionisti non si rimediano affidandosi a criteri di selezione della classe dirigente casuali e dilettanteschi. Una riflessione che leader potenziali come Di Maio, Fico o Di Battista, protagonisti non sempre volontari della perenne resa dei conti interna ai 5 Stelle, farebbero bene a non sottovalutare.

La semisconosciuta avvocatessa Raggi, molto amata dalla destra romana e detestata da metà dei suoi compagni di Movimento, dopo centottanta giorni di paralisi amministrativa, ha prima ingigantito in modo incomprensibile il ruolo del più che opaco Raffaele Marra nel suo cerchio magico, pensando poi di liquidarlo con una battuta. «È solo uno dei 23 mila dipendenti del Comune». Capolavoro di ipocrisia anche nell’era della post verità. Roberta Lombardi, storica voce del grillismo romano, l’aveva avvisata. «Marra è un virus». La sindaca l’ha ignorata. Per superficialità o per colpa poco importa.

Che cosa aspettano allora Grillo e Casaleggio a scaricarla? La risposta è facile e potrebbe darla qualunque vecchio arnese della Prima Repubblica: fallire a Roma significa confessare al Paese di non essere pronti per Palazzo Chigi. Non esattamente un messaggio confortante da imbottigliare nell’oceano dell’incertezza nostrana. Ma se anche così fosse? Meglio essere una straordinaria opposizione o una devastante maggioranza?

Decidere di non decidere, restare a metà del guado, affidarsi al controllo a distanza di chi fallisce, significa sconfessare la storia di un Movimento che oggi sembra capace di esprimere soltanto una miriade di io litigiosi. Di Maio, Fico, Di Battista, il gruppo Taverna-Ruocco-Lombardi. Un arcipelago dello scontro selvaggio che ha inghiottito la democrazia orizzontale. L’utopia dei portavoce della volontà popolare, automi sensibili soltanto agli stimoli sacri del web è sepolta, assieme all’idea infantile di potere elevare la politica al rango di epopea in nome di un fantascientifico e superiore splendore morale.

Uno non vale più uno, ma ciascuno ha la pretesa di parlare per tutti. Il caos, insomma. Basterebbe ricordarsi di Goethe: le idee generali e la gran presunzione sono sempre sul punto di causare danni enormi. Si sono ridotti a questo i 5 Stelle?

La risposta è decisiva. Grillo sbaglia a fidarsi della cautela di Casaleggio e a non spingere il tasto reset sul computer, perché l’impronta che il Movimento proietterà sulla campagna elettorale sarà quella destinata a uscire dalla gestione del disastro romano. Il vaso è rotto. Impossibile nascondere i cocci sotto il tappeto. Meglio essere il partito della Raggi o quello che alla fine ne ha capito i limiti?

*commento tratto dal quotidiano La Stampa ©




Fra arresti e dimissioni ecco gli esponenti della giunta grillina Raggi che non sono più in Campidoglio

 

CdG Carla RaineriCarla Raineri – Magistrata della Corte d’Appello di Milano, diventa Capo di gabinetto che già svolgeva con il commissario prefettizio,  dopo che la nomina di Frongia era stata ritenuta impossibile. Successivamente viene allontanata e costretta a dimettersi dopo un parere richiesto dall’ accoppiata Marra-Romeo per conto della  sindaca Raggi all’Anac (l’Autorità Nazionale Anticorruzione diretta dal magistrato  Raffaele Cantone) molto contestato sulla sua nomina irregolare.

 




Liquidare Renzi e Maria Elena Boschi ?

di Giuseppe Turani*

Ci deve essere dietro una regia. E’ evidente. Da due giorni basta aprire un social network per vedere attacchi furibondi contro Renzi e Maria Elena Boschi. La colpa di entrambi è quella di aver promesso, durante la campagna referendaria, di lasciare la politica in caso di sconfitta e di non avere poi mantenuta questa promessa. Renzi sta lavorando per riconquistare il partito in modo chiaro e netto, attraverso primarie e congresso. La seconda è addirittura entrata nel governo Gentiloni.

Non sono stati di parola, e quindi sono spregevoli.

nella foto, Giuseppe Turani

Chi attacca, naturalmente, dimentica che Beppe Grillo (che bene o male è il capo semi-illegale del secondo partito italiano) fece la stesa promessa prima delle elezioni europee del 2014. Promessa ovviamente mai mantenuta, ma contro di lui non si è alzata una sola voce. Ecco perché è logico sospettare una regia: se quel che si pretende oggi da Renzi e da Boschi avesse un senso o fosse così importante, Grillo dovrebbe già essere seduto sulle panchine del lungomare di Genova da due anni a dare da mangiare ai gabbiani.

