La vertenza "Gazzetta del Mezzogiorno" non si è ancora risolta: il messaggio della redazione ai lettori

ROMA – Con un comunicato del CdR pubblicato ieri il quotidiano siculo-barese si è rivolta ieri ai propri lettori: “Cari Lettori, dopo un lungo silenzio torniamo a parlarvi in prima persona della “Gazzetta” per dirvi che nei prossimi giorni, forse nelle prossime ore, si decide la sopravvivenza del vostro e nostro giornale. Negli ultimi mesi abbiamo scelto di dedicare ogni energia per garantire un’informazione sempre più completa e allo stesso tempo condurre in silenzio e con spirito di sacrificio una lunga e difficile trattativa per contribuire a costruire il futuro della testata. Ma neanche questo senso di responsabilità è bastato“.

Il comunicato così continua: “La «Gazzetta» è affidata a una gestione commissariale dall’ottobre del 2018, a seguito dell’inchiesta giudiziaria per presunto concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Mario Ciancio Sanfilippo, azionista di maggioranza dell’Edisud spa, società editrice del giornale. Ricordiamo che la testata, in ogni sua articolazione, è totalmente estranea al merito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Catania, che ha chiesto e ottenuto il sequestro-confisca anche del pacchetto azionario della Edisud. In questi lunghi mesi abbiamo accettato il taglio delle nostre retribuzioni per consentire al nuovo consiglio di amministrazione di riequilibrare i conti. Analogo sforzo è stato compiuto dagli altri lavoratori del giornale. In questo modo il nuovo Cda, nominato dal Tribunale di Catania, ha potuto mettere a punto un concordato a garanzia dei creditori della Edisud spa“.

Questo lungo e faticoso percorso rischia di fermarsi all’ultimo miglio: la Edisud potrebbe ritirare la procedura di concordato in assenza delle indispensabili garanzie finanziarie. Sarebbe una brusca frenata che interromperebbe il difficile percorso di risanamento dell’azienda e di rilancio dell’iniziativa editoriale“.

“A pagare il conto di questo stallo, alla fine, perdendo il giornale, saremmo noi lavoratori e le comunità di Puglia e Basilicata alle quali ogni giorno continuiamo a dedicare tutto il nostro impegno. Abbiamo sentito il dovere di informarvi, oggi, anche per evitare una beffa: prolungare il silenzio potrebbe far credere che la crisi del giornale sia risolta. In verità, in questi mesi abbiamo sempre ritenuto che il nostro lavoro fosse dar voce alle difficili storie del Mezzogiorno, non utilizzare queste pagine per parlare di noi”.

Il comunicato-appello sindacale  così conclude:  “Adesso conta una sola cosa: fare presto. Per anni le imprese e la società civile delle nostre regioni hanno potuto contare sulla «Gazzetta», ora è il giornale che ha bisogno di sostegno. E non è più tempo di tavoli politici perché i tempi della politica non sono più conciliabili con i nostri. In queste ore i giornalisti stanno dialogando con i consiglieri di amministrazione nominati dal Tribunale di Catania, con l’azionista di minoranza dell’Edisud, il prof. Valter Mainetti, nonché con tutti gli interlocutori in grado di scongiurare la scomparsa di una delle più autorevoli voci del panorama editoriale italiano e meridionale in modo particolare.Vi diamo appuntamento a breve, cari Lettori. Non lasceremo nulla di intentato e siamo pronti a difendere con ogni mezzo a nostra disposizione il valore accumulato dalla «Gazzetta» in quasi 133 anni di storia.

E’ inutile dirvi che il nostro giornale fa il tifo per la permanenza in edicola dalla Gazzetta del Mezzogiorno, così come si augura che vengano persi meno posti di lavoro possibili, anche se per mandare avanti un’azienda editoriale, sopratutto inutilmente mastodontica come quella del quotidiano barese, saranno necessari dei tagli drastici.

Noi tifiamo per la Gazzetta della Mezzogiorno, nonostante le diffamazioni subite , nonostante le rettifiche da noi richieste non pubblicate, nonostante le “porcate” pseudo giudiziaire attuate da un loro giornalista impegnato nell’attività sindacale in Puglia, il quale ha chiesto per oltre 20 volte nelle proprie denunce alla magistratura di sequestrare il nostro giornale  (!!!) manifestando i propri noti limiti di competenza giuridica e giudiziaria e quindi di ignoranza specifica, in quanto le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno sancito con una propria sentenza del 2015  che non si può sequestrare una testata affermando che “non può essere sottoposta a sequestro preventivo una testata giornalistica telematica” !

Mimmo Mazza

Parliamo dello stesso giornalista , cioè Mimmo Mazza, che con i suoi articoli diffamava la collega Caterina Bagnardi del quotidiano Taranto Buona Sera sostenendo che si fosse impossessata di fondi pubblici per l’editoria truffando lo Stato. Circostanza questa falsa e tendenziosa, che è stata smentita dal Tribunale competente. Chiaramente Mazza non ha mai chiesto scusa alla Bagnardi e tantomeno mai rettificato il suo articolo. Alla faccia del Codice Deontologico…..

Lo stesso Mazza che nonostante sia vincolato da un contratto di esclusiva con la Gazzetta del Mezzogiorno, si è aperto nei mesi scorsi una società (priva di uffici e personale regolarmente contrattualizzato) di cui detiene il 50% delle quote, con cui fa l’editore ed il concessionario della pubblicità di Radio Cittadella a Taranto, di proprietà della Fondazione Cittadella della Carità, che oppone ogni tentativo di accesso agli atti amministrativi per nascondere i propri rapporti con Mazza ed i suoi “compagni di merende”. E guarda caso la Gazzetta del Mezzogiorno è diventata a Taranto molto più morbida ed “amica” degli inserzionisti di Radio Cittadella. A partire dal Comune di Taranto che ha subito stanziato 10mila euro di pubblicità (per la prima volta nella sua storia) . Coincidenze ?

Per non parlare poi dei molteplici collaboratori della Gazzetta che lavorano per enti, sindacati, società private ecc. in aperto conflitto di interesse ? E cosa fa il direttore del giornale barese per controllare questo vergognoso scempio deontologico dinnanzi al quale l’ Ordine dei Giornalisti e l’ Assostampa di Puglia tacciono in maniera “omertosa”  ?

Con l’occasione lo chiediamo apertamente e pubblicamente al CdR della Gazzetta: è così che volete salvare il vostro giornale ? Come pensate di recuperare le decine di migliaia di lettori che avete perso in questi anni e che continuate a perdere giorno dopo giorno ancora oggi ?

E’ incredibile leggere i dati pubblici di diffusione e verificare che la Gazzetta del Mezzogiorno a dicembre 2019 ha venduto appena 14.244  copie perdendo 3mila copie rispetto allo stesso mese del 2018, in un bacino di lettori (Puglia e Basilicata) di oltre 5 milioni di persone. E solo chi fa questo lavoro sa quanto sia importante anche pubblicitariamente il mese di dicembre per i giornali !

Comunque sia il nostro augurio è che presto tutto ciò possa finire trovando un editore serio, un nuovo direttore responsabile autorevole e capace di fare una bella “pulizia” interna di giornalisti e poligrafici inutili ed improduttivi. E’ solo così che si può salvare la Gazzetta del Mezzogiorno.  Non con i sit-in inutili e  patetici, i pellegrinaggi verso il “Palazzo” a Roma  ginuflettendosi ai politici. Un giornale indipendente deve restare libero, lontano ed indipendente dal potere politico.

Quello che vince è il mercato, con le sue regole e norme. Chi decide l’importanza e la qualità di un giornale è il lettore quando va in edicola o si collega online. Cercate di mettervelo in testa una volta per tutte, cari colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno . In bocca al lupo.




La barzelletta di Arcelor Mittal: "c’è un problema di contabilità non allineate" con l'indotto

ROMA – Tavolo questa mattina in Prefettura a Taranto con i sindacati e Confindustria per affrontare la questione dei pagamenti ritardati di ArcelorMittal alle aziende dell’indotto.

L’ad di ArcelorMittal, Lucia Morselli, ha giustificato i ritardi dei pagamenti adducendo una teoria onestamente poco credibile: “Credo che al di là dei numeri c’è un problema di disallineamento tra la parte contabile-amministrativa delle aziende e la nostra. Noi stiamo pagando, ma è difficile pagare correttamente se le due contabilità non sono allineate“.

Secondo fonti sindacali, è questa la posizione della Morselli. “Questo  è il vero punto da definire, ma siamo assolutamente disponibili a proseguire in un tavolo che proponga soluzioni” ha detto la Morselli, che ha partecipato all’incontro accompagnata dal direttore delle risorse umane Arturo Ferrucci, la quale ha ricordato che la scorsa settimana l’azienda ha attivato “un numero di telefono disponibile per i fornitori e una casella di posta elettronica per raccogliere tutta l’eventuale documentazione“.

Una soluzione annunciata e ripetuta da mesi da Arcelor Mittal  sostenendo di aver già bonificato alle imprese dell’indotto 20 milioni  ed altri 6 milioni sono in pagamento, mentre secondo Confindustria lo scaduto attuale ammonterebbe a circa 40 milioni di euro.

In merito alle difficoltà nei rapporti con le banche segnalate dalle imprese dell’appalto , l’Ad Lucia Morselli, stando a quanto riferito dai sindacati, ha detto che in caso di necessità vi è “assoluta disponibilità da parte nostra ad incontrare il sistema creditizio locale per dare risposte”.

Ma non sarebbe più facile e semplice pagare puntualmente le fatture dei fornitori ? “Parlare di contabilità discordanti nell’era della fatturazione elettronica è semplicemente ridicolo oltre che offensivo per l’intelligenza altrui ” commenta sui social Francesca Franzoso consigliere regionale di Forza Italia . Come non darle ragione ?




Confindustria Taranto e i sindacati Cgil Cisl e Uil chiedono al Prefetto di Taranto un tavolo di confronto con Arcelor Mittal

Antonio Marinaro

ROMA –  Antonio Marinaro Presidente di Confindustria Taranto ed i segretari provinciali di Cgil Cisl e Uil Paolo Peluso, Antonio Castellucci e Giancarlo Turi, nel corso di un incontro tenuto stamattina in Prefettura (presenti anche i referenti sindacali Cgil, Cisl e Uil di altre categorie)  hanno richiesto al Prefetto di Taranto, Demetrio Martino, un “tavolo” per fare il punto sulla situazione di estrema gravità che riguarda sia i pagamenti delle aziende dell’indotto, i cui ritardi creano una situazione sempre più critica.

La condizione di estrema incertezza in generale che grava sui destini della fabbrica – e quindi dei lavoratori – alla luce di una trattativa – quella fra Governo ed Arcelor Mittal Italia – dalla quale il tessuto cittadino è stato di fatto escluso, che continua ad essere di esclusiva pertinenza dei tavoli governativi, senza tener in alcun conto le molteplici istanze che arrivano dal territorio.

