La banda del "Grande Raccordo Criminale" smantellata a Roma dalla Guardia di Finanza

ROMA – A capo dell’ organizzazione di narcotrafficanti alla quale è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso, che è stata smantellata dalla Procura di Roma e dal Gico della Guardia di Finanza, c’era Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà della Lazio morto ucciso lo scorso  7 agosto .

Gli accertamenti svolti e le evidenze investigative emerse grazie al prezioso ed efficace lavoro degli investigatori  delle Fiamme Gialle che hanno condotto l’indagine chiamata “Grande raccordo criminale“, hanno condotto a 50 arresti eseguiti oggi.

Quattrocento militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, con il supporto di elicotteri e unità cinofile, hanno eseguito – nel Lazio, in Calabria e in Sicilia – un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Giudice delle Indagini Preliminari del  Tribunale, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, nei confronti di 51 persone (50 in carcere e 1 ai domiciliari), appartenenti ad un’organizzazione criminale specializzata nel traffico di sostanze stupefacenti, in grado di rifornire gran parte delle “piazze di spaccio” dei quartieri della Capitale, e che aveva messo in piedi una “batteria di picchiatori” composta da persone incaricate che mediante l’impiego della violenza si occupavano esclusivamente dell’esecuzione di attività estorsive per il recupero dei crediti maturati.

All’esito delle indagini coordinate dalla D.D.A. capitolina, gli specialisti del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Roma hanno smantellato uno strutturato sodalizio dedito al traffico di cocaina e hashish, capeggiato dai pregiudicati Fabrizio Piscitelli , classe 1966 ,  il capo ultrà laziale ucciso il 7 agosto scorso al Parco degli Acquedotti, e Fabrizio Fabietti classe 1977.

Nell’ambito delle indagini, svolte nel periodo febbraio-novembre 2018, è stata ricostruita la compravendita di circa kg. 250 di cocaina e kg. 4.250 di hashish, per un valore complessivo stimato “al dettaglio” di circa 120 milioni di euro. L’attività d’indagine ha consentito di evitare contestualmente che parte dello stupefacente (oltre kg. 60 di cocaina e circa kg. 3.800 di hashish) venisse immessa sul mercato. In occasione dei sequestri operati sono state tratte in arresto, in flagranza di reato, 18 persone tra “corrieri” e “fiancheggiatori”.

 

 

L’associazione poteva contare su un flusso costante di droga proveniente dal Sud America (la cocaina da Colombia e Brasile) e dal Nord Africa (hashish dal Marocco), garantito dai fornitori abituali, quali Dorian Petoku (classe 1988), Francesco Maria Curis (classe 1961) e Alessandro Savioli (classe 1961), tutti arrestati a seguito dell’odierna ordinanza.

Se l’operazione delle Fiamme Gialle non ha condotto all’identificazione degli assassini di “Diabolik”, ha però portato alla luce un giro di affari legati al mondo della droga, all’interno del quali  è maturato l’omicidio del capo “ultras della curva nord laziale, sopratutto per il ruolo ricoperto nel tempo da Piscitelli e per il suo modo di agire. Secondo l’accusa della Procura di Roma, infatti, sulle basi delle intercettazioni, erano i suoi stessi amici e complici  a mostrarsi preoccupati per i comportamenti di “Diabolik” e per i suoi atteggiamenti manifestati nei confronti di rivali e debitori, che hanno causato reazioni violente nei suoi confronti.  Una delle persone arrestate oggi, considerato un suo “fedelissimo” in una conversazione intercettata il 13 maggio dello scorso anno diceva: “Non sta bene… lui è Fabrizio Piscitelli… pensa che comunque non ci può essere un matto che prende e gli tira una sventagliata sul portone, non lo capisce…“.

Esattamente un anno e quattro mesi dopo quell’intercettazione Piscitelli è stato ammazzato con un colpo di pistola alla nuca, e secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del pm Nadia Plastina, l’esecuzione di Diabolik è la dimostrazione di un “prestigio criminale” consolidatosi e riconosciuto nella Capitale, che lo aveva indotto a sentirsi troppo convinto di sé, arrivando al punto di commettere azioni ed atteggiamenti imprudenti che preoccupavano, causando timori, i suoi stessi amici e sodali.

Suggestiva l’espressione con la quale il Fabietti manifestava ad un sodale l’influenza esercitata sul mercato illegale capitolino: “…la devo dà a tutta Roma …”. Parallelamente alle attività illecite strettamente connesse al traffico di droga, le indagini hanno consentito di ricostruire il ruolo di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, il quale, comunque coinvolto nella compravendita di stupefacenti, si ergeva a figura di riferimento nel “controllo” del territorio, nonché di garanzia e affidabilità dell’associazione, che si avvantaggiava della sua leadership.

Fabietti, in particolare, si colloca sulla scena criminale quale importante broker del narcotraffico capitolino, dotato di qualificate relazioni sia sul fronte degli approvvigionamenti di droga – risultando in affari con soggetti contigui a organizzazioni di matrice mafiosa della cosca di ‘ndrangheta Bellocco, quali i fratelli Emanuele (classe 1986) e Leopoldo Cosentino (classe 1983), entrambi destinatari del provvedimento cautelare – sia rispetto a un nutrito “portafoglio clienti”.

Piscitelli godeva, infatti, di un particolare riconoscimento nella malavita ed operava avvalendosi di soggetti, alcuni dei quali coinvolti anche nella presente associazione dedita al traffico di droga Ettore Abramo detto “Pluto” (classe 1966), Aniello Marotta (classe 1976), Alessandro Telich (classe 1987), che fanno parte di una frangia ultrà di tifosi della Lazio, di cui “Diabolik” era divenuto il capo.

I fratelli Cosentino rappresentano gli acquirenti all’ingrosso, a loro volta, erano i referenti-responsabili di sotto-gruppi criminali che riforniscono le diverse “piazze” di spaccio di quartiere, esercitando il business della droga sull’intero territorio della Capitale con basi nel quartiere Bufalotta a Roma Nord , nei quartieri San Basilio, Colli Aniene, Tor Bella Monaca e Borghesiana a Roma Est,  nei quartieri Tuscolano e Romanina, a Ovest nei quartieri Ostia e Primavalle a Roma Sud e nei limitrofi comuni di Frascati, Ardea e Artena, secondo una vera e propria logica imprenditoriale di divisione dei compiti.

Le investigazioni hanno fatto emergere uno spaccato delittuoso che vede il sodalizio di narcotrafficanti evolversi e costituire una “batteria di picchiatori(“…oh gli ho preparato una macchina, li massacriamo tutti eh…”) composta da soggetti appositamente incaricati dell’esecuzione di attività estorsive per il recupero dei crediti maturati nell’ambito del traffico di droga, mediante l’impiego della violenza, non escludendo l’uso delle armi (“…vabbè spariamogli, che dobbiamo fare?…).

Una batteria di picchiatori che agisce in concreto: sono almeno due gli episodi di estorsione con metodi violenti ricostruiti. Il primo episodio estorsivo è ai danni di un vecchio compagno di cella del Fabietti , responsabile di non aver onorato un pregresso debito di droga di circa 100.000 euro, diventa vittima di una brutale aggressione, prima di sottomettersi alle richieste dei vertici del sodalizio.  Il secondo episodio matura, invece, nei confronti di altri due soggetti già noti alle cronache giudiziarie per i loro trascorsi nel settore del narcotraffico. Ancora una volta, dopo le minacce di morte, gli associati riescono a farsi promettere il pagamento di 90.000 euro.

L’operatività del sodalizio veniva garantita e supportata anche attraverso il ricorso a dei sistemi di comunicazione all’avanguardia, che venivano  forniti dall’associato Alessandro Telich, già tratto in arresto nell’ottobre del 2013 per aver favorito la breve latitanza di Piscitelli. TELICH, meglio noto negli ambienti come “Tavoletta”, è un tecnico informatico, titolare di una società con sede a Dubai (Emirati Arabi Uniti), operante nel settore del controspionaggio industriale e delle telecomunicazioni, che esegue bonifiche sulle autovetture e nelle abitazioni degli associati, fornendo avanzati sistemi di comunicazione criptati che mettevano al sicuro i dati informatici trasmessi presso dei server ubicati negli Emirati Arabi, in maniera tale da rendere il sistema ancora più impenetrabile agli investigatori.

 

La costante e immediata disponibilità di rilevanti somme di denaropermetteva all’organizzazione criminale di ottenere condizioni economiche favorevoli nel corso delle trattative promosse con i fornitori dello stupefacente. Potendo pagare con la formula “subito e cash”, il prezzo ottenuto era sempre vantaggioso ed il “giro” si ero allargato a dismisura, anche perché garantiva la consegna “a domicilio” attraverso la partecipazione associativa di  Fabrizio Borghi (classe 1977) e Daniela Viorica Gerdano (classe 1980).

Ad affiancare i promotori del sodalizio, si era affiancata una schiera di acquirenti “all’ingrosso” che, in ragione dello stabile rapporto di fornitura che li lega, sono considerati parimenti degli “associati” all’organizzazione, garantendole costanti disponibilità economiche, fondamentali per la sua esistenza e operatività. Tra questi emergevano i fratelli Nicolas ed Emiliano Pasimovich (entrambi classe 1985), originari del Sudamerica ma residenti sul litorale pontino. I due sono tra i più affidabili acquirenti selezionati dal Fabietti, cui si aggiungevano Adnan Ibrakovic (classe 1981), Stefano Piccioni (classe 1971), Paolo Salvemini (classe 1977), Stefano Coniglio (classe 1983), Adamo Castelli (classe 1967), Angelo Bartocci (classe 1963), Giuliano Cappoli (classe 1993), Roberto Montanaro (classe 1961) e Marco Tripodi (classe 1976),  Abramo Di Guglielmo (classe 1980) e Sabatino Di Guglielmo(classe 1968) , questi ultimi due contigui al “clan Casamonica“.