Ma, se c’è una regia, e c’è, perché? La risposta è talmente semplice che sarebbe quasi inutile scriverla. Oggi Renzi e Maria Elena Boschi sono i due cavalli di razza del Pd, sono quelli che hanno più testa, più capacità di fare politica. Se si riuscisse a delegittimarli, o addirittura a mandarli a casa, molti se ne andrebbero, e il Pd si ridurrebbe a una massa di vecchi compagni, buoni per un tresette in osteria e poco più. Farlo fuori e far ascendere il Movimento Cinque Stelle sarebbe a quel punto un gioco da bambini.

In sostanza, oggi Renzi e Boschi vengono attaccati quasi ogni tre minuti perché sono l’unico vero ostacolo nella marcia di Di Maio (o chi per lui) verso Palazzo Chigi. Certo non è un ostacolo Bersani, che da anni (dal 2013) sogna di fare con loro un’alleanza.

Ma questo è solo ciò che si vede sullo schermo. In realtà i vecchi marpioni della politica italiana sanno benissimo che i meravigliosi ragazzi del comico non saprebbero nemmeno da che parte cominciare per gestire il governo. E alla fine, quindi, dovrebbero richiamare loro nella stanza dei bottoni.

Non è fantascienza. L’esperimento è già stato fatto a Roma, è in corso. Sulla poltrona di sindaco siede la signorina Raggi, che sempre più chiaramente è un semplice prodotto del marketing della Casaleggio, come le modelle che fanno la pubblicità ai dentifrici. Poi il vero sindaco dovrebbe essere il suo vice, Daniele Frongia. Ma in realtà chi tira le fila dell’amministrazione capitolina è Gianni Alemanno, l’ex sindaco, capo della destra romana. E’ anche grazie all’alleanza con lui che i grillini hanno conquistato la capitale.

Sul piano nazionale le cose non dovrebbero andare diversamente: se dovessero conquistare davvero palazzo Chigi, poi i cinque stelle finirebbero per darne la gestione effettiva a un po’ di vecchia burocrazia e di vecchia politica. Tenendo per sé, ovviamente, la titolarità dei vari ministeri, così possono girare un po’ il mondo, andare in tv, e fare tanti discorsi.

Insomma, in primo piano i meravigliosi ragazzi, giù in sala macchine i vecchi maneggioni di sempre. Esattamente come a Roma.

C’è però, forse, una novità in arrivo. Secondo alcune indiscrezioni, la Corte dovrebbe bocciare il ballottaggio, ma non il premio di maggioranza. Se così fosse, cambia tutto. A quel punto, infatti, Renzi avrebbe seriamente la possibilità di conquistare Palazzo Chigi, questa volta passando attraverso una consultazione elettorale. Le riforme potrebbero ripartire e il resto della politica italiana dovrebbe cercare di riconvertirsi, ammesso che ne sia capace.

Da qui la necessità, adesso, di liquidare con ogni mezzo Renzi e Maria Elena Boschi. Devono sparire prima delle prossime elezioni.

*direttore di Uomini & Business, ex fondatore e responsabile dell’inserto economico Affari & Finanza-La Repubblica




Algoritmi, notizie false & “bufale”. Partono le denunce per diffamazione da Palazzo Chigi


Davide Vecchi
 giornalista de Il Fatto Quotidiano questa mattina  si preoccupa molto e titola nel suo articolo  “guai a criticare il governo. Si finisce in tribunale” sostenendo che “se sui social critichi l’operato del governo e sei pure sostenitore del Movimento 5 Stelle potresti finire sotto indagineSì, tu: cittadino qualunque. È successo negli ultimi giorni. E la cosa a me preoccupa molto. Perché illumina e bene quali siano le conseguenze del potere in mani incapaci di gestirlo nel rispetto dei limiti“. Ma perché rivolgere attenzione, anche giudiziaria, a quello che potrebbe essere un comune troll, o un militante anonimo?CdG grillo_casaleggio

Ieri il quotidiano La Stampa raccontava che Beatrice Di Maio  “è una star del web pro M5S. Si muove nel territorio della propaganda pesante, che in tanti Paesi – per esempio la Russia di Putin, assai connessa al web italiano filo M5S – dilaga. Nella sua attività, Beatrice si è lasciata sfuggire alcuni tweet che delineano ipotesi di reati come calunnia e diffamazione; o vilipendio alla Presidenza della Repubblica. Normale quindi che sia stata denunciata alla Procura di Firenze dal sottosegretario a Palazzo Chigi Luca Lotti, come provano alcuni documenti.

