Arrestata Lara Comi ex eurodeputata di Forza Italia per tangenti

di Valentina Rito

Nell’ambito dell’ indagine “Mensa dei Poveri”   il Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano ha arrestato l’ex eurodeputata Lara Comi, nata a Garbagnate Milanese nel 1983, amministratore delegata dei Supermercati “Tigros” e Paolo Orrigoni, entrambi posti ai domiciliari, e tradotto in carcere Giuseppe Zingale direttore generale di Afol Metropolitana . L’ordinanza richiesta dai pm Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri, è stata accolta e firmata dal Gip Raffaella Mascarino del Tribunale di Milano .

Lo scorso 10 maggio Lara Comi chiedeva alla sua esperta di fondi pubblici europei, l’avvocato Maria Teresa Bergamaschi, presidente della Camera penale di Savona: “Secondo te mi possono indagare?”  L’avvocato le rispondeva: “Per potere possono, ma sarebbe una porcheria: in una giustizia corretta non dovrebbero, ma se vogliono crearti danni per la campagna elettorale…”. Ma soltanto 4 giorni dopo accade che proprio l’avvocato Bergamaschi, inizialmente sulla negativa nel primo interrogatorio da “testimone”, quando il 13 maggio diventa indagata  e quindi viene sospeso l’atto istruttorio, il giorno dopo e cioè il 14 maggio ritorna in Procura e consegna spontaneamente il proprio telefono cellulare contenente in memoria le chat di Whatsapp che inguaiano definitivamente l’allora ancora europarlamentare. E’ stata proprio questa consegna spontanea a consente ai magistrati di ritenere quei messaggi  quale “prova documentale” (sulla base di sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 2017), e quindi di aggirare il rischio di inutilizzabilità di messaggi vocali o chat altrimenti coperti dall’immunità dell’allora europarlamentare in carica rispetto sia a intercettazioni sia a sequestri di corrispondenza.

 

Le chat dove la Comi anticipava con «emoticon» sorridente  a Bergamaschi che “Zingale vorrà il suo regalo di Natale”, alludendo al fatto che vorrà la parte di retrocessione illecita, per i pm hanno pesato non poco . Così come quelle in cui la Comi ingenuamente prefigura come vorrebbe depistare stampa e pm (“Comunque oggi io dirò che non ho mai preso 17k (cioè 17mila euro, ), non ho mai avuto consulenze con Afol né società a me collegate che non esistono…”), ed all’amica-avvocato raccomanda di non telefonare per prudenza: “Se dovessero chiamarti non rispondere, poi ti spiego”, e di utilizzare  le “chat di Telegram che è più comodo” in quanto permette la distruzione immediata dei messaggi. Proprio quei messaggi che sono stati poi consegnati dalla Bergamaschi ai magistrati inquirenti.

L’arresto è arrivato nell’ambito di un nuovo filone della “maxi indagine” che lo scorso 7 maggio portò all’esecuzione di 43 misure cautelari, nei confronti tra gli altri, dell’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, del consigliere lombardo ‘azzurro’ Fabio Altitonante e del consigliere comunale Pietro Tatarella candidatosi alle ultime Europee per Forza Italia . Sono state proprio le dichiarazioni rese da Caianiello, che sarebbe stato al centro del sistema di “corruzione”, che hanno confermato il quadro accusatorio dei magistrati .  “Più volte avevo espresso alla Comi la necessità di trovare una modalità attraverso cui retrocedere delle somme in favore della mia persona, in ragione dei costi che la quotidiana attività politica mi comportava” ha messo a verbale Nino Caianiello, ‘burattinaio’ del sistema di tangenti, finanziamenti e nomine pilotate e che da tempo ha deciso di collaborare coi pm milanesi.

Il 2 settembre Nino Caianiello mette a verbale queste dichiarazioni: “A seguito della mancata candidatura alle elezioni politiche nazionali cui lei fortemente aspirava, Comi ha iniziato a spaventarsi fortemente per la sua rielezione al Parlamento Europeo, ragione per la quale ha iniziato ad andare spasmodicamente alla ricerca di finanziamenti e alleanze politiche” raccontando anche che “la Comi voleva che io intercedessi in suo favore nei confronti della Gelmini”  di cui, proprio all’inizio della carriera e prima di diventare coordinatrice regionale di Forza Italia giovani nel 2004 era stata assistente.

Due mesi fa alle ammissioni Caianiello, si aggiungono  delle intercettazioni certo non piacevoli piene di commenti da gossip politico verso “questa cretina della Lara” alla quale “faccio uno shampoo“, definendola “una pazza scatenata che pensa di prendere in giro tutti“.