Mentre a Roma si cerca di far quadrare il cerchio dell’accordo, ci sono imprese a a Taranto che rischiano la deriva e tenute occupazionali sempre più precarie, sindacati che proclamano stati di agitazione nel centro siderurgico ed aziende che incrociano le braccia a causa di pagamenti non ricevuti per commesse scadute. Una situazione di estrema confusione che, pur viaggiando su binari paralleli alla trattativa nazionale, risulta di fatto avulsa dagli accordi in corso fra Governo e Arcelor Mittal Italia .

Da qui la richiesta al Prefetto di Taranto di attivare un tavolo di crisi, convocando tutte le parti e quindi anche Arcelor Mittal Italia , in cui cercare di fare chiarezza su alcuni aspetti dirimenti della complessa questione, di cui peraltro si dovrebbero proprio in queste ore definire, almeno in parte, le sorti presenti e future.




Multa da 27,8 milioni a Tim per telemarketing selvaggio con chiamate sui cellulari

ROMA – Il Garante per la privacy ha sanzionato Tim spa con una multa di 27.802.946 euro per i numerosi trattamenti illeciti di dati legati alle proprie aggressive attività di marketing. Le violazioni del gestore telefonico hanno riguardato complessivamente alcuni milioni di persone. In un caso un utente chiamato 155 volte in un mese, cioè una media di 5 telefonate al giorno, a fini promozionali . È quanto viene reso noto del Garante della privacy.

 L’Autorità garante ha imposto a Tim oltre alla sanzione anche 20 misure correttive, tra divieti e prescrizioni vietando a Tim l’uso dei dati a fini di marketing in particolare,  di coloro che avevano espresso ai call center il proprio diniego a ricevere telefonate promozionali, dei soggetti presenti in black list e dei “non clienti” che non avevano prestato alcun consenso.

All’Autorità sin dal gennaio 2017 ai primi mesi del 2019,  erano pervenute  centinaia di segnalazioni relative, in particolare, a chiamate promozionali indesiderate effettuate senza consenso o nonostante l’iscrizione delle utenze telefoniche nel Registro pubblico delle opposizioni, oppure ancora malgrado il fatto che le persone contattate avessero espresso alla società la propria decisione e diritto di non ricevere telefonate promozionali.

Dalle indagini svolte con il contributo della Guardia di Finanza, Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche , sono state accertate numerose e gravi violazioni della disciplina in materia di protezione dei dati personali. Erano state lamentate irregolarità nel trattamento dei dati anche nell’ambito dell’offerta di concorsi a premi e nella modulistica sottoposta agli utenti da Tim che ha dimostrato di non avere sufficiente contezza di fondamentali aspetti dei trattamenti di dati effettuati.

Erano state contattate anche numerazioni «fuori lista», cioè utenti non presenti negli elenchi delle persone contattabili di Tim in circa 200mila casi  . Sono state rilevate anche altre condotte illecite come l’assenza di controllo da parte della società sull’operato di alcuni call center; l’errata gestione e il mancato aggiornamento delle black list dove vengono registrate le persone che non vogliono ricevere pubblicità; l’acquisizione obbligata del consenso a fini promozionali per poter aderire al programma “Tim Party” con i suoi sconti e premi.

Nella gestione di alcune app destinate alla clientela, inoltre, sono state fornite informazioni non corrette e non trasparenti sul trattamento dei dati e sono state adottate modalità di acquisizione del consenso non valide. In alcuni casi è stata utilizzata modulistica cartacea con richiesta di un unico consenso per diverse finalità, inclusa quella di marketing.




Arcelor Mittal continua a non pagare i fornitori di Taranto

ROMA – Le imprese dell’indotto Arcelor Mittal, si sono autoconvocate “in considerazione della persistente situazione di impasse riguardante i pagamenti da parte di Arcelor Mittal Italia, si autoconvocheranno domani, giovedì 30 gennaio, alle ore 10, nella Palazzina Direzionale dello Stabilimento ex Ilva di Taranto”

Lo la comunicato Confindustria Taranto con un comunicato, segnalando il protrarsi di nuovi ritardi nel pagamento dei crediti maturati alle imprese fornitrici.  Un gruppo di autotrasportatori dell’indotto che lavora con ArcelorMittal aveva manifestato nei giorni scorsi per le stesse ragioni davanti alla portineria dell’accesso riservato alle  imprese.

La protesta venne interrotta a seguito di un incontro avuto la dirigenza di Arcelor Mittal Italia che aveva lo garantito il pagamento dell’80% delle fatture scadute. In quella circostanza  Il vertice di Confindustria Taranto avevo prese le distanze da quella forma di protesta  avendo ricevuto rassicurazioni dall’azienda, in seguito disattese, con il protrarsi dei ritardi nei pagamenti .

Michele Emiliano, Lucia Morselli e Rinaldo Melucci

Quanto sta accadendo conferma che la costituzione nel novembre scorso di un coordinamento con la partecipazione anche di Regione, Comune e Confindustria per vigilare su modalità e tempi di pagamento delle fatture, è stata l’ennesima pagliacciata a scopo “passerella elettorale” dei soliti ben noti politici-fantocci pugliesi.

 




La Corte Ue condanna l'Italia per i ritardi dei pagamenti dello Stato

ROMA – La Corte dell’ Unione Europea  ha condannato l’Italia per l’incapacità di risolvere definitivamente il problema dei ritardi nei tempi dei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione verso i suoi fornitori.

La Grande Sezione della Corte con una sentenza pronunciata ieri, martedì 28 gennaio, ha certificato  che l’Italia “non ha assicurato che le sue pubbliche amministrazioni, quando sono debitrici nel contesto di simili transazioni, rispettino effettivamente termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni di calendario” (per la sanità) che sono i limiti stabiliti dalla direttiva comunitaria che regolamenta la materia.

Secondo l’ultimo aggiornamento del Mef risalente al novembre scorso, la piattaforma dedicata ai pagamenti della Pa ha registrato nel 2018  oltre 28 milioni di fatture ricevute, per un importo totale pari a 163,3 miliardi di euro, di cui 145 miliardi effettivamente liquidabili (ossia al netto della quota IVA e degli importi sospesi e non liquidabili). I pagamenti hanno riguardato 22,1 milioni di fatture, per 128,3 miliardi di euro, che corrisponde a circa l’88,5% del totale: “I tempi medi ponderati occorsi per saldare, in tutto o in parte, queste fatture sono pari a 54 giorni, a cui corrisponde un ritardo medio di 7 giorni sulla scadenza delle fatture stesse”. Tra i dati pubblicati, in una tabella si scorge che il totale dei debiti commerciali residui scaduti delle Pubbliche Amministrazioni arriva a 27 miliardi.


Il caso era stato portato davanti alla Commissione da “operatori economici e associazioni di operatori economici italiani“, che avevano contestato e denunciato i tempi lunghi d’attese nel vedersi saldare le fatture. A quel punto Bruxelles ha proposto un “ricorso per inadempimento” contro l’Italia, davanti alla Corte. Lo Stato italiano ha provato a difendersi dicendo che la direttiva prevede il recepimento dei termini e del diritto dei fornitori di vedersi riconoscere interessi e sanzioni – in caso di pagamento in ritardo – ma non “di garantire l’effettiva osservanza, in qualsiasi circostanza, dei suddetti termini da parte delle pubbliche amministrazioni“.

Ma la Corte Europea ha smontato questa linea difensiva del Governo italiano sostenendo che invece la direttiva “impone agli Stati membri di assicurare il rispetto effettivo, da parte delle loro pubbliche amministrazioni, dei termini di pagamento da esso previsti“. aggiungendo che, “in considerazione dell’elevato volume di transazioni commerciali in cui le pubbliche amministrazioni sono debitrici di imprese, nonché dei costi e delle difficoltà generate per queste ultime da ritardi di pagamento da parte di tali amministrazioni, il legislatore dell’Unione ha inteso imporre agli Stati membri obblighi rafforzati per quanto riguarda le transazioni tra imprese e pubbliche amministrazioni“.

Respinto dalla Corte anche l’argomento difensivo secondo il quale le transazioni delle Pubbliche Amministrazioni non possano generare responsabilità per lo Stato: svuoterebbe di valore la direttiva sui tempi di pagamento che per la Corte “fa gravare proprio sugli Stati membri l’obbligo di assicurare l’effettivo rispetto dei termini di pagamento da esso previsti nelle transazioni commerciali in cui il debitore è una pubblica amministrazione“.

La Corte ha riconosciuto in conclusione,  che la situazione italianasia in via di miglioramento in questi ultimi anni” ma questo progresso “non può ostare a che la Corte dichiari che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del diritto dell’Unione. Infatti, secondo giurisprudenza costante, l’esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato, ossia, nel caso di specie, il 16 aprile 2017″.

Il fatto che la Corte abbia certificato questo inadempimento prevede che l’Italia si “conformi alla sentenza senza indugio”, come spiega la stessa Corte. “La Commissione, qualora ritenga che lo Stato membro non si sia conformato alla sentenza, può proporre un altro ricorso chiedendo sanzioni pecuniarie. Tuttavia, in caso di mancata comunicazione delle misure di attuazione di una direttiva alla Commissione, su domanda di quest’ultima, la Corte di giustizia può infliggere sanzioni pecuniarie, al momento della prima sentenza”.




Poste Italiane sul podio delle aziende italiane nella classifica mondiale "Global500"

ROMAPoste Italiane, per il secondo anno consecutivo,  è salita dal 161° al 53° posto nella graduatoria “Global 500” elaborata da Brand Finance, conquistando il massimo brand rating di AAA. scalando nell’ultimo anno oltre 100 posizioni tra le aziende mondiali più performanti per immagine e reputazione.

Il Gruppo guidato dall’Amministratore Delegato Matteo Del Fante, grazie soprattutto al miglioramento della valutazione ottenuto nel settore assicurativo, ha superato tutti i competitor compiendo un ulteriore balzo in avanti, dopo quello straordinario compiuto l’anno scorso, nella classifica globale tra i 500 trademark per capacità di influenza originata da immagine e reputazione (Brand Strength Index, BSI) salendo sul podio dei brand leader in Italia.

Il miglioramento nell’attenzione all’ambiente e alle tematiche ESG (Environmental, Social, Governance), la qualità della comunicazione, la trasparenza e l’integrità, il netto miglioramento dell’indicatore value for money e della brand financial performance, quest’ultima sostenuta dalle migliorate prospettive di profittabilità (misurate da loyalty, fatturato, margini) sono le componenti che più hanno contributo all’aumento del BSI di Poste Italiane.

L’indicatore BSI di Brand Finance, leader mondiale nella valutazione economica dei marchi, misura l’efficacia di immagine e di reputazione rispetto ai competitor e analizza la gestione e gli investimenti diretti e indiretti che influenzano il brand, il ritorno d’immagine e quello economico in relazione al giro d’affari.

