La Procura di Firenze chiede il rinvio a giudizio per i genitori di Renzi

ROMA – La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio dei genitori dell’ex premier Matteo Renzi  leader di Italia Viva, indagati per bancarotta fraudolenta ed emissioni di fatture false nell’inchiesta per il fallimento di tre cooperative.

Il padre Tiziano Renzi e la madre Laura Bovoli dovranno comparire il 9 giugno al tribunale di Firenze all’udienza preliminare nella quale si deciderà se processarli o proscioglierli da ogni addebito.

L’inchiesta aveva fatto registrare lo scorso anno un colpo di scena: Tiziano Renzi e Laura Bovoli erano stati arrestati (e posti ai domiciliari) su ordine della procura ma dopo 18 giorni il Tribunale del Riesame aveva revocato il provvedimento.

Nell’inchiesta sul crack delle tre cooperative (la Delivery Service Italia, la Europe Service e la Marmodiv), riconducibili ai Renzi risultano indagate altre 16 persone tra le quali Roberto Bargilli, detto Billy , l’autista del camper di Matteo Renzi per le primarie per la segreteria del Pd del 2012 e in passato nel CdA di una delle cooperative .

Secondo l’accusa i genitori di Matteo Renzi avrebbero provocato il fallimento delle cooperative a causa “di operazione dolosa consistita nell’aver omesso sistematicamente di versare gli oneri previdenziali e le imposte, o comunque, aggravando il dissesto”.

A ottobre 2019 Tiziano Renzi e Laura Bovoli erano stati condannati ad 1 anno e 9 mesi con sospensione della pena, dal Tribunale di Firenze per la presunta emissione di due fatture false da 20 mila e 140 mila euro. Insieme ai genitori di Matteo Renzi  era stato condannato anche l’imprenditore Luigi Dagostino a due anni di carcere.

 




Trani. “Magistratura Corrotta”. La Procura: “Imprenditore D’Introno è attendibile”

ROMA – Le dichiarazioni dell ’imprenditore Flavio D’Introno, ritenuto il grande corruttore nell’inchiesta sulla magistratura corrotta nel Palazzo di Giustizia di Trani tra il 2014 e il 2018, secondo la Procura di Lecce sono attendibili. Lo hanno affermato con convinzione  i pm Roberta Licci e Alessandro Prontera nella loro ampia requisitoria del processo con rito abbreviato.

I magistrati della Procura leccese  hanno ritenuto invece le dichiarazioni fornite dall’ex pm Antonio Savasta “utilitaristiche” motivo per cui  non è meritevole dell’attenuante per la collaborazione fornita agli inquirenti con le sue confessioni ed ammissioni.  Savasta venne arrestato insieme all’ex magistrato tranese Michele Nardi (sino all’arresto distaccato come pm presso la Procura di Roma) , con le accuse di “associazione per delinquere”, “corruzione in atti giudiziari”, “falso ideologico e materiale”. I due ex magistrati rispondono delle accuse di aver venduto degli esiti processuali favorevoli in favore degli imprenditori coinvolti in occasione di svariati procedimenti giudiziari e tributari . In cambio, avrebbero ottenuto soldi, gioielli e diamanti.

La requisitoria dei pm Licci e Prontera si è svolta nell’intera giornata dedicata principalmente ad illustrare al Gup Cinzia Vergine i riscontri delle dichiarazioni fornite nel corso dell’inchiesta da D’Introno. Le richieste di condanna invece verranno formulate nell’udienza fissata per il prossimo 31 gennaio.

L’ex-magistrato Antonio Savasta

Hanno optato per il rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, attualmente ristretto ai domiciliari; il giudice Luigi Scimè, l’immobiliarista Luigi D’Agostino, ed i legali Giacomo Ragno e Ruggero Sfrecola. Hanno preferito invece scegliere al rito ordinario davanti al Tribunale in composizione collegiale,  l’ex gip Michele Nardi (tuttora detenuto in carcere), l’avvocatessa barese Simona Cuomo; il titolare di una palestra Gianluigi Patruno; l’ex cognato di Savasta Savino Zagaria  e l’ispettore della Polizia di Stato Vincenzo Di Chiaro, anch’egli attualmente detenuto in carcere.

L’ex-magistrato Michele Nardi

Sono 137 i testimoni citati a deporre dalle parti al processo all’ex pm di Roma, Michele Nardi, arrestato nel gennaio scorso assieme al collega Antonio Savasta – ex giudice presso il Tribunale di Roma (il suo ultimo incarico n.d.r.) . Al momento dell’arresto, sia Savasta – che successivamente si è dimesso dalla magistratura – che Nardi erano in servizio negli uffici giudiziari della Capitale. Tra i testimoni che deporranno dinanzi al Tribunale di Lecce però non ci saranno il premier Giuseppe Conte, il pm Luca Palamara – indagato per corruzione -, ed i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti, ce erano stati citati a testimoniare dalla difesa di Nardi.

L’ex- magistrato tranese avrebbe voluto che Conte smentisse in aula i rapporti che, secondo Savasta, avrebbe avuto con servizi di intelligence al fine di intimorirlo. Vi saranno, invece, l’ex procuratore di Trani Carlo Capristo, l’ex procuratore aggiunto Francesco Giannella e l’attuale procuratore Antonino Di Maio, ed esponenti della massoneria italiana.

La decisione è stata adottata dai giudici delle seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, presieduta dal giudice Pietro Baffa, che hanno anche autorizzato l’acquisizione dei tabulati telefonici del cellulare in uso all’ex pm Savasta e il tracciato Gps, che serviranno alla difesa di Nardi per riscontrare i presunti incontri e telefonate intercorsi tra i due tra il 15 novembre e il 30 dicembre 2018, periodo in cui Savasta sostiene di aver visto e sentito Nardi.