Così scrive il gip Raffaella Mascarino nella sua ordinanza:Dall’esame degli elementi indiziari (…) emerge la peculiare abilità che l’indagata Comi ha mostrato di aver acquisito nello sfruttare al meglio la sua rete di conoscenze al fine di trarre dal ruolo pubblico di cui era investita per espressione della volontà popolare il massimo vantaggio in termini economici e di ampliamento della propria sfera di visibilità“. Ed aggiunge: “Nonostante la giovane età, Lara Comi ha mostrato nei fatti una non comune esperienza nel fare ricorso ai diversi, collaudati schemi criminosi volti a fornire una parvenza legale al pagamento di tangenti, alla sottrazione fraudolenta di risorse pubbliche e all’incameramento di finanziamento illeciti“.

L’esponente di Forza Italia arrestata, Lara Comi, è accusata anche di aver ricevuto un finanziamento illecito da 31 mila euro dall’industriale bresciano Marco Bonometti titolare della Omr Holding e presidente di Confindustria Lombardia. Il versamento sarebbe stato effettuato in vista delle ultime elezioni europee sotto mentite spoglie di  consulenza che si basava su una tesi di laurea scaricabile dal web dal titolo “Made in Italy: un brand da valorizzare e da internazionalizzare per aumentare la competitività delle piccole aziende di torrefazione di caffè”.

La Comi è stata arrestata in merito a tre diverse vicende. La prima riguarda due contratti di consulenza ricevuti dalla sua società, la Premium Consulting srl, con sede a Pietra Ligure (Savona), da parte di Afol e, in particolare, dal dg Zingale, a seguito di“promessa di retrocessione di una quota parte agli stessi Caianiello e Zingale”, come risulta negli atti depositati nel procedimento principale. Una circostanza verbalizzata in un interrogatorio del 14 maggio dall’ avvocato Maria Teresa Bergamaschi, stretta collaboratrice dell’ex eurodeputata : “Il 15 dicembre 2018 mi arrivò un messaggio di Lara Comi (…) mi scriveva ‘Zingale vorrà un regalo di Natale‘”  aggiungendo : “Mi parlò della necessità di pagare in vista dell’estensione dell’incarico una cifra di 10 mila euro a Zingale”.

La terza accusa è la truffa aggravata al Parlamento europeo, che vede coinvolto anche il giornalista Andrea Aliverti,   collaboratore come addetto stampa della Comi , dietro compenso di mille euro al mese, soldi questi rimborsati dall’Europarlamento. Interrogato dai pm Aliverti ha dichiarato di avere ricevuto un aumento da 1.000 a 3.000 euro, con l’obbligo però di restituirne 2.000 a Forza Italia per pagare le spese della sede che la Comi si guardava bene dal pagare. Ma non è la prima volta che la Comi finisce in vicende analoghe.

Nel 2009 appena eletta al Parlamento Europeo a Strasburgo, pensò bene di assumere come sua assistente parlamentare non un semplice parente – che è già vietata dalla legge – ma proprio sua madre. Un incarico durato un anno e che le è costato  126mila euro da restituire a rate all’Europarlamento. La Comi a suo tempo si difese in due modi: prima asserendo un errore di interpretazione della normativa commesso dal suo commercialista , ed uno molto all’italiana: “Avevo solo 26 anni, volevo con me la mamma”.

Infine ha invece parlato del leghista Orrigoni, ex candidato sindaco a Varese,  l’imprenditore Pietro Tonetti. che ha raccontato che Orrigoni d’intesa con lui, avrebbe versato l’anticipo di 50mila euro della presunta tangente, mascherata sotto forma di incarico a uno studio di ingegneristica, per ottenere la variante di destinazione d’uso di un terreno a Gallarate su cui aprire un nuovo punto vendita della catena “Tigros“.

Le reazioni della politica agli arresti di Lara Comi e Paolo Orrigoni

Aspettiamo gli esiti di queste ulteriori indagini e cerchiamo di capire da cosa derivino la necessità di un provvedimento del genere, se come sembra per fatti che gli erano già stati contestati. Quindi evidentemente c’è qualcosa che noi non sappiamo”: così il governatore leghista Attilio Fontana anch’egli indagato in un altro filone dell’inchiesta, ha commentato gli arresti.

