E’ costata 16 miliardi all’ Italia la crisi dell’Ilva

ROMA – La crisi dell’Ilva è costata all’economia nazionale italiana per essere precisi , 15 miliardi e 800 milioni. Tanto . Questo l’impatto sul nostro PIL (prodotto interno lordo) causato dalla minore produzione dell’impianto di Taranto secondo i calcoli dello Svimez, che, su richiesta del Sole 24 Ore, ha inserito nel suo modello econometrico i dati sull’andamento manifatturiero reale forniti dall’impresa. Il deterioramento dell’ “output” è risultato significativo. In cinque anni , fra il 2013 e il 2017 sono andati in fumo quasi 16 miliardi di euro di Pil  ,cioè  l’equivalente di una manovra finanziaria sui conti pubblici in tempo di recessione.

Il primo elemento che colpisce, come evidenzia lo SVIMEZ  è la costanza dell’effetto negativo. Tutto ha origine con l’arresto di Emilio Riva e dal sequestro degli impianti disposti dalla Procura di Taranto , avvenuti il 26 luglio 2012,  a seguito della quale sono accadute molte cose. Il 26 novembre 2012 vengono sequestrate 900mila tonnellate di semilavorati e di prodotti finiti per il valore di un miliardo di euro. Il 24 maggio 2013, vengono “bloccati” ai Riva beni per 8 miliardi di euro, la cifra da loro risparmiata – secondo l’opinione ed i calcoli dei custodi giudiziari – per il mancato ammodernamento degli impianti. Il 4 giugno 2013, il Governo Letta procede al commissariamento dell’ ILVA . Il 5 gennaio 2016, viene reso reso pubblico il bando per la vendita. Il 30 novembre 2016, il Governo Renzi raggiunge un accordo extra-giudiziale con la famiglia Riva per il rientro degli 1,3 miliardi di euro custoditi fra la Svizzera e il paradiso fiscale delle isole Jersey e scoperti dalla Guardia di Finanza a seguito di una dichiarazione non veritiera di “scudo” fiscale introdotto dal ministro Giulio Tremonti durante il Governo Berlusconi.

AmInvestco Italia, la società a maggioranza Arcelor Mittal (85%) ed a minoranza Gruppo Marcegaglia (15%), si aggiudica l’ ILVA il 6 giugno 2017 . Arrivando ai nostri giorni, si consumano gli scontri fra il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il sindaco del Comune di Taranto, Rinaldo Melucci, propugnatori di un minaccioso (ed inutile, secondo noi) ricorso al Tar di Lecce contro il decreto sul piano ambientale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.  Un percorso accidentato in questi cinque anni avente  sullo sfondo, il vano tentativo di trovare una conciliazione fra salute d occupazione, una piaga che non è stata ancora guarita a Taranto e che soltanto un cieco o un folle non vedrebbe.

Come il CORRIERE DEL GIORNO ha più volte scritto e denunciato (unico organo di informazione a farlo !)  abbiamo assistito ad un vero e proprio conflitto fra i poteri dello Stato: una magistratura desiderosa più di visibilità e palcoscenico nazionale che di giustizia e la politica, con la prima prevalente grazie al potere giudiziario esercitato, rispetto alla seconda.  Nella stima inedita della Svimez emerge la linearità della perdita di ricchezza nazionale: 3,22 miliardi di euro di Pil in meno nel 2013, 3,23 miliardi in meno nel 2014, 3,42 miliardi in meno nel 2015, 2,5 miliardi in meno nel 2016 e 3,47 miliardi in meno nel 2017. Un bel risultato non c’è che dire…per il quale nessun magistrato, consulente della procura, commissario straordinario pagherà mai un solo centesimo di euro !

La freddezza dei numeri appare evidente , non può chiaramente tener presente gli sforzi o i ritardi nella annosa risoluzione del problema ambientale che rimane il “cuore” della questione Ilva, e fa risaltare quanto l’impatto economico sia profondo  per la fisiologia del Paese.

Basti sapere che, a causa gli effetti diretti e indiretti della minore produzione della acciaieria di Taranto,  l’export nazionale è stato “decapitato” fra il 2013 e il 2017,  sulla base calcoli effettuati da Stefano Prezioso economista della Svimez,  – di 7,4 miliardi di euro. Un dato che dimostra quanto l’incapacità  dei precedenti proprietari (Gruppo Riva) e della politica, della magistratura e dei sindacati di raggiungere una mediazione, un accordo e sopratutto un reale e stabile punto di equilibrio in questa vicenda abbia danneggiato non poco la natura manifatturiera e orientata all’export di un Paese delle fabbriche, che ha avuto fin dagli anni Cinquanta una delle sue componenti principali e più importanti nella siderurgia.

Contestualmente  i calcoli e le analisi della Svimez fanno chiarezza su uno dei principali quesiti di una vicenda che, qualsiasi sia il giudizio o l’opinione  su di essa, è senza dubbio di “interesse nazionale“: il maggiore import estero conseguenziale alla crisi dell’Ilva. Per dirla in soldi ed essere chiari, i vantaggi acquisiti dai gruppi stranieri concorrenti all’ ILVA di poter conquistare delle quote di mercato e nel appropriarsi delle parti più ricche della filiera del valore nelle forniture di acciaio alla manifattura italiana. Secondo la Svimez, questo altro capitolo di ricchezza svanita e persa strada facendo costituisce in cinque anni ad un valore economico pari  a 2,9 miliardi di euro. In questa vicenda, applicando un criterio di valutazione economica, vi è anche un altro aspetto che, è stato trascurato: il tema degli investimenti fissi lordi nazionali andati perduti  in maniera diretta e indiretta trasformando l’ ILVA in un “gigante”  limitato dalla magistratura, che ha visto scendere la produzione dalle nove milioni di tonnellate toccate sotto la gestione del Gruppo Riva agli attuali cinque milioni di tonnellate (quasi il 50% in meno) e con una minore capacità produttiva di generare ricavi e valore.

Va anche detto che l’impianto di Taranto non ha mai realizzato una eccelsa produzione specializzata ed innovativa. Al contrario, si è sempre collocata su un segmento medio basso, con la “spremitura” dell’impianto e con l’“efficienza organizzativa” dei Riva a garantire una buona produttività (e buoni bilanci). Ma è altresì vero che la scelta  obbligata, da parte dei commissari ,  di non fare implodere i conti mantenendo a livelli accettabili i ricavi, ha portato ad una diminuzione del ciclo interno ed a politiche di acquisti più espansive. A causa della gracilità generale dell’impianto e per l’irradiamento di questa sua debolezza, ecco che gli investimenti fissi lordi persi a causa della riduzione della produzione sono stati pari  fra il 2013 e il 2017  a 3,7 miliardi di euro.

Enzo Cesareo

Per non parlare di un indotto “paralizzato” ed indebitato a causa dei pagamenti non pagati da parte dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, che diceva ai suoi fornitori “continua a lavorare a fornirci, altrimenti non lavori più per noi” senza pagare i debiti maturati che hanno raggiunto i 180 milioni di euro alla data odierna, con le oltre 300 aziende dell’indotto ed in appalto, che rischiano di fallire e non hanno più credito dalle banche, come ha ricordato ed evidenziato nei giorni scorsi in una conferenza stampaVincenzo Cesareo il presidente di Confindustria Taranto .

In realtà,  questo problema, è strategicamente maggiore rispetto alla semplice quantificazione del “danno” per usare un linguaggio tecnico-giuridico, in una storia piena di troppi magistrati ed altrettanti avvocati . In un Paese come l’Italia, che come evidenzia lo Svimez ha un problema strutturale con la dimensione di impresa per via della ritirata dei grandi gruppi privati e post-pubblici, il danno economico di fatto non è rappresentato soltanto dai 3,7 miliardi di euro di investimenti in meno. Il danno infatti è prevalentemente costituito anche da quello che non si vede: la diminuzione di quello che gli economisti chiamano “spillover, cioè la diffusione informale di innovazione verso i clienti e i fornitori, che sono per lo più piccoli e medi imprenditori.