Lo scorso 6 dicembre 2019 la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza di custodia cautelare a carico dell’ex gip di Trani, Michele Nardi. Il ricorso era stato inoltrato dalla difesa di Nardi, sostenuta dall’avvocato Domenico Mariani, dopo che il gip di Lecce e poi il Tribunale del riesame avevano rigettato l’istanza di scarcerazione, discussa dopo la notifica della chiusura delle indagini.

Il Tribunale del riesame di Lecce, alla luce dell’annullamento disposto, dovrà adesso riesaminare la posizione cautelare di Nardi. Per il Tribunale del riesame, infatti, sussistevano le esigenze cautelari per il rischio di inquinamento delle prove e per il pericolo di fuga. Elementi questi che secondo la difesa di Nardi non sussistono, poichè l’ex Gip è stato sospeso dal suo incarico.




I genitori di Renzi condannati a 1 anno e 9 mesi dal Tribunale di Firenze

ROMA – Sono state accolte le richieste dell’accusa a carico di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori di Matteo Renzi, che stati condannati ieri dal Tribunale monocratico di Firenze a un anno e nove mesi di reclusione.

Le memorie difensive dei Renzi. Nelle memorie difensive “i coniugi Renzi – spiegò Bagattini – hanno sostenuto quello che i loro difensori hanno già anticipato, e cioè che le due fatture sono assolutamente vere, relative a prestazioni effettivamente eseguite, e che tutte le tasse e le imposte relative a questa fatturazione sono state regolarmente versate- Ho sempre lavorato e dato lavoro: non ho avuto bisogno di avere il figlio premier per lavorare  e  chi dice il contrario mente” scrisse Tiziano Renzi in un passaggio della memoria consegnata al tribunale.

“Non c’è nessuna fattura falsa – proseguiva Tiziano Renzisolo tante tasse vere, tutte pagate fino all’ultimo centesimo: questo è oggettivamente esistente”. La moglie Laura Bovoli, aveva invece scritto che “non sono abituata alle telecamere e vivo con profondo disagio tutto ciò che è accaduto negli ultimi mesi” in cui “sono passata da cittadina irreprensibile a criminale incallita” e “da nonna premurosa al ‘lady truffa’”.

Nel febbraio scorso Tiziano Renzi e Laura Bovoli, erano finiti agli arresti domiciliari accusati di bancarotta fraudolenta e false fatture, nell’ambito di un’altra inchiesta della procura fiorentina sul fallimento di alcune cooperative che facevano capo a loro. Misura successivamente revocata l’8 marzo dal Tribunale del Riesame.

Il pubblico ministero  Christine von Borries della Procura di Firenze nella sua requisitoria, aveva chiesto qualche ora prima,   una condanna a un anno e nove mesi nei confronti dei genitori di Renzi, ed a due anni e tre mesi per Dagostino. I legali delle difese hanno annunciato che ricorreranno in appello.

La sentenza è stata letta in aula dal giudice Fabio Gugliotta nel processo per due fatture false che li vedeva imputati insieme all’imprenditore Luigi Dagostino, l’immobiliarista di origini pugliesi che è stato condannato a due anni di reclusione.

La pena è stata sospesa con la condizionale, ma i genitori di Renzi sono stati interdetti anche per sei mesi da incarichi direttivi nelle imprese e per un anno dai pubblici uffici e dal trattare con la pubblica amministrazione.

Tiziano Renzi, dopo aver appreso della condanna dal suo legale, Avv. Federico Bagattini  del foro di Firenze ha reagito commentando: “Sono consapevole che si tratta solo di un primo momento, non perdo assolutamente fiducia nella giustizia e aspetto con i miei difensori il processo di appello. Almeno è stato appurato che non c’è un neanche un centesimo di evasione: passerò i prossimi anni nei tribunali ma dimostrerò la totale innocenza”.“.

Ed aggiunto:  “Ho il dovere di credere nella giustizia italiana, oggi più che mai. E continuo a farlo anche se con grande amarezza. Perché i fatti sono evidenti: il lavoro che mi viene contestato è stato regolarmente svolto, regolarmente fatturato, regolarmente pagato. Nessuno può negare questo e sono certo che i prossimi gradi di giudizio lo dimostreranno”. 

 




“Toghe sporche”. A processo tutti e 10 gli indagati per il caso Trani

Le indagini sono state coordinate dal procuratore di Lecce Leonardo Leone De Castris, e condotte dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone. I magistrati coinvolti nell’inchiesta sono Michele Nardi, Luigi Scimè ed Antonio Savasta che successivamente ha lasciato la magistratura.
Conclusasi questa prima parte dell’inchiesta, i magistrati della Procura di Lecce sono già al lavoro  per un secondo filone delle indagini, scaturito dalle dichiarazioni dell’imprenditore Flavio D’Introno ( in una prima fase coindagato ed adesso parte offesa) ma anche grazie alle deposizioni di altre presunte vittime della “cupola” dei magistrati di Trani, i quali dopo che, a gennaio, è scoppiato lo scandalo della “malagiustizia” nel Palazzo  di Giustizia di  Trani, si sono presentati a denunciare ulteriori fatti oggetto di reato.

il Tribunale di Lecce

    



Toghe sporche: Nardi pronto a parlare sul “Sistema Trani”

LECCE –   Anche l’ex gip Michele Nardi , attuale pm presso la Procura di Roma (e sospeso dal Csm) ha deciso di raccontare per la prima volta la sua verità sull’inchiesta della Procura di Lecce, condotta dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone sul cosiddetto “sistema Trani” per il quale è sottoposto a detenzione cautelare in carcere dal gennaio scorso con l’accusa di concorso in associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari oltre che, a vario titolo, di minacce, millantato credito, estorsione e truffa aggravata insieme all’ex pm di Trani Antonio Savasta, il quale oltre ad essersi dimesso dalla magistratura ha confessato la propria corruzione ai pm della procura salentina.

