Lo Stato vuole partecipare con il 18% nel nuovo “progetto Ilva”

ROMA – Il Governo è sempre più determinato a convincere Arcelor Mittal ad azzerare i 4.700 esuberi previsti nello stabilimento ex-Ilva di Taranto. Secondo il Mise al massimo si può arrivare a 1.000 unità. Nel “piano di emergenza” preparato dai consulenti del Governo, con in testa Francesco Caio vi è una doppia strategia che potrebbe rivelarsi determinante per convincere Mittal a fare marcia indietro. Innanzitutto  il ripristino dello scudo penale per gli amministratori strettamente connesso al piano ambientale, e l’ingresso dello Stato con il 18,2%  del capitale sociale di Am InvestCo, attraverso società come Invitalia o Cdp nonostante l’ostilità delle fondazioni, con un investimento da 400 milioni e la sottoscrizione di un prevedibile aumento di capitale.

Una proposta alla quale si affiancherebbe anche una partecipazione per metà degli investimenti previsti per l’installazione dei forni elettrici , stimati fra i 200/ 250 milioni di euro. Senza contare la “presenza” dello Stato, tra incentivi all’uscita, cassa integrazione,  ed un “piano sociale pubblico” che possa consentire anche il riassorbimento di una parte degli esuberi a carico di altre società controllate dal Ministero dell’ Economia. Importante anche la soluzione proposta per i costi delle bonifiche: Invitalia potrebbe essere della partita con un piano di sviluppo da 70 milioni previsto in un quinquennio.

Nelle 8 pagine della proposta di accordo preparata dal Governo che verrà messa sul tavolo della trattativa tra il Mise e i vertici di ArcelorMittal , che il CORRIERE DEL GIORNO ha potuto consultare, vi sono tutti i presupposti di un accordo che, almeno sulla carta, possa garantire un futuro all’ILVA, attraverso una produzione di acciaio di 6 milioni di tonnellate all’anno, e che posa ridurre al massimo gli esuberi grazie ad una spinta verso l’utilizzo di tecnologie sostenibili, ma sopratutto grazie ad un sostanzioso intervento economico dello Stato.

Una bozza di accordo già esiste, risultato di una videoconferenza avvenuta qualche giorno fa, fra il noto manager Francesco Caio  super consulente (a titolo gratuito)  del Mise, con  gli studi legali Bonelli Erede Lombardi e Freshfield per ILVA in Amministrazione Straordinaria, e lo studio legale Cleary Gottlieb per Arcelor Mittal. La bozza predisposta dovrà essere rivista dopo le osservazioni dei Mittal, ma a dettare i tempi ristretti sugli impegni da assumere è la scadenza del 20 dicembre, quando il Tribunale di Milano sarà chiamato a decidere sul ricorso cautelare e d’urgenza presentato dai commissari straordinari dell’ ILVA in A.S., contro il recesso dalla gestione del siderurgico che era stato richiesto dal gruppo ArcelorMittal, e successivamente sospeso in attesa dell’esito della trattativa.

Francesco Caio è salito agli onori delle cronache quando nei mesi precedenti il governo di Enrico Letta l’ha nominato commissario con il compito di premere l’acceleratore sul raggiungimento degli obiettivi di digitalizzazione, che l’Europa impone al nostro e agli altri paesi dell’Unione. Napoletano, classe 1957, dalla laurea in Ingegneria elettronica al Politecnico di Milano (corredata da due Master), di strada ne ha percorsa prima del diventare un esperto di digitale: ritenuto un McKinsey boy per aver trascorso sei anni a fine anni ’80 nella società leader di consulenza mondiale, inizia alla Olivetti e Carlo De Benedetti nel 1994 lo incarica di guidare Omnitel.