Nonostante l’elevato numero degli associati (trentadue), l’organizzazione criminale era comunque aperta alle nuove occasioni di profitto generate dai soggetti che ruotano attorno ad essa. Questi ultimi, che siano fornitori occasionali come i fratelli Cosentino o Maurizio Cannone (classe 1973), acquirenti saltuari come Gianluca Almaviva (classe 1979), Marco De Vincentiis (classe 1979), Fabio De Tommasi (classe 1962), Ruben Alicandri (classe 1977), Danilo Perni (classe 1970),  nonchè di  corrieri e factotum arruolabili all’occorrenza come Umberto Scarpellini (classe 1974), Marco Adano (classe 1980) e Luigi Centi (classe 1974), rispettavano l’organizzazione e ne individuano un’opportunità di investimento.

“Si tratta di un gruppo criminale che non ha eguali in altre città italiane che operava a Roma Nord e che coinvolge criminalità sportiva, politica e non solo. Tutto ruotava attorno a Piscitelli, che era indagato prima di essere ucciso“. Così il procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino. “Questa operazione ci permette di squarciare il velo rispetto al traffico di droga sulla piazza di Roma, con un’indagine trasversale multilivelli che ci permette di ricostruire in modo verticale come funziona lo spaccio”  ha spiegato il magistrato che ha poi aggiunto: “C’è una vera attività di brokeraggio nel mercato della droga, costituita da coloro che hanno i contatti per l’importazione della droga e tengono i rapporti con i grandi grossisti e a loro volta con le principali piazze di spaccio di Roma“.

Dei 51 provvedimenti emessi dal Gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, 50 sono misure cautelari in carcere mentre nei confronti di una sola persona sono stati disposti gli arresti domiciliari.




La fine della giustizia: "gole profonde" contro le "toghe corrotte". A quando la riforma del sistema giustizia ?

di Antonello de Gennaro

il Guardasigilli Alfonso Bonafede

Puntuale arriva l’ennesima idea malsana dell’esponente grillino di turno. Nel caso in questione parliamo del ministro di giustizia Alfonso Bonafede che si illude di risolvere il problema del marciume della giustizia italia, ampiamente diffusosi in lungo e largo per gli uffici giudiziari italiani. Giudici, magistrati, cancellieri, ausiliari di polizia giudiziaria pronti a vendersi per denaro.

Purtroppo tutto ciò che rappresenta un “cancro” per le istituzioni italiane, ben più grave e dannoso dell’ inchiesta “Mani Pulite” di oltre 20 anni fa, che venne utilizzata guarda caso da qualche magistrato per cercare di fare carriere politiche (vedasi il caso di Gerardo D’ Ambrosio ed Antonio Di Pietro che si fece addirittura un suo partito dissoltosi nel tempo) esauritesi  per fortuna  in un nulla di fatto nel Paese .
L’ipotesi di prevedere la figura del “whistleblower” (che dall’inglese significa “soffia il fischietto”) , cioè di colui che svela un comportamento scorretto o addirittura illegale, avanzata dal ministro Bonafede per introdurla non solo nei palazzi di giustizia ma anche al Csm, dopo aver rivoluzionato quelli della Pubblica amministrazione con l’entrata in vigore della legge del novembre 2017.
Nel pacchetto “spazza toghe sporche”, anticipato per sommi capi al presidente Sergio Mattarella giovedì sera, Bonafede  propone tra le nuove regole  un sistema che finora, come ha sostenuto Raffaele Cantone il presidente dell’Anac , ha dato ottimi risultati,  numeri alla mano .
L’idea del Guardasigilli  già espressa in prima bozza di articolato, safrebbe quella creare una piattaforma informatica per la galassia della giustizia,  che (teoricamente) dovrebbe garantire la tutela della fonte alla quale verrebbe garantito, attraverso la protezione dall’ anonimato, a chi lavora negli uffici giudiziari ed al Csm di potervi inserire, con una modalità criptata, segnalazioni su comportamenti illegittimi, o vere e proprie illegalità ed abusi di ogni genere. Tra le persone autorizzate a segnalare in forma anonima, secondo il progetto del Ministro di Giustizia, rientrano anche i dirigenti amministrativi, i componenti del consiglio giudiziario, ma anche singoli magistrati e dipendenti.
Teoricamente tutti potrebbero segnalare episodi di cattiva gestione degli affari giudiziari, abusi, omissioni, ritardi, irregolarità, assenze, o ancora palesi situazioni di conflitto d’interesse, come relazioni inopportune, incompatibilità, incarichi extragiudiziari. Secondo l’idea del Ministro Bonafede , qualora la “segnalazione” a seguito di verifiche (e chi le fa ? chi garantisce la rettitudine dei controllori ?), dovesse risultare valida, una volta portata al Consiglio giudiziario e ai capi degli uffici, influirebbe,  sulle valutazioni di professionalità, sugli incarichi dirigenziali, e porterebbe anche all’azione disciplinare.

Giovanni Canzio, ex-primo presidente della Corte di cassazione, ed ex-membro di diritto nel Csm

Il ministro Bonafede nella sua pressochè mancata conoscenza approfondita del mondo giudiziario, farebbe bene a farsi mandare un memorabile intervento dell’ ex-primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione Giovanni Canzio , allorquando (prima di andare in pensione) sedeva di diritto nel Consiglio Superiore della Magistratura, e fustigò i componenti del Consiglio che restavano indifferenti alla proposta di avanzamento di carriera di un magistrato, tale Giuseppe Neri.
“Il giudice Neri fa il presidente di sezione? Ma se non ha neppure le qualità per fare il magistrato. Ma di che cosa stiamo parlando? Questo è un caso clamoroso!”   disse Canzio .  Il magistrato Neri  in servizio presso il Tribunale di Catanzaro, nominato nel 2007 magistrato di sorveglianza del Tribunale di Catanzaro, dal 2015 ,era stato successivamente confermato nell’incarico semidirettivo anche per il quadriennio successivo,  e doveva essere valutato per conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità arrivato all’apice della sua carriera .

Siamo di fronte a un deficit di diligenza così clamoroso da rasentare il dubbio che non vi sia anche il deficit di altri elementi presupposti per rivestire la qualità di magistrato!  Si sta discutendo di un magistrato– ha tuonato Canzio nel silenzio glaciale del plenum contrariato dalla volontà manifestata di rivalutarne la valutazione –  che si presenta con oltre cinque o sei anni di ritardo in decine e decine di sentenze, con picchi di ritardo che rasentano i duemilaquattrocento giorni per numerose sentenze: la media dei tempi con cui deposita è di milletrecento giorni!.

Questi episodi dovrebbero far riflettere il legislatore, inducendolo a separare finalmente le carriere fra giudici e magistrati, e spiegare al paese intero, ai cittadini, ai contribuenti, agli elettori, perchè mai un Capo dello Stato può essere denunciato e rimosso, un Presidente del Consiglio inquisito, un parlamentare denunciato, processato, condannato ed arrestato, ed invece quando dei magistrati compiono dei clamorosi errori giudiziari, non devono mai rispondere a nessuno ! E chiedersi perchè mai quando il Tribunale europeo della Cedu (Corte Europea Diritti dell’ Uomo) condanna lo Stato italiano per i suoi abusi, ritardi o errori giudiziari, dobbiamo essere noi contribuenti a pagare economicamente e profumatamente gli sbagli (se vogliamo chiamarli così…) dei magistrati e giudici italiani ?

Illudersi oggi che una  legge “spazza toghe sporche” sul piano disciplinare  possa risolvere il problema della malagiustizia distorta, pilotata e corrotta, significa non aver capito nulla di cosa accade nel mondo della magistratura (frazionata in correnti, esattamente come i partiti politici) , significa non aver capito nulla, o fingere di voler risolvere il problema nascondendosi dietro facili inutili rimedi.