L’eccellenza certificata nella classifica “Global 500” ha confermato gli obiettivi e i traguardi raggiunti di recente da Poste Italiane, entrata stabilmente nel novero delle aziende europee che meglio sono riuscite a coniugare i modelli di governance e le politiche di business con l’impegno per la sostenibilità. Poste Italiane è infatti di recente entrata nei benchmark globali di sostenibilità, a cominciare dal FTSE4GOOD Developed e dal FTSE4GOOD Europe, oltre che nell’Euronext Vigeo-Eiris World 120, nel Dow Jones Sustainability Index World e nel più selettivo Dow Jones Sustainability Index Europe.

Poste Italiane ha inoltre sottoscritto il United Nations Global Compact (UNGC),il patto mondiale delle Nazioni Unite, che incoraggia le società a promuovere attivamente i principi di condotta etica e di business responsabili formato da aziende provenienti da 160 paesi.

L’azienda ha raggiunto il sesto posto della classifica generale dell’Integrated Governance Index (IGI) e si è attestata al quinto posto nella categoria speciale dedicata alle risorse umane nell’indagine condotta da ETicaNews e Top Legal che misura il grado di integrazione delle tematiche ESG (Enviromental, Social, Governance) nelle strategie aziendali.

Il Gruppo Poste Italiane ha integrato i principi ESG anche nelle politiche di assicurazione: Poste Vita ha infatti aderito ai Principles for Sustainable Insurance (PSI) definiti dalle Nazioni Unite, con l’obiettivo di diventare una delle realtà più influenti nella diffusione di una cultura sostenibile nelle operazioni assicurative.

L’azienda guidata da Matteo Del Fante è tra le aziende europee che vantano un punteggio più elevato dell’indice di diversità di genere (Gender diversity index, GDI) fra i maggiori Gruppi del listino Stoxx Europe 600 come riconosciuto da “European Women on Boards” (Ewob) ed è inoltre entrata nel prestigioso Bloomberg 2020 Gender-Equality Index.

Poste Italiane nel novembre scorso a coronamento dei risultati fin qui raggiunti, ha riunito a Roma per il terzo Forum Multistakeholder più di 400 rappresentanti delle comunità territoriali, del mondo finanziario e delle società di rating, delle associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali, del terzo settore, del mondo delle imprese e delle professioni e dei dipendenti, per condividere i valori di responsabilità sociale e la strategia 2020 con tutti i soggetti coinvolti nell’attività dell’azienda.

 

 

 




Confindustria. Scelti i tre "saggi" per la nomina del prossimo presidente

ROMA – La “Commissione di Designazione” è stata nominata dal Consiglio Generale di Confindustria, riunito in via dell’Astronomia, che ha sorteggiato i tre nomi da una rosa di nove. Saranno quindi Andrea BollaMaria Carmela Colaiacovo ed Andrea Tomat, i tre ‘saggi’ che riceveranno e valuteranno le candidature per la prossima presidenza dell’ associazione degli industriali italiani,  sondando il sistema confindustriale per far emergere il consenso su eventuali altri candidati.

Entrambi veneti Andrea Tomat e Andrea Bolla,  rispettivamente sono il Presidente di Lotto Sport Italia e Ad di Vivigas, invece  Maria Carmela Locaiacovo, umbra, è la vicepresidente di Federalberghi.

In corsa  per succedere a Vincenzo Boccia alla guida della Confindustria al momento sono in cinque: il milanese Carlo Bonomi, il triestino Andrea Illy, la torinese Licia Mattioli, l’emiliano Emanuele Orsini ed il bresciano Giuseppe Pasini.

La corsa alla presidenza di Confindustria parte in un clima “distesissimo”: “Ci sono molte candidature quindi c’è una ampia possibilità di scelta”, commenta Fabio Storchi l’ex presidente di Federmeccanica .




Arcelor Mittal, tre esplosioni in Acciaieria 2 a Taranto. La protesta dei sindacati

ROMA – La scorsa notte  si sono verificate tre esplosioni all’interno dell’impianto Idf a servizio del Convertitore 1 di Acciaieria 2 nello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto, che hanno causato numerosi squarci alle tubazioni della condotta di aspirazione del recupero gas. Per fortuna non vi sono stati  feriti.

Il fatto è stato reso noto da fonti sindacali, che evidenziano come l’incidente sia avvenuto alla vigilia della fermata dell’Acciaieria 1 e del conseguente aumento della produzione per l’Acciaieria 2, che necessita di manutenzione.
L’azienda ha già annunciato una riduzione di personale da 477 a 227 unità a seguito della fermata dell’Acciaieria 1 , che determinerà la collocazione di 250 lavoratori in Cassa integrazione ordinaria (Cigo). La previsione di fermata dell’Acciaieria 1 è di circa 2 mesi, fino al 31 marzo 2020.

La multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal ha riferito nei giorni scorsi  alle organizzazioni sindacali che i nuovi assetti produttivi sono conseguenti ad “uno scarso approvvigionamento di materie prime e all’attuale capacità produttiva legata alle commesse“.

Per il segretario generale aggiunto della Fim Cisl Taranto-Brindisi, Biagio Prisciano i fatti confermano le sue tesi: “Non sono trascorse nemmeno 48 ore dall’incontro con i vertici di ArcelorMittal, sulla decisione di fermare Acciaieria 1 e marciare a pieno regime con l’Acciaieria 2, ed ecco emergere le prime criticità“.

I coordinatori di fabbrica Fiom e Uilm con una nota precisano che “le deflagrazioni si sono verificate nei pressi del pulpito stiring, laddove c’è transito di personale per le normali attività di affinazione. L’Acciaieria 2, a conferma di quanto sostenuto da Fiom e Uilm nei giorni scorsi e verificato nel corso del sopralluogo effettuato ieri, non può sostenere l’aumento produttivo a 3 convertitori e gli ultimi episodi lo testimoniano“.

Fiom e Uilm chiedono ad ArcelorMittal di “tornare sui suoi passi e sospendere immediatamente la scelta unilaterale di fermare l’Acciaieria 1 in quanto, i continui rinvii e ritardi su manutenzione ordinaria e straordinaria determinano, in caso di aumento produttivo, situazioni di pericolosità sia dal punto di vista della sicurezza che dell’ambiente”.




Le "furbate" di Arcelor Mittal non finiscono mai. Ora ferma l'acciaieria 1 sino a marzo.

ROMA –  ArcelorMittal ha convocato oggi i sindacati annunciando il fermo immediato dell’Acciaieria 1 di Taranto e una riduzione di personale da 477 a 227 unità, determinando la collocazione di 250 lavoratori in cassa integrazione. Lo rendono noto i sindacati Fim, Fiom e Uilm.  La previsione di fermata è di circa 2 mesi, fino al 31 marzo 2020. I sindacati spiegano che – secondo ArcelorMittal – i nuovi assetti produttivi sono dovuti a “uno scarso approvvigionamento di materie prime e all’attuale capacità produttiva legata alle commesse”.

ArcelorMittal lo scorso anno a causa della crisi di mercato,  ha prodotto circa 4,5 milioni di tonnellate di acciaio e non i 6 milioni per cui ha l’autorizzazione a produrre. A causa della crisi, infine, dallo scorso luglio poco più di 1200 lavoratori, su 8200 in forza allo stabilimento di Taranto, sono in cassa integrazione ordinaria, cassa integrazione che a fine dicembre è stata rinnovata per altre 13 settimane anche in assenza di accordo sindacale.

ArcelorMittal infine aveva annunciato nei giorni scorsi, a ripartenza del reparto Produzione lamiere dal 10 febbraio per quattro settimane, riportando al lavoro 360 dipendenti in cassa integrazione, per eseguire un ordine di 30mila tonnellate.

I nuovi assetti produttivi partiranno da giovedì 23 gennaio con l’Acciaieria 2 a pieno regime. Parte della produzione della stessa Acciaieria 1 verrebbe spostata all’Acciaieria 2, che, quindi, passerebbe dall’attuale regime di due convertitori a tre in marciaUna parte del personale di esercizio dell’Acciaieria 1, formato e informato – spiegano i sindacati – verrà impiegato in Acciaieria 2 a saturazione organico.

I vertici sindacali di  Fim, Fiom e Uilm hanno ribadito la propria contrarietà a tale decisione aziendale in quanto ritengono che il momentaneo trasferimento della produzione sull’Acciaieria 2, rispetto all’attuale assetto di marcia, può creare possibili ripercussioni dal punto di vista della sicurezza e dell’ambiente”, ritenendo “inaccettabile tale scelta da parte di ArcelorMittal in quanto, ad oggi, non vi è un piano industriale condiviso con il Governo e le organizzazioni sindacali  e quindi chiedono l’immediata sospensione dell’iniziativa unilaterale della multinazionale.

Questa mattina è stata depositata la memoria della Procura di Milano, intervenuta nella causa intercorrente fra ILVA in Amministrazione Straordinaria ed Arcelor Mittal Italia, con la quale i magistrati milanesi rispondono a quanto sostenuto dal gruppo franco indiano che aveva chiesto di estrometterla dal procedimento. Con la propria memoria il Procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ed i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, titolari dell’inchiesta penale, hanno contestato la richiesta  della loro estromissione dalla causa civile, affermando che “il ricorso della Procura della Repubblica è pienamente ammissibile e coerente con i doveri dell’Ufficio” in quanto nel procedimento ci sono “interessi pubblici coinvolti sotto il profilo della tutela dell’ambiente, dell’occupazione, degli impianti strategici per l’economia nazionale”.

I magistrati della Procura di Milano oltre ad evidenziare che la memoria depositata lo scorso 16 dicembre al giudice civile Claudio Marangoni del Tribunale di Milano, dai legali di Arcelor Mittal  “è totalmente centrata sul provvedimento” sull’Altoforno 2 emesso dal giudice monocratico Maccagnano del Tribunale di Taranto  successivamente annullato lo scorso 7 gennaio dal Tribunale del Riesame , i pm hanno sottolineato come la giurisprudenza riconosce nel contenzioso civile “l’utilizzabilità degli elementi di prova assunti nel corso del procedimento penale come prova atipica, con pieno ingresso nel novero degli elementi valutabili dal giudicante” .

 

 




Accordo raggiunto tra Arcelor Mittal ed i commissari dell'ILVA in Amministrazione straordinaria

MILANO – Oggi era fissato il secondo appuntamento davanti al giudice per discutere del ricorso cautelare urgente che ILVA in Amministrazione Straordinaria ha presentato a novembre (articolo 700 del Codice di procedura civile) per ribattere all’atto di citazione presentato da ArcelorMittal nei confronti dei commissari e per contrastare la decisione  del gruppo franco-indiano di recedere dal contratto firmato a settembre 2018.

