“Caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…”

ROMA – A dirlo è stato il primo presidente della Suprema Corte di Cassazione Giovanni Canzio il quale, intervenendo nel Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto mettere in evidenza evidenza  questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato.

Una dichiarazione che nessuno si aspettava,  considerando l’alto prestigio dell’autore e soprattutto  la sede in cui è stata pronunciata, il Consiglio Superiore della Magistratura : “Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa”.

Ad offrire lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare  “È un dato clamoroso – ha detto il presidente Canzio – che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo”. Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che quindi è necessario quanto prima che venga “rivisto” , anche perché rende l’immagine di una categoria sin troppo indulgente con se stessa.

Leggendo i pareri delle toghe che arrivano al Consiglio Superiore della Magistratura, sopratutto al momento dell’avanzamento delle loro carriere o allorquando si tratta di dover decidere chi diventerà il presidente di tribunale o procuratore capo di qualche procura della repubblica, emerge incredibilmente che il 99% cioè quasi tutti sono contrassegnati da giudizi estremamente lusinghieri. A volte immeritati.

Tutto ciò contrasta con le cronache giornalistiche che ogni giorno, invece, raccontano e svelano in tutt’ Italia di episodi di incredibile mala giustizia. Tutto ciò non è accettabile in  un sistema  composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso, almeno teoricamente “sulla carta”, e quindi certi errori giudiziari  non dovrebbero, verificarsi di norma, se non in numeri fisiologici e casi eccezionali. Ma la realtà, come è ben nota a chi ha avuto o ha a che fare con l’istituzione giudiziaria , è ben diversa.L’ex vice ministro della Giustizia Enrico Costa, qualche mese fa quando era ancora in carica  parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati,  parlò di “numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici“.

Ma c’è anche un altro problema . Proprio quando si tratta della scelta di un direttivo, è estremamente difficile effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità, e pertanto  si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità, agli interessi e pressioni delle varie correnti politico-sindacali della magistratura. Una casta nella casata. Forse il giorno in cui queste riunioni, valutazioni, decisioni verranno adottate in “streaming” cioè dinnanzi agli occhi di chiunque allora si potrà parlare di reale “merito” e di competenza e capacità professionali.

Anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è pienamente d’accordo sulla presenza di  questi problemi da risolvere , in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. E non a caso Legnini sta lavorando per far diventare una “vera” casa di cristallo il Csm., proponendo  al Comitato di presidenza di “aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico”.

Alcuni consiglieri del Csm come prevedibile hanno, però, sostenuto che l’ 1% di giudizi negativi “sono comunque tanti”. Secondo costoro 90 magistrati su 9000, sono tante le toghe, a carico delle quali annualmente si aprono procedimenti disciplinari. Ma calcolando che poi, l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, numericamente e statisticamente   le toghe ad oggi finite sotto procedimento sarebbero state  900. Un numero questo sicuramente elevato in proporzione, ma che merita più di  riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma non è altrettanto, adottando decisione di “manica larga” con quel magistrato che si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere. O ancora peggio tiene chiuso un fascicolo nel cassetto per coprire persone ed interessi vicini.

Quanto accaduto nel recente passato a Trani e Taranto ne sono un esempio calzante. Vedere il procuratore capo Carlo Maria Capristo che a Trani non si accorgeva di quanto accadesse di “strano” ed “illecito”  nel Palazzo di Giustizia  sotto i suoi occhi , metaforicamente parlando, pur in presenza di un libro scritto da un giudice che svelava quanto ha indotto il Csm a mettere sotto osservazione l’intera Procura, aprendo due fascicoli  disciplinari su due magistrati trasferendone proprio nei giorni scorsi uno (l’ex pm Antonio Savasta),  mentre il suo ex-procuratore capo (cioè il dr. Capristo) un anno anno fa è stato “promosso” ed assegnato a ruolo di  procuratore capo della Procura di Taranto non sono dei segnali molto rassicurante.

E’ invece preoccupante vederlo oggi a capo della Procura di Taranto, dove in confronto quanto è accaduto a Trani è veramente poca cosa. Non a caso dei vertici degli investigatori delle forze dell’ ordine che lavorano a Taranto ci riferiscono  a condizione del più rigido “anonimato” che “con l’arrivo del nuovo procuratore capo a Taranto, sono cambiate solo le stanze . Tutto il resto… è rimasto al proprio posto. Ecco perchè noi per indagare a 360°  ipotizziamo sempre l’associazione mafiosa e così ci affidiamo alla procura DDA di Lecce. A Taranto ci sono troppe collusioni ed interessi incrociati. Troppi conflitti d’interesse…. ” .

 Ma per un componente del Csm  il “caso Taranto”  è un problema da risolvere al più presto….E noi siamo assolutamente d’accordo.




Tutti gli errori giudiziari del 2016, tra “suggestioni mediatiche” e “prove inadeguate”

Si è concluso un anno costellato da innumerevoli flop giudiziari. Ecco un breve riepilogo dei principali casi emersi nel corso del 2016.

Gennaio

A essere protagonista del primo flop dell’anno è Luigi de Magistris, ex pubblico ministero di Catanzaro, oggi sindaco di Napoli. Il 13 gennaio, infatti, vengono assolti tutti i politici imputati nel processo per associazione a delinquere scaturito dalla maxi inchiesta “Why not”, sui presunti illeciti nella gestione dei fondi pubblici in Calabria. Passano alcuni giorni e la quinta sezione penale del Tribunale di Napoli annulla, dopo otto anni, il rinvio a giudizio nei confronti dell’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, anche qui per presunta associazione a delinquere. L’inchiesta portò alla caduta del governo Prodi, ma per i giudici è viziata addirittura da “indeterminatezza della descrizione del fatto”. Dopo cinque anni di calvario, infine, il gup di Catania archivia l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa a carico dell’ex senatore Nino Strano (Pdl).

Febbraio

Il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, viene assolto in appello dall’accusa di abuso d’ufficio nel processo relativo alla costruzione di un termovalorizzatore (assoluzione che verrà confermata dalla Cassazione in settembre). La condanna in primo grado aveva determinato la sua sospensione da governatore per effetto della legge Severino. Sempre a febbraio, il senatore Salvatore Margiotta (Pd) viene assolto in Cassazione dall’accusa di corruzione e turbativa d’asta per degli appalti relativi alla costruzione del centro petrolifero Tempa Rossa in Basilicata. Dopo la sentenza di secondo grado si era autosospeso dal partito e si era dimesso da vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai.

Marzo

La Cassazione smentisce le accuse contro l’imprenditore Andrea Bulgarella, ritenuto dalla DDA la Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze colpevole di aver commesso reati finanziari con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Ercole Incalza, ex dirigente del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, viene prosciolto in un’inchiesta per corruzione relativa alla Tav di Firenze. Per lui è la quindicesima assoluzione in quindici processi. Paolo Cocchi, ex sindaco di Barberino ed ex assessore regionale toscano alla Cultura, Turismo e Commercio, viene assolto dalla Cassazione dall’accusa di corruzione dopo sei anni di accanimento giudiziario. Nel frattempo ha abbandonato la carriera politica e ha cominciato a fare il pasticcere.

Aprile

Vengono tutti assolti in primo grado – nel silenzio quasi unanime degli organi di informazione – i dirigenti e i funzionari del ministero dell’Agricoltura accusati tre anni e mezzo prima di aver costituito una “cricca” per la spartizione dei fondi pubblici. Tra gli imputati c’è chi, come Ludovico Gay, ha trascorso 120 giorni in carcere in stato di semi isolamento. A Salerno vengono tutti assolti i sei imputati accusati di aver ordito un complotto per far sì che le inchieste “Why not” e “Poseidone” fossero sottratte a Luigi de Magistris quando questi era pm di Catanzaro.

Maggio

La Corte d’appello di Palermo conferma l’assoluzione nei confronti dell’ex generale dei carabinieri Mario Mori e del colonnello dei carabinieri Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. La Corte di Cassazione scrive la parola fine sul processo per l’urbanizzazione dell’area di Castello a Firenze, durato otto anni, annullando la condanna a carico dell’ex patron di Fondiaria Sai, Salvatore Ligresti, e gli altri imputati, tra cui gli ex assessori comunali Gianni Biagi e Graziano Cioni. Dopo quattro anni di indagini e processi, l’allenatore Antonio Conte viene assolto dall’accusa di frode sportiva per una presunta combine.

Giugno

La Corte d’appello di Bologna assolve l’ex presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, dall’accusa di falso ideologico nel processo d’appello bis per il caso “Terremerse”. La travagliata vicenda giudiziaria, durata sei anni, nell’estate del 2014 aveva portato Errani alle dimissioni da governatore.

Luglio

Ilaria Capua, ricercatrice di fama internazionale e deputata di Scelta civica, viene prosciolta dall’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio e traffico illecito di virus. Per due anni è stata dipinta da alcuni giornali, in particolare L’Espresso, come una pericolosa “trafficante di virus”. Due mesi dopo, la Camera dei deputati accetterà la sua richiesta di dimissioni da deputata. Sempre a luglio, viene assolto, in uno dei filoni del processo Mafia Capitale, Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

Agosto

Scoppia la polemica per una foto pubblicata dal quotidiano Il Giornale che ritrae Simona Merra, pm della procura di Trani e componente del pool che cura l’inchiesta sull’incidente ferroviario avvenuto tra Andria e Corato un mese prima, in compagnia dell’avvocato del capostazione indagato, intento a baciare scherzosamente i piedi del magistrato. All’annuncio dell’apertura di una pratica da parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato decide di lasciare l’inchiesta.

Settembre

E’ il mese del “concorso esterno”. Vengono infatti scagionati dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, in procedimenti separati, il deputato Luigi Cesaro (Fi), il senatore Antonio D’Alì (sempre Fi), dopo un rito “abbreviato” durato sei anni, e il consigliere regionale Stefano Graziano, che a causa dell’inchiesta si era dimesso da presidente del Pd campano. E mentre Vincenzo De Luca incassa una nuova assoluzione, stavolta nel processo “Sea Park” per le accuse di associazione per delinquere, falso e abuso d’ufficio (che gli erano costatate l’attributo di “impresentabile” alle elezioni amministrative), nel processo Mafia Capitale viene chiesta l’archiviazione della posizione dell’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, per il reato di associazione di stampo mafioso.

Ottobre

L’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, viene assolto dalle accuse di truffa e peculato nell’inchiesta che aveva contribuito alla sua caduta dalla poltrona più alta del Campidoglio nell’ottobre 2015. Roberto Cota, ex governatore del Piemonte, viene assolto insieme ad altre quindici persone dall’accusa di truffa per le cosiddette “spese pazze” in regione (le famose mutande verdi). Continua a crollare il castello accusatorio del processo Mafia Capitale, con la richiesta, da parte della stessa procura romana, dell’archiviazione per 116 indagati. Ercole Incalza viene scagionato per la sedicesima volta, stavolta per associazione a delinquere e svariate altre accuse nell’inchiesta “Grandi opere”. La Corte d’appello di Perugia assolve, nel processo di revisione, il somalo Hasci Omar Hassan dall’accusa di avere partecipato all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin nel 1994. Omar Hassan, che si è sempre proclamato innocente, ha scontato in carcere sedici dei ventisei anni che gli erano stati inflitti nel 2002. Vengono depositate, dopo un anno, le motivazioni della sentenza con cui Calogero Mannino è stato assolto nel processo con rito abbreviato sulla presunta trattativa stato-mafia:  “prove inadeguate” ed “enorme suggestione mediatica”.

La Suprema Corte di Casszione ritiene “totalmente inammissibile” il ricorso della Procura della repubblica contro il Tribunale del Riesame di Taranto, che ha annullato la misura interdittiva e le accuse di stalking “confezionate” nei confronti del nostro direttore Antonello de Gennaro.nei confronti del quale era stato prsino richiesto l’arresto nel luglio 2014 per aver pubblicato su Facebook la notizia di essere stato asolto con formula piena in un processo mediatico a Roma. Notizia e dichiarazioni del de Gennaro  pubblicate dal Corriere della Sera, il Messaggero, l’ Ansa, il settimanale CHI

Novembre

Sandro Frisullo, ex vicepresidente della giunta regionale pugliese guidata da Nichi Vendola, viene assolto dopo sei anni dall’accusa di turbativa d’asta per presunti appalti truccati nel settore sanitario. Per questa vicenda aveva trascorso cinque mesi in carcere e agli arresti domiciliari.

Dicembre

La Cassazione annulla con rinvio la condanna nei confronti dell’ex governatore dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco, per associazione per delinquere nell’inchiesta sulla sanità abruzzese. La procura di Pavia apre una nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, per il quale è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi, dopo le rivelazioni sull’in




ILVA: De Vincenti,il risarcimento di 1,3mld dei Riva destinato all’ ambiente di Taranto. E lo “smemorato” Emiliano attacca il suo stesso partito !

CdG Ilva newIl risarcimento di 1,3 miliardi della famiglia Riva potrà essere “utilizzato per ambientalizzare l’Ilva e migliorare la situazione ambientale di Taranto. E quando parliamo di ambiente parliamo di salute. Come Governo abbiamo messo in campo 1,6 miliardi che vanno sia all’ambientalizzazione dell’Ilva che al risanamento ambientale e alla sanità di Taranto“.

Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti al forum ANSA. “Il 12 dicembre – aggiunge – abbiamo l’appuntamento a Taranto del tavolo istituzionale con il coordinamento delle misure e quella sarà la sede in cui vedremo se e dove dovremo mettere in campo altri strumenti di rafforzamento della sanità di Taranto”, oltre alle risorseper 1,6 miliardi totali” finora stanziate dal Governo per il risanamento ambientale e per la sanità. “Non c’è nessun problema da quel punto di vista, quello che dovrà essere messo, andrà messo“. (ANSA)

Sulla vicenda ha parlato anche Emiliano secondo quanto descrive l’Ansa, che ha definito la vicenda “un patteggiamento sulla responsabilità penale dell’impresa Fire, quindi una cosa che dovrebbe riguardare la Procura della Repubblica e i Riva. Siccome escludo che la procura della Repubblica possa aver dato informazioni riservate al presidente del consiglio, mi chiedo da chi abbia saputo di un accordo che peraltro non mi risulta essere stato ancora stipulato” mentre invece stanno arrivando le conferme proprio dai legali dei Riva che di fatto smentiscono le “supposizioni” faziose del governatore pugliese MicheleEmiliano  . “Voglio precisare ovviamente – ha aggiunto – che quelle risorse non sono disponibili né per la sanità, né per altri usi. Sono semplicemente un inevitabile risarcimento da parte della holding dei Riva per il processo in corso. Quindi il Governo non ha nessun ruolo in quella vicenda”.

