Csm: le intercettazioni che hanno inguaiato il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio

Riccardo Fuzio

ROMA Riccardo Fuzio è stato, è ormai il caso di parlare al passato, uno dei più importanti magistrati italiani. Procuratore generale della Cassazione, e conseguentemente membro di diritto del Consiglio superiore della magistratura, è intervenuto duramente nello scandalo che ha travolto gli equilibri interni dell’organismo di autogoverno delle nostre toghe.

Incredibilmente  qualche giorno fa Fuzio, essendo a capo della sezione disciplinare della Corte di Cassazione, ha chiesto la sospensione facoltativa dalle funzioni, e quindi anche dallo stipendio,  di Luca Palamara il magistrato di Roma indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, regista e protagonista dei dopocena “carbonari” con alcuni colleghi del Csm, di cui è stato consigliere nella passata consiliatura,  ed i due esponenti politici del Pd  Luca Lotti e Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa) in passato militante nel centrodestra.

Riunioni e cene notturne organizzate in uno squallido “alberghetto“, ubicato proprio al portone accanto al Csm  per discutere e pilotare sia le nomine dei vertici delle procure italiane, a partire da quella di Roma, e per gestire i “dossieraggi” organizzati contro i magistrati che avevano causato dei guai giudiziari a Palamara. È proprio Fuzio colui che nell’atto di incolpazione nei confronti di cinque membri togati (cioè giudici e magistrati) del Csm, che ha attaccato il renziano Luca Lotti, quest’ultimo a processo per il caso Consip dinnanzi al Tribunale di Roma, sostenendo che “si è determinato l’oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”.

Il ciclone che si è abbattuto sulla (mala)giustizia italiana, è però pieno di paradossi. E così adesso lo stesso magistrato “accusatore” d’ufficio,  è finito anche lui coinvolto nello scandalo . Le cronache giornalistiche avevano già dato notizia due settimane fa di un incontro avvenuto il 27 maggio tra lo stesso Fuzio e Palamara,  e di un’intercettazione tra Luigi Spina, ex membro del Csm, e  Palamara e  in cui il primo riferiva al secondo che il procuratore generale della Cazzazione Riccardo Fuzio, in un sms mandato dall’estero, gli aveva detto di riferire a Palamara “di non fare niente…quando torno lo chiamo“.

Il “furbetto” Fuzio non ha fatto una piega, ed è rimasto comodamente seduto sulla sua poltrona. Ma ecco le trascrizioni integrali di un altro incontro a quattr’occhi tra Riccardo Fuzio e Luca Palamara. in occasione del quale il procuratore generale della Cassazione sembra rivelare (violando la Legge !)  all’amico pm Palamara delle notizie riservate sull’inchiesta di Perugia nei suoi confronti, e parlare dell’esposto “pre-confezionato” di Stefano Fava (un pm della procura di Roma, buon amico di Palamara e adesso anch’egli indagato per favoreggiamento) contro i colleghi Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, rispettivamente (ex) procuratore capo e procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Roma.

Riccardo Fuzio e Luca Palamara

Ma non solo. Fuzio e Palamara si confrontano anche sul “valzer” delle nomine dei procuratori capo della Capitale e di Perugia. Nelle strategie  di Palamara il procuratore generale della Cassazione conta molto quale membro di diritto del Csm, : il suo voto o astensione , come ipotizza di fare all’amico il magistrato indagato,  può essere decisivo negli equilibri e meccanismi elettorali nel plenum del Csm . I due addirittura scendono nei dettagli delle preferenze che i candidati più forti (Creazzo, Lo Voi e Viola) potrebbero ricevere nel plenum e pianificano le proprie strategie più efficaci per mettere d’accordo le varie correnti del “parlamentino” della giustizia Italia. “Il problema è lavorare sui numeri. Questo è il problema” sintetizza Fuzio a Palamara.

Partiamo dal principio , cioè del 21 maggio scorso. Sono le ore 22 . I militari del Gico della Guardia di Finanza, tramite il trojan introdotto nel cellulare di Palamara, ascoltano e registrano  la conversazione intercorsa  tra Luca Palamara e “Riccardo”, che gli investigatori identificano come Riccardo Fuzio che parla con l’indagato dell’esposto di Fava appena arrivato al Csm a carico di Paolo Ielo e Giuseppe Pignatone, parlando senza alcuna preoccupazione dei guai giudiziari del magistrato Palamara, e dei presunti conflitti d’interesse del fratello di Pignatone con l’avvocato siciliano Piero Amara.

PALAMARA:E cioè mi devi fare capire, ora fammi capire tutto…Perché io…se c’ho da preoccuparmi…ma tu l’hai letto? Le carte che dicono?”
RICCARDO (FUZIO): “Per questa cosa che ho detto…è una cosa che invece era nota a tutti perché non solo…ma era…a patto che la nota è indirizzata a quattro persone della procura e quindi tra questi sta Cascini (Giuseppe, membro togato del Csm ndr) e lui sa bene di questa cosa qua…però se ne tiravano fuori…“no, ma io non sapevo”…
PALAMARA:Ma chi cazzo ohhh
FUZIO: “Però io a lui (probabilmente Cascini, o altro membro del Csm ndr) l’ho rassicurato, gli ho detto guarda…e lui mi ha rassicurato…quando dicono, ma l’informativa…è chiaro che l’informativa è partita, poi bloccata… “non si può”…
PALAMARASu Pignatone gli ho detto pure: “Ma che sta a dì oh…ma che cazzo sta a dì?”…ma lui…ma che il fratello di Pignatone prende i soldi da lui (Amara, ndr) questo non lo sconvolge fammi capì? Si preoccupa solo di me lui…ma che cacchio di ragionamento è?”
FUZIO:  “Ma il fratello di Pignatone pigliava i soldi da Amara?”
PALAMARA:Eh
FUZIO: “Cioè, ma lui gli atti…”
PALAMARA: Eh ho capito ma bisogna spiegargli la situazione se no così che facciamo? Oggi è venuto Bianconi (giornalista del Corriere della Sera n.d.r.) a dirmi che sono arrivate le carte da Perugia…chi glielo ha detto oh? E lui non può fa così…cioè, quando gli servono i voti..

Il procuratore generale Fuzio ascolta attentamente l’amico indagato per corruzione. Sostiene di aver spiegato a qualche collega del Csm che la storia di Palamara è diversa da come la raccontano i pm perugini, “…“perché non conoscete la realtà…” e cita Fuzio”Guarda i passaggi sono questi e quindi tu mi devi dire come un anno non esce nulla…la mossa della tempistica come pensate di gestire? Voi ritenete che questa tempistica sia contro Luca?” Evidentemente non sappiamo come vogliono gestire questa cosa…se vuole essere un condizionamento…poi non potevo dire chiaramente Viola non Viola“.

Luca Palamara e Fabrizio Centofanti

Le preoccupazioni di Palamara

Luca Palamara è molto preoccupato dell’informativa dei pm di Perugia. Come è noto, al centro delle accuse di corruzione a Palamara ci sono i suoi rapporti con il lobbista-faccendiere  Fabrizio Centofanti che gli avrebbe fatto favori di vario tipo, in cambio di viaggi e altre utilità, e così facendo secondo i pm umbri avrebbe venduto all’imprenditore la sua funzione di magistrato.

PALAMARA: Perché almeno l’unico modo per controbattere l’informativa è poter darle l”archiviazione, se no che cazzo faccio giusto? Però rimane l’informativa che mi smerda...nessuno gli dice questa cosa qui, questo è gravissimo…qualcuno glielo deve dire, cioè o gli dici chiaro, sennò veramente io perdo la faccia…mi paga il viaggio, l’informativa non l’ho mai letta, non si sa di che importo si parla…qual è l’importo di cui si parla? Si può sapere?
FUZIO: “mahhh”
PALAMARA:Cioè io non so nemmeno quanto è l’importo di cui parliamo
FUZIO: “Si…ci stanno le cose con Adele (cioè Adele Attisani l’amica del cuore di Palamara alla quale, secondo le accuse, Centofanti compra un anello, ed offre soggiorni in hotels di lusso  ndr)
PALAMARA: Cioè…almeno tu…ma le cose con Adele…
FUZIO: “E il viaggio a Dubai…”»
PALAMARA: “Viaggio a Dubai…Quant’è? Ma quanto cazzo è se io…allora…”
PALAMARA:  E di Adele…cioè in teoria…va bè me lo carico pure io…quanto..quant’è, a quanto ammonta?
FUZIO: “Eh…sarà duemila euro”.

L’anello da 2mila euro per Adele Attisani

Duemila euro è la cifra esatta contestata dai pm umbri per il presunto acquisto da parte di Centofanti di un anello per Adele Attisani. I due magistrati parlano anche delle relazioni pericolose intercorse tra lo stesso Luca Palamara, gli imprenditori Pietro Amara e Giuseppe Calafiore ed il pm corrotto Giancarlo Longo arrestato appena 48h fa a seguito della sua condanna definitiva, il quale a verbale ha affermato che Palamara   avrebbe ricevuto dagli avvocati  Amara e Calafiore la somma 40 mila euro per favorire la sua nomina a procuratore capo di Gela.

PALAMARA: Io che cazzo ne so Riccà…ma io non ho assolutamente…che c’entro io…
FUZIO: “..era Longo o…”
PALAMARA: A sì certo…e ma io…l’abbiamo condannato…cioè, ma io non ho..
FUZIO: “E Longo l’avete condannato?”
PALAMARA: “Certo…non ha mai fatto…certo gli ho detto, che faccio? Le faccio. Non le ho mai fatte perché la mia linea è stata quella di fare il processo a Scavoli, di fare il processo alla Righini, li ho fatti tutti…quindi non mi sono mai accanito…cioè non è che sono andato…cioè tu dici che non dovevo proprio vedè le carte lì…
FUZIO: “No no no”
PALAMARA:Eh..ero consigliere…
FUZIO: “Da quelle carte…che Longo le spulciava…”
PALAMARA:  “Il collegamento Centofanti-Longo, sì, ma io…cioè…era un rapporto…io dovevo giudicare Longo non...(incomprensibile, ndr) se avessi favorito Longo!
FUZIO: “Sì, ti arrestavano”
PALAMARA:  “Allora mi arrestavano“.

Il mercato delle vacche (cioè delle nomine)

Il procuratore generale della Cassazione Fuzio e Luca Palamara poi passano a parlare delle nomine. Dalle trascrizioni, sembra di essere a un suk, un mercato delle vacche. Con Fuzio che dà più di un consiglio, e con la coppia che si mette a fare i conti sulle possibili decisioni del plenum del Csm in merito alle votazioni finali. Ipotizzando scenari diversi e alleanze tra Unicost, la corrente di centro di cui Palamara è leader indiscusso, Magistratura indipendente, la corrente più spostata a destra, ed Area, la corrente di sinistra.

FUZIO: “…Cascini a un certo punto…non vuole…non vuole Lo Voi
PALAMARA: “Ma è chiaro…sa che ci sto io sopra...”
FUZIO: “Perché neanche loro…allora dice…a questo punto sono iniziati di teatri, ma alla catanese…io gli ho spiegato…dico guarda…il problema è questo, che loro mettono subito…calano le braghe su Creazzo…però, se tiene, è chiaro che…si può anche non sfidare…”
PALAMARA:UnicostArea o Uni…cioè tu dici…
FUZIO: “no: Unicost – MI” (MI sta per Magistratura Indipendente – n.d.r.)
PALAMARA:E come fai? Se non…
FUZIO: “Portano…portano Creazzo, dopo vogliono Viola
PALAMARA:E Area?
FUZIO: “A quel punto Area si toglie…può anche votare…ti dirò di più…”
PALAMARA:Lo Voi?
FUZIO: “No…può votare Creazzo, ma a questo punto se loro sono d’accordo con i movimenti (intende verosimilmente la corrente Movimento per la Giustizia, ndr)…questa cosa, cioè il ritardo può anche…questo, che anche se votano Creazzo pure quattro noi, cinque e quattro nove…MI, Area e…e i tre grillini votano Viola, si va in plenum e a quel punto non esce…”
PALAMARA: Appunto”
FUZIO: “Oppure devono entrare…devono rimanere in tre per fare il ballottaggio”
PALAMARA: Ma noi dobbiamo…c’abbiamo il consenso, è l’unica cosa, come al solito a quel punto, per salvare il gruppo, cade su di te…ma pure, puoi tenere su Creazzo? In plenum? Come fai? Ce la potresti fare, diglielo a Crini, ma succede un macello se perde con l’astensione tua e vince Viola, è peggio ancora…perché se io dico, non hai capito..se io dico…noi facciamo Viola a Roma tramite l’astensione di Riccardo…va bene, è il gioco delle parti, loro lo sanno e stiamo a posto e tu, io…potresti fare
FUZIO: “Cinque e quattro nove”
PALAMARA: Vanno 5 di Unicost…quattro i Area…e sono nove, Cerabona dieci…bisogna vedè che cosa fa Ermini…Si astiene giusto?
FUZIO:Ermini si dovrebbe astenere”
PALAMARA: Ermini si dovrebbe astenere, almeno quello…visto che mo’ è scandalizzato da me, dalla cosa e tutto quanto che fa? Allora se tu ti astieni non può mai vincere Creazzo

I due continuano a fare i loro calcoli e proiezioni elettorali. Il procuratore generale della Cassazione Fuzio dice che “Giglioti è quello che mi ha fatto tradire la Grillo, e che “il problema è lavorare sui numeri, questo è il problema“. Palamara è ottimista, e chiude dicendo che “da stasera, cambia tutto“.

