Lettera aperta a Luigi Abbate

Lettera aperta a Luigi Abbate

di Enzo Ferrari

te lo dico con affetto: diffida di questo mare di solidarietà che ti sta piovendo addosso. Diffida di chi in queste ore ti sta trasformando in un eroe nazionale. Diffida, perché accanto a genuine attestazioni di stima nei tuoi confronti, ho letto anche altro. Diffida, caro Luigi, perché leggendo decine e decine di messaggi che ti riguardano sono stato assalito da un timore. Il timore che tu oggi sia soltanto un pretesto. Un pretesto per attaccare personaggi che – a torto o a ragione è un altro discorso – sono invisi a una parte, anche piuttosto estesa, dell’opinione pubblica. Mi è sembrato che in molti messaggi ci fosse pochissima autentica preoccupazione per la libertà d’informazione, pochissima voglia di approfondire i fatti, pochissima voglia di allarmarsi per la perdita di un altro posto di lavoro. Ma solo e soltanto l’ansia di accodarsi all’attacco generale e generalizzato e strappare qualche comodo “mi piace” in più. Una qualunquistica ricerca del facile consenso, usando te a spese dell’avversario di turno. Se dietro il tuo licenziamento vi siano state pressioni esercitate sul tuo editore, saremmo di fronte ad un fatto di enorme gravità. Ma ho il timore, caro Luigi – e spero con tutto il cuore di sbagliarmi – che se non ci fossero stati certi bersagli da colpire, il tuo licenziamento sarebbe passato del tutto inosservato.

Come del tutto inosservati sono passati i licenziamenti di quei colleghi che, prima di te e nella tua stessa redazione, sono finiti per strada, rimasti disoccupati nell’indifferenza generale. Non ricordo, in quella circostanza, ondate di sdegno, solidarietà o sproloqui sulla libertà d’informazione negata. Eppure si trattava, e si tratta, come ben sai, di colleghi onesti e professionalmente validi. Avrebbero meritato anche loro una qualche attenzione da parte dell’opinione pubblica, non credi? E invece, niente. Così come nell’indifferenza generale sono passate le decine di posti di lavoro che negli ultimi anni si sono perse a Taranto nel settore dell’informazione. Un’ecatombe passata sotto silenzio, sotto gli occhi di una città sonnecchiosa, brava però a risvegliarsi all’improvviso e ad accusare i giornalisti di essere dei cialtroni, dei pennivendoli e via discorrendo con questa insopportabile catena di luoghi comuni.

Basta sfogliare le bacheche di Facebook per leggere tutto l’armamentario usato indiscriminatamente contro i giornalisti tarantini negli ultimi due anni. Ci sarà pure stato qualcuno che in questi anni avrà osservato un’etica professionale discutibile, ma tanti altri a Taranto hanno lavorato e lavorano con onestà intellettuale e capacità professionale, esattamente come avviene per tutte le altre professioni. Ora, dopo gli insulti e le denigrazioni, arriva questo mutamento di rotta e questa piena di solidarietà in nome della libertà di stampa che poi, chissà perché, si vuol far coincidere con il fronte ambientalista, come se non essere schierati su quel fronte equivalga necessariamente ad essere al soldo degli inquinatori e a non avere a cuore la libertà di stampa e di pensiero. Lasciami pertanto il dubbio che possa trattarsi di opportunismo del momento.

CdG Abbate

Caro Luigi, il tuo caso è comunque prezioso perché ci offre finalmente l’occasione di aprire uno squarcio sul mondo sommerso dell’informazione a Taranto. Un mondo costellato di precarietà diffusa e profonda, di cassintegrati, di contratti di solidarietà, di colleghi sottopagati, di altri non retribuiti per lunghi mesi pur avendo un regolare contratto di lavoro e pur continuando – in questo caso, sì, eroicamente – ad offrire ogni giorno il proprio apporto e ad assicurare l’uscita di giornali e la messa in onda di telegiornali. Un mondo fatto di collaboratori costretti ad accontentarsi di pochi spiccioli, di un fiorire di testate on line in mano a ragazzini impreparati, mandati allo sbaraglio gratuitamente, gratificati solo per la gloria della firma. Sono queste condizioni che minano sul serio la libertà e la qualità dell’informazione, non la stupida mossa di chi strappa di mano il microfono né la becera risatina che a qualcuno quell’ episodio può aver suscitato. Gli scippi, le urla e le risatine fanno audience, fanno teatro, ma non è lì il problema vero dell’informazione. È in quella precarietà di sistema che ha costretto colleghi bravi e onesti, pur di conservare il posto di lavoro, a chiudere gli occhi su linee editoriali che mutavano al mutare dei rapporti commerciali con la grande industria o con altri committenti pubblici. Così ci si scopriva più o meno ambientalisti o più o meno industrialisti, più docili o più aggressivi verso la grande industria, a seconda dell’andamento dei contratti pubblicitari con Ilva, Eni, eccetera.

I tanti soloni che ieri dormivano e oggi discettano sulla libertà di informazione, prima di tacciare indiscriminatamente i giornalisti di essere dei pennivendoli, salvo ora riscoprirsi solidali, hanno mai riflettuto su questo stato di cose? Si sono mai chiesti perché si è arrivati a questo punto? Hanno mai provato a chiedersi perché a Taranto ci fossero tanti giornali e tante tv? Hanno mai ragionato su come a Taranto il “mercato” dell’informazione sia stato dopato dall’intervento non solo della grande industria – che non ha tutte le responsabilità del disastro tarantino – ma anche, negli anni passati, degli enti pubblici (su tutti Comune e Provincia) che hanno garantito, attraverso varie articolazioni, flussi consistenti di denaro nelle casse di tv e giornali, alimentando una torbida commistione tra pubblicità e informazione? Un mercato drogato, dunque, nel quale il ruolo dei pusher l’hanno svolto i politici più influenti del momento, ai quali gli editori si sono via via sottomessi, offrendo in cambio le proprie vetrine, restandone talvolta colpevolmente succubi. In questo contesto sono state allevate generazioni di meri porgi-microfono o porgi-penna senza che gli editori – salvo casi sporadici – si siano preoccupati della qualità dell’informazione delle proprie testate. Oggi che la bolla è esplosa il sistema si è ripiegato su se stesso, producendo perdita di posti di lavoro e aggravando ulteriormente lo stato di salute dell’informazione. È un discorso che ci porterebbe lontano, caro Luigi.

Da giornalista, fra i tanti, che ha perso il proprio posto di lavoro, ti auguro le migliori fortune professionali. E vorrei che il tuo caso fosse sì un pretesto, non per nutrire strumentalizzazioni di sorta, ma solo per aprire un confronto serio sull’informazione a Taranto. Chissà che, con la partecipazione di tutti, editori compresi, non nasca una nuova e migliore consapevolezza.
Con affetto

 * tratto dal blog dell’ autore http://marpiccolo.wordpress.com/

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