CdG dalema_emilianoEmiliano ha poi aggiunto che “gli altri 800 milioni, quelli che sono andati alla fabbrica e che anche il suo Governo in parte ha stanziato, non si sa neanche come sono stati utilizzati. Quindi io al posto del Presidente del Consiglio, piuttosto che gonfiarmi il petto nel dire che sono stati mandati alla fabbrica, cercherei di dire a me, che sono il presidente della Regione, e ai tarantini che cosa hanno fatto in fabbrica con quei soldi. Perché sono soldi pubblici che i commissari dovevano impiegare per la riambientalizzazione che, come è noto, non è stata compiuta, al punto che il governo Renzi ha dovuto, col decimo decreto Ilva, dare la proroga per l’adempimento di quegli obblighi”. “Quindi,  – ha concluso Emilianocome si dice il silenzio sarebbe stato d’oro”. Ma forse la conclusione di Emiliano era rivolta a sè stesso.

Lo “smemorato” Emiliano infatti dimentica le due tranche di finanziamento all’ ILVA concesso dalle banche su garanzia dello Stato con cui sono stati sinora garantiti gli stipendi ai circa 18.000 dipendenti (diretti più indotto) dello stabilimento siderurgico dell’ ILVA di Taranto. Così come Emiliano dimentica il processo di risanamento ambientale dello stabilimento in corso, fra cui i due altiforni risanati e cioè  l’ AFO1 e l’ AFO4 ripartito e tornato in funzione  dopo tre anni di lavori di ristrutturazione. Se facciamo un calcolo di quanto versano i dipendenti diretti e indiretti ILVA ( irpef regionale) alla Regione Puglia,  probabilmente si superano i 7 milioni di euro che la Regione Puglia ha stanziato per l’ ILVA.

Ma forse Emiliano mentre è ancora avvelenato dal rifiuto espresso dall’ ILVA di farlo presenziare alla visita-ispezione del Parlamento Europeo, avvenuta mesi fa all’interno dello stabilimento siderurgico, si impegna molto e continua a fare l’anti-renziano di Puglia, che ormai è diventato il suo unico impegno. Ma la cosa più bella è che Emiliano esclude  “che la Procura della Repubblica (di Milano n.d.r.) possa aver dato informazioni riservate al presidente del consiglio” dimenticando di spiegare lui queste informazioni da chi le ha avute. Ma questo è un difetto che capita spesso agli ex-magistrati che entrano in politica. Quando si levano (per fortuna) la toga, credono di poterla ancora utilizzare parlando da magistrato.

Ma forse al Consiglio Superiore della Magistratura non la pensavano così quando misero sotto accusa Emiliano. Che probabilmente ha “dimenticato”…. anche questo. Ma non è una novità ! Un Presidente della Regione dovrebbe agire a 360 gradi e non continuare ogni giorno la sua battaglia personale contro il governo. Sconfina nel ridicolo !




La maestra non andava arrestata. Ancora una volta la Cassazione sconfessa la Procura di Taranto

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il pm Rosalba Lopalco

di Antonello de Gennaro

Ancora una volta titoli sui giornali che inneggiano alle manette facili rappresentano in maniera poco obiettiva le scelte delle Procure, sopratutto quando la dialettica processuale si svolge per fortuna nelle aule di giustizia,  e non nelle conferenze stampa con mostrine luccicanti e sorrisi in favore delle telecamere, o peggio nelle anticamere dei pubblici ministeri.

Così ancora una volta il corso della giustizia ha smentito le tesi accusatorie del sostituto procuratore della Repubblica di Taranto, Rosalba Lopalco  amplificate dal solito Mimmo Mazza il cronista giudiziario della redazione tarantina de La Gazzetta del Mezzogiorno, il quale ha dimostrato di non conoscere molto bene la Legge e la deontologia professionale giornalistica.

Il cronista così scriveva e titolava : “La maestra va arrestata – Il Tribunale dell’ appello accoglie il ricorso del pubblico ministero” . Basta leggere quanto scritto dal giornale barese, per rendersi conto di come alcuni giornali e giornalisti cerchino il titolo ad effetto, sbattendo il cosiddetto mostro in prima pagina , dimenticando e calpestando persine le norme previste dalla deontologia giornalistica, figuriamoci il doveroso rispetto per la presunzione d’innocenza.

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E’ questo “connubio” giornalismo-magistratura che disturba a nostro parere il corso della giustizia. Resta da capire come abbia fatto il giornalista a pubblicare quanto vietato dalla Legge, in quanto non si erano ancora concluse le indagini preliminari di quel procedimento con eventuale deposito di avviso di conclusione delle indagini o di richiesta di rinvio a giudizio, e come mai la Procura tarantina così attenta in altri casi a tutelare il segreto istruttorio, in questo caso abbia chiuso gli occhi. Così come resta da chiedersi come mai siano state richieste dal Tribunale di Taranto alcune centinaia di migliaia di euro alla difesa per poter avere i 3 mesi di video girati nella classe dalla Polizia di Stato, che i difensori di fatto non hanno mai potuto visionare. E questo il rispetto per il diritto alla difesa ?

Ma andiamo a rivedere i fatti. Una maestra di 59 anni, era finita in manette lo scorso 6 maggio, venendo arrestata dai poliziotti della Squadra Mobile di Taranto che avevano installato delle telecamere nell’aula dove insegnava la maestra tarantina. La Gazzetta del Mezzogiorno scrisse che i filmati audio-video, secondo gli investigatori, avevano “consentito di accertare i maltrattamenti psico-fisici subiti dai piccoli alunni. In particolare l’arrestata sgridava, umiliava e mortificava i bambini, giungendo persino a percuoterli, a volta con mani nude e a volte con libri e quaderni sulla nuca, sul viso e sulle mani”.

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La maestra, assistita dagli avvocati Massimo Tarquinio del foro di Taranto (a sinistra nella foto) e Giuseppe Campanelli del foro di Roma ha depositato a suo tempo una memoria difensiva, contenente numerosi messaggi tramite Whatsapp, sms, e mail di solidarietà da parte di colleghi, ex alunni e genitori dei propri alunni.

E’ bene ricordare quello che gli altri giornali non raccontano, e cioè che le indagini partirono a seguito della denuncia presentata dalle famiglie di solo 3 degli studenti (su una classe di 15 alunni), nonostante corresse voce fra i genitori degli altri studenti, di presunte pressioni ricevute per unirsi nelle denunce allo scopo evidente di aggravare la posizione processuale della maestra.

nella foto l'avvocato Giuseppe Campanelli

nella foto l’avvocato Giuseppe Campanelli

La maestra venne “liberata” tre giorni dopo, grazie al buon senso di una giustizia “garantista” applicata dal Gip del Tribunale di Taranto dr. Giuseppe Tommasino, così come molte delle motivazioni addotte dal pm dinnanzi al Tribunale del Riesame erano state respinte dal collegio giudicante, che ha accolto soltanto la sussistenza delle esigenze cautelari.

Sa di incredibile in questa vicenda giudiziaria, la circostanza che i decreti autorizzativi del Gip alle intercettazioni ambientali della Polizia di Stato  non sono stati rinvenuti e non sono stati sinora messi a disposizione dei difensori della maestra

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Ma davanti alla richiesta di un provvedimento restrittivo a 2 giorni dagli scrutini scolastici, quindi alla fine dell’ anno di studi, tale provvedimento è stato “resettato” dalla 6a sezione della Corte di Cassazione che lo scorso 4 novembre ha di fatto disposto l’annullamento di arresti cautelari richiesti dal Pm Rosalba Lo Palco e condivisi dal Tribunale Riesame, ed il rinvio per un nuovo giudizio dinnanzi al Tribunale di Taranto. Il collegio di difesa è in attesa delle motivazioni per difendere l’innocenza della maestra.

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Giovanna Cannarile

la pm Giovanna Cannarile

In conclusione cari lettori scrivendo questo articolo su questa vicenda, ho rivisto e rivissuto la mia personale vicenda processuale, che guarda caso coinvolgeva lo stesso pubblico ministero Lopalco  (affiancata dalla collega Giovanna Cannarile) le quali lo scorso luglio avevano chiesto il mio arresto, e sapete perchè ? Per aver a loro dire “violato la misura interdittiva della professione” pubblicando la notizia di una mia assoluzione con formula piena dinnanzi al Tribunale Penale di Roma, sostenendo di averlo scritto su Facebook e su questo quotidiano online”in prima persona” (confondendola in realtà con la terza persona !) , dove a loro dire non scrive nessuno al di fuori del sottoscritto ! Accuse queste delle due pm della Procura di Taranto, nei miei confronti che abbiamo smontato DOCUMENTALMENTE !

Un provvedimento interdittivo peraltro annullato dal Tribunale del Riesame di Taranto , decisione confermata dalla Suprema Corte di Cassazione che ha ritenuto “TOTALMENTE INAMISSIBILE” il ricorso depositato dalla Procura di Taranto, che ha fatto l’ennesima “figuraccia”.   Solo “follia” giudiziaria o abusi ? Presto qualcuno lo deciderà.

CdG palazzo giustizia tarantoNel mio caso è stato proprio lo stesso Giudice dr. Michele Petrangelo del Tribunale del Riesame di Taranto ed il Gup dr.ssa Gilli ad annullare i provvedimenti coercitivi nei miei confronti richiesti dalle due pm (dr.ssa Giovanna Cannarile e dr.ssa Rosalba Lopalco). Ed anche in quel caso è stata sempre la Corte di Cassazione (5a sezione) ad annullare la voglia di arresto “facile” del sottoscritto richiesta dai magistrati della Procura tarantina. Oggi quanto accaduto recentemente per la vicina Procura di Trani ed in passato nella vicenda del pm tarantino De Giorgio, dovrebbe essere d’ insegnamento e far riflettere più di qualcuno negli uffici della procura tarantina a Palazzo di Giustizia.

Ma di tutto questo posso garantirvelo, torneremo molto presto a parlarne, informandovi sulle attività del Csm, dell’ Ispettorato del Ministero di Giustizia e della Procura di Potenza. a seguito delle mie legittime conseguenti iniziative di tutela previste e consentite dalla Legge. La Legge è bene ricordarlo sempre è, e deve essere, sempre uguale per tutti, e sopratutto va amministrata in nome del popolo italiano, e non di qualche “paesano” nei tratturi di campagna….

 




La Procura generale della Cassazione al Csm sul caso Trani: “via il pm Savasta”

CdG pm savastaIl Procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione Pasquale Ciccolo ha chiesto alla 1a Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura di trasferire in via cautelare il pm di Trani Antonio Savasta, (a destra nella foto). La richiesta verrà discussa, in camera di consiglio dal Csm , cioè in una riunione a porte chiuse, il 22 novembre prossimo.. Si tratta di uno dei due magistrati della procura di Trani (l’altro è il sostituto Luigi Scimè) su cui la Prima Commissione del Csm ha già aperto la procedura di trasferimento d’ufficio per “incompatibilità ambientale e funzionale“, come raccontato dal nostro quotidiano.

I due magistrati vengono accusati a seguito di una una serie di esposti giunti al Csm  di essere collegati da una “rete di conoscenze”  con avvocati, appartenenti alle forze dell’ordine, amministratori locali e imprenditori, che di fatto avrebbero  influenzato le indagini. Il pm Savasta viene indicato anche per i suoi legami familiari come partecipante a questa sorta di “cricca” avendo peraltro un fratello avvocato civilista (avente un  suo “socio occulto” ottenuto incarichi rilevanti in municipalizzate), un cugino commercialista e ed un altro avvocato, che esercitano nel territorio della procura di Trani.

Nelle denunce effettuate è emerso anche che le “indagini eclatanti” che il pm Savasta  della Procura di Trani ( a capo della quale era l’attuale procuratore capo della Procura di Taranto,  Carlo Maria Capristo)  avrebbe portato avanti, nei confronti di istituti bancarie e agenzie internazionali di rating  si sono tutte concluse “sempre con un’archiviazione“, ed inoltre sono state messe in evidenza anche delle vicende giudiziarie che lo hanno riguardato e dei procedimenti tuttora pendenti per fatti avvenuti a Trani.




Il Csm convoca i pm Scimè e Savasta della Procura di Trani

CdG pm ssvastaSono stati convocati per martedì prossimo dalla Prima Commissione del Csm i due pm di Trani Antonio Savasta (accanto nella foto) e Luigi Scimè, sui quali pende una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale. Una serie di esposti arrivati al Consiglio Superiore della Magistratura li indicano come componenti di una “rete di conoscenze” – di cui farebbero parte anche avvocati, appartenenti alle forze dell’ordine, amministratori locali e imprenditori – che influenzerebbe le indagini, nel periodo in cui a capo della Procura c’era Angelo Maria Capristo, attuale procuratore capo di Taranto

schermata-2016-11-09-alle-19-12-25Secondo la Prima Commissione del Csm si è determinata una lesione della loro immagine di indipendenza e imparzialità e della loro “credibilità”, anche per alcune vicende che sono state oggetto di procedimenti giudiziari che li hanno riguardati.

Una contestazione a dir poco pesante dinnanzi alla quale i due magistrati potranno replicare martedì prossimo, avvalendosi chiaramente dell’assistenza di un difensore.

Il caso in questione è venuto alla luce dopo i numerosi esposti pervenuti al Csm, a seguito  della pubblicazione di “Frammenti di storie semplici” un romanzo scritto da Roberto Oliveri del Castillo un magistrato che ha fatto parte dell’ufficio Gip tranese,  che fece scalpore un paio di anni fa perché anche senza fare riferimento a nomi e a circostanze reali diede adito ad una serie di sospetti che alzarono l’attenzione su quel tribunale di frontiera noto per le sue inchieste “eccellenti”.

