LE “GUERRE” FRA I MAGISTRATI DI MATERA E POTENZA NON FINISCONO MAI…

LE “GUERRE” FRA I MAGISTRATI DI MATERA E POTENZA NON FINISCONO MAI…

In Basilicata da anni è tutti contro tutti fra le due procure di Potenza e Matera ed i rispettivi magistrati. Con qualche abuso e delirio di onnipotenza. Una domanda che ci sembra legittimo farsi è questa: ma il Csm, l’Ispettorato del Ministero di Giustizia si rendono conto di quanto accade continuamente nei Palazzi di Giustizia in Basilicata ?

di REDAZIONE CRONACHE

Un antipatico conflitto istituzionale fra le procure di Potenza e Matera, che ha coinvolto l’incolpevole Arma dei Carabinieri, è finito davanti al tribunale di Catanzaro, competente per le controversie che riguardano magistrati della circoscrizione lucana, e per fortuna lo scorso 19 gennaio, il Gip di Catanzaro, dr.ssa Barbara Saccà, ha definitivamente chiuso il caso, disponendo l’archiviazione.

La vicenda ha avuto inizio il 14 novembre 2018, allorquando il Procuratore capo di Matera, Pietro Argentino, ha inviato alla pm Annunziata Cazzetta copia di una lettera ricevuta dal Procuratore capo di Potenza Francesco Curcio, chiedendole di relazionare su alcune note di servizio inviate dai tre Carabinieri l’allora comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Samuele Sighinolfi, con il maresciallo maggiore Antonio Barnabà della Compagnia carabinieri di Policoro e l’appuntato scelto Vito Antonio Tamborrino, che si erano visti querelare per diffamazione e calunnia dalla magistrata della procura materana, e quindi erano stati indagati alla Procura potentina, a seguito del diniego opposto dalla Cazzetta al trasferimento di otto fascicoli d’indagine da Matera a Potenza.

Annunziata Cazzetta pm della procura di Matera

La pm Cazzetta risposte per iscritto al procuratore Argentino, spiegando che la richiesta era pervenuta circa un mese prima dalla Procura di Potenza, precisando che degli 8 fascicoli richiesti due erano assegnati al magistrato Salvatore Colella, 2 alla magistrata Rosanna Maria De Fraia, 1 alla magistrata Maria Christina De Tommasi e soltanto 1 a lei, che aveva ricevuto la richiesta il 19 ottobre scorso.

Quello stesso giorno, la responsabile dell’Ufficio Registro Generale del Tribunale di Matera aveva riferito a Cazzetta di aver ricevuto una telefonata del maresciallo Barnabà della Compagnia di Policoro, nel corso della quale il carabiniere avrebbe precisato che quei fascicoli dovevano essere nella disponibilità del sostituto procuratore di Potenza dr.ssa Anna Gloria Piccininni entro il 22 ottobre. Quindi tempi strettissimi, che secondo la ricostruzione della pm Cazzetta, avrebbero messo in crisi la stessa funzionaria del Registro, in quanto nel frattempo avrebbe dovuto richiedere l’autorizzazione a 4 diversi magistrati. Il maresciallo Barnabà aveva aggiunto alla funzionaria di avere l’autorizzazione del procuratore a portare i fascicoli “brevi manu”.

Il Palazzo di Giustizia di Matera

E’ stato su quest’ultimo aspetto, che sembrerebbe fosse stato anche concordato tra la pm Piccininni (della procura di Potenza) ed il procuratore capo di Matera Argentino, che si scatenato il contenzioso Infatti: quando l’appuntato scelto dei Carabinieri Tamborrino si è recato al Registro del Tribunale di Matera per ritirare i fascicoli, convinto di poter contare su un accordo raggiunto tra il suo superiore maresciallo Barnabà e la funzionaria, ha ricevuto il diniego di quest’ultima perché la pm Cazzetta non aveva ricevuto alcuna disposizione in merito dal procuratore capo Argentino, pur essendoci stato evidentemente un accordo verbale in tal senso con la Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza.

Di qui la denuncia presentata dalla Cazzetta nei confronti dei militari dell’ Arma, ma il pm titolare del procedimento il 22 ottobre 2019, ha richiesto l’archiviazione per “infondatezza della notizia di reato” alla quale la pm Cazzetta si è opposta, chiedendo la testimonianza come persone informate dei fatti del procuratore di Matera Argentino, al sostituto Piccininni, al procuratore di Potenza Curcio, ed all’allora Maggiore dei carabinieri Antonio Mancini. L’avvocato difensore Il difensore della Cazzetta ha chiesto persino l’imputazione coatta, con un prosieguo delle indagini sul caso.

