M5s: i deputati Michele Nitti e Nadia Aprile lasciano il Movimento

ROMA – Continua il fuggi-fuggi dal Movimento 5 Stelle. Altri due deputati,  Nadia Aprile  e Michele Nitti e hanno lasciato il Movimento e formalmente fatto richiesta di aderire al Gruppo Misto.

“Non posso nascondere che i fatti che mi hanno visto protagonista nell’ultimo periodo mi hanno seriamente scossa – ha dichiarato in una nota Nadia Aprile, Parlamentare uscente del Gruppo M5S alla Camera -. La situazione in cui mi sono trovata è dipesa esclusivamente da un’inesorabile deriva autoritativa del MoVimento e dalla mancata considerazione in cui sono stata tenuta come Parlamentare e come persona“.

Dopo aver riflettuto a fondo” e ritenendo “illegittimo ed infondato il procedimento a mio carico ho deciso di non continuare più a militare nel MoVimento“, continua la nota.

Fonti del M5S hanno così commentato sull’addio dei deputati Nitti e Aprile al Movimento .“Basta andare sul sito tirendiconto.it per vedere che la deputata Nadia Aprile ha effettuato la sua ultima restituzione a dicembre 2018, mentre per Michele Nitti le restituzioni sono ferme ad Aprile 2019. Per tale motivo i due, che oggi hanno annunciato di lasciare il gruppo M5S alla Camera, andavano incontro ad un provvedimento disciplinare“.

‘La maggioranza alla Camera è solida, non abbiamo nessun timore”. ha dichiarato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, interpellato dai cronisti fuori da Palazzo Chigi “La nostra stretta sul termine delle rendicontazioni ha prodotto qualche movimento di persone verso il Misto. La maggioranza è solida sia alla Camera che al Senato, non vedo preoccupazioni“.

 




Il M5S litiga anche con Conte. Arcelor Mittal deposita l’atto per il recesso dell’ ex Ilva di Taranto

ROMA – Sarebbe stato incandescente l’incontro di oggi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed i parlamentari pugliesi del M5s. Il presidente del Consiglio ha cercato di farli ragionare sulla possibilità di reinserire lo scudo penale, “per togliere ogni alibi ad ArcelorMittal, anche in vista della battaglia legale che ci attende” avrebbe spiegato il premier ai parlamentari grillini  . Ma Barbara Lezzi, ex- ministra nel primo governo Conte, sarebbe stata fermissima sul punto, ed avrebbe detto: “Non lo voterò mai, puoi scordartelo“.

Il premier li aveva convocati insieme al capo politico del M5S Luigi Di Maio, al ministro dello sviluppo economico  Stefano Patuanelli, ed al ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, cioè colui il quale è chiamato gestire la patata bollente in aula. “Siamo di fronte a una situazione estremamente preoccupante  ne va del nostro Sistema Paese. L’immunità è già desumibile dal codice penale, son lo scudo dobbiamo dare un segnale a Mittal e sgomberare il tavolo dagli alibi” questo il senso del ragionamento del presidente del Consiglio .

l’On. Nunzio Angiola (Movimento 5 Stelle)

Conte si illudeva di poter contare sul buon senso dei partecipanti alla riunione, mentre invece ha trovato le barricate,  anche se non tutti  fra la quarantina degli eletti in Puglia del M5S si è detta contraria. “Per principio lo sarei  ma se è utile a risolvere la situazione non possiamo permetterci di non farlo” ha spiegato l’on. Nunzio Angiola, nativo di Taranto ma eletto nella murgia barese. Uno dei partecipanti ha rivelato sotto promessa di anonimato che pochi dei presenti sarebbero più morbidi e condiviso la sua linea, mentre i tarantini ed i salentini sono stati i più intransigenti .

Angiola  è stato duramente contestato dai colleghi Giovanni Vianello e Gianpaolo Cassese, che sono intervenuti uno dopo l’altro mentre la maggior parte degli altri annuiva. Il problema vero, in realtà , quello vero, sono i tredici senatori. Sarebbe inamovibile, una pattuglia una decina di loro guidata da Barbara Lezzi, fino a qualche mese fa partecipe ai Consiglio dei ministri con l’avvocato-premier. Sarà stata la consuetudine di un anno e mezzo, la Lezzi è stata diretta ai limiti della brutalità: “Te lo puoi scordare, non lo voterò mai. Il premier  avrebbe ribattuto“Barbara come fai a non capire la gravità della situazione?”. Ad aggravare la situazione almeno altrettanti colleghi di altre regioni che li seguirebbero sulle stesse posizioni anti-Premier. Il vero problema di Conte è che al momento non ci sono i numeri al Senato .

La riunione indetta dal Premier Conte si è sciolta con un nulla di fatto, con il premier paradossalmente ancor più preoccupato di prima per l’ingarbugliarsi della situazione. Alcuni segnalano un Luigi Di Maio piuttosto defilato. Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha definito “un ricatto” quello di Arcelor Mittal , e ha più volte ribadito una posizione fortemente critica sullo scudo. Eppure è lo stesso che ha dato il via libera nel decreto Salva Imprese al comma che quello stesso scudo ripristinava, e che è stato falciato dalla fronda di Palazzo Madama.