 




ANTEPRIMA. “DICONO CHE”…..

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DICONO CHE…..dei giornalisti stiano scrivendo da qualche mese un libro-romanzo dal titolo provvisorio “La cricca con la toga su tutti gli scandali, gli intrecci, i retroscena, conflitti d’interesse fra il Palazzo di Giustizia di Taranto e la vita sociale-economico-politica di Taranto e provincia.  Dopo il “caso Trani“, si prospetta un “caso Taranto” per il Consiglio Superiore della Magistratura……

 




L’ ANM dà ragione al Corriere del Giorno sul processo Ilva-Ambiente Svenduto

di Antonello de Gennaro

Con una nota diramata ieri la giunta distrettuale dell’Anm di Lecce  ha confermato quanto avevamo sostenuto noi e cioè che “nella condotta di quel difensore è rilevabile una ostensione di “dati personali” (non di dati sensibili)” smentendo ed implicitamente “bacchettando le arroganti dichiarazioni del Gip Martino Rosati, a capo della sottosezione tarantina dell’ ANM, l’ associazione nazionale dei magistrati che altro non è di fatto che un’organizzazione sindacale e quindi priva di alcuna valenza deontologica o giuridica.

La giunta distrettuale dell’ ANM  nel suo comunicato, del quale stranamente non vi è alcuna traccia nel loro sito internet  sostiene che il  “trattamento” degli stessi, la cui giustificazione deve essere, pur sempre, contemperata con la tutela del diritto alla riservatezza, sulla base del principio generale del “bilanciamento” dei contrapposti interessi: bilanciamento che nella presente fattispecie non è dato ravvisare, ove si consideri che quel difensore avrebbe potuto ugualmente raggiungere lo scopo che si era prefisso mediante la semplice produzione al collegio di una cartina topografica, senza l’enfatico ricorso a dei “cartelloni riepilogativi”, posto che essi sarebbero poi facilmente transitati – come è puntualmente avvenuto – sulla carta stampata e sui siti web“.

Resta legittimo e doveroso ricordare al lettore, che un’organizzazione sindacale di magistrati non può e non deve permettersi di interferire ed interloquire rispetto agli esercizi e diritti della difesa contemplati nel codice di procedura.

CdG processo ILVAIn realtà l’ ANM prende un grosso granchio mediatico, in quanto sulla carta stampata e sui siti web, fino a prova contraria, non risulta indicato alcun indirizzo delle abitazioni dei magistrati tarantini, ed inoltre dimentica che l’ufficio anagrafe di un Comune è aperto al pubblico, così come il Catasto immobiliare, e quindi è possibile a chiunque ne abbia voglia di scoprire l’indirizzo di residenza di un giudice o magistrato. Anche perchè quello che l’organizzazione sindacale dei magistrati dimentica che nonostante il ruolo ricoperto, un magistrato o un giudice è un cittadino come tutti gli altri davanti alla Legge, con gli stessi diritti ma con più doveri e responsabilità rappresentando la giustizia.

Non si può non tenere conto infatti che gli indirizzi di residenza di ben 4 magistrati e giudici coinvolti nel processo Ilva-Ambiente Svenduto, sono coincidenti con quelli di alcune parti offese, il chè si voglia o no assume un fattore con notevole valenza di carattere processuale.

La Giunta di Lecce dell’Anm, in un barlume di equilibrio rileva «come non competa certo all’Anm “giudicare della conformità a diritto” del processo in corso di celebrazione a Taranto, né della fondatezza – o meno – delle eccezioni sollevate dalle difese (ciò sarà oggetto delle valutazioni dei competenti organi giurisdizionali)”, di fatto ricordando l’esistenza di un Codice di Procedura Penale.

Davigo

nella foto Piercamillo Davigo, presidente dell’ Associazione Nazionale Magistrati

Come non dare ragione ai legali dell’ ILVA quando ricordano che “Abbiamo fatto quegli esempi, in forma anonima e senza entrare nei dettagli solo perchè riguardano magistrati che abitano a pochi chilometri dal siderurgico, sono in pratica parte interessata e quindi non in grado di dire con obiettività se l’Ilva ha inquinato o meno. Per questo abbiamo chiesto il trasferimento del processo a Potenza. Non abbiamo violato dati sensibili, ma fatto solo il nostro lavoro, e non sarà l’Anm a dirci come dobbiamo esercitare il diritto di difesa” ?

Quello che desta preoccupazione e sopratutto sgomento è il silenzio imbarazzante dei penalisti tarantini e della locale camera penale, che non ha proferito una parola, una sola parola a tutela dell’esercizio della professione forense nel Foro di Taranto, noto per la sua promiscuità e contiguità di interessi e rapporti fra magistrati, avvocati, commercialisti, che meriterebbero l’interessamento del Consiglio Superiore della Magistratura e l’intervento dell’ Ispettorato del Ministero di Giustizia come avvenuto a Trani (Bari).

CdG aula CSM

nella foto, il “plenum” del Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura

O bisognerà aspettare che qualcuno, un giudice, un giornalista scriva un nuovo libro romanzato su quanto accade nel Palazzo di Giustizia di Taranto, ribattezzato “il porto della diossina” parafrasando il vecchio “porto delle nebbie” con cui si identificava negli anni ’90 la procura romana ?

Nel frattempo il nostro giornale continua a fare informazione libera indipendente, mentre gli altri si limitano a pubblicare solo comunicati stampa o fotocopiare atti processuali. Un’informazione libera nonostante gli attacchi subiti da qualche magistrato pieno di astio e rancore nei nostri confronti, accusandoci di dare troppe notizie su quanto avviene a Palazzo di Giustizia, un’attività che evidentemente dà fastidio ai sottoboschi degli uffici giudiziari, a quei magistrati specializzati nell’affidare laute consulenze “facili” assegnate agli amici degli amici, ed a richiedere il mio arresto, e recentemente persino nei confronti di un avvocato, a loro dire “reo” di aver dato consigli ad un pregiudicato suo assistito per non aggravare la propria posizione processuale. Cioè aver fatto il suo lavoro di avvocato difensore. Questo accade a Taranto.

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Guarda caso gli investigatori sono gli stessi. Ma spesso si distraggono troppo, “taroccano” il contenuto delle intercettazioni,  alterandone le frasi ed il loro significato e contenuto ipotizzando (come ha rilevato il Tribunale del Riesame di Lecce) reati inesistenti, o come nel caso che mi riguarda lasciandosi andare a supposizioni basate  su quanto trovano scritto sui citofoni. Ed a volte si rischia di rovinare la reputazione professionale di persone per bene che fanno il proprio lavoro, solo per la voglia di fare carriera o finire sui giornali. Ma a volte qualcuno dimentica che in carcere si finisce anche quando si porta una divisa adosso.

La chiamano “giustizia”…. ma per fortuna ad applicarla e farla rispettare ci sono ancora dei giudici seri, indipendenti, che onorano la toga che indossano ed applicano la Legge. Sono questi i veri paladini e baluardi della “Giustizia” quella con la “G” maiuscola. Non quelli che cercano citazioni, fotografie e titoli sui “giornaletti” compiacenti grazie a qualche pennivendolo di turno.




L’ ANM a Taranto minaccia di denuncia un avvocato. Un rigurgito della “casta” dei magistrati ?

di Antonello de Gennaro 

CdG processo ILVAL’edizione barese del quotidiano la Repubblica ha pubblicato ieri il rigurgito di lesa maestà della sottosezione di Taranto dell’ Anm (Associazione nazionale magistrati), attraverso il suo presidente locale  il Gip Martino Rosati, che contesta la strategia processuale dell’avvocato Pasquale Annicchiarico, difensore di Nicola Riva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici, di rendere “pubblicamente noti gli indirizzi delle abitazioni di vari magistrati in servizio presso gli uffici giudiziari tarantini” davanti alla Corte d’assise di Taranto nel processo “Ambiente svenduto” sul presunto disastro ambientale causato dall’Ilva.

L’avvocato Annichiarico aveva prodotto  avvalendosi del diritto processuale  e mostrato in aula alcuni cartelloni con una legenda che indica i luoghi di residenza delle parti civili ammesse, che lamentano un danno da esposizione, e di alcuni magistrati, al fine di dimostrare processualmente che in alcuni casi abitano a poche decine di metri gli uni dagli altri e sarebbero quindi da considerarsi conseguentemente anch’essi parti danneggiate. Questo “al fine di sostenere – ricorda il giudice Rosati la sua istanza di rimissione del processo in altra sede”. La notizia, aggiunge il Gip “ovviamente è stata pubblicata da vari organi di stampa“. Piccolo particolare: nessun giornale ha pubblicato gli indirizzi.

CdG casta magistratiL’Anm non intende esprimersi sulla discutibile – si legge nella nota –  conformità alla legge dell’acquisizione e del trattamento di quei dati personali sensibili da parte dell’ avvocato, che sarà semmai valutata dalle competenti autorità giudiziarie o amministrative. Merita, invece, la più ferma censura l’inopportunità della ‘declamazione’ di quei dati in pubblica udienza, tanto più perché del tutto gratuita: semmai quel difensore avesse voluto portare gli stessi a conoscenza della Corte, ben si sarebbe potuto limitare a produrle i documenti anagrafici che già si era procurato“.

Il rappresentante tarantino dell’Anm continua sostenendo che con “il suo comportamento, invece, quell’avvocato ha inutilmente esposto numerosi magistrati tarantini, abitualmente impegnati anche in procedimenti di criminalità comune e organizzata, a pericoli per la tranquillità e l’incolumità personale, propria e dei rispettivi familiari. Spetterà ai competenti organismi professionali di categoria (Ordine degli Avvocati, Camera penale o quant’altri) valutare la conformità o meno di una simile condotta alle regole deontologiche professionali e, se del caso, sanzionarla come merita“. L’Anm, conclude la nota si riserva “di valutare le più opportune iniziative nelle competenti sedi istituzionali, auspica che analoghi comportamenti tanto deplorevoli quanto, per fortuna, senza precedenti nel Foro tarantino non si ripetano più. Mai più“.

CdH magistratiNon spetta a noi valutare la deontologia dell’ avvocato Annichiarico, ma è nostro diritto come quello di tutti i cittadini,  di criticare i magistrati secondo quanto ha sentenziato la 5a sezione penale della Suprema Corte di Cassazione: “”La legittima critica dei cittadini non deve limitarsi soltanto alle decisioni assunte ed alle motivazioni che le sorreggono, ma può investire anche i comportamenti assunti nell’esercizio della funzione giudiziaria. Comportamenti che, come è noto, debbono essere improntati non solo ad imparzialità, ma anche ad equilibrio e sobrietà“.

Non possiamo esimerci dal ricordare ai magistrati dell’ ANM della sottosezione di Taranto ed al loro rappresentante il Gip dr. Rosati, che i “dati sensibili” per la Legge non sono quelli relativi al catasto immobiliare che peraltro è pubblico, ma bensì a quelli della salute.

CdG magistrati responsabilità

Così come non spetta ai magistrati decidere le strategie processuali di un collegio difensivo, e le produzioni o esibizioni documentali. E’ semplicemente assurdo sostenere di aver esposto “numerosi magistrati tarantini, abitualmente impegnati anche in procedimenti di criminalità comune e organizzata, a pericoli per la tranquillità e l’incolumità personale, propria e dei rispettivi familiari” allorquando ad un malintenzionato basterebbe piazzarsi davanti all’uscita del garage del Palazzo di Giustizia tarantina ed aspettare l’uscita delle auto dei vari magistrati e giudici e seguirli per scoprire dove abitano. Inoltre è bene che l’ ANM ricordi che le indagini sulla criminalità organizzata su Taranto, vengono istruite e gestite dalla DDA di Lecce.

Ci sarebbe piaciuto molto di più vedere l’ ANM di Taranto più sensibile all’etica dei magistrati, al rispetto delle norme deontologiche dei magistrati previste dal CSM cioè il Consiglio Superiore della Magistratura, che a Taranto sembrano non essere molto conosciute ed applicate. Dov’era l’ ANM quando l’ex- procuratore capo di Taranto Franco Sebastio, prossimo candidato sindaco, esercitava le sue funzioni mentre nello stesso foro giudiziario tarantino esercitava la professione di avvocato suo figlio ? Dov’era l’ ANM quando un magistrato della locale Procura di Taranto veniva arrestato e condannato a 17 anni, e quando un giudice veniva del Tribunale di Taranto veniva arrestato con una tangente fra le mani ? Come mai l’associazione dei magistrati non ha proferito parola sulla imbarazzante vicenda processuale che ha visto coinvolto dinnanzi al Tribunale di Potenza (ed al CSM) persino l’attuale procuratore aggiunto Pietro Argentino ?

CdG toghe

E dov’era, cosa diceva l’ ANM che a Taranto  vantava la presenza dell’ex-segretario nazionale Maurizio Carbone, quando parenti diretti ed indiretti di magistrati e giudici venivano assunti a chiamata diretta dagli enti pubblici territoriali ? O quando qualcuno portava a casa laute consulenze ? Il passaggio finale del comunicato dell’ ANM in cui si riserva “di valutare le più opportune iniziative nelle competenti sedi istituzionali, auspica che analoghi comportamenti tanto deplorevoli quanto, per fortuna, senza precedenti nel Foro tarantino non si ripetano più. Mai più” suonano più che da monito, come una vera e propria “minaccia“.

Un rigurgito di una “casta” che a Taranto si sente intoccabile come “unti dal Signore”, dimenticandosi che in realtà  la Legge è costituzionalmente uguale per tutti.  Anche per i magistrati. Ma di tutto questo, come quanto già accaduto nella Procura di  Trani, se ne occuperà molto presto il Consiglio Superiore della Magistratura.




