Anche il capo degli 007 andava da Palamara: ecco il “suk” di Mr. Wolf

di EMILIANO FITTIPALDI*

Squadernando le migliaia di chat di Luca Palamara, un fatto sembra chiaro anche al cronista più distratto: il gran visir di Unicost era (e per molti è ancora) uno degli uomini più potenti di Roma. Non solo perché signore indiscusso delle nomine della magistratura italiana, ma pure per essere fondamentale referente dei salotti buoni della Città eterna per questioni giudiziali di ogni tipo e forma. Come  già evidenziato dall’Espresso due giorni fa , la fila davanti allo “Sportello Palamara” è più lunga di quelle della posta all’ora di punta: politici, attori, sportivi, magistrati e – come vedremo – pure vertici dei servizi segreti aspettavano pazienti per un aiuto, un consiglio, una raccomandazione.

Palamara è un “facilitatore” dalla rubrica telefonica sterminata, un Mr Wolf infaticabile che risolve problemi H24. Con un modus operandi ben oliato, basato sul classico “do ut des” e sullo scambio di informazioni con il potente di turno. Una merce che nei suk dei palazzi romani ha, da sempre, altissimo valore aggiunto. Perché Luca sarà pure “er cazzaro“, come lo chiamano il suo amici e colleghi Giovanni Bombardieri e Massimo Forciniti, ma è fuor di dubbio che nel tempo sia diventato custode dei segreti di mezza città. E di un pezzo importante della classe dirigente del Paese. “Ora il suo regno è finito“, chiosano i nemici. È probabile. Ma il pm calabrese indagato a Perugia per una presunta corruzione di funzione in merito ai rapporti con Fabrizio Centofanti (a proposito: nelle chat non c’è traccia del lobbista) ha fatto favori importanti a così tante persone, che sa benissimo che in molti gli devono riconoscenza.

Alessandro Pansa, ex capo della Polizia di Stato ed ex direttore del Dis

SPIONI E ADOZIONI

Tra i messaggi su WhatsApp più sorprendenti depositati dalla procura umbra qualche settimana fa, ci sono certamente quelli di Alessandro Pansa, ex capo della Polizia di Stato e, dal 2016 al 2018, direttore del Dis, il Dipartimento di Palazzo Chigi che coordina le attività operative dei nostri servizi segreti. Pansa scrive a Palamara a partire dal 5 luglio 2017, chiedendo al pm – allora membro del Consiglio superiore della magistratura – informazioni su una pratica di adozione di un bambino bielorusso. Una pratica fatta da un’avvocatessa romana, un fascicolo a cui Pansa sembra tenere molto.

PANSA: «Puoi chiedere qualche informazione sulla vicenda adozione? Pare che si sia fermato l’iter…Mi riferisce l’interessato che al termine del colloquio la dottoressa le aveva detto che la documentazione era sufficiente è che anche la parte dei servizi sociali era definita».

PALAMARA: “Perfetto. Lo comunico subito

PANSA: «Grazie»

Passa qualche giorno, e il capo degli 007 manda informazioni più dettagliate sull’istanza. Spiega che «da un controllo effettuato in cancelleria e sul terminale la causa (Il numero di ruolo è….) è presso il giudice relatore, la Dottoressa Scribano, in attesa della camera di consiglio». L’ex poliziotto segnala poi il nome di chi ha fatto l’istanza per l’adozione di un bambino nato in Bielorussia, e termina il messaggio con un «Grazie infinite».

A settembre 2017, dopo qualche incontro vis à vis, colazione a tre con “Giovanni” «con caffè e cornetti con la crema», messaggi tranquillizzanti del direttore del Dis sulla scorta a cui Palamara tiene molto («per il momento hanno prorogato scorta fino al 30/9 e poi si riesaminerà situazione»), l’epilogo della pratica di adozione sembra positivo.

PANSA: «Estratto della sentenza è agli atti della commissione per le adozioni che ha accettato la domanda. Insomma tutto a posto. Grazie tantissimo da parte di tutta la famiglia».

PALAMARA: «Benissimo!!! Un abbraccio e a presto per festeggiare»

PANSA: «Certo».

l’ex-consigliere del CSM Luca Palamara

TUTTI IN FILA PER UN POSTO

Se Pansa bussa allo sportello Palamara per velocizzare la burocrazia per un’adozione, l’ex deputato Ignazio Abbrignani, vicinissimo a Denis Verdini, all’inizio del 2018 chiede invece a Palamara «riscontri in merito al documento che ti ho dato». Sentito al telefono, Abrignani ci racconta che ha conosciuto il pm al «Futbol Club dove lui si allenava». Non ricorda bene il documento, «mi pare fosse un parere su un atto civile che dovevo fare».

Se delle conversazioni e chat con politici come Luca Lotti, Cosimo Ferri, Nicola Zingaretti e Marco Minniti abbiamo già dato conto in passato, anche la lista dei magistrati di peso che chiedevano favori al re di Unicost è sterminato. Le chat pubblicate dai giornali nei giorni scorsi stanno terremotando non solo il Csm, ma anche l’Associazione nazionale magistrati, le correnti di sinistra (nemmeno sfiorate dalle intercettazioni pubblicate un anno fa, oggi anche loro protagoniste di mercanteggiamenti vari) e – grazie a chat inedite – pure i vertici dei più importanti uffici giudiziari italiani.

A Roma, per esempio, un gip importante come Gaspare Sturzo (finito in prima pagina qualche mese fa perché, a febbraio 2020, ha ordinato alla procura di Michele Prestipino nuove indagini su Tiziano Renzi e altri indagati del caso Consip, respingendo la richiesta di archiviazione degli inquirenti coordinati da Paolo Ielo) sembra in rapporti strettissimi con Palamara. A luglio 2018 Sturzo domanda al potente collega «qualche notizia sulla mia nomina a sostituto procuratore in Cassazione». Poi, dopo due ore, spiega perché sarebbe proprio lui il miglior candidato possibile.

STURZO: «Luca: io ho la settima valutazione altri non mi pare. Ho anche i titoli pubblicati e poi Dda Palermo con pentimento Siino e gestione del processo mafia e appalti. Poi ho coordinato le indagini per cattura Provenzano. Con la catturandi ho preso Benedetto Spera, al tempo nr. 2 dopo Provenzano. Ho fatto parte dell’alto commissario anti corruzione, ufficio legislativo presidenza del Consiglio e gabinetto del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Dei procedimenti Romani quale GIP E GUP non occorre parlarne perché dovrebbero essere noti al CSM PER LA RILEVANZA. Ti voglio solo dire che De Lucia che era con me a Palermo nei procedimenti citati (ma le carte le facevo io) è procuratore della repubblica di Messina. (Mio stesso concorso). Altro collega coassegnatario era Michele Prestipino. Tuo Gaspare»

Il tentativo di spostarsi in Cassazione non riuscirà. I rapporti tra i due rimangono comunque ottimi. Tanto che il 29 maggio 2019, quando Repubblica dà conto dell’iscrizione del registro degli indagati di Palamara a Perugia per corruzione (fascicolo girato dal “pool” di Ielo in Umbria per competenza) scrive un messaggio di stima:

STURZO: «Luca mi dispiace, ti sono vicino e certo ne uscirai a testa alta».

