Claudio Martelli: "L’ultima telefonata con Craxi a Natale La sua voce così stanca"

di Walter Veltroni

Claudio Martelli, c’è un paradosso nella storia politica italiana. Durante la “Prima Repubblica“, ammesso ne sia mai esistita una seconda, in vari momenti le diverse forze della sinistra avevano una forza superiore a quella della Dc. Ma non hanno mai governato insieme.

Negli anni 80 effettivamente la sinistra era maggioritaria, sommando socialisti, socialdemocratici, comunisti, radicali. Era certamente maggioranza. Un portato dei referendum, quelli sui diritti civili, su divorzio e aborto. Bisognava concepirla a tappe, questa unità della sinistra: socialisti e laici, uniti, e i comunisti, rispettando i tempi della loro evoluzione, che era in corso. Modificando la prospettiva di fondo di Berlinguer tutta volta al dialogo con la Dc. Lui era veramente convinto che non si potesse governare un Paese come l’Italia con il 51%. Io penso invece si potesse, perché era un Paese democratico. Ma perché, non ci sono stati lo stesso gli attentati? Hanno rapito Moro per evitare il compromesso storico, quindi non era certo una prospettiva più rassicurante dell’alternativa. Il compromesso storico serviva a legittimare definitivamente il Pci: il problema storico del Pci era quello. E contemporaneamente a mantenere i tratti della diversità comunista. La legittimazione, nella sua fotografia statica, è cosa diversa da una visione revisionistica della propria storia. La sinistra che ha vinto in Europa è la sinistra non marxista, i laburisti inglesi e la socialdemocrazia tedesca che non erano dottrinari, attingevano, come mi disse Brandt, più a Lassalle che a Engels. Quanto più l’impianto ideologico è rigido, coerente, implacabile, tanto più prende l’impronta settaria e il settarismo è la premessa della divisione. La divisione è la premessa dell’impotenza o della sconfitta. Ieri come oggi“.

Anni 70: quando il Pci propone il compromesso storico il Psi è sulla linea dell’alternativa, con il congresso di Torino. Poi il Pci, scottato dalla vicenda della solidarietà nazionale, propone l’alternativa democratica e in quel momento il Psi si immerge nel buco nero del pentapartito. È una conversazione continuamente interrotta. Si è sempre cercato di essere divisi?

“Bisogna essere onesti: per ragioni diverse, forse opposte, né BerlinguerCraxi volevano l’incontro. Non per ostilità tra di loro. Per una visione diversa delle cose, ma simile nella scelta dell’interlocutore principale. Per Berlinguer il grande incontro, quello storico, era con le masse cattoliche e, in un certo senso, anche per Craxi era così. Craxi era veramente convinto dell’alleanza con la Dc. Lui fino al ’56 affiggeva i manifesti della sinistra unita e c’erano, anche a Milano, sezioni in comune tra i due partiti. Ma l’Ungheria cambiò tutto, anche in lui. Le sue esperienze cambiano, diventa l’interlocutore, nell’Unuri, dell’ala democristiana. In realtà quello che ha sempre diviso i socialisti e i comunisti è la questione cattolica. Ma non nel senso che non fossero d’accordo. Tutti e due erano convinti fosse la questione decisiva, molto più che i rapporti tra i loro partiti di sinistra. Ma volevano un’esclusiva del rapporto e temevano l’avesse l’altro“.

Frattocchie 1983, incontro tra Pci e Psi. Che ricordo hai?

Mah. Una cosa abbastanza fredda, con momenti di aperture reciproche. Però pesava una coltre di diffidenza. Lì c’è stato un eccesso di chiusura da parte di Berlinguer. Se avesse assunto un atteggiamento diverso nei confronti della presidenza del consiglio di Craxi forse qualcosa sarebbe cambiato. Forse, qualcosa. Non era una svolta pazzesca, era un grado di avvicinamento, quello compatibile con il mantenimento delle proprie posizioni. Il compromesso storico era tramontato, l’unità nazionale pure, si era già votato, quindi si era entrati in una nuova fase. Il Pci, in quella fase, era attratto dall’idea del “governo degli onesti”. Sono sempre stati molti i giochi di specchi nella storia politica italiana: pezzi della borghesia illuminata che dialogano con il Pci, esponenti della borghesia più dinamica e più nuova che invece dialogano con il Psi. Settori del mondo cattolico e della Dc che guardano piuttosto ai socialisti ed altri che guardano invece ai comunisti. Alla fine però questo gioco era a somma zero e l’unica che se ne è avvantaggiata è stata la Democrazia cristiana. I due forni sono sempre esistiti. Anche prima di Andreotti. Lui ne è diventato il teorico, tenendo aperte molteplici ipotesi di collaborazione. Era stato l’uomo del governo a destra con Malagodi, poi della solidarietà nazionale con il Pci, poi del pentapartito con un rapporto preferenziale con il Psi. Una catena di forni, sempre aperti”.

Vicenda Moro. Nell’intervista che mi ha rilasciato, Formica si chiede: noi vedevamo Pace e Piperno all’aperto, non di nascosto, informavamo Viminale e Quirinale, poi Pace e Piperno andavano da Morucci. Perché diavolo i servizi non li hanno seguiti?

E perché via Gradoli? Il Lago della Duchessa?

Che idea ti sei fatto di quei giorni?

La domanda di Rino è pertinente. Come mai nessuno si è mai sognato di seguirli? Sarebbero arrivati alla prigione di Moro. C’era l’Unità di Crisi presieduta da Cossiga con addirittura dei collaboratori internazionali, gli americani Pieczenik e Ledeen. Ledeen: quello che, per Sigonella, fece litigare Reagan e Craxi, con una traduzione che esasperò i toni della polemica. Anche quel passaggio non è mai stato chiaro: nella vicenda di Sigonella quali interessi serviva Ledeen dentro l’amministrazione? La Cia? Moro: troppi episodi che dimostrano che non lo si è voluto salvare. Fili di collegamento con i servizi cecoslovacchi, c’è la presenza americana preoccupata, la dichiarazione di Kissinger. E poi le figure di Cossiga e Andreotti. Il primo fa un gioco spericolato e spregiudicato, lo fa essendo amicissimo e legatissimo a Moro. Come fai a non impazzire? Ricevi quella lettera e contemporaneamente hai, nella tua Unità di Crisi, gente che dice che non lo vuole trovare o che spera di trovarlo già morto. Altro che non dormirci la notte… Si capisce che poi sia stato male per il resto della sua vita, si è portato sulla coscienza un peso. Anche Andreotti chiuse qualunque varco e pare addirittura che la dichiarazione del Papa sia stata corretta da lui. C’è da restare sgomenti. Mai visto un’interpretazione così estrema e così crudele della ragion di Stato. Mai.

Al vostro congresso di Verona Berlinguer viene fischiato. Colpì l’avallo finale di Craxi: «Se avessi saputo fischiare, avrei fischiato anch’io». Non si seminava un odio che creava un baratro? Che impressione fecero a uno come te, che nell’unità della sinistra credeva?

Beh, devo essere sincero, ero molto combattuto tra la mia educazione e la temperie della lotta politica. Mi dispiace fischiare, inviti uno e poi lo fischi… Però lui aveva appena detto che noi eravamo un pericolo per la democrazia, il governo Craxi era un pericolo. Nei festival dell’Unità c’erano gli stand con la trippa alla Bettino. Craxi era un combattente per natura, temperamento e convinzione. Lui è diventato un anticomunista nel ‘56, dopo gli anni di esperienza unitaria di cui abbiamo parlato. Esistevano gli anticomunisti democratici, anticomunisti non reazionari, categoria di cui il Pci togliattiano, soprattutto, tendeva a negare l’esistenza. Se sono anticomunisti sono fascisti. Kennedy, Moro, Brandt erano anticomunisti, ma certamente democratici. I fischi sono la replica di uno che è in conflitto aperto con i comunisti. Nenni non era mai arrivato a questo, forse neanche Saragat. La categoria del “tradimento” è stata molto presente, spesso tragicamente, nella storia della sinistra. Craxi si ribellava a questi toni e, facendolo, allargava però il solco. Dicendo “fischierei anch’io”, difende il suo popolo, che lui stesso aveva fomentato, si identifica con esso, non lo delegittima. Quindi, pur essendo lontano dal mio spirito, capivo. Lo capivo e l’ho anche condiviso. Quando l’ha detto, ho applaudito anch’io. Ma tra fischi e insulti la sinistra allontanava la sua unità possibile”.

Parliamo della parabola di Craxi.

Guarda la storia del Psi prima di Craxi: la crisi dell’unificazione socialista nel ’66, la nuova scissione, le peripezie, Mancini, quell’andamento così plumbeo della segreteria di De Martino: insomma la doppia subalternità. Al governo con la Dc, all’opposizione con i comunisti. Liberarsi da questo retaggio è stata un’impresa titanica, come riprendere un partito esangue, com’era quello del ’76, e tirarlo fuori dalla sua crisi. Il Psi era malato di divisioni, di velleitarismo che volta per volta diventava massimalismo o ministerialismo. Craxi aveva chiarissime tutte le debolezze strutturali del suo partito, voleva superarle e ha lottato per superarle“.