Ma chi è esattamente Beatrice Di Maio, e ha qualcosa a che fare con la Casaleggio o la comunicazione ufficiale M5S?   Beatrice , continua La Stampa, “si muove dentro quella che è configurata come una struttura: a un’analisi matematica si presenta disegnata a tavolino secondo la teoria della reti, distribuita innanzitutto su Facebook (dove gravitano 22 milioni dei 29 milioni di italiani sui social), e – per le élite – su Twitter“. Il suo account twitter “pro M5S” è specializzato nella  demonizzazione anti-Pd, senza disdegnare attacchi anche  contro il Quirinale. L’ account Beatrice Di Maio ha 13.994 follower, è un top mediator, operando all’interno di un social network relativamente piccolo. Ma i suoi Tweet e post di account analoghi diventano virali venendo reindirizzati su Facebook attraverso un sistema di connessioni, nel caso di Beatrice dall’andamento artificiale dentro cui è inserita, alimentando un florido business pubblicitario, legato al flusso di traffico.

CdG davide vecchi cybercrimeQuindi quello di Beatrice, contrariamente a quanto sostiene questa mattina Il Fatto Quotidiano, ormai diventato il giornale “fiancheggiatopre” di Beppe Grillo e grillini,  non è un account casuale. Scrive infatti ascuse gravissime sulla presidenza della Repubblica: “Per alcuni il silenzio è d’oro… quello di Mattarella è d’oro nero!”. Inserendo la bandiera della Total, sotto una foto del Quirinale con il tricolore, con chiaro riferimento all’inchiesta lucana su Tempa Rossa.

Ma in realtà il presidente della Repubblica Mattarella non è stato minimamente lambito, neanche citato  dall’inchiesta della magistratura di Potenza, Inutile quindi evidenziare che siamo in presenza di un accostamento diffamatori. L’ account “pro M5S” di Beatrice twitta “il Governo trema. Da Potenza agli aeroporti inchiesta da paura. Renzi: “Io non mi fermo”” e pubblica sotto, una foto di Charlot che scappa all’impazzata. Ma anche Matteo Renzi non è mai stato indagato in Basilicata nell’inchiesta su Temparossa. E quindi tutto ciò non rappresenta altro che una vera a propria campagna diffamatoria.

Ma la presunta Beatrice Di Maio, non si accontenta di diffamare il Capo dello Stato ed il premier alla guida del Governo. e quindi posta una foto del ministro Maria Elena Boschi su  un tweet “Boschi, lezione alla Oxford University. “The amendment is on the table”. Hashtag: #Total #LaCricca #quartierino». Avvicinando quindi anche in questo caso diffamatoriamente il nome del ministro Boschi a quello  della Total e a quartierino si suggerisce che la Boschi sia al centro di un giro di tangenti legate a Total e allo scandalo petrolio in Basilicata : ma anche questo in realtà è un falso.  Ma per Davide Vecchi, il giornalista de  il Fatto Quotidiano invece si viola “la libertà d’espressione, l’articolo 21 della Costituzione” sostenendo che la giusta denuncia presentata legittimamente da Luca Lotti – sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nonché braccio destro di Matteo Renzi  sia ingiusta, inq aunto a sua opinione (legittima ma contestabile)  “quei profili social non hanno minacciato o aggredito direttamente Lotti né altri esponenti dell’esecutivo“.

Secondo il quotidiano diretto dal “grillino” Travaglio, “quei profili social non hanno minacciato o aggredito direttamente Lotti né altri esponenti dell’esecutivo. Forse qualche insulto, qualche fotomontaggio per canzonare il politico di turno“. giustificando gravi affermazioni come: “#intercettazioni, Guidi: “Ho le foto di Delrio coi mafiosi”“, e sotto, nel tweet, la foto di Delrio con Renzi, Boschi, Lotti. Se le stesse cose così artefatte  le scrivessimo noi o le dicessero giornali o tg, statene pur certi che finiremmo tutti in Tribunale e pagheremmoo ingenti risarcimenti per diffamazione. I  tweet hanno suggerito questi false notizie, e la struttura in cui Beatrice Di Maio è interconnessa li ha diffusi, dimostrando  “ciò che siamo capaci di rendere virale prima o poi diventa vero agli occhi di chi vogliamo convincere“. Twitter, nonostante le numerose segnalazioni, al momento non ha ancora ritenuto di chiudere l’account.

