La storia del piccolo Aylan, il bimbo di tre anni morto sulla spiaggia

La storia del piccolo Aylan, il bimbo di tre anni morto sulla spiaggia

di Antonello de Gennaro

Quel bimbo di soli tre anni con la faccia nella sabbia si chiamava Aylan. Pantaloncini al ginocchio, una maglietta rossa, le braccia stese dalla risacca. Ieri mattina la corrente lo ha spinto indietro, fino alla spiaggia di Bodrum, Turchia, la stessa spiaggia da cui era partito poche ore prima.

Schermata 2015-09-05 alle 12.50.01Era nato a Kobane, nel nord della Siria. Scappava da una guerra che ha ridotto in polvere la sua città e ucciso migliaia di suoi compagni di giochi. Aylan Kurdi. Secondo i giornali, televisioni e quotidiani online turchi, questo è  il nome del bambino morto annegato nel tentativo di raggiungere l’Europa, la cui immagine purtroppo ha fatto il giro del mondo scuotendo le anime di tutti , compreso quelle del premier inglese e tedesco. Sulla barca oltre alla famiglia Kurdi c’erano almeno altri 8 siriani che sono morti nel viaggio verso le isole greche. Le condizioni del mare erano buone, ma a causa dell’alto numero di persone a bordo la piccola imbarcazione si è rovesciata, intrappolando i suoi passeggeri sott’acqua. Secondo le autorità turche nel naufragio sono morte 12 persone fra cui cinque bambini innocenti, altre persone sono ancora date per disperse.

Un orsacchiotto bianco

Schermata 2015-09-05 alle 12.45.42Aylan, sempre secondo i giornali turchi ripresi poi dai principali quotidiani internazionali come il Guardian, è morto insieme al fratello Galip, 5 anni. Su Twitter sono circolate anche delle immagini dei due bambini, vivi e sorridenti. In mezzo a loro un orsacchiotto bianco. E tanti, tantissimi sono stati i messaggi di dolore arrivati da tutto il mondo. I quotidiani britannici sono quelli che più hanno insistito sull’atrocità della condizione dei migranti, costretti a tentare il tutto per tutto pur di salvarsi dalla guerra, mentre l’Europa chiude loro le porte in faccia. Ma la notizia è poi rimbalzata in tutto il mondo.

Da Kobane al Canada

Un attivista anti Isis di Raqqa, Abdalaziz Alhamza su Twitter ha scritto che la madre di Aylan e Galip sta bene, era ad Atene e ora è tornata sull’isola di Mytilene, il suo terzo figlio sta bene. Si tratta però di informazioni che non sono verificate. Altri media riportano invece che tutta la famiglia, compresa la madre di nome Rehan, sia morta durante la traversata. Un quotidiano canadese, Ottawa Citizen, spiega come la zia di Aylan, Teema Kurdi, che adesso vive in Canada, sia stata contattata dal padre del bambino, sopravvissuto alla traversata, che le ha dato la notizia della morte dei figli e della moglie. Teema Kurdi, che vive a Vancouver (Canada),  che ha spiegato che nelle ultime settimane si era attivata per raccogliere i soldi necessari ai suoi parenti per trasferirsi in Canada.

Aveva iniziato chiedendo ad amici e ad altri familiari, ma era stato impossibile mettere via denaro a sufficienza per pagare il viaggio, e per questo i Kurdi erano partiti su una barca cercando di raggiungere le isole greche. Teema Kurdi ha anche detto che negli ultimi tempi aveva dato una mano pagando l’affitto dei suoi parenti in Turchia, “ma lì i siriani vengono trattati in modi orribili”. La signora Kurdi vive in Canada da circa 20 anni e aveva fatto un primo tentativo per fare riconoscere lo stato di rifugiati ai suoi parenti in vista del loro arrivo, ma la domanda era stata rifiutata.

Poche informazioni dunque, sulla storia di quel bambino, la cui immagine ha scosso il mondo interno. Quel che è certo è che quel corpo, piccolo, piccolissimo, con la maglietta rossa, e il viso riverso nella sabbia, è stato raccolto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, punto di passaggio di migliaia di rifugiati che da quel tratto di mare passano per raggiungere le isole greche come Kos, da cui poi tentano di continuare il viaggio verso il nord Europa.

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Quando leggete sui social network i soliti commenti razzisti di qualche frustrato, compreso Salvini, che scrivono delle frasi piene di veleno rivolte a quei poveri disperati che approdano sulle coste italiane su dei barconi della disperazione, della serie “rimandiamoli a casa loro“, ricordatevi bene le immagini di questo articolo.  Questa è Kobanê, la città del bambino ritrovato morto sulla spiaggia che ha fatto il giro del mondo. Questa è “casa loro“. Adesso però fateci un piacere. Tacete e chiedete scusa a quella povera anima sacrificata sulla sabbia. Noi piangiamo e pregheremo per lui.

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