Il 4 luglio 1996 torna come amministratore delegato di Olivetti , dopo è la volta di una società esterna alle telecomunicazioni, la Merloni dove venne chiamato come amministratore delegato: per la prima volta un manager esterno. Poi è alla guida di Netscalibur, nuova società Internet costituita da Morgan Stanley. Il 4 aprile 2003 lo chiama Cable & Wireless, il secondo gruppo di telecomunicazioni britannico, che riporta in utile dopo un triennio. Nel suo curriculum figura anche l’incarico di consulente del governo inglese sempre per la rete telefonica. Dal 2011 È a.d. di Avio, leader mondiale nella propulsione aerospaziale e aeronautica . quello che si può definire un vero top manager a 360°.

Adesso la trattativa potrebbe concordare anche un altro rinvio del quale già si è parlato fra le parti. L’ accordo prevede oltre all’impegno tra il Governo, Am InvestCo e l’ILVA in amministrazione straordinaria  a modificare gli accordi raggiunti nel giugno 2017, con la contestuale chiusura del contenzioso dinnanzi al Tribunale di Milano, subordinato però a quattro punti di un accordo definitivo: la conversione in legge del nuovo dl Salva-Ilva che sarebbe a carico chiaramente del Governo; una modifica del Dpcm del 2017 in modo da recepire il nuovo piano industriale e ambientale;  il ripristino dello scudo penale e la conferma da parte del Tribunale di Taranto, della sospensione dello spegnimento dell’Altoforno 2 fino al 30 giugno 2021. Tutto ciò a condizione che sia il semaforo verde  dei sindacati confederali  di categoria.

La strategia industriale del nuovo piano prevede una riduzione della produzione a carbone con la progressiva avanzata delle tecnologie verdi. L’obiettivo è quello di garantire una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, affiancata l’installazione del forno elettrico entro 3 anni,  che contribuirebbe alla produzione per 1,2 tonnellate,  Il forno elettrico viene considerato il “cuore” del piano ambientale e prevede un investimento diviso tra Am InvestCo e lo Stato, che potrebbe attingere a dei fondi disponibili del’ Unione Europea. Chiaramente a condizione che arrivino misure strettamente connesse che possano permettere  la qualificazione dei rottami come sottoprodotti o l’utilizzo degli stessi pur se qualificati come “rifiuti”.

Sugli esuberi al momento i numeri sono ancora da definire, anche se sembra garantito un percorso frazionato di riduzione dei costi del personale a carico di Am InvestCo, attraverso i ricorso a vari strumenti di intervento statale, e conseguentemente verrebbe poi annullato l’impegno contrattuale precedente che Am InvestCo controllata da ArcelorMittal,  si faccia carico nel 2023 dei dipendenti dell’ILVA in amministrazione straordinaria . Viene valutata anche l’ ipotesi di attuazione di un “meccanismo da definire” per tutelare la multinazionale franco-indiana da iniziative dei sindacati per il mancato rispetto degli accordi.

Concludendo, cambierebbe anche l’attuale canone di locazione degli stabilimenti. Il nuovo accordo non prevederebbe alcun pagamento, sostituito dall’emissione di nuove azioni del capitale sociale riscattabili a favore dell’ILVA in amministrazione straordinaria.

Insomma la partita è ancora tutta aperta e come sempre si gioca sulla pelle dei dipendenti, e delle società dell’ indotto, che si vedono sempre più schiacciate dalla pretese, spesso arroganti,  del gruppo Arcelor Mittal. Sarebbe il caso di ricordare a tutti che se lo stabilimento è ancora in piedi e funzionante è proprio grazie alle aziende locali dell’indotto ed i dipendenti che hanno continuato a lavorare in una precarietà che non ha uguali al mondo.




Il ministro Gualtieri : “La nazionalizzazione dell’Ilva è una pericolosa illusione”

ROMA –  Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso del convegno organizzato dal quotidiano online Huffpost dal titolo “Metamorfosi. Le conseguenze del cambiamento”, si è dichiarato fiducioso per l’esito del negoziato fra Governo e ArcelorMittal sullo stabilimento pugliese, ma fissa alcuni paletti. Occorre discutere e confrontarsi con i Mittal per salvare l’ex Ilva a Taranto, anche adattando il piano industriale alla congiuntura sfavorevole del mercato dell’acciaio, ma non snaturando i patti siglati con il Governo.