Michele Nardi

É stato lo stesso Nardi ad annunciarlo dopo mesi di silenzio, nel corso dell’udienza preliminare a carico di 10 indagati davanti al Gup del Tribunale di Lecce dr.ssa Cinzia Vergine . Insieme a Nardi e Savasta è imputato anche il giudice Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari. Le dichiarazioni di Nardi dovrebbe avvenire nell’udienza che si terrà domani 13 settembre. Nardi e Savasta furono arrestati nel gennaio scorso insieme con l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro. L’accusa è di avere pilotato sentenze e inchieste in cambio di mazzette quando erano in servizio a Trani.

Hanno chiesto di essere ammessi al rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, (a lato nella foto) che ha ammesso le proprie responsabilità, il giudice Luigi Scimé,  gli avvocati Ruggiero Sfrecola e Giacomo Ragno, e l’immobiliarista Luigi D’Agostino. L’avvocatessa barese Simona Cuomo (attualmente sospesa dalla professione), “pupilla dello studio dell’ Avv. Francesco Paolo Sisto di Bari (estraneo alla vicenda) , ha invece preferito attendere di essere esaminata domani in udienza preliminare,  per poter quindi poi decidere se ricorrere al rito abbreviato. Fra gli imputati compare anche Gianluigi Patruno, titolare di una palestra, l’ ispettore di polizia di Corato Vincenzo Di Chiaro (anch’egli ancora detenuto cautelarmente in carcere) e l’ ex cognato di Savasta, Savino Zagaria .

Sono state presentate 14 richieste di costituzioni di parte civile, tra le quali compare anche  la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il Ministero della Giustizia, l’Ordine degli avvocati di Trani, gli imprenditori coratini Paolo Tarantini e Flavio D’Introno (esclusivamente per le posizioni di Michele Nardi e Gianluigi Patruno).

L’imprenditore D’Introno è colui che ha dato il via con le sue dichiarazioni all’inchiesta giudiziaria, rimane indagato, ma la sua posizione é stata stralciata in altro procedimento dalla Procura di Lecce, così come quella del carabiniere Martino Marangia.

 




La Procura di Lecce adesso indaga anche sui giudici di sorveglianza di Bari

BARI – L’ex pm Antonio Savasta ormai accusa tutti i suoi ex colleghi degli uffici giudiziari di Trani. Questa volta accende i riflettori della procura inquirente di Lecce sull’ operato dei magistrati del tribunale di sorveglianza di Bari. A parlare per primo del possibile coinvolgimento di giudici della Sorveglianza nel giro di tangenti degli anni passati , fu Flavio D’Introno il “corrruttore” diventato  in seguito una sorta di “pentito” passando a fare l’accusatore di tutti coloro i quali in passato aveva corrotto o provato a corrompere. E queste dichiarazioni vennero confermate da Savasta in occasione dell’incidente probatorio tenutosi lo scorso 28 giugno

Michele Nardi ed Antonio Savasta

Antonio Savasta incalzato da domande molto dettagliate della pm Roberta Licci della Procura di Lecce, ha così risposto: “Nardi mi disse che bisognava vedere lì alla Sorveglianza” in pratica presso quei magistrati che avrebbero dovuto vagliare la sua posizione dopo la condanna di D’Introno per usura, ed aggiunse  ” Nardi mi disse che avrebbe provato a intervenire presso la Sorveglianza per aiutarlo “. Resta da capire se il tentativo di corruzione si sia concluso, ma su questa circostanza le indagini sono tuttora in itinere.

Si è conclusa nel frattempo la prima fase dell’inchiesta, con la notifica dell’ avviso di conclusione dell’indagini a 12 persone: oltre a Michele Nardi, Antonio Savasta, il poliziotto Di Chiaro e Flavio D’Introno,  è indagata anche l’avvocato Simona Cuomo per “associazione per delinquere finalizzata alla corruzione” , mentre l’ex pm di Trani Luigi Scimè ora in servizio negli Uffici Giudiziari di Salerno deve rispondere di “corruzione in atti giudiziari e reati connessi”  insieme all’immobiliarista Luigi Dagostino, il carabiniere Martino Marancia; il falso testimone Gianluigi Patruno; l’avvocato Pietro Ragno; l’avvocato Ruggiero Sfrecola e Savino Zagaria, ex cognato di Savasta.
Le accuse nei loro confronti erano erano state per la maggior parte  già contestate in occasione dell’arresto, e nel’ avviso di conclusione delle indagini vengono puntualizzati alcuni capi d’imputazione ed  aggiunti dei nuovi reati,  come quello di truffa addebitato a Savasta. La vittima  sarebbe stata Paolo Tarantini, proprietario di un’agenzia viaggi, dal quale Savasta chiese e ricevette una “tangente” da 60 mila euro per sistemare una falsa indagine nei suoi confronti.  Un’altra vittima, Giovanni Gallo,   nell’incidente probatorio davanti al gip ha dichiarato ” Ero disperato perché Patruno voleva raccontare tutto ai Carabinieri. Ho detto a Tarantini che dovevo fare un intervento a mio figlio e quel denaro l’avrei restituito, lui disse cerco di racimolare quello che posso”. Ho preso 40 mila euro, ho levato 2 mila 800 euro perché avevo alcuni pagamenti e il resto l’ho dato a Patruno.
Il carosello di soldi che giravano nell’intricato “ sistema Trani”  rappresentano una componente dominante delle inchieste. La Procura di Lecce ha contestato che D’Introno avrebbe consegnato circa un milione e mezzo di euro al magistrato (attualmente sospeso dal Csm)  Michele Nardi e 500 mila euro ad Antonio Savasta, che ha però negato nell’incidente probatorio di avere ricevuto denaro contante. Persino lo stesso grande “corruttore” Flavio D’Introno a sua volta avrebbe preso soldi .  Quando Tarantini gli consegnò la busta per  Savasta per l’intervento del figlio, “Tarantini mi disse di avermi mandato 50 mila euro, ma D’Introno me ne consegnò 40mila. Significa che se n’era fregati 10 mila“. Come non dare ragione al povero titolare dell’agenzia viaggi quando si lamentava dicendo: “Mi avete proprio spolpato” ?