Emiliano e Stefàno: attenti a quei due…..

di Antonello de Gennaro

Prima di passare a spiegarvi perchè bisogna “stare attenti” al sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno ed al Governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, occorre mettere a fuoco i due “personaggi”.

schermata-2016-10-05-alle-03-04-52Il Governatore   Emiliano, dopo aver fatto il  magistrato, è stato il segretario regionale del Partito Democratico, azionista di maggioranza della Giunta regionale di centrosinistra guidata da Nichi Vendola nella precedente legislatura regionale,  ha fatto politica per diversi anni violando le Leggi vigenti, ed infatti nel 2014 il  procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione Gianfranco Ciani avviò un azione disciplinare nei confronti di Emiliano, in quanto da segretario regionale del Pd svolgeva attività politica, nonostante fosse ancora un magistrato. Da questo ruolo, Emiliano ha svolto con carattere di continuità, come noto a tutti,  attività politica. Una condotta che era incompatibile con il suo ruolo di magistrato. Infatti ai magistrati non è consentita l’iscrizione ai partiti politici. E le limitazioni valevano  anche per i magistrati che come Emiliano, sono fuori ruolo.

Dell’azione disciplinare aperta dal pg della Cassazione al momento si sono perse le tracce ma è destinata a riaccendere prima o poi le polemiche sulla compatibilità dello status di magistrato e la partecipazione all’attività politicaSoltanto nel luglio del 2015 appena eletto Presidente della Regione Puglia, il Csm ha deciso di accogliere la richiesta di ulteriore aspettativa di Michele Emiliano in vista della piena assunzione dell’incarico di presidente della Regione Puglia. Da qualche giorno infatti la pratica era arrivata al Consiglio Superiore della Magistratura che, non senza qualche riflessione, gli ha riconosciuto il proseguimento “senza soluzione di continuità” .

Sulla sua vicenda il Fatto Quotidiano raccontava “ il fuoco amico di Massimo D’Alema che lo aveva accusato apertamente di non avere rispettato la legge che impone ai magistrati, anche quelli in aspettativa, di non avere incarichi di partito”. Una polemica che l’allora sindaco di Bari aveva per la verità commentato come il tentativo scomposto della vecchia classe dirigente di ribaltare l’esito delle primarie che l’aveva spazzata via. Oggi incredibilmente D’Alema ed Emiliano vanno d’amore e d’accordo uniti nell’ alleanza contro il premier Matteo Renzi, attuale leader dello stesso partito politico: il Partito Democratico . Le stranezze della politica…

CdG ippazio stefanoIl Sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, è stato il rappresentante tarantino del movimento politico di Nichi Vendola per ben due legislature comunali, presentandosi alle elezioni come candidato sindaco con una una propria lista civica,   nel tempo successivamente dissoltasi. Stefàno è attualmente imputato nel processo “ILVA-Ambiente Svenduto” dovendo rispondere della accuse di  reato per abuso e omissione di atti d’ufficio, a seguito delle indagini svolte dalla Procura di Taranto sulla base di un esposto presentato tempo fa da un consigliere comunale con il quale si portò la magistratura a conoscenza delle misure che il sindaco Stefàno non avrebbe preso a tutela della salute dei cittadini. Il sindaco Stefano era già finito negli atti processuali per una telefonata che venne intercettata dalla Guardia di Finanza di Taranto, intercorsa con Girolamo Archinà, l’ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’ILVA (gestione Gruppo Riva)  finito in carcere il 26 novembre scorso con le accuse di associazione a delinquere insieme con alcuni membri della famiglia Riva, finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e corruzione in atti giudiziari. Nella telefonata del 29 luglio 2010 Archinà chiamava telefonicamente il Sindaco Stefàno per chiedergli di fissare la data sul referendum cittadino sulla chiusura dell’ILVA  “La data la più lontana possibile”  ottenendo inizialmente un “va bene” da Stefàno , motivando la propria richiesta con la causale “per farci lavorare un po’ tranquilli” ricevendo una nuova rassicurazione dal sindaco “tranquilli !!! va benissimo ciao Girolamo”.

Ippazio Stefàno nelle ultime primarie del centrosinistra per la scelta del candidato Presidente per le elezioni regionali pugliesi, ha abbandonato negli ultimi giorni di campagna elettorale il movimento di Vendola, che sosteneva la candidatura del Sen. Dario Stefàno (un omonimo, ex UdC ) per cavalcare la candidatura di Michele Emiliano a governatore per la cui elezione, in realtà non si è speso minimamente. Ma il Sindaco Stefàno non aveva fatto i conti con il doppio-giochismo politico di Emiliano, che appena eletto nominò assessore regionale il consigliere comunale tarantino Gianni Liviano acerrimo “nemico” del sindaco, di cui da sempre ambisce alla sua poltrona. Che le posizioni di Ippazio Stefàno e quelle di  Emiliano siano sempre più inconciliabili. lo dimostra l’attuale vicenda ILVA.

Infatti mentre il Governatore della Regione Puglia, sta “cavalcando” la protesta ambientalista-grillina anti-Ilva per osteggiare e boicottare le posizioni e decisioni del Governo in carica  sull’ ILVA, il Sindaco Stefàno non fa altro che elogiare il supporto economico-finanziario ricevuto dal Governo Renzi che ha stanziato per il rilancio di Taranto oltre 800 milioni di euro, gestendo progettualità, bandi, gare ed appalti, vista la “pochezza” tecnica-professionale dell’apparato dirigenziale del Comune di Taranto più noto per finire sempre sotto i riflettori delle inchieste e processi giudiziari che li vede coinvolti, che per le proprie inesistenti competenze giuridico-amministrative. L’ennesima conferma è quella dell’ annuncio del Governatore Emiliano in occasione dell’ assemblea della Confindustria di Taranto, alla presenza del presidente nazionale Boccia, di uno studio sanitario (e non scientifico !) sviluppato da ARPA, ARES, ASL Taranto ed un consulente della Regione Lazio, basato su vecchie rilevazioni e ricerche non più attendibili alla luce dei recenti lavori di ammodernamento e risanamento dell’impianto siderurgico ILVA di Taranto. Uno studio non scientifico, che la Regione Puglia ha avuto lo “sgarbo” istituzionale di non inviare al primo cittadino di Taranto.

Il Sindaco Stefàno in una conferenza stampa-farsa, tenutasi ieri a cui partecipavano in “stile grillino” alcuni attivisti del “Movimento Cittadini Liberi e Pensanti” che si spacciavano come giornalisti di un fantomatico (inesistente) giornale online, ha dichiarato di aver inviato una lettera al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin , chiedendo la “validazione” della relazione dei dati “inquietanti” resa nota da Emiliano che individua nell’ILVA la causa di un eccesso di malattie e mortalità a Taranto. “Attendo una settimana” – ha aggiunto Stefàno anticipando che –  “se ciò verrà confermato non potrò fare altro che tutelare la salute dei cittadini disponendo la chiusura dello stabilimento Ilva di Taranto, e la invierò al Prefetto, come è prassi e per garbo istituzionale” mostrando trionfalmente a favore di telecamere la bozza già pronta. “La democrazia è partecipazione, ma non funziona soltanto in maniera unilaterale  – ha detto polemicamente il Sindaco di Taranto – la Regione Puglia deve anche considerare il Comune“.

La figuraccia per il Sindaco Stefàno e per il suo alleato Emiliano è in agguato. Infatti  il primo cittadino aveva tentato in passato di adottare un’ ordinanza urgente ordinando all’Ilva dei Riva nel 2010 di ridurre le emissioni di benzopirene entro 30 giorni, ma il Tar di Lecce annullò il provvedimento accogliendo il ricorso dell’ ILVA . Quando glielo abbiamo ricordato, il Sindaco con la sua nota presunzione ha risposto “Sono pronto a farne un’altra, poi faranno ricorso alla magistratura amministrativa: è un loro diritto“.

La realtà è che a Taranto è iniziata la campagna elettorale, ed il Sindaco Stefàno che ha annunciato la sua ricandidatura a semplice consigliere comunale (ha raggiunto il tetto dei due mandati da Sindaco) non vuole finire nuovamente sul banco degli imputati in Tribunale, mentre Emiliano cerca di tessere alleanze a 360° per mettere le mani sulla città dei due mari. Quelle mani sulla città che non ha più a Bari dove impera il Sindaco “renziano” Decaro. Nella speranza di non fare un secondo “flop” molto probabile dopo il fallimentare tentativo di Michele Emiliano di poter conquistare il Comune di Brindisi  con tutte le sue alleanze, liste civiche ed appoggio del Pd  non è riuscito a far vincere le elezioni al suo candidato sindaco.

Qualcuno dovrebbe spiegare ad Emiliano che a volte la politica fa brutti scherzi: al proprio ego e sopratutto alle certezze politico-elettorali. E la città di Taranto è stanca di subire passivamente le scorribande di invasori, conquistatori e dominazioni politiche. Il voto di quelle 18mila famiglie del personale alle dipendenze dell’ ILVA (ed appalto) e delle oltre 300 società che lavorano nell’indotto dello stabilimento siderurgico tarantino potrebbe riservare tante sorprese post-elezioni…




MiBACT e Ministero Giustizia insieme con il CSM per digitalizzazione carte processo Moro

 

CdG andrea orlandoROMA – Il Ministero dei beni culturali e del turismo e il Ministero della Giustizia, sulla base del protocollo per la conservazione e la valorizzazione della documentazione giudiziaria firmato lo scorso 6 maggio 2015 dai Ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando (accanto nella foto), procederanno alla digitalizzazione delle carte dei processi per il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Lo prevede il progetto presentato ai comitati scientifico e tecnico formalmente costituiti con la sottoscrizione del protocollo dal gruppo di lavoro al quale hanno partecipato le amministrazioni coinvolte.

CdG targa csmAl progetto partecipa attivamente il Consiglio Superiore della Magistratura, che ha in corso un’attività di catalogazione, promozione e diffusione dei processi storici italiani,  vedrà l’impegno nella scansione dei documenti, dei detenuti della casa circondariale di Rebibbia  .

Grazie a questa iniziativa, oltre un chilometro lineare di fascicoli processuali di primaria importanza nella storia del secondo Novecento, tra i quali sono compresi anche gli atti dei processi riguardanti le stragi dell’aeroporto di Fiumicino del 1973 e del 1985, la banda della Magliana e l’attentato al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, verranno pertanto acquisiti in formato digitale per consentire la migliore conservazione degli originali, una più agevole consultazione dei fascicoli da parte di studiosi e ricercatori e una più efficace valorizzazione dei diversi materiali.




Incidente ferroviario nel barese. Uno dei pm che indagano lascia l’ inchiesta dopo le polemiche

Schermata 2016-08-05 alle 17.15.59Con un comunicato della Procura di Trani, arrivato il giorno dopo la pubblicazione di alcune foto del 2013,  che ritraevano il pubblico ministero di Trani dr.ssa Simona Merra ad una festa privata , sul terrazzo di una casa nel centro storico di Molfetta, in compagnia ed in atteggiamenti confidenziali con l’avvocato Leonardo De Cesare difensore di uno degli indagati del disastro ferroviario in Puglia dello scorso luglio . De Cesare è il  legale difensore di Vito Piccarreta, il capostazione di Andria indagato insieme con altre cinque persone nell’inchiesta sul disastro ferroviario fra Andria e Corato in cui hanno perso la vita 23 persone, è stato reso noto che  “responsabilmente e per desiderio di riportare serenità attorno alla vicenda la dottoressa Simona Merra, pur ribadendo la propria correttezza nella conduzione delle indagini continua la nota della Procura di Trani –   ha deciso di astenersi dall’ulteriore trattazione del procedimento”.  La fotografia incriminata ha indignato e scatenato le proteste dei familiari delle vittime che hanno portato il caso all’attenzione del Csm, il Consiglio superiore della magistratura.

Schermata 2016-08-06 alle 23.32.54La magistrata Simona Merra era di turno quando avvenne lo scontro, stava indagando con un pool di altri 4 magistrati sulla tragedia ferroviaria . Il procuratore Giannella fa leva su questo per tranquillizzare “quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda, che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno ad essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza», precisando che “ogni iniziativa investigativa, atto e provvedimento del procedimento è stato adottato e sarà adottato collegialmente dai magistrati contitolari dell’indagine, coordinati in prima persona dal Procuratore stesso“. Dal Csm nessuna reazione ufficiale alla decisione responsabile ed opportuna del magistrato di lasciare l’inchiesta .

nella foto il procuratore Francesco Giannella

nella foto il procuratore Francesco Giannella

Il procuratore aggiunto di Trani (facente le funzioni di capo) , Francesco Giannella  in relazione alle polemiche suscitate dalle foto  ha spiegato che “In relazione alle preoccupazioni manifestate dai parenti delle vittime del disastro ferroviario del 12 luglio scorso, in seguito alla pubblicazione di  fotografie che sembrerebbero denunciare un rapporto di ‘familiarità’ tra uno dei magistrati titolari del procedimento relativo e il difensore di uno degli indagati, intende rassicurare quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno a essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza. A tal fine, nella consapevolezza della complessità tecnica delle verifiche, ma anche della delicatezza dell’inchiesta riguardante tragedie umane immani e irrimediabili, sono state assunte nell’immediatezza regole organizzative per le quali ogni iniziativa investigativa, atto e  provvedimento  del procedimento è stato adottato e sarà adottato collegialmente dai magistrati contitolari dell’indagine, coordinati in prima persona dal procuratore stesso”Giannella rassicura, comunque “quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno ad essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza“.

   




Bari. Finisce in prima pagina perché figlia di un indagato

La  Procura della Repubblica di Bari, si è dotata di un ufficio stampa, utilizzata a diventare la “voce” dei pubblici ministeri nella diffusione delle informazioni relative alle indagini.  La giustizia e i media si incontrano, si scontrano e purtroppo molto spesso nel mezzo finiscono i cosiddetti “terzi non indagati”.  Infatti, come accaduto nell’ultimo comunicato, datato 28 giugno emesso nell’ambito dell’indagine su Vito Longo, l’ ex direttore amministrativo della Fondazione del Teatro Petruzzelli. viene dato risalto all’esecuzione di un decreto di sequestro alla disponibilità di Longo, sui suoi conti bancari, un immobile a lui intestato e la sua auto. Ma nel comunicato stampa si legge ben altro: “Quanto a Longo Silvia viene sequestrata l’autovettura marca Audi A1 Sportback, per un valore di euro 19.500“.

