di Antonello de Gennaro
Dopo 13 anni, un tempo folle ed incomprensibile in mancanza di una sentenza definitiva. E qualcuno ha il coraggio di chiamarla giustizia e rivendicare arretrati per 100mila euro a testa. Una follia in danno del super poliziotto Renato Cortese e di quattro suoi colleghi, che hanno dimostrato di avere le spalle larghe, ma una follia subiscono tanti altri cittadini vittime mdi un sistema giudiziario gestito da una classe di presunti servitori dello Stato che si ritiene intoccabile ed impunibile .
La Corte di Cassazione la scorsa settimana dopo ben cinque giudizi ed altrettante sentenze, ha stabilito che il caso “Shalabayeva” deve ritornare in appello. Nei confronti dei cinque imputati, tra cui l’ex capo della mobile di Roma Renato Cortese e dell’ufficio Immigrazione Maurizio Improta, nel frattempo è intervenuta la prescrizione sul rapimento della madre, mentre il nuovo giudizio riguarderà esclusivamente il presunto sequestro della figlia. La colpa ricadde sui poliziotti, mentre vennero salvati dalle inchieste e ai processi i vertici decisionali. La vicenda ebbe degli strascichi pesanti anche a livello politico: a luglio del 2013 si dimise il capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, Giuseppe Procaccini, mentre non passò la mozione di sfiducia per l’allora capo del Viminale, Angelino Alfano.

I cinque funzionari della Polizia di Stato erano stati condannati in primo grado Cortese a 5 anni (il doppio di quanto aveva chiesto la Procura), stessa pena per gli altri imputati, tranne Tramma che ne aveva avuto 4 anni. Sempre in primo grado erano stati condannati anche un altro poliziotto, Stefano Leoni (3 anni e mezzo) e persino il giudice di pace Stefania Lavore (2 anni e mezzo). Poi il verdetto, il 9 giugno dell’anno scorso, era stato totalmente ribaltato dalla Corte di Appello presieduta dal giudice Paolo Micheli. Assoluzione diventata definitiva per Leone e Lavore in quanto non era stata impugnata in Cassazione. Gli imputati vennero assolti in appello, cassati e successivamente condannati a 4 anni nel processo di appello bis.
Nei vari processi subiti, Cortese non ha mai usato il suo curriculum per spiegare ai giudici che stavano sbagliando persona. Non ha mai reso una dichiarazione fuori posto e bisogna chiedersi a questo punto se sia stato corretto, per colpa di giudici più che discutibili, di dover rinunciare alle capacità operative di un poliziotto del suo livello e capacità operative. Il superpoliziotto Renato Cortese è stato a Capo dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, in seguito Questore di Palermo dopo averne guidato la squadra mobile, e Direttore centrale delle cosiddette “Specialità” della Polizia. . Assieme ai suoi uomini Cortese ha arresto boss mafiosi del calibro di Giovanni Brusca, Benedetto Spera, Pietro Aglieri, Gaspare Spatuzza e Bernardo Provenzano, all’epoca dei fatti che lo hanno portato sul banco degli imputati dirigeva la Squadra mobile di Roma.

