Eni, Enel, Leonardo, Poste, servizi segreti e altre 400 poltrone: tutti i nomi in ballo nell'abbuffata delle nomine

di Emiliano Fittipaldi*

La pazza estate della politica italiana, conclusasi con un clamoroso ribaltone e la nascita del Conte 2 a trazione giallorossa, ha mandato in ambasce mezzo Paese. Dai parlamentari di ogni partito all’opinione pubblica, dalle cancellerie internazionali ai media, i colpi di scena a catena e le capriole dei leader (ultima quella di Matteo Renzi, uscito dal Pd) hanno logorato per un mese protagonisti e osservatori più o meno interessati.

Ma tra le vittime che hanno subito più danni dallo “stress da crisi” vanno annoverati, senza dubbio, gli inquilini dei palazzi del potere. Amministratori delegati delle partecipate di Stato, dirigenti influenti delle authority, boiardi in cerca di riconferma e civil servant smaniosi di un posto al sole, tutti concentrati da mesi sulla grande stagione delle nomine 2019-2020. Un deep state che – dopo essersi dovuto riposizionare sulla Lega dopo il trionfo di Salvini alle elezioni europee di maggio – è stato costretto, all’improvviso, a fare un doppio carpiato con repentina marcia indietro.

Così da due settimane manager e funzionari che affollavano l’anticamera della sede leghista di via Bellerio hanno mollato i leghisti per precipitarsi (di nuovo) in direzione del Nazareno e della Casaleggio Associati, i quartier generali del Pd e del M5S. E chiedere udienza e raccomandazioni ai referenti dei partiti di maggioranza che si spartiranno gran parte delle 400 poltrone da assegnare nei prossimi mesi, contando multinazionali, spa controllate dai ministeri, organismi indipendenti enti economici vari.

Per vincere la partita delle nomine pubbliche i vari candidati dovranno sudare sette camicie. Perché i pretendenti e le ambizioni sono sterminati. E perché a banchetto parteciperanno, oltre ai plenipotenziari di Luigi Di Maio e di Nicola Zingaretti, altri due pezzi da Novanta della Terza Repubblica. Cioè Giuseppe Conte, che da Palazzo Chigi ha già fatto intendere di volere gestire un pacchetto considerevole da intestarsi personalmente. E il redivivo Matteo Renzi, che con il suo nuovo partito Italia Viva farà contare, anche sulla battaglia delle nomine, la golden share sul governo che lui stesso a contribuito a far nascere.

 

LE PARTITE ENI ED ENEL

Partiamo dalla polpa. Cioè dalle nomine delle grandi utilities dai fatturati miliardari e dal poderoso peso politico e strategico, come Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e Poste, tutte previste per la primavera del prossimo anno. Renzi, in un passaggio dell’intervista a Repubblica con cui annunciava l’uscita dal Pd, ha già fatto capire indirettamente che farà le barricate se qualcuno pensa di toccare l’amministratore delegato del colosso elettrico, Francesco Starace.

Il manager è stato nominato a capo dell’Enel proprio dal governo del rignanese, e riconfermato nel 2017 da quello retto da Gentiloni. Ottimi rapporti con il Giglio Magico (conosce bene Marco Carrai dai tempi in cui era ad di Enel Green Power, mentre nel cda siede l’avvocato Alberto Bianchi, amico di Matteo ed ex presidente della Fondazione Open: con Salvini era considerato sicuro uscente, con il ribaltone una sua riconferma nel board è più che probabile, al lordo degli sviluppi dell’inchiesta della procura di Firenze che l’ha indagato qualche giorno fa per traffico di influenze), Starace è tra i registi dell’operazione Open Fiber, e da anni gira allo Stato dividendi monstre.

Non solo: investendo in tempi non sospetti sulle energie rinnovabili, sembra l’uomo giusto per quel “green new deal” annunciato prima dalla neonata Commissione Europea di Ursula von der Leyden e poi dal premier Conte nel suo discorso di fiducia alle Camere. Salvo sorprese, il manager (che ha buone entrature anche con Conte, che sul dossier delle partecipate chiederà più di un consiglio al suo mentore Guido Alpa) dovrebbe rimanere inchiodato alla sua poltrona.