PALAMARA: «Caro Gaspare. È una guerra»

TRA CORRENTIE DOSSIERAGGI

Anche un procuratore capo come Giuseppe Creazzo, diventato celebre dopo le inchieste della procura di Firenze sugli affari dei genitori di Matteo Renzi e sulla Fondazione Open e l’anno scorso in pole per il dopo Pignatone, telefona a Palamara in caso di necessità. «Creazzo ha scritto su WhatzApp a Palamara solo per le necessità che riguardavano il funzionamento del suo ufficio», chiariscono all’Espresso fonti di Viale Guidoni. Vero.

Le richieste di velocizzare l’arrivo di un aggiunto appaiono infatti comprensibiliCarissimo Luca, come sai sono rimasto con un solo aggiunto su tre, la situazione è difficile davvero, ti prego di considerare l’opportunità di deliberare presto sul posto messo a concorso fin da marzo 17. Grazie, un abbraccio»), come pure l’ansia sulla calendarizzazione di alcune nomine come quella dei pm Sandro Cutrignelli e Gabriele MazzottaCarissimo Luca scusa se ti disturbo ancora ma qui la sofferenza è grande. Puoi dirmi quando va al plenum la nomina di Mazzotta? Grazie», scrive Creazzo il 19 marzo 2018, chiudendo il giorno dopo con un «Grande !!! Grato»).

Di diverso tenore, invece, i messaggi che riguardano altri uffici giudiziari. E quelli sulla promozione di colleghi di Unicost, corrente a cui appartiene anche Creazzo. Il 29 marzo 2018 in chat si legge:

CREAZZO: «Grazie per Reggio Calabria. Sono davvero contento. Buona Pasqua».

PALAMARA: «Sono contento Peppe spero che Tommasina (il magistrato Cotroneo, ndr) e Giovanni (il pm Bombardieri, ndr) si possa dare un bel segnale al territorio. Un abbraccio

CREAZZO: «Avevamo bisogno di uno come Giovanni, serio equilibrato e capace».

Per inciso, sempre il 29 marzo, la mattina del voto su Giovanni Bombardieri, Palamara si preoccupa già di organizzargli il suo “debutto in società” («Il 20 aprile a San Luca farai la prima uscita come procuratore di Reggio Calabria a San Luca. Con me, Cafiero e il capo della polizia»; giratogli la notizia della nomina, Bombardieri risponde con un «Grande Palamara!»). Mentre le chat tra il magistrato e Tommasina Cotroneo, diventata presidente della sezione penale del Tribunale di Reggio Calabria, rischiano di imbarazzare la magistratura calabrese. La Cotroneo parla infatti malissimo di altri colleghi. Come la rivale Tassone, su cui Palamara chiede informazioni di familiari.

COTRONEO: «E poi devo dirti a questo punto delle cose sulla Tassone visto che si deve giocare con le loro carte. È una persona pericolosa e senza nessuna sensibilità istituzionale con un padre pieno di reati fiscali ed una impossibilità di vedere un suo bene in esecuzione immobiliare a Vibo per le pressioni che evidentemente esercita. Lei peraltro a seguito di una causa civile che la vedeva parte soccombente rispetto ad un vicino di casa ha mandato al giudice civile che aveva la causa una foto wapp con le immagini del suo appartamento e sotto scritto ‘senza parole’ stigmatizzando così la decisione di quel giudice. Quest’ultimo ha raccontato tutto a Gerardis che non gli ha detto di relazionare altrimenti a quest’ora la signorina Tassone sarebbe stata sotto procedimento disciplinare. Fagliele sapere queste cose al suo mentore. Non l’hanno mai voluta la Tassone perché conosciuta da tutti come pericolosa per i suoi tratti caratteriali»

PALAMARA: «Sui reati fiscali del padre mi dai qualche elemento in più? Cosa fa il padre

COTRONEO: «Non so di preciso. È un personaggio oscuro. Lei non parla mai del padre. Non pervenuto . Qualcosa mi aveva detto la grasso e sulla esecuzione immobiliare dicono in corte. Sarebbe un presidente di sezione pericolosissimo».

Torniamo a Creazzo. Perché il giorno dopo la promozione di Bombardieri, il 30 marzo, un suo messaggio chiarisce bene l’importanza delle correnti per le carriere dei magistrati:

CREAZZO: «Carissimo Luca oggi ho incontrato Cosimo Ferri che mi ha espressamente chiesto chi preferisco per il terzo aggiunto fra i due di MI. Se la scelta si riduce a questa ristrettissima rosa secondo me Dominijanni è meglio per profilo e attitudini e per la circostanza, che ritengo ancor più decisiva, che non appartiene già a questo ufficio al contrario dell’altro e dunque porterebbe un rinnovamento, cosa sempre positiva. Questo è il mio pensiero, per quel che vale, nell’ovvio rispetto di ogni decisione che verrete a prendere. Ciao».

Giancarlo Dominjanni è dunque il prescelto da Ferri. Che però, oltre a essere grande sodale di Palamara e “boss” di Magistratura indipendente, tre mesi prima era stato eletto deputato alla Camera dei deputati nelle file del Pd. La Suburra della magistratura nazionale prevede – nonostante conflitti d’interesse evidenti tra i poteri dello Stato – che un procuratore capo come Creazzo debba discutere con un politico dei curriculum dei candidati al suo ufficio. Che, almeno in teoria, dovrebbero essere scelti dal Csm solo per puri meriti professionali.

Un altra chat, quella tra Palamara e il fratello di Dominijanni Gerardo (anche lui magistrato) chiude il cerchio:

GERARDO DOMINIIJANNI: «Ciao Luca state trattando in Quinta Commissione aggiunto a Firenze dove MI porta mio fratello Giancarlo. Area (altra corrente di sinistra, ndr) porta Tescaroli o Pesce. Sinceramente che possibilità ha mio fratello?

PALAMARA: «Grande Gerry, secondo me buone. Dobbiamo però trovare giuste convergenze ci aggiorniamo in serata un abbraccio».

Per la cronaca, la partita il 28 luglio 2018 la vincerà Luca Tescaroli, mentre Giancarlo Dominijanni è ancora sostituto a Pisa.

*inchiesta tratta dal settimanale L’ESPRESSO




Il governo sceglie due generali della Guardia di Finanza ai vertici dei servizi segreti: Gennaro Vecchione al Dis, Luciano Carta all’Aise

il Gen. Gennaro Vecchione

ROMA – Si è conclusa questa sera la riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza della Repubblica (Cisr) nel corso della quale Dopo una prolungata gestazione ed una serie di rinvii, il Governo gialloverde a quasi sei mesi dal proprio insediamento a Palazzo Chigi ha nominato i nuovi vertici dei servizi segreti. Alla guida del Dis, l’organismo che supervisiona le attività delle agenzie di intelligence, è stato nominato il Generale Gennaro Vecchione , attualmente al vertice della Scuola di Specializzazione delle forze di polizia mentre il Generale Luciano Carta è stato scelto al vertice dell’Aise, il servizio segreto che si occupa di attività all’estero.

Entrambi  ufficiali provenienti dal corpo della Guardia di Finanza. Il Generale Carta era già numero due dell’Aise da un paio di anni anni. Una decisione anomala rispetto ai consolidati del settore, che prevedevano come sinora accaduto in passato un bilanciamento nelle nomine tra le varie forze di polizia ed i corpi militari. Una decisione questa che potrebbe anche diventare una svolta, con un conseguente potenziamento dell’attività di “intelligence” economica-finanziaria: una questione discussa da anni e resa impellente dagli sviluppi più recenti.