Franco Roberti

Come non dare ragione all’ ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, appena eletto Parlamentare Europeo, quando sostiene che  “non era possibile tacere. Perché quella di Perugia non è soltanto una questione giudiziaria. E nemmeno una faccenda che attiene unicamente al Consiglio, dove comunque esiste già una disciplina rigidissima che ne regola i lavori. Ci troviamo di fronte a fatti gravissimi, come ha detto il vice presidente del Csm, David Ermini. Che aprono una questione morale, di etica della responsabilità, che riguarda i magistrati ma anche la politica. A partire dal Pd “,

Roberti intervistato dal quotidiano LA REPUBBLICA aggiunge ” Ci troviamo di fronte a un mercimonio di incarichi direttivi della magistratura. E non è il correntismo. Perché le correnti servono all’elaborazione del pensiero della giustizia. Questo è invece un cedimento a logiche di appartenenza: per la scelta di un magistrato per un incarico direttivo non conta la storia, il curriculum, non basta essere il migliore. Ma serve fare parte del gruppo più forte. Siamo, così, a rapporti impropri con una politica clientelare basata sullo scambio di favori: ecco, questa è la foto di gruppo dell’indagine di Perugia. Un’istantanea pericolosissima perché racconta di strategie di controllo del Csm che compromettono i valori costituzionali che sono alla base della separazione dei poteri e dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura“.
L’ abbraccio fra politica e magistratura . Il pensiero di Franco Roberti raccolto dal collega  Giuliano Foschini di Repubblica, è molto pesante, in quanto altrettanto autorevole “Io per protesta contro questo correntismo, nel 1990, con Giovanni Falcone, venni fuori da Unicost. È giusto interloquire con la politica per discutere del funzionamento della giustizia. Non certo per spartirsi gli incarichi direttivi. Qualcuno, in relazione a questa storia, ha parlato di P2. È un’immagine colorita per raccontare gruppi di potere che tendono a indirizzare il lavoro di un organo costituzionale. Mi sembra che a grandi linee sia quello che è accaduto negli scorsi mesi, per come lo si capisce dall’indagine di Perugia della quale per altro non sono noti i contenuti delle intercettazioni la cui lettura, temo, sarà devastante.
Parole autorevoli e pesanti espresse proprio  mentre  il vice presidente del Csm David Ermini in queste ore, dimostrando rettitudine ed indipendenza dal suo partito che l’ha indicato e fatto nominare (cioè il Pd n.d.a.), sta  sostituendo i consiglieri o già dimessi (Luigi Spina di Unicost) o autosospesi da tutte le commissioni . Fuori quindi anche Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre i tre “togati” di Magistratura indipendente, ed il “togato” Gialuigi Morlini esponente di Unicost . Alla presidenza della quinta commissione, cioè quella che indica i procuratori e gli aggiunti (che passano poi al vaglio del plenum) va Mario Suriano di Area.
Tutto ciò nonostante la corrente di Magistratura indipendente, si contrappone contro l’ Associazione Nazionale Magistrati  schieratasi con assoluta fermezza e rigore per le definitive dimissioni dei consiglieri coinvolti nell’inchiesta a vario titolo , che per ironia della sorte è  guida da un esponente proprio di Magistratura indipendente,  chiedendo che i suoi consiglieri rientrino ai loro incarichi, dimenticando che su di loro potrebbe incombere la scure dei provvedimenti disciplinare che di fatto li renderebbe incompatibili con il Csm e li costringerebbe pertanto non soltanto alle auto-sospensioni, ma alle immediate dimissioni. E tutto ciò dipenderò dalle carte di Perugia, adesso esaminate dalla prima commissione di palazzo dei Marescialli, che dispone i trasferimenti d’ufficio. Carte che in queste ore vengono lette attentamente e spulciate anche al Quirinale.

Secondo le dichiarazioni di Luca Palamara, attualmente pm a Roma, ex presidente dell’Anm e membro del Csm, iscritto nel registro degli indagati per corruzione, nell’indagine della Procura di Perugia e del Gico della Guardia di Finanza, non c’è nulla di vero .  Difficile credergli. In una lunga memoria presentata ai magistrati umbri che indagano su di lui , assicura che “dimostrerà di non essere corrotto”, di “non aver mai ricevuto 40mila euro per favorire una nomina“, e produrrà a suo dire le prove documentali .

Palamara dimentica che restano le intercettazioni, gli incontri per “pilotare” e condizionare la nomina del prossimo procuratore capo di Roma. Come non essere d’accordo con  il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, che intervenendo al primo congresso dei magistrati amministrativi di Palazzo Spada, ha detto: “Un giudice all’altezza dei tempi non può frequentare abitualmente chiunque, se ciò può ripercuotersi negativamente sulla sua attività giudiziaria o possa dare oggettivamente la sensazione che un appannamento della terzietà possa verificarsi”.
Pesano ancora oggi dopo 27 anni le parole di Giovanni Falcone:Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte” (La Repubblica, 3 ottobre 1991)
Ma tutto questo è difficile se non impossibile farlo capire ad un ex-animatore di discoteca, diventato avvocato, le cui gesta nei Tribunali sono pressochè introvabili. Forse è arrivato il momento di resettare il sistema giustizia, di separare le carriere, e sopratutto di bilanciare lo strapotere di certe persone che approfittando di una toga indossata indegnamente pensano ad arricchirsi, a fare la bella vita, a spese dei cittadini. Occorre,  come sostenevano Giovanni FalconeClaudio Martelli, quando costui era guardasigilli, una “giustizia giusta“. Un qualcosa che al momento è pressochè merce rara, se non una chimera.
Ascoltate adesso le parole di Indro Montanelli…

 

 




I politici e le manovre di Palamara. Tra i nemici Ermini il numero due del Csm

ROMA – Anche il vicepresidente del Csm David Ermini era finito nel loro mirino della “cupola con la toga” che non volevano ostacoli nella scelta dei nuovi procuratori. Incredibilmente era stato proprio l’accordo  tra le correnti di Magistratura Indipendente di Cosimo Ferri ed Unicost, di Luca Palamara, a determinare l’elezione del parlamentare ex-responsabile per la giustizia del Pd al vertice dell’organo di autogoverno delle toghe, come vicepresidente al fianco del Capo dello Stato  Sergio Mattarella.

Luca Lotti

I “registi” dell’accordo toghe-politici si aspettavano che Ermini si rivelasse disponibile alle loro richieste, e quando si sono accorti  che il vicepresidente del Csm non si faceva “pilotare”in quel momento sono cominciate le critiche nei suoi confronti. E come l’inchiesta sta rilevando grazie alle intercettazioni in possesso del Gico della Guardia di Finanza, il dissenso non arrivava soltanto da Ferri e Palamara, ma persino anche dei consiglieri che si incontravano di notte nell’ hotel dove alloggia il magistrato-parlamentare Cosimo Ferri per accordarsi sulle nomine. In primis il suo concittadino e compagno di partito Luca Lotti, fiorentino come Ermini, che era tra i più determinati a  sostenere che il prossimo magistrato  alla guida della Procura di Roma  dovesse garantire “la discontinuità” dalla precedente gestione di Giuseppe Pignatone .

Lotti vuole alla guida della procura di Roma Marcello Viola, attuale procuratore generale di Firenze, che conosce e del quale cui evidentemente si fida e non fa mistero della sua ostilità per l’altro candidato, anch’egli a Firenze, il Procuratore della Repubblica Giuseppe Creazzo, ritenuto inaffidabile, se non addirittura “ostile”, per aver travolto con le sue indagini la famiglia Renzi. Nella seconda settimana di maggio, l’ 8 maggio all’indomani dell’uscita di Pignatone , Lotti vuole dunque che si proceda con Viola. E soprattutto pretende che la nomina venga fatta in fretta, infischiandosene degli inviti del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a procedere alle audizioni dei tre candidati alla sua successione (Lo Voi, Creazzo e Viola) affinchè la discussione in seno al Consiglio sia meditata e trasparente.

 

Queste conversazioni captate grazie al “trojan” inserito nel cellulare di Palamara ha portato alla luce tutti i retroscena sulle nomine che le toghe incredibilmente condividevano con i politici del Pd. Una trattativa che ha visto coinvolto anche il presidente della Lazio Claudio Lotito, recentemente candidatosi  e “trombato”, cioè non eletto nelle liste di Forza Italia in Campania, in virtù dei suoi rapporti personali con Ferri e con lo stesso Palamara, nonostante questi sia tifoso sfegatato della Roma !

Ieri Luca Lotti ha diramato una nota a dir poco minacciosa annunciando che “alla fine di questa storia chiederò a tutti, nessuno escluso, di rispondere delle accuse infondate e infamanti contro di me” aggiungendo: “Pare che incontrarmi o cenare con me sia diventato il peggiore dei reati: se così fosse in molti dovrebbero dimettersi, magistrati e non“. Ma nella sua nota, il braccio destro di Matteo Renzi non fa alcun cenno alla coincidenza che lui si occupasse della designazione del capo della Procura da cui è stato imputato a seguito della richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Consip. Tutto ciò nonostante le intercettazioni effettuate per conto dei magistrati di Perugia provano che Lotti discuteva con Palamara non a cena ma durante i colloqui notturni, dettando le condizioni e criticando anche il ruolo di Ermini dopo aver evidenziato che il vicepresidente del Csm , avvocato ed ex responsabile giustizia del Pd durante la segreteria di Matteo Renzi ,  avrebbe dovuto rispondere proprio a lui delle scelte compiute.

David Ermini

Ma le critiche ad Ermini arrivano anche da alcuni magistrati-consiglieri del Csm che insieme Palamara si sarebbero lamentati del comportamento di Ermini che non partecipava alle votazioni in Consiglio e in questo modo non agevolava le loro strategie, o meglio le loro “lotti…zzazioni”

In alcune occasioni al tavolo delle trattative partecipava anche Claudio Lotito, che vanta una frequentazione di anni con Ferri e Palamara . Le conversazioni intercettate hanno portato alla luce  un interesse personale del proprietario della Lazio Calcio che nonostante i suoi guai giudiziari avuti in passato, si preoccupava soprattutto per delle inchieste che coinvolgono alcune persone a lui vicine, come ad esempio il consigliere di Stato Sergio Santoro indagato per “corruzione”  nell’inchiesta sulle tangenti per aggiustare le sentenze amministrative dal Consiglio di Stato, che ha travolto Fabrizio Centofanti e gli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Colafiore . Da segnalare che la stessa Procura di Roma, ha chiesto nei giorni scorsi, l’archiviazione della posizione di Santoro.

