Condanna per diffamazione per un commento offensivo online. Per la Cassazione l’indirizzo IP inchioda i “furbi” con lo pseudonimo

Condanna per diffamazione per un commento offensivo online. Per la Cassazione l’indirizzo IP inchioda i “furbi” con lo pseudonimo

CdG corte cassazioneDal testo pubblicato sul web a corredo di un articolo giornalistico è stato possibile risalire all’indirizzo ‘IP’, collegato a una utenza telefonica fissa o mobile. Ciò permette di individuare sempre l’autore del commento, anche se utilizza uno pseudonimo o un nome contraffatto come spesso accade, sopratutto fra i più vigliacchi diffamatori seriali. Inaccettabile la linea difensiva, centrata su un ipotetico furto di identità. Ed adesso qualcuno…dei nostri denigratori seriali ed abituali, dovrà preoccuparsi maggiormente.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE

 

Presidente: LOMBARDI ALFREDO MARIA
Relatore: LAPALORCIA GRAZIA

Ha pronunciato la seguente:
Sentenza n. 8275 dep. il 29 febbraio 2016

RITENUTO IN FATTO
1. I.M. risponde, a seguito di doppia conforme di condanna, del reato di diffamazione in danno di A.F., sovrintendente del teatro Massimo Bellini di Catania, quale autore di uno scritto apparso sul blog on line del quotidiano La Sicilia, a commento al post intitolato ‘Teatro Bellini, corsa (senza vergogna) alla direzione artistica’, inerente alle vicende di quel teatro e all’assegnazione del posto di direttore artistico, nonché ai contrasti della direzione con ‘le masse artistiche’, scritto nel quale il sovrintendente era tra l’altro definito ‘psicopatico’ e ‘drogato’.

  1. La corte territoriale attribuiva all’imputato la paternità di quello scritto sulla base, da un lato, del movente rappresentato dalla conflittualità tra il sovrintendente ed il I.M., già orchestrante, in ordine alla copertura da parte di quest’ultimo del posto di segretario artistico del teatro, dall’altro della provenienza di esso dall’indirizzo IP dell’utenza telefonica dell’abitazione dell’imputato, ritenendo inidonea a configurare ragionevole dubbio l’astratta possibilità del c.d. furto di identità e cioè che un terzo avesse sfruttato la rete wireless del prevenuto per postare lo scritto diffamatorio.
  2. Il primo motivo di ricorso, senza dedurre in modo specifico vizi di legittimità, si articola nella contestazione di entrambi detti profili.
  3. Quanto al movente, viene ricostruita in fatto l’intera vicenda, articolatasi negli anni, della copertura del posto di segretario artistico da parte del I.M., dal quale questi aveva chiesto di dimettersi già prima che A.F. divenisse sovrintendente.
    Quest’ultimo, dopo aver più volte respinto la richiesta, l’aveva accolta poco prima delle proprie dimissioni con commissariarnento del teatro, reintegrando l’imputato in quella carica non appena riottenuta la propria, così concludendosi che tra i due vi erano rapporti di stima i quali non giustificavano lo scritto diffamatorio dal momento che I.M. aveva chiesto lui stesso di ritornare a fare l’orchestrante non potendo quindi l’accoglimento della sua richiesta aver determinato risentimento verso il sovrintendente.
  4. Era quindi ritenuta inattendibile, perché in contrasto con la descritta situazione emergente per tabulas, la testimonianza della p.o. che aveva riferito di suoi sospetti sulla condotta del I.M., poi non indagato, per aver stipulato 1’80% dei contratti con gli artisti tramite un’unica agenzia che aveva costi molto elevati, il che, secondo la sentenza di primo grado, aveva determinato la revoca dell’incarico di segretario artistico al prevenuto.
  5. Quanto al ‘furto di identità’, il ricorrente osservava che, come confermato dal teste ispettore della polizia postale, l’uso di un determinato IP non consente di identificare il computer che lo utilizza e sottolineava come il livello culturale del I.M. e il fatto che il figlio sia ingegnere informatico rendessero implausibile che il primo avesse compiuto un’operazione diffamatoria ben sapendo che sarebbe stata agevolmente riconducibile a lui, essendo quindi più verosimile che un terzo, appostatosi nei pressi dell’abitazione del prevenuto, avesse voluto colpire, con lo scritto, A.F. e al tempo stesso il suo collaboratore I.M. in un momento nel quale tutti gli organismi gravitanti intorno al teatro erano in rivolta contro la direzione.
  6. Né era esatto che il I.M. non avesse denunciato il ‘furto di identità’ avendo più volte segnalato alla Telecom disturbi esterni ai collegamenti intemet, come da lui riferito nell’interrogatorio.
  7. Con il secondo motivo si critica il rigetto della richiesta ex art. 507 cod. proc. pen. di audizione di alcuni soggetti, i cui nominativi erano emersi dall’esame dell’imputato e della parte civile, dalla quale avrebbe potuto affiorare la verità.