Quando inizia la parabola discendente?

Nel 1987. Con la fine dell’esperienza di governo lui diventa lentamente un’altra persona. Non credo mi faccia velo il fatto che allora sono cominciati tra di noi dei contrasti. Noi avevamo raccolto le firme con i Radicali per il referendum sulla giustizia giusta e io avevo difeso il diritto di quelli che avevano raccolto le firme sul nucleare a celebrare il loro referendum. De Mita, con la staffetta, ritira la fiducia al governo Craxi. Si aprono le consultazioni. Craxi dice: “O mi ridanno l’incarico o andiamo al voto”. “Ma tu sei sicuro che ti lascino andare al voto guidando il governo?” “Sono sicuro”. “Io non ci credo”. Puntualmente Cossiga dà l’incarico a Andreotti. Alle consultazioni vado io. Con Andreotti concordiamo una soluzione per l’uscita dal nucleare, dopo il referendum, attraverso un nuovo piano energetico nazionale e lui si spinge fino ad aprire sull’elezione diretta del presidente della Repubblica. Disse: “La Dc non può accettare questa impostazione però ne potremmo accettare una più gradualista. Se, dopo la terza elezione nulla in Parlamento, non si configura nessuna maggioranza in grado di eleggere il presidente della Repubblica, a quel punto si può ricorrere al voto popolare””.

Per la Dc una bella svolta…

“Entusiasta corro da Craxi. È furioso: “Tu la devi smettere di occuparti della crisi, la seguo io”. “Guarda che ci propongono di celebrare i referendum. Noi li vinciamo, andiamo a votare dopo. Che ti frega di tenerti Andreotti per un anno?”. Ma disse no al tentativo di Andreotti, e ci beccammo Fanfani. Nell’87 si spezza la fase ascendente. Lo riconobbe: “Ho fatto un unico errore” mi disse, “tornare a via del Corso dopo la presidenza. Avrei dovuto occuparmi di Onu e di Internazionale socialista. Tornando al partito sono passato dal ruolo che avevo conquistato per me e per i socialisti — guidare il governo più duraturo della storia repubblicana e occuparmi delle grandi questioni — a dover brigare per fare ministri, sottosegretari””.

Quando finisce il Psi?

Il Psi finisce con Mani pulite. Inutile girarci attorno. Alla vigilia delle elezioni del ‘92 il rapporto tra Bettino e me era sempre molto affettuoso, però si era creata qualche distanza. Io pensavo fosse finito il ciclo della coalizione con la Dc e bisognasse rischiare e sperimentare vie nuove. Un sabato sera vado a casa sua. Gli dico che trovo sbagliato impegnarsi con la Dc prima del voto, lo spingo a tenere una mano sulla testa al passaggio da Pci a Pds perché, se noi ci mettiamo a fare i guardiani di una roba finita, il pentapartito, il risultato sarà che loro cercheranno un’intesa con la Dc. È inevitabile. Mi ascolta, ma scrolla la testa: “Claudio io li ho combattuti tutta la vita, me ne hanno fatte di tutti i colori. Adesso quella storia è finita, quella del Comunismo internazionale, e io non voglio che nemmeno un calcinaccio di quei muri mi cada in testa. Si arrangino”. Era questa la sua posizione. L’unità socialista rivestiva, ma in modo difensivo, questa attitudine”.

Il congresso di Torino del 1978 e la Convenzione programmatica di Rimini del 1982, famosa per le idee sul “merito e il bisogno”, sono punti avanzati del pensiero riformista italiano. Ma poi molto cambia, nella costituzione materiale del Psi. Come se il partito fosse stato “occupato” da persone che, con quei valori, non avevano molta relazione.

Sì, e Bettino se ne accorse. Ricordo un incontro nell’ascensore alla Direzione del partito. Entra un compagno noto, non dico chi. Lui lo guarda e dice: “Ma a te non ti hanno ancora arrestato? Con quello che stai combinando…”. L’affaire politica è sempre esistito, anche nel glorioso primo dopoguerra, anche nel secondo dopoguerra. Mussolini pigliava quantità sterminate di denaro da tutti i suoi foraggiatori e nel dopoguerra i partiti appena nati avevano bisogno di vivere. La Dc prendeva i soldi dalla Cia, il Pci dall’Unione Sovietica, il Psi per un po’ li ha presi anche lui dall’Unione Sovietica poi invece sono passati al Psiup, come è poi successo al Pci con Cossutta. Dopo di che il partito si è arrangiato. Naturalmente l’arrangiarsi era molto più rischioso che non i canali super riservati dei finanziamenti internazionali. Ogni tentativo di mettere ordine, che pure facemmo con Formica e Nesi, fu travolto dalle lotte correntizie interne. Le correnti si devono finanziare e la forma è ancora più rischiosa. Questo andazzo è durato dieci anni. Ma, diciamoci la verità, Tangentopoli e Mani pulite non sarebbero successe senza il crollo dei muri a Berlino Est. Fu un cambio d’epoca“.

Se tu nell’87 fossi diventato Segretario cosa sarebbe cambiato nella sinistra italiana?

“Quello era il momento giusto. Avremmo costituito un polo laico e socialista oltre il 20%, e a quel punto il rapporto con il Pci si poteva impostare, ben prima del crollo dei muri, in modo più serio. Quale era la richiesta che Occhetto, il gruppo dirigente del Pci di quegli anni, poneva come una prova di serietà delle nostre intenzioni e di lealtà futura? Che noi sperimentassimo di stare all’opposizione insieme. Ma Bettino diceva: “Sì, così noi andiamo all’opposizione e si ritorna al ’76: il Pci si mette d’accordo direttamente con la Dc”. No, in quel momento bisognava cercare strade nuove. Dopo il ’92, dopo la fine del Psi, quando la sinistra tutta era poco oltre il trenta per cento, avrei lavorato per il Partito democratico, prospettiva della quale, con Occhetto, avevamo parlato”.

C’è un momento, nel ‘92, in cui tu hai capito che stava arrivando lo tsunami?

“Non Mario Chiesa. Gli avvisi di garanzia ai due sindaci, Tognoli e Pillitteri. Lì cominciò tutto. La gente che scappava. La catastrofe la avverto nell’estate del ’92. In quei mesi ero concentrato sulla questione della mafia. E forse non ho percepito per tempo che stava arrivando la grande slavina. Ero ministro della Giustizia e il mio fronte principale era Palermo: avevano ammazzato Falcone e Borsellino, tolto di mezzo Scotti, lo Stato era in ginocchio. Caponnetto diceva “tutto è perduto”. Lo chiamai al ministero per tornare ad impegnarlo. C’era un clima da fine vera. Io ho avuto paura di un cedimento dello Stato. L’ho avuta, l’ho vista ai funerali di Falcone. Quella era la guerra vera. La mafia contro lo stato. E poi il cedimento ci fu. Non c’è stata la trattativa, c’è stato un cedimento, unilaterale. Quando Conso dice: “Io e solo io decisi di togliere dal 41 bis centinaia di mafiosi e lo feci per dare un segnale di disponibilità all’ala moderata di Cosa nostra guidata da Provenzano”, tratta la mafia come fosse un partito. Non è una trattativa, è un cedimento unilaterale”.

 

Un collaboratore di Messina Denaro ha riferito di un attentato in preparazione contro di te. Tu chiamasti Falcone al ministero e questo bastò per scatenare, contro di lui, una polemica durissima.

“La mattina ho giurato da ministro, il pomeriggio ho chiamato Falcone. Gli ho detto di venire a Roma, volevo offrirgli la direzione degli Affari penali. Falcone non era un politico, era il miglior magistrato al mondo, così era considerato. Salvo che a Palermo. Come disse Borsellino anche la magistratura aveva responsabilità gravi. Falcone ha cominciato a morire quando gli preferirono Meli al Consiglio superiore, quando lo fregarono per l’elezione al Csm, quando lo rifregarono per la nomina a procuratore a Palermo. Il tutto condito, come tu ricordavi, con azione denigratoria pazzesca, che non veniva da anfratti di sovversivi, erano membri del Consiglio superiore della magistratura, ambienti di stampa e politici“.

Ti ricordi l’ultima conversazione che hai avuto con Craxi?

Sì, nel dicembre del ’99. Alla vigilia di Natale. Non lo sentivo da un pezzo. All’inizio, dopo che era rifugiato a Hammamet, mi aveva lasciato un numero riservato. Lo chiamavo dalle cabine telefoniche. Noi vivevamo come braccati, chi non l’ha vissuto fa fatica a capire il clima in cui abbiamo vissuto il ’92, ’93, ’94. Abbiamo parlato i primi due anni, poi non so cosa è successo, in esilio. Per due o tre anni sono caduti i contatti. Alla fine Stefania me l’ha passato al telefono. Mi dice: “Ti devo fare una sorpresa” ed ero felice. Anche lui era molto contento, mi chiese di mio figlio. Mi sono commosso, lui aveva una voce stanchissima. Gli ho detto: “Vengo a trovarti”. “Aspetta un momento, adesso mi sono appena ripreso dall’operazione”. Invece non si riprenderà più. La sua morte è ancora oggi inaccettabile. Non esisteva per il governo la possibilità di prendere un aereo e farlo operare a Madrid, a Parigi, a Tel Aviv? Non si fa operare un ex presidente del Consiglio in un ospedale non attrezzato, con uno dei medici che deve chiedere all’infermiere di reggere la lampada per illuminare il tavolo operatorio. Napolitano ha ragione: Craxi è stato trattato con una durezza senza eguali. Qualunque cosa abbia fatto è stato trattato con una durezza e spietatezza inaudita, in Italia. Perché? È una storia tragica però bisogna avere il coraggio di ripensarla. Ripensare Craxi non è così un vezzo per i craxiani, o gli orfani, è una necessità, quantomeno un’utilità per ricomporre una storia. Si sono perdonate cose ben più gravi, nella storia della sinistra italiana, che non il finanziamento illecito al partito“.