“Non c’è bonifica ambientale se non c’è piano industriale. Ed è un’illusione che ci sia un magico risanamento se si chiude Ilva, non è così, non avverrebbe così, le due cose sono legate” sottolinea il ministro. E di “pericolosa illusioneGualtieri ha parlato anche in relazione alla ventilata ipotesi di nazionalizzazione dell’ex Ilva: “Non è uno strumento che va escluso dalla cassetta degli attrezzi, ma chi pensa che lo Stato compri e assorba i costi che impediscono a un soggetto di essere competitivo sul mercato globale alimenta una pericolosa illusione. Eviterei quindi una discussione tra bianco e nero, o si fa la nazionalizzazione di tutte le imprese in crisi, risolvendo magicamente i problemi, oppure lo Stato alza le mani e dice: se ne occupi il mercato. Non è vera né l’una né l’altra cosa, abbiamo ben presente che ci sono strumenti e li utilizzeremo”.

Secondo Gualtieri nel dialogo con i Mittal, “il Governo deve mettere le sue forze per tenere insieme sviluppo industriale e sostenibilità ambientale. La soluzione deve vedere il rilancio di Ilva attraverso lo sviluppo del piano industriale adattato al difficile momento congiunturale ma non snaturato. Il Governo metterà in campo tutti gli strumenti necessari”. Tuttavia, ha proseguito Gualtieri, “non si può accettare di scaricare sul lavoro le difficoltà di questa fase produttiva, né di derubricare, ridimensionare la portata di un piano che non può andare sotto determinate soglie altrimenti viene meno la sostanza di avere un grande polo produttivo e competitivo della siderurgia a Taranto. Crediamo che ci sia un futuro per Ilva e concorreremo come Governo a una difficile, ma niente affatto disperata discussione

L’Italia secondo il ministro dell’Economia deve “assolutamente rimanere un grande paese manifatturiero, perché proprio nell’integrazione fra manifattura, tecnologia e servizi c’è l’opportunità di sviluppo per l’Italia. Se il Paese ha bisogno di restare un paese manifatturiero ha bisogno dell’industria di base e quindi ha bisogno della siderurgia. Pensiamo che avere un grande produttore moderno, ambientalmente sostenibile, di acciaio a ciclo integrale sia nell’interesse strategico per l’Italia e per l’Europa. Il Governo è impegnato per questo, questo è necessario che si richiami Mittal al rispetto degli impegni presi, e nel frattempo lo Stato italiano deve essere in grado di dare tutte le necessarie garanzie giuridiche, amministrative e di concorso della politica industriale a sostegno della capacità di affrontare un momento congiunturale difficile. Ma non si può accettare che si vada a 4 milioni di tonnellate, perché si arriva a una soglia di non sostenibilità”.

Parlando dei suoi mesi al Governo, Gualtieri ha detto che “sapevo che sarebbe stata una sfida impegnativa, lo è, ma sono fiducioso, siamo sulla strada giusta. Siamo riusciti a risolvere alcuni dei problemi, ma non dimentico quando ho giurato sapendo di dover trovare 23 miliardi in 23 giorni per disinnescare l’aumento dell’Iva. Superato lo scoglio della manovra potremo dispiegare un’azione di governo ambiziosa, che punta ad affrontare anche le eredità congiunturali ma anche i nodi strutturali, dentro un rapporto positivo, propositivo e di iniziativa nei confronti dell’Europa”.

La mossa più politica del suo dicastero, ha aggiunto ancora Gualtieri, è stato quello di “fissare un livello di deficit che ritengo adeguato” ed inoltre “spiegare sul lato interno che è giusto che l’Italia rivendichi il dovere di non dover fare una manovra restrittiva ma al tempo stesso questa rivendicazione di spazi di bilancio non equivalga a scaricare sul deficit qualsiasi tensione o qualsiasi difficoltà a definire la composizione della manovra”.




