Le due condanne per lo scontro dei treni tra Andria e Corato del luglio 2016, uno dei più grandi disastri ferroviari della storia nazionale, con 23 morti e 58 feriti diventano definitive . La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Bari del settembre 2025 che ha condannato a sei anni e tre mesi di reclusione il capostazione di Andria, Vito Piccarreta, ed il capotreno del convoglio partito da Andria e diretto a Corato Nicola Lorizzo a sei anni e nove mesi.
A seguito della sentenza emessa dai giudici della Quarta sezione penale della Cassazione sonno diventate definitive anche le assoluzioni per gli ex dirigenti di Ferrotramviaria, Massimo Nitti e Michele Ronchi, e per la stessa società, nei cui confronti invece la procura generale di Bari aveva presentato ricorso e per i quali oggi il sostituto procuratore generale della Suprema Corte Ferdinando Lignola aveva chiesto un processo di Appello bis.
“Sono scandalizzato che le responsabilità per 23 morti e oltre 50 feriti vadano a ricadere solo su un capotreno e un capostazione senza considerare la gestione della sicurezza”, ha detto questa mattina il Pg di Cassazione nella sua requisitoria sollecitando l’annullamento con rinvio della sentenza e la conferma delle condanne per il capostazione e il capotreno. I giudici hanno però confermato la sentenza della Corte di Appello di Bari.

Presidente Ferrotramviaria: “Cassazione rende giustizia e verità”
“La decisione della Corte di Cassazione rende giustizia non solo alle vittime e ai loro familiari ma anche a Ferrotramviaria, che negli anni si è impegnata ad aiutare nella ricerca della verità e a giungere a un verdetto che facesse chiarezza una volta per tutte sulle cause di quella immane tragedia”. ha dichiarato Giuseppe Pavoncelli presidente di Ferrotramviaria, . “Al di là del sollievo per una vicenda che si conclude dopo dieci anni di dolore, amarezze, strumentalizzazioni, falsità, non si può certo esprimere altro. Questa vicenda ha segnato profondamente Ferrotramviaria, i suoi dirigenti e dipendenti e resterà un ricordo indelebile e un monito per sempre”. “Desidero, infine, esprimere un ringraziamento sentito ai legali e in particolare agli avvocati Michele Laforgia e Tullio Bertolino – aggiunge Pavoncelli – per aver condotto fin dal primo giorno una difesa tecnica di alto livello, fondata sullo studio approfondito delle carte, delle prove e dei riscontri”.
“Sono stati dieci anni difficili, impegnativi, faticosi. Abbiamo sentito anche noi il peso della immane tragedia che ha colpito una intera comunità, la nostra comunità. Nessuna sentenza la potrà cancellare” hanno dichiarato i difensori della società Ferrotramviaria Spa, gli avvocati Michele Laforgia e Tullio Bertolino. “Ma la decisione dei giudici della Cassazione conferma che la Società Ferrotramviaria, i suoi rappresentanti e i suoi dirigenti non sono responsabili del disastro ferroviario, come abbiamo sostenuto sin dalla fase delle indagini e come avevano già accertato i giudici di primo e secondo grado. Non possiamo che esserne soddisfatti”.

Difesa ex dirigenti Ferrotramviaria: “Fatta piena chiarezza su responsabilità”
“La Suprema Corte di Cassazione si è espressa in modo inequivoco dichiarando l’inammissibilità del ricorso e mettendo la parola fine a una vicenda che, a questo punto possiamo dirlo chiaramente, aveva trascinato ingiustamente per anni Massimo Nitti e Michele Ronchi. In considerazione dei fatti a cui si riferisce, e in particolare alle tante persone che dieci anni fa persero la vita, non c’è altro da aggiungere. Le sentenze di assoluzione, che ora passano in giudicato, hanno fatto piena chiarezza sulle responsabilità”. È quanto ha dichiarato l’ avvocato Andrea Di Comite, difensore di Nitti e Ronchi, all’epoca dei fatti, rispettivamente, direttore generale e direttore di esercizio di Ferrotramviaria, già assolti dai giudici di merito.