In effetti è cambiato tutto, ma per tutti compreso loro due




Mattarella indice elezioni suppletive al Csm per sostituire i dimissionari

Antonio Lepre

ROMA – Oggi si è dimesso un altro consigliere del Csm, Antonio Lepre e si aggrava sempre di più il caos all’interno del Consiglio superiore della magistratura dopo l’inchiesta interna e della Procura di Perugia sugli incontri intercorsi fra alcuni membri ed esponenti del Pd per concordare le nomine del vertice del Capo della Procura di Roma, di Perugia  e di altri capoluoghi.

E’ cresciuto anche in maniera esponenziale ed imbarazzante a livello istituzionale il disagio della magistratura sullo scontro per i contatti avuti dai consiglieri del Csm  con Luca Lotti ex ministro Pd . Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio , nell’atto di incolpazione a carico di cinque togati del Csm, riferendosi a Lotti – indagato a Roma per il caso Consip – così ha scritto:  “Si è determinato l’oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”.

Nelle intercettazioni si sente l’ex ministro del Pd, braccio destro di Matteo Renzi, parlando sul  vicepresidente del Csm David Ermini dire: “Però qualche messaggio gli va dato forte“. Un affermazione grave e pesante pronunciata durante la famosa riunione del 9 maggio scorso in cui Lotti trattava ed organizzava con Luca Palamara, Cosimo Ferri ed alcuni consiglieri del Csm sulla strategia da adottare per la nomina del successore di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma.

Uno scandalo istituzionale-politico che imbarazza non poco il Partito democratico. E’ stato soprattutto l’ex procuratore nazionale antimafia e nuovo europarlamentare Franco Roberti a far sentire la sua voce nei giorni scorsi :”Ci troviamo di fronte a fatti gravissimi, che aprono una questione morale, di etica della responsabilità, che riguarda i magistrati ma anche la politica. A partire dal Pd“, Adesso emergono nuovi dettagli dalle intercettazioni. Il segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti, interviene con una nota per dire: “Il partito che ho in mente non si occupa di nomine di magistrati”.

Il neo-segretario del Pd assicura tutti: “Se emergeranno rilievi penali, mi atterrò sempre al principio garantista e di civiltà giuridica secondo il quale prevale la presunzione di innocenza fino alle sentenze definitive. L’oggetto delle indagini non sono le frequentazioni ma il loro merito. Attendiamo per questo che si faccia piena luce. Agli esponenti politici del Pd protagonisti di quanto è emerso non viene contestato alcun reato“. Ed aggiunge: “Ma il Pd non ha mai dato mandato a nessuno di occuparsi degli assetti degli uffici giudiziari“.

Lotti così replica alla nota di Zingaretti : “Senza fare nessuna polemica con Nicola, sono un po’ sorpreso che lo stesso segretario abbia sentito poi la necessità di dire che il “suo” Pd non si occupa di nomine di magistrati: perchè anche io faccio parte del “suo” Pd e – come ho personalmente detto a lui e spiegato oggi in una nota – non ho il potere di fare nomine, che come noto spettano al Csm“.

David Ermini

Ma a smentire e rendere sempre più debole e complicata la posizione di Lotti sono le sue parole pronunciate dall’ex ministro durante la riunione del 9 maggio. Parole scolpite come macigni contenute nell’atto di incolpazione con cui il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha dato avvio all’azione disciplinare nei confronti di cinque consiglieri del Csm. Uno di questi consiglieri, Corrado Cartoni, diceva a Palamara: “Ho problemi con Ermini, ci ho litigato”. Il vicepresidente del David Ermini dalle intercettazioni di Perugia viene raffigurato come un ostacolo alle “strategie” del triumvirato Lotti, Ferri e Palamara.

Nell’atto di incolpazione scritto da Fuzio, si legge: c’era una vera “strategia di danneggiamento” di uno dei candidati alla carica di procuratore di Roma, il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, che venne prefigurata nella riunione del 9 maggio scorso , organizzata dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara e Cosimo Ferri, con Luca Lotti e cinque consiglieri “togati” del Csm, tutto ciò  mentre si manovrava per “l’enfatizzazione” del profilo professionale di Marcello Viola,  procuratore generale di Firenze , il candidato fortemente voluto dai “politici” e che guarda caso è risultato il più votato dalla Commissione per gli incarichi direttivi nella seduta dello scorso 23 maggio sorso.

E’ stato tutto ciò che ha indotto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha indetto per il 6 e 7 ottobre prossimo l’elezione suppletiva per la sostituzione dei membri dimissionari del Csm. Mattarella ha deciso di indire le supplettive a ottobre in quanto la richiesta di scioglimento anticipato del Csm contrasterebbe con la necessità di cambiare le procedure elettorali da più parti richieste. Nella motivazione del Capo dello Stato si legge che le elezioni serviranno a “voltare pagina, restituendo alla magistratura prestigio e fiducia” incrinati per le vicende delle ultime settimane.

Le elezioni suppletive serviranno quindi a sostituire i membri togati del Csm dimissionari, Antonio Lepre e Luigi Spina , rappresentanti eletti dai pm, e quindi non sostituibili con i primi dei non eletti. Infatti i posti riservati al Csm per i pubblici ministeri sono quattro, e alle elezioni dell’anno scorso per il rinnovo dell’intero Consiglio superiore si erano presentati giusto quattro candidati: di qui l’esigenza delle suppletive per la sostituzione dei dimissionari.

Discorso ben diverso invece per i giudici:  le candidature per questa quota erano più numerose dei seggi disponibili. Adesso quindi esiste un bacino di “non eletti”dal quale attingere: al posto di Gianluigi Morlini, da oggi rientrato a fare il giudice a Reggio Emilia, subentrerà Giuseppe Marradi cui proprio ieri il Csm ha decretato il ritorno nel ruolo della magistratura (era distaccato al ministero della Giustizia). A seguito di tutto ciò  cambiano anche i rapporti di “forza” e peso nelle correnti all’interno del Csm. Unicost con l’uscita di Morlini perde un consigliere a vantaggio di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo a cui fa riferimento Marra .

AGGIORNAMENTO

Corrado Cartoni

Corrado Cartoni  membro togato del Csm  di Magistratura Indipendente, uno dei magistrati coinvolti nelle riunioni con Luca Palamara e Luca Lotti per pilotare la nomina del prossimo procuratore di Roma ha presentato le dimissioni:   . “Non ho mai parlato di nomine” dice specificando che  le dimissioni sono state date per “senso delle istituzioni”  scrive l’ormai ex consigliere del Csm nella lettera indirizzata al vice presidente del Csm David Ermini, in cui ha comunicato il proprio passo indietro, .

“Ho rassegnato stamattina le dimissioni da Consigliere del Csm – scrive Cartoninon per ammissione di responsabilità, ma per senso delle istituzioni Non mi è stato consentito di difendermi, e lo farò nel procedimento disciplinare. Preciso che non ho mai parlato di nomine, come erroneamente oggi mi attribuisce un quotidiano”. Cartoni ringrazia “le centinaia di colleghi che, silenziosi, in questi giorni tremendi mi hanno manifestato la loro stima ed il loro affetto”  augurando “buon lavoro” ai colleghi consiglieri ed a chi subentrerà al suo posto.

Al posto di Cartoni si insedierà Ilaria Pepe, seconda dei non eletti alle votazioni dell’anno scorso per il rinnovo del Csm. La nuova consigliera appartiene alla corrente di Autonomia e Indipendenza, che ha tra i fondatori e come leader Piercamillo Davigo. . In questo modo la corrente  raddoppierà la sua rappresentanza al Csm. Attualmente oltre allo stesso Davigo c’è solo un altro consigliere di Autonomia e Indipendenza, Sebastiano Ardita.




Le grandi manovre ed intrighi al CSM per la guida della Procura di Roma

ROMA – E previsto per la fine della prossima settimana il primo voto della 5a Commissione, quella che si occupa degli incarichi direttivi, ma la nomina del Consiglio Superiore della Magistratura per il nuovo procuratore di Roma potrebbe rimanere stand-by a lungo prima di approdare al plenum di Palazzo dei Marescialli . Ed anche lì potrebbero esserci imboscate e sorprese. I lavori sono cominciati, ma risulta tutt’ altro che facile l’indicazione della commissione per la poltrona di capo della Procura della Capitale, lasciata dopo sette anni, a disposizione dallo scorso 9 maggio a seguito del pensionamento di Giuseppe Pignatone dopo essere entrato in magistratura nel 1974.

l’ex-procuratore capo di Roma,Giuseppe Pignatone

Ai giornalisti che Pignatone fa ha voluto salutare e ringraziare soprattutto per  la pazienza dimostrata alle luce delle mie tante non risposte alle vostre domande“, ha detto che adesso tornera’ nella “sua” Palermo per ragioni familiari e di cuore: “Ho trascorso undici anni lontano da questa citta e cioe’ i quattro vissuti a Reggio Calabria come capo della procura e i sette nella Capitale alla guida dell’ufficio giudiziario piu’ importante d’Italia, esperienza cominciata il 19 marzo del 2012“.  Che cosa faro’ adesso? ” E chi lo sa? Di sicuro avro’ tanto tempo a disposizione per leggere ma non si escludono sorprese“. Pignatone continuera’ per il momento  ad andare in giro a presentare il libro “Modelli Criminali” sull’evoluzione negli anni della mafia siciliana e calabrese, con un’analisi sulla criminalita’ romana, che ha scritto a quattro mani con il “fedelissimo” aggiunto Michele Prestipino, .

“Una cosa ve la posso dire – ha aggiunto Pignatone –  lavorerete per molto tempo ancora su cio’ che abbiamo fatto in questi anni“,  riferimento molto chiaro al maxiprocesso su ‘Mafia Capitale‘ che ad ottobre approda in Cassazione,  una vicenda processuale che dal dicembre 2014 non ha mai smesso di tenere banco dal punto mediatico, mentre sono  o saranno presto al vaglio del Gup inchieste delicate come quelle sul nuovo Stadio della Roma, sul caso Consip e sui falsi e sui depistaggi legati al pestaggio subito da Stefano Cucchi in una caserma dei Carabinieri  mentre e’ attualmente  in corso il processo bis in assise sulla morte del ragazzo.

il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura

Le candidature alla guida della procura romana sono in tutto tredici, anche se sin dal primo momento, la rosa ristretta è composta da tre nomi: Francesco Lo Voi attuale procuratore capo di Palermo,   Giuseppe Creazzo procuratore capo di Firenze,  e Marcello Viola procuratore generale di Firenze . Al momento è previsto uno sprint finale tra Lo Voi e Viola, entrambi magistrati esponenti della corrente di Magistratura indipendente. Il problema per assurdo è proprio questo: uno dei due candidati “forti” sicuramente verrà votato dalle altre correnti, mentre l’indicazione da parte dei rappresentanti Magistratura Indipendente potrebbe dividersi. Secondo qualcuno Franco Lo Voi, sarebbe azzoppato a seguito della sua partecipazione alla cena con Matteo Salvini organizzata qualche mese fa dalla giornalista  Annalisa Chirico, anche se occorre ricordare e considerare che l’attuale procuratore capo di Palermo è legato da una profonda amicizia e stima con Pignatone.