Concludendo vi  un tema “sociale” che appare complementare alla “questione ambientale”: i consumi persi dalle famiglie in quanto i redditi di chi è in Cassa Integrazione sono chiaramente  inferiori alla normalità. Consumi andati persi perché quando lavori in una azienda dell’indotto locale tarantino o in una società della filiera della fornitura nazionale il tuo posto di lavoro è sempre costantemente “a rischio”. In questo caso, il calcolo finale elaborato dagli economisti della Svimez consiste in 2,5 miliardi di euro. Cioè mezzo miliardo di euro all’anno in meno, dal 2013 ad oggi. Questi sono i “reai” numeri di Taranto e per l’Italia. Ed i numeri parlano. Molto meglio delle carte giudiziarie e tantomeno dei ricorsi dei “masanielli” di turno.




Il sindaco di Milano Giuseppe Sala indagato per un falso targato Comunione & Liberazione

di Paolo Campanelli

Spesso in Italia la situazione è grave, ma non seria. L’ennesima conferma della perenne attualità del pensiero di Ennio Flaiano si ricava dagli ultimi sviluppi dell’inchiesta-bis sull’Expo 2015. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura generale di Milano e si è autosospeso dalla carica in attesa di chiarire la sua posizione giudiziaria, di cui non conosce ancora nulla.

L’Espresso ha ricostruito la complessa vicenda esaminando gli atti dell’inchiesta e interrogando personalmente i magistrati che hanno coordinato le indagini. Il risultato, in sintesi, è che Sala è sotto accusa per una data.

E’ indagato per aver firmato un atto amministrativo del 17 maggio 2012, che in realtà è stato scritto solo tredici giorni più tardi, il 30 maggio 2012.

A preparare l’atto retrodatato, e quindi falso rispetto alla data indicata, è stata una squadra di funzionari regionali che però non obbedivano a Sala, ma ad Antonio Rognoni, l’ex manager dei grandi appalti della Regione Lombardia, fedelissimo dell’allora governatore “ciellino” Roberto Formigoni.

Nel periodo della presunta falsificazione dell’atto, Rognoni e la sua squadra erano in guerra burocratica contro Sala e il suo staff. E nei mesi successivi sono stati tutti arrestati per molte altre corruzioni, a cominciare da Rognoni. Ecco il quadro completo delle accuse ipotizzate dalla Procura generale nella nuova inchiesta che ha coinvolto anche il sindaco di Milano.

IL MAXI-APPALTO. La cosiddetta “piastra” è la base dell’esposizione universale: la struttura di fondo a cui si appoggiano tutti i padiglioni e costruzioni varie. La gara d’appalto viene celebrata solo tra dicembre 2011 e maggio 2012, dopo anni di liti interne al centrodestra tra la Regione di Formigoni e il Comune dell’allora sindaco Letizia Moratti. A gestire gli atti della procedura è Infrastutture Lombarde, la controllata della Regione diretta dall’ingegner Rognoni, che per legge fa da «consulente tecnico-amministrativo» alla società Expo 2015, guidata invece da Sala. I tempi della gara sono strettissimi: c’è il rischio di non finire i lavori in tempo. Gli inquirenti, negli atti dell’inchiesta, spiegano più volte che proprio questo era il peccato originale dell’Expo: i tempi troppo ridotti hanno imposto procedure d’urgenza.

Alla gara per la piastra partecipano 20 gruppi di grandi imprese. La base d’asta è di 272 milioni. A sorpresa vince la cordata capeggiata dalla Mantovani spa, con un ribasso eccezionale: meno 41,80 per cento. Oltre ad offrire il prezzo più vantaggioso (solo 165 milioni), l’azienda veneta ha presentato il progetto tecnicamente migliore, come riconosce lo stesso staff (ostile) di Infrastrutture. In quei mesi la Guardia di Finanza sta intercettando tutti, per l’inchiesta che nel 2014 porterà in carcere Rognoni e gli altri tecnici regionali accusati di corruzione.

Sala non gestisce la gara e quando il suo staff gli comunica che ha vinto la Mantovani, chiede ai suoi collaboratori se si tratti di un’impresa seria. I dirigenti di Expo gli spiegano che è una grande azienda, con mezzo miliardo di fatturato, che sta realizzando il Mose di Venezia. La Mantovani all’epoca non è ancora coinvolta negli scandali di corruzioni esplosi solo a partire dal 2013. Informato della vittoria della Mantovani, Rognoni ha una reazione durissima: è furibondo, perchè avrebbe voluto far vincere la cordata di Gavio-Impregilo. A chiedere quel risultato, secondo le intercettazioni, erano gli uomini di Formigoni.

Di qui le manovre che, sempre secondo le nuove indagini, rappresentano la prima ipotesi di reato: Rognoni ordina al suo staff di costringere la Mantovani a raddoppiare le garanzie. I suoi stessi collaboratori vengono intercetttati mentre definiscono «oscene» e «pericolose» le sue pressioni: «Un ricatto alla Mantovani».

Ottenuto l’appalto, la Mantovani inizia i lavori, ma chiede continue varianti, lamentando di dover eseguire progetti altrui, sbagliati e lacunosi. Le intercettazioni dei tecnici regionali confermano le gravi carenze progettuali («Abbiamo dimenticato gli ascensori!»). Quindi la Mantovani chiede 170 milioni di euro in più. Alla fine si accontenta di un extra di 95 milioni. In questo modo raggiunge quota 260 milioni: poco meno della base d’asta che aveva promesso di ribassare. Un troncone della nuova indagine punta quindi a verificare chi abbia concesso quegli aumenti di prezzo e se fossero giustificati.

Gli indagati in questo filone sono cinque: Angelo Paris e Antonio Acerbo, due ex dirigenti di Expo di area “berlusconiana”, già arrestati e condannati per altre corruzioni; Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani e grande pentito (dal 2013) dell’inchiesta sulle maxi-corruzioni per il Mose di Venezia; e gli imprenditori Erasmo e Ottaviano Cinque, titolari della Socostramo, un’azienda in cordata con la Mantovani. Uno dei capitoli più delicati dell’indagine riguarda proprio il ruolo della Socostramo: Baita, a Venezia, ha confessato che si trattava di un’azienda fantasma, che incassava milioni senza fare niente. I titolari apparenti erano solo prestanome, utilizzati per far arrivare soldi a un politico: Altero Matteoli, ex ministro del governo Berlusconi.
Il sindaco Giuseppe Sala, per l’appalto della piastra, non risulta indagato.

LA TORTA DA SPARTIRE. La seconda accusa, una tentata turbativa d’asta, riguarda solo un imprenditore: Paolo Pizzarotti, titolare di una grande azienda di Parma, che guidava la cordata classificatasi al secondo posto. L’accusa nasce dagli interrogatori di Baita. Il manager della Mantovani ha dichiarato ai magistrati che, dopo essersi aggiudicato l’appalto, sarebbe stato avvicinato da Pizzarotti, che gli avrebbe chiesto di ritirarsi, per poi dividersi a metà l’affare. La cordata di Pizzarotti aveva proposto un ribasso inferiore di circa il 20 per cento. Se la Mantovani avesse rinunciato, quindi, Expo avrebbe dovuto pagare molte decine di milioni in più. Che Pizzarotti, secondo Baita, era pronto a girare alla Mantovani. Che invece ha rifiutato. Di qui l’ipotesi di un tentativo, fallito, di truccare la gara ormai aggiudicata.