Vico (Pd) : “La parità salariale, vincolo obbligazionale per Mittal nell’aggiudicazione Ilva”

ROMA – “Lo scorso giugno l’aggiudicazione a Mittal del Gruppo Ilva, in merito alle condizioni dei lavoratori, si fondava su due pilastri. Ovvero, nel decreto del Ministro Calenda, le obbligazione vincolanti per l’intero gruppo Ilva erano: 10.000 occupati e parità salariale. Ovviamente, con il trasferimento all’amministrazione straordinaria, per le attività di bonifica, dei 4.000 lavoratori non riassunti” è quanto ricorda con una sua nota l’ on. Ludovico Vico (Pd) che aggiunge “La trattativa sindacale che si terrà al Mise domani 9 ottobre, in concomitanza con lo sciopero dei lavoratori Ilva, non può che ripartire da questo assunto. Le informative rese in queste ore da Mittal sono inaccettabili, strumentali e destabilizzanti, mentre sono legittime le preoccupazioni dei sindacati, dei lavoratori e delle comunità locali (Taranto, Genova, Marghera, Novi Ligure, ecc). Ribadisco: Mittal sappia che la trattativa dovrà ripartire dal decreto Calenda, relativo all’aggiudicazione!

“In ordine alla parità salariale, anche qui, ripeto – continua Vicoè un vincolo obbligazionale nel decreto Calenda e le norme dell’Unione Europea, relative agli aiuti di Stato che impongono il così detto “principio di discontinuità”, sono da ricondurre all’esclusivo principio di responsabilità dei commissari Ilva nel passaggio dei lavoratori a AM Investco. La richiesta di discontinuità da parte dell’Unione Europea nel passaggio dal commissariamento all’aggiudicatario, al fine di evitare l’infrazione di violazione degli aiuti di Stato, non deve poter riguardare la parità salariale. In tal senso basterebbe ricorre al principio di responsabilità degli oneri in capo ai commissari“.

“La trattativa sindacale dovrà assicurare  – conclude Vico che nessun posto di lavoro possa essere perso, in tutti i siti del Gruppo Ilva. Così come, alla trattativa sindacale, occorrerà assegnare la certezza del piano industriale con il suo cronoprogramma in stretta relazione col piano ambientale (Aia) e il futuro dei lavoratori e delle imprese dell’indotto. Gli interventi del vice ministro Teresa Bellanova, del ministro Claudio De Vincenti e il ruolo svolto dal Governo fino a questo momento, sono una garanzia dei vincoli stabiliti nel decreto di aggiudicazione, e fungono da base per l’avvio di una trattativa tra organizzazioni sindacali e AM Investco. La trattativa, quindi, riparte dal decreto di aggiudicazione”




Vertice con Renzi sull’ ILVA di Taranto: “Palazzo Chigi valuta un intervento pubblico”

(Agenzia|ADGNEWS24)  Si è svolto nel pomeriggio di ieri a Palazzo Chigi una riunione convocata dal presidente del consiglio Matteo Renzi  sull’ ILVA . Alla riunione hanno partecipato lo stesso premier, il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi  il sottosegretario alla presidenza del commissario Graziano Delrio ed  il commissario straordinario Piero Gnudi . Al centro del colloquio le decisioni e strategie del governo per  risanare e tutelare l’industria siderurgica nazionale e il rilancio del colosso siderurgico ILVA in grave crisi gestionale e finanziaria. Uscendo dalla riunione a Palazzo Chigi  Piero Gnudi commissario dell’ILVA   ha dichiarato “Abbiamo fatto una ricognizione della situazione del gruppo ILVA e valutata la possibilità di un intervento pubblico”. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, al termine della trattativa ha dichiarato che “sono state valutate tutte le possibili opzioni per poter garantire tutti i posti di lavoro e la capacità produttiva dell’azienda perché la siderurgia è importantissima e faremo di tutto per difenderla” ed  ha anche spiegato che “con Mittal stiamo ancora trattando ma ci sono anche altri investitori privati interessati».