Chi ha incontrato il premier nelle ore successive alla riunione lo descrive su livelli di rabbia mai raggiunta prima. Il problema dei numeri, almeno al Senato, è una vera e proprio frana nella strada da percorrere per portare in sicurezza la questione dell’Ilva. Oltre alla Lezzi, sono otto i deputati grillini pugliesi,  ad aver sottoscritto l’emendamento che ha cancellato le tutele legali ed acceso la miccia che ha portato i franco indiani a far deflagrare la bomba sociale dello stabilimento siderurgico di Taranto ed i problemi connessi alla questione. I firmatari del M5S sono Donno, Romano, Quarto, L’Abbate, Garruti, Pellegrini, Mininno, Dell’Olio. con il rischio che la “truppa” dei congiurati contro Conte,  potrebbe ampliarsi e inglobare colleghi che pugliesi non sono, come   accaduto anche con Gianluigi Paragone. Uno di loro dice: “Se Conte dice che scudo non serve perché lo ripropone? Fa parte di un pacchetto? Ma allora ci sono anche gli esuberi. Perché non ci parla chiaro?”. Un altro invece pone una questione meramente politica: “Cedere al ricatto di un’azienda che ha sottoscritto un contratto con lo stato sarebbe devastante per la tenuta politica del governo”.

Il capo politico del Movimento 5 Stelle sa perfettamente che rischia di perdersi il Movimento per strada. Per questo ai suoi continua a ripetere che su questo tema la linea la deve dare il gruppo, la volontà dei parlamentari non può essere forzata. Una posizione attendista in attesa che il lavorio del premier e di D’Incà per convincere i più riottosi, almeno quelli necessari a non far cadere il governo o a rendere plasticamente necessario trovare maggioranze alternative, faccia breccia. “Alcuni sono più dialoganti – spiega a Huffpost una fonte di governo che si sta occupando del dossier – Potrebbero convincersi che non c’è altra strada”. Il percorso è lungo e accidentato: “Per questo per tutta la settimana si lavorerà in questo senso”.

In gioco è la tenuta del governo, ecco perche Conte vuole salvare l’Ilva ad ogni costo. Il suo problema che lo deve fare senza alterare la maggioranza che lo sostiene. Luigi Di Maio è stato chiaro in proposito: “Se qualcuno forzasse sullo scudo, e passasse con voti decisivi dell’opposizione, la crisi si aprirebbe di fatto”. Il riferimento è chiaramente collegato all’emendamento al decreto fiscale presentato da Italia viva , e alla tentazione che per un istante ha accarezzato il Pd di poter procedere allo stesso modo.

Anche Di Maio è in una strettoia, non è contrario all’immunità, che per altro era entrata nel “decreto Salva imprese” anche con il suo placet, salvo poi essere cancellata dall’ormai famigerato emendamento. E sullo scudo penale non vuole e non può fare alcun braccio di ferro con chiunque, sopratutto per sua convinzione personale. Ma anche perché sa che ne va della tenuta del Movimento. Per questo sono giorni che ripete: “Su questo non possiamo permetterci forzature, decide il gruppo”.

Al momento nell’agenda di Conte non vi è alcun incontro con Mittal, anche se il capo del governo spera che il tempo lavori a suo favore e che avvenga qualcosa. Giovedì in Consiglio dei ministri raccoglierà le proposte per un piano complessivo per il risanamento di Taranto, un tentativo di dare un segnale concreto del lavoro per il risanamento della città in attesa che la matassa si sbrogli. Ma anche un altro modo per dimostrare operatività in una situazione in cui, sul problema dei problemi, ancora non si è capito che pesci pigliare. Una fonte vicina a Palazzo Chigi spiega che un’interlocuzione informale con i vertici dell’azienda sia tessuta lontana dai riflettori incessantemente, ma che finora si sia sempre ritrovata in un vicolo cieco. “Sono certo che il governo tutto saprà lavorare da squadra, con unità e compattezza, per trovare una soluzione concreta per l’Ilva”, dice in una nota Di Maio.

Sa che il Pd si sta schierando dietro il presidente del Consiglio sull’operazione scudo. Il segnale è arrivato con la rinuncia all’emendamento per forzare. “Conte sta lavorando a una soluzione per salvaguardare il polo produttivo”, ha dichiarato Nicola Zingaretti dagli Stati Uniti. Nella nota invece del capo politico del M5S anche un segnale interno: “Tutto il M5s sostiene l’azione di governo”. Un messaggio ambiguo rivolto ai dissidenti, ma anche una maniera per dire a Palazzo Chigi che si procederà anche tenendo conto delle loro posizioni.