Santoro è uno degli amici più cari di Lotito , con il quale condivide non solo la passione per il calcio, le vacanze a Cortina d’ Ampezzo, siede negli organi della giustizia federale calcistica, dove lo ha imposto proprio Lotito. Guarda caso a fine maggio, accade che Santoro in qualità di presidente del collegio della Corte di appello della FIGC, debba decidere del ricorso del Palermo Calcio che, il 13 maggio, si è visto retrocedere dalla serie B in C a seguito di una pronuncia del tribunale federale per illecito amministrativo. Una pronuncia che di fatto salva dalla retrocessione in C della squadra di calcio della Salernitana, che il caso vuole, ha come proprietario proprio Claudio Lotito. Santoro lo scorso 29 maggio, si asterrà non in quanto amico di Lotito,  ma perché ancora indagato a Roma,  e la Corte Federale ribalterà la sentenza. Più di qualche coincidenza evidenzia che l’attrazione di Lotito per le toghe non è soltanto una cortesia di biglietti omaggio.

Il Presidente della Lazio quando si discuteva negli incontri notturni sui nuovi vertici della Procura della Capitale,  voleva dire la sua indicando i nomi di chi riteneva debbano essere il capo e gli “aggiunti”. E guarda caso l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ora indagato per corruzione a Perugia era uno dei magistrati candidatisi alla nomina a procuratore aggiunto di Roma .

Il presidente della Lazio Claudio Lotito, intervistato dai colleghi del quotidiano La Repubblica , la “butta in caciara”, come si dice a Roma. E come Luca Lotti, passa alle minacce: “Querelo tutti” sottraendosi a qualsiasi domanda. Già dal mese di aprile, Lotito andava dicendo in giro di avere un misterioso “candidato” per la Procura di Roma, ma nessuno sa di chi si tratti. Più di qualcuno ipotizza sia il magistrato che proprio in quello stesso mese, comincia  a Roma,  la sua campagna elettorale. Si tratta del  procuratore di Velletri Francesco Prete, che si è candidato alla successione di Pignatone al Csm , il quale spiega in qualche cena come sia venuto il momento di “archiviare” la stagione di Pignatone con la discontinuità dal suo operato.

La linea dell’Anm “Via i coinvolti, non sono degni”. Ma loro resistono

Parte in salita e con il freno a mano il riscatto del Consiglio Superiore della Magistratura nel tentativo di “riaffermare la propria autorevolezza” . Mentre il vicepresidente David Ermini è impegnato a redistribuire gli incarichi nelle commissioni dopo l’uscita di scena dell’indagato Luigi Spina e l’autosospensione di altri quattro componenti coinvolti negli incontri con i due parlamentari  del Pd, ferri e Lotti, non si può non segnalare la resistenza degli asutosospesi a rassegnare le dimissioni dal Csm, atto che consentirebbe all’organo di autogoverno di alleggerirsi da un peso che di giorno in giorno diventa sempre più difficile da sopportare.

Dimissioni che vengono richieste ufficialmente anche dall’Associazione Nazionale Magistrati che rappresenta le toghe italiane che sono coloro che eleggano i componenti togati del Csm , e riunisce tutte le correnti. Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, di Magistratura indipendente, e Gianluigi Morlini, di Unicost- Unità per la Costituzione, però non hanno  al momento  alcuna intenzione di lasciare l’organo di autogoverno. E tantomeno vi sono norme e regolamenti per estrometterli d’ufficio. I magistrati che si sono auto-sospesi dal Csm momentaneamente si sono fatti da parte, a seguito dell’ invito dell’invito ricevuto dal vertice del Csm, ma non hanno mai speso  di rivendicare la propria correttezza di comportamenti,  e così facendo attivato un vero e proprio braccio di ferro dalle conseguenze imprevedibili.

Luca Palamara

La decisione di ieri dell’Anm è stato votata all’unanimità: le riunioni in cui si discutevano le prossime nomine dei procuratori di Roma e Perugia,  a cui partecipavano il parlamentare del Pd Cosimo Ferri , magistrato in aspettativa,  e dell’ex ministro renziano Luca Lottirappresentano con evidenza un’inammissibile interferenza nel corretto funzionamento dell’autogoverno». I componenti del Csm che vi hanno partecipato «non appaiono degni dell’incarico istituzionale“. Parole pesanti e durissime, che hanno attivato  la denuncia di tutti al Collegio dei probiviri , compresi Luca Palamara, che  è stato presidente dell’Anm, oltre che ex componente del Csm ed oggi fa il pm a Roma, e Cosimo Ferri,  per eventuali violazioni del codice etico.

Luca Lotti al telefono…..

Al giudizio dell’Anm si ribellano i tre consiglieri di Magistratura indipendente, la corrente moderata di cui Ferri rimane il “leader”. “La richiesta di dimissioni è priva di fondamento” dicono spiegando che loro erano a cena con Ferri e altri colleghi di Unicost, e che solo “all’improvviso si è palesato Lotti“. A loro dire senza alcun preavviso. Ma sui contenuti delle conversazioni intercettate tacciono , solo Cartoni replica: “Il modo di procedere dell’Anm è sommario e basato solo sulla stampa, che confonde fatti diversi“. Come sempre quando qualcosa non funziona in Italia per i magistrati ed i politici la colpa è sempre della stampa…

Anche Gianluigi Morlini, del gruppo centrista Unicost, sostiene che l’arrivo di Lotti non era previsto, ed afferma ” io mi sono allontanato con una scusa, ben prima che l’incontro terminasse, certo di non aver fatto nulla contro i miei doveri di consigliere” ed aggiunge che da presidente della Commissione Incarichi Direttivi  del Csm aveva respinto l’accelerazione del voto sul procuratore di Roma e s’era schierato per le audizioni dei candidati chieste espressamente dal vicepresidente anche per conto del Quirinale. Audizioni poi mai effettuate in quanto bocciate col voto determinante di altri.

Pasquale Grasso

Il presidente dell’Anm Pasquale Grasso fa parte di Magistratura indipendente, che era stato molto prudente nei giorni scorsi  e per questo motivo s’è attirato le critiche degli altri gruppi, ieri si è “allineato” votando il documento unitario, pur ribandendo che sarà necessario accertare la veridicità di quanto emerso finora, “se non vogliamo trasformarci in una bestia cieca in cerca di violenza purificatrice e autoassolutoria“. I magistrati del suo gruppo, consiglieri del Csm coinvolti, raccontano di essere stati strumentalizzati da Ferri che aveva convocato Lotti a loro insaputa, non hanno gradito il cambio di rotta di Grasso. Si annunciano a questo punto, delle rese dei conti all’interno delle varie correnti. Le eventuali dimissioni infatti comporterebbero nuovi equilibri nel Csm: ai tre giudici (due di Magistratura indipendente e uno di Unicost) ne subentrerebbero due di Autonomia e Indipendenza (la corrente che fa capo a Piercamillo Davigo) e uno di Area (la corrente più di sinistra ), mentre per i due pubblici ministeri bisognerà rivotare. Di fatto la corrente di Magistratura indipendente, uscita vincitrice dalle elezioni di un anno fa, verrebbe fortemente ridimensionata. Con molti mal di pancia…




Ecco come Palamara "gestiva" nel Csm le nomine dei magistrati

ROMA – Una  “cupola” con la toga per concordare la strategia per pilotare la nomina del nuovo procuratore della repubblica di Roma si riuniva di notte in una saletta riservata di un hotel romano per non essere visti da occhi indiscreti. Nella saletta erano presenti il magistrato Luca Palamara, due parlamentari del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti e cinque consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura. Una sorta di “comitato” delle nomine che operava in modo occulto dietro le quinte.

Due magistrati sono Gianluigi Morlini di Unicost e Paolo Criscuoli di Magistratura Indipendente, i quali hanno deciso per questo di auto- sospendersi dalle proprie funzioni “ufficiali” all’interno del Csm. La loro auto-accusa ha reso ancor più eclatante e sconvolgente la crisi esplosa a Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura,  organo di autogoverno delle toghe italiane, dal quale si era già dimesso un altro magistrato, il consigliere Luigi Spina, a seguito della sua iscrizione nel registro degli indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto , a cui aveva fatto seguito l’ autosospensione dei magistrati-consiglieri (definiti “membri togati”)  Corrado Cartoni ed Antonio Lepre.

Nella settimana che va dal 9 al 16 del mese scorso, grazie al trojan-captatore installato nel telefono di Palamara dagli investigatori della Guardia di Finanza, sono stati registrati tre appuntamenti notturni. Oggetto delle “nottate” le trattative per determinare dietro le quinte, in una specie di comitato occulto, le nomine ai vertici degli uffici giudiziari . A partire dalla poltrona di procuratore capo della Procura di Roma, ma anche della analoga “poltrona” della Procura di Perugia (che è competente sull’operato dei magistrati della capitale) e di quella di Brescia

A tirare le fila il magistrato Luca Palamara, ex consigliere del Csm ,  ex presidente dell’Anm ( l’ Associazione Nazionale Magistrati) attualmente pubblico ministero presso la Procura di Roma, candidatosi per la nomina semi-direttiva di procuratore aggiunto, il quale si accredita nel ruolo di “regista” delle trattative, che in alcuni di questi incontri coinvolge altre suoi amici. Come ad esempio Claudio Lotito il presidente della Lazio , che gli regala pacchi di biglietti da regalare agli “amici degli amici”.

il presidente della Lazio Calcio, Claudio Lotito ed il pm Luca Palamara

 

Il presidente della Lazio è a sua volta “amico” di molti magistrati e politici, onnipresente a cene ed eventi mondani, partecipava spesso e volentieri alle riunioni a tarda sera. Il 15 maggio, in occasione della finale della Coppa Italia contro l’Atalanta, in tribuna all’Olimpico con un biglietto omaggio siede Luigi Spina legatissimo a Palamara. Infatti è stato lui, in un incontro in piena notte, a rivelargli che la Procura di Perugia lo aveva iscritto nel registro degli indagati per “corruzione”, ed a anticiparli le future iniziative del Csm rispetto all’esposto presentato dal pm Stefano Rocco Fava nei confronti Pignatone e Ielo.