L’INCHIESTA SU SALA. Il sindaco di Milano è sotto indagine per aver firmato un atto datato 17 maggio 2012: la nomina dei 5 commissari della gara per la piastra e di due supplenti. Le intercettazioni di Rognoni e dei suoi collaboratori mostrano che il 15 maggio erano stati nominati solo i cinque titolari della procedura di gara, senza le due riserve Solo nei giorni successivi i tecnici di Infrastrutture Lombarde, tutti intercettati, scoprono che due commissari, tra cui Acerbo, sono incompatibili, perchè hanno già altri incarichi in Expo. Quindi dovrebbero dimettersi, con il rischio di invalidre tutto l’appalto e non finire in tempo i lavori per l’Expo. La soluzione viene escogitata nei 13 giorni successivi: lo staff di Rognoni viene intercettato mentre prepara il nuovo atto di nomina, che comprende anche i due supplenti. Il documento, scritto al computer, è pronto soltanto il 30 maggio. Ma sull’atto che viene portato alla firma di Sala, che ha il compito di nominare formalmente i commissari, compare la data del 17 maggio. Di qui l’interrogativo a cui dovrà rispondere la nuova indagine: Sala era consapevole di firmare un atto falsificato da altri?

IL SEGRETO A SENSO UNICO. L’intera inchiesta, che era stata aperta dall’ex procuratore aggiunto Alfredo Robledo, sembrava essersi chiusa nei mesi scorsi con una richiesta di archiviazione. Firmata dagli stessi tre pm che lavoravano con Robledo durante il suo feroce scontro con l’ex procuratore Edmondo Bruti Liberati. Il giudice Andrea Ghinetti ha però bloccato l’archiviazione, fissando un’apposita udienza. Quindi gli avvocati dei cinque indagati originari hanno potuto leggere e fare copia di tutti gli atti. Intanto però la procura generale, con il sostituto pg Felice Isnardi, ha avocato e quindi riaperto l’inchiesta. E allargato gli indagati anche a Sala da una parte e Pizzarotti dall’altra. Che però, come nuovi indagati, sono gli unici a non aver ancora potuto vedere nessun atto giudiziario: l’inchiesta riaperta è tornata segreta.

La Procura generale ha chiesto al gip Ghinetti altri sei mesi di indagini, ma ora conta di chiudere la nuova inchiesta-bis nel giro di un paio di mesi.

*intervista tratta dal settimanale L’ Espresso©




Corruzione e riciclaggio nella Capitale: in corso decine di arresti in tutt’ Italia

Ventiquattro arresti, 12 in carcere e 12 ai domiciliari, per un totale di 50 indagati, hanno impegnato questa mattina centinaia di finanzieri in decine di perquisizioni. Si chiama “Labirinto” l’operazione del Nucleo Centrale Valutario della Guardia di Finanza guidato dal generale Giuseppe Bottillo e della Procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone che ha nel mirino  politici, imprenditori e dirigenti pubblici. Vengono contestate tangenti pagate per ottenere commesse da enti statali e ministeri. La magistratura romana ha emesso anche cinque misure interdittive con obbligo di firma. È, inoltre, in corso, il sequestro preventivo di beni immobili, conti correnti e quote societarie per 1,2 milioni di euro.  Durante l’indagine che ha avuto origine nel 2013 dalla segnalazione di operazioni finanziarie sospette da parte l’Uif della Banca di Italia.- è stata accertato l’utilizzo di un gran numero di fatture per operazioni inesistenti a favore di società ed enti su tutto il territorio nazionale, e di ricostruire l’operatività di una ramificata struttura affaristico-delinquenziale imperniata intorno a un consulente tributario e a un gran numero di società a lui riconducibili, che movimentavano grandi somme di denaro tra conti personali e aziendali.

Uno scenario criminale che delinea un vero e proprio labirinto di mazzette, come una grande città sotterranea degli intrallazzi a Roma per spartirsi gli appalti dei ministeri, incluso quello della Giustizia .  Non un ‘mondo di mezzò ma una realtà visibilissima che aveva il suo quartier generale a pochi metri dai palazzi del potere romani, a pochi metri dal Parlamento.  Questa mattina all’alba con un’operazione estesa a diverse città italiane ma che ha il suo epicentro a Roma sono scattati centinaia di perquisizioni delle Fiamme Gialle con decine di arrestati ordinati dal gip presso il Tribunale della Capitale, ai quali viene contestata la corruzione, il riciclaggio delle mazzette, la truffa ai danni dello Stato, l’appropriazione indebita e la creazione di un’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale.

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Stando alle prime informazioni raccolte, la rete di “tangentisti” colpita dalle indagini sarebbe riuscita a ottenere appalti per la fornitura di servizi e beni di diversi enti statali e anche di alcuni ministeri. Appalti vinti sopratutto grazie al versamento di tangenti, smistate anche a esponenti politici ed ai loro familiari, con forniture ed opere quasi sempre effettuate con prestazioni e materiali scadenti, di qualità molto inferiore a quanto previsto nel capitolato. Alcuni degli appartenenti all’associazione per delinquere si sarebbero occupati di fornire persino della documentazione creata ad hoc  per consentire alle società di poter costituire i fondi neri necessari a pagare le tangenti.

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nella foto Giuseppe Pizza

Risulta indagato anche Antonio Marotta parlamentare in carica , che è un avvocato di Salerno, collegato alla figura centrale del network del malaffare, il faccendiere Raffaele Pizza, salernitano, 50 anni, diploma da perito chimico e specializzazione di tre anni in “armi ed esplosivi“, che è il fratello di Giuseppe Pizza, il politico calabrese già sottosegretario del governo Berlusconi, che rivendica la proprietà del simbolo della Democrazia Cristiana, anch’egli  indagato nell’inchiesta della Guardia di Finanza. Pizza, utilizzando i suoi contatti consolidati con il mondo della politica, costituiva il perno di congiunzione tra gli imprenditori e gli enti pubblici, svolgendo secondo gli investigatori “un’incessante e prezzolata opera di intermediazione tra i suoi interessi e quelli di imprenditori senza scrupolo” allo scopo di aggiudicarsi gare pubbliche. Raffaele Pizza – riferisce la Gdf – ha “forti entrature politiche, grazie a salde ed antiche relazioni con personalità di vertice di enti e società pubbliche”. Al vertice dell’organizzazione figura anche il commercialista Alberto Orsini, anch’egli arrestato.

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nella foto, il deputato Antonio Marotta (Ncd)

Il deputato, è indagato per presunti legami illeciti con il faccendiere Pizza. Nei suoi confronti i pm Paolo Ielo e Stefano Rocco Fava avevano sollecitato l’arresto in carcere ma il gip ha escluso alcuni fatti a lui contestati e che hanno fatto cadere i presupposti per applicare la misura detentiva.

A Marotta vengono contestati i reati di partecipazione ad associazione a delinquere, corruzione, finanziamento illecito dei partiti e riciclaggio. Per queste ipotesi gli inquirenti avevano richiesto l’arresto al gip Maria Giuseppina Guglielmi, ma questi non ha ritenuto sussistenti l’associazione per delinquere, ha riqualificato di corruzione in traffico di influenza illecita, mentre delle ipotesi di finanziamento illecito ne ha ritenuta sussistente una sola. Infine il reato di riciclaggio contestato dai pm è stato riqualificato dal gip in ricettazione. Alla luce delle considerazioni del gip, i fatti contestati a Marotta prevedono una pena non superiore ai tre anni per la quale non è previsto l’arresto in sede di indagini preliminari. Il ruolo di Marotta nella vicenda, anche in virtù di quanto emerso in intercettazioni telefoniche ed ambientali, sarebbe stato quello di raccordo tra le attività illecite dell’organizzazione, al cui vertice c’erano Raffaele Pizza e Alberto Orsini, ed alcuni pubblici ufficiali.