Ma perché rivolgere attenzione, anche giudiziaria, a quello che in realtà potrebbe rivelarsi soltanto un comune “troll”, o un militante anonimo del M5S ? La risposta che il Fatto Quotidiano non si da ( o non si vuole dare ?)  è che Beatrice Di Maio agisce e diffonde diffamazioni dentro quella che è configurata come una struttura: a un’analisi matematica si presenta disegnata a tavolino secondo la teoria della reti, distribuita innanzitutto su Facebook (dove gravitano 22 milioni dei 29 milioni di italiani sui social), e – per le élite – su Twitter.   Il suo “modus operandi” ha una gestione di fatto “ingegnerizzata”. Il giornalista “pro M5S” Davide Vecchi de Il Fatto Quotidiano, si lamenta che questa mattina il Pd, per iniziativa di Emanuele Fianoha preso l’articolo de La Stampa e ne ha fatto un’interrogazione al governo . Cioè ha fatto quello che legittimamente poteva fare. O forse doveva chiedere il permesso al Fatto Quotidiano ?

Su Facebook, spiegava ieri La Stampa, la rete “è costituita da un numero limitato di account di generali (da Di Maio e Di Battista a Carlo Martelli, figura virale importante, in giù) e – tutto attorno – da una serie di account di mediatori top e, aspetto decisivo, da pagine e gruppi di discussione che fanno da camera di risonanza”. A cascata in basso sono attivi semplici attivisti del M5S o “fake” di complemento: gli operai del web . Provate ad immaginare una mappa geografica: gli snodi (hub) sono le città e i villaggi, fortemente clusterizzati (aggregati a grappoli); i mediatori e soprattutto i connettori sono le strade. Naturalmente, una rete così recluta ed aggrega anche tanti attivisti reali, i quali però non possono vedere ed ignorano l’architettura informatica in cui operano, assorbiti dalla pura gravità dei nodi centrali: tale struttura di fatto si “mimetizza” ad arte con l’attività spontanea come un albero finto in una foresta. Le notizie false , calunnie e diffamazioni,  generate ovunque, si “viralizzano”, trasferendosi dal centro alla periferia, quindi “anonimizzati”, e furbescamente meno a rischio di denuncia.

Numerosi altri account chiave sono sempre matematicamente vicinissimi, sempre ricorrenti, prevalentemente “anonimizzati”, e contemporaneamente  interconnessi profondamente tra di loro, svolgendo ed adempiendo a dei  ruoli ben precisi: c’è chi è anti-immigrati, chi anti-Renzi, chi pro-Putin, chi pro-Trump, chi dedito alla bastonatura. La condivisione esatta dell’andamento dei metadati, e la evidente suddivisione palese dei ruoli, algoritmicamente, non si configurano come casuali.

Esiste una “centrale informatica” che gestisce materialmente questi account? La Procura di Firenze e gli specialisti informatici delle Forze dell’ ordine si trovano ora a indagare anche su questo.  Un caso analogo, anche se molto più piccolo e meno importante è oggetto d’indagine da mesi  del Servizio Centrale della Polizia Postale delle Comunicazioni a seguito delle numerose querele presentate dal nostro Direttore nei confronti di alcuni “giornalisti-pennivendoli” tarantini, che sotto mentite spoglie (ma già identificati) quotidianamente ci diffamano.  Poverini non hanno neanche il coraggio di firmarsi. E guarda caso anche questi diffamatori di provincia sono tutti anti-Renzi, dopo averlo osannato in passato addirittura insieme alle proprie mogli… E’ la stampa (e la politica)  “monnezza” !




Nun ce se crede

di Massimo Gramellini

Dopo avere fornito un elenco inevitabilmente parziale dei parametri per entrare nella giunta più pazza del mondo capitanata da Virginia Raggi, il mio maestro di scrittura breve Michele Serra conclude che al momento sarebbero in regola con i requisiti due soli italiani: un benzinaio di Abano Terme e una casalinga di Bari.

Mi spiace contraddirlo, ma della lista fa parte anche un imprenditore di Treviso, che nelle ultime ore ha superato la casalinga e il benzinaio. Si chiama Massimo Colomban ed è il nuovo assessore alle Partecipate del Comune di Roma, città che gli sta simpatica come a Salvini i congiuntivi.

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Ma Colomban avrà davvero tutti i requisiti per essere ammesso alla corte di Evita Piagnòn, la sindaca più diversamente simpatica d’Italia? Pare di sì. Anzitutto è un costruttore edile che ha lavorato per le Olimpiadi di Calgary, Barcellona e Londra, quindi in limpida coerenza con un movimento politico che ha appena suicidato le Olimpiadi di Roma nel timore che diventassero terreno di pascolo dei palazzinari.

Inoltre non va dimenticato il suo sostegno al Governo Renzi e il suo impegno a favore del referendum per l’indipendenza del Veneto da Roma Ladrona, che sicuramente lo agevolerà nei rapporti con la popolazione indigena.

A volere essere proprio pignoli, il costruttore olimpico e secessionista veneto Colomban presenta una piccolissima macchia per una setta di puritani come i Cinquestelle: è amico personale dei Casaleggio. Deve essere davvero molto bravo, se nonostante questo lo hanno scelto lo stesso.