È finito il socialismo?

“No, io non penso che sia finito, il socialismo. Dedicherò quel che mi resta da vivere a dimostrarlo. È stato un errore credere alla storia della fine delle ideologie, bubbola inventata dal pensiero unico. In realtà, spazzando via insieme con il comunismo anche il socialismo, la socialdemocrazia, i fermenti più radicali delle varie forme di sinistra e persino il liberalismo nella sua forma autentica e le culture democratiche, è rimasta in piedi un’unica ideologia che è il nazionalismo sovranista. Prima gli italiani, dicono. Quando uno dice prima gli italiani, prima gli americani, la cosa importante che ti sta dicendo è che tu vieni dopo. Tu non sei importante, non sei come loro. Non esisti, sei un problema. Non una risorsa, come invece è chiunque di noi”.

*intervista dal Corriere della Sera



Uccidete non i socialisti, ma la verità

di Mauro Del Bue

Basta con la violenza sulla storia socialista. Assassini della verità, manipolatori interessati, ignoranti di professione che pullulano nella Tv di stato celebrano i settant’anni della Costituzione come atto congiunto “di cattolici, liberal democratici e comunisti”. Questo il giudizio della tv di stato. Il ribaltamento della storia, iniziato anche grazie alla gamba tesa della magistratura, ha condannato i socialisti e il loro luminoso percorso alla dimenticanza. Reagiamo con atti clamorosi ovunque noi siamo.

Saragat era presidente della Costituente, a Nenni si deve la lotta senza indugio per la repubblica, a Basso interi articoli della Costituzione. Quando il testo fu approvato il Partito Socialista aveva il 20,6 per cento dei voti contro il 18 dei comunisti. Facciamo giustizia, con comunicati, proteste, mobilitazioni.

Bettino Craxi e Rino Formica

Non é la prima volta. Non sarà l’ultima. Tentano di cancellare non solo noi e i nostri leader storici, il loro messaggio politico, ma la verità. Aveva ragione Rino Formica che nel 1993 profetizzò: “Ci condanneranno non solo per i nostri torti, ma per le nostre ragioni”. Sono, costoro, non solo cecchini della storia socialista, ma contraffattori dell’intera storia democratica. Riprendiamole le nostre ragioni. Prima, essenziale. Pietro Nenni e il rinato Psiup, punto d’intesa tra il vecchio Psi, riunificato a Parigi nel 1930, e il Mup (Movimento per l’unità proletaria) di Lelio Basso, fu l’unico partito a porre già nel 1943 la pregiudiziale repubblicana, mentre il Pci, dopo la svolta di Salerno del 1944, su ordine di Stalin, accettò di convivere con la monarchia. Per questo i socialisti non parteciparono al secondo (in realtà terzo dopo quello del 1921) governo Bonomi, al quale presero invece parte i comunisti.

La Dc di De Gasperi in occasione del referendum del 2 giugno, non scelse la soluzione repubblicana, ma lasciò liberi i propri elettori. Senza i socialisti, senza la protervia di Pietro Nenni, come sarebbe andata a finire? Perché fu scelto Giuseppe Saragat come presidente della Costituente? La presidenza del Consiglio dopo la fine della guerra doveva essere assegnata a Pietro Nenni, dopo la parentesi Bonomi che, non dimentichiamolo, era stato uno dei più prestigiosi esponenti del Psi e poi del Psri, assieme a Leonida Bissolati e ad Angiolo Cabrini.

La candidatura Nenni trovò ostilità sia nella Dc, sia nel Pci e si optò per Ferruccio Parri, un azionista senza un partito solido alle spalle. Anche per questo la presidenza della Costituente, dopo che le elezioni del 2 giugno avevano sancito la legittimità della guida democristiana del governo, De Gasperi era subentrato a Parri nel dicembre del 1945, venne assegnata a un socialista, col Psiup secondo partito italiano.

Solo per citarne alcuni riprendo il contributo di Lelio Basso, deputato alla Costituente, membro della Commissione dei 75 e di fatto autore degli articoli 3 e 49 del testo costituzionale. Ma vado oltre. E cito per tutti il voto contrario e convintissimo dei socialisti all’articolo 7 che trasferiva in Costituzione i Patti lateranensi. Quel voto fu espresso alle ore 2 del 25 marzo 1947 in sede di Assemblea Costituente. Purtroppo il contestatissimo ex articolo 5, poi trasformato in 7, passò per il voto favorevole di 350 costituenti contro 149. A favore 201 democristiani di De Gasperi, 95 comunisti di Togliatti e 54 tra qualunquisti di Giannini, liberali e isolati.

Onore a quel voto e alla logica conseguenza che spinse sempre i socialisti a battersi per la laicità dello stato e a favore dei diritti civili. Di questa storia c’è da essere orgogliosi, cari giornalisti di stato prezzolati. Specchiate le vostre menti ingannatrici in quest’acqua limpida. Sulla repubblica e per la Costituzione nessun partito ha agito con la coerenza e la determinazione di quello socialista. I socialisti hanno fatto tanti errori, diceva Riccardo Lombardi, dei quali pentirsi, nessuno dei quali vergognarsi.

La dimenticanza, per calcolo o per ignoranza, della nostra storia é invece un errore del quale vergognarsi. Anche se nessuno, alla fine, nemmeno arrossirà.




Noi (riclicati) con Salvini

di Alessandro De Angelis*

Menia, Alemanno e Salvini

L’ultimo arrivato è Roberto Menia, finiano non pentito, piazzato dall’ex presidente della Camera nel cda della Fondazione An, terreno delle infinite faide nella galassia post missina. Ha aderito al fantastico mondo di Matteo Salvini, nell’ambito dell’accordo con il movimento nazionale per la sovranità di Francesco Storace e Gianni Alemanno. Movimento di cui Menia è il vicepresidente. E che aprirà, in tutta Italia, i comitati per “Salvini premier“.

 È il progetto, a volerla vedere da un punto di vista “alto”, di una “cosa nero-verde”, che nasce dal circolo culturale “il talebano” di Vincenzo Sofo, da tempo teorico di un fronte identitario lepenista in Italia: leghisti, missini, “sovranisti”, vecchie glorie che cercano un posto al sole, col chiaro obiettivo di togliere voti a Giorgia Meloni, imbarcando pezzi di destra-destra, senza andare tanto per il sottile. In realtà c’è molto pragmatismo e poca teoria, in quest’accordo che prevede un paio di parlamentari in quota post missina, anche se – così pare – i posti non spetteranno all’ex governatore del Lazio e all’ex sindaco di Roma, ancora sotto inchiesta per l’accusa di corruzione e finanziamento illecito.

Giuseppe Scopelliti,

Il movimento di Alemanno, per “Salvini premier” è radicato in tutta Italia. In Calabria c’è Giuseppe Scopelliti, ex sindaco di Reggio Calabria, ex governatore del Pdl poi approdato nel partito di Alfano. Nel suo curriculum una serie di processi penali e una condanna a 6 anni di reclusione per abuso e falso e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per presunte irregolarità nei bilanci del Comune tra il 2008 e il 2010. Presenze che imbarazzano parecchi leghisti, cresciuti a pane e “Roma ladrona“. Non è un caso che alla manifestazione di giovedì a Napoli ha evitato di metterci la faccia Giancarlo Giorgetti, il più alto in grado dopo Salvini, e sia andato Raffaele Volpi. Volpi è un moderato di Brescia che ha girato il Sud, palmo a palmo, in queste settimane con l’incarico di costruire la rete di Noi con Salvini, aprendo circoli ovunque e senza mettere troppi filtri al personale politico in arrivo. Risultato ottenuto, a vedere la mappa sul territorio.

Sbarco al Sud, Lega nazionale, nuova e rinnovata. Sotto l’orgia di retorica, si nasconde una carica di riciclati, trasformisti, “inciucisti”, come si suol dire buoni per tutte le stagioni. In Sicilia il primo ad aderire a “Noi con Salvini” è stato il parlamentare Angelo Attaguile. Figlio dello storico senatore democristiano Gioacchino Attaguile, andreottiano di lunga data e due volte sottosegretario alle Finanze nei governi Rumor e Colombo, è entrato alla Camera in “quota” Raffale Lombardo. L’altro parlamentare è Carmelo Lo Monte, altro democristiano passato in Mpa, che vanta nel suo curriculum l’assessorato alla Cooperazione, Commercio, Artigianato e Pesca col primo governo di Totò Cuffaro.