Parenti delle vittime: “Sentenza inaccettabile, non si spiega tutto con l’errore umano”
“È una sconfitta amara, ma non mi ha trovata impreparata. Me l’aspettavo”. Lo scrive in un post pubblicato sui social, Daniela Castellano, figlia di Enrico, una delle 23 vittime del disastro ferroviario avvenuto il 12 luglio di dieci anni fa, commentando la sentenza della Corte di Cassazione. “Probabilmente – aggiunge – l’impianto accusatorio non era così solido e inattaccabile come avevo pensato all’inizio”. E prosegue: “Tre sentenze di assoluzione danno la misura di quanto non si sia riusciti a far comprendere fino in fondo la gravità di ciò che è accaduto e le gravi responsabilità di chi aveva il compito di garantire la sicurezza”, sottolinea la donna evidenziando che “quel binario unico ha ucciso 23 persone”.
Ed aggiunge: “Il sistema di sicurezza era obsoleto, eppure per la giustizia italiana era legale. È questo, forse, l’aspetto più difficile da accettare: che ciò che era evidentemente inadeguato e pericoloso possa essere considerato conforme alla legge fino a quando non accade una tragedia“. Infine aggiunge la donna: “Si chiude per sempre una delle pagine più dure della mia vita: l’ingiustizia”.
“È una vergogna questa sentenza. Non si può accettare. Ventitré morti e una giustizia che lascia troppe domande” ha dichiarato Anna Aloysi, sorella di Maria Aloysi una delle 23 vittime del disastro ferroviario del 12 luglio del 2016 sulla tratta a binario unico tra Andria e Corato, gestita da Ferrotramviaria. La Aloysi, presidente dell’associazione che ricorda la sorella, sottolinea che “il dolore delle famiglie viene colpito ancora una volta. Da quel giorno la nostra vita è cambiata per sempre. La decisione della Cassazione lascia una ferita profondissima. Non si può pensare che una tragedia di questa portata venga spiegata e chiusa soltanto attraverso l’errore umano“.
“Quando due treni si scontrano frontalmente e ventitré persone muoiono, è doveroso interrogarsi fino in fondo su tutto ciò che riguardava l’organizzazione, la sicurezza, i controlli e le responsabilità complessive. Le famiglie hanno aspettato anni. Hanno seguito processi, udienze, rinvii, sentenze e ricorsi. Ogni volta hanno rivissuto il dolore di quel 12 luglio, nella speranza che la giustizia potesse offrire risposte piene e definitive. Oggi, invece, restano rabbia, amarezza e troppe domande. Mia sorella Maria non è un numero. Nessuna delle 23 vittime lo è. Erano persone con famiglie, sogni, progetti e una vita davanti. Sono salite su quei treni – afferma – pensando semplicemente di arrivare a destinazione. Non sono mai tornate a casa. Per questo considero questa sentenza profondamente ingiusta e dolorosa. Il dolore e la memoria non si archiviano“, continua Anna Aloysi. “E non può essere archiviata nemmeno la richiesta di verità e giustizia delle famiglie. Continuerò a portare avanti questa battaglia con tutta la forza che ho. Perché dopo 23 morti non si può chiudere tutto lasciando alle famiglie soltanto il peso del dolore e il senso di una giustizia incompleta”, conclude.
“Ho letto le parole del Procuratore Generale, rilanciate dall’Ansa e sono scandalizzato che le responsabilità per 23 morti e oltre 50 feriti vadano a ricadere solo su un capotreno e un capostazione, senza considerare la gestione della sicurezza». È esattamente il pensiero che mi accompagna dalla sentenza di primo grado fino a oggi – commenta Daniela Castellano figlia di Enrico, perito in quel disastro ferroviario.
“È una sconfitta amara, ma non mi ha trovata impreparata. Me l’aspettavo. Probabilmente l’impianto accusatorio non era così solido e inattaccabile come avevo pensato all’inizio. Tre sentenze di assoluzione danno la misura di quanto non si sia riusciti a far comprendere fino in fondo la gravità di ciò che è accaduto e le gravi responsabilità di chi aveva il compito di garantire la sicurezza. Quel binario unico ha ucciso 23 persone. Il sistema di sicurezza era obsoleto, eppure per la giustizia italiana era legale. E’ questo, forse, l’aspetto più difficile da accettare: che ciò che era evidentemente inadeguato e pericoloso possa essere considerato conforme alla legge fino a quando non accade una tragedia“