Piercamillo Davigo

La  5a Commissione presieduta dal “togato”  Gianluigi Morlini membro togato ha sinora “evaso” 55 nomine. I componenti della commissione, alla loro prima consiliatura, devono affrontare scelte così importanti e non sarà agevole raggiungere l’ accordo tra i quattro togati che la compongono, che sono rappresentativi di tutte le correnti della magistratura,  tra i quali compare anche Piercamillo Davigo, che da presidente dell’ Anm ha ripetutamente denunciato le logiche da “lottizzazione” del Csm, ed i membri laici Emanuele Basile (Lega) e Fulvio Gigliotti (M5S) nominati dal Parlamento in rappresentanza dell’ attuale alleanza gialloverde di governo, .

Si tratta infatti di nomine che si “incrociano”, partendo dal presupposto che i candidati concorrono per diversi uffici direttivi, e che a Roma ci sono da assegnare anche due posti da procuratore aggiunto ai quali aspirano  Antonello Ardituro e Luca Palamara due ex consiglieri del CSM. La tempistica sulle decisioni dipenderà dal numero di proposte votate dalla Commissione Direttitivi, quindi i profili dei candidati verranno analizzati e confrontati e sulle proposte verrà richiesto come previsto per Legge il concerto al Ministro della Giustizia. E dopodichè si andrà al voto definitivo del plenum che in passato ha riservato non poche sorprese.

La corsa è a tre, con l’ imprevista candidatura da parte di Magistratura indipendente , di Viola sfidante di Lo Voi che inizialmente sembrava a tutti poter essere il naturale successore di Pignatone. Fra le altre undici candidature compaiono  Creazzo (Unicost) , il pg di Salerno Leonida Primicerio, il quale è in corsa anche per la guida procura ordinaria della sua città, l’ attuale procuratore capo di Frosinone, Giuseppe De Falco, e quello di Velletri, Francesco Prete. Fra le domande pervenute a palazzo dei Marescialli ci sono anche quelle di Alessandro Mancini  attuale procuratore capo di Ravenna, , di quello di Siena, Salvatore Vitello, e di Claudio Di Ruzza attuale capo della procura dei minori di Campobasso. Anche il pg di Lecce Antonio Maruccia, il  vicepresidente della Corte penale internazionale  Cuno Tarfusser, e  Giuseppe Corasaniti  attuale capo dipartimento Affari di Giustizia hanno presentato la loro candidatura . Un solo procuratore aggiunto in corsa, Michele Prestipino, braccio destro di Pignatone prima a Palermo poi a Reggio Calabria, prima di arrivare a Roma, dove è responsabile della Dda ed attuale reggente della procura della Capitale, in attesa della nuova decisione del CSM.

La Commissione Direttivi valuterà successivamente le ventitré domande per le due poltrone semi-direttive disponibili per procuratore aggiunto della Procura di Roma . Quattordici dei candidati sono già in servizio come sostituti procuratori (cioè pubblici ministeri) nella Capitale : Erminio Amelio, Maurizio Arcuri, Ilaria Calò, Giancarlo Cirielli,  Antonio Clemente,  Sergio Colaiocco, Gianfederica Dito, Nicola Maiorano, Antonella Nespola, Luca Palamara, Stefano Pesci, Vittorio Pilla, Alberto Pioletti, Pietro Pollidori.




Caso Consip, il Csm: censura a Woodcock, assolta Carrano

ROMA – La sezione disciplinare del Consiglio superiore della Magistratura  presieduta dal consigliere “laico” Avv. Fulvio Gigliotti (nominato in quota M5S), nel procedimento disciplinare per il caso Consip, ha sanzionato con la “censura” il pm napoletano John Henry Woodcock ed ha assolto la sua collega pm Celestina Carrano

Woodcock è stato sanzionato esclusivamente per uno dei capi di incolpazione, e cioè per avere mancato al dovere di riserbo e avere avuto un comportamento gravemente scorretto nei confronti dell’allora capo facente funzione della procura di Napoli, Nunzio Fragliasdo, che lo aveva invitato al massimo riserbo sulla vicenda, con le dichiarazioni a lui attribuite pubblicate dalla giornalista barese Liana Milella apparse sul quotidiano “La Repubblica”.
Tutto questo anche se lo stesso procuratore Fragliasso ha dato più volte atto di “grande correttezza ed estrema professionalità” al magistrato . Woodcock che peraltro non ha commesso alcun illecito, né alcuna irregolarità, nella gestione di uno dei capitoli più “delicati” del filone napoletano di quell’indagine giudiziaria.
Dichiarazioni che lo stesso pm ha ammesso di aver fatto in un colloquio privato ad aprile 2017 con la giornalista amica Liana Milella la quale  gli aveva assicurato che non le avrebbe pubblicate. ed ha dimostrato in realtà di non essere poi tanto amica…

A Woodcock era anche contestata l’interferenza con i colleghi romani, ai quali poi era stata trasmessa per competenza parte dell’inchiesta , accusa dalla quale Woodcock è stato assolto. Il pm napoletano è stato assolto anche, insieme alla collega Carrano, per l’altro capo di incolpazione, cioè quella della violazione dei diritti di difesa nei confronti dell’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni, non iscritto nel registro degli indagati e interrogato come teste il 21 dicembre del 2016, senza l’assistenza di un avvocato e con metodi ritenuti lesivi della sua dignità. Circostanze che non sono state provate in alcun modo e quindi sono state ritenute inattendibili.

“Leggeremo le motivazioni, ma sicuramente ricorreremo in Cassazione”. Lo ha dichiarato l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena, difensore del pm di Napoli Henry John Woodcock davanti alla Sezione disciplinare del Csm. Nessun commento invece da parte di Woodcock e Carrano, che hanno lasciato Palazzo dei marescialli senza fare alcuna dichiarazione ai giornalisti.

Il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Marco Fresa, che aveva chiesto la censura per tutti i capi d’incolpazione, riconoscendo al tempo stesso che il pm Woodcock continua a godere di “immutata stima” da parte dell’attuale procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo, si è dichiarato “non soddisfatto” della sentenza e valuterà anche lui se proporre ricorso in Cassazione, una volta lette le motivazioni.




Caso Consip, rinviata al 4 marzo la decisione del Csm sui pm Woodcock e Carrano

ROMA – Si è svolta oggi dinnanzi alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura una nuova udienza del processo  nei confronti del pm Henry John Woodcock, insieme alla pm Celeste Carrano , entrambi in servizio presso la Procura della repubblica di Napoli, che avevano avviato l’inchiesta sul “caso Consip poi trasmessa nel dicembre 2016 per competenza alla Procura di Roma .

Presidente del collegio giudicante il prov. avv. Fulvio Gigliotti (consigliere laico indicato al CSM dal M5S), componenti i consigliere togati dr. Piercamillo Davigo, Marco Mancinetti, Corrado Cartoni e Giuseppe Cascini.

il collegio disciplinare del CSM

Il magistrato dr. Mario Fresa sostituto della Procura generale della Corte di Cassazione ha richiesto la sanzione della censura per Woodcock e l’ammonimento per Carrano. Secondo la procura generale i due magistrati avrebbero violato i diritti di difesa dell’ex consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri,  Filippo Vannoni ascoltandolo nella veste di testimone nell’ambito del caso Consip, quando in realtà erano già in possesso degli elementi necessari per iscriverlo nel registro degli indagati , così come in quegli stessi giorni avvenne con il generale dell’ Arma  Emanuele Saltalamacchia, comandante regionale dei Carabinieri  della Toscana, e con Luca Lotti all’epoca dei fatti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,  i quali erano stati coinvolti per la fuga di notizie sull’inchiesta dalle dichiarazioni dell’ ex amministratore di Consip, Luigi Marroni.

La mancata iscrizione, ha detto Fresa nella sua requisitoria dello scorso 7 febbraio , “configura pienamente l’illecito contestato” di “grave e inescusabile negligenza è grave scorrettezza “; è stata “una scelta non conforme al protocollo, non argomentata e contraddittoria”. I due pm, ha continuato il sostituto della Procura generale si dovevano rendere conto che Vannoni non poteva essere sentito come persona informata dei fatti”. E’ stato “scelto il soggetto più debole per farlo parlare” e secondo il pg si è trattato “di una strategia investigativa: si è ascoltato Vannoni per vestire meglio la notizia di reato” da trasmettere ai pm di Roma, titolari di un altro filone dell’inchiesta. “L’iscrizione nel registro degli indagati quando ci sono i presupposti di legge è un atto dovuto “, ha sottolineato Fresa.

L’ex consigliere del Presidente del Consiglio ha dichiarato di essere stato sottoposto a un incessante serie di domande pressanti, con le quali quale il pm Woodcock lo avrebbe più volte invitato a confessare, indicandogli dalla finestra del proprio ufficio della Procura napoletana, l’adiacente  carcere di Poggioreale.

I pm Woodcock e Carrano  hanno sempre negato le contestazioni, sostenendo di aver sempre agito nel rispetto della legge,  e questa tesi sarà riconfermata nell’udienza che si svolgerà questa mattina alle 11 davanti alla sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli dai loro difensori, l’ex componente del Csm Antonio Patrono e l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena. Secondo la  ricostruzione del sostituto della Procura generale Fresa, vanno addebitate soltanto al pm Woodcock le modalità con le quali Filippo Vannoni venne ascoltato negli uffici della Procura napoletana, la sera del 20 dicembre 2016.

Il dottor Woodcock nel corso di una dichiarazione spontanea, ha risposto alle accuse a suo carico ribadendo di aver sempre agito con “lealtà e correttezza” e di aver svolto quell’interrogatorio nel totale rispetto tutti i diritti del testimone Vannoni. Al pm napoletano inoltre vengono contestate inoltre le sue affermazioni sul caso Consip nel colloquio avuto con la giornalista Liana Milella , riportate sul quotidiano La Repubblica il 13 aprile del 2017. Il pm napoletano ha spiegato che le sue affermazioni non dovevano essere pubblicate e che era stata “tradita”  in quella occasione la fiducia riposta nella giornalista.

Il dr. Mario Fresa sostituto della Procura generale della Cassazione nella sua requisitoria, ha dato atto del percorso professionale del pm Woodcock assolutamente  “privo di incidenti”  e della circostanza che il magistrato continua a godere dell’ “ immutata stima” da parte del procuratore della repubblica di Napoli Giovanni Melillo, capo del suo ufficio.

Questa mattina ha preso la parola per primo l’ ex componente del Csm Antonio Patrono,  difensore del pubblico ministero Celeste Carrano , in servizio presso la Procura della repubblica di Napoli. Il difensore ha ricostruito le origini del procedimento mettendo in evidenza gli “attori” del caso giudiziari sulla Consip, ricordando che erano ben 5 le persone coinvolte nella vicenda, sostenendo la correttezza e legittimità dell’operato della pm Carrano, non accettando critiche sulle tecniche di interrogatorio, che sono ben altra cosa dalle procedure previste dal Codice. Patrono ha concluso ricordando che le accuse a carico dai magistrati napoletani provengono da una persona che si manifesta essere un “bugiardo seriale conclamato“, chiedendo  l’assoluzione della sua assistita da tutte le incolpazioni a suo carico con la formula più ampia possibile, perchè “non ha fatto nulla di illecito“.

Dopo una breve camera di consiglio della Sezione Disciplinare ha preso la parola l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena, difensore del pm Woodcock,  che ha previsto e tenuto  in due parti (oltre due ore) la sua arringa difensiva a tutela dell’operato del magistrato napoletano.

Nella sua arringa difensiva, Marcello Maddalena ha innanzitutto evidenziato alla Sezione disciplinare del Csm la correttezza del pm Woodcock nel suo operato, ricostruendo con una minuziosa relazione letta in aula tutta la vicenda, ha sostenuto che “Vannoni è stato costretto ad accusare i pm napoletani per difendere l’operato di Lotti“.