Orsini Alberto – si legge, nell’ordinanza del gip – dava a Marotta, parlamentare, 50mila euro che Marotta riceveva insieme a Pizza Raffaele in assenza dei presupposti della legge sui finanziamenti pubblici ai partiti, tra il 21 maggio e il 29 luglio 2015“. Il 3 marzo dello stesso anno, “Esposito Luigi corrispondeva” sempre al Marottasomme di denaro contante nella misura di 50 mila euro che il Marotta riceveva unitamente a Pizza Raffaele, parti delle quali da consegnare a ignoto pubblico ufficiale ai fini corruttivi, in assenza dei presupposti previsti dalla legge sul finanziamento ai partiti“. “Le indagini – osserva il giudice – hanno preso l’avvio da segnalazione di operazioni sospette inoltrate dal sistema bancario a seguito dell’accertamento di un’anomala operatività dei conti correnti intestati a Alberto Orsini, a Filippo Orsini, alla Piao snc, e alla Phoenix 2009 srl.

Chi è Antonio Marotta. Deputato di Area Popolare Ncd-Udc, Marotta, 68 anni, avvocato originario di Torchiara (Salerno). Già deputato nella passata legislatura con l’Udc, è stato rieeletto nel 2013 nelle liste di Forza Italia-Pdl, da cui l’anno scorso, nel giugno 2015 è passato a Area Popolare. E’ stato anche consigliere laico del Csm nel 2002 in quota Udc.

L’onorevole Marotta: “Pilotava le indagini”. Numerosi punti sono dedicati al parlamentare Antonio Marotta, 69 anni, di Salerno, avvocato, (Area Popolare, Ncd Udc). L’onorevole Antonio Marotta secondo il giudice riceveva denaro “come corrispettivo del promesso interessamento” per mettere a tacere le indagini sull’attività di Raffaele Pizza e dei suoi sodali. Si parla di “asserita possibilità di influenzarla a favore degli indagati grazie alle sue conoscenze nella magistratura e nella Guardia di Finanza. Bisogna ricordare a questo punto che l’onorevole Marotta è stato a lungo membro del Consiglio Superiore della Magistratura, dove venne eletto nel 2002 in quota Udc, partito in cui ha militato prima del passaggio al Pdl e poi un anno fa nella compagine di Angelino Alfano. Al Csm è stato presidente della Commissione incarichi direttivi, quella che decideva le nomine dei magistrati al vertice delle procure e dei tribunali. Della sua attività al Csm si ricorda in particolare un intervento contro il pool di Milano in favore di Cesare Previti: fu lui a chiedere di aprire un procedimento per valutare il trasferimento a Brescia del processo sul caso Imi-Sir. Si pronunciò anche contro Ilda Boccassini, criticandone le parole pronunciate in occasione della requisitoria al dibattimento. Poi dal 2009 al 2012 è stato numero due del Dipartimento organizzazione del personale del ministero della Giustizia.  Nel maggio del 2012 il Senato lo ha eletto vice presidente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa.   Sull’inchiesta in corso Marotta ha dichiarato :  E’ un equivocoIo credo di essere al di fuori di tutto al cento per cento“.

Le conversazioni tra Pizza e Marotta.Anche Pizza il 23 gennaio 2015 nell’illustrare sommariamente a Antonio Marotta le ragioni del coinvolgimento di Piccini nella vicenda Phoenix/Postelink, proponeva una analoga ricostruzione dell’operazione intercorsa tra Phoenix e le società del Piccini, indicandole come effettive esecutrici del servizio oggetto del subappalto“.

Pizza risponde a una chiamata al telefono mentre Marotta continua a leggere le carte.

Pizza: …Nino, ti stavo parlando, e allora io ho dovuto prende dei soldi“.

Marotta:  Perchè?”.

Pizza: “Non so se m’hai capito, la società è chiusa 6 anni fa. Feci fa’ la società a Orsini e darla in subappalto, questo qui, Phoenix, l’ha data a un’altra società, i lavori so stati fatti, e ci guadagnava la differenza“.

Marotta: “È chiaro, certo certo.

Pizza: Non è che non è mai stato così, era così sei anni fa, quindi penso che sia…”.

Marotta: “Ormai in prescrizione“.

L’operazione intercorsa tra il Consorzio Postelink e Phoenix aveva dunque una duplice finalità: consentire al consorzio di imputare al pagamento dei corrispettivi dovuti a Phoenix uscite superiori al costo effettivo del servizio oggetto dell’appalto, e così creare fondi neri, nonché di lucrare dall‘Inps, un corrispettivo superiore, fatturando una parte del servizio mai reso“.

Il faccendiere non si accontentava delle mazzette, infatti,  grazie sempre ai propri contatti con i politici  si adoperava anche per favorire persino la nomina ai vertici di enti e società, di persone a lui vicine, allo scopo di riceverne favori e facilitazioni. Il faccendiere utilizzava uno studio vicino al Parlamento,”per ricevere denaro di provenienza illecita, occultarlo e smistarlo, avvalendosi in un caso anche della collaborazione del parlamentare, che lo ha attivamente coadiuvato nelle attività di illecita intermediazione”. Il “parlamentare”  Antonio Marotta è  “del Ncd” la formazione politica che fa capo all’attuale ministro dell’Interno Angelino Alfano. Le indagini – valutarie prima e penali poi – hanno permesso agli inquirenti e ai finanzieri di ricostruire l’operatività di una ramificata struttura imprenditoriale illecita che negli anni ha movimentato oltre dieci milioni di euro giustificati da fatture false a scopo di evasione e per costituire riserve occulte da destinare a finalità illecite, attraverso una galassia di società (costituite e gestite con il concorso di numerosi indagati). Per “ammorbidire” eventuali controlli fiscali e agevolare le pratiche di rimborso delle imposte, il consulente si sarebbe avvalso anche di due dipendenti infedeli dell’Agenzia delle Entrate di Roma, arrestati nel corso delle operazioni odierne, individuati in collaborazione con gli organi ispettivi interni dell’Agenzia delle Entrate,  finiti in manette con l’accusa di corruzione aggravata.

“Le intercettazioni nelle private dimore”. Il giudice spiega che le intercettazioni sono state disposte anche per l’associazione per delinquere (416), reato “in virtù del quale le intercettazioni possono essere disposte in luoghi di privata dimora (e tali sono gli studi professionali non aperti al pubblico) anche se in essi non si svolge attività delittuosa“.

“La copertura del dipendente Bnl”. “Per ottenere agevolazioni nel compimento delle attività finalizzate a movimentare le somme ricevute dalle cartiere in accredito dai titolari delle società utilizzatrici delle false fatture onde retrocederle a queste, Orsini si avvaleva della copertura e anche del materiale contributo di un dipendente della Bnl, Armando Ciccoli“.

nella foto Vittorio Crecco, ex direttore generale dell’Inps

nella foto Vittorio Crecco, ex direttore generale dell’Inps

L’appalto call center Inps-Inail-Poste.  La gestione dell’appalto del call center unico Inps Inail è al centro dell’indagine. Secondo gli inquirenti l’appalto sarebbe stato affidato in maniera regolare ma condotte illecite si sarebbero verificate in un secondo momento, nei rapporti con i subappaltatori. Nella distribuzione di lavori e subappalti il gruppo avrebbe realizzato tutta una serie di false fatturazioni e frodi fiscali per generare denaro extra contabile poi usato per tangenti, riciclaggio e finanziamento illecito ai partiti. “La polizia giudiziaria ha ricostruito il rapporto intercorso nel biennio 2009-2010 tra la Phoenix e il consorzio Postelink, ora Postel Spa, soggetto giuridico appartenente al Gruppo Poste Italiane Spa, consistente nel subappalto in favore della Phoenix da parte del Consorzio, di un lottto di servizi per la gestione di un call center a quest’ultimo appaltato dalll’Inps“. “Analoghe situazioni sono state riscontrate in altri rapporti di impresa tra altre società operanti nel settore delle pubbliche forniture, in particolare nel comparto Inps e Poste e società riconducibili all’Orsini, essendo anche queste risultate destinatarie dirette di pagamenti giustificati da fatture relative ad operazioni soggettivamente inesistenti“.