Il pontiere è il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli che si è recato a Palazzo Madama, per riunisce i senatori di cui è stato apprezzato capogruppo. Si fa latore di una possibile mediazione: “No a uno scudo penale sine die – commenta la proposta il “grillino” Ugo Grassi –  Meglio invece una norma di diritto speciale, una norma ad hoc che potrebbe essere accettabile se avesse una scadenza temporale. Ma affinché questa scadenza sia accettabile, deve essere agganciata a un programma di decarbonizzazione”.  Proprio nelle stesse ore in cui il ministro Patuanelli si aggirava fra gli uffici del parquet del Senato, la Lezzi ostentava un’inusuale presenza nel Transatlantico di Montecitorio.

Si fermava a parlare con De Lorenzis, Cassese e Ermellino, deputati che condividono la sua posizione, in favor di cronisti. Un onorevole vicino a Di Maio commentava: “Guardali là, un consiglio di guerra”. La proposta della senatrice ribelle è nota: chiudere le aree a caldo del polo siderurgico tarantino, riconvertirle in aree a freddo e destinare gli operai alle opere di bonifica. Equivarrebbe a demolire il piano industriale in atto, quello stesso non considerato da Arcelor Mittal redditizio e dal quale proprio oggi ha avviato giuridicamente l’abbandono.

il cortile interno di Palazzo Chigi

Sono oltre quaranta gli “invitati” al vertice di maggioranza sulla manovra che si riunirà a Palazzo Chigi giovedì sera . Da quanto si apprende, la convocazione alla riunione è stata indetta dal premier Giuseppe Conte,  con una email inviata del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, indirizzata a tutti i sottosegretari all’Economia, ai capigruppo dei quattro partiti di maggioranza, ai capigruppo in commissione, ed ai presidenti di commissione a Carla Ruocco e Daniele Pesco. In totale sono 37 i destinatari della missiva, tra deputati e senatori. A loro si uniranno anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e i capi delegazione al governo dei partiti. La riunione inizierà dopo il Consiglio dei ministri convocato alle 16.30, nel quale Conte avvierà la discussione sui progetti per il “cantiere Taranto”.

La lettera di Conte ai ministri del suo Governo

Palazzo Chigi potrebbe convocare oggi un nuovo vertice per fare il punto della situazione, che, invece di procedere verso una possibile soluzione ha fatto ulteriori passi nel suo ingarbugliarsi. A sera dalla sede della Presidenza del Consiglio esce un collaboratore del premier Conte. Quando gli si nomina la Lezzi la sua non risposta parla da sè ed è molto più eloquente di mille parole.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in vista del Cdm di giovedì 14 novembre ha scritto ai ministri  per invitarli a contribuire in termini di idee e proposte alla ristrutturazione e alla riconversione dell’area industriale di Taranto, in pericolo  dopo l’annunciato addio di ArcelorMittal dello  stabilimento siderurgico ex Ilva. Questa la lettera, che è stata pubblicata dal quotidiano La Repubblica:

“Gentile Ministro,

durante la mia recente visita a Taranto, ho potuto constatare come la vicenda dello stabilimento industriale ex Ilva costituisca solo un aspetto, seppure di assoluto rilievo, di una più generale situazione emergenziale in cui versa la città e la sua popolazione. Il rilancio dell’intera area necessita di un approccio globale e di lungo periodo. La politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa, che coinvolge valori primari di rango costituzionale, quali il lavoro, la salute e l’ambiente, tutti meritevoli della massima tutela, senza che la difesa dell’uno possa sacrificare gli altri. Per questo, reputo necessario aprire un “Cantiere Taranto”, all’interno del quale definire un piano strategico, che offra ristoro alla comunità ferita e che, per il rilancio del territorio, ponga in essere tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale”.

“I processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture di una determinata area geografica – come dimostrano alcune esperienze in italia e in europa – si portano a compimento solo attraverso politiche coordinate e sinergiche, che coinvolgano tutti gli attori istituzionali – in primis il Governo -, le associazioni di categoria, i comitati locali e tutte le forze produttive del paese. A tal fine, in vista del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre, ti invito, nell’ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee.

La discussione potrà quindi proseguire all’interno della cabina di regia che ho intenzione di istituire con l’obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili. Al riguardo, ti anticipo che il ministro della difesa, onorevole Lorenzo Guerini, mi ha comunicato l’intenzione di promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale, mentre il ministro per l’Innovazione, onorevole Paola Pisano, mi ha rappresentato la volontà di realizzare un progetto di ampio respiro, affinchè Taranto possa diventare la prima città italiana interamente digitalizzata”.

“Confidando nella tua collaborazione, ti ringrazio fin d’ora per il contributo che potrai offrire alla definizione di un progetto che considero prioritario per l’azione di Governo”.

