La reazione di Orlando e dei sindaci italiani alle minacce di Salvini

ROMA –  “Con tutti i problemi che ci sono a Palermo, il sindaco sinistro pensa a fare ‘disobbedienza’ sugli immigrati”, ha attaccato il ministro dell’Interno Matteo Salvini con il solito post su Facebook.  Immediata la replica del sindaco di Palermo  Leoluca Orlando: “”Il governo oggi finalmente getta la maschera con il decreto 132 del 2018 che costituisce un esempio di provvedimento disumano e criminogeno. Per queste ragioni ho disposto formalmente agli uffici di sospendere la sua applicazione perché non posso essere complice di una violazione palese dei diritti umani, previsti dalla Costituzione, nei confronti di persone che sono legalmente presenti sul territorio nazionale“.  “E’ disumano – ha spiegato Orlando in una conferenza stampa convocata a Palazzo delle Aquile – perché eliminando la protezione umanitaria trasforma il legale in illegale ed è criminogeno perché siamo in presenza di una violazione dei diritti umani e mi riferisco soprattutto ai minori che al compimento del 18/mo anno non potranno stare più sul territorio nazionale“.

Matteo Salvini

Ancora duro Salvini ai microfoni di Radio 1 Rai: “Non farò mai azioni di forza, saranno gli elettori a giudicare l’operato dei sindaci“. Ma questi ultimi “ne risponderanno personalmente, legalmente, civilmente, perché è una legge dello Stato che mette ordine e mette regole. Sono curioso di capire se rinunceranno anche ai poteri straordinari previsti dal decreto che tanti sindaci hanno apprezzato“.”

“Il nostro non è un atto di disobbedienza civile né di obiezione di coscienza, ma la semplice applicazione dei diritti costituzionali che sono garantiti a tutti coloro che vivono nel nostro paese“, replica a sua volta Orlando a Salvini. “Siamo davanti ad un provvedimento criminogeno – prosegue il sindaco di Palermo  -. Ci sono migliaia, centinaia di migliaia di persone che oggi risiedono legalmente in Italia, pagano le tasse, versano contributi all’Inps e fra qualche settimana o mese saranno “senza documenti” e quindi illegali. Questo significa incentivare la criminalità, non combatterla o prevenirla“.

Luigi De Magistris

Ma a scendere in campo contro il decreto sicurezza, oltre Orlando, ci sono anche altri sindaci. “Da quando amministriamo Napoli – ha detto il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris – abbiamo sempre e solo interpretato le leggi ordinarie in maniera costituzionalmente orientata. Noi continueremo a concedere la residenza e non c’è bisogno di un ordine del sindaco o di una delibera perché in questa amministrazione c’è il valore condiviso di interpretare le leggi in maniera costituzionalmente orientata e là dove c’è un dubbio giuridico, un’interpretazione distorta o una volontà politica nazionale che tende invece a violare le leggi costituzionali o a discriminare in base a un motivo di tipo razziale, noi non possiamo che andare in direzione completamente opposta rispetto a questo diktat proveniente da Roma“. De Magistris ha sottolineato come questo atteggiamento sia stato messo in campo dalla sua amministrazione “già anni fa quando con una legge ordinaria ci volevano far chiudere le scuole e non assumere le maestre, nella vicenda del piccolo Ruben, figlio di due donne, a cui non volevano concedere la registrazione all’anagrafe e in relazione agli esiti del referendum sull’acqua pubblica“.

Dario Nardella

“Firenze non si piegherà al ricatto contenuto” nel decreto sicurezza “che espelle migranti richiedenti asilo e senza rimpatriarli li getta in mezzo alle strade. Il fatto grave del decreto è che individua un problema ma non trova una soluzione. Ci rimboccheremo le maniche perché Firenze è città della legalità e dell’accoglienza, e quindi in modo legale troveremo una soluzione per questi migranti, fino a quando non sarà lo Stato in via definitiva a trovare quella più appropriata“, ha detto il sindaco di Firenze, Dario Nardella.  “Il governo non sta facendo i rimpatri che aveva promesso di fare – ha aggiunto Nardella -. Come Comune ci prenderemo l’impegno di non lasciare nessuno in mezzo alla strada, anche se questo comporterà per noi un sacrificio in termini di risorse economiche. Non possiamo permetterci di assistere a questo scempio umanitario. Riteniamo che molti di questi migranti siano persone animate da buonissime intenzioni, che vogliono fare qualcosa di positivo per questo paese e che magari potrebbero essere integrate in modo corretto”. “Siamo già a lavoro – ha concluso Nardellaed abbiamo deciso di aprire un tavolo con tutto il mondo del terzo settore, del volontariato, del privato sociale, che già rappresenta un protagonista fondamentale in tutto quello che è il processo di governo dei flussi dei migranti”.

Federico Pizzarotti

“Dal punto di vista politico sono assolutamente d’accordo che si debba affrontare il problema, visto che il decreto sicurezza lascia aperto un vulnus rispetto a stranieri e richiedenti asilo che non riescono a fare le cose più basilari. Dal punto di vista amministrativo non è chiaro come faccia Orlando a chiedere agli uffici di non applicare una legge”, ha sottolineato il sindaco di Parma Federico Pizzarotti. “I funzionari applicano le leggi  e oggi le leggi prevedono questo: non si capisce qual è l’atto amministrativo con cui si possa sospendere una legge dello Stato. Bisogna capire qual è il percorso – ha affermato PizzarottiDetto questo, quello che pone Orlando è sicuramente un tema che va affrontato, anche come Anci, perché il problema determinato dal decreto sicurezza ricade su tutti”

Zingaretti: capisco Orlando, dal governo norme solo per fare propaganda Mi sento vicino al sindaco Orlando” commenta in una nota il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.A l suo impegno contro l’odio e capisco la sua fatica per porre rimedio a norme confuse scritte solo per l’ossessione di fare propaganda e che spesso producono caos, più diffidenza e insicurezza per tutti. Tutto sulle spalle dei territori e degli amministratori locali. Dall’odio non sono mai nati la sicurezza e il benessere per le persone, ma solo macerie per i furbi e i più forti“.




Dai sindaci alla Corte Costituzionale: prende forma la protesta anti-governo

ROMA – Ad aprire le danze ci ha pensato Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo che spesso agisce di sua iniziativa, senza coordinarsi con altri colleghi, e lo ha fatto anche oggi con la sua decisione di “sospendere” l’applicazione del decreto sicurezza. Una decisione che ha sortito l’effetto di togliere la sordina alle discussioni interne già in atto da mesi all’Anci, oltre che chiaramente a far infuriare il vicepremier Matteo Salvini.