Il Gip però , nelle sue argomentazioni, ha chiarito sostanzialmente che il reato di calunnia si configura con l’attribuzione di un preciso delitto, non semplicemente con una “condotta non corrispondente ad alcuna fattispecie legale”, evidenziando che la calunnia richiede una particolare cura nell’accertamento del dolo, così come nel caso della diffamazione, reati che peraltro si assorbirebbero l’uno nell’altro. Il Gip nel caso di specie inoltre ha chiarito che “non può ritenersi integrato né l’elemento psicologico del delitto di calunnia, né di diffamazione…perché all’epoca dei fatti gli indagati erano convinti di rappresentare i fatti come conformi alla verità”.

Quindi inequivocabilmente si esclude il dolo, perché i Carabinieri in realtà stavano semplicemente adempiendo a un dovere d’ufficio, nel riferire alla Procura di Potenza che la pm Cazzetta a Matera aveva opposto diniego alla consegna dei fascicoli, nonostante l’accordo intercorso tra le due Procure del quale loro erano stati informati. In realtà i militari dell’ Arma si sono limitati esclusivamente a spiegare le ragioni della mancata consegna dei fascicoli, senza alcuna intenzione di “denunciare ipotetici reati, eventualmente commessi da Cazzetta”. Peraltro, nella richiesta formale della D.D.A. di Potenza non c’era alcun riferimento al trasferimento da effettuarsi mediante i Carabinieri.

il Palazzo di Giustizia di Catanzaro

La Gip di Catanzaro, dr.ssa Barbara Saccà ha quindi archiviato definitivamente il procedimento: “L’intera vicenda può riassumersi in un difetto di comunicazione che vede protagonisti i soggetti coinvolti” in quanto, il rifiuto della pm Cazzetta sarebbe stato determinato solo da un “corto circuito” informativo dalle mancate disposizioni in merito al trasferimento brevi manu dei fascicoli chiudendo una vicenda molto delicata ed imbarazzante, con un apparente conflitto fra istituzioni giudiziarie che in realtà non si era mai configurato.

Ma questa non è la prima volta che la pm Cazzetta fa parlare di se. Infatti in una dichiarazione del PM Annunziata Cazzetta in udienza del 28/11/2008 la magistrata aveva dichiarato: “Quanto all’invito all’astensione, faccio rilevare al Tribunale che questo pubblico ministero non ha alcun rapporto di grave inimicizia con nessuno dei propri indagati… sono gli indagati che, forse, hanno un rapporto di grave inimicizia con me. Ma è un rapporto unilaterale”. Una dichiarazione questa della dottoressa Cazzetta , contraria al vero, poiché proprio lei aveva presentato querela contro il giornalista  Nicola Piccenna, ben tre volte il 26/3/2007, il 30/4/2007 ed il 12/10/2007, normale quindi che il giornalista il 28/11/2008 chiedesse la sua astensione. In quanto non era vero che il rapporto fosse “unilaterale“, cioè di un indagati (nel caso in questione il giornalista Nicola Piccenna) in quanto è documentato il contrario e cioè che la Cazzetta per prima aveva querelato ripetutamente il giornalista. Reati impossibili, come spiega il decreto di archiviazione emesso dal Tribunale di Catanzaro (Giudice delle Indagini Preliminari) in data 31/7/2014 (sette anni e passa dopo l’iscrizione, e tre anni dopo la richiesta di rinvio a giudizio firmata sempre da Annunziata Cazzetta il 15/6/2011).

Pm-cazzetta

Resta da chiedersi come avesse potuto dichiarare in udienza il 28/11/2008 la pm Annunziata Cazzetta: “Quindi non mi astengo assolutamente”, come concludeva quella sua sciagurata mendace dichiarazione .

Ma le guerre fra toghe in Basilicata è all’ordine del giorno. Infatti anche l’ attuale capo della Procura di Matera Pietro Argentino , due anni fa ha chiesto di processare il numero due della Procura di Potenza, il procuratore aggiunto Laura Triassi,, il Gip Amerigo Palma dello stesso Tribunale e tre componenti del Collegio penale del capoluogo di regione, cioè i giudicanti Aldo Gubitosi, Francesco Rossini e Natalia Catena, ( trasferitasi nel Lazio) certamente rappresenta una situazione delicata e molto imbarazzante per la magistratura..

il procuratore capo di Matera Pietro Argentino

Era stato lo stesso Procuratore Capo di Matera Piero Argentino, con un esposto, a chiedere ai giudici calabresi di valutare l’operato dei colleghi potentini in relazione a un procedimento che lo aveva visto prima “testimone” e poi indagato nel 2014 quando era Procuratore aggiunto a Taranto (e quindi sottoposto alla giurisdizione della Procura di Potenza), il quale a fronte di una richiesta di archiviazione dei Pm calabresi Vincenzo Capomolla e Vito Valerio, ha chiesto al Gip catanzarese di formulare l’imputazione coattiva o, almeno di effettuare altri accertamenti.