Quel legame che risale da Cerroni al network di Casaleggio

di Jacopo Jacoboni

Cos’ha a che fare, direttamente o indirettamente, Manlio Cerroni, “il re dei monnezzari”, e il suo business sui rifiuti, con il mondo del Movimento Cinque Stelle, le sue idee e poi le sue pratiche? Anche su questo c’è una storia che va raccontata.   La domanda che qualunque militante sincero dei cinque stelle si sta ponendo in queste ore per ricostruire il faticoso puzzle che è la verità a Roma, può trovare qualche traccia interessante in una storia illuminante di questi anni, che siamo in grado di svelare.

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Negli anni a cavallo tra il 2012 e 2013 Gianroberto Casaleggio, in parallelo con la costruzione del Movimento cinque stelle – le avvisaglie del “boom”, che in tanti non avevano sentito, c’erano già state nelle amministrative del 2012, e ovviamente in tutto l’autunno e inverno dello Tsunami Tour – fondò assieme ad alcuni suoi amici un network parallelo al Movimento, chiamato Think Tank Group.

Cerano fin dalla fondazione alcuni imprenditori, professionisti, e in seguito anche parlamentari del M5S di strettissima fiducia della Casaleggio (David Borrelli, che oggi è europarlamentare e è forse l’uomo più fidato di Davide Casaleggio, e Vito Crimi) e della Lega. Ma soprattutto, assieme a Casaleggio e a Grillo – i cui nomi in un secondo momento furono tolti dalla schermata del Think Tank Group – fondatore del gruppo fu Antonio Bertolotto, presidente della Marcopolo engineering.

CdG Bertolotto

nella foto, Antonio Bertolotto


Marcopolo è l’azienda leader italiana di rigassificatori
,
anche se ha chiesto da poco il concordato preventivo (procedura fallimentare n.d. r. CdG ). Si occupa da trent’anni della “messa in sicurezza della discarica attraverso la captazione, la depurazione e distruzione del biogas che viene valorizzato come combustibile per produrre energia verde“. Possiede più di quaranta impianti, e alcuni anche nell’area di Roma. In particolare ad Albano. In pratica Bertolotto ha lanciato il business (pionieristico, trent’anni fa) degli impianti che trasformano in biogas i gas delle discariche e del processo di compostaggio dei rifiuti. Un’azienda “green”, cos’ha a che fare con Manlio Cerroni?

 Ad Albano la Marcopolo ha, in modo del tutto legittimo, operato in stretta partnership con la Pontina Ambiente, assieme alla Colari una delle società di compostaggio di Cerroni. Cerroni smaltisce i rifiuti, e Bertolotto ci estrae biogas.  Il legame era talmente stretto e strutturale che Marcopolo, che ha sede legale in provincia di Cuneo, a Roma risponde al medesimo indirizzo e numero civico (sulla via Ardeatina) e allo stesso numero di telefono dell’azienda di Cerroni. Altro particolare interessante, nell’elenco dei fondatori di Think Tank Group , Bertolotto compare come presidente di una onlus, la Sosesi. Come se il rapporto tra quel network – così vicino ideologicamente e materialmente al neonato Movimento – e il business dei rifiuti non fosse proprio coincidente con la propaganda cinque stelle sui rifiuti zero e la raccolta differenziata al 90%.

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nella foto, Manlio Cerroni

Non c’è nulla di male naturalmente a lavorare con Cerroni (che è indagato, ma per l’impianto di trattamento meccanico di Rocca Cencia, quello che la neo assessora Paola Muraro chiese a Daniele Fortini di utilizzare, ottenendone un sacrosanto, legalitario rifiuto). Ma il cortocircuito è incredibile: il M5S, che ha fatto tutta la propaganda pubblica e l’ascesa politica con le campagna sul blog (della Casaleggio) sui rifiuti zero e la differenziata, ha nel suo network (tra i fondatori) l’imprenditore big dei rigassificatori, amico storico di Gianroberto Casaleggio, con cui cofondò il Think Tank Group.

Una volta scoperchiato, il vaso di Pandora degli intrecci tra partito e aziende, e dei conflitti d’interessi potenziali o attuali, non smette di spargere l’odore della politica che cela il mondo degli affari.

*articolo tratto dal quotidiano La Stampa




Quarto, perquisita dai Carabinieri la casa del sindaco M5S ed il municipio

La bufera sul M5S a Quarto, non si placa. Questa mattina, i Carabinieri si sono recati al Municipio della cittadina campana per  acquisire documenti utili nell’ambito dell’inchiesta su presunte infiltrazioni della camorra nell’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Rosa Capuozzo (M5s). Il decreto è stato adottato dal pm della Dda di Napoli Henry John Woodcock e dai procuratori aggiunti Beatrice e Borrelli.