Come ampiamente previsto dal nostro giornale e direttore, Arcelor Mittal va avanti imperterrita nel suo disimpegno dall’ex Ilva. I legali della società hanno depositato in Tribunale a Milano l’atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all’acquisto, dell’ex Ilva,  per l’iscrizione a ruolo . Il documento si trova già sul tavolo del Presidente del Tribunale di Milano Roberto Bichi. Con il deposito, la causa è stata quindi iscritta a ruolo ed ora il presidente Bichi in base a rigidi criteri tabellari dovrà assegnare il procedimento ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

L’atto di citazione è il documento con il quale la società del Gruppo Arcelor Mittal ha formalizzato l’espressa volontà di recedere dal contratto di affitto che, secondo l’accordo, avrebbe dovuto portare all’acquisto. previsto il primo maggio 2021. Di fronte al passo formale, ed al mancato incontro dei Mittal con il Premier Conte, i sindacati dei metalmeccanici rimarcano che secondo il loro punto di vista non sussistono le condizioni per la rescissione. Fiom, Fim e Uilm, indicando come “urgente l’incontro ed il confronto per discutere sulle prospettive e sul rispetto degli accordi e degli impegni assunti” ed auspicano che la sede sia il Ministero dello Sviluppo.




Con la chiusura dell’ ILVA l’Italia perderebbe l’1,4% del Pil. Il “conto” in rosso sarebbe di 24 miliardi di euro

ROMA – Da un’analisi econometrica commissionata a giugno scorso dal Sole 24 Ore allo Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, emerge che  lo stabilimento ex Ilva di Taranto venisse chiuso, con il conseguente azzeramento della produzione di acciaio , con la perdita di 6 milioni di tonnellate di produzione a regime, anche se quest’anno non verranno raggiunti i 5 milioni ,  la perdita segnerebbe un passivo di circa 24 miliardi di euro.

Secondo i dati Istat il Pil italiano nel 2017 veniva  stimato intorno ai 1.725 miliardi di euro, come evidenziato nella ricerca dello Svimez, la chiusura dell’ex Ilva ed il blocco della produzione avrebbe un valore pari a circa l’1,4 per cento del Prodotto Interno Lordo, al quale andrebbero aggiunti gli investimenti andati in fumo come quello del gruppo  ArcelorMittal che si era si è impegnato contrattualmente ad effettuare investimenti ambientali per 1,1 miliardi ed investimenti industriali per 1,2 miliardi, oltre al pagamento dell’azienda per 1,8 miliardi, al netto dei canoni di affitto già versati. Ai conteggi effettuato dagli analisti dello Svimez, andrebbe sommata chiaramente  la perdita di occupazione: attualmente in Italia per il gruppo Arcelor Mittal lavorano 10.700 dipendenti, di cui 8.200 a Taranto (dove sono in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane, dal 30 settembre, 1.276 dipendenti per crisi di mercato).

Sulla base dell’analisi econometrica dello Svimez, dal sequestro dello stabilimento avvenuto a luglio 2012 per delle folli decisioni della magistratura locale, più che “politicizzata”, sono andati perduti ad oggi la bellezza di “23 miliardi di euro di Pil, l’1,35 per cento cumulato della ricchezza nazionale”. Lo studio economico ha considerato l’impatto della crisi dello stabilimento sull’andamento della produzione reale e fra il 2013 e il 2018, la perdita sarebbe stata tra i 3 e i 4 miliardi di euro ogni anno .

“Siamo la seconda manifattura siderurgica europea — ricorda  Alessandro Banzato presidente di Federacciaie perdere la presenza in Italia di ArcelorMittal significherebbe mettere in guai pesantissimi anche l’intera filiera che è a valle del prodotto finito e di cui si parla purtroppo poco. In Italia si producono 8,5 milioni di tonnellate all’anno di coils, di cui 5 milioni a Taranto, con importazioni pari a un valore di 5,6 milioni di tonnellate. Se Taranto non ci fosse più, si determinerebbe uno squilibrio a favore dell’import di acciaio di proporzioni enormi“.

 Sull’Ilva di Taranto, il governo gioca partite diverse. Ed ancora una volta non le gioca in squadra, mentre il leader della Lega Matteo Salvini si erge a unico difensore di 15mila lavoratori.  Non si possono affidare le sorti di un’intera provincia come quella di Taranto, che è grande quanto la Regione Basilicata,  nel pensiero ed operato dell’ex-ministra del Sud Barbara Lezzi (M5S) , prima firmataria e prima sostenitrice dell’emendamento al decreto imprese che il 22 ottobre ha cancellato l’immunità per i gestori della più grande acciaieria d’Europa.

Uno scudo che pochi mesi con il decreto legge “Crescita” in piena campagna elettorale per le europee, era stato modificato dal Ministro Di Maio che lo aveva  condizionato allo svolgimento delle bonifiche, dopo che  ne aveva tolto uno analogo. Senza alcun consenso degli elettori, che avevano penalizzato il M5S che dopo un anno hanno perso oltre il 20% dei consensi. Con quell’emendamento, che voleva prendere di mira il capo politico M5S e uno dei suoi tanti compromessi, due settimane fa l’ex ministra salentina è riuscita a portarsi dietro tanti senatori da mettere a rischio persino l’approvazione del decreto imprese su cui il Governo ha dovuto porre il voto di fiducia.

“Piuttosto andiamo tutti a casa”, avevano gridato i senatori grillini, in accordo con gli esponenti di Leu-Liberi e Uguali,  in una delle riunioni infinite che hanno segnato la svolta: la capitolazione di Patuanelli, prima. Poi del ministro ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. coinvolgendo il Pd ed Italia Viva : stralciamo lo scudo, vada come vada, era stata questa la decisione unanime che  adesso, l’ex ministro dello sviluppo economico (Governi Renzi e Gentiloni, n.d.r.)  Carlo Calenda rinfaccia a tutto il governo.