Come auspicato ed anticipato dal nostro giornale è stata raggiunta in extremis un’intesa “last minute”, nel giorno dell’udienza programmata al Tribunale di Milano, tra i commissari straordinari dell’ex ILVA ed Arcelor Mittal,  che hanno raggiunto un accordo sulle cui basi negoziare la revisione del contratto originario di affitto e vendita degli stabilimenti e per l’operazione finanziaria di rilancio dello stabilimento siderurgico di Taranto. Quindi si tratta di un’intesa raggiunta a tornare intorno al tavolo e a rinegoziare i termini dell’impegno della multinazionale nello stabilimento, nel tentativo di scongiurare che la questione sfoci invece in una disputa giudiziaria.

L’accordo è stato siglato dai tre commissari dell’ex ILVA Francesco Ardito, Alessandro Danovi ed Antonio Lupo, che hanno ricevuto il semaforo “verde” dal ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli. Soddisfatta anche l’  amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia .  “E’ stato firmato un accordo nell’interesse del Paese”, ha commentato il commissario Danovi. “Siamo soddisfatti“, ha aggiunto Claudio Sforza  direttore generale dell’ex ILVA  .

Lucia Morselli, amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia

“Nell’udienza a porte chiuse Arcelor Mittal  – avrebbe detto nell’udienza a porte chiuse Lucia Morselli amministratore delegato in Italia del gruppo franco indiano – farà il possibile per continuare nella produzione, anche se non potrà mantenere gli impegni sulla capacità produttiva, presi nella scorsa udienza, perché nel frattempo, lo scorso 10 dicembre, è arrivato il provvedimento del giudice di Taranto sullo stop all’altoforno 2. “

Uno dei legali di Arcelor Mittal ha spiegato  che le parti hanno posto le basi per un negoziato che si svolgerà fino al 31 gennaio al fine di raggiungere un accordo vincolante. Nelle quattro pagine (scritte in inglese) dell’accordo tra i commissari straordinari dell’ex ILVA ed Arcelor Mittal, le parti hanno sottoscritto “un impegno per elaborare un nuovo piano industriale“, riferisce uno degli avvocati della trattativa,  dopo che i rappresentanti delle società sono usciti dall’aula del primo piano del Palazzo di Giustizia di Milano. L’udienza, su richiesta anche dei legali dell’azienda, è stata rinviata così al 7 febbraio 2020 .

Arcelor Mittal   ha poi spiegato con una nota che  “AM InvestCo ha firmato un accordo non vincolante con i commissari Ilva nominati dal governo che costituisce la base per continuare le trattative riguardanti un piano industriale per Ilva, incluso un investimento azionario da parte di un ente partecipato dal governo. Il nuovo piano industriale prevede investimenti in tecnologia verde da realizzarsi anche attraverso una nuova società finanziata da investitori pubblici e privati. I negoziati proseguiranno fino a gennaio 2020. Nel frattempo, nel corso dell’audizione che si è tenuta oggi, i Commissari Ilva e AM InvestCo hanno chiesto un ulteriore rinvio fino alla fine di gennaio 2020 della richiesta delle misure provvisorie avanzate dai commissari Ilva”.

I punti su cui le parti hanno trovato un pre-accordo riguardano, quindi, il cosiddetto acciaio «verde», ovvero il parziale abbandono dell’attuale ciclo integrale basato sulla trasformazione dei minerali e utilizzo sia del preridotto di ferro negli altiforni, sia di due forni elettrici; e gli investimenti da effettuare, con lo Stato pronto ad arrivare, anche attraverso le controllate, a un miliardo.

Nel protocollo d’intesa firmato tra le parti si legge che “Le parti riconoscono che l’attuazione del nuovo piano industriale», chiamato nuovo green deal «renderà necessari alcuni impianti di produzione di tecnologia verde e potrebbe richiedere che il Piano ambientale sia di conseguenza modificato, nel qual caso le parti coopereranno in buona fede al fine di raggiungere tale modifiche il più presto possibile”.

 




Editoria sempre in difficoltà, cresce solo il digitale. Avevamo visto giusto 5 anni fa...

di Valentina Rito

L’industria dell’informazione continua a non godere di buona salute. Anche nel 2018 il giro d’affari mondiale è risultato in diminuzione, attestandosi a 111 miliardi di euro complessivi,-3,4% rispetto al 2017 e -13,2% sul 2014. La raccolta di pubblicità cartacea, con -28,9% sul 2014, registra la peggior performance, in negativo anche i ricavi da diffusione cartacea (-7,4% sul 2014). Aumentano, invece, i ricavi da pubblicità digitale (+24,8%) e soprattutto quelli da diffusione digitale (+104,5%).

A livello mondiale nel 2018 i ricavi sono diminuiti del 3,4% a 111 miliardi (-13,2%) e l’unica voce in controtendenza è rappresentata dal digitale. Per quanto rappresentino ancora una parte minima (il 3,7%) del giro d’affari dell’editoria, i ricavi da diffusione digitale hanno segnato i maggiori incrementi (+14,2% nel 2018 e +104,5% nel quinquennio) così come quelli da pubblicità digitale (+5,3% e +24,8%) contro i dati per la stampa cartacea: ricavi da diffusione (-2,5% e -7,4%) e da pubblicità (-8% e -28,9%).

A fotografare il settore editoriale è l’annuale report dell’ Area Studi R&S Mediobanca che non manca di focalizzarsi sull’andamento dell’Italia. Nel nostro Paese prosegue il trend decrescente della diffusione cartacea in Italia nel 2018  che , con una diminuzione nell’ultimo anno di circa 240 mila copie al giorno, si è attestata a 2,5 milioni di copie (-8,6% sul 2017 e -32,3% sul 2014). Nel 2018 sono state diffuse giornalmente circa 380 mila copie digitali (13% del totale), in aumento del 13% rispetto al 2017. Oggi la diffusione dei quotidiani italiani rappresenta lo 0,4% di quella mondiale, poco meno di quella dei primi due quotidiani britannici insieme (The Sun e Daily Mail).

La “top10” dei quotidiani d’informazione italiani vede in testa il Corriere della Sera, con 216mila copie giornaliere nel 2018. Sul podio troviamo, inoltre, La Repubblica (166mila copie), seguita da La Stampa (131mila) altro quotidiano del Gruppo GEDI, . Seguono Avvenire (101mila), QN-Il Resto del Carlino (92mila), Il Messaggero (88mila), il Sole24Ore (80mila), QN-La Nazione (67mila), Il Giornale (54mila) e Il Gazzettino (47mila). Quanto ai prezzi, i quotidiani italiani sono mediamente meno cari rispetto a quelli europei e registrano l’incremento di prezzo più contenuto nel 2018-2014. Il tedesco Bild, e gli inglesi The Sun e Daily Mail costano meno della metà e hanno una diffusione di quasi cinque volte superiore a quella degli altri quotidiani d’informazione.

Il trend negativo dei ricavi aggregati dei sette principali gruppi editoriali italiani, che rappresentano il 67% del settore editoriale nazionale, prosegue nel 2018; in controtendenza solo Cairo Communication (+0,5% sul 2017). Nel 2018 i principali sette editori hanno registrato ricavi complessivi per €3,4mld, -4% sul 2017. I primi tre gruppi, Cairo Communication (fatturato di €1.224 mln), Mondadori (€891mln) e GEDI (€649mln), rappresentano da soli l’82,3% del giro d’affari dei maggiori sette operatori editoriali nazionali.

L’ingente calo delle vendite si riflette sull’occupazione. Tra il 2014 e il 2018 la forza lavoro è diminuita di 2.540 unità, di cui 786 a seguito della cessione dell’attività Periodici Francia del Gruppo Mondadori. Nel 2018 l’occupazione si attesta a 11.053 dipendenti (-14,1% sul 2014 e -3,9% sul 2017) e i giornalisti rappresentano il 35,4% del totale (erano il 37,2% nel 2014).I maggiori gruppi editoriali italiani hanno cumulato nel periodo 2014-2018 perdite nette per € 678mln e solo Cairo Editore, consolidata in Cairo Communication, ha sempre chiuso in utile nel quinquennio.

Editoria 2019_PRESENTAZIONE_compressed

Buone notizie arrivano invece sul versante redditività industriale che segna mediamente un netto miglioramento: ebit margin 5,7% nel 2018 rispetto allo 0,3% del 2014. Nel 2018 positive le performance di Cairo Communication (10%), Mondadori (6,4%), Monrif (2%) e GEDI (1,7%). In coda Class Editori (-12,5%). La struttura finanziaria è eterogenea: nel 2018 la società più solida è Caltagirone Editore (debiti finanziari pari al 2,5% del capitale netto), seguita da Cairo Communication (34%) e GEDI (34,6%).

Le difficoltà economiche dell’editoria sono evidenti anche nel drastico calo degli investimenti materiali, pari nel 2018 a €16mln, più che dimezzati in cinque anni (-56,7% sul 2014). In Borsa, tra il 2014 e il 2018, i maggiori ribassi sono quelli registrati da Il Sole 24 ORE (-84,5%), Class Editori (-81,2%) e GEDI (-63,9%); positivo, invece, l’andamento del titolo Mondadori (+92,5%). A fine novembre 2019, in rialzo ancora Mondadori (+29,2% rispetto a fine 2018) e in ripresa il Sole 24 ORE (+41,5%).




Lo Stato vuole partecipare con il 18% nel nuovo "progetto Ilva"

ROMA – Il Governo è sempre più determinato a convincere Arcelor Mittal ad azzerare i 4.700 esuberi previsti nello stabilimento ex-Ilva di Taranto. Secondo il Mise al massimo si può arrivare a 1.000 unità. Nel “piano di emergenza” preparato dai consulenti del Governo, con in testa Francesco Caio vi è una doppia strategia che potrebbe rivelarsi determinante per convincere Mittal a fare marcia indietro. Innanzitutto  il ripristino dello scudo penale per gli amministratori strettamente connesso al piano ambientale, e l’ingresso dello Stato con il 18,2%  del capitale sociale di Am InvestCo, attraverso società come Invitalia o Cdp nonostante l’ostilità delle fondazioni, con un investimento da 400 milioni e la sottoscrizione di un prevedibile aumento di capitale.

Una proposta alla quale si affiancherebbe anche una partecipazione per metà degli investimenti previsti per l’installazione dei forni elettrici , stimati fra i 200/ 250 milioni di euro. Senza contare la “presenza” dello Stato, tra incentivi all’uscita, cassa integrazione,  ed un “piano sociale pubblico” che possa consentire anche il riassorbimento di una parte degli esuberi a carico di altre società controllate dal Ministero dell’ Economia. Importante anche la soluzione proposta per i costi delle bonifiche: Invitalia potrebbe essere della partita con un piano di sviluppo da 70 milioni previsto in un quinquennio.