Adesso nei suoi confronti è arrivato dopo 13 anni un nuovo rinvio (il terzo !) deciso dalla Cassazione, sempre davanti una corte di appello l’appello. L’accusa, sempre respinta, è il sequestro di persona di Alma Shalabayeva, moglie dell’ex ministro del Kazakistan ed ex banchiere Mukthar Ablyazov. Nel 2013 gli davano la caccia in tutt’ Europa a seguito di un mandato d’arresto emesso dall’Autorità giudiziaria del suo Paese. Tredici anni fa Ablyazov venne segnalato a Roma, ma era già andato via ottenendo lo status di rifugiato politico. L’ Interpol, però, non era stata informata e quindi su di lui continuava a pendere una richiesta di fermo. A complicare oltremodo questa vicenda ci sono i documenti. Una lettera del 22 luglio 2013, firmata da Ronald K. Noble allora segretario generale dell’ Interpol , chiariva che lo status di rifugiato riconosciuto ad Ablyazov dal Regno Unito “non risultava nelle banche dati dell’organizzazione” e quindi i poliziotti italiani, consultando i circuiti ufficiali, non avrebbero mai potuto apprenderlo.
I poliziotti italiani allertati dai sistemi informatici dell’ Interpol si recarono quindi presso il suo domicilio romano tdove rovarono la moglie e la figlia Alua, che allora aveva sei anni. La donna mentì sostenendo di chiamarsi in un altro modo e mostrò un passaporto della Repubblica centrafricana considerato falso, a seguito di tutto ciò avvenne l’espulsione decisa dal Giudice di Pace Stefania Lavore e la riconsegna alle Autorità del Kazakistan per il suo rimpatrio. Una proceduta che venne accusata come rapimento nonostante la donna non avesse chiesto l’asilo di chi invece avrebbe avuto facoltà e diritto. Alma Shalabayeva e sua figlia Alua successivamente sono poi tornate in Italia, ed alla donna nell’aprile 2014 è stato riconosciuto l’asilo politico.

Nell’ultimo processo in Corte di Cassazione il pg della Suprema Corte Alessandro Cimmino ha chiesto un un nuovo processo di appello (til terzo !) per Cortese e per i funzionari di polizia Luca Armeni e Francesco Stampacchia chiamati a rispondere esclusivamente per l’accusa di “sequestro di persona” della figlia di Alma Shalbayeva sostenendo che non è provato il dolo e non riconoscendo così il concorso. Invece per l’ex responsabile dell’ufficio Immigrazione di Roma Maurizio Improta e per il funzionario di quell’ufficio Vincenzo Tramma, è stato sollecitato un nuovo appello limitatamente alle attenuanti generiche ritenendo invece sussistente il dolo legato al sequestro della minore. E’ bene ricordare che la prescrizione non equivale a un’assoluzione nel merito. E un annullamento con rinvio non cancella automaticamente tutte le contestazioni. Distinzioni queste importanti ed essenziali, proprio perché una vicenda tanto lunga non può essere raccontata limitando la precisione giuridica.
“Il riconoscimento della prescrizione per l’accusa del sequestro di Alma Shalabayeva significa che l’ordinamento giuridico impone di chiudere un processo perché non ha più interesse a perseguire un determinato reato e ne consegue l’annullamento senza rinvio. Per quanto riguarda il sequestro della minore sono molto soddisfatto perché è stato accolto il ricorso della difesa che denunciava una errata interpretazione della legge penale”. ha dichiarato l’avvocato Cesare Placanica che, assieme al professore Franco Coppi, difende Renato Cortese. Secondo il legale, accanto alla questione giuridica, “c’è il peso umano di un procedimento che dura ormai da tredici anni”. Un tempo lungo, che ha “segnato la vita professionale e personale degli imputati e che”, sottolinea Placanica “nessuna decisione può restituire. Qualunque cittadino per fare 13 anni di processo viene afflitto, che il processo è pena, “la reclusione è già stare sotto processo”.
Ha ragione il collega Lirio Abbate quando scrive su IL GIORNALE che “Il caso di Renato Cortese pone dunque una questione che riguarda tutti, non soltanto cinque funzionari di polizia: quanto vale la presunzione d’innocenza se per arrivare a una sentenza definitiva occorre attraversare una parte così lunga della propria esistenza?Perché una giustizia che pretende di accertare le responsabilità degli altri dovrebbe essere capace di riconoscere anche le proprie. E tredici anni senza una conclusione definitiva sono un problema di cui qualcuno, prima o poi, dovrà assumersi la responsabilità.

Nelle sentenze di processi finora celebrati infatti si è assistito a delle vere “montagne russe” del diritto. Per i giudici che hanno condannato gli imputati ci fu una “condotta unitaria e concertata”, per chi li ha assolti “il fatto non sussiste”. Sono passati da allora tredici anni, celebrando ben cinque processi nei quali i giudici giocando sulla pelle e le carriere degli imputati hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto. Il dramma finale è che qualcuno si ostina a chiamarla “giustizia“.