 

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In questa ennesima vicenda pugliese di corruzione e appalti truccati – su cui è bene ricordare che il giudice di merito deve ancora esprimersi – “Longo Silvia” è soltanto la figlia diciannovenne di Vito Longo, al quale il padre indagato aveva regalato e intestato un’auto. Solo che Silvia è persona estranea ai fatti contestati, ed il cui nome è stato arbitrariamente inserito in una informazione da dare in pasto alla stampa, con tanto di specifica di prezzo e modello dell’auto sequestrata. Un bell’esempio di privacy…

 

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uno stralcio del comunicato stampa della Procura di Bari

nella foto Silvia Longo e l'autovettura sequestratale

nella foto Silvia Longo (non indagata) e l’ AUDI sequestratale

Per quanto riguarda la vicenda giudiziaria,  il procedimento si trova attualmente ancora nella fase delle indagini preliminari e Vito Longo risulta indagato per corruzione, mentre il comunicato stampa della procura definisce “accertato” l’operato corruttivo che viene ipotizzato nelle accuse dalla Procura di Bari che oltre a dar conto della “complessa attività d’indagine, articolatasi anche con operazioni di intercettazione telefonica ed ambientale”  puntualmente finite sui quotidiani baresi   inoltre viene indicato al centesimo il valore dell’Audi A1 e l’ammontare delle somme sequestrate a Longo e alla moglie, oltre all’auto intestata alla figlia. Il sequestro effettuato è previsto dall’articolo 12 sexies della legge 356 del 1992 che disciplina la cosiddetta “confisca allargata” e che prevede “la confisca del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulta essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo”. In poche parole, il sequestro può essere effettuato anche su beni non di proprietà diretta dell’indagato, ma è sufficiente che lui ne possa disporne.

Il direttivo della Camera penale barese giustamente si chiede se “lo scopo è quello di perpetuare il principio secondo cui le colpe dei padri ricadono sui loro figli?” . Appare arduo, in realtà, capire quale possa essere l’interesse pubblico a conoscere questa specifica informazione, all’interno del contesto dell’ipotesi accusatoria. Molto più facile invece capire quale possa essere il reale interesse giornalistico: la gente chiacchiera e conoscere il valore ma soprattutto il fatto che quell’auto nuova fiammante sia stata sequestrata è notizia da gossip, quindi attrae i lettori.  C’è da sperare che, quando Giovanni Legnini  il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura ha auspicato che ogni ufficio giudiziario si doti di un ufficio stampa, non intendesse questo.




Magistrati & storie di corna non accadono solo a Taranto : a Roma un membro del Csm simula il furto dell’ Iphone !

di Frank Cimini e Manuela D’ Alessandro

Schermata 2016-06-28 alle 23.32.32MILANO – Aveva scritto via whatsapp un messaggio all’amante inviandolo per errore alla moglie che s’infuriava e chiedeva spiegazioni e lui replicava che l’apparecchio gli era stato rubato. Il nostro nel tentativo di dimostrare di essere estraneo al fatto presentava una denuncia formale alla polizia affermando di aver subito un furto. Protagonista della vicenda un componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura che ora è nei guai, indagato dalla procura di Roma per simulazione di reato e sotto procedimento disciplinare. Perché la denuncia si è rivelata priva di riscontri con la realtà.

I controlli e gli accertamenti in un caso del genere sono molto più accurati e soprattutto più veloci rispetto a quando una denuncia del genere viene presentata da un comune mortale. Per cui emergeva immediatamente che l’apparecchio, peraltro intestato al Csm, era sempre stato nella disponibilità del consigliere e mai oggetto di un furto. Il nostro magistrato è indagato dalla procura di Roma per aver simulato un reato e sotto inchiesta disciplinare da parte del Csm. Tutto è accaduto perché il consigliere non ha avuto la forza di far fronte alla rabbia di sua moglie per quel messaggio all’amante dal contenuto diciamo “inequivocabile” e ha finito per imboccare una strada senza ritorno.

CdG toghe rosse csmLa vicenda è clamorosa, considerando l’importante incarico ricoperto dall’interessato che è tuttora al suo posto a giudicare i colleghi in attesa dello sviluppo delle indagini. L’episodio avvenuto alcuni mesi fa è coperto dal massimo riserbo anche se risulta essere a conoscenza di un numero non certo piccolo di persone. Con tutti i problemi che ha il Csm mancava solo una storia di corna gestita molto male (peggio non si poteva insomma) dal protagonista principale. Adesso si tratta di stare a vedere come sarà gestita dai colleghi del nostro, a Perugia e a Roma. Mettere tutto a tacere appare francamente difficile anche se recentemente in più occasioni il cosiddetto organo di autogoverno dei giudici ha dimostrato di avere l’omertà nel suo dna 

Giovanni Legnini prova a smentire la vicenda del magistrato fedigrafo svelata da giustiziami.it inviando una  nota ai consiglieri dell’organo di autogoverno della magistratura:“Non risulta pendente alcun procedimento penale o disciplinare a carico di componenti del Csm”. Nessuno sembra però credergli e anzi molti deridono i toni ambigui del comunicato.

CdG targa csmLegnini ha dovuto emergere dal silenzio pressato dalle centinaia di magistrati che chiedono da giorni chiarezza nelle mailing list di corrente. “Se davvero è andata così, questo signore non può continuare a sedere nel Csm”, scrivono in molti. Altri manifestano livore contro la stampa: “Quando si vuole eliminare un concorrente si prega un giornalista (è un termine improprio) e si da’ origine alla notizia”.  Nei bar attorno al Tribunale di Milano all’ora di pranzo capannelli di toghe si confrontano sul nome (lo sanno tutti) e sui risvolti della vicenda.  E lo stesso accade a Roma,  da dove stamattina il vicepresidente del Csm Legnini si è sentito in dovere di riportare “un clima sereno e proficuo” tra i magistrati.

Ma la sua difesa non ha convinto stando alla mailing list di Anm. “E’ uno scialbo comunicato parasovietico del tipo in Urss non ci sono furti”, azzarda uno. “Legnini scrive ‘non è pendente alcun procedimento’ – osservano altri – parlando al presente. Questo significa che in passato lo era e magari è stato definito con un patteggiamento?”. E ancora: “Se non fosse per lo sputtamento, ci sarebbe da ridere”; “Chiediamo a Signorini come sono andate le cose”. Chissà se il giornalista re del gossip sa se il Csm ha mai aperto un’inchiesta sul magistrato fedigrafo, esercitando quell’azione penale che dovrebbe essere il pane della magistratura, oppure se ora sta insabbiando un’indagine conclusa con un patteggiamento o in altro modo che avrebbe dovuto portare alla rimozione dall’incarico, peraltro importante, rivestito dal magistrato.

Csm: Legnini, nessuna indagine su componente Consiglio

(Agenzia Italia – AGI) – Roma, 28 giu. – “Non risulta pendente alcun procedimento penale o disciplinare a carico di componenti del Consiglio in relazione ai fatti riportati nei citati articoli di stampa“. Cosi” il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, in una lettera inviata oggi a tutti i consiglieri dell”organo di autogoverno della magistratura, fornisce chiarimenti in merito alla vicenda, riportata da alcuni organi di stampa, che riguarderebbe un componente del Consiglio.  “Gentili consiglieri – scrive Legninia seguito di richieste di chiarimento formulate da diversi colleghi, vi scrivo con riferimento alla vicenda riportata dai mezzi di stampa oggi e nei giorni scorsi che ha destato in noi apprensione. Secondo ipotesi formulate da alcuni quotidiani e da talune testate giornalistiche in rete, penderebbero un procedimento penale e uno disciplinare a carico di un componente di questo Consiglio Superiore; tali procedimenti asseritamente discenderebbero da una sua denuncia concernente l”impiego abusivo di un telefono cellulare per imprecisate comunicazioni effettuate da terzi. Secondo quanto riportato sui siti e sui quotidiani, tale denuncia avrebbe dato luogo ad un”ipotesi di responsabilità” per simulazione di reato. All”esito di verifiche effettuate, posso riferirvi che non risulta pendente alcun procedimento penale o disciplinare a carico di componenti del Consiglio in relazione ai fatti riportati nei citati articoli di stampa“.

 Il numero due di Palazzo dei Marescialli aggiunge quindi che “alla luce di tali rilievi, non puo” nascondersi il disagio per le ricostruzioni adombrate dalle suddette testate giornalistiche, le quali hanno finito con l”esporre il Consiglio e i suoi componenti a spiacevoli commenti basati su elementi privi di conferma in atti giudiziari”. Legnini, infine, auspica il “mantenimento di un clima sereno e proficuo in vista dell”impegnativo lavoro” delle prossime settimane.




Il Csm apre nuovo fascicolo sul magistrato Abate. Il ministro Orlando: “Abate ha omesso la tempestiva iscrizione dei Riva nel registro degli indagati”

Il Guardasigilli Andrea Orlando

nella foto il ministro Andrea Orlando

ROMA – Il pm Agostino Abate, un magistrato campano letteralmente  innamorato di Maradona (memorabile il finale di un suo strenuo interrogatorio con un “tangentaro” della Dc, a parlare del campione argentino), ha coordinato inchieste su mazzette tra i politici e criminalità organizzata. Lo scorso fine anno, con un provvedimento del Csm dalle durissime motivazioni, Abate venne trasferito a Como in conseguenza diretta del caso Macchi per le “negligenze” e le “gravi violazioni“, per “aver omesso atti che gli incombevano” e per “aver arrecato indebito vantaggio all’ignoto autore del reato“, un caso giudiziario rimasto insoluto per 29 anni finché le indagini non sono passate alla procura generale di Milano.

Il magistrato Agostino Abate è nuovamente oggetto di un procedimento disciplinare al Consiglio superiore della magistratura anche per il caso dell’imprenditore Sandro Polita, ritrovatosi sotto inchiesta per “bancarotta” dopo che lui stesso aveva denunciato presunte irregolarità contabili da parte dei soggetti da cui aveva acquistato una clinica.

CdG pm Abate

nella foto il pm Agostino Abate

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha esercitato l’azione disciplinare nei confronti dell’ Abate con una comunicazione ufficiale che risale allo scorso gennaio, ma soltanto adesso lo stesso Polita e i suoi legali, gli avvocati Ivano Chiesa e Valerio Onida, ne hanno avuto conoscenza, dopo aver fatto espressa richiesta di accesso agli atti proprio al Csm. Una novità questa che può rappresentare una svolta nello stesso processo che si sta celebrando a Varese dove il procedimento per bancarotta è arrivato in udienza preliminare di fronte al gip Stefano Sala, nonostante le richieste della difesa di fermarlo proprio perché “la stessa indagine è sottoposta a indagine”.

Abate e la famiglia Riva. Ma il magistrato Abate secondo il Ministro della Giustizia,  ha “omesso la tempestiva iscrizione nel registro degli indagati, con l’indicazione delle persone a cui il reato è attribuito disponendo di fatto l’archiviazione di una notizia di reato,” sottraendola al controllo del giudice. Notizia di reato relativa a “un’informativa dell’Agenzia delle Entrate a carico della famiglia Riva”, vecchi proprietari de “La Quiete”, gli stessi proprietari dell’ ILVA spa ora in amministrazione straordinaria “per reati fiscali, con sottrazione all’erario di un carico fiscale di 918mila euro”.

Inoltre il pm Abate, si legge nei capi d’accusa a suo carico “ometteva senza giustificato motivo di svolgere gli accertamenti disposti dal gip” sulla vicenda dell’Hotel Capolago, un altro filone della denuncia di Polita, su cui Abate aveva  invece richiesto l’archiviazione.




Storia di magistrati, di malagiustizia e del popolo che paga sempre…

CdG libro livadiottidi Stefano Livadiotti *

Un magistrato viene sorpreso in un cinema di periferia, dove ha promesso soldi a un ragazzino per appartarsi con lui. Scattano le manette e la sospensione dal lavoro. Poi, però, dopo tre gradi di giudizio e grazie a un’amnistia, tutto è annullato. E il Consiglio superiore della magistratura lo riabilita. Con una sentenza grottesca che fa impennare gli stipendi di migliaia di suoi colleghi. Ecco i verbali segreti di tutta la storia.

Sono le 18 di un freddo pomeriggio di dicembre quando L.V., rispettabile magistrato di corte d’appello con funzioni di giudice del Tribunale di Milano, fa il suo ingresso nella sala dell’Ariel, un piccolo cinema all’estrema periferia occidentale di Roma. Sullo schermo proiettano il film western La stella di latta. Ma ad attirare Vostro Onore nel locale non sono certo le gesta di John Wayne nei panni dello sceriffo burbero. No, a L.V., che ha ormai 41 anni suonati, dei cow-boy non frega proprio un fico secco. Se si è spinto tanto fuori mano è perché è in cerca di tutt’altro. Così, dopo aver scrutato a lungo nel buio della platea, individua il suo obiettivo. E, quatto quatto, scivola sulla poltroncina accanto a quella occupata dal quattordicenne I.M.

Quello che succede in seguito lo ricostruisce il verbale della pattuglia del commissariato di Polizia di Monteverde che alle 19.15 raggiunge il locale su richiesta della direzione. “Sul posto c’era l’appuntato di polizia G.P., in libera uscita e perciò casualmente spettatore nel cinema, che consegnava ai colleghi sopravvenuti due persone, un adulto e un minore, e indicava in una terza persona colui che aveva trovato i due in una toilette del cinema. L’adulto veniva poi identificato per il dottor L.V. e il minorenne per tale I.M. Il teste denunciante era tale F.Z.

Schermata 2016-05-12 alle 23.10.22L’appuntato G.P. riferiva che verso le 19, mentre assisteva in sala alla proiezione del film, aveva sentito gridare dalla zona toilette: ‘zozzone, zozzone, entra in direzione!‘. Accorso, aveva trovato il teste Z. che, indicandogli i due, affermava di averli poco prima sorpresi all’interno di uno dei box dei gabinetti, intenti in atti di libidine. Precisava, poi, lo Z. che, entrato nel vestibolo della toilette, aveva scorto i due che si infilavano nel box assieme, richiudendovisi. Aveva allora bussato ripetutamente, invitandoli a uscire, ma senza esito. Soltanto alla minaccia di far intervenire la Polizia l’uomo aveva aperto, tentando di nascondere il ragazzo dietro la porta.”