Un interlocutore privilegiato di Palamara è anche il pubblico ministero antimafia Cesare Sirignano, il quale arriva da Napoli, ed era stato incaricato di sondare i candidati per la poltrona di procuratore capo a Perugia. La ricerca di Palamara, che intercetto ammette di non avere riferimenti interni alla procura umbra, in realtà ha un unico scopo e cioè quello di trovare e nominare un capo della Procura “che deve aprire un procedimento penale su Ielo“.

Cesare Sirignano

Una condizione per la quale Palamara è pronto a garantire un congruo “pacchetto di voti”. Ed insieme al suo amico Sirignano analizza le varie possibilità, ma ha anche un secondo interesse. Infatti la compagna di quest’ultimo è  il magistrato Ilaria Sasso del Verme, che nel tempo ha avuto incarichi nella giunta dell’ Associazione Nazionale Magistrati, è stata pm della D.D.A., la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ed ultimamente distaccata al Csm come segretaria della Quinta commissione

Un incarico delicato in quanto è proprio a lei redigere le motivazioni per i candidati agli incarichi direttivi e semi-direttivi degli uffici giudiziari del Paese. Palamara è quindi convinto di poterla “pilotare” attraverso la sua amicizia con il suo fidanzato Sirignano, inserendo note di merito o demerito nei dossier dei singoli magistrati, che vengono poi portati in commissione per la votazione. Il magistrato romano non si sentiva molto sicuro sulla circostanza che il candidato alla guida della Procura di Perugia indicatogli da Sirignano sia affidabile e sopratutto controllabile , e quindi  successivamente si muove anche con altri interlocutori per cercare la persona giusta da “sponsorizzare” per la poltrona di procuratore umbro del capoluogo umbro. Infatti nell’elenco dei papabili inserisce non casualmente  tutti coloro che hanno almeno un motivo di astio o rancore nei confronti di Ielo. A partire dal pm della procura di Roma, Stefano Rocco Fava a cui chiede di far pubblicare l’esposto e l’amico gli assicura di aver già provveduto in tal senso.

I magistrati Palamara e Fava concordano che questa storia debba uscire e di utilizzare due giornali: Il Fatto Quotidiano La Verità passando le notizie a due giornalisti che hanno delle proprie ragioni per pubblicare tutto.  Il giornalista de Il Fatto Quotidiano  è quello che  ha scritto principalmente sull’inchiesta Consip accusando la procura di aver protetto Renzi. Mentre  il giornalista del quotidiano La Verità che nel “caso Siri“, qualche settimana prima, ha provato a “bruciare” l’inchiesta dei magistrati Paolo Ielo e Mario Palazzi inventando di proposito un inesistente giallo sull’intercettazione chiave. Palamara però è preoccupato. Vuole che della storia diventi pubblico solo quello che gli fa comodo possa uscire: ha timore (fondato)  che, se si apre la guerra dei veleni, qualcuno possa arrivare alla sua compagna Adele Attisani. Ma il pm Fava lo rassicura e garantisce per Il Fatto Quotidiano. Il tutto registrato fedelmente dal trojan-captatore della Guardia di Finanza. Puntualmente….lo scorso 29 maggio i due quotidiani escono con la storia dell’esposto. Nessuno di loro ancora lo sapeva, ma l'”operazione” era avvenuta fuori tempo massimo.

La consuetudine ad incontrarsi di notte appare quasi come un “rito”  in questa indagine, probabilmente nell’intendimento di riuscire sfuggire ad eventuali controlli. Palamara e Lotti si vedono molto spesso e sempre al riparo da occhi indiscreti, trovandosi d’accordo sui candidati da portare ai vertici delle Procure. L’ex sottosegretario ala presidenza del consiglio del governo Renzi (e  poi ministro allo sport nel governo Gentiloni) fondamentalmente voleva vendicarsi nei confronti di Pignatone e Ielo i quali  nell’ inchiesta sulla Consip, avevano hanno chiesto il suo rinvio a giudizio. Ma non solo.  Lotti voleva poter contare in futuro su una pubblica accusa “morbida” ed a lui più favorevole. Per questo motivo spiega di voler escludere dalla corsa alla guida della Procura della Capitale, anche il procuratore capo di Firenze Creazzo che ha fatto arrestare i genitori di Matteo Renzi e condotto a Firenze numerose inchieste sui familiari dell’ex premier toscano.

Tutto ciò è contenuto gli atti processuali inviati dalla Procura di Perugia al Csm e al Ministero della Giustizia,  grazie ai quali sono venuti alla luce gli incredibili retroscena delle trattative che si sono protratte per mesi per “piazzare  nei posti chiave magistrati “di fiducia”,  ed a rivelare l’identità ai componenti di questa “cupola” che l’ex consigliere del Csm Palamara ha messo in piedi nel corso degli anni e che secondo le indagini in corso avrebbe utilizzato proprio per raggiungere lo scopo di far nominare un procuratore “amico” nella Capitale, ma soprattutto di “farla pagare” al suo principale nemico:  il procuratore aggiunto Paolo Ielo, che aveva trasmesso ai colleghi di Perugia gli atti che lo potevano accusare di corruzione, unitamente all’ex procuratore capo Giuseppe Pignatone.

Cosimo Ferri, magistrato e deputato del PD

La riunione notturna nell’hotel dove alloggia Cosimo Ferri, dove magistrati e politici si riunivano è senza dubbio decisiva. Palamara è l’organizzatore, e vi partecipano i consiglieri del Csm Cartoni e Lepre. Molto spesso presente anche l’ ex ministro “renziano” Luca Lotti . Il magico “trojan-captatore” installato nel cellulare del magistrato Palamara dagli investigatori del Gico della Fiamme Gialle,  registra con assoluta chiarezza le conversazioni, durate circa due ore, in cui vengono vengono analizzate dai partecipanti alla riunione notturna tutte le ipotesi per riuscire a far preferire il procuratore generale di Firenze Viola sul procuratore capo di Palermo  Lo Voi, ma anche sul terzo candidato, il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo.

Vengono contatati ed analizzati i voti che verranno espressi in commissione: Viola ne può ricevere quattro (quelli di Magistratura Indipendente, di Piercamillo Davigo, e dei membri “laici” (cioè quelli “nominati” dai partiti)  espressione del Movimento Cinque Stelle e della Lega; Lo Voi e Creazzo uno ciascuno, rispettivamente dai rappresentanti di Area ed Unicost. E guarda caso è esattamente quello che accade il 23 maggio nella seduta della commissione nomine del Csm . Con l’intesa raggiunta proprio in quella riunione della cupola coordinata da Palamara, successivamente al plenum le preferenze di Unicost sarebbe confluite su Viola, ottenendo così la designazione a capo dell’ufficio romano.

Oltre ai partecipanti abituali alle riunioni notturne nell’ hotel di Ferri, vengono ascoltate le voci di altre due persone. I finanzieri dal contenuto delle conversazioni intercettate e da quanto ascoltato capiscono che fanno parte del Csm, ma non avevano alcun elemento per identificarli. E quindi nella relazione che il Gico della Guardia di Finanza trasmette ai magistrati di Perugia viene specificato che “non è stato possibile individuare i due soggetti presenti”.

Ieri mattina il vicepresidente del Csm David Ermini ha ricevuto le carte da Perugia, e prima del plenum straordinario, ha incontrato tutti i consiglieri del Csm, invitando chi ha partecipato a quelle riunioni ad uscire allo scoperto. Ed i consiglieri Morlini di Unicost e Criscuoli di Magistratura indipendente intuiscono che il “banco” è saltato e che quindi non è consigliabile nascondersi. Il primo ad uscire allo scoperto è il presidente della quinta commissione , quella che decide gli incarichi direttivi, il secondo è componente della prima  (disciplinare) e della sesta  commissione. Si auto-sospendono ma per ammorbidire le proprie rispettive posizioni parlano di “una caccia alle streghe“. Criscuoli parla di “campagna di stampa che sovrappone indebitamente i piani di una indagine penale relativa a fatti rispetto ai quali sono del tutto estraneo con l’attuale attività svolta presso il Csm”, mentre Morlini spiega di aver “incontrato Lotti a un dopocena”(ma non dice dove…)  e giura e spergiura sulla “correttezza del mio comportamento“.

Palamara è accusato di corruzione per aver ricevuto 40 mila euro per agevolare la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, ma anche “viaggi, vacanze e un anello dall’imprenditore Fabrizio Centofanti” . Un anello scelto (da lei stessa) e destinato alla compagna di PalamaraAdele Attisani una docente ben nota a Roma Nord che così si raccontava alle mamme dei suoi alunni: “io sono all’antica cerco una grande storia d’amore”. Nel frattempo  Centofanti “amico” di Palamara avrebbe fatto da collegamento tra il magistrato e un gruppo di avvocati e imprenditori interessati a pilotare nomine e indagini, primi fra tutti Piero Amara e Giuseppe Calafiore.

