L’ambasciatore Luca Attanasio, rimasto ucciso la mattina del 22 febbraio 2021 nell’attacco a un convoglio del Programma Alimentare Mondiale, nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, era un “obiettivo designato”. E il suo omicidio sarebbe “esplicitamente collegato” al giacimento di carbonatite di classe mondiale di pirocloro (niobio) presente a Lueshe, su cui sono puntati interessi russi.
E’ quanto emerge dalle testimonianze di due fonti individuate nel corso della missione in Nord Kivu del consulente della famiglia dell’ambasciatore, l’analista Mario Scaramella, che ha esplorato la zona per alcune settimane con il supporto di specialisti americano-congolesi.

Parte dei risultati di queste indagini, depositate dall’ avvocato Rocco Curcio in procura a Roma nel novembre scorso , saranno oggetto di un incontro stampa con il team legale guidato da Curcio e con il padre di Attanasio che si terrà domenica, nel quinto anniversario della morte dell’ambasciatore, poco dopo la messa celebrata dal segretario di Stato vaticano Pietro Parolin nella Chiesa di San Giorgio in piazza Solari a Limbiate (Milano).
Tra gli elementi che emergono dalle carte della difesa, a quanto apprende l’ agenzia di stampa Adnkronos, il fatto che l’imboscata al convoglio del PAM sarebbe stata “opera dal Movimento del 23 Marzo (M23), probabilmente infiltrato da un agente dell’intelligence russa e ruandese, con l’Ambasciatore italiano quale obiettivo designato“, con lo scopo di creare “un casus belli ideale per giustificare un’invasione e l’occupazione della specifica località e, successivamente, dell’intera regione” da parte proprio del Ruanda, che già in passato avrebbe “tentato o realizzato provocazioni mirate, ad esempio contro il Direttore del Parco Nazionale dei Virunga sulla strada N2 e contro le strutture dell’autorità del parco“.