Il minorenne, a sua volta, raccontava che verso le 18 era seduto nella platea del cinema intento a seguire il film quando un individuo si era collocato sulla sedia vicina: poco dopo questi aveva allungato un mano toccandogli dall’esterno i genitali. Egli aveva immediatamente allontanato quella mano e l’uomo se n’era andato. Ma dopo dieci minuti era ritornato, rinnovando la sua manovra. Questa volta egli aveva lasciato fare e allora l’uomo gli aveva sussurrato all’orecchio la proposta di recarsi con lui alla toilette, promettendogli del denaro. Egli s’era alzato senz’altro, dirigendosi alla toilette, seguito dall’uomo. Entrati nel box, l’uomo gli aveva sbottonato i calzoni, ed estratto il pene lo aveva preso in bocca.

Adescare un ragazzino in un cinema è un fatto che si commenta da solo. Che a farlo sia poi un uomo di legge, o che tale dovrebbe essere, appare inqualificabile. Ma non è solo questo il punto. Se i fatti si fermassero qui, non potrebbero essere materia di questo libro. Invece, come vedremo, la storia che comincia nella sala dell’Ariel giovedì 13 dicembre del 1973, per concludersi ingloriosamente 8 anni dopo, va ben oltre lo squallido episodio di cronaca.

Per diventare emblematica della logica imperante almeno in una parte del mondo della magistratura ordinaria (di cui esclusivamente ci occuperemo, senza prendere in considerazione quelle contabile, amministrativa e militare). Cioè, in una casta potentissima e sicura dell’impunità. Dove lo spirito di appartenenza e l’interesse economico possono portare a superare l’imbarazzo di coprire qualunque indecenza.

Dove il vantaggio per la categoria finisce a volte per prevalere su tutto il resto e l’omertà è la regola. Dove in certi casi giusto la gravità dei comportamenti riesce a offuscare la loro dimensione ridicola.

Quel giorno, e non potrebbe essere altrimenti, V. viene dunque arrestato. Vostro Onore cerca disperatamente di negare l’evidenza. S’arrampica sugli specchi, raccontando di aver pensato che il ragazzino si sentisse male e di averlo quindi seguito nel bagno proprio per assisterlo. Ma non c’è niente da fare: l’istruttoria conferma la versione della polizia. Così, il Tribunale di Grosseto rinvia a giudizio V. per “atti osceni e corruzione di minore“. E, il 28 dicembre del 1973, si muove anche la sezione disciplinare del Csm, l’organo di governo della magistratura, che lo sospende dalle funzioni. V. sembra davvero un uomo finito.

CdG martello-tribunaleMa non è così. Il 21 gennaio del 1976, il verdetto offre la prima sorpresa. Con il loro collega, i giudici toscani si dimostrano più che comprensivi. Il tribunale della ridente cittadina dell’alta Maremma ritiene infatti che, “atteso lo stato del costume“, l’atto compiuto da V. nella sala del cinema vada considerato soltanto come contrario alla pubblica decenza. Come, “atteso lo stato del costume”? Cosa succedeva all’epoca nei cinema di Grosseto: erano un luogo di perdizione e nessuno lo sapeva? Boh. Andiamo avanti: “Conseguentemente, mutata la rubrica nell’ipotesi contravvenzionale di cui all’articolo 726 del codice penale, lo condanna alla pena di un mese di arresto […] Per quanto poi riguarda la seconda parte dell’episodio, esclusa la procedibilità ex officio, essendo ormai il fatto connesso con una contravvenzione, proscioglie il V. per mancanza di querela dal delitto di corruzione“.

Ma il procuratore generale non è d’accordo, e questa è una buona notizia per tutto il paese. E V., che pure dovrebbe fregarsi le mani, neanche. Entrambi presentano ricorso. Si arriva così all’8 marzo del 1977, quando a pronunciarsi è la corte d’appello di Firenze, che ribalta il precedente giudizio. Ma lo fa a modo suo. Per i giudici di secondo grado, quelli di V. sono atti osceni. Evviva. Però, siccome il primo approccio con il ragazzino è avvenuto nella penombra e l’atto sessuale si è poi consumato nel chiuso del gabinetto, il fatto non costituisce reato. V. se la cava quindi con una condanna a 4 mesi, con la condizionale, per la sola corruzione di minori. E di nuovo, non contento, ricorre, con ciò stesso dimostrando la sua incrollabile fiducia nella giustizia. Assolutamente ben riposta, come dimostra il terzo atto della vicenda, che va in scena due anni dopo, il 30 marzo del 1979: “La corte suprema, infine […] annulla senza rinvio limitatamente al delitto di corruzione di minorenne, a seguito dell’estinzione del reato in virtù di sopravvenuta amnistia“. Amen.

V. era definitivamente sputtanato davanti a tutti i colleghi. Ma senza più conti in sospeso con la legge. E tanto bastava al Consiglio superiore della magistratura (d’ora in avanti Csm), che il successivo 29 giugno revocava la sua sospensione, rigettando una richiesta in senso contrario del procuratore generale della cassazione, perché “le circostanze non giustificavano l’ulteriore mantenimento […] di una sospensione durata cinque anni e mezzo“. A V. restava da superare solo un ultimo scoglio: il verdetto della sezione disciplinare. Ed è proprio in quella sede che la storia assumerà i toni più grotteschi.

La sceneggiata finale, come racconta nel dettaglio la sentenza finora inedita, scritta a macchina e lunga 12 pagine, si svolge il 15 maggio del 1981, quando si riunirono i magnifici 9 della giuria che deve esaminare il dossier n. 294. Molti di loro faranno una carriera coi fiocchi. C’è l’allora vicepresidente del Csm, che è addirittura Giovanni Conso, futuro numero uno della consulta e ministro della giustizia, prima con Amato e poi con Ciampi. C’è Ettore Gallo, che all’inizio degli anni novanta s’accomoderà anche lui sul seggiolone di presidente della corte costituzionale.

C’è Giacomo Caliendo, che siederà poi nel governo di Silvio Berlusconi, con l’incarico di sottosegretario alla giustizia. C’è Michele Coiro, che sarà procuratore generale del Tribunale di Roma e poi direttore generale del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E ancora: i togati Luigi Di Oreste,Guido Cucco, Francesco Marzachì e Francesco Pintor, e il laico Vincenzo Summa.

Chi pensa che in un simile consesso le parole siano misurate con il bilancino è completamente fuori strada. Vista dall’esterno, la sede del Csm ha perfino un che di lugubre, ma quando si riunisce la sezione disciplinare l’atmosfera è più quella del Bagaglino. La sentenza offre un campionario di spunti dalla comicità irresistibile. Come quello offerto dal medico di V., che lascia subito intendere quale incredibile piega potrà prendere la vicenda. “Veniva anche sentito il medico curante, dottor G., che testimoniò di aver sottoposto il V. a intense terapie nell’anno 1970 a causa di un trauma cranico riportato per il violento urto del capo contro l’architrave metallico di una bassa porta. Si trattava di ferita trasversale da taglio all’alta regione frontale, che il medico suturò previa disinfezione.

Vostro Onore, insomma, aveva dato una craniata. E allora? “Benché fosse rimasto per dieci giorni nell’assoluto prescritto riposo, il paziente accusò per vari mesi preoccupanti disturbi, quali cefalee intense, sindromi vertiginose, instabilità dell’umore, turbe mnemoniche. Le ulteriori terapie praticate diedero temporaneo sollievo, ma vi furono frequenti ricadute, soprattutto di carattere depressivo, che si protrassero fino al 1972 […] È emerso che la madre dell’incolpato è stata ricoverata per 25 anni in clinica neurologica a causa di gravi disturbi.” Che c’entra?”, direte voi. Tempo al tempo.

Dopo quella del luminare, la seconda chicca è la testimonianza dell’amico notaio. “All’odierno dibattimento sono stati escussi sette testimoni, dai quali è rimasta confermata l’irreprensibilità della vita dell’incolpato, prima e dopo il grave episodio, e soprattutto la serietà dei suoi studi e del suo impegno professionale. In particolare, il notaio dottor M. ha ricordato il fidanzamento del dottor V. con la sorella, assolutamente ineccepibile sul piano morale per i quattro-cinque anni durante i quali egli ha frequentato la famiglia. Il matrimonio non è seguito per ragioni diverse dai rapporti tra i fidanzati, che sono anzi rimasti buoni amici.” Par di capire, tra le righe, che V. non molestasse sessualmente la fidanzata. La credibilità della qual cosa, alla luce della sua successiva performance con il ragazzino, appare, questa sì, davvero solida.

Nonostante le strampalate deposizioni, gli illustri giurati sembrano decisi a fare sul serio. E subito escludono in maniera categorica di poter credere alla versione che il collega V., a dispetto di tutto, si ostina a sostenere. “I fatti,” tagliano corto, “vanno assunti così come ritenuti dai magistrati di merito dei due gradi del giudizio penale“. Poi, però, cominciano a tessere la loro tela. “E tuttavia ciò che colpisce e stupisce, in tutta la dolorosa e squallida vicenda, è la constatazione che l’episodio si staglia assolutamente isolato ed estraneo nel lungo volgere di un’intera esistenza, fatta di disciplina morale, di studi severi e di impegno professionale.

Come diavolo abbiano fatto a stabilire che “l’episodio si staglia assolutamente isolato“, i giurati lo sanno davvero solo loro. Ma andiamo avanti. La prosa è zoppicante, però vale la fatica: “Tutto questo non può essere senza significato e non può essere spiegato se non avanzando due diverse ipotesi. O l’episodio ha avuto carattere di improvvisa e anormale insorgenza, quasi di raptus, la cui eziologia va ricercata e messa in luce; oppure se, al di sotto delle apparenze, sussiste effettivamente una natura sessuale deviata o almeno ambigua, è doveroso stabilire perché mai essa si sia rivelata soltanto e unicamente in quell’occasione, durante tutto il corso di un’intera esistenza“. L’alto consesso propende, ça va sans dire, per la prima delle due ipotesi.

Già […] i giudici penali avevano adombrato suggestivamente, in presenza dei referti clinici, della deposizione del curante e di quella del maresciallo S. che eseguì l’arresto, che la capacità di intendere e di volere del V., al momento del fatto, doveva essere scemata a tal punto da doversi ritenere ‘ridotta in misura rilevante’, e ciò – secondo i giudici – “per una sorta di psicastenia, di una forma di malattia propria, tale da alterare specialmente l’efficienza dei suoi freni inibitori contro i suoi aberranti impulsi erotici’“.

Poste le premesse, i giudici dei giudici preparano il gran finale, citando il parere pro veritate di due professori, scelti naturalmente dalla difesa di V.Secondo gli psichiatri […] l’episodio in esame, non soltanto costituisce l’unico del genere, ma esso, anzi, ponendosi in netto contrasto con le direttive abituali della personalità, è da riferirsi a quei fatti morbosi psichici che, iniziatisi nel 1970, si trovavano in piena produttività nel 1973, all’epoca del fatto. Durante il quale, pur conservandosi sufficientemente la consapevolezza dell’agire, restò invece completamente sconvolta la ‘coscienza riflettente’, cioè la rappresentazione preliminare degli aspetti etico-giuridici della condotta da tenere e delle sue conseguenze. Il che ha reso inerte la volontà di inibire quelle spinte pulsionali su cui il soggetto non riusciva più a esprimere un giudizio di valore.”

Tutta colpa, dunque, della “coscienza riflettente”, che era andata in tilt. Ma come mai? Chiaro: “Su tutta questa complessa situazione il trauma riportato nel 1970 ha svolto un ruolo – secondo i clinici – di graduale incentivazione delle dinamiche conflittuali latenti nella personalità, fino all’organizzazione della sindrome esplosa nell’episodio de quo“.

Vostro Onore, dunque, dopo la zuccata è diventato scemo? Neanche per sogno. Lo è stato, ma solo per un po’. “D’altra parte, poi, proprio l’alta drammaticità delle conseguenze scatenatesi a seguito del fatto, unita alle ulteriori cure e al lungo distacco dai fattori contingenti e condizionanti, hanno favorito il completo recupero della personalità all’ambito della norma, come è testimoniato dai successivi otto anni di rinnovata irreprensibilità.” Adesso insomma Vostro Onore è guarito e può senz’altro rimettersi la toga. “Il che comporta essersi trattato di un episodio morboso transitorio che ha compromesso per breve periodo la capacità di volere, senza tuttavia lasciare tracce ulteriori sul complesso della personalità.”

Conclusione, in nome del popolo italiano: “Il proscioglimento, pertanto, si impone”. Addirittura. “La sezione assolve il dottor V. perché non punibile avendo agito in istato di transeunte incapacità di volere al momento del fatto“. Il procuratore se n’è fatta una ragione e non propone l’impugnazione. Il futuro ministro non ha nulla da eccepire. Il collega che siederà sullo scranno di presidente della consulta se ne sta muto come un pesce.

E, diligentemente, i giurati mettono la firma sotto una simile sentenza. Dove si racconta la storiella di uno che ha sbattuto la testa e tre anni dopo è diventato scemo e ora però non lo è più. A parte il fatto che una zuccata prima o poi l’abbiamo presa tutti, magari pure Conso e Gallo, e qualcuno di noi da piccolo è perfino caduto dalla bicicletta: ma non è che poi ci siamo messi proprio tutti a dare la caccia ai ragazzini nei cinema di periferia.

Il fatto che la sezione disciplinare del Csm non sia esattamente un tribunale islamico non è certo una notizia. Nel capitolo 3, intitolato Gli impuniti, ne racconteremo davvero di tutti i colori. Ma il caso di V. è al di là di ogni limite. Anche perché la sua storia non è rimasta sotto traccia come molte altre. Al contrario, nel mondo della magistratura è diventata molto, ma proprio molto popolare.