La sede della Cassa Nazionale Notariato ente da sempre molto “generoso” nell’affittare a prezzi di favore le proprie abitazioni a magistrati e politici

Le indagini delegate dai pm di Perugia alla Guardia di Finanza riguardano anche un appartamento nel lussuoso quartiere Parioli di Roma, che Palamara ha ottenuto in locazione circa cinque anni fa dalla Cassa Nazionale del Notariato e dove tuttora abita. Le verifiche effettuate dai finanzieri riguardano non solo i criteri di assegnazione, ma anche la ristrutturazione dell’appartamento, in quanto l’impresa che si è occupata di svolgere i lavori sarebbe collegata al gruppo di società che fa capo proprio a Centofanti. Un’ipotesi questa che i difensori  di Palamara, gli avvocati Mariano e Benedetto Buratti contestano: “Abbiamo le ricevute di tutte le spese sostenute e siamo pronti a dimostrare di non aver avuto alcun regalo o agevolazione. Il commercialista ha provveduto ad effettuare tutti gli sgravi previsti dalla legge e produrremo al più presto tutti i documenti“. Guarda caso il commercialista in questione è quell’ Andrea De Giorgio, intercettato mentre assicurava a Palamara di aver “informazioni compromettenti su Ielo. Solo coincidenze ?

 




Sgominata organizzazione di narcotrafficanti. 21 arresti. Sequestrati beni per 2.3 milioni di euro

ROMA -I militari del GICO del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza Bari dalle prime luci dell’alba  hanno effettuato una vasta operazione antidroga denominata “Lupin“coordinati dal pm dalla DDA di Bari dr. Giuseppe Maralfa, finalizzata a neutralizzare una ramificata organizzazione criminale internazionale. L’operazione dei finanzieri ha portato all’arresto in carcere di 11 persone, fra i quali 4 mandati di arresto europeo, altri 8 ai domiciliari e due obblighi di dimora.

Alcune delle misure cautelari sono state notificate nelle case circondariali di Frosinone e Ancona i cui erano già detenuti alcune dei pregiudicati coinvolti nell’operazione Lupin, e altre due a Milano e Venezia, città in cui attualmente risiedevano altre due delle persone coinvolte nell’indagine.

Un centinaio di finanzieri con l’ausilio delle unità cinofile antidroga del Gruppo Pronto Impiego di Bari, sono impegnati in Puglia, Lombardia, Veneto, Marche, Lazio, per eseguire i  21 provvedimenti cautelari personali, emessi dal GIP del Tribunale di Bari su richiesta di questa Procura della Repubblica. Secondo quanto è stato appurato e ricostruito in due anni di indagini dai finanzieri, l’ organizzazione era prevalentementecomposta da familiari e amici, con base fra Mola di Bari e Monopoli (destinazione finale della droga) e ramificazioni nel sud della Spagna, dove c’erano i sodali spagnoli in contatto diretto con i trafficanti nordafricani.

A capo del gruppo criminale erano Giuseppe Ammirabile, 53enne di Mola di Bari, ed il suo braccio destro Domenico Brandonisio, di Bari, entrambi pregiudicati e già detenuti in Spagna, dove è stata notificata la nuova ordinanza di custodia cautelare. Nel corso dei due anni di indagini i finanzieri hanno eseguito numerosi sequestri , arrestando ogni volta i corrieri che trasportavano la droga. Le indagini  hanno consentito di intercettare l’hashish occultato in Tir, per un totale di 2,6 tonnellate di hashish del valore di oltre 3 milioni di euro. Contestualmente all’esecuzione dei provvedimenti cautelari, sono state effettuare perquisizioni e sequestri di beni del valore complessivo di oltre 2,3 milioni di euro.

Le indagini svolte dal GICO del Nucleo di Polizia Tributaria Bari, coordinate dalla Procura della Repubblica di Bari, hanno consentito di disarticolare un’organizzazione criminale estremamente ramificata della quale facevano parte cittadini italiani e spagnoli, capace di far giungere in Italia, attraverso Portogallo, Spagna e Francia, tonnellate di hashish provenienti dal Marocco.

I trafficanti internazionali al telefono parlavano di droga chiamandola “microchip” o con il nome di qualche prodotto alimentare e in questo modo importavano tonnellate di hashish.  La commercializzazione di componenti informatici era l’attività ufficiale di una delle aziende legate all’impero criminale.

Nel corso delle indagini, avviate nel 2014, i finanzieri hanno sottoposto a sequestro, in varie occasioni, oltre 2,6 tonnellate di Hashish e tratto in arresto i corrieri, infliggendo all’organizzazione di narcotrafficanti rilevanti perdite economiche sia sotto il profilo dei capitali investiti che dei mancati guadagni: la droga complessivamente sequestrata, una volta lavorata ed immessa in commercio sulle piazze di spaccio, avrebbe fruttato all’organizzazione oltre 3 milioni euro.

Nel contesto investigativo  particolare importanza è stata attribuita all’azione di aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati mediante i profitti derivanti dal traffico degli stupefacenti. Le contestuali investigazioni economico-patrimoniali hanno consentito infatti, nel corso delle indagini, di sottoporre a sequestro beni mobili ed immobili, complessi aziendali, quote societarie, denaro contante, per un valore complessivo, compresi i beni oggetto di sequestro in data odierna, di circa 5 milioni, di cui oltre 1 milione di euro già oggetto di confisca.

 




Operazione “MilkWay”. Sequestrato un caseificio nel barese

 

Ieri mattina i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bari hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo sottoponendo a vincolo cautelare il compendio aziendale (un caseificio) e le quote sociali di una società a responsabilità limitata, di fatto riconducibile ad un soggetto contiguo ad organizzazioni criminali del barese (in particolare al Clan Parisi di Bari – Japigia), che ha accresciuto il proprio patrimonio in modo ingiustificato ed occulto, ricorrendo all’intestazione fittizia di beni a terzi.

L’odierno sequestro è da collegare all’arresto eseguito il 04 ottobre 2016 nei confronti del pregiudicato nocese Angelo Locorotondo,  di anni 37. Dalle indagini eseguite dai militari del GICO del Nucleo di Polizia Tributaria di Bari sotto la direzione della Procura Distrettuale Antimafia di Bari , è stato accertato, infatti, che il Locorotondo, nella consapevolezza di poter essere sottoposto ad un procedimento di prevenzione patrimoniale, ed al fine di eluderne l’applicazione, aveva attribuito fittiziamente a terzi l’intestazione delle quote sociali di una società gerente un caseificio.

Il pregiudicato nocese è risultato essere il reale amministratore della società in quanto ne determinava, in modo autonomo ed esclusivo, tutti gli atti di gestione, dettando disposizioni e direttive anche ai formali intestatari, sino ad arrivare a gestire e coordinare i dipendenti, le assunzioni, i pagamenti dei fornitori: un vero e proprio socio “occulto” della società. Gli “apparenti” soci/amministratori (due coniugi incensurati), invece, figuravano unicamente quali soggetti interposti che esercitavano in concreto funzioni accessorie e marginali.

Questi ultimi erano pienamente consapevoli che il loro ruolo formale era preordinato ad agevolare il pregiudicato nocese e ad eludere l’applicazione di misure ablative del sequestro o confisca. Per tale ragione, anche nei confronti dei due coniugi è stato eseguito il sequestro preventivo dei rapporti finanziari a loro riconducibili, direttamente o indirettamente.

Il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro è pari a circa 2.500.000 euro. Il caseificio sottoposto a sequestro è stato comunque affidato ad un amministratore giudiziario onde assicurare la continuità dell’attività aziendale e preservare da pregiudizi i dipendenti.




Oltre 24 anni di condanna per due “mafiosi” del clan D’Oronzo-De Vitis

CdG alias pressCondanne pesanti sono quelle inflitte ieri dal Gup del Tribunale di Lecce  d.ssa Cinzia Vergine nei confronti di due pregiudicati tarantini Gianluca Nuzzo, di 40 anni, e Massimo Zamino, di 49 anni, affiliati  al “clan” mafioso De Vitis-D’Oronzo e coinvolti entrambi nell’operazione  “Alias 2” condotta dalla DDA e dal Gico della Guardia di Finanza di Lecce, che faceva seguito  alcuni mesi dopo  all’inchiesta principale “Alias” in cui per la Procura Antimafia di Lecce operò la Polizia di Stato di Taranto guidata dall’ex Questore Giuseppe Mangini.

Il gup ha inflitto tredici anni di reclusione nei confronti del Nuzzo ed undici anni e mezzo nei confronti  di Zamino, condanne ben più pesanti delle richieste di otto anni di reclusione formulate della pubblica accusa. Nuzzo e Zamino,  vennero arrestati alcuni mesi dopo dalla maxi-operazione che aveva definitivamente smantellato il presunto clan mafioso a cui erano collegati.

CdG Pititto PS

nella foto il Vice Questore Roberto Giuseppe Pititto

Le indagini della Squadra Mobile della Questura di Taranto diretta a suo tempo dal dirigente Roberto Giuseppe Pititto (ora a capo della Mobile di Foggia) li avevano collocati come affiliati al clan mafioso costituendo di fatto il braccio “armato” che i capi del clan  utilizzavano per recuperare gli incassi del “pizzo” estorto, in alcuni casi, spesso e volentieri facendo ricorso anche alla violenza fisica. Nuzzo e Zamino, sono accusati processualmente di essere i responsabili di due episodi avvenuti fra il giugno 2013 ed il gennaio 2014.