Per Silvia Roggiani, segretaria del Pd milanese:gli arresti che hanno scosso la Lombardia sono motivo di grande preoccupazione e se da una parte l’auspicio è che le persone coinvolte possano dimostrare la loro innocenza, dall’altra ci indicano l’urgenza e la necessità di tenere alta la guardia. In nome della legalità e dell’interesse della collettività, oggi tutti i politici hanno un compito e una responsabilità precisa: essere compatti nel portare avanti una battaglia di trasparenza per spazzare via ogni tipo di corruzione e malaffare“.

Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, a Venezia dopo l’acqua alta che ha devastato la città, si è trincerato in un fermo mutismo interrogato dai cronisti sull’arresto di Lara Comi, l’ex eurodeputata di FI, a lui molto “vicina” accusata di tangenti. “No, non lo faccio” ha detto Berlusconi. La Comi  si era piazzata al terzo posto tra gli eletti nella circoscrizione Nord-Ovest: e il primo degli eletti, proprio Silvio Berlusconi di cui era stata “fedelissima” per anni , ha deciso di mantenere quel seggio, estromettendola così da Strasburgo e privandola dell’immunità parlamentare.




Arrestato Longarini procuratore di Aosta, per “induzione indebita a promettere utilità”. L’ ANM

Il procuratore capo della Repubblica di Aosta facente funzioni Pasquale Longarini è stato arrestato ieri sera nell’ambito di un’inchiesta condotta dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano su delega della della procura della Repubblica milanese, competente sulla magistratura aostana . Il reato contestato è “induzione indebita a dare o promettere utilità” (articolo 319 quater del codice penale). Il magistrato è stato posto agli arresti domiciliari. L’inchiesta è stata coordinata dal pm Roberto Pellicano e dal procuratore aggiunto Giulia Perotti. Ai domiciliari è stato posto anche Gerardo Cuomo, titolare del caseificio valdostano. Nei prossimi giorni sarà fissato l’interrogatorio di garanzia.

Ai domiciliari è finito anche un imprenditore, Gerardo Cuomo, titolare del caseificio valdostano. Nei prossimi giorni sarà fissato l’interrogatorio di garanzia. I due sono accusati di induzione indebita per dare o promettere utilità. L’inchiesta è condotta a Milano (competente su Aosta, ndr) ed è stata affidata al sostituto procuratore Roberto Pellicano. C’è un terzo indagato nell’inchiesta della procura della Repubblica di Milano , un  un commerciante attivo tra Aosta e Courmayeur  
L’ipotesi di reato mossa dalla procura della Repubblica di Milano nei confronti di Longarini è di aver fornito informazioni a Gerardo Cuomo, titolare del caseificio valdostano, azienda leader nella distribuzione di prodotti alimentari in Valle d’Aosta, è di “induzione indebita a dare o promettere utilità”‘. Secondo l’accusa Longarini gli ha fornito informazioni per risolvere problemi di tipo giudiziario o amministrativo in cambio di utilità o di promesse di utilità. La Procura di Milano si appresta in queste ore ad avvisare il Csm.


Pasquale Longarini è stato uno dei magistrati inquirenti del caso Cogne
,  infatti da sostituto procuratore aveva  collaborato con la collega Stefania Cugge alle indagini che in primo grado, nel 2004, portarono alla condanna a 30 anni di reclusione per Anna Maria Franzoni, accusata dell’omicidio del figlio di 3 anni, Samuele (pena ridotta a 16 anni dalla corte d’Assise Appello di Torino e confermata poi in Cassazione).

Nella prima metà degli anni ’90 alcune inchieste di Longarini portarono in carcere l’attuale presidente della Regione Valle d’ Aosta, Augusto Rollandin (carica che aveva ricoperto anche all’epoca); i fascicoli riguardavano in particolare il voto di scambio, l’illecita concessione di contributi regionali ad aziende di autotrasporto pubblico, la partecipazione – in forma occulta – del governatore al capitale azionario di una di queste società. Dal 13 dicembre scorso Pasquale Longarini è diventato procuratore capo facente funzioni dopo il passaggio di Marilinda Mineccia al vertice della procura di Novara . Il suo lavoro ad Aosta – dove aveva lavorato anche in pretura – è iniziato nei primi anni Novanta.

Un’altra toga “sporca” finisce in carcere ma incredibilmente quello che stupisce è il silenzio del leader dell’ ANM Piercamillo Davigo che solitamente commenta di tutto e di più.