E’ da mesi che il presidente  dell’ ANCI Antonio Decaro (Pd) ha recepito il malcontento dei sindaci avversi al “decreto sicurezza” che aggrava con  tutta una serie di problemi pratici, la vita dei cittadini, al punto tale  che le contestazioni ed il malcontento sono arrivati anche dall’assessore al welfare di Roma Laura Baldassarre della giunta “pentastellata” del sindaco Virginia Raggi, e chiaramente anche  dai sindaci di centrosinistra, e da amministratori di Forza Italia, come Silvana Romano, assessora di una giunta di centrodestra a Gorizia .

La Baldassarre e la Romano insieme ad altri assessori, sindaci e consiglieri di tutta Italia in maniera assolutamente trasversale,  hanno firmato un documento della commissione Immigrazione dell’Anci molto critico nei confronti del decreto legge sulla sicurezza predisposto da Salvini,. La Baldassare si è fatta addirittura promotrice di una apposita mozione approvata nel consiglio comunale di Roma Capitale, molto simile a quella voluta da Virginio Merola (Pd) a Bologna.

Assessori, sindaci,  e parlamentari,  tutti in nome dei diritti costituzionali, hanno dato forma ad una sorta di reazione alle politiche del governo gialloverde, la questione è arrivata in questi primissimi giorni del nuovo anno fino alla Consulta. In maniera variegata,  Qualcosa   sta prendendo piede pian piano , seppure in maniera un po’ disordinata, nel tessuto sociale e politico soprattutto di area centrosinistra ma non solo. E come spesso è accaduto negli ultimi anni , come ad esempio  i ricorsi sulle leggi elettorali, si invoca la Corte Costituzionale.  Il gruppo parlamentare del Pd al Senato con il ricorso presentato in forma diretta, per la compressione del dibattito parlamentare sulla manovra economica; ma anche in forma indiretta, come con la rivolta dei sindaci contro il decreto sicurezza voluto fortemente da Matteo Salvini e approvato dalla maggioranza gialloverde lo scorso autunno.

 

Oggi è esplosa la protesta in tutte le sue forme.  Accanto alla posizione di Leoluca Orlando si sono schierati numerosi sindaci di diverse provenienze politiche della sinistra e del centrosinistra, renziani e anti-renziani, come il sindaco di  di Napoli Luigi De Magistris  , il primo cittadino di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà,  il primo cittadino di Parma Federico Pizzarotti,   il sindaco di Pescara Marco Alessandrini, il sindaco di Firenze Dario Nardella , Alessio Pascucci sindaco di Cerveteri in prima fila alla manifestazione di Riace contro l’arresto di Mimmo Lucano che anche lui dissente dal decreto sicurezza,  nonostante il divieto di dimora nel suo paese in Calabria: “Sono d’accordo con Orlando. Bisogna disobbedire perché è un decreto contro i diritti umani e la dignità degli esseri umani. Non è una novità: io l’ho già fatto e mi trovo in queste condizioni…”.

Il sindaco di Firenze Nardella, spiega al’  Huffpost:A Firenze stiamo provando a sterilizzare le conseguenze del decreto sicurezza. Prima di Natale abbiamo fatto partire un tavolo, che si riunirà dopo la Befana, con il mondo del volontariato laico e cattolico, dalla Curia alla Caritas, ai sindacati, le istituzioni locali, il mondo del lavoro. L’obiettivo è creare un circuito di accoglienza parallelo per chi sarà espulso dai centri di accoglienza per effetto del decreto Salvini: potrebbero essere 900 su un totale di 1800. Il punto è che vengono espulsi dai centri di accoglienza, non dal paese: non sanno dove andare, rischiano di cadere preda della criminalità organizzata oppure rischiano la vita. Per questo tentiamo di individuare un circuito parallelo. Certo, non so quanto potrà durare. Per questo ben venga una mobilitazione nazionale dei sindaci: il decreto ci ha creato problemi pratici da gestire, va cancellato e riscritto“.

Matteo Salvini e Leoluca Orlando

Il presidente dell’Anci Antonio Decaro ha chiesto un tavolo di discussione al ministero degli Interni: “È evidente, a questo punto, l’esigenza di istituire un tavolo di confronto in sede ministeriale per definire le modalità di attuazione e i necessari correttivi a una norma che così com’è non tutela i diritti delle persone. Noi sindaci l’avevamo detto prima che il decreto fosse convertito in legge attraverso la posizione della commissione immigrazione dell’Anci che all’unanimità, indipendentemente dall’appartenenza politica dei singoli componenti, si era espressa negativamente sul provvedimento, ritenendo che i diritti umani non siano negoziabili“.

Diritti non negoziabili, secondo quanto contenuto e garantito dalla Costituzione. Il decreto sicurezza per Leoluca Orlando è “un provvedimento disumano perché, eliminando la protezione umanitaria, toglie ogni residuo di comprensione nei confronti del dramma dei migranti   ma anche criminogeno perché trasforma in ‘illegale’ la posizione ‘legale’ di chi ha regolarmente un permesso di soggiorno. Un permesso – aggiunge  Orlandoche viene ottenuto per ragioni umanitarie e che alla scadenza non può essere riconfermato perché non c’é più la protezione umanitaria. Un permesso che viene dato per effetto di un contratto di lavoro e che viene meno appena scade, senza i sei mesi necessari per potere trovare nuovo lavoro“.

Adesso i sindaci si stanno muovendo, ed ognuno di loro è alla ricerca di un percorso “politico” per limitare i danni del decreto sicurezza. Ma è evidente che questa diatriba ha tutte le caratteristiche per finire davanti a un tribunale,   che potrebbe essere anche quello della Consulta. La reazione furibonda di Salvini ai microfoni di Radio1 lo dimostra chiaramente  : “Saranno gli elettori a giudicare l’operato dei sindaci, non sarò io a rimuoverli, ma la protesta è un fatto gravissimo. Invece di occuparsi dei problemi delle loro città, questi sindaci pensano agli immigrati. Ne risponderanno personalmente, legalmente, civilmente, perché è una legge dello Stato che mette ordine e mette regole. Il decreto sicurezza non dà diritto di residenza ai clandestini: se i sindaci vorranno concedere dei documenti a degli immigrati irregolari ne risponderanno personalmente”.

la Corte Costituzionale

Nel frattempo l’altra componente di protesta contro il governo gialloverde,  comincia a muoversi  e si rivolge direttamente alla Consulta . Ed eccoci al ricorso del Pd alla Corte Costituzionale, dove il prossimo 9 gennaio i 15 giudici della Consulta dovranno decidere sull’ammissibilità del ricorso presentato dal gruppo parlamentare del Pd al Senato per “lesione delle prerogative del Parlamento“. I senatori del Partito Democratico contestano che la manovra economica sia stata presentata in Parlamento fuori tempo massimo per garantire un minimo di esame e discussione prima del voto. Le firme in calce sono 37, di poco superiore a un decimo dei componenti di Palazzo Madama. Un numero non casuale, costituendo  la quota che può chiedere per regolamento parlamentare la mozione di sfiducia o che un provvedimento sia spostato da una commissione all’altra.