Mazzette ai magistrati: ecco come funzionava il “sistema Nardi-Savasta”

ROMA – Si estende l’inchiesta sul sistema di corruzione giudiziaria messo in piedi dai magistrati Nardi e Savasta arrestati lunedì’ mattina per decisione della Procura di Lecce. Anche altri imprenditori, oltre a Flavio D’Introno e Luigi D’Agostino, avrebbero oliato il “sistema” che vigeva negli uffici giudiziari di Trani.

i magistrati arrestati Savasta e Nardi

E nel palazzo di giustizia di Trani che l’ex giudice per le indagini preliminari Michele Nardi e l’ex pubblico ministero Antonio Savasta, entrambi incredibilmente trasferiti dal Consiglio Superiore della Magistratura in servizio presso il Tribunale e la Procura di  Roma, avevano impianto il loro “sistema” di corruzione.
Nell’ordinanza del gip leccese Giovanni Gallo che lunedì ha fatto finire in carcere Nardi, Savasta e il poliziotto Vincenzo Di Chiaro è venuto alla luce la struttura di un sistema di corruzione che imperversava da tempo, grazie ad omissioni, se non proprie e vere collusioni, presenti all’interno degli uffici giudiziari di Trani.
L’ ordinanza del Gip è pieno di “omissis”, cioè di evidenze coperte dalla Procura di Lecce per tutelare lo sviluppo di ulteriori filoni d’indagine, e non poche novità potrebbero arrivare per i magistrati inquirenti della procura di Lecce, dagli interrogatori dei principali indagati, che cominceranno domani a Lecce.
Oltre ai tre soggetti colpiti dalle misure cautelari  verranno interrogati anche gli avvocati Simona Cuomo del Foro di Bari , “enfant prodige” dello Studio legale Sisto,  e di Ruggiero Sfregola colpiti da un provvedimento giudiziario di interdizione dall’esercizio della professione per un anno,  e l’imprenditore Luigi D’Agostino il quale è stato colpito dal divieto di esercizio dell’attività imprenditoriale e degli uffici direttivi delle imprese per un anno.
Le persone indagate nell’inchiesta coordinata dal procuratore Leonardo Leone de Castris e dalla pm Roberta Licci e condotta dai Carabinieri, in totale sono 18.
Il sistema Nardi viene così definito dal Gip di Lecce: “È un soggetto sempre alla ricerca di imprenditori facoltosi in difficoltà, ai quali dispensare i propri consigli giuridici, che rapidamente si trasformano nell’offerta di scorciatoie giudiziarie, ovviamente dietro lauti compensi“. Un sistema di corruzione che viene illustrato con chiarezza dall’imprenditore D’Introno, con il forte sospetto degli inquirenti che sia stato applicato nella stessa misura anche con altri imprenditori.
La prima azione Nardi fu l’impegno a condizionare i giudici del processo per usura a carico di D’Introno, ad aggiustarlo dopo la condanna, ma chiaramente in cambio di cospicue “mazzette” o regali importanti, fino ad arrivare alla pesante richiesta di 2 milioni di euro.
Il giudice Gallo scrive nella sua ordinanza che il magistrato Nardi voleva “spremere D’Introno”, reputandolo una  “gallina dalle uova d’oro”.  “È venuto come un avvoltoio— diceva D’IntronoSavasta durante un incontro registrandolo o di nascosto — diceva di conoscere tutti e io che dovevo fare. Ora me ne sto andando, ma ho perso 2 milioni di euro che lui mi ha estorto: mi ha fatto vivere nella paura”. Sempre nell’ordinanza per questi motivi si legge su Nardi : “È una persona senza scrupoli  con personalità spregiudicata e pericolosa e particolare propensione al crimine”.
Il sistema Savasta è stato ricostruito grazie alle indagini sulla false fatturazioni di alcune aziende di Barletta dalla Procura di Trani, a quella di Firenze e poi a Lecce. I primi Ad accorgersi per primi che qualcosa non funzionava correttamente furono i finanzieri del Gruppo Barletta, come ha spiegato l’ex comandante, il maggiore Carmelo Salomone, ascoltato a verbale nel corso dell’inchiesta che a giugno 2018 portò all’arresto di D’Agostino disposto dai pm di Firenze.
L’ex pubblico ministero Savasta all’epoca dei fatti in servizio presso la Procura di Trani aveva indagato sul giro di false fatture per agevolare l’immobiliarista, senza iscrivere nel registro degli indagatigli amministratori delle società compiacenti . L’ ufficiale della Guardia di Finanza raccontà ai pm che “Savasta mi disse prima che voleva iscriverli e poi che non intendeva più farlo né che avrebbe mandato la notizia di reato a Firenze”. Secondo quanto ha ricostruito la Procura di Lecce, l’imprenditore  D’Agostino già versava mazzette al pm Savasta per aggiustare le indagini nei suoi confronti. E così applicando il suo sistema di corruzione di evitava il carcere a quanti erano amici dell’imprenditore.
Il verbale di interrogatorio dell’ ufficiale delle Fiamme Gialle così continua: “Chiedemmo al pm di valutare l’opportunità di chiedere misure cautelari ma non ha mai chiesto le misure né ci ha fatto effettuare altre indagini o ci ha mai dato altre deleghe“. Savasta per sviare le indagini avrebbe anche escluso la polizia giudiziaria dagli interrogatori di alcune persone .
Addirittura “uno dei quali sintetizzato in appena 15 righe, scrive il Gip Gallo , ed “un altro privo delle domande essenziali”  e impedendo agli investigatori persino di analizzare il materiale sequestrato in casa di Dario Dimonte, imprenditore complice e vicino a D’Agostino. Il maggiore Salomone continuava : Dissi al pm che avrei ritenuto utile interrogare gli indagati ma lui lo fece da solo. Inoltre decise di restituire denaro e documentazione a Dimonte senza che l’avessimo analizzata”.
Gli avvocati “complici”.  Ruggiero Sfrecola risultava difensore d’ufficio di molti indagati nelle inchieste del pubblico ministero Savasta a Trani . Secondo a quanto raccontato dal legale, i due erano amici di lunga data ma non si facevano alcun problema ad occuparsi degli stessi casi. Il magistrato Savasta  utilizzando false attestazioni, secondo la Procura di Lecce , quando doveva far contattare un avvocato d’ufficio riusciva a far comparire sempre lo Sfrecola come avvocato di turno.
Dai controlli effettuati sui numeri telefonici contattati dalla Procura di Trani è emerso che si trattava di utenze chiuse e non attive dagli anni 2005-2006. ed il nome e l’indirizzo di Sfrecola in molti fascicoli comparivano indicati scritti addirittura a mano dallo stesso pm Savasta.
L’avvocato Sfercola era il tramite fra il pm Savasta e D’Agostino , e secondo le ipotesi accusatorie  dalle sue mani passarono parecchie “mazzette”, una parte delle quali finì nelle sue tasche. Gli incontri in cui sarebbero avvenuti i pagamenti delle corruzioni giudiziarie sono stati tutti documentati, così come ad esempio un soggiorno romano nella primavera 2015  in cui il passaggio di soldi fra Savasta e Sfrecola, accadde nella stessa camera dell’hotel,  nello stesso periodo in cui uno erano l’inquirente e l’altro il difensore di alcuni indagati.
Dopo l’arresto disposto a giugno dalla Procura di Firenze, il sequestro dell’agenda di D’Agostino preoccupò non poco politici ed esponenti delle istituzioni in quanto  l’imprenditore come ha verbalizzato durante l’interrogatorio, annotava tutto. E’ stato grazie alle pagine della sua agenda, al cui interno oltre agli appuntamenti, erano riportate le tangenti con cifre e nomi dei destinatari, che i Carabinieri di Barletta hanno trovato conferma della visita del dicembre 2015 a palazzo Chigi avvenuta grazie all’intervento di Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo,  per consentire l’incontro avvenuto fra il pm Antonio Savasta e l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca LottiL’obiettivo del pm di Trani, scrive il gip nella sua ordinanza , “era costruirsi soluzioni per la sua già compromessa (da procedimenti disciplinari e penali) situazione professionale“.