Con loro Salvini ha iniziato la sua campagna elettorale in Sicilia, che ha portato all’elezione di un solo parlamentare regionale, Toni Rizzotto, uscito dalla maggioranza una volta eletto perché non è arrivato un posto in giunta. Toni Rizzotto, bandiera della purezza sicula salviniana, è il classico riciclato. Dipendente del Comune di Palermo, dopo una lunga gavetta nella Dc, transita nell’ Udc di Totò Cuffaro, che poi molla quando il governatore viene travolto dalle inchieste. Il nuovo “taxi” è l’Mpa di Raffaele Lombardo, con cui approda all’Ars come deputato regionale. Nel 2012 finisce anche in una polemica: Lombardo lo piazza alla presidenza di “Lavoro Sicilia“, ma poi è costretto a rimuoverlo per incompatibilità. E nomina, al suo posto, la compagna di Rizzotto.

Il radicamento a Sud di “Noi con Salvini” si è sviluppato soprattutto nell’ultimo anno, in cui con i sondaggi in crescita a il profumo di vittoria è arrivato ceto politico di consumata abilità trasformistica. Come in Puglia, dove è stato “scippato” a Forza Italia il giovane capogruppo in regione Andrea Caroppo, un passato nell’Udc e anche in “Puglia prima di tutto“, la famosa lista nella quale si candidò Patrizia D’Addario, la escort del primo “sexgate” di Berlusconi, che squarciò il velo del silenzio sul filone pugliese del “bunga bunga”. A Bari il punto di riferimento per i nuovi arrivi – consiglieri, assessori, militanti, sottobosco – è  Giuseppe Carrieri (eletto in liste civiche di sinistra).

L’assenza di filtri ha portato anche a qualche guaio. Il più eclatante riguarda tal Primiano Calvo, di San Severo, ex vicesindaco, assessore e consigliere comunale con il Nuovo Centro Destra e poi attualmente coordinatore provinciale del movimento politico ‘Noi con Salvini’; si presentò, a favor di telecamera, abbracciato con Salvini e come paladino della lotta contro l’apertura di una discarica autorizzata dagli enti locali, ma è stato arrestato per traffico illecito di rifiuti. Un po’ di ordine è stato portato dal responsabile regionale di “Noi con Salvini” Rossano Sasso, insegnante e dirigente a Bari del sindacato di destra Ugl. Alle comunali del maggio 2014 si candidò a sostegno del candidato sindaco (sconfitto) di centrodestra Mimmo De Paola raccogliendo appena 112 preferenze. Il nuovo coordinatore ha dovuto gestire problemi delicati di affluenza, dal momento che in Puglia sono proliferati oltre 50 comitati pro-salvini. Un conflitto epico c’è stato a Foggia, sulla figura del referente locale: il ruolo di Mimmo Foglietta, ex segretario provinciale dell’Udeur di Clemente Mastella è stato insidiato da Saverio Sorini da San Giovanni Rotondo, appena uscito da Forza Nuova. Alla fine quest’ultimo si è ritirato. A Molfetta il movimento è targato An, con l’ex consigliere comunale Rino Lanza e l’ultimo presidente cittadino di An, Francesco Armenio.

Sempre in Puglia sono transitati armi e bagagli con Salvini due parlamentari “fittiani”: Nuccio Altieri, già vicepresidente della provincia di Bari ai tempi di Fitto (che gli fece anche da testimone di nozze), e Roberto Marti, ex assessore al comune di Lecce e storico organizzatore dei mitici pullman di Fitto alle manifestazioni del Pdl.

In Calabria invece il coordinatore è Domenico Furgiuele, giovane imprenditore già segretario de La Destra di Storace. Uno della destra vera, figlio di un storico missino di Lamezia Terme. Furgiuele ha costruito una rete organizzata, molto di destra, che copre tutta la regione in una terra fino a poco tempo fa ostile al Carroccio ai tempi del disprezzo verso i “terroni”. Altra regione con una robusta a radicata presenza di destra è l’Abruzzo. Da poco hanno aderito Gianfranco Giuliante, ex assessore regionale e storico esponente di An in Abruzzo e Luigi D’Eramo, altro ex An di quelli tosti, assessore all’Urbanistica della giunta dell’Aquila. Tra i nomi pesanti anche Niccolò, detto NichiArdigò, che è stato consigliere regionale del Pdl e Lino Galante, vicecoordinatore provinciale di Pescara del Pdl. All’Aquila sono stati folgorati sulla via del salvinismo anche Emanuele Imprudente, ex consigliere comunale dell’Udc e ora assessore all’Ambiente e Luigi di Luzio, consigliere comunale ex Udc.

Dall’Abruzzo al Molise. Lì il punto di riferimento è Luigi Mazzuto, ex potente coordinatore regionale del Pdl, e già presidente della Provincia di Isernia, che ha già presentato il candidato alle prossime Regionali. Si stratta di Aida Romagnuolo, definita dai giornali locali la “pasionaria del Molise“: più volte ha cercato la notorietà politica, riuscendo però solo a diventare consigliere comunale del suo paese. Ora ci riprova, forte anche dell’appoggio del suo compagno Lorenzo Lommano. Lommano era uno dei “colonnelli” di Antonio Di Pietro: fondatore dell’Italia dei Valori, coordinatore del Molise, un fedelissimo insomma, che ci rimise di tasca sua per aprire una sede di partito a Campobasso. Ora, tutti nell’orbita di Salvini.

Il Sud neoleghista assomiglia tanto a quello degli altri partiti: il Sud del “tengo famiglia”, delle clientela che transitano da una parte all’altra, dei pacchetti di tessere e voti. È il Sud immutabile dei feudatari dei voti, da Cosentino a Vincenzo De Luca e delle pubbliche amministrazioni distratte sulla spesa pubblica. Inevitabile incappare in qualche “incidente”. L’avventura di Noi con Salvini in Campania è iniziata con l’arresto del sindaco di Torre del Greco, Ciro Borriello, che si dichiarò “vicino” ai leghisti. E proseguita con quello del responsabile dell’area della Valle Caudina, Guido Coletta per frode fiscale. In Irpinia il coordinatore è Marco Pugliese, ex parlamentare di Forza Italia, già responsabile dei circoli di Marcello Dell’Utri. È fratello di Massimo, noto alle cronache per il crack dell’azienda Ixfin. Per il resto, hanno aderito tutte facce già conosciute nel centrodestra di questi anni. Coordinatrice regionale è la parlamentare Pina Castiello, ex Pdl.

A Napoli l’uomo forte è Gianluca Cantalamessa, missino, figlio di uno storico parlamentare del Movimento sociale, poi An a Pdl. Alla sua manifestazione di qualche mese fa a Napoli c’erano parecchi amministratori ex An e anche di Fratelli d’Italia. Quando Bossi lesse le cronache di quel che accadeva sotto il Vesuvio, dichiarò: “Salvini va a caccia dei voti dei fascisti”. Il nuovo salviniano che avanza ha anche il volto dell’ex sindaco Pdl di Caivano, Pippo Capaccioli. E ancora: l’ex consigliere comunale e provinciale di Napoli in quota Nuovo Psi, Angelo Delle Cave, grande fautore della battaglia anti-euro e l’ex candidato sindaco di Sarno, Franco Annunziata.

Tornando nel Lazio di Storace e Alemanno, pioniera della costruzione del movimento salviniano nella capitale è stata Barbara Saltamartini, ex An, poi Ncd, che ruppe con Alfano ai tempi di Mattarella, quando la Lega non aveva le percentuali odierne. Poi sono arrivati gli altri. Tra questi Enrico Cavallari, ex assessore al personale della giunta Alemanno. Come per l’ex sindaco la sua presenza ha creato un certo turbamento perché Cavallari è indagato dalla Procura (insieme ad altri nove ex componenti di quella giunta) per una delibera che autorizzava la costruzione di uno shopping center in pieno centro storico. Provvedimento che è stato annullato dal commissario del Comune Francesco Paolo Tronca.

Tra i pochi che non vengono da An c’è Barbara Mannucci, che di Cavallari è moglie. Al primo giorno di legislatura, nel 2008, era immortalata sorridente accanto a Silvio Berlusconi. Allora aveva 26 anni, e godeva anche del sostegno di Marcello Dell’Urti. Era fedele, diceva in un’intervista a Repubblica: “Berlusconi è la luce. Resterò con lui fino alla fine. Sarò la sua Claretta Petacci”. Adesso dice al Corriere: “Salvini è la nostra ultima spiaggia. Che uomo coraggioso. Che energia. O ci salva lui, oppure non abbiamo speranza“. È cambiato il faro. O il duce.

*vicedirettore del quotidiano online Huffington Post, edizione italiana




Un inedito del quotidiano Il Dubbio su Bettino Craxi: “Ecco cosa fu Tangentopoli”

di Pietro Sansonetti*

Nel febbraio di venticinque anni fa ( esattamente il 17 febbraio) nasceva “Tangentopoli“. Cioè iniziava quell’inchiesta giudiziaria, chiamata “Mani pulite”, condotta da un pool di magistrati i cui nomi sono ancora oggi molto noti ( Di Pietro, Davigo, Colombo, D’Ambrosio, Ielo, coordinati dal Procuratore Borrelli) che in pochi mesi avrebbe raso al suolo la Prima Repubblica, cancellato partiti democratici radicatissimi, come la Dc e il Psi ( oltre a vari partiti più piccoli), eliminato leader di grande statura, riformato profondamente e ridimensionato tutta la politica italiana.