“Pizza artefice della nomina di Crecco”.Pizza, in una telefonata del 5 marzo 2015, rivendica il merito di essere stato l’artefice della nomina di Crecco a direttore dell’Inps: ” ….allora, io sono un grande amico del senatore Bonferroni, e lui mi ruppe i coglioni, e dice, dobbiamo andare ad Arcore, ti devo presentare il Cavaliere, perché il Cavaliere deve fare una grande cosa, aprire i call center…io gli dissi ok, ci vengo, e ci portai Agostino Ragosa, che poi è diventato direttore generale dell’agenda digitale e prima era responsabile grazie a me  della parte informatica delle Poste….e Vittorio Crecco, che era responsabile informatica dell’Inps, ok? Vi sto raccontando la storia….sei mesi prima andiamo ad Arcore, Vittorio Crecco che è un genio assoluto, è inversamente proporzionale alla sua altezza, dice al Cavaliere di dare un milione di lire ai pensionati e gli fece tutta l’operazione 7/8 mesi prima ancora che le elezioni ci furono qui….questo è impazzito….

“La tangente al direttore Inps”. “L’interposizione della Phoenix nel rapporto tra il Consorzio Postelink e le società del Piccini è servita a creare fondi neri costituiti dalla differenza tra i maggiori costi per il servizio corrisposti a Phoenix dal Consorzio Postelink e quelli effettivi pari al corrispettivo percepito dalle società del Piccini. Una parte di questi fondi è stata a Pizza e a Vittorio Crecco. Quest’ultimo, all’epoca dell’aggiudicazione dell’appalto in favore di Postelink, era il direttore dell’Inps“.

Intercettazione ambientale 18 marzo 2015.Orsini: …mo’ c’è sta st’indagine rispetto al quadro iniziale….stanno andando talmente avanti ….che c’è sicuramente l’idea che tramite me possono arrivà a pezzi grossi dell’Inps“. e continuava “…Ho girato un po’ troppi soldi in contanti…(sospira)…porca puttana…sempre per pagà a gente eh! Sai questi me facevano delle cose… e io poi li pigliavo in contanti glieli davo….na cazzata ho fatto!

“Davano 100 gli restituivano 80”. “In una precedente conversazione del 5 novembre 2014, Orsini, alle persone presenti in studio, nel riferirsi alla prima perquisizione subita da parte del Nucleo speciale della polizia valutaria, spiegava molto efficacemente ‘….di aver subito un controllo su 26 società da lui amministrate facenti capo a un pool di amministratori dietro ai quali c’erano 7-8 nomi di società che a loro volta lavoravano in Inps, Poste, ecc. le quali (testuale) spicciavano in po’ di soldi in contanti per pagare il nero …per esempio davano 100 e gli restituivano 80 in contanti…‘, aggiungendo che banche avevano effettuato segnalazioni per operazioni sospette“.

“La strategia per difendersi dalle indagini”. “Seguendo le indicazioni di Alberto Orsini, gli indagati hanno provveduto a estinguere tutti i vecchi rapporti bancari intestati alle varie società ed accesi presso Banca Nazionale del Lavoro e, nel contempo, si sono posti alla ricerca di nuovi sportelli bancari (piccole banche del territorio), presso i quali accendere, per il futuro, i nuovi conti“.




Ilva. Confindustria, Federacciai e Gozzi hanno la memoria corta…

Era il  2 settembre del 2014 quando Antonio Gozzi presidente della Federacciai (associazione aderente a Confindustria) invitato ad un dibattito alla Festa dell’Unità di Genova, disse: ‘Fino al 2012, gli italiani in grado di gestire l’ILVA c’erano, ed erano i Riva. In 16 anni non hanno mai chiesto soldi allo Stato e hanno sempre dato reddito ai lavoratori‘”. Per Gozzi dunque non era importante che a causa dei veleni dell’ Ilva  le indagini epidemiologiche hanno stabilito che i bambini di Taranto muoiono il 21% in più e si ammalano di tumore per il 54% in più rispetto alla media pugliese.  Sempre Gozzi l’anno successivo intervistato dal programma radiofonico  “Fabbrica 2.4″ condotto da  Filippo Astone su Radio 24 ( di proprietà di Confindustria n.d.r.) sosteneva che “L’incriminazione dei commissari dell’ ILVA, Enrico Bondi e Piero Gnudi e’ spiegabile con l’accanimento della magistratura nei confronti dell’ILVA e con un rigore eccessivo rispetto alla realta’ delle cose“.  Per Gozzi, lo scopo finale della magistratura sarebbe di chiudere l’ILVA, provocando danni importanti all’industria italiana e all’occupazione in Puglia. “Da parte di settori dell’opinione pubblica, e anche da parte di qualche sostituto procuratore o giudice delle indagini preliminari, si pensa che nel rapporto costi/benefici della situazione tarantina sarebbe meglio che l’ILVA fosse chiusa. In molti casi – ha proseguito Cozzi – la magistratura ha avuto un ruolo esorbitante

CdG-famiglia-RIVA

Gozzi ha sempre preso le difese della famiglia Riva definendoli durante l’intervista sia “eroi“, sia “agnelli sacrificali”. Per Gozzi, che non ritiene che le morti a Taranto siano ascrivibili all’ILVA, i Riva sono “bravi imprenditori per quello che hanno fatto in 50 anni di storia, gestendo molto bene le loro aziende“. Per Antonio Gozzi,  il presidente e proprietario dell’Entella calcio,  un industriale che ha fatto fortuna nella “bassa” bresciana, la statalizzazione dell’ILVA sino a poco tempo fa era una buona idea, in tempi di privatizzazioni forzate. Quindi in controtendenza rispetto alle scelte governative dalla fine degli anni novanta in poi, una scelta marcatamente di sinistra. Gozzi spiega: In una situazione così grave e straordinaria come quella dell’ ILVA non mi scandalizza che il presidente del Consiglio abbia pensato a un intervento dello Stato come a una delle possibili opzioni“. Gozzi continuava: “Il problema è che pragmaticamente bisogna affrontare il tema di una grande fabbrica che fino a quando ha avuto una gestione privata è stata in piedi e che dopo due anni di choc provocata dallo Stato nelle sue diverse articolazioni (magistratura, commissari, eccetera) è praticamente sull’orlo del fallimento.

CdgG panoramica ILVA

Ieri Gozzi rispondendo alle domande dei giornalisti sull’attuale situazione dell’ ILVA di Taranto, prima dell’inizio degli Stati Generali dell’acciaio che si sono svolti a Milano alle Officine del Volo, è ritornato sull’argomento “Sottolineiamo da tempo i moltissimi errori che sono stati fatti in questa vicenda, a partire dai commissariamenti che non hanno dato niente se non una gigantesca distruzione di ricchezza. Hanno violato principi fondamentali del diritto e rappresentato un’ombra sulla reputazione internazionale del Paese” aggiungendo “quando si espropriano le aziende senza indennizzo e poi si fanno fallire, l’investitore straniero ci pensa 50 volte per venire ad investire“.

Antonio ed Emma Marcegaglia

nella foto Antonio ed Emma Marcegaglia

Dichiarazioni quelle di Gozzi, come sempre smentite dai fatti. Infatti Arcelor Mittal, multinazionale franco-indiano leader del settore siderurgico è in prima fila per rilevare lo stabilimento di Taranto, insieme al gruppo Marcegaglia. “Noi – ha replicato l’amministratore delegato Antonio Marcegagliasiamo da sempre schierati a fianco di Arcelor Mittal e questa è una scelta precisa legata alla forza industriale e finanziaria di Mittal. E riteniamo – ha aggiunto –  che Mittal sia il candidato più qualificato per una sfida così importante.”

cdG arcelorMittalL’impegno di Mittal ha spiegato l’industriale Marcegagliaè assolutamente un investimento serio, solido e di medio termine. Non capisco chi lo dava per non fondato. Mittal è interessato genuinamente ad una maggiore presenza in Italia che sia certamente a rafforzamento del mercato. Il nostro piano industriale per l’ ILVA è valido, così come l’azienda è necessaria all’ Italia è assolutamente funzionale ai piani di Mittal“. A più di qualcuno sopratutto dalla memoria corta o a gettone, è sfuggito…che il Gruppo Marcegaglia è dell’omonima famiglia che ha espresso un recente presidente di Confindustria, e cioè Emma Marcegaglia, l’attuale multinazionale italiana nel settore energetico-petrolifero. Che qualcosa di industria ci capisce.