I ministri “dem” ripetono: “Patuanelli in consiglio dei ministri ci aveva assicurato che non ci sarebbero state conseguenze sull’impegno di Mittal. Gliel’abbiamo chiesto tutti”. il ministro dello Sviluppo Economico aveva anche detto “Non ho la sfera di cristallo”.

I vertici del governo a trazione M5S-Pd in realtà sapevano molto bene cosa sarebbe accaduto: non tanto per lo scudo quanto per i 2 milioni di perdite al giorno della fabbrica di Taranto, che un colosso mondiale come Arcelor Mittal poteva sopportare, ma sopratutto  per i problemi di sicurezza dell’Altoforno 2. con un’obsolescenza alla quale si rimedia solo con “investimenti giganteschi”. La Lezzi non sapendo cosa dire, a causa delle sue evidenti incompetenze,  ricorda quando, a giugno 2018, Beppe Grillo immaginava per l’Ilva una totale riconversione, un parco sul modello di quanto fatto nel bacino della Ruhr in Germania. Di Maio lo aveva subito sconfessato : “Sono opinioni personali“, abbandonando le promesse dei grillini locali in campagna elettorale (chiusura programmata e riconversione) e concludendo la trattativa avviata da Calenda, che fino a pochi giorni prima aveva tentato di invalidare. E che porta la firma finale proprio di Luigi Di Maio.

La verità come scrive il collega Sergio Rizzo su La Repubblica , è che manca la visione che è sempre mancata. E anche il nuovo potere finisce per ripercorrere le stesse strade del passato, lastricate di clientele e contributi pubblici. Senza riuscire a immaginare modelli di sviluppo diversi da quelli fallimentari di una industrializzazione forzata e sussidiata, priva di industrie a valle, priva di infrastrutture, destinata a produrre sviluppo effimero.

Così come era accaduto nei decenni dell’acciaio di Stato ed era stato replicato nell’epoca dei Riva, neppure negli ultimi sette anni, da quando il bubbone dell’inquinamento dell’Ilva di Taranto è scoppiato, è stata affacciata una parvenza di soluzione credibile di lungo periodo, un’alternativa di sviluppo e sostenibilità. Che avrebbe certo avuto bisogno di tempo, ma anche di qualcuno che l’avesse pensata, discussa, elaborata. E ora siamo arrivati al dunque. Come già nel Sulcis, in Sardegna. O a Termini Imerese, in Sicilia. E quasi ovunque in tutto il Sud. Dove si continua a mettere pezze sempre più piccole, con progetti che evaporano, investitori che si dileguano, e promesse buone solo per le campagne elettorali che sfociano regolarmente in cassa integrazione. O in alternativa, adesso, nel “famoso” reddito di cittadinanza.

I giovani del Sud continuano a fuggire. Crollano gli investimenti pubblici. Va male l’agricoltura, bene il terziario. L’industria stenta. Scarsi i servizi ai cittadini, a partire dalla sanità e dalla scuola. Sul piano occupazionale, il reddito di cittadinanza ha avuto un impatto nullo. Non solo, secondo lo Svimezinvece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro”. Sono questi alcuni elementi che emergono dal Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, presentato ieri a Montecitorio, a Roma, proprio nelle ore in cui  esplodeva la vicenda Arcelor Mittal .

Cosa altro  altro deve accadere in Italia perché questa squalificata sottoclasse politica comprenda che è finito il tempo delle parole e degli slogan di protesta, e che adesso ed è in gioco il futuro stesso del Paese?



Quello che i “grillini” non raccontano sui loro scontrini a 5 stelle…..

Schermata 2015-11-25 alle 02.56.50Il ritardo nell’aggiornare le note spese poteva costare l’espulsione dal Movimento 5 Stelle . In realtà, soltanto 38 parlamentari 5 stelle su 127 sono in regola con la rendicontazione. Lo si scopre consultando i dati presenti sul sito  tirendiconto.it , la piattaforma online su cui gli eletti “pentastellati” sarebbero tenuti – per regolamento interno – a riportare i dettagli dei “costi” di mandato ed a restituire le eventuali eccedenze. In realtà non lo fa praticamente quasi nessuno !

Se ne è occupato anche il settimanale L’ESPRESSO che ha scoperto che la maggior parte dei parlamentari, 61, non aggiorna la propria posizione dal maggio scorso. Tra loro anche due big membri del “direttorio” del M5S : il vice presidente della Camera Luigi Di Maio e il presidente della Commissione vigilanza Rai Roberto Fico. Un po’ più fresca, invece, fra le new entry è la scheda della deputata Carla Ruocco, che ha presentato le fatture soltanto fino al mese di luglio scorso. Cioè sino a 4 mesi fa.