Quando il destino di un Paese è sempre più legato ai mercati finanziari internazionali, ed in particolare sul fronte della cybersecurity a seguito della necessità di proteggere aziende e reti da sempre più penetranti operazioni di spionaggio evoluto .

Il Generale Mario Parente

Con la conferma decisa nel giugno scorso all’Aisi del Generale Mario Parente, ex comandante del Ros dei Carabinieri, oggi per la prima volta i vertici dei servizi segreti risultano “blindati”.

Delle decisioni discusse tra i due alleati di Governo discusse sino all’ultimo momento, con la partecipazione “esterna” ma influente del Quirinale su delle questioni così delicate per il Paese . La riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza infatti è stato rinviata dalle 17 del pomeriggio alle ore 22 di ieri sera, in conseguenza della volontà di decidere i cambi espressa in mattinata durante la sua audizione al Copasir dal vicepresidente e ministro dell’interno Matteo Salvini in cui ha detto: “Oggi c’è unariunione ad hoc del Cisr e conto che si chiudano tutte le partite aperte. Vediamo cosa ci propone il premier

Il presidente del Consiglio e i ministri componenti del Comitato hanno espresso, all’unanimità, il grato pensiero ai direttori uscenti – Alessandro Pansa e Alberto Manenti (il cui mandato era stato allungato di un anno lo scorso 7 marzo, tre giorni dopo le elezioni dal Governo uscente guidato da Paolo Gentiloni)  che hanno ricoperto i loro rispettivi incarichi con piena dedizione professionale e con elevato spirito di servizio, garantendo, attraverso un’ampia efficacia operativa, la sicurezza nazionale.




“ Così il metodo Falcone ha rivoluzionato la lotta alla mafia”

di Attilio Bolzoni

Hanno lavorato con lui, fianco a fianco fin da quando ha iniziato ad ideare quel capolavoro d’ingegneria giudiziaria che è stato il maxi processo a Cosa Nostra. Con loro ce n’erano altri che non ci sono più — come Rocco Chinnici e i poliziotti Beppe Montana e Ninni Cassarà, o come Antonino Caponnetto e Antonio Manganelli — ma quelli che ritroverete qui lo possono raccontare ancora oggi.
L’hanno incontrato tutti nel piccolo bunker del Palazzo di Giustizia di Palermo, hanno visto nascere sulla sua scrivania le prime e più rilevanti indagini antimafia, hanno accompagnato per almeno un decennio la straordinaria avventura di un magistrato italiano. Dopo le celebrazioni fastose del venticinquesimo anniversario del 2017 per commemorare le vittime di Capaci e di via D’Amelio, un anno dopo ricordiamo Giovanni Falcone attraverso voci che portano memoria diretta del giudice, del suo talento investigativo, della sua passione civile, della forza delle sue idee e — per riprendere le parole di Giuseppe D’Avanzo — dell’«eccentricità rivoluzionaria del suo riformismo».
Da domani il blog Mafie su Repubblica.it, ogni giorno per quasi due settimane, descriverà quello che tutti indicano come il “metodo Falcone”. Fuori dalla retorica e fuori da quell’enfasi che ha snervato e a volte anche sfregiato la figura di quello che è stato un “italiano fuori posto in Italia” , queste sono testimonianze che ci ripropongono il Giovanni Falcone magistrato e la sua sapienza giuridica. Cosa era quello che poi è stato definito il suo “metodo”? Come è cambiata — grazie a lui — la storia della lotta alla mafia nonostante le umiliazioni subite da vivo e anche da morto?
Ce lo spiegano una dozzina di personaggi, tutti rappresentanti delle istituzioni che nelle fasi più significative della sua esistenza gli sono stati molto vicini. Giudici, poliziotti, carabinieri, finanzieri, impiegati civili del ministero della Giustizia. Alcuni ci hanno offerto un contributo inedito. Ciascuno di loro ha raccontato un “pezzo” di una vicenda siciliana iniziata nei primi mesi del 1980 e in parte chiusa con le stragi del ’92. Nel piccolo bunker hanno avuto anche origine i reparti speciali investigativi come lo Sco della Polizia con Gianni De Gennaro e il Gico della Finanza. E anche il Ros dei Carabinieri.
Proprio dalla visione ampia degli scenari mafiosi che aveva quel giudice e dalla necessità di oltrepassare con le indagini i confini provinciali, Falcone ha avuto l’idea di creare gruppi super specializzati che avessero libertà di manovra su tutto il territorio nazionale. Suo interlocutore principale nell’Arma era il capitano Mario Parente, che poi del Raggruppamento Operativo Speciale ne è diventato il comandante. Una stanza di Tribunale che è stato un “laboratorio” della lotta alla mafia e che ha formato funzionari dello Stato che hanno dato grande prova di sé nei decenni successivi.
Tra gli autori di queste testimonianze i magistrati del pool (Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli), l’ex presidente del Senato Pietro Grasso che il maxi processo l’ha “visto” come giudice a latere della Corte di Assise, Giuseppe Ayala che ha sostenuto l’accusa. E il capitano della Guardia di Finanza Ignazio Gibilaro, oggi comandante delle Fiamme Gialle in Sicilia, l’ufficiale dei Carabinieri Angiolo Pellegrini che insieme a Ninni Cassarà e Beppe Montana firmò il rapporto “Michele Greco+161” che diede origine al maxi processo, il giovane funzionario della Criminalpol Alessandro Pansa che diventerà il capo della polizia. C’è anche la preziosa testimonianza di Guglielmo Incalza, il dirigente dell’“Investigativa” della Squadra Mobile di Palermo, il primo poliziotto che ha collaborato con Falcone nell’indagine sugli Spatola e gli Inzerillo.
Un articolo è firmato da Vincenzina Massa, giudice palermitana che ha iniziato la sua carriera come uditore proprio nella stanza di Falcone. Un altro ricordo è di Giovanni Paparcuri, il fidato collaboratore informatico del giudice che ha voluto un museo in onore di Falcone e Borsellino nei locali dove i due lavoravano.



Il prefetto Franco Gabrielli riconfermato Capo della Polizia di Stato

ROMA –  Il Consiglio dei ministri nella riunione di oggi a Palazzo Chigi ha deciso che il mandato del capo della Polizia Franco Gabrielli non scadrà a conclusione del biennio stabilito per le nomine di vertice dal Governo Renzi. Ma in realtà si tratta di una importante conferma e quindi non di una proroga nell’incarico.

Prefetto Alessandro Pansa

Decisa anche la conferma  un ulteriore anno di incarico per  i vertici dei “Servizi”:  confermati il prefetto Alessandro Pansa, a capo del Dis (il coordinamento dei servizi segreti italiani) , e per Alberto Manenti alla direzione dell’Aise (il servizio segreti per l’estero) dopo la precedente  proroga già stabilita due mesi fa con specifico decreto del presidente del Consiglio. Un provvedimento attuato anche sulla base del parere espresso dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

La scadenza della precedente nomina di Capo della Polizia prevista del 19 maggio, in assenza di un Governo, avrebbe rischiato di creare un “vuoto” per uno degli incarichi istituzionali più importanti, soprattutto in considerazione della situazione internazionale e della minaccia terroristica che continua a incombere. Il nuovo mandato per Gabrielli non avrà scadenza, ma  eventualmente, sarà soggetto di valutazione per il nuovo futuro Governo .