I numeri di quella inchiesta sono impressionanti. Più di 20 mila avvisi di reato, più di quattromila arresti, una decina di suicidi. Tutti tra esponenti alti e medio- alti del mondo politico e imprenditoriale. Alla fine ci furono un migliaio di condanne. Che indubbiamente sono tante, ma sono anche poche se si considera la quantità di persone travolte dall’inchiesta e poi risultate innocenti. Più o meno 19 mila. Tra i condannati, molti hanno continuato a reclamare la propria innocenza. E tra questi il più famoso di tutti, e anche il più combattivo, è stato Bettino Craxi.

Sapete che Craxi nel 1994 si rifugiò in esilio in Tunisia. E lì trascorse gli ultimi sei anni della sua vita. Pochi mesi ptima di morire, nella speranza che il Parlamento si decidesse a varare una commissione di inchiesta su Tangentopoli, Craxi scrisse un memoriale di 24 pagine che poi non fu consegnato a nessuno, perché la commissione di inchiesta non fu mai formata, forse per pigrizia, più probabilmente per non sfidare la magistratura, che non gradiva.

Così il memoriale di Craxi, che doveva essere una relazione da consegnare alla commissione parlamentare, è rimasto in questi anni alla Fondazione Craxi. La quale gentilmente, in occasione di questo anniversario, ci ha concesso di pubblicarlo. Lo faremo, sul Dubbio, a partire da martedì prossimo, suddividendolo in cinque puntate: una puntata al giorno, fino a sabato.

Si tratta di un documento inedito, molto interessante, e di valore storico assoluto. Perché ricostruisce la vera struttura di Tangentopoli. E cioè racconta di come la Repubblica italiana, dall’inizio della sua vita, nel 1945, ha visto la propria struttura politica principale – costituita dai partiti – finanziata permanentemente in modo illegale o irregolare. E di come questa metodologia fosse da tutti ben conosciuta e da tutti accettata. Nel mondo politico, nel mondo dell’economia, nella magistratura. Perché allora il problema fu sempre ignorato? Perché nessuno aveva mai voluto mettere le mani sulla questione, molto complicata, del finanziamento dei partiti. Per superare il finanziamento illegale c’erano solo due strade: realizzare un robusto e adeguato finanziamento pubblico, che rendesse inutile il finanziamento illegale, oppure abolire i partiti. Fu scelta la seconda via.

Craxi descrive in modo dettagliato i costi della politica democratica, e poi racconta la natura dei finanziamenti ( che erano e non potevano essere che ingenti) dagli anni 40 in poi: potenze straniere, enti pubblici, impresa privata. E ragiona anche su come, almeno in parte, questi finanziamenti condizionassero le scelte dei partiti, sia sul terreno delle politiche economiche sia della politica estera.

nella foto Bettino Craxi ad Hammamet, in Tunisia

La lettura del memoriale-Craxi pone, quasi 20 anni dopo la sua morte, alcune domande molto serie e anche difficili. Provo a riassumerle in modo schematico :

1) Se è vero – e non mi pare che nessuno mai abbia nemmeno provato a smentire questo dato – che tutta la politica, per quasi cinquant’anni, è stata finanziata illegalmente, perché solo nel 1992 la magistratura ha deciso di intervenire?

2) Se è vero che tutta la politica era finanziata illegalmente, perché furono colpiti solo i partiti di governo, e in particolare il Psi ?

3) Se è vero, come oggi dice il dottor Davigo, che i finanziamenti illegali sono continuati per anni, e ancora continuano, come mai nel 1994, e cioè dopo che Bettino Craxi era stato abbattuto, “Mani pulite” si fermò? Craxi era un obiettivo speciale per il pool milanese? La sua sconfitta fu considerata un risultato sufficiente per il successo dell’inchiesta?

4) La scelta di affrontare il finanziamento illecito dei partiti coi “bulldozer”, che provocò di fatto la fine del partito politico – di massa, democratico e popolare – che avevamo conosciuto fino ad allora, fu sostenuta in qualche modo da forze estranee alla magistratura ( forse economiche, editoria, giornali) che erano interessate a nuove forme, leaderistiche e personalistiche, di politica, che riducessero al minimo il tasso democratico, e semplificassero il processo decisionale e il rapporto tra politica e altri poteri?

Per ora ci fermiamo a queste domande. Nei prossimi giorni, pubblicando il memoriale di Bettino Craxi, cercheremo di aprire la discussione su questi argomenti. Forse il fatto che sia passato un quarto di secolo può consentire, oggi, una discussione vera, senza tabù, per capire davvero cos’è successo, perché è successo, se tutto quello che è successo è stata una grande opera di giustizia o di ingiustizia.

*Direttore del quotidiano Il Dubbio




Da anticraxiano vi dico: gli dobbiamo qualcosa

di Piero Sansonetti

Il 19 gennaio del 2000, e cioè 17 anni fa, moriva Bettino Craxi. Aveva 65 anni, un tumore al rene curato male, un cuore malandato, curato malissimo.

Il cuore a un certo punto si fermò. Non fu fatto molto per salvarlo. Non fu fatto niente, dall’Italia. Craxi era nato a Milano ed è morto ad Hammamet, in Tunisia, esule. Era stato segretario del partito socialista per quasi vent’anni e presidente del Consiglio per più di tre. In Italia aveva subito condanne penali per finanziamento illecito del suo partito e per corruzione. Quasi dieci anni di carcere in tutto. Prima delle condanne si era trasferito in Tunisia. Se fosse rientrato sarebbe morto in cella.

Craxi ha sempre respinto l’accusa di corruzione personale. Non c’erano prove. E non furono mai trovati i proventi. In genere quando uno prende gigantesche tangenti e le mette in tasca, poi da qualche parte questi soldi saltano fuori. In banca, in acquisti, in grandi ville, motoscafi. Non furono mai trovati. I figli non li hanno mai visti. La moglie neppure. Lui non li ha mai utilizzati. Non ha lasciato proprietà, eredità, tesori. Craxi era un malfattore, o è stato invece uno statista importante sconfitto da una gigantesca operazione giudiziaria? La seconda ipotesi francamente è più probabile. La prima è quella più diffusa nell’opinione pubblica, sostenuta con grande impegno da quasi tutta la stampa, difesa e spada sguainata da gran parte della magistratura.

Craxi era stato uno degli uomini più importanti e potenti d’Italia, negli anni Ottanta, aveva goduto di grande prestigio internazionale. Si era scontrato e aveva dialogato con Reagan, col Vaticano, con Israele e i paesi Arabi, con Gorbaciov, con quasi tutti i leader internazionali. Aveva sostenuto furiose battaglie con i comunisti in Italia, con Berlinguer e Occhetto e D’Alema; e anche con la Dc, con De Mita, con Forlani, epici gli scontri con Andreotti; con la Dc aveva collaborato per anni e governato insieme. Bene, male? Poi ne discutiamo. Aveva anche firmato con la Chiesa il nuovo concordato.

Morì solo solo. Solo: abbandonato da tutti. Stefania, sua figlia, racconta di quando la mamma la chiamò al telefono, nell’autunno del ‘ 99, e le disse che Bettino era stato ricoverato a Tunisi, un attacco di cuore. Lei era a Milano, si precipitò e poi cercò di muovere mari e monti per fare curare il padre. Non si mossero i monti e il mare restò immobile. Craxi fu curato all’ospedale militare di Tunisi. Stefania riuscì ad avere gli esami clinici e li spedì a Milano, al San Raffaele, lì aveva degli amici. Le risposero che c’era un tumore al rene e che andava operato subito, se no poteva diffondersi. Invece passarono ancora due mesi, perché a Tunisi nessuno se la sentiva di operarlo. Arrivò un chirurgo da Milano, operò Craxi in una sala operatoria dove due infermieri tenevano in braccio la lampada per fare luce. Portò via il rene, ma era tardi. Il tumore si era propagato, doveva essere operato prima, si poteva salvare, ma non ci fu verso.

In quei giorni drammatici dell’ottobre 1999 Craxi era caduto in profonda depressione. Non c’è da stupirsi, no? Parlava poco, non aveva forse voglia di curarsi. Era un uomo disperato: indignato, disgustato e disperato.

Stefania mi ha raccontato che lei non sapeva a che santo votarsi: non conosceva persone potenti. Il Psi non esisteva più. Chiamò Giuliano Ferrara e gli chiese di intervenire con D’Alema. Il giorno dopo Ferrara gli disse che D’Alema faceva sapere che un salvacondotto per l’Italia era impossibile, la Procura di Milano avrebbe immediatamente chiesto l’arresto e il trasferimento in carcere. Stefania chiese a Ferrara se D’Alema potesse intervenire sui francesi, i francesi sono sempre stati generosi con la concessione dell’asilo politico. Era più che naturale che glielo concedessero. Curarsi a Parigi dava qualche garanzia in più che curarsi all’ospedale militare di Tunisi.