“Ogni vostra decisione è destinata a interferire su un processo in corso” ha aggiunto  Maddalena, difensore del pm napoletano Henry John Woodcock. La ragione è che lo stesso procedimento disciplinare riguarda appunto i due magistrati “che stavano indagando sull’entourage del primo ministro in carica”  all’epoca dei fatti, cioè Matteo Renzi e che la loro inchiesta penale , trasmessa intanto alla procura di Roma, vede tra gli altri indagati l’ex ministro Luca Lotti e i generali dei carabinieri Tullio Del Sette (in quel momento comandante generale dell’ Arma dei Carabinieri)  ed Emanuele Saltalamacchia, a capo del comando regionale della Toscana,  “è ancora in corso e non è stato definita nemmeno a livello di indagini preliminari”.

La lunga udienza conclusasi nel tardo pomeriggio è stata aggiornata e rinviata al prossimo 4 marzo per la decisione finale

 




Caso Consip: procedura di archiviazione per Tiziano Renzi

ROMA– Questa mattina il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, dall’aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi hanno chiuso le indagini per i tre filoni dell’inchiesta giudiziaria sul “caso Consip” , all’interno del quale Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio (all’epoca dei fatti) , che veniva accusato di traffico d’influenze in uno dei filoni dell’inchiesta .

Rischiano invece di finire invece sotto processo l’ex ministro dello Sport Luca Lotti (favoreggiamento), l’ex comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette (rivelazione del segreto d’ufficio) e il generale dell’Arma Emanuele Saltalamacchia comandante della Legione Toscana dei Carabinieri,(favoreggiamento), l’imprenditore Carlo Russo (millantato credito), Filippo Vannoni (favoreggiamento).

Il generale Del Sette viene  accusato di “rivelazione del segreto istruttorio”.  L’ex presidente Consip, Luigi Ferrara, è accusato di “false informazioni ai pm” per aver dichiarato il falso durante un’audizione reato per il quale però i pm hanno chiesto l’archiviazione. Ad incastrarli i due, secondo i magistrati della Procura romana , sarebbe stata la testimonianza di Luigi Marroni, ex ad della centrale acquisti della pubblica amministrazione il quale ha ammesso di aver fatto rimuovere le cimici dagli uffici della Consipperché ho appreso in quattro differenti occasioni da Vannoni, dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Ferrara e da Lotti di essere intercettato“.

Marroni fa i nomi e cognomi e mette in ordine date e circostanze: “A luglio 2016 durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino (sul quale i pm hanno anche chiuso l’inchiesta) e che riguardava anche l’imprenditore campano Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore”.

I magistrati hanno valutato credibili le parole di Marroni motivo per cui tutti i citati rischiano di finire a processo. Nell’ultimo capitolo chiuso dai magistrati romani figurano i Carabinieri ex Noe, Gianpaolo Scafarto e Alessandro Sessa.  Altre persone per le quali la procura ha chiesto l’archiviazione sono l’ex parlamentare di An, Italo Bocchino e l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo accusati di “millantato credito” .

Gian Paolo Scafarto l’ex maggiore del Noe, ed attualmente assessore alla Sicurezza di Castellammare di Stabia,  risponde di rivelazione del segreto” e di  “falso” e “depistaggio” venendo accusato di aver “truccato e depistato l’inchiesta per incastrare Tiziano Renzi” papà dell’ex segretario del Pd, Matteo Renzi. All’ ex colonnello dell’Arma colonnello Sessa invece  il solo “depistaggio“.

Secondo i magistrati della Procura di Roma il maggiore Scafarto avrebbe redatto un’informativa “alterata” con l’obbiettivo di “arrestareTiziano Renzi a cui fu attribuita una telefonata con Romeo nella quale, in realtà, parlava Bocchino. Ma non solo. Lo stesso maggiore avrebbe sostenuto e parlato di una presunta ma inesistente intromissione dei Servizi Segreti nell’indagine, rimasta senza riscontro e prova alcuna. Anche in questo caso il motivo era sempre lo stesso: provare il coinvolgimento nell’indagine della famiglia Renzi (all’epoca dei fatti Matteo Renzi era Presidente nel Consiglio n.d.r.) .

Nella stessa inchiesta erano stati indagati con l’accusa di violazione del segreto istruttorio anche il pm napoletano Henry John Woodcock e la sua compagna, la giornalista Rai, Federica Sciarelli, le cui rispettive posizioni sono state stralciate ed archiviate.

In attesa della decisione del gip, che dovrà decidere accogliere o respingere le richieste di archiviazioni della Procura di Roma, l’ex premier Matteo Renzi scrive su Facebook: “Sono mesi che ripeto: il tempo è galantuomo. Sui finti scandali, sulle vere diffamazioni, sui numeri dell’economia: il tempo è galantuomo. Oggi lo dico e lo ribadisco con ancora più forza: nessun risarcimento potrà compensare ciò che persone innocenti hanno dovuto subire. Ma il tempo è galantuomo, oggi più che mai”. 

Valutazioni condivise  dal difensore di Tiziano Renzi, l’ avvocato Federico Bagattini:”Questi ultimi giorni hanno dimostrato che il tempo è galantuomo, prima il riconoscimento del risarcimento nel danno a titolo di diffamazione, ora la richiesta di archiviazione del procedimento così detto Consip. Alla soddisfazione professionale per l’esito, del resto ancora da confermare trattandosi solo di richiesta di archiviazione – aggiunge Bagattini -, si unisce quella personale da parte del dottor Tiziano Renzi, che risulta, tuttavia, menomata dalla considerazione che la campagna subita negli ultimi due anni abbia prodotto gravi e irreversibili danni sul piano personale, familiare ed economico”.




Gli “spifferi” della Questura di Taranto e la differenza fra gli avvocati penalisti di Lucca e quelli tarantini…

di Antonello de Gennaro

da sx, Argentino, Schimera e Carbone

Due anni fa circa in occasione di una conferenza stampa convocata a Taranto una domenica mattina alle 8, fissata per le ore 12, per l’arresto effettuato (grazie ad una “soffiata” di un confidente) dei responsabili di un omicidio nel giro del commercio della droga nel quartiere Salinella. In quella occasione ebbi a contestare con fermezza ed anche durezza (ma sempre educatamente) al Questore di Taranto Stanislao Schimera ed al pm Maurizio Carbone della procura tarantina, la fuga delle notizie che avrebbero dovuto essere rese note in conferenza, ed apparse online su due giornali, ad opera dei soliti “ventriloqui” della Procura di Taranto che all’epoca dei fatti era retta dall’ accoppiata Franco Sebastio (capo) – Pietro Argentino (aggiunto) .

 

 

Le reazioni furono ben diverse. Fu il CORRIERE DEL GIORNO l’unico organo di stampa a protestare, nell’indifferenza ed il silenzio imbarazzante della stampa locale, sempre pronta a piegare il capo pur di non mettere a rischio le “clientele” di ogni genere  Il Questore di Taranto Schimerra si irrigidì preoccupandosi solo di farsi intervistare dalle telecamere delle tv locali, chiedendo “sono venuto bene ? sono andato bene ? ” preso da un’incontrollata voglia di apparire, mentre l’educato e corretto pm Carbone al termine della conferenza stampa mi si avvicinò garantendomi che da lui non era trapelato nulla. Conoscendolo, e sopratutto ricostruendo quanto accaduto, gli credetti senza esitare un solo attimo. L’arresto era stato fatto alle prime ore dell’alba della domenica cioè ad uffici giudiziari chiusi, e quindi era chiaro ed evidente che la “soffiata” proveniva dalla Questura tarantina.

 

Nei giorni scorsi un’altra inchiesta tarantina, quella relativa alle “mazzette” degli agenti della Polizia Stradale di Taranto, che ha portato agli arresti ben 6 poliziotti, ha portato alla luce delle ennesime fughe incontrollate di notizie dagli investigatori, che avevano reso possibile ai poliziotti indagati, il tentativo di occultare le prove a loro carico e persino intimorire i poliziotti onesti, che sono la stragrande maggioranza, che indagavano su di loro. Il pm era sempre il dottor  Maurizio Carbone . Ebbene non abbiamo sentito alcun lamento della Procura, della Questura e Prefettura di Taranto, su queste fughe di notizie. Figuriamoci se parlavano gli avvocati penalisti componenti delle Camera Penale di Taranto ! “Chi sbaglia in divisa sbaglia due volte” è stato il commento del capo della Polizia di Stato, il prefetto Franco Gabrielli  sull’arresto dei sei poliziotti della Polstrada . “Non mi sono stracciato le vesti – ha detto Gabrielliper il fatto che nella mia famiglia qualcuno ha sbagliato” evidenziando invece “la capacità dei corpi sani di espellere le situazioni di criticità, individuare le criticità, e di sanzionare chi sbaglia“. Dichiarazioni apprezzabili, condivisibili, ma che restano al momento solo belle parole. Non va dimenticato infatti che la corruzione dei poliziotti della Stradale tarantina, emerse esclusivamente grazie ad una telefonata anonima.

Ben altro comportamento quello degli avvocati della Camera Penale di Lucca sull’ennesima violazione dell’art. 114 c.p.p. che hanno emesso un comunicato stampa di protesta in relazione all’inchiesta sul doping del ciclismo che ha coinvolto 17 persone delle province toscane fra le quali alcune colpite da misure cautelari, i quali hanno constatato e contestato che la notizia degli arresti e perquisizioni era apparsa pubblicata dalla stampa nazionale e locale (esattamente come avvenne a Taranto) ben prima della conferenza stampa convocata per il giorno stesso.  “E’ evidente – scrivono gli avvocati della Camera Penale di Luccacome ai giornalisti sia stato fornito materiale nella sola disponibilità degli inquirenti” (in particolare la registrazione integrale di alcune intercettazioni oltre ad un video che riporta il loro della Polizia di Stato pubblicate in contemporanea con l’esecuzione delle misure cautelari)  contestando altresì che “si assiste ad una spettacolarizzazione della giustizia che integra una pratica tanto diffusa quanto illecita: il circo mediatico a cui siamo ormai tristemente avvezzi” che “non solo comporta la violazione della privacy e della dignità delle persone non colpevoli fino ad una sentenza irrevocabile di condanna” 

I penalisti toscani ricordano nel loro comunicato stampa che “In attesa che entri in vigore la nuova normativa in tema di intercettazioni , basti ricordare gli articoli 114 e 329 c.p.p (codice di procedura penale n.d.a.) e 684 c.p. (Codice Penale n.d.a.) i quali vietano e puniscono la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale, imponendo l’obbligo del segreto sugli atti di indagine fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza” cosi come ” l’articolo 10 CEDU (Corte Europea Diritti Umani n.d.a.)”  che, nel sancire il diritto della libertà di espressione ribadisce che tale diritto implica la contestuale assunzione di doveri e responsabilità, misure volte alla “protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”.

A Taranto invece nessun avvocato disse ( e dice una parola) quando vi sono continuamente fughe incontrollate di notizie.  Per molti di loro è importante essere citati negli articoli di cronaca giudiziaria per farsi della pubblicità manifestando in realtà  il proprio noto “provincialismo” esasperato. O meglio della disperazione professionale. Così come è pressochè impossibile vedere la Procura di Taranto aprire delle inchieste per la violazione del segreto istruttorio, come invece è accaduto a Roma per il “caso CONSIP” dove il procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone non ha esitato un attimo ad iscrivere nel registro degli indagati, magistrati, giornalisti e forze dell’ ordine.

Come non dare ragione quindi al collega romano Dimitri Buffa quando scrive in un suo articolo dal titolo “SONO UN GIORNALISTA E NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE.”  Ua domanda retorica: perché i giornalisti si sentono sempre defraudati di qualcosa se qualcuno osa giudicare il loro lavoro, specie se a farlo sono gli avvocati ! Che per caso tra i tanti o pochi clienti che si ritrovano in ipotesi ne possono avere qualcuno accusato di associazione mafiosa – ‘ndrangheta . Non sia mai poi che a qualcuno venga in mente di istituire un osservatorio sui rapporti tra la procura e i cronisti a quelle latitudini. “Attentato alla libertà di stampa”. Indignazione. E il sindacato che ne approfitta per far vedere che esiste e batte un colpo. Ma sempre alla porta sbagliata. E poi paginate dei giornali che strillano per l’indignazione che i consigliori dei boss abbiano l’ardire di mettere sotto processo loro, i “sacerdoti” autoproclamatisi della libertà di stampa.