Nelle 8 pagine della proposta di accordo preparata dal Governo che verrà messa sul tavolo della trattativa tra il Mise e i vertici di ArcelorMittal , che il CORRIERE DEL GIORNO ha potuto consultare, vi sono tutti i presupposti di un accordo che, almeno sulla carta, possa garantire un futuro all’ILVA, attraverso una produzione di acciaio di 6 milioni di tonnellate all’anno, e che posa ridurre al massimo gli esuberi grazie ad una spinta verso l’utilizzo di tecnologie sostenibili, ma sopratutto grazie ad un sostanzioso intervento economico dello Stato.

Una bozza di accordo già esiste, risultato di una videoconferenza avvenuta qualche giorno fa, fra il noto manager Francesco Caio  super consulente (a titolo gratuito)  del Mise, con  gli studi legali Bonelli Erede Lombardi e Freshfield per ILVA in Amministrazione Straordinaria, e lo studio legale Cleary Gottlieb per Arcelor Mittal. La bozza predisposta dovrà essere rivista dopo le osservazioni dei Mittal, ma a dettare i tempi ristretti sugli impegni da assumere è la scadenza del 20 dicembre, quando il Tribunale di Milano sarà chiamato a decidere sul ricorso cautelare e d’urgenza presentato dai commissari straordinari dell’ ILVA in A.S., contro il recesso dalla gestione del siderurgico che era stato richiesto dal gruppo ArcelorMittal, e successivamente sospeso in attesa dell’esito della trattativa.

Francesco Caio è salito agli onori delle cronache quando nei mesi precedenti il governo di Enrico Letta l’ha nominato commissario con il compito di premere l’acceleratore sul raggiungimento degli obiettivi di digitalizzazione, che l’Europa impone al nostro e agli altri paesi dell’Unione. Napoletano, classe 1957, dalla laurea in Ingegneria elettronica al Politecnico di Milano (corredata da due Master), di strada ne ha percorsa prima del diventare un esperto di digitale: ritenuto un McKinsey boy per aver trascorso sei anni a fine anni ’80 nella società leader di consulenza mondiale, inizia alla Olivetti e Carlo De Benedetti nel 1994 lo incarica di guidare Omnitel.

Il 4 luglio 1996 torna come amministratore delegato di Olivetti , dopo è la volta di una società esterna alle telecomunicazioni, la Merloni dove venne chiamato come amministratore delegato: per la prima volta un manager esterno. Poi è alla guida di Netscalibur, nuova società Internet costituita da Morgan Stanley. Il 4 aprile 2003 lo chiama Cable & Wireless, il secondo gruppo di telecomunicazioni britannico, che riporta in utile dopo un triennio. Nel suo curriculum figura anche l’incarico di consulente del governo inglese sempre per la rete telefonica. Dal 2011 È a.d. di Avio, leader mondiale nella propulsione aerospaziale e aeronautica . quello che si può definire un vero top manager a 360°.

Adesso la trattativa potrebbe concordare anche un altro rinvio del quale già si è parlato fra le parti. L’ accordo prevede oltre all’impegno tra il Governo, Am InvestCo e l’ILVA in amministrazione straordinaria  a modificare gli accordi raggiunti nel giugno 2017, con la contestuale chiusura del contenzioso dinnanzi al Tribunale di Milano, subordinato però a quattro punti di un accordo definitivo: la conversione in legge del nuovo dl Salva-Ilva che sarebbe a carico chiaramente del Governo; una modifica del Dpcm del 2017 in modo da recepire il nuovo piano industriale e ambientale;  il ripristino dello scudo penale e la conferma da parte del Tribunale di Taranto, della sospensione dello spegnimento dell’Altoforno 2 fino al 30 giugno 2021. Tutto ciò a condizione che sia il semaforo verde  dei sindacati confederali  di categoria.

La strategia industriale del nuovo piano prevede una riduzione della produzione a carbone con la progressiva avanzata delle tecnologie verdi. L’obiettivo è quello di garantire una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, affiancata l’installazione del forno elettrico entro 3 anni,  che contribuirebbe alla produzione per 1,2 tonnellate,  Il forno elettrico viene considerato il “cuore” del piano ambientale e prevede un investimento diviso tra Am InvestCo e lo Stato, che potrebbe attingere a dei fondi disponibili del’ Unione Europea. Chiaramente a condizione che arrivino misure strettamente connesse che possano permettere  la qualificazione dei rottami come sottoprodotti o l’utilizzo degli stessi pur se qualificati come “rifiuti”.

Sugli esuberi al momento i numeri sono ancora da definire, anche se sembra garantito un percorso frazionato di riduzione dei costi del personale a carico di Am InvestCo, attraverso i ricorso a vari strumenti di intervento statale, e conseguentemente verrebbe poi annullato l’impegno contrattuale precedente che Am InvestCo controllata da ArcelorMittal,  si faccia carico nel 2023 dei dipendenti dell’ILVA in amministrazione straordinaria . Viene valutata anche l’ ipotesi di attuazione di un “meccanismo da definire” per tutelare la multinazionale franco-indiana da iniziative dei sindacati per il mancato rispetto degli accordi.

Concludendo, cambierebbe anche l’attuale canone di locazione degli stabilimenti. Il nuovo accordo non prevederebbe alcun pagamento, sostituito dall’emissione di nuove azioni del capitale sociale riscattabili a favore dell’ILVA in amministrazione straordinaria.

Insomma la partita è ancora tutta aperta e come sempre si gioca sulla pelle dei dipendenti, e delle società dell’ indotto, che si vedono sempre più schiacciate dalla pretese, spesso arroganti,  del gruppo Arcelor Mittal. Sarebbe il caso di ricordare a tutti che se lo stabilimento è ancora in piedi e funzionante è proprio grazie alle aziende locali dell’indotto ed i dipendenti che hanno continuato a lavorare in una precarietà che non ha uguali al mondo.




Poste Italiane tra le prime dieci in Europa per trasparenza dell’informazione finanziaria

ROMA – Poste Italiane ottiene un nuovo riconoscimento per la qualità e la trasparenza della propria comunicazione corporate sul web entrando nella Top10 della classifica Webranking Europe 2019-2020. La ricerca analizza i siti corporate delle prime 500 aziende europee per capitalizzazione in Borsa, giudicandone la corretta diffusione delle notizie finanziarie, la corporate governance, le politiche di sostenibilità e la soddisfazione delle aspettative di tutti gli stakeholder.  Il riconoscimento ottenuto da Poste Italiane nel  “Webranking 2019-2020” dimostra ancora una volta l’attenzione che l’azienda rivolge alla trasparenza informativa e ai valori di sostenibilità e responsabilità sociale.

Nel Webranking Europe 2019-2020 il portale www.posteitaliane.it si colloca in nona posizione assoluta avanzando di otto gradini rispetto alla graduatoria 2018. Ancora più imponente è il balzo in graduatoria del portale www.posteitaliane.it  che guadagna ben 256 posizioni  se si prende  in esame la classifica Webranking Europe 2016.  La ricerca  è realizzata da Comprend in collaborazione con Lundquist, società specializzata nella consulenza strategica su comunicazione web, Csr, social media e reputazione aziendale.

All’interno della Top Ten il portale www.posteitaliane.it si classifica al secondo posto assoluto in ambito finanziario/assicurativo. La classifica viene stilata dopo uno stress test sulle candidate che prende in considerazione 200 focus e si basa su un sondaggio condotto su un campione di circa 500 stakeholders tra cui analisti, investitori, giornalisti economici.

 




Ilva, se chiude addio al porto.

ROMA – Con un’interessante intervista pubblicata oggi dal quotidiano romano IL TEMPO diretto dall’ottimo amico e collega Franco Bechis, il presidente di Assoporti Daniele Rossi manifesta la sua preoccupazione sul Porto di Taranto, il cui futuro è strettamente collegato all’ILVA di Taranto: “L’80% del traffico legato all’acciaieria“. Così scrive il collega Massimiliano Lenzi nell’intervista:

“Un popolo di poeti, santi e navigatori. Ma se chiuderanno le nostre fabbriche, come l’Ilva di Taranto ad esempio, dove navigheremo? E i nostri porti, che fine faranno? Su questo e sul tema del futuro dei porti italiani e della nostra industria abbiamo intervistato, buttando un’occhiata anche alla politica, Daniele Rossi, il presidente di Assoporti (l’Associazione dei porti italiani)”.

Cominciamo dalle note dolenti: se l’Ilva chiudesse quanto perderebbe il porto di Taranto?
La movimentazione di merci nel porto di Taranto, che complessivamente è di circa sedici milioni di tonnellate, è fortemente condizionata dallo stabilimento Ilva che rappresenta oggi circa il 70-80% del traffico complessivo. Ovviamente in caso di chiusura o forte ridimensionamento dello stabilimento il porto dovrebbe avviare una razionalizzazione degli spazi per favorire l’ingresso di altre attività logistiche. Operazione non semplice perché le aree e le relative infrastrutture sono concepiti per i traffici attuali, quindi sarebbe necessario un importante lavoro di adeguamento ai nuovi utilizzi. Nuovi utilizzi che comunque devono essere individuati. Da tempo il presidente del porto di Taranto, Sergio Prete, è impegnato nella ricerca di opportunità di diversificazione delle attività portuali e l’investimento della azienda turca Ylport sul Molo polisettoriale è un primo importante risultato“.

In effetti pochi si rendono conto del fallimento della “gestione Prete” in un Porto quello di Taranto che ha usufruito di oltre 400milioni di euro di finanziamenti pubblici, con il risultato di aver perso molto traffico merci e container (che sono finiti a Livorno) lasciando a casa disoccupati oltre 500 lavoratori che ora vivono da due anni sostenuti dai soldi pubblici ! E Prete ha anche il coraggio di firmare inutili ridicoli procolli d’intesa con il Comune di Taranto, la Provincia di Taranto e la Camera di Commercio. Della serie tutte “chiacchiere & distintivo” !

il presidente della provincia Gugliotti, il sindaco Melucci, il presidente della CCIAA Sportelli ed il presidente del Porto Sergio Prete sottoscrivono l’ennesimo inutile protocollo

Quello che però i colleghi del quotidiano IL TEMPO non raccontano sono i trascorsi del Presidente dell’ ASSOPORTI, Rossi, che è anche un collega di Prete, grazie alla sua nomina a presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centro settentrionale che ha sede a Ravenna. Daniele Rossi, presidente dell’Autorità di sistema portuale, è stato iscritto lo scorso luglio nel registro degli indagati dal pubblico ministero Angela Scorza che coordina le indagini assieme al procuratore capo  Alessandro Mancini. della Procura di Ravenna in merito alla vicenda del relitto della “Berkan B”.