193341144-3f9477fd-f8ec-4997-8c0e-883ffa31f200Il premier Matteo Renzi, rispondendo al suo primo question-time (un’ interrogazione in aula)  a Montecitorio da quando è alla presidenza del Consiglio ,  ha fatto espresso riferimento a dei possibili interventi statali sul piano dell’industria siderurgica con particolare riferimento all’ILVA, ricordando “la centralità dell’impresa siderurgica” strettamente collegata alla necessità di un rilancio basato su un «piano strategico» ed  ha annunciato che, per la vicenda ILVA,  il Governo valuta «la possibilità per un certo periodo di tempo, di un intervento pubblico che affronti la questione ambientale e che consenta poi di tornare al mercato».

Renzi ha ribadito che «È del tutto evidente che in un piano industriale dei prossimi anni dobbiamo affrontare le partite senza uno sguardo ideologico ecco perché sulla vicenda di Taranto e di ILVA abbiamo preso in considerazione tutti i tipi di soluzione, dalla possibilità di investimenti privati nazionali e internazionali, ma anche un intervento pubblico che consenta di affrontare le questioni ambientali e poi di tornare sul mercato per essere nuovamente leader in Europa»

Persino  il segretario della FiomMaurizio Landini, secondo il quale un’intervento statale può rivelarsi una scelta positiva solo se improntata al futuro, si è dimostrato ed espresso cautamente favorevole. La questione in realtà è particolarmente delicata, a suo avviso, per due motivi: “Un assetto proprietario privato che non ha funzionato, ma ha creato dei problemi e il fatto che non possiamo ripetere l’esperienza Alitalia“. Elementi questi che, a suo parere, il Governo deve analizzare a fondo,  e deve prendere spunto dai quali per non ricadere negli errori del passato. Il vero timore del rappresentante delle tute blu della Cgil è in ogni caso, in realtà,  quello di una svendita, del colosso dell’acciaio tarantino magari all’estero: “Non possiamo pensare  di scaricare sulla collettività i debiti di una situazione o di vendere al primo gruppo straniero, di fatto regalando l’azienda. In questo senso  – ha aggiunto Landini – io penso che un intervento pubblico significhi avere manager seri, fare investimenti, recuperare soldi portati all’estero e determinare le condizioni di un accordo internazionale che non sia una svendita”.

Emma Marcegaglia, Giorgio Squinzi

nella foto, Emma Marcegaglia e  Giorgio Squinzi

Giorgio Squinzi il Presidente della CONFINDUSTRIA   in un’intervista rilasciata al settimanale Panorama, ha sbarrato la strada ad eventuali agevolazioni per il suo predecessore Emma Marcegaglia (in cordata con Accor Mittal) sostenendo che “della presenza diretta dello Stato nell’economia del Paese. Oltre alle regole del mercato, è proprio il concetto in sé che non appartiene agli industriali. L’assistenzialismo di Stato non deve più ingrassare le imprese. Con la stessa franchezza dico però che i poteri dello Stato non devono neppure mettere i bastoni tra le ruote delle imprese. Mi riferisco a quanto è accaduto a Taranto”. Secondo il numero uno degli industriali italiani  “dobbiamo considerare che, al di là della proprietà e delle sue eventuali responsabilità penali, l ’ILVA è un gruppo industriale di rilevanza strategica per il nostro Paese. Se chiudesse, usciremmo da un altro settore, la siderurgia, dove deteniamo importanti quote di mercato e che è essenziale per numerose produzioni industriali italiane: vorrebbe dire perdita di Pil e di altre migliaia di posti di lavoro”.