Secondo la tesi accusatoria avanzata dottor Alessio Coccioli sostituto procuratore della repubblica di Lecce, applicato alla locale Direzione Distrettuale Antimafia con delega agli eventi criminosi di stampo mafioso della provincia di Taranto, i due pregiudicati Nuzzo e Zamino ricevettero ordine da Francesco Lattarulo, successivamente arrestato nell’ottobre 2014 ,  di danneggiare la sala giochi “Fullgame”, ubicata in via Principe Amedeo nel pieno centro di Taranto, mentre Zamino, avrebbe esploso alcuni colpi di pistola contro l’attività commerciale “Cgm motor”, in via Temenide. Ritorsioni che sarebbero state commissionate da Lattarulo per regolare delle questioni personali e non del “clan” di appartenenza. Nei confronti di Nuzzo pende anche la contestazione del reato di “ricettazione” conseguente alla  accertata detenzione illegittima di un’arma da fuoco.

CdG Gico GdFLa Procura distrettuale antimafia di Lecce in occasione del loro arresto del 15 maggio 2015 e del conseguente  procedimento giudiziario,  illustrò non soltanto le ragioni del loro arresto, ma motivò anche i sequestri effettuati nella seconda parte dell’operazione Alias, effettuati dal Gico della Guardia di Finanza di Lecce,  di beni e conti correnti per quattro milioni di euro. L’avvenuto smantellamento dell’ associazione mafiosa guidata dai boss storici Nicola De Vitis e Orlando D’Oronzo dopo la retata di ottobre della  Squadra Mobile,  e la successiva operazione dei Gico della Finanza,  oltre agli accertamenti tributari e fiscali attivò  la ricerca degli investigatori alla ricerca dei soldi ed ai beni immobiliari nel possesso e controllo della malavita, attività queste che conseguirono i provvedimenti disposti dal gip dr. Alcide Maritati   del Tribunale di Lecce a seguito della richiesta del procuratore capo dr. Cataldo Motta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce  e del sostituto procuratore Coccioli.




“Il Sistema”: la fiction della Guardia di Finanza che racconta la realtà

Il solito scontro tra l’illegalità e la legalità ripercorre e narra l’attualità che la Guardia di Finanza affronta quotidianamente,  raccontando i rischi dell’affascinante ma complesso lavoro dei finanzieri dall’interno  . A raccontarlo una  nuova serie “Il Sistema”  prodotta dai Rai Fiction, Italian International Film, coprodotta da Fulvio e Paola Lucisano, che va in onda su Rai 1 in sei puntate.

La fiction descrive il dietro le quinte di una Roma corrotta, dove politici e buona società, si uniscono alla criminalità e corruzione, con una banda di criminali in azione che controlla prestiti a usura, traffici di merce contraffatta, spaccio di droga e riciclaggio di denaro.

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nella foto Claudio Gioè,  nella fictionil maggiore della Guardia di Finanza Alessandro  Luce

Per molti aspetti la sceneggiatura sembrerebbe avere un collegamento con l’inchiesta su “Mafia Capitale” esplosa, proprio mentre partivano le lavorazioni della fiction che vede in azione un  reparto scelto della Guardia di Finanza,  il Gico, Gruppo Intervento Criminalità Organizzata.

Abbiamo raccontato, senza saperlo, una storia sui fatti di Roma Capitale“, racconta il regista Carmine Elia. La sceneggiatura de Il Sistema è legata all’attualità, incrociandosi con le storie dei protagonisti della serie. L’amore tra il maresciallo della GdF e la contabile di banda che conflusice con le vicende degli altri protagonisti.

Volevamo mostrare come il negoziante che evade le tasse, il piccolo spacciatore, l’assessore corrotto, i criminali efferati e i grandi trafficanti internazionali siano tutti connessi attraverso un complesso di vasi linfatici che trasportano e riciclano denaro sporco – come spiegano gli sceneggiatori Sandrone DazieriValter Lupo – volevamo far vedere come l’economia legale e quella illegale siano sempre più difficilmente distinguibili“.

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I protagonisti della fiction ambientata a Roma, ma girata in buona parte in Puglia a Bari,  sono Claudio Gioè – nei panni dell’audace e determinato maggiore  Luce – e la fredda e affascinante contabile della malavita Daria Fabbri interpretata dalla brava attrice Gabriella Pession. che guidano un ottimo cast che annovera, tra gli altri, Lino Guanciale, Valeria Bilello, Ninni Bruschetta e Massimo Venturiello




In arrivo una “rivoluzione” nelle Forze dell’ordine. Ed a Taranto…

Non serviva uno scienzato per arrivare alla conclusione che in Italia nell’organizzazione delle forze dell’ordine ci sono troppe cose che vanno sistemate. Appartengono ormai ad un lontano passato  i tempi in cui i carabinieri ed i poliziotti si ostacolavano e scontravano nel tentativo di catturare lo stesso criminale. Ma una cosa è ormai certa e mette d’accordo tutti: le duplicazioni e sovrapposizioni tra i corpi dello Stato sono diventati dei costi insostenibili per le casse dello Stato.

il compianto capo della Polizia, Antonio Manganelli

il compianto capo della Polizia di Stato, Antonio Manganelli

Anche perché i problemi sulla questione sicurezza per gli italiani,  sono cambiati:  fanno ormai paura più le minacce quotidiane, dalle rapine in casa ai piccoli furti. I terroristi non esistono più ed  i mafiosi, ndraghettisti e camorristi diminuiscono sempre di più.  Nel 2007 l’allora compianto capo della polizia Antonio Manganelli  sosteneva nei suoi incontri pubblici che “Il cittadino si sente utente di un servizio che giustamente pretende efficiente e tempestivo“. Ma da quegli anni ad oggi  la situazione però non è migliorata. Anzi, vi sono stati cinque anni di tagli lineari alle risorse finanziarie alle forze dell’ordine, che hanno causato il blocco degli arruolamenti, un crescente impoverimento dei fondi per i mezzi, ed hanno generato forti contraccolpi nel garantire la sicurezza sul territorio.

La riforma della pubblica amministrazione decisa varata a fine luglio dal Governo Renzi è diventata l’occasione ideale per riorganizzare il settore delle forze dell’ordine in lungo e largo per il territorio. I vertici delle tre forze principali ( Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato) si riuniscono e confrontano a Palazzo Chigi, per concordare e definire un piano di razionalizzazione . E’ stato chiamato  “il tavolo Gutgeld”, dal nome del consigliere a cui il premier Renzi ha affidato la “spending review“delle forze dell’ordine.  Ed incredibilmente si è creata una sintonia “storica” senza precedenti tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, inimmaginabile nel recente passato, anche perché tutti hanno e condividono le medesime problematiche ed hanno quindi tutto l’interesse a definire delle riforme condivise.

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I contatti con il “Palazzo” sono stati gestiti in maniera molto riservata da Emanuele Fiano, deputato del Pd,  che segue queste problematiche , anche se dietro le quinte il vero “regista” politico viene indicato Marco Minniti, il sottosegretario all’intelligence che con il suo passato di viceministro degli Interni ha acquisto esperienza ed una consuetudine con i dossier della sicurezza, sicuramente superiori all’attuale Ministro dell’ Interno Angelino Alfano, sin troppo occupato dalle problematiche interne al suo partito, che rischia di fare la fine degli uomini di Gianfranco Fini con il naufragio e fallimento politico di  “Futuro e Libertà“. Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, da cui dipende l’ Arma dei Carabinieri, ha la massima fiducia del generale  Tullio Del Sette che  è stato il suo capo di gabinetto al Ministero, sino alla nomina a Comandante Generale dell’ Arma.

CC carabinieri_ROSL’accordo preliminare raggiunto è elementare, ma sicuramente molto efficace, in quanto prevede di riordinare le competenze, eliminando una serie di inutili 2fotocopie” che erano a dir poco assurde,  concentrando il personale ad impegnarsi sui problemi più essenziali. Non vi saranno più due nuclei di polizia che si occupano d’opere d’arte, infatti è prevista la scomparsa di quello della Guardia della Finanza, compito che sarà di esclusiva competenza dei Carabinieri. I quali a loro volta chiuderanno il reparto che si occupava della lotta alle contraffazione valutaria (cioè le banconote false) lasciando tale compito agli uomini delle Fiamme Gialle. La lotta ai crimini informatici – sempre crescente parallelamente alla tecnologia – sarà di fatto esclusiva competenza della Polizia di Stato, senza il doppione del Gat (Finanza) e Racis (Carabinieri) , e dovrà occuparsi la protezione delle reti strategiche dagli assalti degli hacker. In un prossimo imminente futuro, ogni corpo di polizia verrà potenziato secondo una vocazione e competenza precisa, evitando concorrenze inutili, accavallamenti imbarazzanti. In pratica le Questure investiranno e si occuperanno di più nelle metropoli; l’Arma dei Carabinieri presiederà e potenzierà la propria presenza nelle fasce periferiche e nelle province, irrobustendo la rete delle stazioni; la Guardia di Finanza si concentrerà con una sorta di “monopolio”, acquisito anche grazie alle competenze sviluppate, sui di natura economico-finanziaria e della pubblica amministrazione.

Cosa accadrà in concreto ? Per esempio, diminuirà progressivamente l’inutile schieramento di finanzieri per l’ordine pubblico durante i cortei e le partite di calcio. Il personale delle fiamme gialle contribuirà a combattere l’ evasione fiscale ed il mercato dei falsi. Nel prossimo anno i presidi sul territorio della Guardia di Finanza verranno potenziati , per essere laddove esistono dei problemi. In tutta Italia, seguendo la normativa europea,  sarà operativo un centralino unico al 112, per ora attivo e funzionante solo in Lombardia, che riceve le richieste dei cittadini, smistandole a chi deve intervenire per competenza:ambulanze, polizie, pompieri o vigili del fuoco.

