La storia di un bravo ragazzo: Paulo Dybala. “Oggi so che papà è orgoglioso di me. I miei gol li dedico a lui”

Schermata 2016-01-25 alle 15.28.34Krasniow (Polonia), Laguna Larga e Cordoba (Argentina), Palermo e Torino. Non è una lezione di geografia, non è un quiz.Questa è la storia di Paulo Dybala . Sono le tappe di una storia che parte da lontano, una storia che affonda le sue radici nel terrore della Seconda Guerra mondiale e sboccia tra i piedi di un ragazzo che prende a calci il futuro. Anzi, a calcio. Non sappiamo se Henryka Palasinska, nel suo villaggio rurale a 74 km da Cracovia nel mezzo della campagna, sia stata testimone televisiva del 12° gol in campionato del nipote Paulo. Sì quel Paulo. La prozia, sorella di nonno Boleslaw, è l’antenata più anziana di Dybala, il laccio temporale più longevo tra il fenomeno della Juventus e le sue origini. Sangue europeo, talento senza confini.

LA “JOYA” CON LA MAGLIA DELLA “GLORIA” — Prolessi storica. Partiamo dal minuto 77 di Juventus-Roma, 21/a giornata di Serie A. Pogba sente profumo di assist, Dybala annusa l’occasione e come ormai gli capita di frequente non vede la porta, la sente. Non guarda Szczesny, lo infila: controllo d’esterno sinistro, colpo con l’interno. Tutto con lo stesso piede, il sinistro. Il ragazzo vive con un fuso orario diverso, un secondo avanti rispetto agli altri ventuno in campo. In anticipo. Come nonno Boleslaw, lesto a leggere il pericolo del secondo conflitto mondiale e a fuggire in Argentina.

La famiglia s’insedia a Laguna Larga, nel cuore del paese, dove la pampa domina incontrastata, e dove papà Adolfo ha un sogno: avere un figlio calciatore. Uno di quelli che restasse nella storia, magari non come lui, famoso con il nome “El Chancho” (il maiale) per via di alcune chiusure più col machete che con il fioretto. Gli va male con Gustavo e con Mariano, e alla fine arriva Paulo. Un predestinato. “Nato con il pallone tra i piedi – racconta mamma Alicia – , è da quando ha 4 anni che non fa altro che giocare a calcio”. Missione compiuta, ora il talento va instradato. A 8 anni Adolfo lo carica in macchina : il provino al Newell’s Old Boys non convince papà: “Restiamo a casa, fidati di me”. Paulo si veste di biancorosso, la maglia è quella della “Gloria”, quella dell’ Instituto Atlético Central Córdoba. Mario Alberto Kempes e Osvaldo Ardiles sono nati qui. Mica male. Il talento cresce in fretta, inversamente proporzionale rispetto all’altezza. Meglio così, con quei piedi da pattinatore sul ghiaccio non lo prende nessuno: “Segnavo due o tre gol a partita – racconta Paulo – ma papà si arrabbiava per gli errori. E’ solo grazie alla sua perseveranza che sono arrivato in Serie A”. Ma papà Adolfo se n’è andato troppo presto per vedere il figlioletto scalare i gradini del calcio mondiale. La botta è tremenda. Dybala ha 15 anni, si chiude nel collegio del club. Lui e il pallone. Lo chiamano “El Pibe de la pension“.

Schermata 2016-01-25 alle 15.23.42Piango per mio padre, morto quando avevo 15 anni. – racconta Paulo – Ha lottato per tanto tempo contro un tumore al pancreas, ma è stato inutile. A me, per proteggermi, non dicevano tutto, così io mi illudevo, speravo che guarisse. Oggi parlo spesso di lui con mamma, mi succede di sognarlo e ogni volta mi sveglio tra le lacrime.Mio padre aveva un sogno: che uno almeno dei suoi tre figli diventasse calciatore. Non c’è riuscito Gustavo, il maggiore, e neanche Mariano, che tutti dicono fosse più forte di me, ma che è stato vinto dalla nostalgia di casa. Perciò io dovevo farcela: per onorare la memoria di papà ed esaudire il suo desiderio. Lui mi aveva accompagnato a ogni allenamento,un’ora di macchina da Laguna Larga, dove vivevamo, a Cordoba. Quando papà morì, chiesi alla società di farmi tornare a casa. Per 6 mesi giocai nella squadra del mio paesino, poi rientrai nell’Instituto. E dato che non c’era più nessuno che poteva portarmi avanti e indietro dall’allenamento, mi trasferii nella pensione della squadra. Non fu facile: ero rimasto orfano da poco e avevo la famiglia lontano. Mi chiudevo in bagno a piangere, ma non ho mollato. E oggi so che papà è orgoglioso di me. I miei gol li dedico a lui

 

DALLA B A PALERMO — La svolta ha una data precisa: 12 agosto 2011, l’esordio nella Serie B argentina. Dybala ha 17 anni, 8 mesi, 28 giorni, la faccia di un bambino e lo sguardo gelido come quello di un lupo dell’Alaska. Da quel giorno non si ferma più: 17 gol in 40 partite. Per Maurizio Zamparini, presidente del Palermo, è amore a prima vista: “Dybala è come Messi” fidatevi di me, tuonò un giorno. Qualcuno rideva sotto i baffi. E adesso? Sull’assegno staccato dai rosanero la cifra è da capogiro: 12 milioni di euro. “Sono stato costretto ad accettare. Il mio club aveva bisogno di soldi“. Sognando il Boca Juniors o il River Plate, Paulo si ritrova ai piedi del Monte Pellegrino. La lingua è difficile, è spaesato ma determinato: 3 gol in 27 presenze il primo anno in A, il tonfo della retrocessione (5 gol in B nel 2013-2014) e poi la consacrazione. I 13 gol dello scorso campionato gli aprono le porte della Juventus. Gennaro Gattuso, suo allenatore da giugno a settembre 2013, è lapidario: “Ti basta un secondo per capire che è di un altro pianeta“.

SIVORI? MESSI? AGUERO? — E in quel preciso secondo, Dybala ti saluta, se ne va e fa gol. “Mi ricorda Omar Sivori, si muove come El Cabezon, è svelto di mente, segna e gioca per la squadra“. E’ il paragone sviolinato di Beppe Marotta, amministratore delegato della Juventus. A qualcuno ricorda Leo Messi, lui stesso ammette che da sempre gli dicono: “Ehi, sembri il ‘Kun’ Aguero“. In realtà, i paragoni li dribbla solo. Dybala è… Dybala uno che “pensa solo al pallone e se non gioco sto male” dice di sè. Già 12 gol in campionato, uno in meno rispetto al suo record in A della scorsa stagione. La domanda sorge spontanea (e provocatoria): ma se Pogba, costato zero milioni di euro, ne vale 100, Dybala pagato 40 può valerne 140? Al mercato l’ardua sentenza. Anche se per almeno due anni la Joya dovrebbe continuare a esporre i suoi gioielli nella vetrina dello Juventus Stadium. Per la prossima lezione di geografia c’è tempo.