Tutto ciò  potrebbe apparire a prima vista un’ iniziativa di un gruppo parlamentare dell’opposizione, iniziativa che chiaramente viene sostenuta naturalmente anche dal gruppo Dem della Camera. I proponenti  coltivano dal 31 dicembre qualche ulteriore speranza di riuscire nell’intento. Il ricorso è stato presentato prima della firma del presidente Sergio Mattarella al testo della manovra, proprio per sottolineare i ritardi del Governo non certamente del capo dello Stato. Ed infatti nel discorso di auguri per il nuovo anno di Mattarella si ritrovano quei riferimenti che potrebbero aiutare la causa del ricorso.

Infatti il presidente Mattarella non ha mancato di rimarcare il dato oggettivo e cioè che  ha potuto firmare solo la sera prima “la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore”. I Dem interpretano in quel passaggio  una precisa critica alla compressione dei tempi della discussione parlamentare sulla manovra e dunque una possibile spinta affinché la Corte Costituzionale dichiari il ricorso ammissibile. Qualora  verdetto dovesse essere questo, farà seguito la decisione di merito,  che però non invaliderà la manovra, mentre potrebbe solo piantare dei punti di fermo per il futuro, affinché non si ripeta più quanto accaduto. Potrebbe quindi crearsi  un’imbarazzante scontro “istituzionale” tra il Governo e la Corte Costituzionale.

Il decreto sicurezza aveva provocato lacerazioni e proteste persino all’interno dello stesso Movimento 5 Stelle. Le espulsioni delle ultime ore, infatti,  sono legate soprattutto a quel provvedimento. Adesso la levata di scudi dei sindaci contro Salvini potrebbe riaprire anche qualche “crepa” nella maggioranza. Non a caso Paola Nugnes – senatrice M5S che rischia l’espulsione – dice: “Comprensibile la sollevazione dei sindaci. Sicuramente il decreto aggraverà la situazione sul fronte della sicurezza dei territori, aumentando il numero degli irregolari

Una cosa sembra pressochè certa:  qualcosa si sta muovendo contro una delle alleanze di governo più “blindate” degli ultimi anni.




Palermo. In cinquemila da tutt’ Italia sotto l’albero intitolato al magistrato Falcone. Mattarella: “la mafia sara’ sconfitta”

ROMA – La “Nave della Legalità” ha portato mille ragazzi  con destinazione Palermo per celebrare Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, nel 26° anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Gli studenti hanno trovato a bordo della nave un “equipaggio” speciale composto da 50 giovani dell’Università degli Studi di Milano accompagnati dal loro docente, il prof. Nando Dalla Chiesa.

Il “no” alle mafie è stato inoltre rilanciato in 10 Regioni da migliaia di studentesse e studenti in una sorta di “staffetta” a distanza. A coordinare le attività nelle città coinvolte saranno gli Uffici Scolastici Regionali. Complessivamente oltre 70.000 ragazze e ragazzi sono coinvolti in tutta Italia nelle iniziative di #PalermoChiamaItalia promosse dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone.

Il corteo di studenti arrivati da tutta Italia nell’aula bunker dell’ Ucciardone di Palermo al cui interno è stata allestita la mostra fotografica realizzata dall’agenzia di stampa ANSA “L’eredità di Falcone e Borsellino”, ha sfilato con lo striscione “Insieme per non dimenticare” . Un oceano umano con palloncini, striscioni e magliette indossate per ricordare i due magistrati uccisi dalla mafia e la loro scorta. Un altro corteo era partito  fa da via D’Amelio ed entrambi si sono riuniti davanti all’Albero di Falcone dove alle 17,58 si è tenuto un minuto di silenzio in onore alle vittime, dopo aver letto i nomi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, preceduto dalle  urla in coro “Giovanni e Paolo”, degli oltre tremila studenti, scout e cittadini  presenti alla commemorazione.

 

Il presidente della corte del maxiprocesso, Giordano: “Si credeva che la mafia non potesse essere giudicata Dopo 32 anni il presidente della corte del maxiprocesso alla mafia,  Alfonso Giordano è tornato nell’aula bunker in cui è stata giudicata Cosa nostra. In un video proiettato durante la giornata della memoria per la strage di Capaci il presidente Giordano ha detto: “Ricordo ancora tutti quei giorni passati qui in attesa della conclusione di un processo che sembrava lontano da ogni possibilità umana. Fino a quel momento si credeva che la mafia non potesse essere giudicata“. Come vuole essere ricordato Giordano? “In un solo modo – risponde – e cioè come colui che ha gestito il processo con compostezza e in pace con la propria coscienza“.

Durante il percorso tantissimi gli abitanti dei quartieri di Palermo che hanno srotolato lenzuoli bianchi con la scritta “No alla mafia” dai balconi delle loro abitazioni. Sono più di 70mila le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato in tutta Italia alle iniziative di #PalermoChiamaItalia, promosse dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone. La sera prima nel corso degli incontri con gli studenti sulla nave è intervenuta Claudia Loi, sorella dell’agente delle scorta Emanuela, che ha ribadito quanto siano importanti iniziative come queste a sostegno della legalità, cosicché non debba più essere necessario morire per difendere certi valori.

“Palermo è nostra e non di Cosa Nostra”, scandivano i ragazzi che cantano e suonano lungo il percorso.  Al corteo hanno partecipato il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Rhao e , Maria Falcone, sorella del giudice e presidente della Fondazione Falcone,  il presidente della Camera, Roberto Fico, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm,   il Capo della Polizia Franco Gabrielli, il rappresentante del FBI- Federal Bureau of Investigation  John Brosnan, due dei magistrati protagonisti del Maxiprocesso, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala, rispettivamente giudice a latere e pubblico ministero dello storico processo contro Cosa Nostra istruito dai giudici Falcone e Borsellino.

Il procuratore nazionale Cafiero: “I partiti dimenticano l’antimafia” Vorrei che si verificasse per bene il contenuto; la certezza è che fino a oggi, anche dal punto di vista politico nell’ambito della campagne elettorali, non si è tenuto in alcun conto della priorità mafia. E questo è un discorso che non deve essere richiamato soltanto quando c’è una commemorazione come questa”  ha detto il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho al suo arrivo nell’aula bunker, sul contratto di governo tra Lega e M5S rispetto ai temi della giustizia e della lotta alla mafia. “E’ un tema – ha aggiunto – sul quale occorrerebbe la massima sensibilità da parte di tutti, innanzitutto della politica, che possa stare al fianco di tutti coloro che svolgono un’attività diretta di contrasto ma sostenerla anche nell’ambito delle proiezioni programmatiche“.