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La memoria corta e le tangenti di Gozzi. Il presidente di Federacciai, che nel marzo dello scorso anno è stato arrestato ( e poi rilasciato) a Bruxelles, accusato di corruzione nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti pagate in Congo ad alcuni ufficiali pubblici per ottenere appalti. Il quotidiano regionale ligure Il Secolo XIX, citando alcuni quotidiani belgi, scriveva che “Gozzi era sospettato di aver escogitato con altre persone un piano per diversificare le attività del gruppo in Congo nel gioco d’azzardo (l’uomo politico ha anche presieduto una società congolese del settore) e nel sito Metallurgical Maluku. Kubla ha ammesso di aver dato 20.000 euro alla moglie del primo ministro congolese Adolphe Muzito durante una delle sue visite a Bruxelles, ma ha sostenuto che “si trattava del pagamento di una fattura”. L’ex ministro aveva inoltre fondato a Malta la Socagexi Ltd, che ha ricevuto dalla Duferco ( società di Gozzi – n.d.r.) un totale di 240.000 euro. Le fatture fanno riferimento a un “sondaggio sulle prospettive commerciali in paesi africani (Congo, Guinea)” e “costituzione di una società in Congo”.

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Quei bravi ragazzi dei Riva….. Gozzi  nella moltitudine di elogi sperticato al Gruppo Riva, ha dimenticato  filone di indagine per evasione fiscale guidato dal neo-procuratore capo di Milano  Francesco Greco che ha portato al sequestro di 1.2 miliardi di euro detenuti dai trust promossi dai Riva in Jersey, una delle isole del Canale a sovranità britannica, utilizzate per gli affari “offshore”,  di cui 1 miliardo circa è depositato presso Ubs Fiduciaria a Zurigo, e gli altri 200 milioni sono in Italia, presso Banca Aletti & Co.  Secondo la ricostruzione degli investigatori, i Riva avrebbero fatto confluire il denaro nei trust di Jersey attraverso complesse operazioni societarie su finanziarie di diritto olandese e lussemburghese, a loro volta legate alle attività industriali del gruppo. In pratica, gli ex- padroni dell’ ILVA hanno prelevato denaro dalle casse delle aziende produttive per nasconderlo all’estero al riparo del Fisco. Il meccanismo finanziario messo a punto nel tempo dai Riva non temeva confronti con le più sofisticate alchimie studiate dai grandi banchieri internazionali. Ne sanno qualcosa gli investigatori che da mesi stanno cercando di ricostruire i flussi di denaro che in qualche modo fanno capo all’ottuagenario Emilio Riva insieme a figli e nipoti. Alla morte di Emilio, i figli hanno rinunciato in Italia all’eredità, ben consapevoli che i forzieri di famiglia stanno all’estero, ben protetti al riparo di paradisi fiscali come l’Olanda e il Lussemburgo. Del resto il patron Emilio era uomo di mondo, non solo per lo splendido villone di Cap Ferrat, in Costa Azzurra, da decenni frequentato dalla famiglia. Più di vent’anni fa, alla caduta del Muro, l’imprenditore milanese fu il primo a precipitarsi in Germania Est per rilevare a prezzi di saldo alcune grandi acciaierie del posto.

CdG UBS Svizzera

Un affarone. Ma c’è dell’altro, molto altro. I documenti ufficiali raccontano di movimenti per miliardi tra le società oltrefrontiera “targate” Riva. Questo denaro serve in buona parte ad alimentare un colosso industriale come l’ILVA, ma risalendo controcorrente il gran fiume dei soldi non è escluso che possano emergere nuove sorprese. A Torino, per esempio, i controlli dell’Agenzia delle entrate si sono concentrati su un’operazione di rimpatrio che in qualche modo sembra ricondurre ai Riva. Una somma importante, una cinquantina di milioni di euro, è rientrata dall’estero in Italia grazie allo scudo fiscale varato negli anni scorsi dalla premiata coppia Berlusconi-Tremonti. Quel denaro, anche se formalmente gestito da un professionista, sarebbe in realtà riconducibile ai padroni dell’ ILVA. Questo almeno è il sospetto degli ispettori del Fisco nostrano, che hanno messo nel mirino quel movimento anomalo. Resta da vedere se le indagini verranno davvero a capo di qualche irregolarità. In generale, però, l’individuazione del patrimonio dei Riva può rivelarsi fondamentale per quello che in termini giuridici viene definito “sequestro per equivalente“. E cioè le somme che eventualmente potrebbero servire per far fronte al risarcimento per i danni ambientali causati dallo stabilimento ILVA di Taranto.

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Riva, Berlusconi e Bersani. Intanto però lo scandalo dei veleni che ha travolto l’acciaieria, con gli arresti e il sospetto di mazzette a funzionari pubblici, bastano (e avanzano) per proiettare una luce sinistra sull’impero finanziario di una delle grandi famiglie del capitalismo italiano, imprenditori che negli anni scorsi sono stati in prima linea nel finanziamento a partiti e uomini politici, da Forza Italia a Pier Luigi Bersani, e che ai tempi del governo Berlusconi non si sono fatti pregare per intervenire nel mancato salvataggio di Alitalia, di cui il gruppo Riva (con un investimento di 120 milioni di euro) era di di fatto il terzo azionista dopo Air France e il gruppo di società riconducibili a Banca Intesa. Sarà un caso, ma l’istituto che all’epoca dei fatti guidato dall’ex- ministro Corrado Passera si è distinto come uno dei più importanti finanziatori della galassia d’attività della famiglia milanese. Una galassia in continua evoluzione, come dimostrano le novità di queste ultime settimane.

L’inchiesta dell’ Espresso. In un dettagliato  reportage dell’ottimo collega Vittorio Malagutti si evidenziava che non è difficile non notare, infatti, che i Riva hanno messo mano al sistema delle loro holding d’oltreconfine. Scissioni, scorpori, fusioni varate proprio nelle settimane calde dell’inchiesta giudiziaria sull’acciaieria di Taranto, con l’arresto, tra gli altri, di Emilio (ai domiciliari vicino a Varese, prima di morire di tumore) e del figlio Fabio, che è fuggito all’estero per evitare il carcere, e rimpatriato con rogatoria internazionale si trova attualmente in carcere in Lombardi, dove si sta curando dal tumore che ha colpito anche lui. Quella maledetta malattia di cui rideva al telefono minimalizzandola quando parlava del calvario dei molteplici tumori tarantini. La lussemburghese Stahlbeteiligungen holding (d’ora in poi, per semplicità, Stahl holding) ha girato la propria quota nell’ ILVA (il 25,3 per cento) alla Siderlux, un’altra società lussemburghese creata in quei giorni dai Riva. Poche settimane prima, invece, a fine luglio, la stessa Stahl holding si era fusa con la controllata Parfinex, anche questa con base nel Granducato.

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Le “scatole cinesi” dei Riva all’estero per evadere il Fisco. In cima alla catena societaria troviamo la Utia. Cioè la finanziaria che controlla la quota più rilevante del capitale della Riva fire, la holding italiana della famiglia. Utia ha formalmente sede in Lussemburgo, ma in pratica ha i connotati di una società svizzera. Il suo bilancio è espresso in franchi e lo statuto si basa sulle leggi della Confederazione. Ebbene, il 3 agosto scorso, nel pieno della bufera, Utia ha rafforzato il capitale di 20 milioni di franchi, circa 16,5 milioni di euro. Chi ha messo i soldi? Risposta: la Monomarch, un’altra finanziaria, questa volta olandese, che fa capo alla famiglia dei padroni dell’ILVA.