Ma se tutta questa indignazione si rivelasse in realtà una farsa o una gigantesca esposizione di una lunghissima coda di paglia? “Il problema dei processi celebrati, anzi recitati, nei talk-show esiste eccome” aggiunge Buffa –  “Come esistono tante assoluzioni e tante inchieste flop che però quando erano ancora allo stato larvale di indagini preliminari venivano “pompate” da questi cronisti – o da altri simili a loroche ci lucravano carriere o comparsate televisive. Come esistono innocenti sbattuti per anni in carcere con accuse rivelatesi poi inconsistenti. E come esiste lo Stato di diritto, magari ancora per poco, e la presunzione di innocenza. E anche le condanne europee all’amministrazione della giustizia italiana o i mille e cinquecento e passa errori giudiziari annui che costano allo Stato cifre imprecisate intorno al mezzo miliardo di euro“.

il Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone

 

Soprattutto, esistono tribunali molto più autoritari i cui giudizi – contro i giornalisti e i loro editori che ricorrono alla scorciatoia “giustizialista” per vendere più copie – spesso sono inappellabili. “Sono i tribunali dei lettori – aggiunge Buffa e noi siamo d’accordo con lui – e di coloro che guardano la tivù la sera magari perché non hanno di meglio da fare. Se gli editori (e i giornalisti) confrontassero i propri dati di vendita attuali con quelli di solo una decina di anni orsono  scoprirebbero che tale giudizio, di condanna, è già stato emesso. E lo stesso discorso vale per le emittenti televisive pubbliche e private e i loro dati di ascolto“.

Da giornalisti ci rimane a dir poco difficile giustificare queste inutili difese corporative della nostra categoria in cui i sindacati danno il meglio di sé. Il collega Dimitri Buffa ha assolutamente ragione. In un Paese in cui ci sono giornalisti ricattati e sfruttati da editori senza scrupoli, minacciati dalla mafia e indicati come bersagli agli elettori da alcuni partiti politici tra i quali spicca uno affacciatosi da poco sulla scena politica italiana , e che nelle prossime elezioni però ne candida qualcuno. L’invenzione dell’ inutile osservatorio “Ossigeno” da parte del sindacato dei giornalisti,  ed i suoi intrecci mediatici in Italia appare onestamente passare in secondo piano.

Ma probabilmente, forse, c’è un requisito che a molti giornalisti manca da tempo e che influisce sensibilmente negativamente sulle vendite dei giornali per cui scrivono: si chiama onestà intellettuale.




Consip: interdizione dalle funzioni per due ufficiali dell’Arma Scafarto e Sessa indagati anche per depistaggio

ROMA – Interdizione di un anno dall’esercizio di pubblici ufficiali dei carabinieri ed una nuova accusa, questa volta di depistaggio per il maggiore dei carabinieri Gian Paolo Scafarto e per il colonnello Alessandro Sessa, entrambi ufficiali in forza al NOE il Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma ed ex responsabili delle indagini su Consip, iscritti nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma . L’ha disposta il gip Gaspare Sturzo che ha accolto la richiesta del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi.

il maggiore Gian Paolo Scafarto

Nei confronti del maggiore Scafarto, già indagato per falso e rivelazione del segreto d’ufficio, è scattata anche l’ipotesi di depistaggio. Stessa ipotesi accusatorio per il colonnello Sessa, già iscritto per depistaggio per “false dichiarazioni” ai magistrati romani  durante un precedente interrogatorio . La nuova accusa di depistaggio si riferisce all’eliminazione delle comunicazioni intercorse tra i due al fine di sviare, secondo l’accusa, le indagini della procura sulla fuga di notizie riguardanti l’inchiesta a suo tempo aperta a Napoli su Consip.

Al maggiore ex Noe, Gianpaolo Scafarto i magistrati della procura romanai contestano oltre al reato di depistaggio, anche 5 falsi e due rivelazione del segreto d’ufficio: una verso l’Aise (il Servizio Segreto estero), e l’altra verso Giacomo Amadori giornalista del quotidiano La Verità. Invece nel dettaglio i falsi contestati a Scafarto sono: l’aver attribuito all’imprenditore Alfredo Romeo una frase che indicava un ex-generale della Guardia di Finanza Fabrizio Ferragina, considerato “vicino” ai servizi, come fonte di informazioni confidenziali riferite dall’imprenditore napoletano al suo ex consulente Italo Bocchino: “Mi ha detto che è uno vicino a Matteo Renzi, uno del “Giglio Magico”, e che dalle intercettazioni emerge che il ministro Lotti parla bene di me“.

Nella telefonata del 27 settembre scorso    Romeo e Bocchino  intercettati dal Noe in realtà non parlano del generale Ferragina, bensì di De Pasquale, un “faccendiere” considerato legato a Romeo. Le altre note contestazioni riguardano, invece, la frase attribuita erroneamente a Romeo su un incontro con Tiziano Renzi, padre dell’ex premier e attuale segretario del Pd Matteo Renzi (che in realtà invece era stata pronunciata dall’ex An Italo Bocchino), e numerosi errori su un presunto e mai provato coinvolgimento dei Servizi Segreti. Al colonnello Sessa invece i magistrati hanno contestato un precedente episodio di depistaggio .

Colonnello Alessandro Sessa

Il capo di imputazione nei confronti di Scafarto e Sessa sostiene che “al fine di sviare l’indagine relativa all’accertamento degli autori mediati e immediati della violazione del segreto a favore dei vertici della società pubblica immutavano artificiosamente lo stato delle cose connesse al reato. In particolare Scafarto che aveva seguito il sequestro in data 10 maggio 2017 del proprio smartphone al fine di accertare la natura del contenuto delle comunicazioni sia con gli altri militari impegnati nelle suddette indagini sia con estranei alle stesse su richiesta e istigazione di Sessa e al fine di non rendere possibile ricostruire compiutamente le conversazioni intervenute con l’applicativo Whatsapp provvedeva a disinstallare dallo smartphone in uso a Sessa il suddetto applicativo con l’aggravante di aver commesso il fatto mediante distruzione o alterazione di un oggetto da impiegare come oggetto di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento“.

Importante è il pericolo di reiterazione del reato oltre a quello dell’inquinamento probatorio” – scrive il gip Gaspare Sturzo – “Non c’è dubbio  che la revoca della delega di indagine al Noe nel marzo 2017 e le pesanti espressioni di sfiducia in essa contenute avrebbero dovuto consigliare a entrambi gli indagati di agire in modo retto, probo e osservante dei propri doveri verso la legge e le istituzioni di riferimento e quelle di appartenenza. Invece, sembra essere stata proprio questa appartenenza l’occasione prossima per consumare altri delitti” aggiunge ancora il gip SturzoLa presenza in servizio del maggiore Scafarto e del colonnello Sessa, in un contesto di falsi e depistaggio, può danneggiare le indagini. Sul punto  basta rileggere i messaggi scambiati tra Sessa e Scafarto come certe opzioni investigative, poi non adottate dai due, nei confronti dei superiori abbiano bisogno di un reale chiarimento oggettivo“.

Il segretario del Pd Matteo Renzi, intervenendo alla presentazione del libro ‘Fino a prova contraria” all’ Università Luiss di Roma, a proposito degli ultimi sviluppi della vicenda Consip ha detto: “Se qualcuno ha tradito il giuramento allo Stato è giusto che paghi, ma ci sono i magistrati per verificarlo. Leggo quello che accade, è evidente che questa storia non finisce qui e io la seguo con l’atteggiamento neutrale e serio di chi dice: andate avanti e vediamo chi ha ragione o torto” .




Inchiesta Consip. Per i magistrati del Csm “Non è Woodcock il responsabile della fuga di notizie”

ROMA – La Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, cioè quella che si occupa del Disciplinare,  durante un plenum piuttosto “teso” a Palazzo dei Marescialli ieri ha reso pubblico in maniera sicuramente proprio ortodossa una propria conclusione che scagiona il pm di Napoli Henry John Woodcock inizialmente accusato di aver passato ai giornalisti l’intercettazione della telefonata intercorsa fra il Gen. Adinolfi (ex n.2 della Guardia di Finanza) e Matteo Renzi in occasione nella quale Enrico Letta veniva definito come un “incapace“. 

 Il  membro laico  del Csm Giuseppe Fanfani,  presidente della Prima commissione – che indaga su eventuali illeciti nelle inchieste Consip e Cpl Concordia – ha reso noto che nei giorni scorsi è stato deciso all’unanimità di desecretare una trentina di procedimenti diventati ormai di pubblico dominio, fra le quali appunto la scottante vicenda sulla Consip per la quale sono ancora in corso le audizioni ed il prossimo 12 ottobre verrò ascoltato l’ex procuratore capo di Napoli Giovanni Colangelo che dovrà chiarire se il pm Woodcock gestiva correttamente o meno dei fascicoli .

I membri togati e laici hanno dovuto affrontare  ieri a seguito delle polemiche conseguenti alla pubblicazione del verbale del Procuratore di Modena Lucia Musti consegnato da una “talpa” (che nella storia del CSM non manca mai…)   la scorsa settimana nella mani della solita “stampa amica”…  Il corpulento ordine del giorno del plenum prevedeva in realto ben altro, come ad esempio il bilancio e alcune nomine in Cassazione, ma molti  consiglieri a partire dal magistrato Antonello Ardituro il quale nel suo intervento  ha parlato di una “responsabilità collettiva per questo gravissimo fatto” cioè interna all’organo di autogoverno dei giudici.

Nel suo intervento il consigliere Piergiorgio Morosini  ha sostenuto “che è radicalmente da escludere l’ipotesi che il pm Woodcock sia responsabile della fuga di notizie“, dichiarandosi contrario alla desecretazione per il rischio di campagne di stampa che espongono “pm impegnati in indagini complesse che fanno luce sul saccheggio dei beni dei cittadini, come Consip“.

Il togato Luca Palamara, relatore in Prima Commissione su Consip, gli ha replicato che “non è rispettoso del lavoro della Prima commissione annunciare l’esito sulla divulgazione delle intercettazioni e tenere al plenum comizi politici solo perchè ci sono i cronisti“. Il primo a partire all’attacco in un clima che si andava surriscaldando sempre di più, è stato il membro laico del centrodestra Pierantonio Zanettin il quale ha invocato l’applicazione della  ‘par condiciò nella desecretazione. Zanettin ha aggiunto che dopo il caso Consip, toccava al faldone su Banca Etruria e il pm Roberto Rossi,  chiedendo a sua volta che “la desecretazione delle pratiche dal contenuto politicamente sensibile costituisca a questo punto la regola e non l’eccezione, altrimenti – ha aggiunto – saremmo tutti autorizzati a concludere che il diverso grado di segretezza dipende dal fatto che i contenuti siano più o meno graditi al Governo di turno».

Una  richiesta questa che ha trovato incredibilmente il sostegno dei parlamentari del M5s i quali chiedono al Csm di desecretare Banca Etruria proprio per evitare l’accusa di usare due pesi e due misure”  sostenendo che ” Il Csm conferma oggi, tramite le affermazioni del presidente della Prima commissione, che non c’era nessuno complotto ai danni di Renzi e che il verbale del pm di Modena Musti, nonostante fosse privo di notizie di reato, è stato desecretato e trasmesso lo stesso alla Procura di Roma. Renzi,  Gentiloni e tutti i ministri che hanno attaccato giudici e inquirenti dovrebbero chiedere scusa“.
Il “laico”  Giuseppe Fanfani, è nipote di Amintore Fanfani, uno dei padri “storici” della Democrazia Cristiana,  noto ed ottimo avvocato penalista, è stato il difensore «politico» ma anche legale  di Banca Etruria,  nel suo intervento nel plenum ha spiegato che non c’era nessun obbligo per la Prima commissione di trasmettere il verbale Musti alla Procuraperché non c’erano notizie di reato” In suo soccorso è arrivato anche il vicepresidente Legnini che ha aggiunto che “dall’inizio della consiliatura, io e il comitato di presidenza non abbiamo fatto altro che stigmatizzare le fughe di notizie. Per due mesi, Consip è rimasto segreto, poi la Commissione ha desecretato e io non condanno questa scelta», aggiungendo che a suo parere “certamente accresce il rischio di circolazione degli atti“. Legnini ha invitato i presidenti della Prima e Seconda Commissione del CSM di ” proporre al plenum misure di riservatezza, a partire dal divieto di estrarre copia dagli atti, per evitare che questi fatti si ripetano“.