Pm arrestati: trovata agenda con incontri

Luca Lotti

BARI – E’ stata l’agenda dell’imprenditore Luigi Dagostino e la sua maniacale abitudine di annotare ogni appuntamento (anche con l’ex ministro Luca Lotti, con l’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e con Tiziano Renzi, papà dell’ex premier Matteo) ed il pagamento di tangenti,  che hanno consentito ai magistrati di Lecce di trovare le conferme alle ipotesi accusatorie emerse nel corso delle  indagini che ieri hanno portato all’arresto del giudice del Tribunale di Roma Antonio Savasta e e del pubblico ministero Michele Nardi in servizio presso la Procura di Roma, i quali all’epoca dei fatti erano entrambi in servizio presso il palazzo di giustizia di Trani.

Un ’organizzazione in cui ognuno ha il suo compito, secondo ricostruzione fatta dal procuratore di Lecce Leonardo Leone De Castris e dal pm Roberta Licci: “Nardi è colui che stabilisce le regole organizzative dell’associazione e la ripartizione dei profitti”, “crea i contatti, acquisisce informazioni”; Savasta, “in virtù delle sue funzioni presso la Procura di Trani, concretamente ha il potere di intervenire ed agisce attivando le più disparate iniziative giudiziarie”Vincenzo Di Chiaro, ispettore presso il commissariato di Corato, “ha il compito di predisporre false relazioni di servizio e comunicazioni di reato, tutte puntualmente ‘canalizzate’ in modo tale da farle pervenire direttamente a Savasta” ed è il punto di collegamento tra quest’ultimo e D’Introno.