Per un motivo semplicissimo, raccontato, nell’ottobre del 1994, dall’avvocato ed ex parlamentare radicale Mauro Mellini, in Il golpe dei giudici. Mellini sa bene quel che dice. Il libro lo ha infatti scritto quando aveva appena lasciato il Csm, di cui era consigliere: “A conclusione della vicenda V. non solo aveva ripreso servizio, ma era stato valutato positivamente per la promozione a consigliere di cassazione, conseguendo però tale qualifica con un ritardo di molti anni. E, avendo cumulato nel frattempo molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, si trovò per il principio del trascinamento a portarsi dietro, nella nuova qualifica, lo stipendio più elevato precedentemente goduto grazie a tali scatti e a essere quindi pagato più di tutti i suoi colleghi promossi in tempi normali.Questi ultimi, allora, grazie all’istituto del galleggiamento, ottennero un adeguamento della loro retribuzione al livello goduto dal nostro magistrato“.

Come consigliere, Mellini aveva modo di accedere agli archivi segreti del Csm. E così si era tolto la curiosità di fare due conti. “Pare che tale marchingegno abbia comportato per lo stato un onere di oltre 70 miliardi.” Tanto è costato ai cittadini italiani il caldo pomeriggio del pedofilo in toga. Trasformato d’un colpo da reprobo a benefattore dell’intera categoria.

La domanda è inevitabile. Quando hanno deciso di prosciogliere il collega, Lor Signori del Csm non avevano a portata di mano un pallottoliere per fare due conti? O, al contrario, hanno prosciolto V. proprio perché i conti li avevano fatti, eccome? La risposta è arrivata nel 1993: il 29 settembre V. si è visto negare l’ultimo passaggio di carriera, quello alle funzioni direttive superiori della Cassazione. Eppure, i fatti sulla base dei quali è stato giudicato erano gli stessi di prima. Sarà perché nel frattempo era stato abolito il galleggiamento? E quindi nessuno avrebbe beneficiato di una sua ulteriore promozione?

  • giornalista del settimanale L’ ESPRESSO (tratto dal libro “MAGISTRATI L’ULTRACASTA“)

 




I magistrati Argentino e Petrucci si salvano “tecnicamente” in Procura a Potenza . Ma la vicenda finisce alla commissione disciplina del CSM. E non solo …

nella foto il procuratore aggiunto dr. Pietro Argentino

nella foto il procuratore aggiunto dr. Pietro Argentino

Nell’ottobre scorso il nostro giornale ha pubblicato tutta la sentenza integrale della vicenda giudiziaria che ha portato prima agli arresti e poi alla sospensione dal servizio il pm Matteo Di Giorgio, precedentemente in servizio presso la Procura della Repubblica di Taranto, con a capo il procuratore Aldo Petrucci. per cui il Tribunale di Potenza ordinò ai sensi dell’ art. 207 c.p.p. la trasmissione degli atti alla Procura per procedere nei confronti del procuratore aggiunto Pietro Argentino ed il Petrucci  “per il reato di falsa testimonianza“, i quali alle rispettive udienze dibattimentali del 6 e 27 febbraio 2014 avevano reso “dichiarazioni che, alla luce delle altre acquisizioni processuali, venivano ritenute  non credibili dal Collegio giudicante“.

Nel frattempo dopo aver appreso direttamente dall’ avv. Franz Pesare, che per “motivi personali che non mi consentivano di esercitare serenamente il mio mandato” aveva abbandonato la difesa del magistrato lizzanese Pietro Argentino , questi si è affidato alle “cure” legali dello stesso avvocato del suo collega Di Giorgio, e cioè l’avvocato Donatello Cimadomo di Potenza. Abbiamo quindi provato a contattare per telefono Cimadomo ripetutamente,  per ottenere dei ragguagli sulla vicenda processuale ed anche per sapere se il suo assistito fosse disponibile ad un’intervista giornalistica, ma l’ avvocato lucano in maniera non molto “etica” e sopratutto poco gentile, non si è mai degnato di risponderci o richiamarci telefonicamente.

La registrazione audio della deposizione per pm. Pietro Argentino all’udienza del processo “Di Giorgio ed altri” che si è tenuta giovedì 6 febbraio 2014 a Potenza.

 

 

Chiaramente non ci siamo fermati ed abbiamo rintracciato quale “documento” e delle notizie imbarazzanti per il magistrato Argentino, che in questi giorni supplisce al pensionamento del suo ex-capo Franco Sebastio, nonostante tutti i suoi vari ricorsi e controricorsi amministrativi, in attesa che da Roma venga nominato ed arrivi un nuovo Procuratore Capo.

Il documento che siamo in grado di mostrarvi in esclusiva, conferma la teoria processuale del Tribunale di Potenza esposta in sentenza, e cioè che i procuratori Argentino e Petrucci abbiano mentito ben consapevoli di mentire dinnanzi al Tribunale di Potenza. Infatti la Procura di Potenza ha confermato la tesi accusatoria del Tribunale sulla circostanza delle loro deposizioni inveritiere

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Le accuse processuali espresse e contenute nella sentenza del Tribunale di Potenza nei confronti  dei magistrati Argentino e Petrucci , come anche il pm dr.ssa Laura Triassi della Procura di Potenza, ha precisato nella sua richiesta di archiviazione dello scorso 16 marzo 2015 , erano fondate e veritiere, ed i due si sono “salvati” soltanto  grazie al principio espresso da due sentenze della Corte di Cassazione per cui un testimone non è punibile in forza dell’esimente (art. 384 comma primo Cp) allorquando il testimone (è il caso dei magistrati Argentino e Petrucci – n.d.r.) rende false dichiarazioni per evitare di essere a sua volta incriminato per un reato precedentemente commesso.

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Ma la vicenda non è finita con l’ archiviazione, in quanto siamo un conoscenza di un procedimento pendente dinnanzi alla 7a sezione della Corte di Cassazione, così come sarebbe stato aperto un fascicolo a carico dell’attuale procuratore aggiunto Pietro Argentino dinnanzi alla Commissione disciplinare del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. La vicenda processuale di fatto non si è conclusa, stante ancora in piedi l’appello richiesto dal pm. Matteo Di Giorgio, ma sopratutto si sarebbero aperti dei procedimenti penali dinnanzi alla Procura ed al Tribunale di Catanzaro fra i magistrati lucani e quelli tarantini. Una triste vicenda di scontri fra toghe.

Come vi dicevamo all’inizio, avremmo voluto parlare ed intervistare il dr. Argentino, ma il suo avvocato Cimadomo di fatto lo ha reso impossibile. Chiaramente non saranno certamente questi rifiuti o dei “sussurri” e “spifferi”di presunte indagini tarantine sul nostro conto ed operato, che ci impediranno  di informare correttamente i nostri lettori. A qualcuno a Palazzo di giustizia a Taranto evidentemente sfugge…. che il foro di eventuale competenza sul nostro operato editoriale e giornalistico è solo e soltanto quello di Roma, e quindi non rispettarlo sarebbe un “reato“.

Questo il provvedimento di archiviazione della Procura di Potenza nei confronti dei magistrati Argentino e Petrucci:

PDF Provvedimento archiviazione Argentino PZ




Per tre magistrati rinviata la pensione. Per il procuratore Sebastio tutto tace…

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il procuratore generale Maddalena e il procuratore Guariniello

Il procuratore Raffaele Guariniello e il procuratore generale Marcello Maddalena potrebbero restare al loro posto per qualche mese. In realtà al momento non lo sanno nemmeno loro, anche  vi sono buone speranze. Non resta che attendere per capire le decisioni del Governo e del Csm dopo la decisione del Consiglio di Stato che ha accolto soltanto il ricorso presentato da tre alti magistrati, Mario Cicala ex presidente dell’Anm , Antonio Merone e Antonino De Blasi per i quali il Consiglio di Stato  in via cautelare ha “congelato” il loro pensionamento. Decisione che non è stata adottata per altre toghe per le quali una settimana fa lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura  aveva ufficializzato la “fine” del servizio per sopraggiunto limite di età che si è abbassata da 75 a 70 anni.

I tre magistrati della Cassazione, ai quali si sono poi aggregati altri due colleghi, avvocati dello Stato, avevano impugnato il loro pensionamento anticipato, presentando un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in veste di Presidente del Csm il quale  a sua volta aveva trasferimento il procedimento per dovuta competenza al Consiglio di Stato, secondo quanto previsto dalla Legge. La decisione dei giudici amministrativi al momento, e quindi in via cautelare  è stata quella di sospendere il loro pensionamento in attesa che il Ministero della Giustizia e Palazzo dei Marescialli  (sede del Csm) producano la documentazione necessaria per “valutare l’incidenza del loro pensionamento sulla funzionalità degli uffici giudiziari“.

 

Schermata 2015-12-10 alle 01.27.47Il Governo Renzi, con il decreto legge 90/2014 di riforma della pubblica amministrazione, ha abrogato il trattenimento in servizio biennale per tutti i dipendenti pubblici che avessero maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia. La misura, in vigore dall’autunno del 2014, ha travolto anche la possibilità per i magistrati di “trattenersi” in servizio per un ulteriore periodo di 5 anni dopo il compimento dell’età massima ordinamentale, fissata per questo comparto a 70 anni. La riforma ha previsto però un periodo transitorio sino al 31 dicembre di quest’anno, di recente parzialmente prorogato con il decreto legge sulla giustizia (articolo 18, Dl 83/2015) sino al 2016, per consentire la sostituzione graduale dei vertici degli uffici giudiziari, tutti ultra 70enni ed evitando così sconquassi al sistema giudiziario. Il ministro di Giustizia Andrea Orlando in un’intervista al TG1 delle 20, ha preannunciato che ” ricorreremo in tutte le sedi consentite, perchè riteniamo questo intervento abnorme, che rischia di avere un impatto negativo su tutto il funzionamento del sistema-giustizia“.
Aspettiamo e vediamo – ha commentato il procuratore generale Maddalenabisogna vedere cosa deciderà di fare il governo e il parlamento. Al momento c’è una sospensione cautelare, e l’unica cosa che potrebbe cambiare potrtebbe essere se il governo decidesse di fare un decreto legge prorogando per tutti il limite di età ai 75 anni: io guadagnerei dieci mesi, Guariniello tre. Edoardo Denaro 2 anni e 4 mesi. Ma io ammetto che mi sono già abituato all’idea di andare in pensione…”  aggiungendo di non avere intenzione di fare ricorso “se però ci fosse un provvedimento di proroga, certo andrò avanti“. Un comportamento e uno stile questo, molto rispettoso delle istituzioni e ben diverso da altri magistrati che hanno optato per la “guerriglia” giudiziaria contro lo Stato per non abbandonare la propria poltrona. Probabilmente Guariniello potrebbe decidere nella stessa direzione di Maddalena.
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Schermata 2015-12-09 alle 17.39.19La decisione del Consiglio di Stato è stata una “doccia fredda” per chi aveva presentato delle domande per i vari incarichi messi a concorso dal Csm, con più richieste in tutta Italia, basandosi esclusivamente sull’ anzianità ed i  meriti dei concorrenti alle varie Procure. Mentre a Taranto si vocifera del possibile incarico al  procuratore Carlo Maria Capristo, attualmente a capo della procura di Trani, al posto di Franco Sebastio (che ha già perso un ricorso al Tar di Lecce e ne ha presentato un altro a quello del Lazio)  come nuovo  capo della procura tarantina, mentre ricorrono voci da ambienti ministeriali , che  per la poltrona di capo della procura, avrebbe fatto richiesta anche un magistrato  attualmente in organico  alla procura della repubblica di Roma, sul cui nome vige però il riserbo più assoluto.

argentino

nella foto il pm dr. Argentino

Nessuna speranza invece per il procuratore aggiunto di Taranto dr. Pietro Argentino, a causa anche di una disputa giudiziaria pendente dinnanzi alla Procura di Catanzaro per delle reciproche denunce intercorse con dei giudici di Potenza, i quali in occasione del processo  al pm Matteo di Giorgio (con condanna) avevano ordinato ai sensi dell’art. 207 cp la trasmissione al PM in sede degli atti processuali relativi ai testi seguenti, quanto al “reato di falsa testimonianza“, vicenda per la quale vi è anche un procedimento disciplinare a suo carico aperto dinnanzi al Csm.




Quel “maledetto” venerdì 17 all’ILVA di Taranto

di Antonello de Gennaro

Il 17 luglio 2015  sulla vicenda dalla pretesa chiusura dell’ AFO2,  l’ altoforno 2 dell’ ILVA che insieme all’altoforno 4 produce il gas necessario alla produzione di tutto lo stabilimento, si è celebrato lo scontro più elevato a livello istituzionale che sia mai accaduto a Taranto, con la richiesta di identificazione e contestuale iscrizione dei poveri lavoratori nel registro degli indagati della Procura .

CdG procuratore Sebastio

al centro della foto il procuratore Sebastio ed il colonello Sirimarco

Ebbene quello che avete sinora letto sui giornali, non ha mai rivelato  i retroscena dei fatti realmente accaduti che soltanto il Corriere del Giorno è in grado di raccontare. Venerdì 17 luglio, il procuratore della repubblica di Taranto, Franco Sebastio era in ferie. E come lui in ferie si trovava anche il comandante provinciale dell’ Arma dei Carabinieri col. Daniele Sirimarco, nei confronti dei quali come ben sapete questo giornale non è mai stato molto “tenero”….

Quindi entrambi sono assolutamente estranei alla follia giuridica della Procura tarantina che addirittura voleva calpestare ed ignorare un decreto Legge sul quale è apposta la firma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è anche il Presidente del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura.

CdG Pietro Argentino

il procuratore aggiunto di Taranto, dr. Piero Argentino

A sostenere e disporre con fermezza l’intervento dei Carabinieri all” ILVA per identificare gli operai in realtà è stato il procuratore aggiunto Piero Argentino che ha affiancato la pm titolare dell’inchiesta, la dr.ssa Antonella De Luca che peraltro è un’  “allieva” di Argentino avendo svolto l’ “uditorato” (cioè la pratica)  proprio sotto la sua guida. Un intervento inutile quello disposto della Procura ai Carabinieri sull’ AFO2, in quanto per acquisire i nominativi degli operai bastava richiedere all’ ILVA l’elenco del personale in servizio senza dover “terrorizzare” inutilmente i poveri incolpevoli operai che stavano facendo semplicemente il loro dovere: lavorare. Ma secondo nostre fonti istituzionali ed attendibili , il procuratore aggiunto Argentino non ha voluto sentire ragioni. Ed ha spedito i Carabinieri all’altoforno.

