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7 Febbraio 2026 18:19

“Melania” il documentario sulla First Lady Usa è un flop nelle sale italiane incassando solo 772 euro

Il documentario sulla moglie di Trump è presente in 61 sale cinematografiche in Italia e mercoledì è stato solo il 63esimo dei film scelti dal pubblico
di Marta Bonfiglio

Secondo la rivista The Hollywood Reporter quello sulla first lady americana, moglie del presidente Donald J. Trump, prodotto da Amazon MGM Studios e diretto da Brett Ratner è stato il film-documentario più costoso della storia: è costato a Jeff Bezos patron di Amazon 40 milioni di dollari per i diritti, e altri 35 milioni di dollari per promuoverlo, un vero record assoluto per il genere. Negli Stati Uniti “Melania” ha registrato incassi superiori alle attese nel primo weekend di proiezione: circa 7 milioni di dollari, a fronte di una previsione di 3-5 milioni. Il film-documentario non è andato altrettanto bene al box office italiano dove “Melania“, ha incassato solo 772 euro, con 104 spettatori in 61 sale, per una media inferiore ai 2 spettatori per schermo.

Il film si apre con la moglie di Donald Trump che lascia la residenza di Mar-a-Lago, in Florida, diretta a New York. Le riprese dall’alto indugiano sulla grandiosità della tenuta, la bellezza del contesto naturale a un passo dall’oceano, il corteo di suv che accompagna la first lady all’aeroporto. Mancano venti giorni al secondo insediamento di Donald come presidente, e la premessa del film, che è costantemente accompagnato dalla voce di Melania come narratrice, è “perché tutti vogliono sapere”. Melania, dunque, concede al mondo un contatto ravvicinato nei giorni che precedono l’Inauguration Day.

Fin dall’inizio si apprende le modalità con cui la signora Trump si presenta al mondo: tacchi acuminati laccati di rosso (è il primo dettaglio con cui si mostra), tono monocorde, abissale inespressività, un rarissimo sorriso niveo, eccessivo e meccanico; il volto immutabile, segnato da un formidabile sguardo cobalto da cui fuoriesce solo determinazione. La signora Trump, che del film-documentario è anche produttrice esecutiva, non spreca occasione per ribadire lo status da ultra privilegiata: in 104 interminabili minuti di girato, si susseguono scene su jet privati, aperture di massicci portoni ricamati d’oro, ostentazione di buste da shopping firmate dei più prestigiosi e costosi brand del lusso.

La trama si sposta rapidamente nella Trump Tower di New York, dove Melania, spalancata una porta sfavillante oro, ci introduce al primo dei suoi impegni pre-inaugurazione: la prova del vestito di gala. Di fronte a un’enorme vetrata a picco su Central Park, attorniata da una corte di stilisti e assistenti, la First Lady tiene a evidenziare quanto la sua competenza e precisione da ex modella siano fondamentali per orientare lo staff che dovrà curarne l’aspetto. Le persone che la circondano esprimono un ossequio timoroso, sussurrato, ed è nel sollievo generale che la prova dell’abito si conclude con l’approvazione del modello, dopo alcune piccole ma fondamentali modifiche richieste espressamente da Melania Trump.

La nota più imbarazzante che si evince dalla visione dell’ intero film documentario è la totale assenza di autenticità. Una sceneggiatura farcita da un mix imbarazzante di retorica e banalità, con affermazioni tipo “vivo ogni giornata con dedizione”, “onoro l’importanza della Casa Bianca“, “voglio essere un’influenza positiva per la mia nazione”, “nutro un rispetto reverenziale per i nostri militari”. Persino quando parla della sua “adorata” madre, Amalija Knavs, venuta a mancare nel 2024, Melania Trump si mettersi in posa, portando avanti imperterrita una deprecabile operazione di immagine che sfiora il ridicolo: la scena di lei che chiude gli occhi mentre il prete la benedice dentro un’insolitamente vuota cattedrale di San Patrick è abbastanza comico.

Persino la rappresentazione dell’amore coniugale risulta piuttosto “taroccata”, nonostante il grande sforzo delle inquadrature effettuate per immortalare la coppia presidenziale mano nella mano. Quando lui viene eletto, lei gli fa una telefonata di congratulazioni al cui confronto, gli operatori dei call center sono più che calorosi. Donald Trump , l’unica cosa che riesce a dirle è: “Sei bellissima. Hai un vestito adatto per la cerimonia di inaugurazione?“.

Melania nel suo film documentario autobiografico incontra persone comuni, parenti di soldati caduti, persino una donna ex ostaggio di Hamas, nei cui confronti ha una parvenza di solidarietà generalizzata, quasi “standard”. La sequenza delle riprese rivela, senza alcuna ombra di imbarazzo o disagio, la visione dei rapporti della coppia presidenziale americana con il popolo, è quella del congedo di Trump e Melania dal personale di servizio della Blair House, la dimora che ospita il futuro presidente subito prima della presa di potere. Nel rivolgersi a uno stuolo di donne e uomini in divisa, cameriere, maggiordomi, cuochi, schierati a salutarli ai piedi dello scalone che porta alle camere da letto, il quasi-presidente Donald Trump non resiste al piacere della battuta (di pessimo gusto) : “Ho lasciato la mancia di sopra. Tocca a chi arriverà prima”.

Non deve meravigliare che Lady Trump abbia evitato il confronto con le “First Lady” più recenti, come Hillary Clinton o Michelle Obama, probabilmente perché, durante gli anni di presidenza dei rispettivi mariti, la Clinton gettava le basi per una sua futura candidatura alla Casa Bianca non non riuscendovi ma diventerà Segretario di Stato, e la Obama  si batteva per temi come la lotta all’obesità infantile, l’istruzione delle ragazze e l’empowerment femminile. A loro differenza Melania Trump, all’apice del suo successo personale e professionale, è riuscita al massimo a far produrre su sé stessa un film documentario. Tanto costoso quando irrilevante.

Il film è arrivato addirittura terzo nella classifica del box office, dietro a “Send Help“, il nuovo thriller di Sam Raimi, e a “Iron Lung“, l’horror/thriller adattato dall’omonimo gioco di David Szymanskidel del 2022, dello YouTuber Markiplier, nome d’arte del comico Mark Edward Fischbach, alimentando i dubbi dei critici sul rapporto tra incassi ed effettivi ingressi, è un film che andrebbe analizzato da psicologi e pedagogisti. È un’autonarrazione senza filtri in cui la donna attualmente più potente del mondo svela, senza probabilmente volerlo, il modo in cui lei e il presidente Trump analizzano e filtrano la realtà. Ne emerge l’idea che la sovranità conquistata con il voto implichi una concezione “padronale” delle istituzioni.

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