Ayala: “Giovanni e Francesca mi hanno cambiato la vita” Con Giovanni Falcone e Francesca Morvillo avevo un legame decennale, finito il 23 maggio 1992 ma che probabilmente sarebbe continuato. Con loro mi è cambiata la vita due volte: quando abbiamo iniziato a lavorare insieme e dopo la loro morte. Francesca e Giovanni continuano a mancarmi ancora oggi“. Così Giuseppe Ayala, ex magistrato della Procura palermitana e componente dello storico pool antimafia, ha ricordato nell’aula bunker l’amico di una vita  Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, anche lei giudice .

Mattarella, ‘la mafia sara’ sconfitta’ . La mafia verrà sconfitta. E’ questa la forte, convinzione che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso nel giorno dell’ anniversario della strage mafiosa di Capaci, in cui furono uccisi il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e magistrato Francesca Morvillo e tre uomini della loro scorta. Un’occasione anche per esprimere vicinanza e solidarietà ai familiari delle vittime. “Il testimone consegnato da Falcone e Borsellino camminerà sulle gambe di altri, come ebbe a dire lo stesso Falcone“, ha ricordato il capo dello Stato Sergio Mattarella alla partenza della Nave della Legalità, aggiungendo che la lotta alle mafie è “un impegno da riaffermare per sradicare questo fenomeno da tutti i territori del paese. La presenza della mafia ostacola lo sviluppo economico, frena le possibilità di lavoro, condiziona possibilità di vita sociale, riduce la libertà di ciascuno per questo è importante la testimonianza che state portando oggi e con la giornata di domani e le significative manifestazioni che ci saranno“.

Il Presidente della Repubblica ha ricordato con Falcone e Borsellino gli angeli custodi, quei ragazzi che tutelavano anche la nostra libertà, quei giovani hanno tutelato, difeso, garantito la vostra libertà crescita, il vostri futuro, li ricordiamo con riconoscenza e affetto, ringraziando i loro familiari. La solidarietà si deve trasformare in impegno come voi ragazzi state facendo con questa vostra traversata: un impegno di tutti contro le mafie, dell’intera comunità nazionale non solo delle forze dell’ordine e della magistratura. La vostra presenza rappresenta tutti noi”.

Maria Falcone: “Non abbiamo ancora vinto”. Gli insegnanti ci permettono di far camminare le idee di Giovanni – ha detto la sorella del giudice Giovanni Falconesulle gambe di tanti giovani e ci danno la speranza che ce la possiamo fare. Non abbiamo ancora vinto le mafie. E le notizie degli ultimi giorni ci danno la consapevolezza che esiste una mafia silente. Vogliamo continuare a coltivare la speranza“.

“Prenderemo Messina Denaro” ha detto il prefetto Franco Gabrielli, Capo sella polizia di Stato, all’aula bunker. “Questi criminali non hanno deliberatamente deciso di insabbiarsi – ha spiegato – Lo Stato è riuscito a fargli cambiare strategia“.

La giornata si si è conclusa ieri sera alle ore 19, con una messa in ricordo delle vittime di mafia, presso la Chiesa di San Domenico a Palermo.




35 anni fa l’agguato mortale al generale Dalla Chiesa. Mattarella lo ricorda con i figli a Palermo

ROMA – La città di Palermo ha ricordato oggi il Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982.  Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è arrivato in via Isidoro Carini a Palermo per la commemorazione dell’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato 35 anni fa (3 settembre 1982) dalla mafia insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di polizia Domenico Russo. Il capo dello Stato ha deposto una corona di alloro sotto la lapide che ricorda l’eccidio.

 

 
 

 

Il Presidente della Repubblica Mattarella ha deposto una corona di alloro sotto la lapide che ricorda l’eccidio. In via Isidoro Carini ci sono anche i figli del prefetto, Nando, Rita e Simona Dalla Chiesa, il ministro dell’interno Marco Minniti, il presidente del Senato Piero Grasso, il comandante generale dell’ Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, il prefetto di Palermo, Antonella De Miro, il questore Renato Cortese, il sindaco Leoluca Orlando e il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta, il presidente dell’assemblea regionale siciliana Rosario Ardizzone. Presenti anche la moglie Filomena e i figli, Dino e Toni, dell’agente Domenico Russo, poliziotto di scorta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che hanno partecipato alla commemorazione dell’anniversario dell’eccidio col Capo dello Stato.

nella foto il Presidente Sergio Mattarella in Via Isidoro Carini con i familiari del Prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’agente di scorta Domenico Russo

Russo, morto a solo 31 anni, medaglia d’oro al valor civile alla memoria seguiva il prefetto di Palermo, che con la moglie Emanuela Setti Carraro era su un’A112, a bordo di un’Alfetta. I sicari uccisero Dalla Chiesa e la moglie e spararono all’agente che tentò di fermarli con la sua pistola d’ordinanza. Russo morì dopo 13 giorni di agonia.

Il presidente Mattarella ha salutato i familiari del generale Dalla Chiesa , i vertici istituzionali militari e delle forze dell’ordine e dopo la deposizione della corona di alloro sotto la lapide si è fermato in raccoglimento. Il capo dello Stato si è poi recato nella chiesa San Giacomo dei Militari nella Caserma dei Carabinieri del comando regionale intitolata a Dalla Chiesa dove è stata celebrata una messa di suffragio.