Scrivendo questo articolo, cari lettori,  sono consapevole e pressochè certo di subire prima o poi, qualche attenzione o ritorsione dalla Procura della Repubblica di Taranto, così come l’ ha subita a suo tempo una nostra collega (che stimiamo) e cioè Annalisa Latartara che è attualmente sotto  processo (“violazione del segreto d’indagine“) per aver fatto anche lei il proprio lavoro, e cioè informare. In questo caso  però stranamente il direttore responsabile da cui dipendeva il lavoro della Latartara è stata prosciolta dalle accuse.  Ma tutto ciò, cari lettori,  non mi preoccupa. Per fortuna competente sul nostro e mio operato, è la Procura di Roma,  guidata da un gentiluomo, da un “signor Magistrato” , il dr. Giuseppe Pignatone. E quindi possiamo dormire sonni tranquilli.

Un processo  nei confronti della nostra collega Latartara, richiesto e voluto proprio dal dr. Argentino, sul cui operato presto leggerete qualcosa di incredibile attraverso la pubblicazione degli atti “integrali” del Tribunale di Potenza che ha condannato il pubblico ministero  Matteo Di Giorgio. Stiamo lavorando per acquisire la documentazione sul comportamento processuale del dr. Argentino, che è stato ritenuto dai giudici potentini poco credibile, e che sarebbe stata trasmessa e segnalata dalla presidenza del Tribunale di Potenza al CSM .

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il suo intervento al Consiglio Superiore della Magistratura

Quel “maledetto” pomeriggio di venerdì 17 luglio i centralini delle istituzioni tarantine sono letteralmente “esplosi”. Le telefonate “bollenti” arrivavano da ovunque. Dalla Presidenza della Repubblica, a Palazzo Chigi, dal CSM al Ministero di Giustizia. E proprio quel giorno a Roma è stato deciso la prossima nomina di un nuovo Procuratore della Repubblica a Taranto (Sebastio a fine anno va in pensione) , che arriverà al 100% da fuori Taranto con una missione molto chiara: riportare serenità, efficienza, equilibrio, ma sopratutto legalità all’ interno degli uffici di giustizia di Taranto dilaniati da guerre e gelosie interne, da conflitti d’interesse noti a tutta la città di Taranto ( mai controllati e rimossi…da chi dovrebbe fare rispettare le Leggi).  Un Palazzo di Giustizia, quello di Taranto  che ha visto arrestare un pubblico ministero, un giudice, per fortuna non si trova tutti i giorni …

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nella foto, la Corte Costituzionale

Una magistratura più “attenta”, serena ed equilibrata non avrebbe mai presentato il ricorso alla Corte Costituzionale, dove è pressochè scontato il rigetto, che purtroppo però non porterà alle dimissioni il magistrato che lo ha firmato (è un suo diritto previsto dalla Legge) come accadrebbe in un Paese più serio del nostro, dove la “casta” dei magistrati è convinta di essere al di sopra di tutti, dimenticando che “la Legge è amministrata in nome del popolo italiano” (e non dei partiti o correnti sindacali dei magistrati…) e che sopratutto “La Legge è uguale per tutti“. E sopratutto avrebbe pensato e riflettuto a lungo prima di andare a confutare le consulente tecniche dell’ ILVA effettuate da dei “luminari” del settore, professori universitari di elevato prestigio, al cui confronto il copioso curriculum dell’ ing. Barbara Valenzano, attualmente dirigente dell’ ARPA Puglia, e custode giudiziario dell’ AF0 2, scompare !

Ora mentre tutti a Taranto credono di diventare protagonisti nel processo “Ambiente Svenduto” ignorando che in conseguenza di quanto sta accadendo nello scontri fra poteri dello Stato a Taranto, pochi, quasi nessuno ha capito che invece tutto ciò porterà molta forza alla pressochè sicura applicazione della “legittima suspicione” (art. 45 del Codice di Proceduta Penale) e lo spostamento del processo ad un Tribunale più sereno e sicuramente meno influenzabili dall’opinione pubblica e dalla stampa a gettone…..

Per chi non è pratico del Codice Penale, vi spiego cosa prevede esattamente la”legittima suspicione” (art. 45 del Codice di Proceduta Penale:  “In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo, ovvero la sicurezza o l’incolumità pubblica o determinano motivi di legittimo sospetto , la corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell’imputato [ Artt. 60-61  c.p.p.], rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell’articolo” .)

Una cosa è certa: negli uffici giudiziari di Taranto si preannuncia un autunno caldo.  Molto “caldo”.




Ecco chi è Luigi Vitali il “rottamatore” (inconsapevole) di Forza Italia in Puglia

Il 17 febbraio 2015 Luigi Vitali che da quest’anno  dovrebbe percepire una ricca  pensione da deputato, è stato “nominato” da Silvio Berlusconi a commissario regionale di Forza Italia in Puglia, con l’intento di sottrarre la dirigenza regionale del partito dall’egemonia pugliese della corrente interna che si rifà a Raffaele Fitto.  Vitali  è nato a Taranto, ma di fatto è diventato “brindisino” d’adozione, vive a Francavilla Fontana dove ha iniziato a propria attività politica con il Movimento Sociale Italiano, per il quale è stato consigliere comunale a Francavilla Fontana dal 1980 al 1988. Nel 1995 ha aderito a Forza Italia ed è tornato in consiglio comunale, ricoprendo la carica ininterrottamente anche negli anni successivi . In occasione delle elezioni politiche del 1996 è stato eletto deputato  per la prima volta e nello stesso anno è entrato a far parte del consiglio direttivo di Forza Italia alla Camera. Rieletto nel 2001, nel 2002 ha presentato gli emendamenti che hanno depenalizzato in misura sostanziale il reato di falso in bilancio,  consentendo agli evasori fiscali di farla franca penalmente. Potrebbe essere chiamato “onorevole condono” considerato che successivamente ha presentato quattro proposte di legge per introdurre il condono fiscale “tombale”, il condono edilizio, il condono previdenziale e quello per le sanzioni amministrative del codice della strada. Il 30 dicembre 2004 è stato nominato sottosegretario alla Giustizia nel Governo Berlusconi II, mantenendo l’incarico anche con il Governo Berlusconi III sino al 17 maggio 2006.

Vitali e Fitto quando andavano d'accordo....

da sinistra Luigi Vitali e Raffaele Fitto quando andavano ancora d’accordo….

Rieletto alla Camera nelle elezioni del 2006, nel corso della XV legislatura è stato vice presidente della Commissione Giustizia della Camera dei deputati e componente della Commissione parlamentare Antimafia, oltre che membro del direttivo del gruppo parlamentare di Forza Italia. Alle elezioni politiche del 2008 è stato rieletto alla Camera e negli anni successivi ha ricoperto gli incarichi di presidente della delegazione parlamentare presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e componente della commissione Giustizia, del comitato per la legislazione della commissione giurisdizionale per il personale.

Nel 2013 Vitali, che all’epoca dei fatti esercitava ancora la professione di avvocato, essendo molto amico di  Vincenzo Della Corte, sindaco di Francavilla, arrestato dalla  Guardia di Finanza insieme a suo fratello, entrambi medici, e posto agli arresti domiciliari per “truffa aggravata” alla Asl di Brindisi, non fece mancare al sindaco di Francavilla Fontana,  la solidarietà espressa come anche coordinatore provinciale del Pdl, aggiungendo una mano di lettura politica ai fatti, dichiarando in un comunicato “Come amico e come Coordinatore provinciale del Pdl esprimo la mia vicinanza e solidarietà al dott. Della Corte Vincenzo, sindaco di Francavilla Fontana, attinto questa mattina da una misura cautelare per fatti non riguardanti l’attività amministrativa. Sono certo che egli saprà dimostrare nelle sedi competenti la sua innocenza“, aggiungendo “Poiché questa vicenda si interseca con altre recenti questioni giudiziarie che riguardano il Comune di Francavilla Fontana non posso, con tutto il garbo ed il rispetto possibili nei confronti dell’Autorità Giudiziaria non rilevare come oggi si pongano tre importanti problemi: il primo è che la libertà personale soffre di adeguate garanzie; il secondo, che è giusto che l’autorità giudiziaria setacci le pubbliche amministrazioni a seguito di notizie di reato ma non è ortodosso e corretto che lo faccia non a seguito di notizie di reato ma alla spasmodica ricerca di fatti penalmente rilevanti (riferendosi al servizio di Striscia la notizia sul caso  che girò un video proprio negli ambulatori di Francavilla Fontana a seguito di una la segnalazione giunta da pazienti e cittadini )“ ; il terzo, infine, è che l’attenzione nei confronti delle pubbliche amministrazioni dovrebbe riguardare tutte ed allo stesso modo“.

Luigi Vitali è stato anche l’avvocato difensore del “boss” della malavita di Francavilla Fontana Giancarlo Capobiancoma nei primi mesi dello scorso anno ha lasciato la toga ed ha chiesto la cancellazione, ed infatti non compare più nell’ elenco nell’albo degli avvocati iscritti all’Ordine di Brindisi. Nè tantomeno figura negli albi legali di altre città .  Come mai ? Il diretto interessato ha spiegato: “Questioni personali, ricoprirò a breve probabilmente qualche incarico che è incompatibile con la professione“.

 Dopo tutta questa attività pro-Berlusconi, incredibilmente è stato fatto fuori dalle liste elettorali non venendo ricandidato nel 2013. Come racconta il quotidiano online Brindisi Report,  all’atto della presentazione dei candidati del Pdl agli elettori, e il coordinatore provinciale Luigi Vitali non si sottrasse al rito del passaggio del testimone: “Prendo atto delle decisioni del partito, ma non scappo. Resto al mio posto e continuerò a sostenere la nostra forza politica, anche se è indispensabile, dopo il voto, provvedere ad un ricambio totale degli organi interni“.  In quell’occasione il consigliere regionale  Pietro Iurlaro molto legato a Vitali raccontò qualcosa di curioso: “Avevo chiesto di essere l’ultimo della lista, ma a Roma hanno deciso in maniera diversa“.

Schermata 2015-04-14 alle 11.30.28Nel gennaio del 2014 il gup del tribunale di Brindisi a margine dell’udienza preliminare del procedimento penale sul cosiddetto “affare farmacie” a carico dell’ex sindaco di Francavilla Fontana Vincenzo Della Corte, del presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Brindisi Gabriele Rampino e di altri 15 imputati tra consiglieri comunali di centrodestra e dirigenti del Comune di Francavilla Fontana. Fra questi comparivano guarda caso….l’ex deputato del Pdl Luigi Vitali e il senatore, anche lui ex pidiellino, oggi Forza Italia, Pietro Iurlaro.

Inoltre, lo scorso 10 ottobre 2014  Luigi Vitali ha dovuto affrontare l’udienza preliminare per un’inchiesta-stralcio del processo P4, in cui è indagato insieme a una giornalista di Panorama per  false dichiarazioni a pubblico ufficiale e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Il motivo del suo coinvolgimento è semplice da raccontare : nel giugno 2011, Luigi Vitali allora deputato del Pdl  dichiarò alla direzione del carcere di Poggioreale, dov’è allora detenuto Alfonso Papa, che la giornalista che l’accompagna era una sua collaboratrice. Tutto falso, perché di li a qualche giorno la Procura della repubblica scoprì quanto accaduto e li indagò entrambi. Nell’aprile dello scorso anno , il pm Vincenzo Piscitelli ha chiuso l’inchiesta e chiede il rinvio a giudizio di Vitali e dell’accompagnatrice. Le prove? Il modello compilato dal deputato e dalla cronista che affermano di essere legati da un rapporto di lavoro per poter entrare nel penitenziario e parlare con Papa. Cosa si fa per Berlusconi e le sue aziende….

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Luigi Vitali nominato sottosegretario dal Governo Berlusconi

 

Lo stesso anno, cioè nel 2014 ,Vitali è stato proposto come componente laico del Consiglio superiore della magistratura in quota politica a Forza Italia. Ma la sua candidatura non ha tuttavia trovato il necessario appoggio delle altre forze parlamentari, che gli contestavano di essere stato fautore e relatore di molte leggi “ad personam” nonché imputato per “falso ideologico” nell’ambito dell’inchiesta sulla P4 e per “abuso d’ufficio” per lo scandalo sulle farmacie abusive di Brindisi. Dopo diverse votazioni nelle quali è rimasto molto lontano dal quorum dei 3/5 richiesto per l’elezione, la sua candidatura è stata ritirata da Forza Italia, che ha capito che non sarebbe mai passata.

 Fu il vicepresidente della Camera, il grillino Luigi di Maio a bloccare l’elezione dell’ex deputato di Forza Italia, Luigi Vitali,  al Csm. Dal suo profilo su Facebook, il deputato grillino lanciò un durissimo attacco  all’aspirante membro dell’organo di autogoverno dei magistrati, chiedendo  chiedendo di bloccare la nomina di Vitali. “I cittadini italiani conoscono Luigi Vitali? È il candidato di Renzi e Berlusconi al Consiglio Superiore della Magistratura. È imputato al Tribunale di Napoli per falso. Il 10 ottobre dovrà affrontare l’udienza preliminare nell’ambito di un’inchiesta stralcio sulla P4. Il Pd sta per eleggere nell’organo che decide sulle posizioni dei magistrati, un individuo che rischia la condanna da parte di un magistrato. Vitali una volta eletto al CSM potrebbe chiedere il trasferimento del giudice che lo sta per giudicare. Come potrà quel giudice agire serenamente se dovrà sentenziare su chi controlla il suo operato? È il nuovo corso della giustizia ad personam di Pd e Forza Italia, come diceva De Andrè: “prima cambiarono il giudice e subito dopo la Legge”. È vero che non hanno avuto remore a piazzare indagati e imputati in Parlamento, ma abbiano almeno la decenza di tenerli fuori dal Governo della giustizia” .

Può quest’uomo guidare la riscossa del centrodestra in Puglia ? Emiliano gongola, la poltrona di Governatore della Regione Puglia è sempre più vicina…