di Davide Vari*
L’avevamo avvisato, il Partito Democratico. Più volte. Avevamo detto agli amici del Pd che l’alleanza politica col senatore Roberto Scarpinato rischiava di portarli su un crinale assai pericoloso. Li avevamo avvisati soprattutto dopo il caso Natoli, quando dalle intercettazioni emerse che Scarpinato concordava con il suo ex collega passaggi, domande e temi da affrontare prima dell’audizione in Commissione Antimafia.
Non in un luogo qualsiasi, dunque, ma nel Parlamento della Repubblica, e precisamente nella Commissione che più di ogni altra dovrebbe essere il luogo della trasparenza, dell’accertamento e della ricerca della verità. Ed avevamo anche avvisato che a Caltanissetta stava accadendo qualcosa di enorme.Che le carte dell’inchiesta su mafia-appalti avrebbero potuto riscrivere pezzi importanti della storia giudiziaria di quegli anni e porre interrogativi pesantissimi anche sul comportamento di magistrati che quella stagione l’hanno attraversata da protagonisti.

Ora quelle carte sono arrivate
E infine li avevamo avvisati dell’abitudine, per così dire, dell’ex magistrato, oggi senatore, di reagire alle critiche anche attraverso le querele, tentando troppo spesso di spostare nelle aule giudiziarie ciò che dovrebbe restare nel terreno del confronto pubblico e giornalistico. E noi, quelle querele, le conosciamo bene. E ora il Pd si ritrova con una “mucca in corridoio”. Con un alleato ingombrante, che davanti alle valutazioni durissime del gip di Caltanissetta ha scelto di reagire non solo contestandole nel merito, cosa legittima, ci mancherebbe, ma utilizzando toni discutibili.
Scarpinato parla di “bullismo politico”, sostiene che il provvedimento sia esso stesso depistante, denuncia un tentativo di farlo tacere. Parole che, pronunciate da altri protagonisti della politica italiana, avrebbero giustamente provocato reazioni indignate e allarmate. Il punto, però, non è stabilire oggi chi abbia ragione sul piano storico. E non è neppure trasformare un decreto di archiviazione in una sentenza penale.

Il punto è un altro.
Un giudice della Repubblica, ricostruendo fatti, documenti e testimonianze, ha scritto che Scarpinato avrebbe svolto nei confronti di Gioacchino Natoli una “attività depistante” e un’opera di “inquinamento della ricostruzione dei fatti in senso a sé favorevole”. Parole di una gravità straordinaria, tanto più perché riguardano un componente della Commissione Parlamentare Antimafia e vicende sulle quali quella stessa Commissione è chiamata a fare chiarezza.
Per questo, a nostro avviso, Roberto Scarpinato dovrebbe lasciare immediatamente la Commissione Antimafia. Dovrebbe farlo innanzitutto per se stesso, per poter difendere liberamente la propria versione dei fatti senza che ogni sua iniziativa possa essere letta alla luce del ruolo istituzionale che ricopre. Ma dovrebbe farlo soprattutto per la Commissione. E qui c’è una domanda che riguarda direttamente il cosiddetto campo largo: davvero il Pd e le altre forze dell’opposizione intendono affidare a Roberto Scarpinato la propria linea sull’ Antimafia?
Davvero pensano che debba essere lui, dopo quanto emerso, a rappresentare uno dei punti di riferimento dell’opposizione su una materia tanto delicata? Il campo largo dispone di parlamentari, dirigenti, studiosi e personalità con storie e competenze sufficienti per costruire una politica antimafia seria, rigorosa e credibile. Non è una questione di colpevolezza. È una questione di opportunità istituzionale e politica.
Perché la Commissione Antimafia deve essere un luogo al riparo da ogni sospetto di condizionamento, da ogni sovrapposizione tra chi deve accertare i fatti e chi di quei fatti è diventato parte. Deve poter cercare la verità senza zone d’ombra e senza conflitti. Il Pd ha scritto: “Scarpinato sa difendersi da solo“. Ecco, farebbe bene a fermarsi lì, prima di trasformare la difesa di Scarpinato in una guerra contro un pezzo di magistratura.