Lo scorso gennaio il Consiglio dei ministri aveva prorogato di un anno il mandato del comandante dei Carabinieri, Tullio Del Sette, che sarebbe scaduto 24 ore dopo, e gli incarichi del capo di Stato maggiore della Difesa, Claudio Graziano, e di quello dell’Esercito, Danilo Errico, i cui mandati sarebbero entrambi scaduti alla fine di febbraio.




I “misteri” della Corte di Cassazione: le sentenze sul G8 prima oscurate ed ora ripristinate

Di chi sarà quella manina anonima e sopratutto chi la manovra in  Cassazione dove un giorno decide di oscurare delle sentenze imbarazzanti e  qualche mese dopo, forse preoccupata del polverone sollevato da un’interrogazione parlamentare, l’ha reintegrata pubblicando i nomi dei condannati che all’improvviso sono apparsi sui documenti pubblici ?  L’incredibile vicenda sta causando non poca tensione negli ambienti giudiziari romani e nel Ministero di Giustizia.

Schermata 2016-07-08 alle 23.55.25A 15 anni da quel drammatico G8 del luglio 2001 una piccola breccia nel muro di omertà eretto dalle istituzioni permette di scoprire quale sanzione disciplinare sia stata comminata agli agenti e funzionari responsabili della macelleria messicana e delle false prove della scuola Diaz: 47 euro e 57 centesimi. Qualche centesimo in meno meno delle vecchie centomila lire ! L’equivalente di una giornata di lavoro decurtata di contributi ed altro. Anche se l’assistente capo Massimo Nucera (che  nel 2001 era semplice agente)  venne condannato a 3 anni e cinque mesi per “falso” e “lesioni” (queste ultime prescritte) a Natale del 2013 era stato condannato dal Consiglio provinciale di disciplina della polizia ad una sospensione dello stipendio di un mese.

Ma nel marzo del 2014 neppure un anno dopo  il suo ricorso venne accolto dall’allora Capo della Polizia in persona, il prefetto Alessandro Pansa diventato da pochi mesi il  capo dei servizi segreti italiani,  vedendosi ridotta la sanzione da 30 giorni a un solo giorno ! Nella sentenza “sterilizzate” e firmata da Pansa, Nucera venne ritenuto responsabile di un “comportamento non conforme al decoro delle funzioni… dimostrando di non aver operato con senso di responsabilità…“. L’equivalente di buffetto per aver partecipato a quegli eventi che i giudici di Appello e Cassazione  hanno così descritto “L’enormità di tali fatti, che hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero“.

nella foto il dirigente della PS Lorenzo Suraci

nella foto il dirigente della Polizia Lorenzo Suraci

La vicenda Nucera è ancora una volta l’esempio di una parte dello Stato che vuole nascondere la verità. Infatti, quando Nucera viene giudicato dal Consiglio di disciplina presieduto dal dirigente Lorenzo Suraci all’epoca vice questore vicario della Questura di Roma ( il 1° gennaio 2014 è stato promosso Dirigente Superiore ed attuale Questore di Viterbo ) nel curriculum del “celerino” non c’è soltanto la condanna definitiva per i fatti genovesi del luglio 2001 relativa anche alla “bufala” della dichiarata (ma inesistente) coltellata ricevuta da parte di un occupante della Diaz . Nucera consegnò il proprio giubbotto strappato ma le indagini dei Carabinieri accertarono e svelarono che in realtà si era auto inferto la coltellata.

L’ attitudine alla menzogna. Quattro anni dopo, cioè nel 2005, a Teramo, e sempre indossando al divisa del VII Reparto Mobile di Roma, il “celerino” Nucera finisce di nuovo nei guai. Due celerini picchiano un tifoso della squadra di basket locale e questa volta  Nucera viene accusato di aver coperto i colleghi raccontando, ancora una volta, tanto per cambiare delle menzogne. E viene condannato ad un anno e quattro mesi per “falsa testimonianza” . Ma  la prescrizione  lo salva nuovamente in Appello.

Prefetto Alessandro Pansa

nella foto il Prefetto Alessandro Pansa

Lo Stato contro lo Stato. Fu proprio lo stesso prefetto Alessandro Pansa, un anno dopo, nel giugno 2015, a denunciare al Consiglio Superiore della Magistratura il pm del “processo Diaz”, Enrico Zucca, il quale in un dibattito avvenuto durante la manifestazione “Repubblica delle Idee” organizzata dal quotidiano LA REPUBBLICA aveva ricordato alcuni passaggi della durissima sentenza con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Italia per i fatti della Diaz in merito all’assenza di leggi e norme finalizzate a punire la tortura e i torturatori.

Le sentenze “sbianchettate”  e successivamente ripristinate sono quelle della scuola Diaz e della prigione di Bolzaneto che condannavano definitivamente nel 2012  (come responsabilità civile chi aveva goduto della prescrizione) alti funzionari della Polizia di Stato, agenti della penitenziaria e anche diversi medici per le violenze ripetute, i falsi, gli abusi e le umiliazioni sistematiche nei confronti di centinaia di persone fermate, per altro rivelatesi in seguito tutte innocenti.

Pochi mesi dopo la pubblicazione sul registro pubblico online delle  sentenze della Corte di Cassazione, ed accessibile da chiunque, quelle del G8 di Genova risultavano senza i nomi dei condannati, che contenevano nomi illustri della Polizia come quelli di prima oscurate ed ora ripristinate, come Francesco Gratteri o Gilberto Caldarozzi,  rispettivamente responsabili dell’Antiterrorismo e dell’Antimafia, che erano i più stretti collaboratori  del capo della Polizia all’epoca prefetto Gianni De Gennaro, attualmente presidente della società pubblica Leonardo (ex-Finmeccanica).

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Ad accorgersi per primo di tale anomalia è un  magistrato di Cassazione Antonio Bevere  fondatore della rivista “Critica del diritto“. che nel numero di luglio segnala la vicenda accostandola a quella di altri misteri italiani come quelli relativi ai procedimenti giudiziari sul tentato golpe del “Piano Solo” degli anni ‘60. “Sembra che vi sia un disagio delle pubbliche istituzioni quando altre istituzioni vengono coinvolte in vicende gravi” dice Bevere che sarà a Genova venerdì prossimo al convegno del Ducale dedicato alla tortura , in cui per la prima volta un esponente del Governo incontrerà pubblicamente una vittima del G8.

il Senatore Luigi Manconi

 nella foto il Senatore Luigi Manconi

La vicenda delle sentenze oscurate suscitò prima la curiosità e poi l’interesse del senatore del Pd Luigi Manconi il quale, il 30 marzo, ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Andrea Orlando per sapere “se nei casi di specie la procedura di oscuramento sia stata richiesta dagli interessati o avviata d’ufficio; quali fossero i “motivi legittimi” eventualmente proposti dagli interessati sulla base dei quali è stata decisa l’anonimizzazione dei dati personali ovvero l’avvio della procedura per il loro oscuramento; quali fossero le necessità di tutela dei diritti o della dignità della persona sulla base delle quali essa è stata disposta d’ufficio“.

Il senatore Manconi sino ad oggi non ha ancora ricevuto alcuna risposta alla sua interrogazione che ha indotto qualcuno, dal Ministero di Giustizia di chiedere spiegazioni al “Palazzaccio” ove ha sede la Corte di Cassazione. All’improvviso quasi per incanto un paio di settimane fa, la sentenze sono ricomparse complete nella loro integrità. Ma anche questa volta c’è una stranezza. Si leggono i nomi dei condannati ma sono stati  cancellati a mano in maniera grossolana con un pennarello nero, i nominativi delle parti offese e dei testi di Polizia.