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Grazie a questi provvedimenti si vuole raggiungere maggiore efficienza ma sopratutto ottenere risparmi tagliando costi inutili. La soppressione del Corpo della Guardia Forestale, introdotta dal ddl del Ministro Madia, è di fatto più un’iniziativa dal valore simbolico, in quanto sparirà solo il vertice del Corpo mentre i 7563 forestali, ad eccezione dei circa 600 uomini che si occupano di lotta agli incendi, al momento sembrano destinati a confluire nell’ Arma dei Carabinieri. Al momento vi è però una questione giuridica ancora da definire e risolvere: il passaggio del personale della Forestale da un’amministrazione “civile” allo status  di “militare”, problematica questo che ha visto  d’accordo quasi tutti i partiti da destra a sinistra, che hanno appoggiato e condiviso questa riforma, superando vecchie consolidate diffidenze.

CdG auto guardia-finanzaInfatti l’Arma dei Carabinieri  è di fatto l’unica struttura sul territorio in grado di integrare nella propria organizzazione le 1200 caserme della Forestale,  sparse su monti e parchi e spesso molto piccole. Peraltro saranno proprio i Carabinieri ad avere la competenza sul contrasto all’inquinamento e alle frodi alimentari, due problematiche in cui la Forestale ha oggi un ruolo importante, mentre la Guardia di Finanza dovrà lasciare il campo, andandosi ad occupare dellla prevenzione ambientale marittima. L’ipotesi più vicina a diventare la “soluzione” del problema, è quella di far confluire gli uomini provenienti dal Corpo Forestale in un  nuovo “ruolo speciale” dei Carabinieri, mantenendo quindi ben distinti le carriere, competenze ed i compiti .

Il settore più “combattuto” è  il mare. La Polizia di Stato ed i Carabinieri  lasciando la missione e competenze alle Fiamme Gialle. Al famoso  “tavolo Gutfeld” ed in Parlamento si era discusso negli scorsi mesi l’ ipotesi  sciogliere anche la Capitaneria di Porto, un altro organismo indefinito, condiviso tra il Ministero della Difesa ed il Ministero dei Trasporti, che negli ultimi vent’anni ha  ampliato silenziosamente le proprie competenze. Basti pensare, che al momento, codici in mano , può  occuparsi anche di polizia stradale! Su questo punto , come si suol dire, “sotto il tavolo” vi stata una battaglia navale di competenze tra la Marina Militare e la Guardia di Finanza,  scontro che ha consentito alla Guardia Costiera di restare operativa, ma depotenziata ai vertici in quanto non vi sarà più un comandante generale, e non solo, vedrà ridursi il numero degli alti gradi , ma anche e nei compiti operativi, dovendosi limitare al soccorso dei naufraghi, ma alle dirette dipendenze dell’ammiragliato della Marina Militare.

Intoccabile invece l’antimafia. Oltre venti anni fa era stato deciso di affidare il compito alla Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, organo di polizia interforze, alle dipendente del Ministero dell’ Interno, ma contestualmente gli altre tre corpi specializzati dei Ros (Carabinieri), Gico (Finanza), Sco (Polizia di Stato) si sono sempre più rafforzati e specializzati. Ed oggi infatti la Dia appare come il “figliolo” minore delle forze dell’ordine nella guerra ai clan malavitosi, con risultati non sempre brillanti e mansioni operative che sembrano ridursi alle certificazioni ed alla protezione dei pentiti.  Non a caso  un  illustre magistrato come Nicola Gratteri provocatoriamente ne ha ipotizzato la chiusura. Ma l’argomento  è troppo delicato, con il rischio di conseguenziali polemiche politiche, e quindi il Governo Renzi governo ha ritenuto più opportuno lasciare operativo l’organizzazione specializzatasi nel contrasto alle cosche malavitose.

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La legge chiede un duplice impegno. Quello di ridurre i dirigenti e raggiungere una gestione unitaria per quanto riguarda acquisti, addestramento e caserme. Attualmente le stazioni dei carabinieri ed i  commissariati di Polizia hanno quasi sempre ubicazione in immobili affittati da privati a caro prezzo, mentre vi sono basi militari dismesse e immobili confiscati alle mafie che incredibilmente non vengono utilizzati: una vera “follia”  che non può e non deve più andare avanti. Le stessa cosa avviene negli appalti, dove vengono indetti   diversi bandi di gara per acquistare in realtà lo stesso tipo di auto o di velivolo. E più il mezzo da acquistare è attrezzato è sofisticato, e più aumentano i prezzi per l’assistenza, sia si tratti di computer che di imbarcazioni. Il vero paradosso, è quello dei contratti di manutenzione, che sono differenti per ogni singolo elicottero, che arrivano ad oltre 600mila euro l’anno, come ad esempio quelli della Capitaneria. Sono questi i doppioni dei centri di costo che si vuole azzerare uniformando i modelli e unificando i centri di assistenza tecnica. Quanto alla razionalizzazione delle gerarchie, i problemi e nodi da sciogliere sono diversi. Un dato statistico offerto dal dossier della spending review del Governo Monti segnalava che nella zona “Roma Centro” contro i 414 poliziotti previsti ne ne siano ben 7500.

Le resistenze  a tutti i livelli si fanno sentire. Mentre i  Carabinieri e la Guardia Finanza hanno il vantaggio di essere dei corpi militari militare, dove una volta ricevuti degli ordini, vi si obbedisce, la Polizia di Stato invece ha un’organizzazione che deve negoziare ogni cambiamento con la crescente nutrita schiera di sigle sindacali. Cioè gli stessi sindacati che  di fatto hanno bloccato la soppressione dei reparti navali, mentre invece l’Arma dei Carabinieri nel giro di cinque anni ha più che dimezzato seguendo una revisione autonoma dei propri costi.

 

il Ministro Madia

il Ministro Madia

Il ddl Madia impone una rivoluzione delle carriere per tutti i dipendenti pubblici , obbligando a valorizzare finalmente il “merito e professionalità” nelle promozioni, sinora troppo spesso condizionate dagli automatismi delle anzianità di servizio e dagli equilibri delle cordate interne o dalle influenze politiche, per i livelli superiori di comando delle forze dell’ordine . Sicuramente qualcosa di nuovo , con parametri e logiche ancora da definire. Anche perché in mancanza dei decreti attuativi la riforma resta ferma ai blocchi di partenza.

Quanto sarà  il reale risparmio sulla spesa pubblica non è ancora determinato. Delle stime iniziali parlano di risparmi dall’accorpamento delle attività sul mare per un valore di 42 milioni di euro, di altri 40 milioni risparmiati dagli affitti delle sedi e di 26 milioni dalla centralizzazione degli acquisti. Una volta a regime, i risparmi potranno andare molto più a fondo. Sulla base della radiografia dei bilanci realizzata a suo tempo per il governo Monti dal ministro Piero Giarda in carica all’epoca,  alcuni calcoli sono arrivati a poter prevedere un risparmio  di 360 milioni dalla logistica ( automezzi, immobili, manutenzione) e di ulteriori 180 milioni dalla razionalizzazione dei reparti speciali.

La legge Madia propone di lasciare alle forze dell’ordine sino alla metà dei risparmi: ma la decisione è di competenza del Ministero dell’Economia. E questa ipotesi non rappresenta certo un incentivo ai sacrifici. Anche perché la richiesta è sopratutto quella di  aumentare la sicurezza per i cittadini, spendendo di meno . Un proposito quasi impossibile alla luce degli  attuali stanziamenti e soprattutto dalla mancanza di personale negli organici: solo meno della metà dei pensionati è stata rimpiazzata negli ultimi quattro anni . Alla Polizia di Stato entro il 2018 mancheranno negli organici 21 mila uomini, 15 mila di meno alla Guardia di Finanza mentre al momento i Carabinieri sono già sotto in organico di 13.500. Nonostante questi tagli di personale la stragrande maggioranza delle risorse finanziarie viene utilizzata per pagare gli stipendi, lasciando pochi soldi da utilizzare  per i mezzi e l’addestramento. L’età media continua a salire: si è arrivati a 42 anni, un età un troppo  per un lavoro impegnativo come quello del poliziotto.

Di imitare il resto d’Europa, cioè di aumentare la presenza di impiegati civili a cui affidare le mansioni burocratiche e paghe minori per smaltire alcune pratiche, come i passaporti o i permessi per gli immigrati, non se ne parla proprio. Negli altri Paesi ormai cosituisocono un quinto dei ranghi, da noi sono appena il 5 per cento. Il Governo ha promesso di eliminare a partire dal 2016  il blocco del turnover e l’Arma dei Carabinieri confida di poter arruolare già a dicembre un contingente di giovani carabinieri, i quali sono già stati selezionati con un concorso ma mai assunti.

Schermata 2015-09-27 alle 03.30.43L’unica risposta concreta però può arrivare solo grazie alla razionalizzazione. Rivisitare la mappa dei presidi, dirottando gli agenti e carabinieri inutilizzati, laddove servono di più: inviare uomini e donne, che verranno reperiti eliminando doppioni e comandi, sulle strade, nelle stazioni e nei commissariati . Convincendoli che d’ora in avanti saranno solo i loro risultati a determinare la carriera. E questa sì sarebbe una vera “rivoluzione”.

Anche nel suo piccolo qualcosa finalmente dovrebbe cambiare nella Polizia Municipale di Taranto, che dovrebbe assorbire il personale della Polizia Provinciale di Taranto. E noi ci auguriamo, anche la sostituzione del Comandante del corpo della Polizia Municipale che allo stato attuale (col. Michele Matichecchia)  che  è come se non ci fosse !