CDG post Grillo Quarto

il post di Beppe Grillo pubblicato sul suo blog sulla vicenda di Quarto

Perquisita anche l’abitazione della stessa Capuozzo, che al momento non risulta indagata. Per il sindaco grillino Capuozzo, insieme ai consiglieri M5s, quella di domenica è stata una notte di riflessione nell’ incontro fiume avvenuto tra il sindaco e i consiglieri grillini, alle prese con il problema dimissioni a seguito  delle pressioni arrivate anche da Grillo e Casaleggio ( e poi nel M5S parlano – o meglio millantano – di democrazia e libertà ! – n.d.a.).

Chi ha partecipato all’incontro, racconta sotto anonimato, che nessuna decisione è stata presa e che l’orientamento della Capuozzo  dovrebbe essere comunicato nell’arco della mattinata. Il sindaco “grillino” di Quarto  viene definito come “stravolta” per la pressione mediatica. Il Movimento Cinque Stelle invece di sostenerla, spinge per le sue dimissioni nonostante nelle dichiarazioni del direttorio, si ritenga parte lesa rispetto alla vicenda giudiziaria che, ricordiamolo, riguarda  un consigliere grillino, Giovanni De Robbio, indagato per estorsione aggravata proprio ai danni del Sindaco.

Schermata 2016-01-11 alle 10.51.52Nella giornata di sabato è intervenuto anche Roberto Saviano con un suo tweet a dir poco imbarazzante : “Il sindaco deve dimettersi” dopo che sempre sui social, il 16 giugno scorso, lo scrittore aveva salutato la vittoria del Movimento Cinque Stelle e del sindaco Rosa Capuozzo nel comune campano come una novità di rilievo “senza voto di scambio“. Ma nel frattempo sono venute fuori altri retroscena a dir poco imbarazzanti. Sono infatti trapelate delle conversazioni su Messenger imbarazzanti per il sindaco di Quarto   che risalgono all’ 8 ottobre e che il primo cittadino ha tenuto con Ramaglia, un giovane di Quarto. Nello scambio di messaggi il sindaco dice “dovrò rispondere martedì in consiglio“, facendo riferimento a una interrogazione presentata da Luigi Rossi un consigliere di opposizione, . L’interlocutore risponde: “Se vuoi vengo io martedì“. Lei commenta con un’emoticon sorridente e con la frase “non sarebbe male vedere Rossi spaventato“.

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Il consigliere Rossi sulla vicenda ha presentato una denuncia ai Carabinieri. Immediatamente il sindaco Capuozzo ha cercato di defilarsi e giustificarsi sostenendo  di essere stata fraintesa e che non voleva minacciare nessuno. Dichiarazioni che non hanno convinto i magistrati.




Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero, ma non per tutti…

di Antonello de Gennaro

Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto,  occuparsi di Taranto ? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”,  senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido.

Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali  il Consiglio di Disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e “salvarli”. Intercettazioni che  ti segnalo, solo il quotidiano che dirigo,  ha pubblicato “integralmente“.

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Hai detto qualche inesattezza. Forse qualcuna di troppo. Innanzitutto il giornalista dell’emittente Blustar TV, che hai citato e fatto passare come un “eroe-vittima”, in realtà non ha mai fatto un’inchiesta giornalistica sullo stabilimento siderurgico, bensì ha solo rivolto una domanda scomoda ad Emilio Riva al termine di un convegno, a confronto della quale,  credimi, le domande fatte ai malcapitati dagli inviati di Striscia la Notizia e Le Iene nei loro servizi,  potrebbero tranquillamente concorrere ed aspirare a vincere il “Premio Pulitzer  E poi, caro Travaglio, quella televisione cioè Blustar TV, che sta per chiudere,  la pubblicità dall’ ILVA la incassava anche lei ! Le domande “scomode” di quel giornalista a Riva sono arrivate solo, guarda caso…. quando i rubinetti della pubblicità si erano chiusi da tempo !

Hai paragonato ingiustamente ed erroneamente l’attuale  Sindaco di Taranto Ippazio Stefàno ai suoi predecessori Giancarlo Cito  e Rossana Di Bello, senza sapere che a differenza dei degli altri due, l’attuale primo cittadino di Taranto, al suo secondo mandato consecutivo, è stato eletto con i voti di una sua lista civica, senza della quale il centrosinistra non avrebbe mai governato la città di Taranto, sindaco che gestisce ed amministra la città in “dissesto economico” finanziario da circa 8 anni, dopo quanto ha ricevuto in “eredità”…dal precedente sindaco di Forza Italia Di Bello. Hai ha detto erroneamente che il dissesto di Taranto ammontava a 900mila euro, dimenticando qualche “zero”…. Magari fossero stati solo così pochi ! In realtà il “buco” era di 900 milioni di euro!