Cosa sarà accaduto? In attesa di una giustificazione ufficiale (sempre che non si sia trattato di un hacker….) l’oscuramento può essere stato deciso in autonomia da qualche dirigente della Suprema Corte di Cassazione o richiesto da qualche interessato. Ma all’ istanza  di cancellazione dei dati non corrisponde automaticamente una concessione se non in  particolari situazioni al momento assai rare.

Infatti sulla base del “Codice in materia di protezione dei dati personali” meglio noto come legge sulla Privacy, “l’interessato può chiedere per motivi legittimi…prima che sia definito il relativo grado di giudizio, che sia apposta… sull’originale della sentenza o del provvedimento un’annotazione volta a precludere, in caso di riproduzione della sentenza o provvedimento in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, l’indicazione delle generalità e di altri dati identificativi del medesimo interessato riportati sulla sentenza o provvedimento“.

A questo punto, per far luce sull’oscuramento, bisognerà aspettare i chiarimenti del ministro Orlando  al Senatore Manconi.




Da oggi Franco Gabrielli è il nuovo capo della Polizia di Stato

Il Prefetto Franco Gabrielli nato a Viareggio il 13 febbraio 1960, è da oggi 19 maggio 2016 il nuovo capo della Polizia di Stato. Subentra ad Alessandro Pansa, il cui mandato sarebbe scaduto il prossimo 9 giugno (giorno del 65° compleanno) e che recentemente è stato nominato capo del DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza a cui fanno capo tutti i “servizi segreti” italiani, cioè l’ AISI e l’ AISE . Gabrielli  arriva al vertice della Polizia di Stato a  55 anni , con almeno dieci  anni davanti a sè (fino al 65° anno) per restare a capo dei poliziotti italiani. Il “Capo” per antonomasia, come da sempre viene chiamato chi occupa quell’incarico.

 

 

Il suo primo giorno da capo della Polizia è iniziato con una cerimonia solenne all’Altare della Patria a Roma  dove, accompagnato dal suo predecessore prefetto Alessandro Pansa, il nuovo direttore generale della Pubblica Sicurezza, di fronte alle autorità civili e religiose ha passato in rassegna un reparto della Polizia di Stato e quindi ha deposto una corona d’alloro sul sacello che contiene le spoglie del milite ignoto. La cerimonia è stata accompagnata dalle note dell’Inno nazionale suonate dalla Banda Musicale della Polizia .

 

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Il sacrario della Polizia

L’assunzione dell’incarico formale, conferito dal Consiglio dei ministri il 29 aprile scorso, è quindi proseguita alla Scuola superiore di Polizia dove il nuovo capo della Polizia ed il capo uscente Pansa hanno deposto una corona d’alloro all’interno del Sacrario all’interno del Sacrario che ricorda i Caduti della Polizia di Stato, dove si è soffermato in raccoglimento.   La cerimonia è successivamente continuata nell’aula “Parisi” della Scuola dove, subito dopo il commiato del prefetto Pansa, davanti ai vertici del Dipartimento, il prefetto Gabrielli ha tenuto il suo primo discorso da “capo”.

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da sinistra il prefetto Pansa ed il nuovo “capo” della Polizia Gabrielli

 

Il 1° discorso di Gabrielli

Un discorso nel quale il prefetto Gabrielli ha ringraziato le persone che lo hanno aiutato nel suo percorso professionale: “Un grazie commosso ai miei Maestri, che non necessariamente sono stati i miei Superiori, soprattutto a quelli che oggi non sono più tra noi” ha ricordato il capo della Polizia. Il nuovo direttore generale della Pubblica Sicurezza si è soffermato sulle sfide del suo nuovo incarico ricordando che “la Polizia di Stato, al pari di tutta la Pubblica Amministrazione, sta per vivere una stagione di profonde trasformazioni e credo che il modo più corretto per affrontarle vada ricercato in un coraggioso processo di innovazione. Innovazione – ha continuato Gabrielli – intesa non come un’operazione di facciata, tanto appariscente quanto effimera, bensì come un percorso profondo e meditato di cambiamento che per incidere realmente deve trovare il convinto consenso e coinvolgimento di chi di quel cambiamento dovrà essere protagonista“.

In ricordo di Antonio Manganelli

Nella cerimonia del suo insediamento ufficiale Gabrielli ha rivolto un ringraziamento in particolare ad Antonio Manganelli, l’ ex capo della Polizia scomparso nel 2013 per un male incurabile “Indimenticabile fraterno amico, che per oltre 20 anni mi ha apprezzato, valorizzato e sempre tutelato nei momenti difficili”. Quindi il messaggio alle altre forze di polizia, “Le diverse giubbe – ha detto il nuovo “Capo” della Polizia – nel discorso pronunciato presso la Scuola Superiore di Polizia di via Guido Reni a Roma, alla presenza del Ministro dell’Interno Angelino Alfano – devono essere un arricchimento e non un motivo di contrapposizione”.

Gabrielli si è  quindi rivolto allo stesso ministro Alfano sottolineando come sia necessario un “percorso di profondo cambiamento” all’interno della Polizia di Stato. E agli agenti e ai funzionari di Polizia la promessa “spenderò ogni istante del mio mandato per rappresentarli adeguatamente stando davanti a loro in tutte le battaglie per riaffermare la loro dignità“.

Signore dammi la forza di cambiare le cose che possono essere cambiate – ha concluso  Gabrielli nel suo discorso di insediamento, ricordando una citazione di San Tommaso Moro martire – la pazienza per sopportare quelle che non possono essere cambiate ma soprattutto l’intelligenza di sapere riconoscere e distinguere le une dalle altre». Parole queste che non sono soltanto una citazione letteraria, ma contengono un  programma ben preciso per il suo mandato alla guida della Polizia di Stato, che, salvo fatti nuovi, si profila di lunga durata.

Al Prefetto Gabrielli, i più sinceri complimenti ed auguri di buon lavoro, dalla Direzione, redazione, collaboratori e lettori del Corriere del Giorno.

Il testo integrale in PDF del discorso del Capo della Polizia di Stato

PS discorso-insediamento-gabrielli




Accordo sicurezza informatica fra le banche italiane e la Polizia di Stato

di Marco Ginanneschi

 E’ stato siglato oggi a Roma l’accordo tra Polizia di Stato e ABI Associazione Bancaria Italiana nell’ottica di rafforzare gli strumenti per la prevenzione e il contrasto del crimine informatico nel settore dell’home banking e della monetica.

La convenzione, firmata dal Capo della Polizia Alessandro Pansa e dal Direttore Generale dell’ ABI Giovanni Sabatini ha per obiettivo l’adozione condivisa di procedure di intervento e di scambio di informazioni utili alla prevenzione e al contrasto degli attacchi informatici di matrice terroristica e criminale.

 CdG cybercrimeUn’attività che per la Polizia di Stato sarà svolta dal Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (C.N.A.I.P.I.C.) della Polizia Postale e delle ComunicazioniL’accordo viene stipulato in attuazione del decreto del Ministro dell’Interno del 9 gennaio del 2008, che ha individuato le infrastrutture critiche informatizzate di interesse nazionale, ovvero i sistemi ed i servizi informatici o telematici, gestiti da enti pubblici o società private, che governano i settori nevralgici per il funzionamento del Paese.