Passarono solo 24 ore e Jospin, che era il presidente francese, rilasciò una dichiarazione alle agenzie: “Bettino Craxi non è benvenuto in Francia”.

Quella, più o meno, fu l’ultima parola della politica su Craxi. Fu la parola decisiva dell’establishment italiano e internazionale. Craxi deve morire.

Il 19 gennaio Craxi – per una volta – obbedì e se andò all’altro mondo. E’ curioso che quasi vent’anni dopo la sua morte, e mentre cade il venticinquesimo anniversario dell’inizio della stagione di Tangentopoli ( Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio del 1992, e da lì cominciò tutto, da quel giorno iniziò la liquidazione della prima repubblica), qui in Italia nessuno mai abbia voluto aprire una riflessione su cosa successe in quegli anni, sul perché Craxi fu spinto all’esilio e alla morte, sul senso dell’inchiesta Mani Pulite, sul peso della figura di Craxi nella storia della repubblica. Ci provò Giorgio Napolitano, qualche anno fa. Ma nessuno gli diede retta.

Vogliamo provarci? Partendo dalla domanda essenziale: Statista o brigante.

Forse sapete che Bettino Craxi negli anni Ottanta scriveva dei corsivi sull’Avanti! , il giornale del suo partito, firmandoli Ghino di Tacco. Ghino era un bandito gentiluomo vissuto verso la metà del 1200 dalle parti di Siena, a Radicofani. Boccaccio parla di lui come una brava persona. A Craxi non dispiaceva la qualifica di brigante. Perché era un irregolare della politica. Uno che rompeva gli schemi, che non amava il political correct. Però non fu un bandito e fu certamente uno statista. Persino Gerardo D’Ambrosio, uno dei più feroci tra i Pm del pool che annientò Craxi, qualche anno fa ha dichiarato: “non gli interessava l’arricchimento, gli interessava il potere politico”. Già: Craxi amava in modo viscerale la politica.

La politica e la sua autonomia. Attenzione a questa parola di origine greca: autonomia. Perché è una delle protagoniste assolute di questa storia. Prima di parlarne però affrontiamo la questione giudiziaria. Era colpevole o innocente? Sicuramente era colpevole di finanziamento illecito del suo partito. Lo ha sempre ammesso. E prima di lasciare l’Italia lo proclamò in un famosissimo discorso parlamentare, pronunciato in un aula di Montecitorio strapiena e silente. Raccontò di come tutti i partiti si finanziavano illegalmente: tutti. Anche quelli dell’opposizione, anche il Pci. Disse: “se qualcuno vuole smentirmi si alzi in piedi e presto la storia lo condannerà come spergiuro“.

Beh, non si alzò nessuno. Il sistema politico in quegli anni – come adesso – era molto costoso. E i partiti si finanziavano o facendo venire i soldi dall’estero o prendendo tangenti. Pessima abitudine? Certo, pessima abitudine, ma è una cosa molto, molto diversa dalla corruzione personale. E in genere il reato, che è sempre personale e non collettivo, non era commesso direttamente dai capi dei partiti, ma dagli amministratori: per Craxi invece valse la formula, del tutto antigiuridica, “non poteva non sapere”.

Craxi era colpevole. Nello stesso modo nel quale erano stati colpevoli De Gasperi, Togliatti, Nenni, la Malfa, Moro, Fanfani, Berlinguer, De Mita, Forlani… Sapete di qualcuno di loro condannato a 10 anni in cella e morto solo e vituperato in esilio?

Ecco, qui sta l’ingiustizia. Poi c’è il giudizio politico. Che è sempre molto discutibile. Craxi si occupò di due cose. La prima era guidare la modernizzazione dell’Italia che usciva dagli anni di ferro e di fuoco delle grandi conquiste operaie e popolari, e anche della grande violenza, del terrorismo, e infine della crisi economica e dell’inflazione. Craxi pensò a riforme politiche e sociali che permettessero di stabilizzare il paese e di interrompere l’inflazione.

La seconda cosa della quale si preoccupò, strettamente legata alla prima, era la necessità di salvare e di dare un ruolo alla sinistra in anni nei quali, dopo la vittoria di Reagan e della Thatcher, il liberismo stava dilagando. Craxi cercò di trovare uno spazio per la sinistra, senza opporsi al liberismo. Provò a immaginare una sinistra che dall’interno della rivoluzione reaganiana ritrovava una sua missione, attenuava le asprezze di Reagan e conciliava mercatismo e stato sociale. Un po’ fu l’anticipatore di Blair e anche di Clinton ( e anche di Prodi, e D’Alema e Renzi…). Craxi operò negli anni precedenti alla caduta del comunismo, ma si comportò come se la fine del comunismo fosse già avvenuta. Questa forse è stata la sua intuizione più straordinaria. Ma andò sprecata. Personalmente non ho mai condiviso quella sua impresa, e cioè il tentativo di fondare un liberismo di sinistra. Così come, personalmente, continuo a pensare che fu un errore tagliare la scala mobile, e che quell’errore di Craxi costa ancora caro alla sinistra. Ma questa è la mia opinione, e va confrontata con la storia reale, e non credo che sia facile avere certezze.

Quel che certo è che Craxi si misurò con questa impresa mostrando la statura dello “statista”, e non cercando qualche voto, un po’ di consenso, o fortuna personale. Poi possiamo discutere finché volete se fu un buono o un cattivo statista. Così come possiamo farlo per De Gasperi, per Fanfani, per Moro.

E qui arriviamo a quella parolina: l’autonomia della politica. Solo in una società dove esiste l’autonomia della politica è possibile che vivano ed operano gli statisti. Se l’autonomia non esiste, allora i leader politici sono solo funzionari di altri poteri. Dell’economia, della magistratura, della grande finanza, delle multinazionali…

In Italia l’autonomia della politica è morta e sepolta da tempo. L’ha sepolta proprio l’inchiesta di Mani Pulite. C’erano, negli anni Settanta, tre leader, più di tutti gli altri, che avevano chiarissimo il valore dell’autonomia. Uno era Moro, uno era Berlinguer e il terzo, il più giovane, era Craxi. Alla fine degli anni Ottanta Moro e Berlinguer erano morti. Era rimasto solo Craxi. Io credo che fu essenzialmente per questa ragione che Craxi fu scelto come bersaglio, come colosso da abbattere, e fu abbattuto.

Lui era convinto che ci fu un complotto. Sospettava che lo guidassero gli americani, ancora furiosi per lo sgarbo che gli aveva fatto ai tempi di Sigonella, quando ordinò ai Carabinieri di circondare i Marines che volevano impedire la partenza di un un aereo con a bordo un esponente della lotta armata palestinese. I Carabinieri spianarono i mitra. Si sfiorò lo scontro armato. Alla fine, in piena notte, Reagan cedette e l’aereo partì. Sì, certo, non gliela perdonò.

Io non credo però che ci fu un complotto. Non credo che c’entrassero gli americani. Penso che molte realtà diverse ( economia, editoria, magistratura) in modo distinto e indipendente, ma in alleanza tra loro, pensarono che Tangentopoli fosse la grande occasione per liquidare definitivamente l’autonomia della politica e per avviare una gigantesca ripartizione del potere di stato. Per questo presero Craxi a simbolo da demolire. Perché senza di lui l’autonomia della politica non aveva più interpreti.

Dal punto di vista giudiziario “mani pulite” ha avuto un risultato incerto. Migliaia e migliaia di politici imputati, centinaia e centinaia arrestati, circa un terzo di loro, poi, condannati, moltissimi invece assolti ( ma azzoppati e messi al margine della lotta politica), diversi suicidi, anche illustrissimi come quelli dei presidenti dell’Eni e della Montedison. Dal punto di vista politico invece l’operazione fu un successo. La redistribuzione del potere fu realizzata. Alla stampa toccarono le briciole, anche perché nel frattempo era sceso in campo Berlusconi. All’imprenditoria e alla grande finanza andò la parte più grande del bottino, anche perché decise di collaborare attivamente con i magistrati, e dunque fu risparmiata dalle inchieste. Quanto alla magistratura, portò a casa parecchi risultati.

Alcuni molto concreti: la fine dell’immunità parlamentare, che poneva Camera e Senato in una condizione di timore e di subalternità verso i Pm; la fine della possibilità di concedere l’animista; la fine della discussione sulla separazione delle carriere, sulla responsabilità civile, e in sostanza la fine della prospettiva di una riforma della giustizia. Altri risultati furono più di prospettiva: l’enorme aumento della popolarità, fino a permettere al Procuratore di Milano – in violazione di qualunque etica professionale – di incitare il popolo alla rivolta contro la politica (“resistere, resistere, resistere… ”) senza che nessuno osasse contestarlo, anzi, tra gli applausi; il via libera all’abitudine dell’interventismo delle Procure in grandi scelte politiche ( di alcune parlava giorni fa Pierluigi Battista sul Corriere della Sera); l’enorme aumento del potere di controllo sulla stampa e sulla Tv; la totale autonomia.