Gli unici puntuali tra i “dirigenti” al momento sono Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia, i quali  hanno rendicontato fino a settembre che è il mese più recente consultabile sul sito. Tutti gli altri parlamentari aggiornano in ordine sparso: tre sono fermi addirittura a febbraio, cinque a marzo (tra cui Nicola Morra,Michele Giarrusso e Serenella Fucksia), tre a giugno, cinque a luglio e dodici ad agosto.

Schermata 2015-11-25 alle 02.56.26Se parte dell’indennità viene puntualmente versata nel fondo di garanzia per il microcredito (quasi 2mila euro a testa), sulla diaria e sugli altri rimborsi si può chiudere un occhio. Sono in molti a spendere quasi tutti i soldi messi a loro disposizione dalle Camere, più o meno dai 7 ai 10 mila euro al mese cadauno. Ma come viene investito il denaro che ogni mese arriva nelle tasche dei grillini eletti? Il settimanaleL’ESPRESSO  ha preso in esame le ultime rendicontazioni per ogni parlamentare del Movimento 5 stelle.

Un tetto confortevole

Una delle voci di spesa più importanti, ovviamente, è quella per la casa. Un affitto a Roma, si sa, costa molto, soprattutto se vuoi alloggiare vicino al Parlamento. I rappresentanti 5 stelle spendono in media 1.500 euro a testa. Una cifra che tiene conto dello stile austero di Luigi Di Maio, che per alloggio più utenze ha pagato 706 euro a maggio, ma anche dell’approccio meno sobrio di alcuni suoi colleghi.

Sono 22, infatti, i rappresentanti grillini che sborsano (ma i soldi sono dei contribuenti) più di 2mila euro al mese per un tetto nella Capitale. Tra questi, l’onorevole Marta Grande (2.271 euro, dato di maggio) e il senatore Nicola Morra (2.155 euro, dato di marzo). I più spendaccioni sono: il piemontese Carlo Martelli, che a giugno ha rendicontato 2.527 euro e il sardo Roberto Cotti, 2.448 euro sempre a giugno. Cifre che generalmente comprendono sia il canone mensile che il costo per le utenze e le pulizie.

Schermata 2015-11-25 alle 03.03.09Gli affamati

Ma uno dei dati più interessanti riguarda il cibo. Il vitto, infatti, è rimborsato dal Parlamento e anche sotto questa voce di spesa si registrano atteggiamenti diversi a seconda dell’eletto. C’è chi dichiara 30 euro di spesa al mese e chi invece si abbuffa a dismisura. Il più ingordo di tutti è il deputato campano Salvatore Micillo, che a maggio è riuscito a spendere ben 2.937 euro. E non sotto la voce “pranzi istituzionali” o “cene di rappresentanza”, ma sotto quella “alimentari”. Praticamente i cittadini italiani hanno pagato la spesa al supermercato dell’onorevole. Per molto meno, a Roma, il partito di Grillo ha chiesto le dimissioni dell’ex sindaco Ignazio Marino.

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nella foto Alessandro Furnari e Vincenza Labriola

Al secondo posto di questa speciale classifica si piazza il pugliese Francesco Cariello (1.566 euro a maggio) che li ha spesi quasi tutti per “pranzo/cena/bar”. Ma tra i migliori classificati, a sorpresa si piazzano tre volti molto noti del Movimento: la senatrice Serenella Fucksia (1.120 euro a marzo), il capogruppo alla Camera Federico D’Incà (1.013 a settembre) e il suo senatore Michele Giarrusso (994 euro sempre a marzo). In tutto, sono una quindicina i parlamentari in grado di spendere più di 900 euro al mese solo per mangiare.

A proposito di “affamati”…come non ricordare i due (ex) grillini, ex illustri disoccupati,  Alessando Furnari e Vincenza Labriolaselezionati, candidati ed eletti a Taranto dal Movimento 5 Stelle, i quali appena eletti in Parlamento hanno onorato con coerenza le loro promesse… passando subito al Gruppo Misto,  pur di non rinunciare ai loro circa 20 mila euro al mese ? Per conoscere il loro impegno in favore degli elettori tarantini bisognerebbe chiamare la Sciarelli a “Chi l’ha visto ?” !!!

Consulenze varie e “altre spese”

Schermata 2015-11-25 alle 02.29.45Poi c’è il capitolo dei soldi destinati a consulenze di varia natura e alle nebulosissime “altre spese”. Per quest’ultima voce non è presente alcuna giustificazione ulteriore, quindi non è dato sapere di che si tratti. Ma almeno sappiamo chi si è guadagnato la pole position assoluta in questa gara: il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia Luigi Gaetti. Ad agosto, il senatore mantovano ha pagato 3mila euro per “consulenze varie” e 2mila per “altre spese”, 5mila euro in un sol colpo senza specificazioni aggiuntive. Vacanze ? Secondo classificato, il capogruppo della Commissione Industria al Senato Gianni Girotto, che a luglio ha speso 3.947 euro, di cui 2.420 in non meglio precisate “consulenze varie”. Dietro di lui, ma solo di un passo, si piazza il deputato lombardo Alberto Zolezzi: 2.474 euro di “consulenze varie” e 1.046 euro di “altre spese” a luglio (a giugno per le stesse voci aveva speso rispettivamente 2.767 e 1.033 euro).