 

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CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso è inammissibile.
    2. L’impugnante, pur senza rubricare i motivi di impugnazione con l’indicazione specifica di vizi di legittimità, con il primo motivo deduce in sostanza vizio di motivazione in ordine ai due elementi valorizzati in sentenza a sostegno dell’affermazione di responsabilità e cioè il movente dello scritto diffamatorio e l’uso di indirizzo IP riferibile all’utenza telefonica della famiglia dell’imputato per postare lo scritto stesso sul blog.
    3. Si tratta -come va evidenziato subito- delle stesse questioni prospettate con l’atto di appello alla cui analiticità la corte di appello avrebbe contrapposto, secondo il ricorrente, una ‘motivazione sintetizzata in una pagina’.
  2. Sta di fatto che, pur nell’esposizione sintetica delle ragioni alla base della decisione, il provvedimento impugnato non ha mancato di esaminare e motivatamente disattendere entrambe le questioni.
  3. Quanto al movente, ravvisato nella conflittualità dei rapporti tra il sovrintendente (la p.o.) e il segretario artistico del teatro (l’imputato, già orchestrante), la corte di Catania, senza tentare di sciogliere, al pari della sentenza di primo grado, il contrasto tra le opposte versioni circa i motivi della rimozione del I.M. dalle funzioni di segretario (dovuta a sospetti sul suo operato nella stipulazione dei contratti con gli artisti secondo A.F., a libera scelta secondo la tesi dell’imputato, il cui ricorso sul punto da un lato orbita nel puro fatto senza trovare alcun supporto nella sentenza di secondo grado, dall’altro richiama per stralci, selettivamente, le prove testimoniali assunte), ha concluso che la vicenda dell’uscita del I.M. dai ranghi di orchestrante, del successivo rientro e poi della riacquisizione del ruolo di segretario artistico del teatro, era comunque idonea a creare tensioni tra i due -e dunque desideri di rivalsa dell’imputato-, posto che, secondo la prospettazione del I.M., la sua richiesta di tornare alle funzioni originarie, era stata per lungo tempo disattesa dal sovrintendente il quale, dopo averla esaudita, lo aveva nuovamente reintegrato nella carica di segretario artistico.
  4. A ben vedere, tuttavia, nonostante il tema del movente sia trattato per primo nella sentenza, come del resto nell’appello -e nel ricorso-, nella prospettazione accusatoria esso è solo rafforzativo di quello dell’uso dell’IP collegato all’utenza telefonica dell’imputato.
  5. Argomento di per sé tranchant giacché idoneo all’individuazione della provenienza dello scritto postato sul blog, che non può essere scalfita dalla possibilità, tanto ipotetica ed inverosimile da essere addirittura irreale, di cui la corte ha già fatto motivatamente giustizia, del c.d. furto di identità da parte di un terzo del tutto imprecisato (intenzionato a danneggiare sia il sovrintendente che il I.M. -il quale peraltro, come risulta dalle sentenze di merito, in quel periodo non ricopriva la carica di segretario artistico- e ben addentro alle vicende del teatro), che si sarebbe appostato nei pressi di casa I.M., nel primo pomeriggio di un giorno di luglio, per sfruttarne la rete wireless in un orario in cui presumibilmente, secondo il ricorso, nessuno nell’abitazione stava operando al computer.
  6. Sono poi irrilevanti, in quanto assertive, le considerazioni del ricorrente sia sulla traslazione delle competenze informatiche dal figlio ingegnere al I.M., sì da evitargli l’errore di postare dal suo indirizzo mail uno scritto diffamatorio (senza considerare, come la corte di merito non ha mancato di sottolineare, che era stato usato un nickname di fantasia con una data di nascita peraltro molto simile a quella dell’imputato), sia sulla plurima segnalazione da parte dell’imputato alla Telecom di imprecisati disturbi esterni ai collegamenti intemet, riferita postumamente soltanto da lui stesso.
  7. Sempre per la decisività dell’argomento rappresentato dall’indirizzo IP in uso all’utenza telefonica della famiglia I.M., risulta irrilevante -oltre che generica- la prova, già rigettata ex art. 507 cod. proc. pen., rappresentata dall’audizione di alcuni soggetti, indicati in sede di esame dall’imputato e dalla parte civile, in grado di smascherare quale dei due avesse mentito nel ricostruire la vicenda.
  8. I profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità dell’impugnazione giustificano la condanna del ricorrente anche al pagamento di una somma alla cassa delle ammende, che si ritiene adeguato determinare in mille euro.

P.Q.M.  

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma il 29.10.2015
Depositata in cancelleria il 29 febbraio 2019

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