Come si spiegano queste operazioni? Va detto che anche in passato i Riva hanno più volte rimescolato le carte nel mazzo del loro impero. E i riassetti sono sempre stati spiegati con l’esigenza di semplificare l’organigramma, nel senso di rendere più agevoli i flussi finanziari (dividendi e altro) verso i piani alti della catena di controllo. Certo che con l’aria che tira, e la minaccia di sequestri giudiziari sulle quote della famiglia, ogni passaggio azionario finisce per apparire di per sé non proprio casuale. Indagini a parte, per i Riva l’obiettivo numero uno è sempre stato quello di pagare meno tasse possibile. E allora, per ridurre al minimo indispensabile il carico fiscale, conviene tenere all’estero le casseforti e giocare di sponda sui finanziamenti alle controllate. La Stahl holding, per dire, a fine 2011 vantava un attivo di bilancio di 4,8 miliardi di euro con prestiti alle consociate per 1,8 miliardi. Ma c’è una cifra che più di tutte dà un’idea dell’enorme ricchezza parcheggiata all’estero dai Riva. Conti alla mano si scopre che la Stahl holding custodisce qualcosa come 1,6 miliardi alla voce “utili degli esercizi precedenti“. Cioè i profitti non distribuiti ai soci che sono andati a rafforzare il patrimonio della holding.

CdG agenzia entrate

A volte, però, il gioco a rimpiattino con il Fisco finisce male. Nel 2011 il gruppo Riva ha patteggiato con l’Agenzia delle Entrate il pagamento di 97 milioni per sanare una serie di irregolarità che riguardano, recita il bilancio della holding Riva Fire, l’impiego di liquidità. La somma sarà versata all’Erario in tre rate annuali. Ma c’è anche un capitolo penale. Come ha rivelato a suo tempo il Corriere della Sera , il pm milanese Carlo Nocerino chiuse un’inchiesta con rinvio a giudizio a carico dei Riva, per frode fiscale che vedeva fra gli  indagati Emilio Riva e alcuni manager dell’ILVA. In pratica sarebbero state costruite alcune operazioni all’estero al solo scopo di produrre perdite e quindi ridurre il carico d’imposte. Risultato: secondo l’accusa l’azienda siderurgica sarebbe così riuscita a risparmiare, in modo fraudolento, almeno 52 milioni sulle tasse.

Il colpo grosso però fu un altro. Un affare da 400 milioni. anche questo un affare fiscale . In pratica sintesi, nei conti del 2011 i Riva erano riusciti a guadagnare qualcosa come 478 milioni di euro grazie a una capriola contabile. Nel bilancio consolidato della holding Riva Fire  apparve la voce “imposte anticipate su perdite fiscali“. Praticamente, gli amministratori del gruppo hanno utilizzato da subito i risparmi d’imposta che prevedono di avere nei prossimi esercizi. E come per incanto alla fine il bilancio del 2011 si chiuse con  327 milioni di profitti. In realtà senza  quel provvidenziale “giochetto” fiscale, però, i conti sarebbero in rosso per una trentina di milioni. Operazioni queste regolari almeno fino a prova contraria. Infatti questa manovra fiscale quando ricorrono particolari circostanze è consentita dalla legge . E i Riva, a quanto pare, ben consigliati hanno pensato bene di cogliere al volo l’occasione. Un’occasione, come detto, che vale 400 milioni di euro.

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Non caso  un motivo la famiglia Riva sotto inchiesta per i veleni dell’ ILVA di Taranto da molti anni  è ormai tra i migliori clienti dello studio fiscale  Biscozzi Nobili, cioè una delle “firme” più rinomate della consulenza tributaria. I collegi sindacali delle principali società del gruppo Riva non a caso sono presidiati da professionisti dello studio Biscozzi Nobili. E spesso provengono anche dallo stesso studio  i fiduciari che prendono parte alle assemblee societarie per conto della famiglia. In pratica, un servizio completo. Consulenti, rappresentanti e controllori,   i commercialisti pagati dai Riva per rappresentare la famiglia e quelli che, secondo la legge dovrebbero vigilare sui conti del gruppo fanno capo al medesimo studio professionale. Quando si dice un pacchetto chiavi in mano. Conflitto d’interessi incluso.

CdG procuratore Francesco Greco

nella foto il Procuratore Capo di Milano Francesco Greco

I sequestri giudiziari della procura di Milano. Oltre agli 1.2 miliardi già sequestrati, la Procura di Milano ha congelato all’estero altri 700 milioni, che fanno capo ad Adriano Riva, fratello di Emilio, lo storico “patron” dell’ ILVA deceduto recentemente. La Procura di Milano segue altri tre filoni investigativi per frode fiscale nei confronti della famiglia Riva.  Il primo riguarda un giro di derivati con Deutsche Bank, per cui ILVA ha già pagato 180 milioni di euro e il cui processo penale è attualmente in dibattimento a Milano. Un secondo filone di indagini per “truffa ai danni dello Stato“, legata all’utilizzo improprio di fondi Simest, ha portato in pochi mesi alla condanna a 6 anni e mezzo di Fabio Riva, attualmente detenuto in Lombardia.

Nell’ambito di questo processo, ha spiegato il procuratore capo Greco, è avvenuta la confisca di 100 milioni di euro, in gran parte costituiti da denaro contante o immobili siti in Italia. Un ultimo filone di indagini riguarda le relazioni tra ILVA e Riva Fire. Il rapporto tra le società era regolato da un contratto che prevedeva un’erogazione media di circa 150 milioni annui di ILVA alla controllante (Riva Fire), cifra battezzata dal precedente Commissario Enrico Bondi la “tassa del Califfo”.  Le analisi della società di revisione PwC hanno rilevato che il contratto di prestazione di servizi poteva vedere un’erogazione massima di 10-15 milioni annui. Il differenziale tra gli importi segnala una modalità alternativa di liquidazione degli utili di ILVA ai suoi soci, su cui gli inquirenti milanesi stanno accertando il reato di frode fiscale.

Ma tutto questo Cozzi, la Federacciai, Confindustria quando parlano di ILVA e dei loro “amichetti” della famiglia Riva con i giornalisti  lo dimenticano… sempre. Anche perchè tanto non glielo ricorda nessuno. Figuriamoci  a Taranto dove i Riva hanno “oliato” la maggioranza delle testate e giornalisti locali,




Romani Prodi al processo Standard & Poor’s : “Nostro sistema debole su rating”

Schermata 2015-11-20 alle 08.30.04Quello che mi preoccupava e che mi preoccupa è la debolezza del nostro sistema di fronte a questo giudizio (cioè quello delle agenzie di rating, ndr) che deve essere inserito in un più robusto quadro normativo perché ha delle conseguenze sulla vita di un Paese“. E’ quanto ha dichiarato l’ex premier Romano Prodi deponendo dinanzi al Tribunale di Trani al processo per manipolazione del mercato ad analisti e manager di Standard & Poor’s. L’ex premier Romano Prodi è comparso in Tribunale a Trani per deporre come testimone al processo per manipolazione del mercato a Standard & Poor’s Corporation che è una società privata con base negli Stati Uniti che realizza ricerche finanziarie e analisi su titoli azionari e obbligazioni, fra le prime tre agenzie di rating al mondo insieme a Moody’s e Fitch Ratings

Non so perché mi ha chiamato il magistrato – ha detto Prodima sono ligio al mio dovere di cittadino: se un magistrato chiama, io vado a rispondere”. L’ex premier che è arrivato puntuale in aula nell’orario concordato, si è risentito con il pm Michele Ruggiero per l’udienza non ancora cominciata e, soprattutto, dopo aver saputo che la sua testimonianza sarebbe stata resa come ultima sulle quattro previste. Ha quindi lasciato visibilmente seccato il Tribunale dove ha fatto ritorno successivamente. Prodi, che ha parlato in generale sulle agenzie di rating, ha però aggiunto di ritenere “che il giudizio di rating sia ancora molto serio”.