Anche Barbara Lezzi, salita agli onori delle cronache per aver assunto come portaborse la figlia del compagno, si è guadagnata un buon piazzamento coi suoi 3.250 euro spesi a maggio soprattutto per “consulenze di natura legale”. E tra coloro che hanno investito cifre importanti spuntano anche Roberta Lombardi (1.352 euro per consulenze informatiche ad agosto), Alessandro Di Battista (1.575 per consulenze legali settembre) e Carlo Sibilia (1.658 “consulenze varie” a settembre). Almeno 22 parlamentari hanno speso più di mille euro.

Eletti in Movimento

Schermata 2015-11-25 alle 02.46.16Taxi, treni, aerei, rimborsi chilometrici. Gli spostamenti dei parlamentari gravano ovviamente sul bilancio dello Stato. Come, del resto, tutte le attività che organizzano su territori di provenienza. E i portavoce 5 stelle stanno molto in giro. Roberto Fico, ad esempio, ha ricevuto rimborsi per 3.104 euro rendicontati alla voce “spese logistiche per partecipazione ad eventi”. Attivissimi sui territori anche Carla Ruocco, che ha speso 2.374 euro a luglio per “missioni non ufficiali” e il senatore Sergio Puglia, 2.637 euro a maggio soprattutto per “stampa di materiale informativo”. Poi c’è chi prende spesso il taxi, come Nunzia Catalfo, che a marzo ha rendicontato 819 euro, e chi chiede i rimborsi chilometrici come Marco Brugnerotto (926 euro a settembre). Luigi Di Maio, quasi sempre francescano, nel mese di maggio per i trasporti ha speso 1.280 euro, tra taxi, carburante, noleggio auto, pedaggi e parcheggi.

La fabbrica degli assistenti 

Schermata 2015-11-25 alle 03.06.28Un ultimo sguardo lo merita il capitolo “collaboratori. I parlamentari impiegano somme diverse per pagare i propri aiutanti. Si va dai mille ai 5mila euro, a seconda dei casi. Ma ci sono anche esempi eclatanti. Il primo gradino del podio spetta senza dubbio al deputato Paolo Romano che a maggio ha speso 8.329 euro. Poco più di quanto ha sborsato Silvia Benedetti che con i suoi 7.833 euro a febbraio si piazza al secondo posto. Sul terzo gradino, infine, sale l’ex capo gruppo alla Camera Alessio Villarosa che a maggio ha pagato 6.316 euro.

Le spese allegre dei sindaci “grillini” 

Schermata 2015-11-25 alle 02.34.31A Parma sotto la guida del Sindaco del M5S Pizzarotti al Comune succede anche di tagliare i servizi alla persona e spendere 100.000 per la musica elettronica. Il sindaco grillino prometteva di fermare l’inceneritore, ma ha preferito invece di occuparsi di musica progettando di spendere tutti questi soldi per un concerto musicale di Capodanno. A Bagheria in Sicilia il sindaco grillino Patrizio Cinque ha distribuito consulenze a tutta forza a partenti ed “attivisti” del Movimento 5 Stelle  40mila euro assegnati a tre consulenti (un parente di un assessore, al padre di un consigliere comunale ed a un attivista del M5S).

Schermata 2015-11-25 alle 03.55.40E possiamo non ricordare quanto accaduto a  Sedriano, il primo comune della Lombardia sciolto per mafia. Che il 15 novembre è andato al voto, che vedeva i ‘grillini’ dati per favoriti. Ma nella lista spicca un nome che rischia di diventare ingombrante. E’ quello di Gabriele Panetta, classe 1965, calabrese. Al quale il senatore Luigi Gaetti, vicepresidente ‘grillino’ della Commissione Antimafia al Senato, sentito da ilfattoquotidiano.it, chiedeva di valutare l’opportunità “di un passo indietro a tutela di tutti”. A scoprirlo il Fatto Quotidiano, diretto dal collega Marco Travaglio, notoriamente “vicino” ed in linea con le posizioni e battaglie del M5S. Panetta “arriva al nord da ragazzo e, dopo qualche anno a Garbagnate Milanese, si trasferisce a Bareggio, dove conosce Rocco Musitano, capo dell’omonima famiglia mafiosa. Il 23 marzo del 1983 il boss della ‘ndrangheta esce dal bar ‘Jesi’ di via Manzoni, si dirige all’ingresso del vicino Luna Park, saluta Panetta e sale sulla sua A112. Percorre pochi metri, quando un’auto lo affianca e un uomo gli scarica addosso una raffica di mitra, mentre un altro scende e lo finisce con due colpi alla testa, esplosi da una calibro 38. Panetta è giovanissimo, ancora non ha compiuto 18 anni. I carabinieri lo interrogano come testimone e non sarà mai indagato. Il suo nome finisce nelle carte dell’inchiesta Nord-Sud, uno dei primi maxiprocessi degli anni Novanta sulla ‘ndrangheta nel milanese, e la sua deposizione permette di ricostruire la dinamica di un omicidio che avviene in Lombardia, ma viene concepito in Calabria. “Nel contesto della cosiddetta faida Musitano-Marando, che ebbe inizio – si legge nella sentenza della Corte d’Assise di Milano l’11 giugno del 1997 – con l’uccisione di Luigi Marando, avvenuta a Platì il 19 ottobre 1979 a opera di esponenti della famiglia Musitano per una questione di spartizione di illeciti proventi di una rapina. Il cadavere del Marando fu gettato in una discarica: gesto che provocò un maggior risentimento della famiglia, che decise di sterminare i Musitano”. Ecco chi seleziona e candida il Movimento  5 Stelle !