“Starace? Lascerà l’Enel solo in caso di una sua promozione all’Eni”, dicono i ben informati da Palazzo Chigi. I manager del colosso petrolifero, in effetti, appaiono assai più traballanti dei cugini dell’elettrico. Claudio Descalzi, pur considerato da tutti un oilman più che capace, in primavera rischia di scontare gli scandali che hanno costellato il suo regno, iniziato nel 2014 grazie all’esecutivo Renzi.

Già imputato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano per alcune presunte tangenti in Nigeria, il manager è finito nella bufera anche per i denari (oltre 310 milioni di dollari) che il gruppo Eni ha girato a una cordata di aziende africane che un’inchiesta dell’Espresso ha dimostrato essere state costituite, attraverso una società anonima di Cipro, dalla moglie (di cittadinanza congolese) di Descalzi stesso .

Non solo. I grillini imputano all’ad di essersi avvicinato troppo a Salvini, (secondo alcuni anche favorendo l’assunzione di giovani nel gruppo al fine di evidenziare la bontà del decreto Quota 100, fortemente voluto dal leghista), mentre gli uomini di Zingaretti non dimenticano le altre inchieste che hanno inguaiato alcuni fedelissimi su cui Descalzi cui aveva puntato moltissimo. Come Massimo Mantovani, coinvolto nell’indagine sui tentati depistaggi dell’indagine milanese portati avanti dal gruppo di faccendieri capitanati dall’ex legale dell’Eni Piero Amara.

Il manager e l’azienda hanno sempre respinto ogni addebito e ogni accusa, compresa qualsiasi partecipazione al Russiagate di Gianluca Savoini o alle trame di Lotti e Palamara contro il pm Paolo Ielo. Eppure – al netto dell’esito giudiziario dei procedimenti – una riconferma di Descalzi, come pure quella del presidente Emma Marcegaglia, sembra in salita.

Se la promozione di Starace appare un’ipotesi percorribile (per la poltrona di ad dell’Enel, a quel punto, potrebbe avere qualche chance il numero uno della multi utility bresciana A2A, Luca Valerio Camerano), altri decisori di peso stanno invece pensando a una soluzione “interna” all’azienda.

Esattamente come accaduto con Descalzi, che fu promosso amministratore delegato dopo essere stato capo della divisione Exploration & Production, i cacciatori di teste della maggioranza hanno cerchiato in rosso i nomi di alcuni profili che vengono dalla “scuola” dell’Eni. In particolare, quelli di Alessandro Puliti e di Luca Bertelli. Il primo, geologo con natali fiorentini, è da poco a capo della fondamentale divisione “Upstream”, ed ha ereditato deleghe importanti un tempo appannaggio dell’ex braccio destro di Descalzi Roberto Casula, anche lui imputato per l’affaire nigeriano, e di Antonio Vella, in uscita per pensionamento.

Pure Bertelli, numero uno dell’Exploration Officier, è nato in Toscana ed è laureato in geologia. E, come Puliti, ha scalato posizioni in azienda tenendosi lontano da scandali e polemiche. Ma Bertelli è anche l’uomo che è stato capace di individuare, grazie all’aiuto del suo team e di un super-software sviluppato dal colosso petrolifero, alcuni tra i più grandi giacimenti di gas del mondo scoperti degli ultimi decenni. Ultimo successo di Bertelli è arrivato nel 2015 quando nello specchio d’acqua di fronte a Zohr, in Egitto, è spuntato fuori – in un’area studiata per anni dalle multinazionali rivali – il più grosso giacimento del Mediterraneo.

“Manager come Starace o come Marco Alverà di Snam, pur bravissimi, di petrolio non sanno nulla. Meglio continuare con uno dei nostri“, sostiene chi all’Eni vuole continuità in azienda. Vedremo. Se la scelta cadesse su un interno, però, è probabile che il presidente sia un garante della nuova maggioranza politica. E tutti indicano Franco Bernabé, già all’Eni negli anni ’80 e ’90, come l’uomo che potrebbe tutelare al meglio sia la nuova cosa renziana Italia Viva (Bernabè è stato socio di Carrai), sia il Pd, sia il M5S.