Daniele Rossi. interdetto dal Tribunale di Ravenna, quale Presidente dell’ Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centro settentrionale 

Si tratta di una motonave che dal 2010 è stata lasciata in una una sorta di laguna, che si chiama canale Piomboni, adiacente al porto romagnolo e che dal 5 marzo scorso sta affondando con conseguenti problemi ambientali per l’area. Infatti c’è stato lo sversamento in acqua di una certa quantità di sostanze inquinanti. Una vicenda complessa, quella della Berkan B, nave turca che dal 2010 è posta sotto sequestro dal Tribunale civile di Ravenna.

Nel novembre del 2016, una società italiana se l’è aggiudicata all’asta giudiziaria e poi è iniziata una serie di passaggi di proprietà senza che nessuno si accollasse poi l’onere di intervenire per demolire l’imbarcazione. Una situazione poco trasparente su cui vuole fare ora chiarezza la procura che h a messo nel registro degli indagati tre persone tra cui il presidente dell’Autorità portuale Daniele Rossi che, sulla vicenda nel giugno scorso, ad alcuni giornali emiliani dichiarava: “Se avessi i pieni poteri e non dovessi rispettare tutte le leggi e le procedure necessarie in quanto amministratore pubblico, avrei già risolto il problema della Berkan B. Ma quelle leggi e quelle procedure vanno rispettate. Sono tante e sono complesse. A chiacchiere si fa presto, nei fatti quando si deve operare nel rispetto delle norme diventa tutto più complicato“.

Il vertice di Autorità Portuale è stato azzerato . Sintesi drastica ma efficace per descrivere gli effetti della misura interdittiva notificata lo scorso 10 settembre al presidente Daniele Rossi, al segretario generale Paolo Ferrandino e al dirigente tecnico Fabio Maletti.

In particolare si tratta di un anno di sospensione dalla carica: una misura cautelare emessa dal Gip Janos Barlotti su richiesta della Procura di Ravenna nell’ambito dell’indagine che vede i tre sotto accusa in concorso per inquinamento ambientale, abuso e omissione di atti d’ufficio in relazione agli effetti legati al parziale affondamento del relitto della motonave Berkan B con fuoriuscita di idrocarburi.




Bankitalia: il calo produttivo dell' Ex Ilva influenzerà la crescita dell'economia pugliese




ArcelorMittal, scontro sullo scudo penale. Anche la Procura di Taranto apre un fascicolo ?

ROMA – Nell’incontro di ieri pomeriggio al ministero dello Sviluppo alla presenza del ministro Stefano Patuanelli, l’Ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli è stata come nel suo consueto  stile, lapidaria, gelando i sindacalisti nel primo confronto formale, sottolineando la “coerenza” del percorso prima annunciato e così portato avanti per rescindere il contratto e “restituire” l’ex Ilva dal prossimo 4 dicembre ai commissari dell’ Amministrazione Straordinaria nominati l’anno scorso da Di Maio. E lo ha fatto puntando tutto su un argomento netto: dopo lo stop allo scudo penale,  portare avanti il il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria di Taranto “ora è un crimine”.

Rocco Palombella

“Oggi abbiamo saputo dall’azienda – dichiara Rocco Palombella leader Uilm  il sindacato con più iscritti all’interno dell’ ILVA –  che il principale motivo che li ha portati a recedere dal contratto è stata la soppressione dell’immunità legale. Ora il Governo deve convocare di nuovo i Mittal, in presenza anche delle organizzazioni sindacali confederali Cgil Cisl Uil, per fare chiarezza definitivamente sulle loro intenzioni e se ci sono ancora margini di trattativa. Per noi – continua Palombella  – esiste solo l’accordo del 6 settembre 2018, vogliamo e ne esigiamo il rispetto perché è stato il migliore possibile vista la situazione da cui si partiva e perché garantisce il risanamento ambientale, salvaguardia occupazionale e la continuità industriale”.

I sindacati arrivano a non escludereun’insubordinazione dei lavoratori per non spegnere gli altiforni, come ha dichiarato Palombella dopo l’incontro al Mise,  aggiungendo “I lavoratori dell’ex Ilva non spegneranno gli impianti perché non saranno loro che sanciranno la morte dello stabilimento e del loro futuro occupazionale. Da ora in tutti gli stabilimenti del gruppo inizieranno agitazioni e mobilitazioni da parte di tutti i lavoratori per chiedere rispetto accordo di un anno fa e contro un atto inaccettabile di una multinazionale che pensa di fare e disfare a suo piacimento”.

E ancora scontro fra ArcelorMittal ed il Governo. Il premier Giuseppe Conte non indietreggia ed attacca: pagheranno i danni. La Procura di Milano, in contemporanea, ha acceso i propri riflettori un faro aprendo un fascicolo esplorativo affidato ai pm Civardi e Clerici coordinati dal dr. Romanelli,  scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato oggi dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva). Adesso le Fiamme Gialle potranno presentarsi negli uffici italiani di ArcelorMittal e controllare una ad una tutte le carte, dal contratto di affitto a ordinativi, fatture, e via dicendo.

“Ben venga anche l’iniziativa della Procura”, ha commentato Conte, che alza i toni con l’azienda: “Il Governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni”; “Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità“, lasciare l’ex Ilva “prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria“, anche in termini di “risarcimento danni“, dice il premier.

Ma ArcelorMittal la pensa diversamente sostenendo che levando l’immunitànon sono stati rispettati i termini del contratto” – dice Morselli – come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: “Non era stato fatto niente” di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da “bacchetta magica”, oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più. Lasciando il tavolo Stefano Patuanelli sottolinea come Lucia Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del Governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui “fin da settembre c’era una disponibilità del Governo” ad accompagnare un percorso. I toni del dibattito politico restano accesi. “Non c’entra nulla lo scudo, c’entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo“, dice il leader del M5s, Luigi Di Maio, che però non chiarisce ancora una volta i suoi pregressi rapporti con la Morselli, allorquando era Ministro dello Sviluppo Economico.

Per Matteo Renzi l’ex Ilva va tenuta apertaa ogni costo” garantendo il sostegno politico di Italia Viva alle iniziative del Governo per non far spegnere gli altiforni: “Sarebbe un disastro per Taranto, una follia“. Dal Pd diventato taciturno sulla vicenda parla solo il ministro Francesco Boccia dicendo che “la proprietà non deve assolutamente permettersi di spegnere la fabbrica. Non ne ha il diritto”. Ci vorrebbero 6 mesi per ripartire. E Anna Maria Bernini da Forza Italia replica al premier: “E’ un cortocircuito politico-giudiziario. Questo governo si sta dimostrando drammaticamente incapace”. E’ intervenuto anche  il ministro al Sud, Peppe Provenzano (Pd ): Non permetteremo lo stop degli impianti“, ha detto . “Lo Stato non permetterà che l’azienda fermi tutto col rischio di compromettere gli impianti. Mittal torni al tavolo, per salvare produzione, lavoro e ambiente“.

I sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il Governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: “Per nulla soddisfatti” di un confronto “non andato bene”  i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan, e della Uil Carmelo Barbagallo, hanno lasciato il ministero chiedendo “l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni” ma anche al Governo di uscire dall’impasse: deve “ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal”. E avvertono: “La mobilitazione prosegue, i lavoratori non si renderanno complici dello spegnimento dell’acciaieria“. 

Secondo voci provenienti da Taranto, anche la procura jonica potrebbe aprire un fascicolo d’indagine. Nell’ incontro svoltosi  in Prefettura, a Taranto, l’ 8 novembre scorso fra il procuratore capo Carlo Maria Capristo , affiancato dall’ aggiunto Carbone ed il premier Giuseppe Conte  era emerso subito che la questione dello “scudo penale”  in realtà è molto diversa da come viene raccontata. Sopratutto perché esiste già, e non solo sulla base dell’ articolo 51 del codice penale (“L’ esercizio di un diritto o l’ adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità“), ma sopratutto perché ne vige uno apposito per Taranto, previsto dal decreto Salva-Ilva del 2015.

La formulazione di quello scudo, come è stato spiegato dal procuratore Capristo al presidente del Consiglio, è chiara esplicita. “Le condotte poste in essere in attuazione del Piano di cui al periodo precedente – recita  il decreto – non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del Commissario Straordinario, dell’ affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’ incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro“.




La protesta delle imprese dell'indotto ILVA di Taranto al MISE. Se si chiude l' ex ILVA muore Taranto

di Antonello de Gennaro

ROMA – Ieri pomeriggio le aziende dell’indotto Arcelor Mittal Italia aderenti a Confindustria Taranto, assieme ad una delegazione formata da rappresentanti dai sindaci della provincia jonica, fra i quali spiccavano però le assenze del Presidente della Provincia di Taranto, e del Sindaco del Comune di Taranto, hanno organizzato e partecipato ad un presidio effettuato sotto il Ministero dello Sviluppo Economico.

Una delegazione, guidata dal Presidente di Confindustria Taranto Antonio Marinaro, ha incontrato il Ministro Stefano Patuanelli (M5S)  al quale hanno consegnato un documento sulla vicenda  Arcelor Mittal, che è stato portato all’attenzione, nella stessa giornata, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte.

Al Ministro la delegazione ha illustrato  la grave situazione di emergenza in cui le aziende tarantine si ritrovano dopo che Arcelor Mittal Italia ha deciso di lasciare lo stabilimento, senza però aver corrisposto alle stesse aziende fornitrici l’ammontare dei crediti maturati, pari a circa 50 milioni di euro: una situazione gravissima che sta già dando luogo al ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti delle stesse imprese. In alcuni casi si parla di licenziamenti.

Il numero dei dipendenti delle aziende presenti ed operanti nell’ indotto ex ILVA di Taranto ammonta a circa 6mila unità, molte delle quali hanno già sacrificato e perso fra il 2014 e il 2015 la somma di 150 milioni di euro nel passaggio fra ILVA spa (falllita) ed ILVA in Amministrazione Straordinaria  (crediti confluiti nello stato passivo).

Una situazione che in presenza di mancanza di soluzioni da parte di Arcelor Mittal e del Governo, di fatto metterebbe in ginocchio il settore dell’impresa tarantina che non sarà in grado di poter pagare più gli stipendi, e si vedranno costretti a portare i propri libri sociali in Tribunale a Taranto, eco perchè gli imprenditori di Taranto e provincia di Confindustria pretendono delle risposte non più procrastinabili.

Una delle prove che ArcelorMittal ha già deciso di mollare con Taranto? Il numero telefonico destinato alle imprese dell’indotto-appalto. Da martedì scorso quel numero è staccato, impossibile avere una risposta, impossibile sapere se e quando ci pagheranno. Nulla di nulla” racconta Francesca Franzoso, con-titolare della società Iris, con stabilimento a Torricella, 150 dipendenti, si occupa di manutenzioni ed effettua anche lavorazioni meccaniche sui pezzi degli impianti che ArcelorMittal manda al ripristino. La Franzoso insieme a sua sorella Maria Grazia,  è una delle imprenditrici che vive sulla propria pelle la crisi dell’indotto siderurgico di Taranto, società alla quale ArcelorMittal non ha ancora saldato le fatture scadute così come tutte le altre imprese di Taranto e Provincia.