 Alla firma della convenzione erano presenti per il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, oltre al Capo della Polizia Prefetto Alessandro Pansa, Roberto Sgalla, Direttore Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni e per i Reparti Speciali della Polizia di Stato, Antonio Apruzzese, Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, per ABI erano presenti il Direttore Generale Giovanni Sabatini e Piefrancesco Gaggi, Presidente del Consorzio ABI Lab attivo sui temi di Cybersecurity.




Il calendario 2015 della Polizia di Stato a sostegno dell’ Unicef

Presso la Scuola Superiore di Polizia a Roma è  stato presentato  il calendario 2015 della Polizia di Stato realizzato con gli scatti di  Vittorio Storaro vincitore per tre volte del premio Oscar per la fototografia cinematografica.

E’ un calendario quello di Storaro che rompe la tradizione dei precedenti calendari della Polizia, con dodici scatti “d’autore” con i quali il “maestro” ha deciso di rappresentare il tema delle capacità che i poliziotti  mettono al servizio del cittadino quotidianamente.

Il prefetto Alessandro Pansa, attuale Capo della Polizia di Stato,  ha dichiarato: “L’idea alla base di questo Calendario 2015 è che la Polizia di Stato – attraverso il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini – esprime una gamma di qualità e di abilità che vanno ben al di là della sia pure indispensabile azione di prevenzione e perseguimento dei reati.

Oggi la Polizia di Stato possiede il know-how di un’azienda in grado di affrontare tutte le più complesse e sofisticate sfide della modernità, ma non dimentica la pratica delle più importanti virtù umane e civili. Questo è il mix interpretato da Storaro”.

Alcuni mesi fa, visitando una struttura della Polizia di Stato a Roma, Vittorio Storaro rimase colpito dalla persistenza di due elementi: la tradizione nell’architettura dei luoghi e negli elementi classici e simbolici e la modernità rappresentata dagli operatori di polizia che animano quegli ambienti, intenti nel perseguire e salvaguardare valori umani e sociali eterni e assoluti. La bellezza di questo connubio ispira l’artista alla realizzazione di una serie di scatti fotografici presso la Scuola Superiore di Polizia, che custodisce importanti opere del maestro Mario Ceroli, tra cui il Sacrario, Uffici di Polizia, caserme e luoghi in cui si estrinsecano le attività di Polizia. Arte ed abilità sono i concetti fondanti che Vittorio Storaro ha ricercato. Sono questi i temi che coesistono, si integrano sinergici ma restano comunque elementi ben definiti, colonne che sostengono immagini forti e suggestive.

Attraverso uno stile artistico classico e a lui congeniale, Storaro gioca con le trasparenze per mostrare il dettaglio, il particolare e il tutto, in un’unica immagine. Come un regista, dissolve le immagini e le sovrappone, usa la luce puntiforme per tagliare le ombre come una lama e disegnare sagome di donne e uomini della Polizia di Stato in ambientazioni fisiche e spirituali, reali e oniriche. Ogni colore, ogni frequenza della luce diventa il simbolo di uno stato d’animo, mentre le opere d’arte rappresentate manifestano  la persistenza della tradizione,  il legame con le proprie radici da riscoprire e coltivare.

Ne è nato un lavoro prezioso e fortemente intriso di valore che il Maestro decide di metterlo a disposizione della realizzazione del Calendario della Polizia di Stato del 2015 nel quale alle fotografiche vengono associate le parole delle singole abilità del Poliziotto, scelte dagli stessi poliziotti attraverso un forum aperto sul portale dell’Amministrazione.

L’intera opera troverà il suo momento espositivo dal 4 dicembre al 11 gennaio 2015 presso il polo museale dei Mercati traianei di Roma in concomitanza con la mostra “Le chiavi di Roma. La città di Augusto”. Durante tale periodo, oltre gli scatti realizzati con la Polizia di Stato, verranno esposte una serie di fotografie realizzate da Vittorio Storaro nel corso della propria vita professionale.

La vendita del calendario ha permesso di ricavare 110.000 euro che verranno devoluti al progetto Unicef  “Nutrizione per i bambini vittime dell’emergenza umanitaria nella Repubblica Centro Africana”. Salgono  a 1.998.000 di euro i ricavati delle vendite dei calendari della Polizia e devoluti ai progetti dell’ Unicef  nel corso degli ultimi anni.

* fotografia gentilmente concessa dall’ Ufficio Stampa del Dipartimento della Polizia di Stato




Operazione Alias. 52 arresti per mafia a Taranto

Dall’alba di questa mattina la Squadra Mobile di Taranto della Questura di Taranto diretta dott. Giuseppe Pititto,  sta conducendo una vasta operazione antimafia a Taranto denominata “Alias” , coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce che ha disposto l’arresto di 52 persone coinvolte a vario di titolo dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi. L’operazione, coinvolge dei presunti appartenenti a organizzazioni collegate ai clan D’Oronzo – De Vitis che vengono accusate di associazione mafiosa, traffico di droga, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi.

Schermata 2014-10-06 alle 11.58.55Tutto ha avuto inizio verso la fine dell’anno 2012 a seguito della scarcerazione, dopo oltre venti anni, dei due noti esponenti della malavita tarantina Orlando D’Oronzo e Nicola De Vitis, entrambi già condannati nel noto processo “Ellesponto” per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. Per gli inquirenti e le forze dell’ ordine  appariva forte difatti il rischio che gli stessi volessero ricostituire lo storico “clan” D’ORONZO-DE VITIS-RICCIARDI che, negli anni ’90, imperversò a Taranto, in piena alleanza con il boss Antonio Modeo detto  “il Messicano”, in contrapposizione con i tre fratelli Gianfranco, Riccardo e Claudio Modeo, dal cui scontro scaturì una guerra di malavita con oltre un centinaio di morti.

Orlando D’Oronzo e Nicola De Vitis, detti  “fratello grande” e “fratello piccolo“, tenuti in semi-libertà e soggiorno obbligato rispettivamente a Sassari e Verona, puntavano da tempo a tornare i padroni della città, come negli anni in cui si schierarono accanto ad Antonio Modeo nella sanguinosa guerra di mala contro i suoi fratelli. “Erano pronti a scatenare una nuova guerra – ha commentato il procuratore antimafia Cataldo Mottae desiderosi di vendicarsi di chi negli anni della reclusione gli ha voltato le spalle e non li ha aiutati sostenendo spese legali ed aiutando i familiari, così come vuole il codice mafioso“. Il clan aveva ripreso vecchi e nuovi collegamenti, aveva teste di ponte a Verona, mani nel racket delle estorsioni, nello spaccio di droga ed ampia disponibilità di armi. Le estorsioni venivano gestite nel “vecchio stile”, ma questa volta orientandosi a negozi ed imprenditori benestanti. Nel mirino negozi di lusso che non hanno mai denunciato, ma anche imprese di costruzioni ed amministratori pubblici come l’ex presidente dell ‘Amiu Gino Pucci, minacciato per ottenere l’assegnazione di un bar in un’area mercatale.