Indagini, veleni e guai: “grandi manovre” dietro le quinte dell’Arma dei Carabinieri

di Emiliano Fittipaldi

Chiunque arriverà,”dovrà rimboccarsi le maniche. Perché troverà macerie:erano decenni che l’Arma dei Carabinieri non soffriva di una crisi così grave”. Il militare che lavora al Comando Generale di Roma forse esagera, ma non è l’unico a pensare che la Benemerita stia vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia recente.

Una crisi latente da tempo, esplosa con l’indagine Consip. Uno scandalo che ha tramortito, in un domino di cui ancora non si vede la fine, tutti. Dal comandante generale Tullio Del Sette (indagato per favoreggiamento) ai capi di stato maggiore, ascoltati come testimoni; passando ai comandanti di reparti specializzati, accusati di depistaggio; e ai carabinieri iscritti nel registro per falso ideologico e materiale; per finire con la caduta di eroi simbolo dell’Arma come il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come “Capitano Ultimo” per aver arrestato Totò Riina, allontanato su due piedi lo scorso mese da una delle nostre agenzie di intelligence perché considerato improvvisamente “non più affidabile“.

Leggendo le carte e le accuse dei magistrati – tutte ancora da provare – sembra che sul caso Consip l’Arma si sia spaccata a metà. Con il vertice della piramide impegnato a rovinare attraverso fughe di notizie insistite un’indagine giudiziaria che rischiava di compromettere l’immagine del Giglio magico di Matteo Renzi, e la base – rappresentata dagli investigatori del Noe – concentrata al contrario a costruire prove false pur di inchiodare Tiziano Renzi, il padre del segretario del Pd.

Un cortocircuito mai visto nel Corpo, un disastro giudiziario e mediatico che ha indebolito ancor di più la posizione del numero uno Tullio De Sette, indagato dallo scorso dicembre a Roma per favoreggiamento e divulgazione di segreto istruttorio, con l’accusa di aver fatto trapelare a soggetti terzi (come l’ex presidente della Consip Luigi Ferrara) l’indagine sulla stazione appaltante dello Stato su cui stavano lavorando i pm di Napoli.

nella foto il ministro Luca Lotti in Parlamento

Per lo stesso reato sono iscritti anche il ministro Luca Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia: il comandante della Legione Toscana, è stato accusato di aver spifferato informazioni segrete sia da Luigi Marroni (l’ex ad di Consip ha detto che era stato anche Saltalamacchia, suo amico, a dirgli “che il mio cellulare era sotto controllo“) sia dall’ex sindaco Pd di Rignano sull’Arno Daniele Lorenzini.Durante una cena a casa di Tiziano“, ha specificato in una deposizione, “sentii Saltalamacchia” suggerire al papà dell’ex premier “di non frequentare un soggetto, di cui tuttavia non ho sentito il nome, perché era oggetto di indagine“.

Se gli ultimi mesi sono stati difficilissimi, va evidenziato che Del Sette, nato 66 anni fa in Umbria, a Bevagna, era inviso a pezzi dell’Arma anche prima dell’iscrizione nei registri della procura, e che fonti del Comando generale non negano come molti generali, davanti ai guai giudiziari del loro capo, non si siano certo stracciati le vesti.

Giàil comandante generale, arrivato al posto di Leonardo Gallitelli all’inizio del 2015, è infatti stato giudicato fin da subito “troppo” vicino alla politica: anche se la lunga carriera dell’Arma ne faceva un candidato autorevole, in molti non gli perdonavano (e non gli perdonano) i sette anni in cui è stato capo ufficio legislativo del ministero della Difesa, sotto governi sia di destra sia di sinistra; né la scelta, nel 2014, di accettare la chiamata del ministro Roberta Pinotti, per diventarne capo di gabinetto. Non era mai accaduto prima che un carabiniere assumesse quell’incarico fiduciario.

A Del Sette viene poi contestato un carattere non facile. Se Gallitelli, (a lato nella foto) mente fredda e raffinata, ha puntato su una guida inclusiva e meritocratica, seppur giudicata da alcuni troppo “curiale”, Del Sette ha preferito un comando verticistico, che per i critici ha finito con l’essere divisivo. “Del Sette è persona di grande valore, molto leale con le istituzioni. Ha lavorato bene con i ministri di ogni partito, come Martino, Parisi, anche con Ignazio La Russa. Molte delle leggi vigenti portano la sua “firma”, compreso l’accorpamento del Corpo forestale ai Carabinieri”, spiega chi lo stima e ha lavorato con lui al dicastero della Difesa. “Cosa lo ha penalizzato negli ultimi tempi? Su Consip credo si sia trattato di un’ingenuità, e la sua posizione sarà archiviata. Al comando generale invece, non l’ha mai aiutato il suo carattere fumantino. È un uomo capace, che però si arrabbia facilmente. Soprattutto quando si convince che il suo interlocutore non rispetta le gerarchie e i ruoli che lui ha definito“.

Del Sette viene definito sia dai suoi estimatori (che sono molti) sia dai suoi nemici (che sono ancor di più) un uomo schivo, persino timido, ma poco propenso alla mediazione. Appena nominato dai renziani a numero uno dei Carabinieri, ha deciso in effetti di spazzare via la vecchia nomenclatura costruita in sei anni dal suo predecessore, scegliendo di andare allo scontro frontale con alcuni generali fedelissimi di Gallitelli. Molto stimati, però, dalla base dell’Arma.

nella foto il Gen. Maruccia

Così, se il Capo di Stato maggiore Ilio Ciceri è stato sostituito da Vincenzo Maruccia (anche lui sentito come testimone dai pm di Roma per la vicenda Consip), e il generale Marco Minicucci è stato sottoutilizzato, un altro pezzo da novanta come Alberto Mosca ha dovuto cedere la poltrona di comandante della Legione Toscana a uno dei pupilli di Del Sette, proprio Saltalamacchia, dovendosi accontentare del comando della Legione Allievi Carabinieri.

Clamorosa poi la scelta del colonnello Roberto Massi: l’ex comandante dei Ros considerato uno degli ufficiali più brillanti dell’Arma, e promosso da Gallitelli capo dell’ufficio legislativo nel 2014, dopo una breve convivenza con Del Sette ha preferito fare armi e bagagli e trasferirsi all’Anas nel 2016. All’ente nazionale per le strade Massi ricopre l’incarico di “responsabile della tutela aziendale”. L’unico gallitelliano che è riuscito a stringere un patto di ferro con il comandante umbro è stato Claudio Domizi, ancora influente capo del personale del primo reparto.

“Le tensioni interne sono iniziate fin dal suo arrivo, ma sono peggiorate nel tempo. La crisi Consip le ha fatte solo esplodere”, ragiona preoccupato un militare con le stellette, che considera i colleghi gallitelliani veri responsabili della spaccatura, perché nostalgici e incapaci di accettare il nuovo corso.

Tutti, però, mettono sul banco degli imputati anche il sistema della rotazione obbligatoria degli ufficiali (che costringe pure i Carabinieri più esperti e capaci a cambiare reparto dopo due anni) e l’assenza di una vera meritocrazia interna. “Qualche tempo fa a Reggio Calabria durante un giuramento a passare in rassegna i reparti, oltre agli ufficiali, è stato anche un appuntato del Cocer, il sindacato interno dei carabinieri a cui Del Sette si è molto appoggiato dall’inizio del suo mandato“, racconta uno degli scontenti “Forse a voi civili sembra una sciocchezza, ma nell’Arma è una cosa inverosimile, che ha fatto accapponare moltissime divise”.

 Ottimi rapporti con Maria Elena Boschi e lo stesso Lotti, qualche incontro con l’imprenditore renziano Marco Carrai (tra cui una cena a casa del compagno di Mara Carfagna, Alessandro Ruben, che ama invitare mimetiche e stellette nel suo salotto), Del Sette ha dovuto gestire anche la patata bollente del colonnello Sergio De Caprio, “Ultimo” (sotto nella foto)

L’attivismo “anarchico” dell’ex vice comandante del Noe (che ha collaborato con il pm John Woodcock a quasi tutte le inchieste più delicate degli ultimi anni su politica e potere, da quelle sulle tangenti di Finmeccanica alla P4 di Luigi Bisignani, passando dalle tangenti della Lega Nord a quelle sulla Cpl Concordia) non è mai stato amato dai piani alti della Benemerita.

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è caduta proprio nel luglio del 2015, quando una delle intercettazioni del fascicolo sulla Cpl (una telefonata privata tra il generale della Finanza Michele Adinolfi e Matteo Renzi in cui il segretario del Pd definiva il suo predecessore Enrico Lettaun incapace“) è finita in prima pagina sul “Fatto Quotidiano”. Del Sette, dopo un mese di buriane politiche e polemiche infuocate, deciderà di firmare una circolare che toglie ai vicecomandanti dei reparti le funzioni di polizia giudiziaria. Una norma considerata da molti “contra personam”. “Continuerete la lotta contro quella stessa criminalità, le lobby e i poteri forti che le sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere“, polemizzò senza mezzi termini “Ultimo” in una lettera di saluto ai suoi uomini. Poi grazie alla mediazione dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Marco Minniti e del capo dell’Aise Alberto Manenti, De Caprio a fine 2016 viene distaccato ai servizi segreti. Per la precisione all’ufficio Affari interni, quello che controlla gli 007 italiani che righino dritto.

nella foto il Ministro dell’ Interno Marco Minniti

Se malumori e dissapori sono una costante di ogni struttura gerarchica, la crisi dell’Arma supera i livelli di guardia a inizio del 2017. Alle indagini sulla fuga di notizie si aggiungono prima quelle sul capitano Gianpaolo Scafarto del Noe, accusato dai pm di Roma di aver falsificato le prove nell’informativa. Poi quelle al suo capo Alessandro Sessa, numero due del reparto, incolpato nientemeno per “depistaggio” per non aver detto la verità (questa l’ipotesi della procura) durante un’audizione con i magistrati. Infine il tentativo di ritrattazione dello scorso giugno di Luigi Ferrara, il manager Consip che aveva tirato in ballo Del Sette come colui che lo aveva messo sull’avviso in merito a un’indagine giudiziaria sull’imprenditore Alfredo Romeo e la stessa Consip: dopo un confuso interrogatorio, in cui probabilmente il manager ha cercato di proteggere proprio Del Sette, i pm hanno iscritto anche Ferrara nel registro degli indagati. Per falsa testimonianza.

nella foto, il colonnello Sergio De Caprio (“Ultimo“) ed i suoi uomini

La crisi strutturale del corpo “Nei Secoli Fedele ha toccato nuove vette qualche giorno fa, quando i pm romani hanno scoperto che Scafarto mandava documenti riservati sull’inchiesta Consip a ufficiali ex Noe traslocati con “Ultimo” ai servizi segreti. L’ipotesi investigativa è che questi stessero ancora collaborando alle indagini su Consip portate avanti dagli ex colleghi. “Ultimo” e tutti i suoi uomini (De Caprio aveva portato con se due dozzine di fedelissimi, di cui la gran parte provenienti dal Noe) sono stati così allontanati dal nuovo incarico, e sono rientrati nell’Arma.

Un allontanamento avvenuto senza accuse formali da parte della magistratura, e senza una richiesta esplicita di Manenti. È stato Marco Mancini, un alto funzionario del Dis (il dipartimento che coordina le agenzie d’intelligence) coinvolto in passato nel sequestro dell’imam Abu Omar a chiederne la testa. Dopo aver scoperto che Scafarto e gli investigatori del Noe, sempre nell’ambito dell’inchiesta Consip, lo avevano seguito e fotografato, mandando ai collaboratori di “Ultimo” all’Aise le risultanze dei loro appostamenti.

nella foto Marco Mancini

L’incarico di Del Sette terminerà il prossimo gennaio. Ed è probabile che il suo successore verrà nominato non dal Governo Gentiloni, ma da quello che entrerà in carica dopo le elezioni politiche, previste per la prossima primavera. In pole position ci sono il numero uno del comando interregionale Ogaden Giovanni Nistri (romano, tre lauree, giornalista pubblicista, ex comandante del comando per la Tutela del patrimonio e direttore del Grande Progetto Pompei, che ha ottimi rapporti con il Pd) e il generale Riccardo Amato, numero uno della divisione Pastrengo ed esperto di antimafia, che gode dell’appoggio del Quirinale. Subito dietro c’è Vincenzo Coppola (chiamato “il paracadutista”, una vita in prima linea nelle missioni di peacekeeping e da marzo promosso numero due dell’Arma), mentre il generale Ilio Ciceri e Riccardo Galletta, capo della Legione Sicilia, sembrano avere tutti i titoli necessari, ma meno chance. Il primo, considerato il miglior uomo macchina possibile, sconta il peccato di essere considerato un “gallitelliano”, mentre il secondo – all’inverso – un uomo di Del Sette.