Ora a me restano due domande. La prima è questa: quanto è stata mutilata la nostra democrazia da questi avvenimenti che hanno segnato tutto l’ultimo quarto di secolo? E questa mutilazione è servita ad aumentare il tasso di moralità nella vita pubblica, oppure non è servita a niente ed è stata, dunque, solo una grandiosa e riuscita operazione di potere?

E la seconda domanda è di tipo storico, ma anche umano: è giusto che un paese, e il suo popolo, riempiano di fango una figura eminente della propria storica democratica, come è stato Craxi, solo per comodità, per codardia, per “patibolismo”, deturpando la verità vera, rinunciando a sapere cosa è stato nella realtà il proprio passato?

Io penso di no. Da vecchio anticraxiano penso che dobbiamo qualcosa a Bettino Craxi.

*direttore del quotidiano IL DUBBIO

 




“Il Falso Quotidiano” di Marco Travaglio sbugiardato su Montanelli

Con un intervento sul quotidiano online Il Dubbio diretto da, a firma di Francesco Damato, ancora una volta Travaglio viene smentito e questa volta da giornalisti che con Indro Montanelli ci hanno lavorato a lungo per anni, come Damato  che è stato suo condirettore ed Enzo Bettiza.

nella foto Marco Travaglio

nella foto Marco Travaglio

Marco Travaglio non si è naturalmente lasciato scappare l’occasione del quindicesimo anniversario della morte di Indro Montanelli per ricostruirne a suo modo storia, umori e abitudini allo scopo soprattutto di deridere o criminalizzare, secondo i casi, uomini politici e giornalisti che gli sono stati e gli sono tuttora antipatici, se hanno la sventura di vivere ancora e di poter leggere ciò che lui scrive di loro” scrive D’ Amato che aggiunge “Gli anni trascorsi con Montanelli non sono stati evidentemente necessari a fargli capire che se c’era una cosa che Indro non faceva era quella di “licenziare” o “mettere alla porta”, come lui dice, i colleghi che dissentivano da lui. Dovevano proprio andarsene loro, di propria volontà, per staccarsene. Lui li avrebbe tenuti all’infinito, facendoli pagare lo stesso, e profumatamente. Tanto, i conti del suo Giornale non li teneva lui. E neppure se ne preoccupava. Lo vendette ad un certo punto a Silvio Berlusconi proprio perché di quei conti se ne facesse carico del tutto, accontentandosi dell’onore di essere il suo editore, ma lasciandogli fare il “padrone”, come è ben scritto in una lettera che Montanelli pubblicò dopo la clamorosa rottura consumatasi nel 1994 col Cavaliere di Arcore. Che aveva deciso di “scendere” in politica nonostante il parere contrario, anzi la diffida a farlo, temendo Indro di non apparire più libero e indipendente come si vantava di essere con i lettori”

“Ebbene, alle sue abitudini di lasciare i dissidenti ai loro posti e stipendi Montanelli – spiega Damato avrebbe fatto eccezione solo per Enzo Bettiza e me, “messi alla porta” nel 1983 perché “troppo filosocialisti” per i suoi gusti. Filosocialisti peraltro come il suo editore, di cui Travaglio è tornato a proporre l’immagine di uno che tremava ad ogni chiamata o doglianza di Bettino Craxi e gli prometteva inutilmente la testa del direttore del Giornale, limitandosi poi a dolersi di queste pressioni con i collaboratori di Indro: solo con loro, magari pregandoli di non parlarne coll’interessato“.

CdG craxi_berlusconi“Ebbene, filosocialisti Bettiza ed io, rispettivamente condirettore e editorialista, o “notista politico”, come Travaglio preferisce chiamarmi, lo eravamo davvero. Qui – continua D’ Amato il direttore del Fatto non dice bugie, non s’inventa nulla. Lo eravamo da quando Bettino Craxi aveva restituito al Psi l’autonomia dal Pci compromessa da Francesco De Martino, suo predecessore alla segreteria del partito. Compromessa a tal punto che a volte ne erano imbarazzati persino alle Botteghe OscureAnche a Montanelli all’inizio piacque Craxi, prima di parlarne e di scriverne, nei ricordi di Travaglio, come di un Mussolini “di cartone”.

“Il guaio di Craxi, nei rapporti con Montanelli, – aggiunge Francesco Damato – era quello di trasferire la sua ossessione dell’autonomia ad ogni livello, non solo a quello di partito. Per cui Bettino inorridiva all’idea di fare inchini a qualcuno, fosse pure Montanelli. Al quale invece gli inchini piacevano, eccome: anche quelli indiretti, di seconda mano, riferitigli ad arte per sedurlo. Fu proprio Montanelli a raccontarmi una volta, per spiegare l’improvvisa decisione di dare un po’ di credito politico a Ciriaco De Mita dopo averne duramente contrastato l’elezione a segretario della Dc, di avere saputo dal comune amico Fabiano Fabiani quanto la signora De Mita fosse lettrice dei suoi libri, tutti conservati ed esposti nella libreria di casa. “E poi –mi aggiunse Montanelli, come per farsi perdonare questa debolezza- non dimentichiamoci, caro Franceschino, che i nostri lettori votano più per la Dc che per il Psi”.

nella foto Francesco Damato

nella foto Francesco Damato

“Craxi non aveva solo il torto di non andare a riverire Montanelli nel suo ufficio o di invitarlo a pranzo o a cena in qualche ristorante, ma osava profittare di qualche occasionale incontro con lui nell’aeroporto di Linate per contestargli qualcosa che non gli era appena piaciuto di leggere sul Giornale. Una volta Montanelli me ne riferì furente, appena arrivato nella redazione romana, sino ad affidarmi un messaggio che mi mise, lo confesso, in imbarazzo perché il mio rapporto con Bettino non era in fondo molto diverso dal suo, anche se noi due avevamo più occasioni professionali di vederci e parlarci. Il messaggio era di “togliersi dalla testa” che per avere la comprensione del Giornale fosse sufficiente “contare” su di me o su Bettiza, che da liberale era diventato nel frattempo europarlamentare socialista, autore con Ugo Intini di un celebre e significativo saggio “Lib-Lab”, o su Berlusconi. Capii allora che la nostra storia, cominciata nel 1974, con la fondazione del Giornale, non sarebbe durata ancora a lungo”

“Fu in questa situazione, diciamo così, umorale – racconta Francesco Damato che scoppiò nel mese di marzo del 1983 un incidente. Nel bel mezzo di una polemica esplosa sulla composizione di una nuova giunta esecutiva dell’Eni Montanelli, che era già intervenuto criticando l’antica pratica della lottizzazione, mi chiese di intervenire anch’io con un editoriale. Nel quale condivisi le critiche alla lottizzazione ma posi anche una domanda, diciamo così, indiscreta. Chiesi cioè se fosse solo casuale il no della Dc di De Mita e dell’opposizione comunista soltanto alla persone indicate da Craxi, e non servisse invece a contrastare ad ogni costo il segretario del Psi per la sua linea politica, insieme anticomunista e competitiva con lo scudo crociato.

Ricevuto l’editoriale, Montanelli mi chiamò da Milano per dirmi di non poterlo pubblicare perché poteva apparire in contrasto col suo precedente intervento. Io ribadii la mia posizione motivandogliela con altri episodi di doppio peso e misura da parte di De Mita su cui lui mi diede ragione. Aggiungendomi però che ormai aveva deciso “con i mei” di non pubblicare l’articolo. Decisione legittima – gli replicai – dalla quale tuttavia doveva attendersi le mie dimissioni, seguite immediatamente con tanto di lettera, perché sorpreso di non essere più considerato dei suoi.

Indro Montanelli con Bettiza, Granzotto e Spinosa

 da sinistra Bettiza con Montanelli , Granzotto e Spinosa 

Consapevole di essere stato quanto meno infelice in quel passaggio, Montanelli mandò a Roma Bettiza per convincermi a recedere. Letto però l’articolo, che nessuno prima gli aveva mostrato pur essendo lui condirettore, Bettiza trasecolò per la posizione assunta da    senza neppure consultarlo. E alle mie dimissioni fece seguire le sue. Ditemi voi se questo significa essere stati licenziati o messi alla porta. Non perché sia disonorevole un licenziamento, ma contesto quello attribuito a carico mio e di Bettiza solo per l’onestà dovuta ai fatti: plurale del Fatto che Travaglio dirige con tanta disinvoltura e sicurezza di essere l’unico depositario della verità”.

La stessa cosa, d’altronde, era accaduto anni prima nel Giornale con Eni, dimessosi pure lui per dissenso politico da Montanelli e rimasto irremovibile nella sua decisione di fronte a tutti i tentativi di farlo recedere. Allora la rottura si era consumata non su Craxi ma su Enrico Berlinguer, col quale Piazzesi condivideva l’opinione di Ugo La Malfa, e di Aldo Moro, che fosse necessario un passaggio di collaborazione quanto meno parlamentare per la paralisi politica prodotta, in un quadro aggravato per la crisi economica e per il terrorismo, dall’interruzione dell’alleanza di governo fra la Dc e il Psi: il famoso, primo centrosinistra”




Io, giornalista grillino, vi racconto cosa succede nel Movimento di Grillo e Casaleggio

Schermata 2016-05-19 alle 10.06.04di Mauro Suttora

Da Serenetta a Serenella. La parabola del Grillo politico è riassumibile fra Serenetta Monti, candidata sindaca a Roma nel 2008, e Serenella Fucksia, espulsa dal Movimento 5 stelle (M5s) all’alba del 2016. Due donne “con le palle“, per usare il bellicoso linguaggio grillino. La prima scappata un anno dopo il debutto romano (3%, quattro consiglieri municipali eletti, tre che cambiano partito dopo pochi mesi, un disastro che nessuno ama ricordare), la seconda fatta fuori con l’agghiacciante ordalia che finora ha epurato online un quarto dei 162 parlamentari eletti nel 2013. Neanche Stalin purgava i compagni a questo ritmo. In mezzo, l’incredibile storia di un partito che raggiunge il 25% al suo primo voto nazionale. Caso unico al mondo: Berlusconi nel 1994 si fermò al 21, ed ereditava gli apparati Dc e Psi.