Il racconto fatto dalla Franzoso al Sole24Ore spiega molto bene la situazione.Quando ho chiamato l’ultima volta, appena ho sentito che ArcelorMittal voleva rescindere il contratto di gestione, hanno detto che mi sarebbe stata bonificata la somma di 406mila euro. Attualmente la mia azienda ha fatturato 1 milione e 700mila euro di lavori verso ArcelorMittal  di cui 828mila si riferiscono allo scaduto. Ho acquisito quindi l’informazione sui 406mila euro, ma la mail che di solito viene inviata, non mi è mai stata spedita e nemmeno il bonifico ho ricevuto ovviamente“.

La società IRIS come tante altre è una quelle che nel passaggio di ILVA, a gennaio 2015, dalla gestione commissariale (Bondi nominato dal Governo Letta) all’amministrazione straordinaria (commissari Carruba-Gnudi-Laghi nominati dal Governo Renzi) ha perso non pochi soldi. “Si, purtroppo. Li siamo esposti per 4,2 milioni di euro. – aggiunge la Franzoso Come linea generale, le imprese che sono in questa situazione continuano a tenere i crediti nella parte attiva dei propri bilanci svalutandoli anno dopo anno, sia pure di poco. Altrimenti, le aziende andrebbero a gambe all’aria. Fallirebbero. Le aziende si comportano così nell’attesa che il Tribunale di Milano, dove è stata rimessa la partita, decida se, quando e in che misura rientreremo nei vecchi crediti”.

“L’attività con ArcelorMittal si era rimessa in movimento. – continua la FranzosoDiciamo che eravamo al 60% rispetto al volume che avevamo con i Riva. Con i commissari straordinari Ilva, invece, eravamo quasi fermi. Non c’era lavoro, ci chiamavano solo per gestire le emergenze“.

Ora la IRISI si vede costretta a ricorrere per tutti i 150 dipendenti alla cassa integrazione. Ho già avviato la procedura. La nostra azienda ha contratti di manutenzione annuali con proroga biennale ma i capi reparto di ArcelorMittal hanno già detto di non mandare più personale per la manutenzione degli impianti. E la cassa integrazione è una scelta obbligata, non una decisione personale per non pagare i dipendenti, ma bensì per salvaguardarli in questo scenario inquietante” spiega Francesca Franzoso contattata dal CORRIERE DEL GIORNO.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato per le 15:30 di oggi pomeriggio Arcelor Mittal e sindacati (come da procedura ex 47) nel tentativo di aprire un canale di confronto istituzionale con un’azienda che finora sembra evitare il Governo in campo aperto. Per tutta risposta ArcelorMittal ha annunciato ieri il “funerale” dell’ ILVA di Taranto comunicando ai sindacati le date di spegnimento degli altiforni.

La società del gruppo ArcelorMittal  è tecnicamente tenuta a partecipare all’incontro al Mise dove ci saranno anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, mentre  per ArcelorMittal dovrebbe esserci l’amministratrice delegata Lucia Morselli. L’annuncio dello spegnimento degli altiforni non e’ una novità: la decisione era già stato comunicato il 5 novembre nella lettera ai sindacati che ha aperto la procedura di recessione all’Amministrazione Straordinaria (cioè allo Stato) di asset e lavoratori dell’ex Ilva.

Mentre in questi 10 giorni tutta l’attenzione era (e lo è ancora) rivolta allo scudo penale che in molti – a partire dai sindacati – chiedono di ripristinare. Di contro il Governo continua a ripetere che ArcelorMittal non ha il diritto di spegnere gli Altiforni e minaccia risarcimenti miliardari. Lo dicono i sindacati per voce di Rocco Palombella: “ArcelorMittal non può fermare gli impianti perché sono di proprietà dello Stato” (in realtà fanno ancora capo all’Amministrazione Straordinaria cioè ai creditori dell’ex Ilva). Spegnere gli altoforni equivale distruggerli e questo gli costerà risarcimenti di dimensioni devastanti”.

Ecco il piano di Arcelor Mittal per spegnere gli impianti dello stabilimento di Taranto.

Arcelor Mittal piano_compressed (1)

 

 




Ex-ILVA: le proposte del premier Conte per riaprire la trattativa con il gruppo Arcelor Mittal

ROMA – Partendo dalla consapevolezza molto chiara che la controparte e cioè il gruppo Arcelor Mittal, è lontana dal tavolo, per aprire una trattativa basata sul dialogo è necessario farla ritornare seduta, e le proposte vanno rivelate sul tavolo perché in una trattativa è fondamentale sondare gli umori e le decisioni della controparte in tempo reale.

Conte commentando la sua presenza a Taranto ha detto: “Dobbiamo lavorare con tutto il sistema Italia, io non sono un venditore di fumo, non sono un superuomo, se avevo una soluzione in tasca l’avrei già portata. Qui c’è una tragedia ambientale e sociale e questa comunità, e da qui dobbiamo ripartire, dobbiamo offrire un’occasione di riscatto e dobbiamo risolvere la situazione con una cabina di regia 24 ore su 24 per garantire tutti i diritti che sono in gioco, con tutto il sistema Italia, non solo con il governo. “.

Solo queste le dinamiche e valutazioni  che spingono il lavoro del governo in queste ore  sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. Fra i propositi di Palazzo Chigi , che sollecitato dal Quirinale, ha preso in mano la situazione esautorando di fatto il Ministero dello Sviluppo Economico dove aleggiano ancora le scorie e lo staff di Di Maio, quello di stendere una bozza di proposta di accordo da sottoporre ad ArcelorMittal nell’arduo tentativo di riaprire la trattativa che per i franco-indiani sembra essersi già conclusa.

Queste sarebbero le proposte del Governo da presentare ai Mittal: la riduzione degli esuberi, un maxi-sconto sul prezzo dell’affitto dell’azienda e sull’acquisto finale dello stabilimento, ed una nuova forma di scudo penale, sulla quale in Parlamento potrebbe essere posta addirittura la fiducia. La proposta di Palazzo Chigi si baserebbe su due punti: il primo, che la trattativa con chi è già andato via è la strada obbligata, ed il secondo che riguarda uno dei temi più caldi, e cioè gli esuberi richiesti, non può essere ininfluente.  Viene valutata anche la possibilità di un intervento finanziario dello Stato “a tempo”  attraverso la Cassa Depositi e Prestiti dello Stato o in altre modalità , con una quota di minoranza.

Ma questa è solo una bozza della proposta allo studio, in quanto le visioni discordanti interne al Governo non permettono di arrivare ancora a una proposta compiuta.  Basti pensare che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il commercialista Mario Turco, eletto senatore del M5S a Taranto, ha sempre sostenuto la chiusura dell’ ILVA. a chiari fini elettorali. E tutto ciò peraltro in pieno conflitto d’interesse, ricoprendo contestualmente al suo incarico politico delle cariche sociali in aziende tarantine che lavorano in appalto per Arcelor Mittal, oltre che a prestare consulenze per la Procura della repubblica di Taranto !

Ma ancor prima di provare ad avviare la trattativa con Arcelor Mittal, il Governo deve innanzitutto riuscire a trovare una quadra nella trattativa interna, con l’ex steward dello Stadio San Paolo di Napoli,  ora leader del M5S Luigi Di Maio, giorno dopo giorno  cerca in tutti i modi di contrastare e delegittimare l’importanza del ripristino dell’immunità per i manager dell’azienda, usando sempre toni durissimi, probabilmente nel tentativo di far dimenticare all’opinione pubblica di essere stato proprio lui  ad accendere la miccia della “bomba” sociale che aleggia dietro la “questione” Ilva-Arcelor Mittal.

“ArcelorMittal ci ha detto che licenzia cinquemila dipendenti anche con lo scudo penale” dice Di Maioquindi questo tema è un distrattore di masse. Ora non esiste che un’impresa che sbaglia i conti fa pagare le cambiali, che ha firmato, allo Stato. Se le paga lei e deve rispettare i patti” dimenticando di essere stato proprio lui il primo a violare il contratto controfirmato con Arcelor Mittal. Il Pd, a sua volta, invece vuole un accelerazione in senso contrario a quella del M5S. Il problema dello scudo penale è fondamentale nel ventaglio di proposte da offrire alla multinazionale franco-indiana, leader mondiale nella produzione dell’acciaio.

La soluzione si baserebbe su una misura valida per tutte le aziende, basandosi sul fondamento per il quale chi è impegnato in un piano di risanamento ambientale non è perseguibile penalmente. Una sorta di scudo penale “leggero”, che però ha già registrato e continua a registrare la contrarietà delle fronde grilline composte dagli scontenti ed esuli della compagine governativa del Governo Conte 1 come ad esempio la senatrice salentina Barbara Lezzi (quella che faceva i bonifici sui rimborsi e poi li annullava…) . E questo è uno dei principali problemi che al momento rende impraticabile la presentazione di una proposta di accordo consolidata e sicura.

La conferma che la proposta di Palazzo Chigi è ancora in una fase di preparazione molto complicata la fornisce la mancata agenda. La famiglia Mittal infatti al momento in cui scriviamo (sabato sera) non ha ricevuto alcuna convocazione per un nuovo incontro. Fonti vicine alla vicenda raccontano che un nuovo vertice a Palazzo Chigi è “molto probabile” nei primi giorni della prossima settimana. Un lasso di tempo necessario al premier Conte,  per potersi presentare al tavolo della trattativa con una proposta certa e sopratutto politicamente solida.

Lo scudo penale però non è il solo problema che necessita di una condivisione comune dentro il governo. C’è anche lo scottante tema degli esuberi. Mittal ne avrebbe chiesti 5.000, mentre il Governo intende chiederne la metà. I numeri sono al momento “ballerini” in quanto secondo il M5S meno indolore sarà la decisione finale ed altrettanto inferiore sarà il contraccolpo in termini di consenso elettorale (in Puglia si vota per le regionali a giugno 2020) .

Al momento internamente al Governo si sarebbe arrivati un accordo di massima, da proporre ai Mittal, e cioè arrivare al massimo a 2.500 esuberi che si vorrebbero peraltro addolcire attraverso la cassa integrazione che garantirebbe la tutela dei posti di lavoro, auspicando che nel giro di uno, massimo due anni, una volta risanata lo stabilimento siderurgico ed aumentata la capacità produttiva, e sopratutto che il mercato dell’acciaio registri un trend di aumento della produzione a tal punto da poter riassorbire a pieno titolo i lavoratori interessati dalla cassa integrazione.

Una proposta che ha lo scopo di ottenere da Arcelor Mittal il ritiro dell’azione civile presentata dinnanzi al Tribunale di Milano e di tutte le procedure relative al disimpegno , già avviate per la restituzione degli stabilimenti di Taranto e Nervi all’ ILVA in amministrazione straordinaria.