L’indagine ha preso il via da una lettera dell’avvocato Carlo Taormina alla Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato in cui il legale denunciava di aver ricevuto minacce telefoniche da Nicola De Vitis, un suo assistito nel processo per l’omicidio di Cosima Ceci, madre dei fratelli Modeo. “Il prestigio lo dobbiamo tenere noi qua” diceva al telefono D’Oronzo commentando la sua trattativa, poi fallita, per l’acquisto del noto ristorante Il Gambero. Il clan ricostituitosi “voleva rinnovare anche look ed atteggiamenti” ha spiegato il procuratore Motta, “la loro strategia è di allontanare l’indignazione sociale dalle attività, quasi che pagare il pizzo diventi un rischio di impresa da accettare in silenzio“. 
 

CdG confstampaLe indagini svolte hanno consentito di accertare l’effettiva ricostituzione del sodalizio criminoso D’Oronzo-De Vitis  che, hanno potuto contare rispettivamente,  su una nutrita schiera di alleati e complici sostanzialmente riconducibili a persone dei rispettivi nuclei familiari; nonché  per quanto riguarda il De Vitis,  un separato (solo logisticamente)  gruppo di pregiudicati  prevalentemente di origini pugliesi e siciliane,  residenti anche a Verona. E’ stato  accertato attraverso alcuni sequestri effettuati  la disponibilità del gruppo criminale di armi sia su Taranto  che su Verona.

Forte è stato l’interesse dimostrato dalla compagine delinquenziale nell’attività di traffico e spaccio degli stupefacenti, allacciando in particolare una serie di contatti ed affari con elementi malavitosi di origine calabrese, sarda e veronese. Accertate e  documentate dalle indagini della Polizia di Stato le attività messe in piede da parte del gruppo criminale di numerose estorsioni, effettuate in danno di imprese che operavano nel campo della edilizia stradale; che nei confronti di titolari di esercizi commerciali, cui i componenti del gruppo criminale si avvicinavano facendo valere la propria pericolosità mafiosa.

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L’accoppiata D’Oronzo-De Vitis ha costituito un essenziale punto di riferimento per i vertici delle compagini delinquenziali presenti su Taranto, sia quando intendevano avviare  alcune attività illecite richiedendo il “placet”  sia quando sorgevano particolari problematiche che potevano essere risolte solo grazie ad un intervento carismatico come quello dei due che avevano raggiunto una fratellanza criminale . L’alleanza malavitosa oltre a ricostituirsi, aveva scelto di operare con un profilo basso, senza episodi tali da allarmare le forze dell’ordine, come è stato spiegato dai dirigenti della Polizia di Stato “allontanare  l’indignazione sociale verso il fenomeno mafioso”.

L’ ordinanza di arresto è stata notificata questa mattina anche al pregiudicato Salvatore Scarcia, di Policoro (Matera), ritenuto responsabile nell’ambito dell’ inchiesta della detenzione di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, con il chiaro fine di venderla sul mercato della tossicodipendenza. Le ordinanze di arresto e carcerazione sono stati emessi dal gip Alcide Maritati del Tribunale di Lecce   su richiesta del pm Alessio Coccioli. 

Schermata 2014-10-06 alle 12.04.41Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile, hanno accertato che il gruppo criminale operava su Taranto con articolazioni a Reggio Calabria, Brindisi, Matera, Verona e Sassari. Attualmente solo due persone risultano irreperibili. Al momento è stato possibile soltanto sapere che fra gli arrestati dalla Squadra mobile di Taranto compare il nome di  Nicola De Vitis, noto pregiudicato tarantino già condannato con sentenza definitiva a 25 anni di carcere per l’omicidio di Cosima Ceci, la madre dei fratelli Claudio e Riccardo Modeo, il noto clan malavitoso che  a cavallo degli anni’80 e gli inizi del ’90 spadroneggiava nel malaffare a Taranto e provincia.  

La madre dei Modeo venne uccisa con cinque colpi di pistola, perchè avrebbe cercato di impedire ai due fratelli Giovanni e Salvatore Pascalicchio di vendere le cozze in una zona situata nei pressi della sua abitazione. Il De Vitis che attualmente si trovava  in regime di semilibertà dopo aver scontato 18 anni di carcere, in questa inchiesta viene accusato di essere stato  il mandante dell’omicidio di Tonino Santagato, avvenuto  in via Mazzini il 29 maggio del 2013 , per il quale erano già stati condannati con il rito abbreviato i fratelli  Pascalicchio a 30 anni di carcere .

POLITICA, AFFARI E MAFIA

Fabrizio Pomes

nella foto Fabrizio Pomes

Tra le persone arrestate nell’inchiesta che ha sgominato il ricostituito clan mafioso  D’Oronzo-De Vitis figura l’imprenditore-politicante Fabrizio Pomes, ex- gestore del Centro sportivo Magna Grecia ed ex segretario provinciale del Nuovo Psi, il quale dovrà rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Secondo le indagini ed accertamenti degli investigatori, il Pomes sarebbe stato un fiancheggiatore dell’organizzazione capeggiata dal boss Orlando D’Oronzo, creando per la gestione della struttura comunale cooperative di cui guarda caso facevano parte anche due pregiudicati condannati per associazione mafiosa. La gara d’appalto venne bloccata e trasformata in proroga del servizio. Ma adesso qualcuno dovrà spiegare queste connivenze. La formula giuridica scelta della Cooperativa non era casuale. Infatti i soci delle Cooperative possono essere verificabili solo presentando il libro soci. Non a caso Il procuratore di Lecce, dr. Cataldo Motta, nel commentare ed illustrare i dettagli dell’inchiesta, ha censurato anche il comportamento del Comune di Taranto che ha consentito la gestione alla cooperativa riferita a Pomes, non procedendo ai dovuti accertamenti e nonostante “episodi di morosità”.

Schermata 2014-10-06 alle 17.37.54Sarà divertente adesso vedere dove andranno a nascondersi quei giornali, giornaletti.  giornalisti e pennivendolo, che protestavano per il cambio di gestione al Centro sportivo Magna Grecia  deciso dal Comune di Taranto, che decise di mettere all’asta la concessione per la gestione della struttura pubblica sportiva Il Pomes era considerato negli ambienti politici locali molto vicino ai consiglieri comunali Filippo Illiano e Cosimo Gigante (quest’ultimo eletto nelle liste del PSIi quali sono entrambi estranei all’inchiesta giudiziaria in corso.

AGGIORNAMENTO Questa sera alle 20:45 siamo stati contattati  telefonicamente dall’ Assessore allo sport del Comune di Taranto, Francesco Cosa che è un dipendente della Polizia di Stato , ex-sindacalista ( S.I.L.P. per la CGIL) eletto nella lista civica SDS  emanazione del sindaco Ippazio Stefàno. Dobbiamo dargli atto che è assessore alo Sport soltanto da due mesi  e quindi ogni precedente responsabilità è da addebitare ai suoi predecessori sia di questa giunta che di quella che l’ha preceduta. L’ assessore Cosa ci ha manifestato la sua disponibilità e trasparenza legale che gli fa onore personalmente ed anche per la divisa di poliziotto che ancora indossa (è in servizio al Commissariato di P.S. di Martina Franca n.d.r.)  e quindi presto riceveremo le documentazioni amministrative inerenti alla vicenda del circolo sportivo Magna Grecia che essendo una struttura pubblica comunale, è assolutamente diritto conoscere, sia per i cittadini e contribuenti della città di Taranto che dei giornalisti (quelli che vanno a fondo nelle notizie) .