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nella foto da sinistra,  Ippazio Stefano, Sindaco di Taranto

Se ti avessero informato e documentato meglio, caro Travaglio, invece di ironizzare sulla pistola alla cinta del Sindaco, avresti appreso delle pesanti minacce ricevute dal primo cittadino di Taranto, persino nel suo studio a Palazzo di Città, ad opera di appartenenti alla criminalità organizzata, la quale grazie a dei consiglieri comunali collusi silenziosamente si era infiltrata anche all’interno dell’amministrazione comunale ( mi riferisco all’ “operazione Alias” della DDA di Lecce). Paragonandolo al tuo amico ed ex pm Ingroia che se ne andava girando in lungo e largo per l’ Italia con la “scorta” di Stato, almeno il sindaco di Taranto non è costato nulla al contribuente, e la sua pistola è rimasta sempre al suo posto.

CdG armando-spataro

nella foto il Procuratore capo di Torino Armando Spataro

Caro Travaglio ti anticipo subito un possibile dubbio. Non sono un elettore, simpatizzante o apostolo, nè tantomeno amico o parente dell’attuale Sindaco di Taranto, ma sull’ onestà di Ippazio Stefàno non sono il solo a sostenerla. Ti informo che oltre al sottoscritto c’è “qualcuno” come il Procuratore capo della repubblica di Torino, Armando Spataro (tarantino) che dovresti ben conoscere, il quale essendo persona seria, coerente ed attendibile, sono sicuro sarà pronto a ripetere quello che disse al sottoscritto: “Sull’onestà di Ippazio Stefàno sono pronto a mettere la mano sul fuoco“.

CdG furnari

nella foto Alessandro Furnari

Non ti ho sentito dire neanche una sola parola sui tuoi “amici” “grillini”, che difendi spesso e volentieri in televisione e nei tuoi articoli. Se ti fossi informato bene, avresti scoperto che i due “cittadini” eletti in Parlamento a Taranto del M5S,  sono stati i primi dopo qualche mese dalla loro elezione ad abbandonare il movimento di Grillo e Casaleggio. Rinunciare allo stipendio “pieno” da parlamentare  è cosa dura ed ardua. Sopratutto per uno come Alessandro Furnari (ex disoccupato)  ed una come l’ ex-cittadina-pentastellata-deputata Vincenza Labriola la quale,  due anni prima si era candidata alle elezioni comunali per il M5S, ricevendo dal “popolo grillino” e dai cittadini di Taranto un grande…consenso: la bellezza di 1 voto. Forse il suo ! Per avere traccia della loro attività parlamentare, e conoscere il loro impegno per Taranto, credo che sia consigliabile alla nostra brava collega Federica Sciarelli conduttrice di “Chi l’ha visto“. Chissà se ci riesce …

cdG Labriola

Hai raccontato di intercettazioni, avvenute realmente,  fra gli uomini dell’ ILVA e la stessa famiglia Riva, che si intrattenevano telefonicamente con non pochi politici pugliesi, da destra a sinistra, compreso il neo (ma già ex) deputato Ludovico Vico. Hai accusato il Pd di averlo fatto rientrare in Parlamento. Peccato che  (purtroppo) gli spettasse di diritto in quanto primo dei non eletti nel collegio jonico-salentino alle ultime elezioni politiche. O forse bisognava fare una “legge ad personam” per impedirglielo ?  Tutta roba vecchia, riciclata, caro Travaglio, non hai rivelato nulla di nuovo rispetto a quanto già pubblicato (con audio) dai colleghi del quotidiano La Repubblica, e che noi umili cronisti di provincia del Corriere del Giorno , abbiamo approfondito con l’ulteriore pubblicazione integrale online delle intercettazioni più salienti.

Eppure tutto questo, il vostro giovane collaboratore locale Francesco Casula poteva raccontartelo….ma forse era troppo impegnato nelle sue conversazioni nell’ufficio dove lavora a Taranto,  e cioè un centro di formazione professionale riconosciuto dalla Regione Puglia (dove viene retribuito quindi con soldi pubblici) in cui il giovane collega lavora insieme alla figlia dell’ex-presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido (PD – area CISL) un politico arrestato a suo tempo anch’egli  per l’ inchiesta”Ambiente Svenduto“… Chissà !!! ???