Chiaramente ogni proposta in una trattativa, contiene una parte funzionale ad accontentare la controparte – e di questo il premier Conte è ben consapevole –  sopratutto dopo che  mercoledì scorso  il Ceo e il Cfo di Arcelor Mittal hanno lasciato l’ incontro di Palazzo Chigi, dicendo che la loro decisione sarebbe rimasta tale a meno di significativi cambiamenti, e quindi  convincere una controparte che   già sta iniziando ad abbandonare Taranto, a seguito di una propria decisione supportata anche dal consenso ottenuto dai mercati finanziari mondiali, comporta qualche concessione “pesante” ed importante.

Come dicevamo, sulla base di fonti attendibili bene informate, il Governo Conte starebbe valutando di proporre anche un maxi-sconto sul prezzo di affitto che Arcelor Mittal deve pagare per l’affitto dell’azienda ex-Ilva,  per passare poi all’acquisizione definitiva prevista a fine 2020. Arcelor Mittal si era aggiudicata una gara pubblica internazionale a cui aveva partecipato, che vedeva un solo concorrente, e cioè “Acciai Italia“,  la cordata guidata dagli indiani Jindal che avevano avanzato una proposta  da 1,8 miliardi molto più bassa di quella di Mittal . Il maxi-sconto del Governo potrebbe essere di ridurre per circa la metà, per un totale di 180 milioni di euro la quota l’affitto, così come si è disponibili trattare anche sul prezzo finale di vendita, e questo sarebbe la proposta di Conte per trattenere il gruppo franco-indiano in Italia.

Ma Conte sa molto bene che sul tavolo di una trattativa ciò che conta realmente sono solo le proposte che hanno una consistenza, e quindi per presentarle deve prima riuscire a chiudere la trattativa interna, quella più difficile, interna al M5S dove le competenze tecniche ed il senso dello Stato notoriamente latitano.




ArcelorMittal: altro che perdite, nel 2018 risultato record

ROMA – Mentre giornalisti e politicanti italiani continuano a parlare nelle televisioni e sui giornali di “perdite dell’ ILVA” e di quant’altro, pochi o meglio quasi nessuno ha avuto la voglia e l’attenzione di andarsi a guardare i numeri ufficiale della holding più importante nel mondo dell’ acciaio, che ha un nome molto chiaro e noto in tutto il mondo: Arcelor Mittal.

L’ interesse economico ed industriale di ArcelorMittal verso il mercato italiano era sicuramente affaristico e non certamente per fare opere di beneficenza. L’operazione di acquisizione dell’Ilva è stato l’ultimo grande investimento dei franco- indiani per un consolidamento nel mercato europeo, così come  è altrettanto vero che sarebbe stato pericoloso ignorare un asset del genere disponibile sul mercato della concorrenza, anche se il leader del settore in tutto il mondo , e cioè Arcelor Mittal voleva assicurarsi di poterlo acquisire ad un prezzo ragionevole. Una eventuale svendita dell’ Ilva avrebbe di fatto aperto le porte del mercato a un potenziale concorrente.

Gli analisti di Deutsche Bank, ritengono cheIlva contribuisca sui conti del 2019 con un’Ebitda negativo di 500-700 milioni di dollari. Considerando investimenti per 400-500 milioni di dollari e una rata d’affitto di 200 milioni, tutto questo porta a un assorbimento di cassa pari a 1,1-1,4 miliardi di dollari e a una resistenza molto elevata del 7-9% rispetto all’attuale capitalizzazione di mercato. Quindi, crediamo che questo sia un positivo a breve termine per l’azienda e per il titolo”. E in effetti all’annuncio della decisione di Arcelor Mittal di lasciare l’ Italia, i mercati finanziari hanno reagito positivamente.

Va però considerato anche qualcos’altro che la Deutsche Bank stranamente non considera.E cioè che  nonostante il calo della produzione mondiale e delle spedizioni, i ricavi delle vendite e soprattutto la redditività di ArcelorMittal in realtà registrano un significativo balzo in avanti.

Come riporta Siderweb, la produzione di acciaio del gruppo euro-indiano alla fine dell’ultimo esercizio 2018, nel proprio bilancio consolidato di gruppo, presentato ai mercati finanziari ed agli investitori mondiali,  è calata dello 0,6%, passando da 93,1 milioni di tonnellate nel 2017 a 92,5 milioni di tonnellate nel 2018. Le spedizioni totali si sono attestate a  83,9 milioni di tonnellate, con una diminuzione dell’1,6% rispetto all’anno precedente, causata principalmente dalla riduzione dei flussi verso la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), compensata in parte dagli aumenti realizzati in Brasile (+5,8%, includendo l’impatto dell’acquisizione della Votorantim), nel Nord America (+1%) e in Europa (+0,2%, includendo l’impatto dell’acquisizione dell’Ilva che ha compensato la riduzione delle consegne degli impianti spagnoli nelle Asturie, a causa di un’inondazione,  e dell’acciaieria di Fos-sur-Mer in Francia, a causa di un’interruzione di corrente, e di una lenta ripresa della produzione di un altoforno in Polonia). Al netto di Ilva e Votorantim, acquisite nel corso del 2018, le spedizioni sono state pari a 82,5 milioni di tonnellate, con un calo del 3%, dovuto alla diminuzione dei flussi vero la CSI (-10,3%) e l’Europa (-1,2%), in parte controbilanciati dagli aumenti registrati in Brasile (+0,5%) e Nord America (+1%).

ricavi delle vendite sono invece aumentati del 10,6%, passando a 76 miliardi di dollari rispetto ai 68,7 dell’anno precedente. L’incremento è dovuto all’aumento dei prezzi medi di vendita che ha più che compensato la diminuzione dei volumi di vendita.

Il risultato della gestione industriale (Ebitda) è passato da 8,4 a 10,3 miliardi di dollari, con un incremento del 22,1%. L’incidenza sui ricavi delle vendite è salita al 13,5% dal 12,2% dell’esercizio precedente. Il risultato netto della gestione caratteristica (Ebit) si è attestato a 6,5 miliardi di dollari rispetto ai 5,4 del 2017, con un incremento del 20,3%, dovuto principalmente al miglioramento delle condizioni operative (effetto positivo costi/prezzi nel segmento dell’acciaio) in parte compensato dall’impatto negativo del calo dei prezzi di mercato del minerale di ferro.

L’utile netto ha raggiunto i 5,1 miliardi di dollari rispetto ai 4,6 del 2017, con un incremento del 12,7%. La differenza rispetto alla variazione positiva del risultato della gestione industriale è dovuta alle perdite su cambi e ad altre perdite finanziarie.La redditività del capitale investito (ROA) è salita dal 6,4% del 2017 al 7,2% nel 2018; la redditività delle vendite (ROS) è balzata dal 7,9% all’8,6%; la redditività dei mezzi propri (ROE) è passata dall’11,2% all’11,7%. I debiti sul fatturato sono scesi dal 18,8% al 16,4%, mentre gli oneri finanziari sull’Ebitda sono diminuiti dal 9,8% al 6%. L’indice di indebitamento finanziario è sceso da 0,32 a 0,28, mentre l’indice di indebitamento complessivo è rimasto stabile intorno a 1,6. Da segnalare infine nelle stime di capex per il prossimo anno i 400 milioni di dollari già stanziati per il revamping degli impianti ex Ilva.

“In Europa stiamo tagliando la produzione perché non facciamo soldi”. Con questa affermazione Lakshmi N. Mittal, presidente e ceo di ArcelorMittal, ha risposto, nel corso della conference call sui dati trimestrali, a un analista che gli chiedeva aggiornamenti sulla strategia nel Vecchio Continente.  Le valutazioni di ArcelorMittal lasciano pochi dubbi: in Europa, la domanda dovrebbe contrarsi fino al 3% (rispetto al range -1,0%/-2,0% della guidance precedente) per la debolezza della domanda automobilistica e il rallentamento del settore delle costruzioni aggravato dalla riduzione della catena di approvvigionamento.

Arcelor Mittal stima che le spedizioni di acciaio saranno stabili nel 2019 rispetto al 2018, una previsione al ribasso rispetto alle precediti linee guide che prevedevano un incremento annuale. “Come previsto, nel terzo trimestre abbiamo continuato ad affrontare condizioni di mercato difficili, caratterizzate dai bassi prezzi dell’acciaio e dai costi elevati delle materie prime“, ha commentato Lakshmi N. Mittal aggiungendo “In questi mercati, rimaniamo concentrati sulle nostre iniziative per migliorare le prestazioni e la nostra priorità e’ ridurre i costi, adattare la produzione e concentrarci per garantire che il flusso di cassa rimanga positivo. Continuiamo ad aspettarci una sostanziale liberazione di capitale circolante nel quarto trimestre, che dovrebbe permetterci di ridurre ulteriormente l’indebitamento netto anno dopo anno“.

A settembre 2019 la produzione siderurgica italiana ha fatto un passo indietro. Nel nono mese dell’anno l’output è stato di 2,208 milioni di tonnellate, con una riduzione dell’1,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (2,185 milioni tonnellate). Sui primi nove mesi dell’anno il calo è stato pari al 3,9% con un output di 17,620 milioni (contro 18,328 milioni tn). Questi i dati diffusi dalla World Steel Association, che analizza l’andamento della produzione in 64 Paesi del mondo.

Nell’Unione europea a 28 Paesi la produzione è scesa del 2% con un output di 13,386 milioni tonnellate (contro 13,656 milioni tn). Sui primi nove mesi del 2019 la flessione del mercato è del 2,8% a 122,494 milioni tonnellate , contro 125,977 milioni dello stesso periodo del 2018. Secondo gli ultimi dati di Federacciai in Italia a luglio l’attività dei settori utilizzatori di acciaio si è confermata in sofferenza, con automotive (-7,5%) e meccanica (-6,9%) in marcato declino.

Alla luce di tutto questo l’obiettivo di Arcelor Mittal sembra quello di ridurre i costi e le perdite di Ilva entro la fine dell’ anno. Secondo gli analisti della banca tedesca “ArcelorMittal mira a recuperare alcuni dei fondi iniettati. E potrebbe arrivare a chiedere oltre due miliardi di dollari. Anche se potrebbe essere un’operazione difficile e lunga”.  Su un punto tutti gli esperti ed analisti internazionali sono d’accordo e convinti, e cioè che senza l’ Ilva sul groppone e con la cessione degli asset più in sofferenza di inizio anno, le attività di ArcelorMittal in Europa ne trarrebbero vantaggio. Per gli analisti una chiusura definitiva delle acciaierie in Italia aiuterebbe a bilanciare il mercato riducendo la pressione sui prezzi, anche non viene escluso alla fine un accordo in extremis tra il Governo italiano ed i vertici di Arcelor Mittal.