Il primo progetto in Europa di mobilità elettrica diffusa firmato Renault-Enel

PALERMO – Sicily by Car, Società leader in Italia nel settore dell’autonoleggio, grazie alla partnership in esclusiva con Enel e Renault,  ha annunciato oggi a Palermo alla presenza del Sindaco Leoluca Orlando  la sigla di un importante accordo per la realizzazione del progetto Eco Tour di Sicilia, la prima iniziativa in Italia che permetterà di effettuare l’intero tour della regione unicamente in auto elettrica,

Primo del suo genere in Italia e in Europa, il progetto Eco tour di Sicilia punta a superare i fattori che attualmente limitano la fruizione della mobilità ecologica nella regione, quali l’autonomia delle vetture e il numero ridotto di infrastrutture per la ricarica. Il progetto Eco tour di Sicilia prevede, infatti, l’introduzione nella flotta a noleggio di Sicily by Car di 200 Renault ZOE, l’unica auto elettrica per il grande pubblico oggi sul mercato a poter vantare un’autonomia di 400 km NEDC (New European Driving Cycle), pari a circa 300 km in condizioni di utilizzo reali. Il progetto prevede, inoltre, lo sviluppo della rete delle stazioni di ricarica presenti nell’isola, attraverso l’installazione, a cura di Sicily by Car, di un massimo di 400 colonnine di ricarica Enel per veicoli elettrici nelle principali località e lungo i percorsi turistici della regione.

nella foto Nicola Lanzetta, Responsabile Mercato Italia di Enel 

Siamo orgogliosi di contribuire alla realizzazione di questo progetto all’avanguardia non solo in Italia ma in tutta Europa – ha dichiarato, durante la presentazione, Nicola Lanzetta, Responsabile Mercato Italia di Enel –  attraverso il quale i siciliani ed i turisti avranno la possibilità di muoversi in elettrico all’interno dell’isola. Inoltre, alcune delle infrastrutture che verranno installate potranno essere utilizzate anche per la ricarica dei veicoli privati di chi, già oggi, si muove a zero emissioni. La mobilità elettrica diventa, dunque, sempre più una realtà concreta ed attuale”»

La possibilità di effettuare lunghe percorrenze e di ricaricare la batteria lungo i principali percorsi consentirà, infatti, un’inedita libertà di movimento, in modalità elettrica, sia in ambito urbano che in percorsi extra urbani. Le stazioni di ricarica non saranno riservate solo alla flotta Sicily by Car, ma saranno a disposizione di tutti i cittadini per ricaricare i loro veicoli elettrici. Il progetto, che si pone come riferimento a livello nazionale ed europeo nel connubio di autonoleggio elettrico e sostenibilità ambientale, sta trovando in Sicilia una straordinaria accoglienza, testimoniata dalle dichiarazioni di interesse di moltissimi comuni siciliani che hanno già risposto positivamente alla proposta di Sicily by Car per l’installazione delle colonnine di ricarica sul proprio territorio.

nella foto Tommaso Dragotto Presidente di Sicily by Car

“Credo assolutamente che il futuro della mobilità e della qualità del territorio risiedano nei veicoli elettrici dove tecnologia e innovazione sono orientate a soluzioni sempre più avanzate di circolazione eco-compatibile. Da oggi saremo in grado di offrire una nuova modalità di guida a emissioni zero qui in Sicilia, una terra dove la tutela del patrimonio naturale deve essere una priorità condivisa e ricercata dalla Pubblica Amministrazione e dalle Compagnie private” questo il commento di Tommaso Dragotto. Presidente di Sicily by Car,

Guida green e impatto zero sull’ambiente sono i nuovi traguardi di Sicily by Car, da sempre proiettata verso soluzioni innovative, al passo con la nuova domanda di mobilità e di tutela del paesaggio, un obiettivo raggiunto grazie alla partnership con Enel e Renault.

nella foto Bernard Chrétien, direttore generale Renault Italia

“Puntare sulla mobilità elettrica significa anche valorizzare e preservare lo straordinario patrimonio naturalistico nonché artistico-culturale di cui la Regione Sicilia è un valido esempio. Esprimo la mia gratitudine a Sicily by Car  – ha dichiarato Bernard Chrétien, Direttore Generale di Renault Italia. per la fiducia riposta nella nostra berlina compatta a emissioni zero Renault ZOE. L’Eco tour di Sicilia che inauguriamo oggi rappresenta un esempio positivo e la Regione Sicilia si conferma modello di riferimento nel panorama nazionale”

 




Il “sistema Romeo” nelle intercettazioni : nuovi appalti, nuovi politici.

Bastava capire e sapere chi contattare e proncipalmente quanto pagare. Per dirla con le stesse parole di Alfredo Romeo, intercettate in una telefonata con il giovane faccendiere toscano  Carlo Russo: “Io conosco solo un modo. Il più garantista di tutti“. Sono 986 pagine colme di rilevazioni quelle dell’ informativa sulla quale si basa l’ inchiesta Consip.

Affari a Palermo – Romeo presta sempre la massima attenzione attenzione alle parole che gli dice il suo  “consulente-lobbista” Italo Bocchino, ex parlamentare di An-PdL e sopratutto ex membro del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Un esempio è la relazione su un possibile business legato all’aeroporto di Palermo: “Il Presidente – diceva Bocchino intercettato – è Fabio Giambrone,  (in passato è stato senatore della Margherita e poi di Italia dei Valori, ndr) ex deputato … uomo… amico di Leoluca Orlando e messo lì da Leoluca Orlando… dicono: ci stanno dando una mano e stanno facendo pressioni”. Ma c’è da tenere in debita considerazione la concorrenza che avrebbe agganciato ilRUP cioè il Responsabile Unico del Procedimento della Gara.
Vuole i soldi… è un consigliere comunale di Palermo, di Forza Italia, uomo di Schifani e si occupa di Schifani… quindi stiamo messi malissimo col RUP… secondo lui (Bocchino parla delle confidenze ricevuta da  Dario Colombo, il predecessore dell’attuale RUP), ha già incassato… e poi sta lì coperto da Schifani… cioè… quindi… la battaglia la stai facendo contro Schifani”. E manifestando pessimismo aggiunge, : “Io non vorrei che arriva la telefonata di Schifani… che fa la telefonata a chi di dovere… e gli dice questa è una cosa mia… non mi dovete rompere il cazzo… quindi lì il problema che abbiamo è solo il RUP”.
I fratelli Pittella.   La musica non cambia in Basilicata dove c’ è un’operazione da fare che piacerebbe molto ad Alfredo Romeo. Ma c’è un problema. I Carabinieri del Noe scrivono nella relazione ai magistrati: “Italo dice di aver acquisito informazioni da un ex consigliere regionale della Basilicata, il quale gli aveva indicato che le gare erano oggetto di “vendita” da parte del Presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, ma che in tale ambito potevano anche percorrere il canale del fratello di quest’ultimo, meno costoso».

“Occorre muoversi” incalza Bocchino. E Romeo: “già mosso, nel senso che ho contattato chi di dovere“. In questa l’intercettazione,  Bocchino riporta le parole del suo informatore lucano: “Noi abbiamo il sindaco sia a Matera che a Potenza, che sono due ex An! Mi ha detto… decide… solo ed esclusivamente il Presidente della Regione… Pittella fa lui. Allora se passate con il fratello è più di alto livello e costa un po’ meno (sorride), perchè è un po’ più pulita la cosa… Se passate per lui è un pochino più aggressivo!“.