Franco Sebastio

nella foto il Procuratore capo di Taranto Franco Sebastio

Hai citato il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio ed i suoi magistrati, come se fossero stato  loro gli artefici  con una propria azione  “autonoma” a far decollare l’ inchiesta giudiziaria sull’ ILVA. Ed anche in questo caso… in realtà non è andata proprio così perchè l’inchiesta “Ambiente Svenduto” è nata grazie a degli esposti e denunce di associazioni ambientaliste tarantine, e proprio del sindaco Ippazio Stefàno, esposti e denunce che non potevano essere dimenticate nei cassetti, come invece accade tuttora per molti altri casi.

Hai dimenticato caro Travaglio di ricordare che a Taranto un pubblico ministero è stato arrestato e condannato a 15 anni …., e ti è sfuggito  che un giudice del Tribunale civile di Taranto è stato arrestato anch’egli mentre intascava una “mazzetta”. Se vuoi gli atti , te li mando tutti.  Completi.

Hai dimenticato anche qualcos’altro….e cioè qualcosa che non poteva e non doveva sfuggire alla tua nota competenza in materia giudiziaria. Anche perchè il quotidiano che ora dirigi ne aveva parlato. La Procura di Taranto aveva realizzato (solo sulla carta)   uno dei sequestri più grossi della storia giudiziaria italiana, nei confronti della famiglia Riva, sotto indagine per disastro ambientale nell’ambito dell’inchiesta ILVA . Un decreto di sequestro per equivalente, firmato nel maggio scorso dal gip Patrizia Todisco su richiesta appunto della procura tarantina, che imponeva di mettere i sigilli a beni per 8,1 miliardi di euro senza peraltro mai trovarli ed identificarli ! Quindi un sequestro “fittizio” , rimasto solo sulla carta.

E guarda caso, proprio in merito a questo “strombazzato” grande sequestro…  la Corte di Cassazione ha stabilito che i beni posti sotto sequestro della holding Riva Fire, società proprietaria di ILVA spa, su richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore capo  Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani non andavano confiscati motivo per cui ha annullato senza rinvio il decreto di sequestro, che era stato confermato nel giugno 2014 anche dal Tribunale del riesame di Taranto. Il che vuol dire come  puoi ben capire da solo, che sui Riva a Palazzo di Giustizia di Taranto,  avevano “toppato” tutti ! In ordine: la Procura della republica, l’ufficio del GIP, ed il Tribunale del Riesame. Altro che complimenti…. !

CdG procura taranto

Per fortuna ci ha pensato la Procura di Milano (procedendo per reati di natura fiscale), grazie alla preziosa cooperazione che intercorre sui reati finanziari fra la Banca d’ Italia, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza che hanno scovato un rientro fittizio (cioè mai effettuato) dall’estero in Italia di capitali della famiglia Riva, operazione camuffata come “scudata” del valore di 1miliardo e 200 milioni di euro a cui stanno per aggiungersene altri 3-400 come ha annunciato in audizione al Senato il procuratore aggiunto milanese Francesco Greco, che sono in pratica i soldi che la gestione commissariale dell’ ILVA in amministrazione straordinaria ha richiesto ed ottenuto (ma non ancora sui conti bancari)  in utilizzo dal Gip del tribunale di Milano, previa tutta una serie di garanzie legali a posteriori, in quanto il contenzioso giudiziario fra Adriano Riva (il fratello e “patron” del Gruppo, Emilio è deceduto diversi mesi fa) e lo Stato non si ancora concluso, neanche in primo grado.

In compenso,  sei stato molto bravo a spiegare con chiarezza gli effetti reali e vergognosi (mi trovi d’accordo con te al 100%) dei vari “decreti Salva Ilva“. Permettimi di provocarti : a quando una bella inchiesta del Fatto Quotidiano su quello che accade dietro le quinte di Taranto, possibilmente coordinata dall’ottimo Marco Lillo per evitare cattive figure? Ci farebbe piacere non dover restare i soli dover scoperchiare i “tombini” di questa città, che per tua conoscenza è ILVA-dipendente a 360°.

Concludendo caro Travaglio, pur riconoscendoti delle innate capacità giornalistiche e narrative, e stimandoti personalmente, questa volta te lo confesso mi hai deluso. Hai dimenticato di farti qualche domanda molto importante come questa: “Come mai al “referendum sull’ inquinamento ambientale a Taranto hanno aderito e votato solo 20 mila tarantini ?  su circa 200mila elettori. Oppure  come questa:  Ma gli altri 180mila tarantini che non sono andati a votare al referendum, dov’erano ?” .

Eppure sarebbe stato facile chiederglielo. Ieri sera caro Travaglio, li avevi più o meno tutti di fronte al tuo palco ….

Domande serie, caro  collega Travaglio , non le fotocopie di “seconda mano” che ti hanno passato !