 A chiunque toccherà, risollevare l’Arma non sarà impresa facile.

 




Giornalismo del controregime

di Piero Sansonetti

Le fake news sono diffuse dai social network o comunque dalla rete? No. Le fake news sono diffuse principalmente dai giornali e dalle televisioni. I social vengono a rimorchio, le rilanciano. Ma non sono loro a costruirle. Almeno, non sono loro a costruire le fake importanti. La responsabilità della creazione delle bugie e del loro uso come arma politica e di disinformazione ricade soprattutto sui grandi quotidiani e sui grandi giornalisti. Giornalismo di contro- regime Cioè, giornalismo di regime

Proviamo un inventario di avvenimenti recenti. Caso Guidi, con annesse dimissioni della ministra. Caso Consip, con annessa richiesta di dimissioni del ministro Luca Lotti. Caso Ong, con annessa richiesta di limitazione dell’azione dei soccorsi ai migranti sul Mediterraneo. Caso De Bortoli, con annessa – ed ennesima – richiesta di dimissioni della ministra Maria Elena Boschi. Su questi quattro casi i giornali italiani e i principali talk show televisivi hanno vissuto per mesi e mesi. Con titoli grandi in prima pagina e – alcuni – con vere e proprie campagne di stampa, molto moraleggianti e molto benpensanti. Certo, soprattutto del “Fatto Quotidiano” – che quando offre ai suoi lettori una notizia vera succede come successe a Nils Liedholm quando per la prima volta in vita sua sbagliò un passaggio: lo Stadio di San Siro lo salutò con una ovazione… – ma anche di parecchi altri giornali che godono di alta fama.

Ora vediamo un po’ come sono finiti questi quattro casi.

Guidi: mai incriminata. L’inchie-sta giudiziaria che la sfiorò, Tempa Rossa, conclusa con il proscioglimento di tutti. Era una Fake. Federica Guidi è scomparsa dai radar della politica.

Consip, l’inchiesta è stata trasferita a Roma, le accuse al padre di Renzi erano fondate su una intercettazione manipolata da un carabiniere, anche le notizie sull’ingerenza dei servizi segreti ( evidentemente mandati da Renzi per ostacolare le indagini) erano inventate da un carabiniere e l’informativa al Pm che riguardava queste ingerenze era stata scritta su suggerimento dello stesso Pm che avrebbe dovuto esserne informato. Fake e doppia fake.

Ong, l’ipotesi del Procuratore di Catania che fossero finanziate dagli scafisti è stata esclusa dalla Procura di Trapani da quella di Palermo e da svariati altri magistrati. Fake. Intanto l’azione di soccorso ha rallentato.

De Bortoli. Sono passati ormai quattro giorni da quando, per lanciare il suo libro sui poteri forti, l’ex direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore ha diffuso la notizia della richiesta di Maria Elena Boschi all’amministratore delegato di Unicredit di comprare la banca nella quale lavorava il padre. Boschi ha smentito nettamente. Anche la banca ha dichiarato che non risulta niente. De Bortoli ha fatto mezza marcia indietro, poi ha accusato Boschi e Renzi, o almeno i loro ambienti, di essere massoni, ed è andato in Tv, senza portare neppure uno straccio di prova delle sue accuse ed evitando il confronto diretto con gli avvocati della Boschi. Tranne improvvisi colpi di scena, appare evidente un po’ a tutti che l’accusa di De Bortoli è infondata, altrimenti, ormai, avrebbe fornito degli elementi a sostegno della sua tesi. Anche qui possiamo dire: fake.

La questione invece del complotto massonico a favore di Renzi, denunciato da De Bortoli, non è definibile esattamente una fake, è solo qualcosa di già visto tante volte nella politica italiana. In frangenti non bellissimi. Il più famoso complotto massonico – per la precisione giudaico- massonico, anzi: demo- pluto- giudaicomassonico – fu denunciato da Mussolini, nel 1935, per favorire la persecuzione dei massoni e poi lo sterminio degli ebrei. Non ci fa una gran figura De Bortoli a tornare sul quel concetto, peraltro senza avere proprio nessun indizio sulla appartenenza di Boschi o di Renzi alla massoneria. E in ogni caso andrà segnalato il fatto che la massoneria non è una associazione a delinquere. Furono massoni, in passato, un gran numero di Presidenti americani, tra i quali Washington e Lincoln, furono massoni poeti come Quasimodo e Carducci, furono massoni Cesare Beccaria, Mozart, Brahms, e svariate altre centinaia di geni, tra i quali moltissimi giornalisti di alto livello, parecchi dei quali del Corriere della Serra. Possibile che un giornalista colto e autorevole come De Bortoli scambi la massoneria per Avanguardia Nazionale?

Eppure De Bortoli ha trovato grande sostegno nella stampa italiana. In diversi giornali e in diverse trasmissioni Tv la sua “ipotesi di accusa” alla Boschi è stata ed ancora in queste ore è presentata come dato di fatto: “Lei che ha svelato la richiesta della ministra…” . Una volta esisteva la stampa di regime. Ossequiosa verso i politici, soprattutto, e in genere verso l’autorità costituita. Ora esiste la stampa di anti- regime. O di contro- regime, che però funziona esattamente come la stampa di regime. Anche perché ha dietro di se poteri molto forti. Non solo un pezzo importante di magistratura ma uno schieramento vasto di editori, cioè di imprenditoria, diciamo pure un pezzo robustissimo della borghesia italiana. De Bortoli oggi è sostenuto da quasi tutti i mezzi di informazione, e si può pensare tutto il bene possibile di lui, tranne una cosa: che sia un nemico dei poteri forti. De Bortoli, per definizione, è i poteri forti. Lo è sempre stato, non lo ha mai negato, nessuno mai ne ha dubitato.

La stampa di contro-regime funziona esattamente così. Non è una stampa di denuncia ma una stampa che costruisce notizie e le difende contro ogni evidenza e logica anche queste crollano. Nei regimi totalitari questa si chiamava “disinformazia” ed aveva un compito decisivo nel mantenimento al potere delle classi dirigenti. Ora si chiama fake press e ha un ruolo decisivo nella lotta senza quartiere che è aperta nell’establishment italiano per la conquista del potere, di fronte alla possibilità di un rovesciamento dei rapporti di forza nel ceto politico. L’avanzata dei 5 Stelle ha provocato un terremoto. Pezzi molto grandi, autorevoli e potenti proprio dei poteri forti si predispongono a dialogare coi 5 Stelle, prevedendone, o temendone, l’ascesa al governo. Questo movimento tellurico squassa la democrazia e devasta i meccanismi dell’informazione.

Esistono le possibilità di resistere, di fermare il terremoto, di reintrodurre il principio di realtà – se non addirittura di verità – nella macchina dei mass media che lo ha perso? Non è una impresa facile. Molto dipende dai giornalisti. Che però, nella loro grande maggioranza, oggi come oggi non sembrano dei cuor di leone…

*editoriale tratto dal quotidiano Il Dubbio

 




Caso Consip, giornali e tv faranno mea culpa?

 di Piero Sansonetti

Ecco cosa può succedere quando pezzi di apparati dello Stato si mescolano al sistema dei media per condurre delle campagne politiche. Un vero e proprio cortocircuito: nell’informazione e nel funzionamento della democrazia.

Per tre mesi il caso Consip ha tenuto banco sui giornali e in Tv, danneggiando in modo robusto l’ex premier Renzi e il partito democratico. Ieri si è scoperto che le intercettazioni che accusavano ( seppure in modo molto indiretto) il padre di Renzi sono state manipolate da un ufficiale dei carabinieri. L’imprenditore Romeo – principale indagato in questa vicenda – in realtà non ha mai detto di avere incontrato Tiziano Renzi. E il teorema “Renzi- è- coinvolto” va a gambe all’aria. Caso Consip: chissà se giornali e tv reciteranno il “mea culpa

Questa notizia, da una parte ci porta a rallegrarci, perché ci fa capire che poi, spesso, la giustizia italiana non funziona neanche tanto male. Se è vero che alla fine gli investigatori si sono accorti che il principale indizio a carico di un indagato era falso e contraffatto. Dall’altra parte invece ci spinge al pessimismo, perché dimostra in modo plateale come basta un ufficiale poco corretto per creare un vero e proprio terremoto politico, dal momento che esiste un sistema dell’informazione pronto ad amplificare clamorosamente qualunque errore, o qualunque falsità ( o comunque qualunque sospetto flebile flebile, come erano i sospetti su Tiziano Renzi, prima ancora che la Procura scoprisse l’imbroglio). La fragilità e la superficialità del nostro sistema di informazione sta diventando un problema molto serio, anche se nessuno ha il fegato per affrontarlo di petto e per dire come stanno le cose.

Ora siamo abbastanza curiosi di vedere come si comporteranno i giornali italiani di fronte a questa svolta clamorosa. Giustamente spero – osserveranno che fu giustissima, circa un mese fa, la mossa del dottor Pignatone, che tolse al Noe ( il nucleo ecologico dei Carabinieri) la responsabilità delle indagini sul caso Consip.

Ma prenderanno anche atto della figuraccia che hanno rimediato, nel riferire allegramente il falso senza esprimere neppure un dubbio, senza un’esitazione, un’incertezza, e del ruolo decisivo che hanno avuto ( prestandosi alla fuga di notizie e alla pubblicazione di intercettazioni vaghe e non verificate) nel confezionare questa bufala di notevoli dimensioni e di lunga durata che ha avvelenato la politica italiana?

Ecco, su questo ci permettiamo di avere alcuni dubbi. Già quando Pignatone tolse l’inchiesta al Noe, qualche giornale – per esempio “Il Fatto” – protestò, perché disse che la Procura di Roma invece di prendersela coi colpevoli se la prendeva con gli investigatori. Non siamo affatto sicuri che ora, di fronte all’evidenza delle cose, i giornali e le televisioni reciteranno il mea culpa. Non lo fanno spesso.

La questione, evidentemente, non è quella di difendere Renzi e criticare i suoi nemici o viceversa. La malattia sta nel “metodo”, e provoca i suoi danni ferendo alternativamente e costantemente ora a destra e ora a sinistra. E la malattia è l’uso giornalistico delle inchieste giudiziarie, anche quando queste si trovano ancora allo stato nascente.

Questa malattia si chiama “processo spettacolo”, e negli ultimi venti o trent’anni ha assunto un carattere epidemico. Si allarga sempre di più, dilaga. Sicuramente una parte della colpa ricade sugli investigatori, che divulgano notizie che devono restare segrete, e lo fanno o per acquisire meriti e fama, o perché immaginano di rendere più semplici le indagini usando un metodo illegale, o addirittura perché pensano che la gogna sia il modo migliore per punire certi reati, e che si possa facilmente applicare senza aspettare il processo.

In parte, però – in parte maggiore – la colpa non è della magistratura né dei carabinieri e della polizia, ma è del sistema dell’informazione. I giornalisti sono i responsabili principali di questa deformazione della giustizia. Se si rifiutassero di prestarsi alla fuga di notizie, ovviamente, la fuga di notizie, e il processo mediatico, e la gogna, non funzionerebbero più.

Chiedere una riflessione su questi temi, e cioè sul fatto che in campo giudiziario l’informazione italiana non risponde più al criterio di “verità” ma solo ai criteri delle selvagge campagne politiche – per ragioni di appartenenza a uno schieramento, o per ragioni di mercato – è una bestemmia, e cioè equivale a mettere in discussione la sacrosanta libertà dell’informazione? La grande maggioranza dei giornalisti pensa di sì. E siccome quella dei giornalisti è la casta più potente che ci sia in Italia, la speranza di aprire questa discussione è piccola come una formica. Però le formiche son testarde.




Quelli che vorrebbero far fuori gli avvocati dai processi

di Piero Sansonetti* 

Gli avvocati di Tiziano Renzi hanno deciso di svolgere una indagine difensiva sul caso Consip, e di interrogare i testimoni di accusa. Questo ha creato un grande stupore. Forse anche qualcosa di più: una certa indignazione. Soprattutto tra i giornalisti, la maggioranza dei quali, probabilmente, non conosce l’esistenza di questa procedura.