Ma, soprattutto, un fenomeno sociologico mai capitato: 162 persone digiune di politica catapultate in Parlamento da un giorno all’altro, a formare il secondo partito nazionale. È anche la prima vera forza politica popolare nella storia d’Italia. Il Pci, infatti, nonostante volesse rappresentare la classe operaia, aveva dirigenti borghesi. I grillini invece, come reddito e cultura, sono l’odierno lumpen-proletariato dei disoccupati e precari. Nozioni da Facebook, ignoranza pari all’arroganza, prevalenza del perito informatico (il diploma del loro capo, Gianroberto Casaleggio). Non hanno letto Fruttero & Lucentini, quindi a dirglielo non si offendono.

Faccio vita da grillino da nove anni. Mi sono iscritto nel settembre 2007 dopo il Vaffa-day, un giorno prima di Paola Taverna. Partecipavo ai primi meetup di Roma: riunioni al quartiere africano in una sala affittata dal dentista Dario Tamburrano (oggi eurodeputato), poi al cinodromo, o sull’Ostiense. Serenetta sconfisse Roberta Lombardi alle primarie.

Il 25 aprile 2008 raccogliemmo un’enorme quantità di firme davanti alla basilica di San Paolo per i referendum contro l’Ordine dei Giornalisti. Poi buttate, perché il figlio di Casaleggio sbagliò le date della raccolta. C’era grande entusiasmo, sull’onda del libro La casta di Stella e Rizzo. Ma alle regionali del 2010, disastro: solo quattro eletti in Piemonte ed Emilia. Tutti poi espulsi tranne uno. Trasferito a Milano, frequento anche qui il meetup. Lo stesso clima da caserma-convento-asilo-circo. “Suttora, non seminare zizzagna“, mi intimano sul gruppo Facebook se esprimo una critica. Nel 2013 Paola Bernetti, la più votata alle primarie per il Senato, viene fatta fuori con un trucco. I monzesi con una cordata eleggono tre senatori, Milano neanche uno.

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Stessi grovigli due mesi fa, alle primarie per il sindaco: solo 300 votanti, 74 voti alla vincitrice. I risultati vengono secretati, gli altri sette candidati non sanno le loro preferenze. Dal movimento della trasparenza al partito dell’omertà. Addio streaming, forum pubblici, dibattiti online. Dopo la valanga delle espulsioni regna la paura, si comunica solo su chat Whatsapp segrete. Sette attivisti milanesi osano pubblicare un giornalino a loro spese: cacciati con lettera dell’avvocato di Casaleggio.

Il clima di paranoia avvolge anche i parlamentari. Appena uno azzarda qualche pensiero non conformista, è bollato come dissidente. Intanto, il fervore altruista scema. I parlamentari, che prendono 15mila euro mensili, due anni fa ne restituivano in media 5-6mila. Oggi la cifra si è dimezzata: tremila. Se va bene. Molti si limitano a 1.400-1.800: Morra, Lombardi, Giarrusso, Nuti, Fico, Sibilia. I rendiconti sono una farsa: solo autodichiarazioni, niente ricevute, nessun controllo.

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La cuccagna è all’Europarlamento. Ben 12 eurodeputati M5s su 17 neanche rendicontano. Possono incassare fino a 40mila euro mensili (21mila solo per i portaborse), ma tutti tranne una restituiscono appena mille euro al mese. Il siciliano Ignazio Corrao (ex portaborse in regione Sicilia) aveva assunto 11 portaborse. L’ho pizzicato con un articolo su Oggi, lui mi ha insultato, ora li ha ridotti a sette. Come un’eurodeputata abruzzese: due li tiene a Bruxelles, gli altri cinque stanno nel suo collegio elettorale.

Che differenza c’è con i vecchi politici del passato? Nessuna, tranne che i grillini si vantano di non avere funzionari di partito. Invece ne hanno centinaia, stipendiati dai 1.600 eletti.

Insomma, il movimento ora è Collocamento 5 stelle, scherzano i tanti ex. I nomi dei portaborse parlamentari sono convenientemente segreti, per non scoprire altri parenti e conviventi dopo quelli già scoperti (Lezzi, Moronese). Casaleggio e suo figlio comandano a bacchetta. I parlamentari sono sorvegliati da un simpatico reduce del Grande Fratello, Rocco Casalino: decide lui chi mandare in tv. Fra gli altri addetti stampa spicca un ex camionista di Bologna. Dove sono state abolite le primarie: alle comunali di giugno lista bloccata, tutti nominati dall’alto come nel listino berlusconiano di Nicole Minetti. A Trieste un eurodeputato ha candidato sindaca la moglie: metà dei grillini locali in rivolta.

Schermata 2016-05-19 alle 10.04.52La sceneggiata napoletana di Quarto aumenterà la disciplina interna. Per paura di altri “infiltrati” della camorra, i candidati saranno nominati d’autorità. Così, quello che era nato come un movimento liberatorio si è trasformato nel suo esatto contrario. Hare Krishna, Scientology? Ma no, meglio Testimoni di Genova. Lì Grillo ha una delle sue tre ville. E il suo commercialista personale (nonché segretario del M5s) è stato nominato in una società regionale. Quelle che i grillini volevano abolire.




E’ morto l’ On. Mario Mazzarino protagonista politico di una Taranto che non c’è più

 di Antonello de Gennaro

Si è spento oggi all’età di 89 anni Mario Mazzarino, autorevole esponente della Democrazia Cristiana negli anni della “Prima Repubblica” , eletto deputato di Taranto per quattro legislature. E stato  sottosegretario all’Industria (1974) e al Tesoro (1974/1979), con la delega a rappresentare il governo italiano nel consiglio dei ministri economici e finanziari della Comunità europea. L’ on. Mazzarino, non godeva di buona salute da tempo, e si è spento nella villa di famiglia a Laureto di Fasano (Brindisi), dove si era trasferito a vivere da qualche anno.

Il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno ha così ricordato la figura di Mario Mazzarino. “La notizia della scomparsa dell’amico Mario Mazzarino colpisce profondamente la nostra comunità. Egli è stato per anni uomo di governo e di partito , fedele servitore dello Stato, con il cuore e lo sguardo sempre rivolti alla difesa della città, al suo rilancio verso opportunità di sviluppo. Personalità politicamente significativa, un uomo intelligente e colto. Si ricorderà la sua pregevole azione portata avanti con fermezza e determinazione alla presidenza dei Cantieri Navali ex Tosi, per promuovere il rilancio ed impedirne la chiusura.

A lui risale una visione strategica della portualità ionica e un impegno nel processo di valorizzazione dell’Arsenale Militare che si connotano di lineamenti attuali e moderni. Di lui, protagonista della storia della Democrazia Cristiana, rimane un indubbio magistero di umanesimo, di illuminata saggezza e di politica come missione civile e sociale per il rilancio della città e del Mezzogiorno.

Con vivo sentimento di partecipazione e di cordoglio, personalmente e a nome di tutta l’Amministrazione Comunale, ci stringiamo attorno alla sua famiglia in questo momento di grande dolore”.

CdG mario Mazzarino

una foto recente dell’on. Mario Mazzarino e suo figlio Giuseppe

Mario Mazzarino aveva alle spalle una lunga “gavetta” politica, ricoprendo la carica di è stato anche consigliere provinciale, segretario provinciale e consigliere nazionale della Dc dal congresso del 1959 fino allo scioglimento del partito nel 1994, presidente della Ficei (Federazione italiana dei Consorzi ed Enti di industrializzazione), consigliere di amministrazione dell’Aqueodotto Pugliese, , presidente dei Cantieri Navali di Taranto (ex Tosi), presidente della Commissione bicamerale per il testo unico delle leggi sul Mezzogiorno e presidente dell’Agenzia per lo promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno.

La stima di Mario Mazzarino, uno dei pochi veri “politici” di razza,  della 1a Repubblica, che abbia fatto “contare” Taranto in Italia, resterà sempre nel ricordo di tutti quelli che lo hanno conosciuto ed apprezzato, e mi unisco insieme alla mia famiglia a loro per un forte abbraccio ai figli Giuseppe, Luigi, Rosanna,Guglielmo e Gianni.  Al cordoglio si associa la redazione del Corriere del Giorno

I funerali si svolgeranno sabato mattina nella chiesa del Carmine di Taranto alle ore 9.30