Inchiesta Sopaf. L’ex presidente dell’ INPGI il giornalista-sindacalista Andrea Camporese sarà processato a Milano

Schermata 2016-05-14 alle 17.03.22Andrea Camporese, il giornalista-sindacalista che durante l’ultimo congresso pugliese dell’ Assostampa di Puglia disse  “lascerò Inpgi e vi guarderò e seguirò a distanza.Visto che qualcuno mi ha tacciato di frequentare troppo i Casinò, farò come i croupier “, ha detto poi mostrando il palmo delle mani: “sono pulite”, come raccontava il suo sodale Gianni Svaldi sulla sua “paginetta” Facebook , (unico luogo dove ormai gli tocca scrivere) verrà processato a Milano, e non a Roma o Venezia come aveva chiesto la sua difesa sollevando una questione di competenza territoriale, puntualmente rigettata.

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nella foto Andrea Camporese

Lo ha deciso la 2a sezione penale del Tribunale di Milano, che ha respinto l’istanza di stralciare la posizione processuale di Camporese e di trasmettere gli atti nella Capitale o nel capoluogo veneto. Così come sono state respinte anche le altre questioni di nullità del capo di imputazione a suo carico, e quindi l’ex-presidente dell’ INPGI (sinora costato oltre 120 mila euro di spese legali all’istituto di previdenza) sarà quindi processato e giudicato sotto il noto “rito ambrosiano” a Milano insieme ad altri 9 imputati, fra cui Giorgio Magnoni, in uno dei filoni processuali che hanno al centro il “crac” della Sopaf.

Le accuse a vario titolo sono “associazione per delinquere“, “truffa“, “appropriazione indebita“, “corruzione” e “frode fiscale“. Il giornalista-sindacalista Camporese risponde di alcune operazioni su fondi immobiliari che secondo al Guardia di Finanza ed il “pool” per i reati fiscali e finanziari della Procura di Milano, avrebbero causato un danno di 7milioni e 600 mila euro alle casse dell’ INPGI, soldi dell’istituto previdenziale dei giornaliusti italiani, che secondo l’accusa del pubblico ministero Gaetano Ruta sarebbero finite nella casse di Sopaf, attraverso la Adenium Sgr, una società controllata dalla finanziaria già di proprietà dei fratelli Magnoni.

nella foto Nicola Borzi (Sole24Ore)

nella foto Nicola Borzi (Sole24Ore)

Ma di tutto questo, cari lettori non troverete molti articoli. Di questa vicenda gli unici due giornalisti in Italia che se ne sono realmente occupati sin dal primo momento sono stati il nostro collega e direttore Antonello de Gennaro (allorquando dirigeva un’agenzia di stampa con sedi a Roma e Milano), ed il bravo collega Nicola Borzi del Sole-24Ore. Tutti gli altri si sono “appecorinati” ed autocensurati in silenzio. Non a caso dall’ INPGI dipendono le indennità di disoccupazione…., le case in affitto, i prestiti e mutui a tassi agevolati. “Pecunia non olet“….i soldi non puzzano dicevano i latini. Ma chi si occupa di spazzatura umana a questo tipo di odore è ben abituato.

ADG-Camporese_Sopaf

Ecco cosa scriveva de Gennaro  nel 2012 sull’ INPGI 

Molto più facile per la FNSI attaccare e diffamare, insieme ad i suoi “compagnucci” pugliesi,  il nostro Direttore Antonello de Gennaro, vittima di un provvedimento interdittivo temporaneo, ancora sub iudice ed opposto dai suoi legali, annunciando la costituzione di parte civile peraltro in maniera “ridicola”, in quanto al momento non vi è neanche una richiesta di rinvio a giudizio  a carico del deGennaro ! Mentre sul loro “compagnuccio”  Camporese ed i 7 milioni di danni fatti alle casse dell’istituto previdenziale dei giornalisti guarda caso… alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’unico sindacato dei giornalisti (non unitario, non ce ne sono altri !) dei giornalisti, non interessa nulla. Regna il “silenzio”. Un silenzio molto imbarazzante.

Imbarazzante come Raffaele Lorusso e Gianni Svaldi i quali fanno finta di non sapere dell’esistenza di un procedimento penale a loro carico a seguito di due querele nei loro confronti che de Gennaro e la nostra cooperativa editrice hanno depositato  nel settembre 2014, e di essere quindi “indagati“.