La deposizione e durata un quarto d’ora.. In precedenza era stata ascoltata il dirigente del Mef, Maria Cannata:”La chiusura del derivato con Morgan Stanley, con il pagamento di 3,1 miliardi di euro, – ha detto Cannata – non è intervenuta per il declassamento del rating. La clausola era indipendente dal rating“. La vicenda riguarda la clausola di estinzione anticipata (‘early termination’) dei contratti derivati, tramite la quale il ministero dell’Economia italiano, nel 2011, versò 2,5 miliardi di euro (ma Cannata ha detto oggi che furono pagati 3,1 miliardi) alla banca d’affari americana Morgan Stanley dopo il declassamento del rating italiano (da A a BBB+) da parte di S&P. Il pagamento era previsto da una clausola del contratto di finanziamento tra il Mef e la banca d’affari americana. Secondo la procura di Trani, il pagamento rappresenta “un forte elemento indiziario” a carico di S&P, che nel 2011 decise “illegittimamente e dolosamente” il declassamento “al solo fine di danneggiare l’Italia“.

Mario Draghi, attuale presidente della BCE la Banca Centrale Europea come risulta dal verbale, venne sentito sul pericolo di contagio del sistema finanziario italiano dopo un report di Moody’s, la cui posizione è stata archiviata. Tra le altre cose il governatore sottolineava che “la reputazione delle agenzie di rating è stata completamente screditata dall’esperienza del 2007-2008” e “una delle dichiarazioni del Financial stability board è trovare il modo per cui sia gli investitori sia i regolatori potranno farne a meno, comunque potranno avere meno bisogno delle agenzie di rating e dei loro giudizi”. Nell’udenza dello scorso 24 settembre, Giulio Tremonti l’ex ministro del governo Berlusconi, , affermò che “quello (il 2011) era un periodo di grande turbolenza che non è nemmeno venuta meno dall’intervento salvifico del governo Monti. Lo spread, infatti, rimarrà alto fino al luglio 2012. Difficile dire cosa abbia prodotto quel downgrade” deciso da Standard &Poor’s. “Sarò provinciale – concluse ironizzando, Tremontima se Angela Merkel mi dice che per l’Italia va tutto bene, per me questo è più importante di qualsiasi outlook”.

L’inchiesta, condotta dal pm  Ruggiero, è partita da una denuncia di Adusbef e Federconsumatori. La Procura ha invece rinunciato alla citazione di Mario Draghi come teste ritenendo che le dichiarazioni rese dall’attuale presidente della Bce durante l’interrogatorio del 24 gennaio 2011 siano sufficienti.

Morgan Stanley – contesta il pm Michele Ruggiero –  infatti è tra gli azionisti di Mc Graw Hill, il colosso che controlla Standard & Poor’s. Sulla stessa vicenda dell’estinzione anticipata dei contratti derivati, la procura di Roma ha ritenuto che la clausola è stata “in origine legittimamente apposta” ed è stata “legittimamente esercitata da Morgan Stanley nell’ambito delle sue facoltà contrattuali“. Per questo motivo la procura della capitale ha chiesto l’archiviazione del fascicolo. “La mancanza di coerenza delle metodologie sul rating italiano da parte di S&P fu segnalata all’Esma dalla Consob perché si riteneva che vi fosse una possibile violazione del regolamento europeo. L’Esma però fu di diverso avviso e archiviò il procedimento“. Lo ha detto  Giuseppe Vegas, il presidente della Consob,  deponendo dinanzi al Tribunale di Trani al processo per manipolazione del mercato ad analisti e manager di Standard & Poor’s. Il rilievo – è emerso in udienza – fu però apprezzato dall’Esma che, successivamente, modificò il regolamento.

Il pm Michele Ruggiero ha annunciato che nella prossima udienza, il 10 dicembre, deporrà il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ed è prevista la presenza dell’ex premier Mario Monti.




L’ex direttore del TG1 Minzolini condannato in Cassazione: 2 anni e mezzo per peculato. Adesso rischia di decadere da senatore

Il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini è stato condannato dalla Corte di Cassazione per “peculato continuato”  a due anni e mezzo in via definitiva. La vicenda giudiziaria è quella dell’uso delle carte di credito della Rai fatto da Minzolini, nel periodo in cui è stato direttore del Tg1 (dal giugno 2009 al dicembre 2011), periodo in cui avrebbe effettuato spese complessive per circa 65mila euro. Minzolini era stato assolto dal tribunale di Roma in primo grado , ma la sentenza è stata poi ribaltata dalla Corte d’Appello.

Schermata 2015-11-13 alle 02.13.01Ma l’effetto più importante di una sentenza che al momento è sospesa, e cioè la pena accessoria dell’ “interdizione dai pubblici uffici” causata dalla legge Severino che in caso di condanna definitiva per reati contro la pubblica amministrazione con una pena superiore a 2 anni, prevede la decadenza dalla carica pubblica ricoperta, che in questo caso è quella di senatore della repubblica. Un caso molto simile, in definitiva, a quello di Silvio Berlusconi.

Sono allibito – ha dichiarato MinzoliniIn appello sono stato condannato da un giudice che è stato sottosegretario con i governi Prodi e D’Alema. E’ come se Prodi o D’Alema dopo aver militato in politica per anni giudicassero Berlusconi. Questo è il sistema giudiziario italiano. Sono stato assolto in primo grado e condannato in appello a una pena persino maggiore a quella che aveva chiesto  l’accusa. Evidentemente qualcuno mi vuole vedere fuori dal Parlamento“.

Adesso pertanto,  della sentenza di Minzolini si occuperà la giunta per le elezioni del Senato, quella presieduta dal senatore salentino Dario Stefàno (Sel), anche se è verosimile che prima di una pronuncia definitiva l’organismo vorrà attendere la Corte costituzionale dov’è ancora pendente un ricorso sul caso del presidente della Regione Vincenzo De Luca che adesso  è impegnato in altre questioni. La Consulta, che già ha ritenuto legittima dopo aver esaminato il ricorso sul sindaco di Napoli Luigi De Magistris, tuttavia non ha ancora fissato la nuova udienza.

Secondo l’accusa l’ex direttore del TG1 sotto il Governo Berlusconi avrebbe utilizzato in maniera impropria la carta di credito aziendale che gli era stata messa a disposizione dall’azienda radiotelevisiva di Stato, per le “spese di rappresentanza”, avendo consegnato le ricevute ma prive di alcuna giustificazione delle spese per i ristoranti.  L’ex giornalista della Rai era stato assolto in primo grado in quanto secondo i giudici , non aveva avuto consapevolezza di stare utilizzando del  denaro pubblico impropriamente, in quanto la stessa Rai gli aveva messo a disposizione la carta di credito che i giornalista credeva fosse una compensazione per l’ “esclusiva” inserita nel contratto con la Rai.

Il procuratore generale aveva chiesto in Cassazione la conferma della condanna in quanto “l’impianto” della sentenza d’appello è “congruo e ben motivato”. L’avvocato Franco Coppi, nella sua arringa, aveva ribattuto e precisato che “Minzolini fin dal primo mese ha trasmesso le ricevute delle spese, è vero, senza indicare le persone che venivano invitate. Ma per un anno e mezzo la Rai non ha mai ritenuto che quel tipo di spese non fossero giustificate: nessuno gli ha detto per 18 mesi che quelle giustificazioni non erano sufficienti. Sarebbe scattato l’obbligo di rimborso”. Va dato atto che  Minzolini ha restituito la somma alla RAI, ma ne ha chiesto il risarcimento nel processo civile intrapreso che è ancora in corso.