L’avvocato Simona Cuomo, nella sua veste di avvocato, “fornisce copertura giuridica alle iniziative concordate”, costruendo anche false denunce, ed è proprio sulla base di questa architettura delinquenziale ed associativa che si sarebbe configurata più volte la svendita della funzione giudiziaria, un “asservimento, e la circostanza rende se possibile ancora più squallida l’intera vicenda, che i due magistrati offrono all’imprenditore D’Introno per risolvere i suoi guaigiudiziari, imprenditore visto quale una ‘gallina dalle uova d’oro’ a cui spillare denaro e altre utilità in ogni possibile occasione”  scrive il gip .

Sull’incontro, come scrive il gip, Lotti venne ascoltato dai pm di Firenze il 16 aprile 2018. “Nonostante gli scarsi ricordi di Luca Lotti in merito all’incontro segnato sull’agenda di Dagostino del 17 giugno 2015“, si legge nell’ordinanza, Lottirammentava comunque di aver incontrato il pm Savasta“.

Nel corso di una perquisizione della Guardia di Finanza nei confronti di Dagostino, accusato di corruzione in atti giudiziari, gli investigatori hanno sequestrato due agende, del 2015 e del 2016, nelle quali l’imprenditore aveva annotato con dovizia di particolari incontri e viaggi, cene e somme di denaro associate a nomi.

È proprio dall’analisi dell’agenda, i cui dettagli sono stati poi incrociati con l’esito delle intercettazioni e le dichiarazioni rese durante le indagini, che gli inquirenti ricostruiscono l’incontro a Palazzo Chigi avvenuto nel giugno 2015 tra Dagostino, il commercialista Roberto Franzè, Savasta e Lotti ed i rapporti dello stesso Dagostino con Tiziano Renzi, che nel luglio e nel settembre dello stesso anno si recava in Puglia in sua compagnia per riunioni e cene.

Il pm Savasta (a lato nella foto) avrebbe chiesto e ottenuto da Dagostino l’incontro con Lotti per cercare di avere un incarico a Roma ed allontanarsi così dalla Procura di Trani, in quanto era coinvolto in procedimenti penali e disciplinari al Csm.

Quest’ultima circostanza è stata documentata anche da Giovanni Legnini allora vicepresidente del Csm il quale, ascoltato come testimone dalla Procura di Firenze nell’aprile 2018, annota il gip nella sue 862 pagine dell’ordinanza, ha anche “prodotto una stampa dei vari procedimenti disciplinari a carico di Antonio Savasta, alcuni dei quali già pendenti dal 2015″, .

L’ avvocato abruzzese Giovanni Legnini, ex senatore del Pd,  è candidato alla presidenza per il centrosinistra alle elezioni regionali del prossimo 10 febbraio (quindi in piena campagna elettorale) compare nelle carte delle indagini ma non è indagato.

Giovanni Legnini

Dalle indagini emerge, infatti, che “già nel corso del 2015 Savasta si attiva per costruirsi appoggi strumentali ad alternative professionali avvalendosi proprio di Dagostino e dei suoi importanti contatti anche in contesti istituzionali“. Nello  stesso tempo, però, Savasta indaga su Dagostino per un giro di fatture false, ma per ricambiare il favore non esercita l’azione penale nei confronti dell’imprenditore.

Quando Savasta viene trasferito a Roma, il procuratore capo di Trani invia per competenza gli atti a Firenze. Gli appuntamenti di Dagostino con imprenditori e politici, continuano nel 2016 come annotato nelle sue agende. Ad una cena del 6 dicembre a casa di un giornalista che era stato in passato responsabile della comunicazione di Legnini, quando questi era sottosegretario del Governo Letta, partecipò lo stesso Legnini nel frattempo diventato vice presidente del Csm e presidente della commissione disciplinare che aveva in carico una serie di procedimenti su Savasta , e che in quelle settimane avrebbe deciso sul trasferimento d’ufficio del magistrato).

Della presenza di Savasta a quella cena, – annota il gip – Legnini non era previamente informato o comunque a conoscenza” della presenza di uno dei due Giudici indagati e del suo amico imprenditore alla cena alla quale l’ ex vicepresidente del Csm era stato invitato. “Se avessi saputo della loro presenza, certamente non sarei andato a quella cena privata con 30 persone a casa di un mio ex collaboratore“, dichiara Legnini in una nota.

I due magistrati Savasta e Nardi sono accusati di aver preso parte ad un’associazione per delinquere finalizzata ad intascare tangenti per insabbiare indagini e pilotare sentenze giudiziarie e tributarie in favore di facoltosi imprenditori. Oltre ai due magistrati è finito in carcere l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro, mentre sono stati interdetti dalla professione l’imprenditore Dagostino, ex socio di Tiziano Renzi, e gli avvocati Ruggiero Sfrecola Simona Cuomo (“pupilla” dell’ avvocato Sisto) la quale – secondo la Procura salentina – avrebbe avuto il compito di conferire “veste legale” alle iniziative di D’Introno e dei suoi familiari (anch’essi indagati) nei procedimenti gestiti da Savasta.  .

Dalle indagini era emerso come il pm Nardi (a lato nella foto) fosse capace di sfruttare il proprio ruolo di magistrato, per condizionare in maniera illegale gli esiti delle indagini a suo carico, grazie ad una talpa (non individuata) nel palazzo di giustizia salentino, ma grazie anche ad una rete di rapporti con ambienti esterni ma molto bene informati. Infatti il magistrato barese aveva tentato di intimorire e condizionare il pm Roberta Lecci della Procura di Lecce, titolare del fascicolo d’indagine a suo carico, millantando amicizie ed influenza con dei magistrati leccesi .