 

 




A giudizio per truffa Andrea Camporese, presidente INPGI l’istituto di previdenza dei giornalisti

Che fosse truffa era chiaro fin dal giorno in cui gli uomini del Nucleo Valutario delle Fiamme Gialle ha arrestato i fratelli Ruggero, Aldo e Giorgio Magnoni oltre al figlio di quest’ultimo, Luca. Nell’inchiesta del pm di Milano Gaetano Ruta per la bancarotta della Sopaf ben tre enti previdenziali privati, quelli di medici, ragionieri e giornalisti, venivano individuati come parte offesa di un meccanismo in cui – tramite operazioni di mediazione occulta – la società dei Magnoni aveva potuto accumulare guadagni vendendo quote del Fondo immobili pubblici (Fip), voluto nel 2004 dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. A indagini verso la chiusura, però, nel registro degli indagati è finito anche Andrea Camporese il presidente dell’Associazione degli enti previdenziali privati (Adepp) oltre che della cassa dei giornalisti, l’Inpgi. Oggi  i militari della Guardia di Finanza gli hanno notificato a Perugia, a margine di un convegno, un avviso di chiusura indagini (ex-art. 415bis) e Camporese dovrà rispondere di truffa aggravata perché gli enti previdenziali sono assimilati a enti pubblici. Insieme al vicecaporedattore della sede veneta della Rai in aspettativa non retribuita (più noto per la sua attività di sindacalista che di giornalista –n.d.r. CdG), sono indagati Giorgio Magnoni, Alberto Ciaperoni, Stefano Siglienti, Andrea Toschi e il banchiere d’affari Gianfranco Paparella.

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Per la Procura di Milano Camporese ha aiutato la Sopaf a incassare 7,6 milioni di euro perché le quote Fip, pagate dall’ente di previdenza 140mila euro l’una, in realtà ne valevano 100mila. Eppure Camporese, secondo quanto accertato dal pm, era stato ufficialmente messo in guardia dai suoi stessi uomini interni all’Inpgi secondo i quali quello che sembrava un buon affare nascondeva del marcio. Non solo. Quando Sopaf nel gennaio 2009 propone l’operazione alla cassa di previdenza dei giornalisti, non ha alcuna titolarità per farlo visto che non possiede ancora le quote e ce non l’ha nemmeno quando, il 19 febbraio 2009, Camporese con propria delibera dispone l’acquisto delle quote. La decisione eseguita a stretto giro  con il pagamento di 30 milioni, è stata ratificata solo 2 mesi più tardi daconsiglio di amministrazione dell’ Inpgi – all’epoca composto, oltre che da Camporese, da Riccardo Venchiarutti, Roberto Carella, Paolo Serventi Longhi, Maurizio Andriolo, Edmondo Rho, Silvia Garambois, Antonio De Vito, Silvana Mazzocchi, Giuseppe Iselli, Franco Siddi e Simona Fossati. Nel mezzo, il 12 marzo, la società dei Magnoni acquista le quote Fip detenute dalla società austriaca Immowest intascando un guadagno netto di 7 milioni e 600mila euro.

Insomma, la Sopaf avrebbe potuto prendere i soldi e scappare oltre ad aver percepito quello che la Procura nell’ordinanza di arresto dei Magnoni aveva definito un “ingiusto guadagno” quantificato in 7,6 milioni nell’operazione con l’Inpgi e 15 milioni in quella analoga con la cassa dei medici, l’Enpam. E Camporese, secondo la Procura, ha agevolato la società “utilizzando artifici e raggiri consistiti nel rappresentare falsamente all’organo amministrativo di Inpgi che Sopaf fosse titolare delle quote di Fip, laddove la società agiva di fatto come intermediario tra venditore ed acquirente, non avendo né la titolarità delle quote, né le risorse finanziarie per acquistarle – notano gli inquirenti nell’avviso di chiusura delle indagini – e che il margine di guadagno della società su tale operazione fosse quindi pari alla differenza tra il prezzo di acquisto dalla società austriaca Immowest Promotus Holding e quello di rivendita ad Inpgi”. Quindi le aggravanti e cioè “il danno patrimoniale di rilevante gravità, l’abuso di prestazione d’opera, l’aver commesso il fatto ai danni di un ente esercente un pubblico servizio”.