Nel frattempo però, le segreterie tarantine di Fim, Fiom e Uilm di Taranto hanno proclamato uno stato di agitazione per lo stabilimento siderurgico tarantino. A renderlo noto sono gli stesi sindacati con un comunicato congiunto,  ritenendo inoltre «non più rinviabile una giornata di mobilitazione generale, anche a carattere nazionale, nei confronti del Governo, che coinvolga tutti gli stabilimenti del gruppo». Al Governo si chiede di convocare subito un incontro e all’ ILVA di pagare le prossime spettanze, compreso il “premio di risultato“.  Quello che stupisce è che non si capisce cosa vogliano realmente i sindacati. Risanare l’ambiente dell’azienda per i lavoratori ed i cittadini di Taranto ? Non far perdere il posto di lavoro ai dipendenti dell’ ILVA e dell’indotto ? O come sempre bussare a “soldi”, attività in cui da sempre i sindacalisti eccellono !!! In questa maniera secondo noi in realtà non si aiuta un Governo ed un Commissario a trovare una soluzione ed a trattare su posizioni di forza con dei potenziali compratori. Ma questo i sindacati lo sanno molto bene, solo che, secondo noi,  fanno finta di non capirlo….




Matteo Renzi: “L’ Ilva? Stiamo valutando un intervento pubblico: la salviamo e poi la vendiamo”

Sulla questione dello stabilimento siderurgico di Taranto, il più grande d’ Europa, il premier Matteo Renzi, intervistato dal collega Claudio Tito del quotidiano LA REPUBBLICA  rivela che il Governo ha in mente un piano d’intervento statale temporaneo per garantire il posto di lavoro ai dipendenti, rilanciare l’azienda e, quindi, rimetterla sul mercato una volta risanata. Una scelta questa che va contro la sua linea di privatizzazioni, ma spiega Renzise devo far saltare Taranto, preferisco intervenire direttamente per qualche anno e poi rimetterlo sul mercato”. Una scelta questa che prevede uno sforzo economico per il Governo che dovrebbe protrarsi per 2 o 3 anni: “Rimettere in sesto l’azienda per due o tre anni, difendere l’occupazione, tutelare l’ambiente e poi rilanciarla sul mercato”.

Per risanare l’ILVA  dice Renzi “”Stiamo valutando se intervenire sull’ ILVA con un soggetto pubblico. Ci sono tre ipotesi: l’acquisizione da parte di gruppi esteri, da parte di italiani e poi l’intervento pubblico. Non tutto ciò che è pubblico va escluso. Io sono perché l’acciaio sia gestito da privati”, ma non a costo di perdere le acciaierie di Taranto.

Per il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, invece, “sull’ ILVA il presidente Renzi, con un approccio concreto, mette avanti a tutto l’ambiente e il lavoro” e, comunque, “non si tratta di rifare l’ Italsider, come qualche nostalgico dell’acciaio pubblico vorrebbe, ma solo di intervenire per ridare serenità a una popolazione segnata da troppi danni ambientali e di assicurare efficienza e competitività a un’azienda strategica per il paese“.

CdG mucchetti aula“Ma Renzi“, ricorda Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato,  “è anche e soprattutto il premier di questo Paese, e come tale non può più lasciare il caso sulle spalle dei soli ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo. A maggior ragione se il commissario straordinario dell’ ILVA, invoca, sul Sole 24 Ore, l’intervento della Cassa depositi e prestiti, attraverso il Fondo strategico. All’inquilino di palazzo Chigi non potrà sfuggire che un simile intervento costituirebbe una svolta rispetto all’attuale ruolo dello Stato nell’economia ed aggiungeDiversamente, a Taranto gli effetti convergenti della crisi aziendale e dell’emergenza ecologica faranno del più vasto centro siderurgico d’Europa il maggior cimitero industriale del vecchio continente