Il gip nella sua ordinanza ha evidenziato come Nardi fosse stato capace di creare e falsificare delle documentazioni inesistenti, nel vano tentativo di giustificare i soldi ricevuti illecitamente. E non solo, infatti il magistrato barese era stato persino capace di procurarsi informazioni riservate e coperte dal segreto istruttorio sul procedimento in questione che lo vedeva indagato.

Flavio D’Introno,  imprenditore di Corato (Bari) operante nel settore delle ceramiche, era già stato arrestato nell’ambito dell’ “operazione Fenerator” nel 2007, lo scorso ottobre scorso ha cominciato a collaborare con i Carabinieri di Barletta ai quali ha rivelato tutto. L’imprenditore fa di più  e nell’autunno scorso per conferire maggiore attendibilità alle sue dichiarazioni, inizia  a registrare con lo smartphone i suoi colloqui negli incontri al bar ed altrove. In alcuni momenti  i ruoli addirittura si invertono.

Savasta evidentemente ha fondati seri timori: lo invita a non dire nulla di loro e gli promette 50mila euro per fuggire alle Seychelles. È il “prezzo del silenzio di D’Introno – riporta nell’ordinanza – così come emerge il pieno coinvolgimento anche di Nardi nella strategia finalizzata a comprare il silenzio, provvedendo a fornirgli i mezzi per fuggire dall’Italia e rendersi definitivamente irreperibile”. Lo scorso 18 novembre 2018, Savasta consegna  i primi soldi a titolo di anticipo a D’Introno, perché “diciamo tu ti rendi conto che dovremmo vergognarci di vivere per quello che uscirà fuori di merda”, gli spiega l’ex pm.

“Ho consegnato circa 300mila euro in contanti a Savasta, circa un milione e mezzo di euro, comprensivo di regali materiali, a Nardi”, ha detto D’Introno. Il magistrato Antonio Savasta, a sua volta avrebbe “gestito, su specifico mandato di Nardi, una serie innumerevole di procedimenti artatamente creati e gestiti al fine di favorire il D’Introno sia nel processo Fenerator che in altri procedimenti penali”.

D’Introno microfonato dai Carabinieri , incontrò Savasta il quale, a sua volta, avrebbe reso  dichiarazioni “confessorie” chiamando in correità anche Nardi. E sarebbe stato proprio quest’ultimo a “introdurre il D’Introno a Savasta e a chiedergli di occuparsi delle vicende che riguardavano D’Introno”. Inoltre, l’imprenditore D’ Introno ha più volte sottolineato la conoscenza delle indagini in corso presso la Procura di Lecce da parte di Nardi sin dal gennaio 2016, epoca certamente antecedentemente a quella della notifica dell’avviso di proroga delle indagini avvenuta il 28 settembre 2016.

Flavio D’Introno decisosi a parlare durante gli interrogatori ricostruisce lo “stillicidio” , perché Nardi ci andava giù pesante quando lui non era disponibile: “Disse che se io parlo allora mi doveva far ammazzare da questi dei servizi segreti, tanto lui a Lecce era molto potente, conosceva gip, capo procura, conosceva tutti, disse: ‘Tu sei un morto che cammina se parli’, disse”.

“Quando faccio vedere la tua foto – gli avrebbe detto – faccio uscire a uno e viene qua… io ho i contatti con i servizi segreti. Ho sentito “Inzerrillo” disse su un altro procedimento penale della struttura Gladio. E lo ripete: “Nardi mi ha minacciato di morte dicendosi capace di fare del male sia alla dottoressa Licci  che a me che al luogotenente Santoniccolo per il tramite dei servizi segreti deviati”.

L’imprenditore D’ Introno inizialmente riferisce solo dei suoi rapporti con Nardi, cerca di tener fuori Savasta, in virtù del loro “patto d’onore”. Poi però, si apre e piano piano  delinea i contorni di quella che lui stesso definisce “associazione a delinquere” finalizzata alla corruzione in atti giudiziari.

“Senza contare la capacità di condizionamento del Nardi anche in virtù del suo ruolo di ispettore del ministero di Giustizia”  scrive il gip Giovanni Gallo nell’ordinanza di custodia cautelare ,  circostanze emerse da quanto riferito dal D’Introno negli interrogatori, nonché i rapporti con la massoneria e con i servizi segreti.

In particolare, il magistrato Nardi che era attualmente in servizio pm presso la Procura di Roma avrebbe utilizzato queste sue conoscenze per costringere l’imprenditore D’ Introno a dargli i soldi che chiedeva: “…o mi dai due milioni di euro e vieni assolto o questa è la tua foto… io ho fatto queste indagini grosse al Vaticano… al Gladio… e tu te ne vai…».




Arrestati in Puglia gli ex pm pugliesi Nardi e Savasta ed un poliziotto

ROMA – “Pilotavano” processi e indagini in cambio di denaro. Tanto denaro. E tra le inchieste “sistemate” c’era anche quella a carico di Luigi D’Agostino, imprenditore che per un periodo fu vicino a Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo Renzi.

L’inchiesta condotta dai Carabinieri  è stata coordinata dal procuratore della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone de Castris e dalla pm Roberta Lucci  L’ordinanza  è stata firmata dal gip del Tribunale di Lecce dr. Giovanni Gallo.

I fatti contestati vanno dal 2014 al 2018, ma per i pm ce ne sono altri documentati fino a dieci anni fa, ormai prescritti. I due magistrati erano in servizio a Trani in quel periodo. Ora Savasta è giudice del Tribunale di Roma, mentre Nardi è pm a Roma ed in precedenza gip a Trani e magistrato all’ispettorato del Ministero della Giustizia.