Andrea Camporese

nella foto Andrea Camporese

Ma quale sarebbe stato il vantaggio di Camporese in questo pasticciaccio? Nessuno all’apparenza. Certo è che il suo nome compare nel comitato consultivo di Adenium, controllata al 100% da Sopaf, con una retribuzione di 25mila euro all’anno per due anni. Nulla di penalmente rilevante, naturalmente ma che palesa come minino un conflitto di interessi. Quando furono eseguiti gli arresti nella richiesta di applicazione delle misure cautelari il pm scriveva che “il ruolo degli organi apicali degli enti previdenziali” restava “ancora sullo sfondo”, ma richiedeva “i necessari approfondimenti”. Approfondimenti che sono arrivati in estate con l’audizione di diversi testimoni interni a Inpgi e l’acquisizione di documenti. Tra cui il contratto nel quale si stabiliva che il prezzo della compravendita era “immodificabile”. Ma non solo. Nel contratto secondo gli inquirenti “non c’era alcuna indicazione del valore della quota (…), né dei criteri di determinazione del prezzo”.

Le attribuzioni statutarie esercitate sono di una ampiezza impressionante, di fatto più di un amministratore delegato di azienda, firmo migliaia di atti l’anno e me ne assumo la responsabilità“, aveva del resto rimarcato Camporese il 3 dicembre 2013 a ilfattoquotidiano.it, replicando a un articolo nel quale si segnalava come nei 4 anni tra il 2008 e il 2012, grazie a clausole e benefici contrattuali, il suo stipendio fosse aumentato del 51,4% a 306.140 euro, mentre il rapporto tra uscite ed entrate dell’Inpgi è andato oltre il 110 per cento. Una situazione, quest’ultima, che non è migliorata, visto che l’Istituto ha sì chiuso il 2013 in attivo, ma i contributi hanno continuato a scendere e le uscite a crescere, con la gestione previdenziale in perdita per il terzo anno consecutivo, mentre lo stipendio del Presidente ha continuato a crescere per via appunto degli automatismi previsti. E così l’Inpgi ha deciso di varare una revisione dei criteri di erogazione della disoccupazione e ha innalzato il contributo per gli ammortizzatori sociali a carico delle aziende.

Nei giorni scorsi, sempre nell’ambito delle indagini sulla bancarotta Sopafil nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza di Milano ha arrestato l’ex presidente della cassa dei ragionieri, Paolo Saltarelli. Secondo l’ipotesi del pm Gaetano Ruta, a Saltarelli è andata una mazzetta di poco inferiore al milione di euro. Mazzetta, secondo la procura di Milano, concordata per “remunerare gli investimenti della Cassa nei fondi gestiti da Denium Sgr”. La consegna della bustarella sotto forma di certificato, secondo quanto raccontato agli inquirenti da Toschi, avvenne in un bar di corso Garibaldi a Milano nell’autunno del 2012. Gli stessi militari della Gdf hanno notificato l’avviso di garanzia venerdì a Perugia, a margine di un convegno, a Camporese.

Nessun “accordo occulto o sotterfugio”, secondo Camporese che auspica che “al più presto si accerti l’assoluta correttezza dell’operato mio e di tutte le persone che in seno all’ Inpgi hanno lavorato per realizzare questo investimento”. Il presidente dell’ Inpgi fa quindi sapere di aver “ricevuto con stupore e profonda amarezza la notifica di un atto con cui mi si informa dell’esistenza di indagini anche nei miei confronti, in qualità di Presidente dell’Inpgi, in relazione a un’operazione avvenuta nel 2009 di acquisto di quote del fondo immobiliare riservato FIP-Fondo Immobili Pubblici, promosso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze”. Il giornalista quindi rivendica come, nonostante il guadagno milionario messo a segno da Sopaf, “tale acquisto avvenne con uno sconto significativo sul NAV (Valore Unitario Netto della quota calcolato per legge dalla Società di gestione del risparmio che gestisce il fondo) e ha prodotto dal momento dell’acquisto al 30 ottobre 2014 un rendimento annuo lordo del 9,53% sull’investimento e proventi incassati pari a 10,7 milioni di euro sui 30 milioni investiti all’epoca”. Nonostante ciò, continua Camporese, “le verifiche degli inquirenti sarebbero incentrate su un presunto accordo esistente tra me e il venditore delle quote, che avrebbe portato al pagamento di un prezzo eccessivo delle quote stesse. In buona sostanza, mentre le quote sono state da noi pagate 133.333,33 euro ciascuna, sarebbero state, invece, acquistate dal nostro venditore a un prezzo più basso”.

di G. Scacciavillani e G. Trinchella *

articolo tratto da Il Fatto Quotidiano

Ecco l’articolo del nostro direttore su ADGNEWS24 (leggi QUI

 

Delle truffe ai danni delle casse pensionistiche anche il programma di Milena Gabbanelli “Report” -RAITRE ( vedi QUI) aveva dato conto nell’inchiesta “Cassa continua” del 2 giugno 2014