Gli immobili dell’Inail. Romeo sa molto bene che non c’è solo la Consip, a gestire mega-appalti. C’è anche la Invimit,  che ha per missione, per come si legge sul sito istituzionale  “la promozione, l’istituzione, l’organizzazione e la gestione di fondi comuni di investimento immobiliare chiusi”.  L ’Invimit  in pratica gestisce immobili pubblici.  un’ altra società del Ministero dell’Economia, di cui è amministratore delegato l’architetto Elisabetta Spitz, ex- direttore dell’Agenzia del Territorio. Alfredo Romeo è interessato a un appalto per gli immobili dell’Inail da 1,8 milioni di euro.  Italo Bocchino  dice a Romeo: “Quando abbiamo deciso, partecipiamo. Andiamo da Quagliariello e dico: queste sono le carte… questo è il lotto dove partecipiamo… mettiti quello a faticare“». E’ chiaro noto ai due  intercettati che il senatore Gaetano Quagliariello avrebbe un suo uomo dentro l’Invimit che potrebbe aiutarli ad aggiudicarsi la gara. Peraltro come si evince da diverse intercettazioni Quagliariello è “intimo” di Romeo .  In particolare da una conversazione si intuisce che Romeo viene invitato a finanziare il nuovo quotidiano “La Verità” diretto da Maurizio Belpietro attraverso un bonifico da effettuare in favore della Fondazione Magna Carta, che fa riferimento a Quagliariello.
A pagina 524 si legge di un’ intercettazione ambientale registrata “il 21 settembre, alle 11.38, nella stanza 1 della “Romeo Gestioni Roma“:”Italo Bocchino e Carlo Russo si incrociano nell’ ufficio di Romeo“, scrivono i carabinieri “ed è anomalo rilevare che, quando si salutano, il Bocchino ed il Romeo lo fanno in modo decisamente formale appellandosi, vicendevolmente, “avvocato“; di sicuro questo comportamento non è casuale ed è frutto di una precisa strategia di entrambi tesa ad evitare di far capire al Russo i rapporti che intercorrono tra loro”.

I tre interlocutori proseguono a parlare e “Bocchino“, si legge, “ritiene che Russo abbia ragione nell’ aver prospettato al Romeo l’ acquisto del quotidiano L’ Unità, in quanto andrebbe a strutturare un tipo di rapporto che potrebbe prescindere dall’ attuale premiership (…). Poi Bocchino introduce la questione del giornale di Belpietro, dicendo che il primo numero del quotidiano La Verità è andato bene e che oggi dovrà vedere Gaetano, verosimilmente fa riferimento al senatore Gaetano Quagliariello e consiglia a Romeo di versare 50.000 euro per il tramite di Quagliariello e di farlo tramite “erogazione liberale” alla sua fondazione, operazione questa vantaggiosa anche dal punto di vista fiscale: “50.000 mila euro a Magna Carta e ti levi da tutti gli imbrogli”, di modo da evitare un’ esposizione eccessiva del Romeo nell’ operazione editoriale di Belpietro, che resta sempre un giornalista: “pericoloso“. Romeo chiede quindi se Belpietro accetterebbe questo iter e Bocchino conferma, dicendo che ha già parlato con Belpietro, il quale ha un buon rapporto con Quagliariello e che» a Maurizio (Belpietro n.d.r.) “non gli interessano le modalità di versamento del denaro. Chiaramente sono frasi intercettate e negli atti al momento non c’ è alcuna prova del versamento programmato.

Gli immobili dell’Inps. L’imprenditore Alfredo Romeo ha da 12 anni  un contenzioso in corso con l’Inps. e grazie ai buoni “uffici” di Carlo Russo ottine un incontro con la dirigente Daniela Becchini, responsabile del patrimonio immobiliare dell’Inps. E’ chiaro che Romeo vuole stringere nuove alleanze. La Becchini invece sembrerebbe che aspiri alla promozione a direttore generale ed è in cerca di “appoggi”. Il giovane “facilitatore”… Russo fa da anfitrione all’incontro : “Eh… sono stato io a chiedere all’avvocato Becchini di essere qui oggi e mi fa enormemente piacere perchè… come poi accennato, avevo piacere che si instaurasse… si rinstaurasse (farfuglia, inc)… dite come volete, un rapporto cordiale con… con l’avvocato Romeo che ovviamente è una persona amica, conosciuta e quant’altro le ho anticipato”. Detto fatto, la Becchini non si fa pregare per svelare le strategie segrete dell’Inps: “Noi stiamo lavorando per eliminare l’obbligo di dare tutto a Invimit perchè è una follia… siamo riusciti a farlo capire al ministero dell’Economia”.

nella foto Michele Emiliano

In settimana potrebbe essere sentito Michele Emiliano come “persona informata sui fatti” ma sulla data fissata per l’audizione con i magistrati romani c’è il massimo riserbo. Un’ ennesima “tutela” fra magistrati…. Il presidente della Regione Puglia dovrà parlare e spiegare ai pm romani di alcuni sms, che scambiò con il ministro Luca Lotti, indagato per rivelazione di segreto, nei quali si sarebbe fatto riferimento a Carlo Russo, imprenditore amico di Tiziano Renzi e ritenuto da chi indaga “punto di contatto” tra Alfredo Romeo e il padre dell’ex premier. Ma dovrà spiegare anche come mai non si è recato in Procura invece di mostrarli al giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano.


Alfredo Romeo, l’imprenditore campano arrestato mercoledì scorso per corruzione nell’ambito dell’inchiesta Consip, interrogato questa mattina  dai magistrati in carcere , si è avvalso della facoltà di non rispondere. Silenzio totale,  quindi durante l’interrogatorio di garanzia, che si è svolto alla presenza del gip Gaspare Sturzo, il pm Mario Palazzi e il procuratore aggiunto Paolo Ielo, titolari dell’inchiesta romana. Gli avvocati Francesco Carotenuto, Giovanni Battista Vignola ( a lato nella foto) ed Alfredo Sorge, difensori di Romeo  entrando a Regina Coelih anno depositato una memoria e dichiarato: “Il nostro assistito afferma di non aver mai dato soldi a nessuno e di non avere mai incontrato Tiziano Renzi o gente legata all’entourage dell’ex presidente del Consiglio“.