Una vicenda che trae origine dal procedimento a carico del Pm Tarantino Matteo Paolo Di Giorgio condannato in via definitiva a 8 anni di carcere per l’accusa di aver abusato della toga per interferire nella vita politica del Comune di Castellaneta. Argentino venne sentito come testimone dal collegio penale a febbraio del 2014, ma quando nel successivo aprile il Tribunale pronunciò la sentenza di condanna di 1° grado al pm Di Giorgio, dispose anche la trasmissione degli atti alla procura per un’ipotesi di reato di falsa testimonianza a carico di Argentino ed un’altro magistrato andato in pensione.

Laura Triassi attuale procuratore capo a Nola

Fu lo stesso Argentino a sollecitare l’avvio di un fascicolo che si concluse con una richiesta di archiviazione formulata dalla Pm Laura Triassi, che venne accolta dal Gip Palma, la quale pur ritenendo non veritiere alcune dichiarazioni dell’attuale procuratore capo di Matera, basandosi sul fatto che diversamente Argentino avrebbe dovuto fare una “pacifica ammissione di aver, sia pur nel lontano 2006, ingiustamente accusato una persona” lo salvò di fatto ritenendo che “non è punibile per il delitto di falsa testimonianza, in forza dell’esimente di cui all’art. 384 comma primo del codice penale, il testimone che, come nella specie, abbia reso false dichiarazioni al fine di sottrarsi al pericolo di essere incriminato per un reato commesso in precedenza e in ordine al quale, al momento in cui è stato ascoltato, non vi erano indizi di colpevolezza a suo carico“.

Una serie di fatti da cui il Procuratore di Matera a suo tempo si è sentito leso dalla decisione del Tribunale di trasmettere gli atti alla Procura senza approfondire alcuni fatti, lamentando un’ipotesi di abuso d’ufficio e calunnia. Argentino incredibilmente censurava sia la richiesta di archiviazione, che sarebbe stata strumentalmente basata sull’esimente dell’art. 384, che il relativo dispositivo del Gip fatto su un modello prestampato, avallando integralmente la richiesta del Pm, peraltro nello stesso giorno della richiesta, fatti per i quali avrebbe lamentato un abuso d’ufficio.

Ma per i magistrati della Procura di Catanzaro l’esito delle indagini non avrebbe consentito di riscontrar la sussistenza dei reati, sia sotto il profilo materiale quanto per gli insufficienti riscontri in ordine alla ricorrenza dell’elemento psicologicamente normativamente richiesto, ma anche perchè mancherebbero gli elementi anche solo minimamente sintomatici di una volontà di orientar la decisione in danno di Argentino. La vicenda, insomma, sarebbe stata molto complessa e per integrare la calunnia è necessaria una piena consapevolezza dell’innocenza dell’incolpato, cosa che non sarebbe stato ravvisato nella condotta dei giudici potentini.

Per la Procura catanzarese analogamente non ci sarebbe reato nella condotta della Pm Triassi che, condividendo la ricostruzione di non credibilità di argentino, sulla base di un convincimento fattuale e giuridico, sia pure ritenuto non condivisibile, aveva ritenuto applicabile l’esimente per Argentino. Anche perché per i Pm calabresi non ci sono elementi tali da far ritenere una volontarietà nel fare un danno ingiusto al collega all’epoca di Taranto o un vantaggio patrimoniale a terzi. E ugualmente nessuna volontà di arrecare danno ad Argentino ci sarebbe nella decisione con cui il Gip ha disposto l’archiviazione.

il procuratore capo di Potenza Francesco Curcio

Ma la ciliegina sulla torta è arrivata quando a fronte di un “allegra” decisione della 5a commissione del CSM (nella legislatura in cui in consiglio sedeva Luca Palamara…) di nominare Francesco Curcio a procuratore capo di Potenza , è arrivato il ricorso amministrativo della pm Laura Triassi, che ha minato vedendo riconoscere le proprie ragioni dinnanzi al tar ed al Consiglio di Stato i presupposti di nomina effettuata in favore di Curcio che aveva incredibilmente meno titoli di lei. Ed infatti il Consiglio di Stato aveva annullato la nomina di Curcio, che è rimasto al suo posto, anche perchè nel frattempo il plenum del CSM ha “ricompensato” la Triassi nominandola Procuratore capo di Nola, ottemperando alle sentenze del TAR del 2019 e del Consiglio di Stato nel 2020 che davano ragione alla Triassi sulla nomina (poi revocata) di Annamaria Lucchetta, così “salvando” e lasciando sulla sua poltrona di procuratore capo a Potenza Francesco Curcio che aveva anche lui meno titoli della pm Triassi !

La domanda da porsi a questo punto che ci sembra legittimo farci è questa: ma il Csm, l’Ispettorato del Ministero di Giustizia si rendono conto di quanto accade continuamente nei Palazzi di Giustizia in Basilicata ?

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