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Assolutamente inutile e tempo perso,  invece, riuscire a parlare con il Sindaco Ippazio Stefàno che è fuori Taranto e tantomeno con il “fantomatico” ufficio stampa dell’ amministrazione comunale che viene svolta, da un addetto che non è neanche iscritto all’ Ordine dei Giornalisti, in violazione quindi delle norme previste dalla  Legge 150/2000 (con il regolamento-dpr 422/2001) . L’articolo 9 della legge 7 giugno 2000 n. 150 (Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni)  inquadra sul piano normativa l’Ufficio stampa e prevede che “le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, possono dotarsi, anche in forma associata, di un ufficio stampa, la cui attività è in via prioritaria indirizzata ai mezzi di informazione di massa. Gli uffici stampa sono costituiti da personale iscritto all’albo nazionale dei giornalisti. Tale dotazione di personale è costituita da dipendenti delle amministrazioni pubbliche, anche in posizione di comando o fuori ruolo, o da personale estraneo alla pubblica amministrazione in possesso dei titoli individuati dal regolamento di cui all’articolo 5, utilizzato con le modalità di cui all’articolo 7, comma 6, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni (1), nei limiti delle risorse disponibili nei bilanci di ciascuna amministrazione per le medesime finalità“. Ma tutto ciò a Taranto non viene rispettato….. quindi come meravigliarsi del silenzio ed indifferenza del  Comune di Taranto alle accuse dell’ Antimafia

I COMMERCIANTI TAGLIEGGIATI

 

CdG LordIl clan D’Oronzo-De Vitis era anche molto attivo nel campo delle estorsioni e aveva preso di mira grosse attività commerciali come il negozio ‘Lord’  in via Di Palma, ed il centro ‘Ferramenta Perrone” sulla strada per S. Giorgio Jonico. Gli inquirenti hanno accennato anche all’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di una impresa del Nord che aveva chiesto consiglio ed informazioni  ( “Chi comanda a Taranto ?”  ) ad un legale per identificare le persone a cui poter affidare il servizio di sorveglianza (assegnato poi a persone “vicine” al clan mafioso), venendo intercettati  e peraltro ricevendo inizialmente un’ informazione sicuramente poco affidabile. Il Procuratore della Dda di Lecce dr. Cataldo Motta nella sua conferenza stampa odierna, ha fatto notare che i commercianti taglieggiati non avevano riferito nulla alle forze dell’ordine, e la cosa più grave, aggiungiamo noi, è che il titolare dei negozi Lord, è anche il rappresentante di settore  all’ interno di Confcommercio Taranto.

 

I COMPLIMENTI DEL CAPO DELLA POLIZIA

 

Alessandro Pansa capo della Polizia

nella foto il prefetto Alessandro Pansa capo della Polizia di Stato

Per l’esecuzione delle ordinanze sono stati impiegati oltre 250 uomini tra personale della Polizia di Stato della Questura di Taranto e delle Questure di Verona, Bergamo, Sassari, Matera, Bari, Lecce, Brindisi, Foggia, Napoli e Reggio Calabria. Sono intervenuti anche 24 equipaggi del Reparto Prevenzione Crimine Puglia, due unità cinofile antidroga della Questura di Bari ed un elicottero del Reparto Volo di Bari.

CdG procu Motta DDA LecceIl Capo della Polizia, Prefetto Alessandro Pansa, ha telefonato questa mattina al Questore di Taranto Enzo Giuseppe Mangini per esprimere la propria soddisfazione e complimentarsi sopratutto con il personale della Polizia di Stato impegnato nell’attività investigativa che ha condotto la brillante esecuzione, ed ha telefonato e ringraziato  personalmente anche il Procuratore della Dda di Lecce dr. Cataldo Motta.

Questi tutti i nomi delle persone arrestate oggi:

 

 

CdG arrestati PS Alias

APPESO Cosimo nato a Taranto di anni 41;

BIANCHI Egidio nato a Taranto di anni 44;

BONSIGNORE Calogero nato a Taranto di anni 52;

BRUNETTI Raffaele detto “Gigetto” nato  a Taranto di anni 62;

BUZZACCHINO Christian nato a Taranto di anni 27;

BUZZACCHINO Cosimo detto “Pippo Baudo” nato a Taranto di anni 55;

CAGALI Sergio residente a Verona di anni 60;

CETERA Pietro nato a Taranto di anni 46;

D’ANDRIA Giuseppe nato a Taranto di anni 51;

D’ANGELA Francesco nato a Taranto di anni 28;

D’ORONZO Orlando nato a Taranto   di anni 56;

DE VITIS Michele nato a Taranto di anni 55;

DE VITIS Nicola nato a Taranto di anni 46;

CdG arrestati PS Alias

DI CARLO Andrea nato a Massafra (TA), residente a Taranto di anni 34

DI CARLO Gianpiero nato a Taranto di anni 35;

DIODATO Gaetano nato a Salerno, residente a Taranto di anni 45;

FORTI Davide nato a Mesagne (BR), residente provincia di Verona di anni 35;

FORTI Graziano nato a Brindisi, residente a Verona di anni 42;

GABSI Mahmoud nato in Tunisia, residente a Verona di anni 29;

GIANNOTTA Pasquale detto “Pasqualino” nato a Taranto di anni 41;

LATTARULO Francesco nato a Taranto di anni 34;

LAZZARI Carmelo nato a Brindisi di anni 42;

LEONE Francesco nato a Taranto di anni 28;

LEONE Pietro nato a Taranto di anni 57;

LUGIANO Tommaso nato a Taranto di anni 60;

MARCUCCI Fabio nato a Taranto di anni 36;

MOLLICA Leo nato in provincia di Reggio Calabria di anni 52,

MURIANNI Fabio nato a Taranto di anni 34;

NATALE Michele nato a Taranto di anni 36;

CdG arrestatiB PS Alias

ODUVER POLO Bladimir Josè nato in Colombia, residente a Verona di anni 38;

PELUSO Giovanni a Taranto di anni 53;

PIZZOLEO Angelo nato a Taranto di anni 39;

POMES Vincenzo Fabrizio nato a Taranto di anni 48;

RAIMONDI Fabio nato a Brescia residente a Villafranca di Verona (VR) di anni 35; RICCIARDI Gaetano nato a Taranto di anni 41; RIGODANZO Moreno nato a Verona, ivi residente di anni 36anni; RUGGIERI Roberto nato a Taranto di anni 51; SALAMINA Massimiliano nato a Torino, residente a Taranto di anni 44; SAPONARO Giorgio nato a S.Pietro Vernotico (BR), residente a Buttapietra (VR) di anni 32; SCARCI Francesco nato a Taranto di anni 52; SCARCIA Salvatore nato a Taranto di anni 47; SORU Manuel nato a Porto Torres (SS), ivi residente di anni 33; SORU Sandro nato a Porto Torres (SS), ivi residente di anni 32 ; VALLIN Riccardo nato a Verona, e ivi residente di anni 44 ZACOMETTI Giuseppe nato a Taranto di anni 44; ZICCARDI Gaetano nato a Napoli residente in provincia di Verona di anni 29

Tre soggetti sono sfuggiti alla cattura e sono attivamente ricercate uno dei quali si trova attualmente in Inghilterra, l’altro risiede a Verona, mentre per altre tre persone sono stati disposti gli arresti domiciliari:

BASILE Vincenzo nato a Taranto di anni 43; DI CARLO Angelo nato a Taranto di anni 45; D’ORONZO Cosimo nato a Taranto di anni 36.