 




L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino assolto: “Io pugnalato, la mia cacciata una pagina buia della democrazia”

schermata-2016-10-08-alle-08-53-26Inseguito dai reporter mentre attraversava piazza Montecitorio, Ignazio Marino camminava a passo svelto, con il solito zainetto nero sulle spalle quando  ha incrociato una signora con i capelli rossi che gli ha gridato “Daje sindaco!” . Quanto voleva e doveva dire, l’ ex-sindaco di Roma l’ ha detto in conferenza stampa dove s’è tolto più di qualche spina dai piedi. Riferendosi a Matteo Renzi ha detto: “Ognuno deve guardarsi allo specchio e vedere se ha davvero la statura dello statista oppure no. Le scuse? Bisogna avere umiltà e onestà intellettuale“.

schermata-2016-10-08-alle-08-52-55Ma, quando gli hanno chiesto del commento di Matteo Orfini, il principale artefice della sua “caduta” da Sindaco di Roma, Marino non ha potuto trattenersi. “Orfini chi?“, parafrasando il premier nei confronti di Fassina, dopodichè  ha parlato di “quei 26 accoltellatori con un unico mandante” che lo costrinsero a lasciare il Campidoglio, consegnando di fatto la città di Roma al Movimento Ciqnue Stelle.

Ignazio Marino, nella sua casa vicino al Pantheon, ha raccontato in un’intervista rilasciata al collega  Sebastiano Messina del quotidiano La Repubblica come ha vissuto il giorno che poteva cambiare la sua vita , sopratutto dopo che il pm aveva chiesto per lui tre anni, un mese e dieci giorni di carcere,  e cosa succederà adesso invece dopo la sua assoluzione con formula piena che ha segnato la sua rivincita.

Cosa ha provato, mentre aspettava la sentenza? Ha pensato a quello che sarebbe successo se fosse stato condannato, come chiedeva il pm?
“Io ho sempre avuto una grandissima fiducia nella magistratura. In Senato, ogni volta che arrivava una richiesta da una Procura, io votavo a favore, anche in dissenso dal mio partito “.

La sentenza chiude il capitolo giudiziario. Ma questa inchiesta ha segnato la sua vicenda politica: lei è stato prosciolto, ma non è più il sindaco di Roma. Il tempo non torna indietro.
“Ci sono cose che non potranno mai essere sanate del tutto. È come quando uno viene operato: anche se guarisce, la cicatrice rimane. E io ho subìto molte ferite, dalla Panda rossa alle accuse sugli scontrini, che però mi hanno permesso di riflettere, di capire i miei limiti e di guardare avanti con maggiore forza”.

La ferita più dolorosa?
“Vedere il partito di cui sono stato orgoglioso fondatore che si riunisce insieme agli eletti della lista di Alemanno da un notaio per destituire il sindaco democraticamente eletto. Una delle scene più cupe della democrazia. In quel momento, insieme a me sono stati violentati 700 mila romane e romani”.

Dunque la cicatrice con il Pd non si richiuderà mai più?
“Ma il Pd è fatto anche da quelle persone che stasera manifestavano sotto casa mia, donne e uomini di sinistra”.

Li ho visti. Gridavano: “Non siamo grillini, non siamo renziani, siamo marziani”. E ho visto anche quella signora dai capelli bianchi che, abbracciandola, le ha detto: “La vogliamo segretario del Pd”. Dunque le chiedo: vuol fondare un suo movimento o è possibile un suo ritorno nel Pd?
“Su questo non mi sono interrogato. Finora ho pensato soprattutto a ristabilire la verità. Avevo detto che mi prendevo un anno di riflessione, e lo farò. Io non sono proprio, di indole, un capopartito. Non lo sarò mai. Posso produrre idee e studiare. E certo sento il dovere morale di continuare a impegnarmi per il mio Paese e per la mia città”.

È passato un anno esatto dall’8 ottobre 2015, il giorno in cui lei gettò la spugna. Col senno del poi, qual è stato l’errore più grande che vorrebbe non aver commesso?
“Forse non mi sarei dovuto dimettere. Ma è vero che io subivo un’enorme pressione. Non solo io, ma anche la mia famiglia. Mi arrivarono due buste con dei proiettili, in una c’erano le cartucce di una P38 special con questo messaggio: “I prossimi proiettili serviranno per bucare te, tua moglie e tua figlia. E sappiamo dove vive tua figlia“. Poi, certo, ci fu l’assedio politico e l’aggressione mediatica…”.

Nella conferenza stampa lei ha detto che “qualcuno disse che era stato organizzato un golpe”. Un anno dopo, cosa rimprovera a Matteo Renzi?
“Non ho davvero nulla da dire a Renzi. Solo che sono sbigottito, come tutti i romani, per quello che è accaduto a Roma. La cosa peggiore che può capitare a una città è che qualcuno ne determini l’instabilità. E purtroppo Roma dall’estate del 2015 vive in una grande instabilità amministrativa”.

Renzi l’ha chiamata, oggi?
Marino sorride. “No. Mi hanno chiamato Graziano Delrio, Giancarlo Caselli, Leoluca Orlando, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani…”.

Cosa le hanno detto D’Alema e Veltroni?
“Con Massimo abbiamo un vero rapporto di amicizia, nato quando ancora non avevo nulla a che fare con la politica. “Finalmente la verità emerge” è stato il suo commento. Walter mi ha mandato un affettuoso sms scrivendomi di essere molto contento. Ho parlato anche con il capo della Polizia, Franco Gabrielli, che era il prefetto di Roma quando ero sindaco. “Giustizia è fatta“, mi ha detto”.

La sindaca Raggi è intervenuta nel suo processo per chiederle 600 mila euro per il danno d’immagine che la città avrebbe subìto per colpa sua. Che effetto le ha fatto, sentirsi chiedere i danni dal Campidoglio?
“Mi aspetto che la Sindaca si impegni con la stessa determinazione con cui io ho trovato 13 milioni di euro di finanziamenti, grazie ai quali lei ha potuto inaugurare con la fascia tricolore la scalinata di piazza di Spagna restaurata”.




Martelli: “Giovanni Falcone? Era solo, i magistrati lo avevano isolato”

Schermata 2016-05-29 alle 18.26.49di Paola Sacchi*

Claudio Martelli, già vicepresidente del Consiglio dei ministri e titolare del dicastero di Grazia e Giustizia, racconta a Il Dubbio chi era Giovanni Falcone e perché nel 1991 lo prese a lavorare con sé in Via Arenula. L’ex delfino di Bettino Craxi, l’autore della relazione “Meriti e bisogni”, racconta chi era “il giudice più famoso del mondo, che non usava gli avvisi di garanzia come una pugnalata”.

Onorevole Martelli, quando Falcone arrivò da lei si scatenarono molte polemiche. Perché?
Le polemiche arrivarono dopo, quando soprattutto emerse il disegno di creare oltre alle Procure distrettuali anche una Procura nazionale Antimafia, che poi venne battezzata la Super-procura. Lì si infiammarono gli animi e in alcuni casi si intossicarono.