Mucchetti che è un illustre collega economico, già vice direttore del Corriere della Sera, e che mastica di industria, banche  e numeri come pochi in Italia, ha una sua teoria più che condivisibile. “E’ il momento di dirci la verità. Tener fede al cronoprogramma ambientale senza soldi è impossibile. E i soldi mancano perché l’acciaieria produce troppo poco: 14 mila tonnellate al giorno contro le 21 mila necessarie al mero pareggio. Pesano il cattivo funzionamento della centrale elettrica, sulla cui manutenzione i Riva hanno risparmiato più del giusto; la perdita della prima linea dirigenziale falcidiata dalle inchieste e dalla rottura con la vecchia che teneva in pugno tutto; la scarsità della domanda e la focalizzazione sugli acciai di massa voluta da Emilio Riva e ormai superata. I commissari, prima Enrico Bondi e adesso Piero Gnudi, hanno posto qualche rimedio, richiamando la General Electric e assumendo alcuni manager industriali e commerciali di buona reputazione. Ma alcune decisioni toccano direttamente alla politica. Sui soldi e sulle prospettive

il Senato, di sua iniziativa, – spiega Mucchettiha messo nelle mani del commissario le chiavi della cassaforte del Fug (il Fondo Unico della Giustizia) così da accedere ad almeno la metà dei fondi sequestrati ai Riva dalla procura di Milano, rendendo attuabile la vecchia norma ormai inefficace. Stiamo parlando di 8-900 milioni, sotto forma di aumento di capitale o di prestito in conto capitale. Con un tale polmone finanziario e con i fondi europei, qualche centinaio di milioni, che potrebbero essere mobilitati ai fini ambientali, l’ ILVA avrebbe migliori chance di costruirsi un futuro con nuovi soci industriali

E’ in questo quadro  – aggiunge  Mucchetti nella sua analisi – che arrivano le dichiarazioni di Gnudi sul Fondo strategico, dal quale ci si aspettano altre centinaia di milioni di capitale di rischio per la normale gestione. Ecco, qui si aprono le questioni politiche di più ampio respiro. Che chiamano in causa palazzo Chigi. I Riva hanno presentato ricorso al Tar del Lazio contro le nomine dei commissari Bondi e Gnudi e contro il piano ambientale, basato sulle prescrizioni dell’ Aia. Se uno solo di questi tre ricorsi andasse a buon fine, salterebbe tutto. Come garantire al socio industriale (ma anche al Fondo strategico della Cdp) di entrare con piena legittimità nella partita dell’ ILVA ? Un conto è trasformare i denari sequestrati in azioni che restano di proprietà dei Riva, ed è già molto”

Un altro – aggiunge  Mucchetti  – è espellere il gruppo dei Riva, da una compagine azionaria di cui era ed è ancora il dominus sebbene senza poteri esecutivi. E poi che dire dei contenziosi giudiziari sui rischi ambientali e sanitari? Chi se li prenderà? Se Mittal  o altri trovano un accordo con i Riva, amen. Ma potrebbe partecipare in questo accordo anche il Fondo strategico? Secondo la legge, il Fondo e la Cdp in generale partecipano solo a società che fanno profitto. Si temono derive assistenziali. A suo tempo, regnante  Enrico Letta – ricorda  Mucchetti – Renzi criticò perfino l’ingresso della Cdp nell’ Ansaldo Energia, benché questa impresa guadagni”

Cdg operaio IlvaE tuttavia certi vincoli possono anche essere ripensati – conclude Mucchetti – purché si abbia un pò di testa e una strategia. Saremmo infatti di fronte a una svolta radicale dello Stato che torna a fare, se non l’imprenditore, almeno l’azionista. Una svolta che, in generale, non si fa con un tweet e che, nel caso ILVA, avendo cura di gestirne gli effetti sui fornitori, esigerà probabilmente il passaggio all’amministrazione straordinario ex legge Marzano, giusto per non ripetere casi come Alitalia e risolvere alla radice il conflitto con i Riva. Due fronti – quello del ritorno dello Stato azionista e quello della conquista del consenso della città di Taranto verso la nuova ILVA – che meriterebbero l’impegno esemplare e diretto del premier” .

E dalle ultime dichiarazioni odierne, Matteo Renzi sembra aver ascoltato i consigli di Massimo  Mucchetti. Per fortuna.