Sulla base di queste accuse sono finiti in carcere su disposizione della magistratura salentina Antonio Savasta e Michele Nardi, magistrati che sono stati in sevizio  (il primo come pm ed il secondo come Gip) alla Procura di Trani eddd attualmente lavorano a Roma, il primo come giudice e il secondo come sostituto procuratore, ma anche un ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro,  in servizio al commissariato di P.S. di Corato in provincia di Bari

Secondo quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare il magistrato Nardi , ha ricevuto un viaggio a Dubai da 10mila euro dall’imprenditore indagato Flavio D’Introno , quindi la ristrutturazione di una casa a Roma costata  circa 120/130mila euro tra pavimentazione e pitturazione.

Il tutto, ricostruiscono i pm, “sia quale prezzo della propria mediazione che con il pretesto di dover comprare il favore dei giudici” in un processo presso il Tribunale di Trani in cui D’Introno era imputato e al termine del quale venne comunque condannato. Nardi ricevette successivamente da D’Introno anche somme di denaro e un orologio Rolex Daytona, per cercare di aggiustare il successivo processo d’Appello.

Consegnati anche due diamanti da un carato ciascuno dal valore di 27mila euro per intervenire sul giudizio di Cassazione dopo che la Corte di secondo grado di Bari aveva comunque condannato D’Introno a cinque anni e nove mesi.

Per gli avvocati Simona Cuomo (Foro di Bari) e Ruggiero Sfrecola (rispettivamente del Foro di  Trani) è stata disposta l’interdizione dall’esercizio della professione per un anno mentre all’imprenditore barlettano D’Agostino è stato notificato un divieto di esercizio dell’attività imprenditoriale e degli uffici direttivi delle imprese per un anno.

Di Chiaro l’ispettore di polizia arrestato, secondo le accusa si sarebbe messo “al servizio dell’imprenditore coratino Flavio D’Introno (tra gli indagati) – a quanto viene riferito – quale momento indispensabile di collegamento con il magistrato Savasta per il complessivo inquinamento dell’attività investigativa e processuale da quest’ultimo posta in essere“.

La Procura di Lecce ha anche chiesto e ottenuto il sequestro di beni e conti corrente per un valore proporzionale a quello oggetto della corruzione. Nello specifico 489mila euro per Savasta; 672mila per Nardi, a cui sono stati posti sotto sequestro anche diamanti e un Daytona d’oro; 436mila per Di Chiaro ed analoga  cifra per Cuomo e  Di Chiaro; 53mila per D’Agostino e Sfrecola.  Il valore dei beni sequestrati supera complessivamente i due milioni di euro.

Nell’inchiesta con un ruolo seppure più marginale, è coinvolto anche l’imprenditore Dagostino, socio di Tiziano Renzi e della moglie nella società Party Srl, chiusa dopo due anni a causa – secondo quanto affermato in una nota dai diretti interessati – “di una campagna di stampa avversa”. Dagostino era stato arrestato nel giugno scorso a Firenze e la Procura toscana ha poi trasferito una parte del fascicolo a Lecce, competente sui magistrati del distretto di Corte d’Appello di Bari.

L’imprenditore, di origini barlettane, era stato indagato a Trani da Savasta per false fatturazioni relative alle sue imprese.. L’allora pm, secondo l’accusa dei magistrati salentini, lo avrebbe favorito evitando di fare “i dovuti approfondimenti sul suo conto” in cambio di denaro: tangenti, scrive il gip nell’ordinanza, da 20mila 25mila euro. Per Dagostino, per cui i pm avevano chiesto i domiciliari, è stato disposto il divieto temporaneo di esercizio dell’attività imprenditoriale e di esercizio degli uffici direttivi per un anno.

nella foto la Presidenza del Consiglio

Per far ottenere un incarico a Roma al magistrato tranese Antonio Savasta, all’epoca dei fatti sottoposto a diversi procedimenti penali e alla richiesta di trasferimento d’ufficio, l’imprenditore fiorentino Luigi D’Agostino – secondo la Procura di Lecce – procurò a Savasta un incontro a Palazzo Chigi, con l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti. Questo incontro, che Savasta sollecitò a Dagostino tramite l’avvocato Ruggiero Sfrecola, avvenne il 17 giugno 2015.

È quanto scritto nel provvedimento cautelare che ha portato all’arresto dei magistrati Antonio Savasta e Michele Nardi. All’epoca Savasta indagava su Dagostino per un giro di presunte fatture false. Per questo fatto, Savasta , Sfrecola e D’Agostino sono indagati per corruzione in atti giudiziari. Tutti e tre parteciparono all’incontro con Lotti.

Secondo l’accusa i magistrati avrebbero garantito esiti processuali positivi in diverse vicende giudiziarie e tributarie in favore degli imprenditori coinvolti in cambio di ingenti somme di danaro e, in alcuni casi, di gioielli e diamanti. Gli imprenditori avrebbero pagato per i favori ricevuti e gli avvocati avrebbero svolto il ruolo di intermediari e facilitatori.

In una nota il procuratore di Lecce Leone de Castris ha spiegato che “Il ricorso alla misura cautelare si è reso indispensabile tenuto conto del concreto pericolo di reiterazione di condotte criminose e del gravissimo, documentato e attuale rischio di inquinamento probatorio“. La Procura salentina ha indagato sulla vicenda in base all’articolo 11 del Codice di procedura penale poiché si tratta di reati commessi da magistrati in servizio nel distretto della Corte d’appello di Bari, su cui è competente la magistratura salentina.