Per una ragione semplice: considera il procedimento giudiziario un lavoro di indagine e di giudizio interamente affidato ai magistrati, ai quali è demandato, dallo Stato, il compito e il potere esclusivo di farsi un convincimento, trovare le prove o almeno gli indizi, affermare la verità e poi erogare la pena. Invece non è così. I giornalisti, generalmente, sebbene moltissimi di loro abbiano iniziato a lavorare dopo il 1988 ( cioè dopo l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale) ignorano il fatto che in Italia la Costituzione e le leggi prevedono che accusa e difesa siano sullo stesso piano, si contrappongano liberamente in condizioni di parità e che il confronto tra loro sia il meccanismo che serve a cercare la verità.

E così, per esempio, ieri Il Fatto Quotidiano ha sparato un titolo gigantesco e furioso, in prima pagina, che dice testualmente: « L’accusatore Marroni è avvisato: resta in Consip e deve ritrattare» . L’uso dell’italiano è un po’ incerto, ma la riga sopra il titolo ( in gergo si chiama l’occhiello) spiega bene il perché di questa denuncia: «GRANDI MANOVRE: l’avvocato di Tiziano Renzi: “Lo sentiamo nelle indagini difensive”». Il giornale di Travaglio ritiene che la decisione degli avvocati di Renzi di avviare indagini difensive, e di ascoltare i testimoni, sia nella sostanza una gigantesca e intollerabile opera di intimidazione, che punta a scagionare il signor Tiziano. E la malignità dell’azione degli avvocati è evidente e indiscutibile, e sta proprio in questa perniciosa intenzione di scagionare Tiziano Renzi, e forse, di conseguenza, anche il ministro Lotti, e in questo modo mandare a gambe all’aria tutta l’inchiesta ( che se perde questi due imputati diventa acqua fresca che non interessa i giornali e che non ha la possibilità di far saltare i rapporti di forza in politica). C’è bisogno di prove ulteriori per capire quanto sia grande la mascalzonata degli avvocati di Tiziano?

L’articolo che sostiene questa denuncia del Fatto è firmato da Marco Lillo, cioè dal giornalista che sin qui ha ricevuto illegalmente e pubblicato molte informazioni riservate sull’inchiesta, e ora però è rimasto “a secco” dopo la sciabolata del Procuratore Pignatone che ha esautorato il “Noe” ( il Nucleo Ecologico dei Carabinieri) e ha ( per il momento) bloccato la fuga di notizie e mandato nel panico i “giornalisti d’inchiesta”. Ieri Lillo non aveva nessun verbale da pubblicare e nessun segreto d’ufficio da rivelare e perciò si è dovuto occupare dei difensori di Renzi. Scrive, a un certo punto, esattamente così: «La mossa difensiva dell’avvocato di Tiziano Renzi, Federico Bagattini, punta al cuore del teorema accusatorio e rende ancora più evidente la situazione paradossale». Qual è il paradosso? Chiaro: che gli avvocati tentino di smontare le accuse! Lillo sostiene questa tesi in tutta tranquillità e in evidentissima buona fede. E sempre in buona fede usa con grinta la parola “teorema”, per farci capire che la giustizia vera, quella giusta, si fa così: coi teoremi. Le indagini? Rischiano di diventare un intralcio, specie se sono riservate. Meglio il teorema.

Voi magari direte che su queste cose c’è un po’ da ridere. Non è vero. Non c’è niente, nientissimo da ridere. Il giornalismo italiano è straconvinto che il ruolo di un avvocato in un processo non abbia nulla a che fare con la ricerca della verità né con la contrapposizione all’accusa, ma debba mantenersi nei limiti dignitosi della richiesta di clemenza. L’idea che l’avvocato sia un elemento fondamentale della costruzione del processo e della produzione della giustizia, e che sia uno dei pilastri dello Stato di diritto, non è presa nemmeno in considerazione. E siccome so con certezza che le cose stanno così, adesso ricopio, parola per parola, alcuni commi dell’articolo 111 della nostra carta costituzionale, e propongo ai dirigenti dell’Ordine dei Giornalisti di introdurre tra le prove d’esame per diventare giornalisti professionisti, una prova che preveda la recitazione a memoria di questo caposaldo nella nostra civiltà giuridica. Dice l’articolo 111, dal secondo comma in poi: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore (…) Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore».

E’ impressionante non la lontananza ma la assoluta incompatibilità tra questo articolo della Costituzione e le teorie del Fatto, condivise da un gran numero di giornalisti di tanti tanti altri giornali. Eppure proprio il Fatto, mica tanto tempo fa ( un paio di mesi) era stato la punta di lancia di uno schieramento che sosteneva che chi mette in discussione la Costituzione è un golpista o giù di lì. Sono i capolavori imprevisti della buona fede. Difendere, con impeto, le cose che non si conoscono.




ll ciclone Pignatone fa infuriare i giornalisti

di Piero Sansonetti

Un ciclone si è abbattuto sul giornalismo italiano. Si chiama Pignatone. Nelle redazioni dei giornali regna il panico. I grandi giornalisti d’inchiesta sono sgomenti, atterriti. Il ciclone è arrivato senza alcuna avvisaglia, imprevedibile.

Pignatone – che per la precisione è il dottor Pignatone Giuseppe, classe 1948, Procuratore di Roma – ha deciso di interrompere la continuità delle carriere tra magistratura inquirente e giornalismo giudiziario, e ha stabilito che l’articolo del codice penale che impone il segreto d’ufficio sulle indagini preliminari va rispettato. Rovesciando una tradizione almeno quarantennale e ininterrotta che aveva permesso a un drappello abbastanza cospicuo di Pm di lavorare spalla a spalla non solo coi carabinieri e con la polizia, ma soprattutto coi redattori di cronache giudiziarie dei principali giornali italiani. I quali venivano stabilmente riforniti di notizie segrete – in modo assolutamente illegale ma altrettanto assolutamente tollerato – e di queste notizie facevano la parte essenziale del proprio lavoro, e anche del lavoro di intere redazioni e di molti direttori.

L’altro giorno, con un gesto clamoroso, il dottor Pignatone – verso il quale, in passato, questo giornale ha spesso e volentieri rivolto svariate critiche e poche lodi – ha firmato un atto rivoluzionario, togliendo al nucleo dei carabinieri che si chiama “Noe” la titolarità delle indagini sul caso Consip e affidandola al nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma. Motivando la sua scelta in modo esplicito con la necessità di fermare la fuga di notizie e di far rispettare il codice penale costantemente violato da investigatori, Pm e giornalisti.

La rabbia dei giornalisti


E ora? La decisione di Pignatone ha creato sconcerto e rabbia
.
Il direttore del Fatto Quotidiano, si è scagliato contro di lui facendo con ironia notare che invece di prendersela con gli imputati, Pignatone se l’è presa con gli investigatori che indagano sugli imputati.

Non è esattamente così: le indagini su chi è indiziato proseguono, solo che si interrompe il reato commesso per giorni e giorni da giornalisti e inquirenti che facevano trapelare notizie ad hoc, danneggiando ovviamente le indagini e danneggiando, ancor più ovvia- mente, gli indiziati ( e il loro parenti…).

Sebbene il ragionamento di Travaglio non regga, si capisce perfettamente però la sua furia. Il giornale che lui dirige, più di altri, si fonda programmaticamente sulla fuga delle notizie giudiziarie e sulla violazione del segreto ottenuta unificando le carriere di alcuni giornalisti ( appunto: quelli detti di inchiesta) e di alcuni investigatori. Se Pignatone rompe questo gioco, per alcuni il danno è enorme.

«Compratemi, ho una fuga di notizie»

Il giorno prima della mazzata di Pignatone, un giornalista del “Fatto”, ospite da Mentana, alla Sette, aveva invitato i telespettatori a comprare il suo giornale il giorno successivo, per leggere una “fuga di notizie” clamorosa. Voi direte: beh, ingenuo questo ragazzo a parlar così! No, non era ingenuità, era solo un modo di parlare del tutto conseguente con il senso comune che dilaga nel giornalismo italiano. I giornalisti che fanno dipendere il loro lavoro dai carabinieri, o dai Pm, o da altri funzionari dello Stato o dei servizi segreti, non trovano che ci sia niente di male in questo loro modo di comportarsi: sono stati educati così, sono nati nel dopo– Tangentopoli, non hanno mai saputo che una volta il giornalismo di inchiesta era ricerca della notizia e non affiliazione a una banda politico– giudiziaria. Il giornalismo per bande è diventato negli ultimi anni una realtà accettata da tutti, considerata un fatto ordinario, legale, apprezzabile, persino ad alto contenuto etico.

E i giornali si accorgono che nascono pochi bambini Così è successo che chi ieri abbia dato un’occhiata ai giornali online, sia rimasto un po’ stupito. C’è stato il ritorno in grande stilo della politica estera, sebbene non ci fossero molte notizie, o di temi non proprio nuovissimi come il calo delle nascite. La notizia che vengono al mondo meno bambini di un tempo, sebbene vecchia più o meno di 27 anni, ha conquistato tutte le home page. E il caso Consip è scivolato un po’ giù. Se i Carabinieri non danno più notizie, vince l’ufficio stampa dell’Istat: meno bambini, ridotta la produzione industriale, inflazione bassa, e persino Gentiloni da Pippo Baudo! Roba fresca.

Il misterioso signor Bill

Oppure la storia del misterioso Bill. Chi è Bill? Oddio Bill è sempre stato il nome di un personaggio misterioso nella storia recente italiana. Una volta, mi ricordo, era il nome di battaglia di un certo Urbano Lazzaro, partigiano controcorrente che diceva di essere stato lui ad arrestare Mussolini, a Dongo, e che a fucilarlo non fu il colonnello Valerio, come dice la storia ufficiale, ma nientedimenoché Luigi Longo in persona, cioè il luogotenente di Togliatti, forse per ordine degli inglesi che volevano fare dispetto agli americani o qualcosa del genere. Ora il misterioso Bill è invece solo l’autista di un camper che qualche anno fa scorrazzò Matteo Renzi nella campagna per le primarie. Il suo vero nome è Roberto Bargilli e in gennaio pare che abbia mandato un sms a quel Russo che dovrebbe essere uno degli uomini chiavi dell’affare Consip, per dirgli: “La pianti di telefonare a papà Renzi? ”. Vi pare poco? Non è forse questo sms una prova quasi certa della colpevolezza diretta del presidente del consiglio? Beh, certo, non è chiarissimo quale sia il reato, ma non è molto importante. In realtà in tutto il caso Consip non è chiarissimo quali siano i reati principali. Dicono i giornali che si tratta di un clamoroso caso di corruzione per strappare un appalto miliardario. Benissimo: ma qualcuno ha preso il soldi per farsi corrompere? Qualcuno li ha dati? Qualcuno ha assegnato l’appalto?. No, questo, no, dicono i giornali, però…

Indizi e reati

Ecco il problema è tutto qui: non c’è niente di male se gli inquirenti decidono di approfondire delle vicende che non appaiono loro chiare e che potrebbero nascondere fatti di corruzione e reati. E si adoperano per scoprire i reati, o impedirli, o punirli. E’ il loro lavoro. Il problema è che per un inquirente serio un indizio è un indizio, e cioè qualcosa che serve a cercare eventuali colpe, o viceversa a escluderle, e non è di per se una prova, né tantomeno è esso stesso il reato. Invece per i giornali, qualunque ipotetico indizio è il reato. Papà Renzi è andato a Fiumicino in auto e poi non ha preso l’aereo? Beh, è chiaro che è colpevole? Colpevole di che? Vedremo, vedremo, ma è colpevole…

Il giornalismo di inchiesta

Il moderno giornalismo di inchiesta funziona così. Non fa inchieste, non cerca notizie. Riceve informazioni dagli apparati o da qualche altra figura istituzionale e decide non di informare ma di eseguire la pena. La frustata di Pignatone potrebbe avere effetti davvero imprevisti. Se la degenerazione del giornalismo italiano si dovesse trovare senza più ossigeno, magari anche dentro la nostra categoria si muove qualcosa. E a qualcuno viene in mente che lo Stato di diritto non necessariamente è il nemico dell’informazione.