Il Movimento “NoTav” viaggia in alta velocità

Schermata 2015-11-25 alle 02.46.28Una pagina del socialnetwork Facebook, ha pubblicato una serie di esponenti del Movimento 5 Stelle, il cui leader Beppe Grillo è ampiamente noto per le sue battaglia “NO-TAV”, comodamente seduti sulle poltrone dei treni dell’ Alta Velocità, dormendo piacevolmente…Da Grillo a Vito Crimi fotografati dormivano beatamente, a Casaleggio che “navigava” con il suo tablet viaggiando in FrecciaRossa grazie all’ Alta Velocità ferroviaria. “Sposteremo gli uffici parlamentari presso le case e le aziende che vogliono espropriare per costruire il Tav: dovranno passare sul nostro corpo” era l’appello pubblicato sul blog di Beppe Grillo (che intasca personalmente  tutta la ricca pubblicità che ospita) diceva il senatore M5S Vito Crimi a Il Fatto Quotidiano  annunciando la mobilitazione generale in difesa dei proprietari delle zona di Calcinato in provincia di Brescia.”Espropri di case, cascine, terreni e aziende agricole”, diceva il parlamentare grillino, “con offerte di denaro per rinunciare a una vita e ripartire da zero. Sono queste le condizioni per realizzare l’inutile grande opera della linea Alta velocità Milano-Venezia, che passerà anche da Brescia”.

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fotomontaggio tratto da Il Fatto Quotidiano del 3 giugno 2015

Secondo il Movimento 5 stelle il Tav , cioè l’ alta velocità è un’opera inutile perché non terrebbe conto delle “reali esigenze dei pendolari”. “Ogni giorno”, conclude il post di Crimi sul blog grillino , “viaggiano 3 milioni di passeggeri, contro i soli 70mila delle “frecce. I turisti che usano le linee locali sono 22 milioni in tutta l’area gardesana. Infine sono stati investiti circa 6 miliardi di euro per risparmiare 20 minuti di tempo fra Milano e Venezia”.  A Taranto invece gli attivisti ed esponenti “grillini”, la stragrande maggioranza formata da fuoriusciti da altri partiti e movimenti o di gente alla ricerca di uno stipendio, di un incarico “pubblico”, si lamentano perchè l’ Alta Velocità non arriva ! Ah benedetta corenza….!!!

Tutti in “famiglia”

Schermata 2015-11-25 alle 02.54.00Sonia Toni, oltre ad essere una “grillina” della prima ora, è  sopratutto la prima moglie di Beppe Grillo, con il quale ha avuto due figli, e con cui nonostante la separazione, mantiene buoni rapporti. Quando il suo nome ha iniziato a girare tra i possibili candidati a Rimini, ne è nato un vero “caso” interno al Movimento5Stelle,  come racconta il Corriere della Sera.

Nel Comune romagnolo si voterà in primavera e la base 5 Stelle è in pressing per le liste e perché si trovi a breve il candidato che sfiderà il pd Andrea Gnassi, in corsa per il bis. Sonia Toni nei giorni scorsi ha confermato: “Forse sarò uno dei nomi in lista, ma non come candidata a sindaco“. La sua candidatura ha creato non pochi problemi. Tra i primi a polemizzare, Gianluca Tamburini, attuale capogruppo M5S al Comune di Rimini: “Mai vista alle riunioni, noi non la conosciamo”, ha dichiarato al quotidiano il Resto del Carlino . Dando vita a un botta e risposta anche sui social. “Il mio nome viene fuori perché a pochi mesi dal voto perdete tempo su rotonde, parcheggi, fondazione Fellini”, replica l’ex-signora Grillo.

Concludendo, cari lettori, tutte queste notizie a Taranto non le troverete nè sui siti internet che hanno paura di perdere qualche “click” o qualche squallido “mi piace” sui socialnetwork, nè tantomeno su qualche quotidiano stampato, i cui giornalisti lavorano grazie ai contratti di solidarietà (altrimenti avrebbero già chiuso) pagati anche grazie ai soldi dei contribuenti.

Come sempre a verificare quello che accade, a raccontarvi e documentarvi quello che ogni cittadino e lettore è tenuto a sapere è il Corriere del Giorno, quotidiano online che non richiede e riceve contributi pubblicità,  e sopratutto dal 1 agosto 2014 vi informa ogni giorno gratis, senza padroni e padrini  alle spalle !