Gli animi di chi?
Di chi dirigeva l’Associazione nazionale magistrati. Era Raffaele Bertoni che arrivò a dire letteralmente: di una Procura nazionale Antimafia, di un’altra cupola mafiosa non c’è alcun bisogno…

CdG targa csm

Addirittura?
Sì. E ci furono esponenti del Csm, in particolare il consigliere Caccia, il quale disse che Falcone non dava più garanzie di indipendenza di magistrato da quando lavorava per il ministero della Giustizia. Io dissi che questa era un’infamia. Lui mi querelò, ma alla fine vinsi. Venne indetto anche uno sciopero generale della Anm contro l’istituzione della Procura nazionale Antimafia. Uno sciopero generale, dico!

Oggi suona come roba dell’altro mondo…
Sì, ma questo era il clima. La tesi di fondo era che Martelli intendeva ottenere la subordinazione dei Pm al ministro della Giustizia. Questa era la più grande delle accuse. Poi c’erano quelle a Giovanni e al suo lavoro.

Il Pci e poi Pds non fu neppure tanto tenero. O no?
Erano in prima linea i comunisti. E gli esponenti della magistratura che ho citato erano tutti di area comunista. L’Unità faceva grancassa, dopo aver osannato Falcone in passato, aveva cambiato atteggiamento già prima che Falcone venisse al ministero.

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Quando?
Quando si rompe il fronte anti-mafia e alcuni di quegli esponenti a cominciare dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, incominciano ad attaccare Giovanni.

Che successe?
La polemica tra Orlando e Falcone sorge quando Giovanni indagando sulla base di un rapporto dei Carabinieri in merito a un appalto di Palermo osserva che con Orlando sindaco, Vito Ciancimino era tornato a imperare sugli appalti di Palermo. A quel punto il Sindaco perde la testa e come era nel suo stile temerario e sino ai limiti dell’oltraggio accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti i nomi dei mandanti politici degli assassini eccellenti di Palermo. Cioè quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa di Piersanti Mattarella.

Eravamo arrivati a questo punto?
Sì, non contento Orlando fa un esposto firmato da lui, dall’avvocato Galasso e da altri, al Csm sostenendo che Falcone aveva spento le indagini sui più importanti delitti di mafia. Il Csm convoca Falcone nell’autunno del ’91 e lo sottopone a un interrogatorio umiliante, contestandogli di non aver mandato avvisi di garanzia a tizio, caio o sempronio. Giovanni pronuncia frasi che secondo me dovrebbero restare scolpite nella memoria di tutti i magistrati italiani.

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nella foto Claudio Martelli e Giovanni Falcone al Ministero di Giustizia

Le più significative?
Disse Giovanni: non si usano gli avvisi di garanzia per pugnalare alla schiena qualcuno. Si riferiva in particolare al caso del costruttore siciliano Costanzo. Falcone sostenne che si mandano quando si hanno elementi sufficienti. Ancora: non si rinviano a giudizio le persone se non si ha la ragionevole convinzione e probabilità di ottenere una sentenza di condanna. Le procedure penali per Giovanni non erano un taxi e quindi non vanno a taxametro.

Ritiene che l’insegnamento di Falcone sia stato poi seguito, in passato e nei nostri giorni?
Sì, ci sono per fortuna magistrati che hanno seguito il suo metodo molto scrupoloso nelle indagini. E quando otteneva la collaborazione dei pentiti era molto attento a verificare le loro dichiarazioni.

Faccia un esempio.
In un caso palermitano, un pentito, tal Pellegriti, dichiarò che il mandante degli assassini di Piersanti Mattarella era l’on. Salvo Lima. Falcone gli chiese da chi, come e quando l’avesse saputo. Fa i riscontri e scopre che in quella data Pellegriti era in galera. Dopodiché lo denuncia per calunnia. Ma siccome questo pentito era già diventato un eroe dei tromboni dell’anti-mafia, quelli delle tavole rotonde…

Intende dire gli stessi che celebrano Falcone?
Sì, dopo ci arriviamo…allora, stavo dicendo che questi si inviperirono contro Falcone perché aveva rovinato loro il giocattolo. E quindi dopo questo episodio e quanto ho raccontato prima, lo denunciano al Csm che “processa” Falcone. Il quale a un certo punto perde la pazienza e dice: se mi delegittimate, io ho le spalle larghe, ma cosa devono pensare tutti i giovani procuratori, ufficiali di polizia giudiziaria? Falcone in quel momento era il giudice più famoso al mondo.

Ci ricordi perché.
Era quello che aveva fatto condannare in primo grado e in appello la cupola mafiosa dei Riina, Greco e Provenzano. Grazie a lui gli americani avevano condotto l’operazione Pizza connection…. Era così autorevole e famoso che una volta in Canada un giudice di tribunale volle che si sedesse in aula posto suo. Ma poi arrivò la stagione del corvo di Palermo: le lettere anonime nelle quali si infangavano Falcone e De Gennaro.

Schermata 2016-05-29 alle 19.48.29Un clima ostile, quasi da brivido con il senno di poi…
Ora se a questo si aggiunge che Giovanni doveva diventare capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo e invece il Csm gli preferì Antonino Meli, e che poi si candidò al Csm e venne bocciato, e infine a procuratore capo di Palermo gli preferirono Pietro Giammanco, si può ben capire il clima attorno a lui. Che giustifica una frase di Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci: lo Stato e la magistratura che forse ha più responsabilità di tutti ha cominciato a far morire Falcone quando gli preferirono altri candidati. Venne a lavorare con me quando a Palermo era ormai isolato, delegittimato, messo sotto stato di accusa.

È vera la leggenda che per sdrammatizzare quando arrivava in ufficio dopo pranzo alle segretarie chiedesse scherzoso: neppure oggi Kim Basinger ha chiamato per me?
Sì, l’ho sentito anche io. Lui aveva anche una grande ironia e la faceva anche su stesso, amava molto la vita. Credo che Giovanni a Roma visse uno dei periodo fu sereni della sua esistenza, perché era messo in condizioni di lavorare.

Come vede le polemiche di oggi tra magistratura e politica?
Certe cose con Falcone non c’entrano niente. Lui sosteneva la necessità di separare le carriere dei magistrati tra Pm e giudici. Perché il giudice deve essere terzo, imparziale, come dice la Costituzione.

Cosa pensa delle accuse indiscriminate di Piercamillo Navigo, presidente della Anm, ai politici?
Davigo veniva definito da Antonio Di Pietro il nostro “ragioniere”. Ma io gli riconosco il merito di aver sbaragliato nel congresso dell’Anm tutte le correnti. E poi non è vero che lui accusa indiscriminatamente i politici. Dice che i politici di oggi sono peggio di quelli di ieri”

*intervista rilasciata al quotidiano Il Dubbio