Già: da sempre considerato vicino ai democratici, Bernabé è uno dei pochi finanzieri a cui Davide Casaleggio chiede consigli spesso e volentieri. I rapporti tra i due sono di antica data: “Bebè”, come lo chiamano i nemici, ha conosciuto bene il padre Gianroberto ai tempi in cui guidava Telecom, e la stima reciproca si è cementata nel tempo. Ospite di Sum, la kermesse che Davide organizza per ricordare il padre, Bernabé era addirittura dato qualche settimana fa in pole position come possibile presidente del Consiglio “terzo”, in caso non si fosse trovata la quadra su Conte.

LA GRANDE ABBUFFATA

Oltre alle utility dell’energia, la grande abbuffata interesserà altre big di peso. Fabrizio Palermo, ad della potentissima Cassa depositi e prestiti, non è in scadenza. Anche se non è amato dal Pd, difficilmente il M5S, suo grande sponsor, a partire da Stefano Buffagni, ne permetterà un defenestramento. Potrebbe però restare anche il suo competitor, il presidente Massimo Tononi, l’uomo delle fondazioni bancarie che qualcuno dava in uscita per gli scontri continui (in tema di spoil system sulle controllate) con Palermo.

Tononi spera adesso di poter fare proficuamente sponda con il nuovo inquilino del Mef, lo zingarettiano Roberto Gualtieri, che da ministro politico avrà un peso specifico assai maggiore rispetto a quello che aveva il suo predecessore Giovanni Tria. Presto – giurano dal governo e dal Pd, dove il deputato Claudio Mancini ha confessato a qualche suo amico di avere già la fila fuori di lobbisti che vogliono accreditarsi con il partito – potremmo così assistere alla fumata bianca su Sace. Una spa di Cdp attiva nell’assicurazione dell’export, i cui vertici sono scaduti da mesi, e il cui rinnovo (che era voluto da Tria senza se e senza ma) è stato bloccato per mesi da Palermo, che chiedeva invece un rinnovamento totale in salsa gialloverde.

A marzo vanno certamente rinnovati i vertici di Leonardo. L’ad Alessandro Profumo era considerato debole prima del ribaltone, ma non sembra che il cambio di maggioranza gli gioverà più di tanto. Mentre un nuovo rinnovo del presidente Gianni De Gennaro, ex poliziotto e nemico giurato dei grillini, dimostrerebbe in maniera plastica la metamorfosi del Movimento da partito di lotta a movimento pronto a collaborare con i poteri forti del Paese. A Fincantieri (che Renzi ha detto di sognare di “fondere” con Leonardo) rischia invece di continuare l’epopea di Giuseppe Bono, da ben 17 anni in sella al gigante della cantieristica che costruisce navi da crociera e militari.

Presidente dell’azienda è (e dovrebbe essere ancora) Giampiero Massolo, proveniente – come De Gennaro – dagli apparati di sicurezza dello Stato. Un altro settore che il nuovo governo potrebbe terremotare prima del previsto.

Al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, non tutti sono infatti contenti del comando del generale Gennaro Vecchione, scelto solo un anno fa da Conte in persona. Finito qualche giorno fa (per fortuna senza conseguenze gravi) con la sua auto di servizio contro i dissuasori in acciaio che proteggono l’ingresso della nuova sede dei servizi a Piazza Dante a Roma, l’operato di Vecchione ormai è messo in discussione anche dal premier, che – è cosa nota – ha mantenuto le deleghe sulle nostre barbe finte. L’ipotesi più accreditata è quella di un suo spostamento a Palazzo Chigi in veste di consigliere personale dell’ex avvocato del popolo, con la conseguente promozione di un interno (come Bruno Valensise, da poco nominato vicedirettore vicario) a nuovo numero uno.

Ma c’è un’altra opzione che non dispiacerebbe né a Conte né al Quirinale: lo spostamento del capo dell’Aise Luciano Carta (generale stimato dall’intero arco costituzionale) al Dis, e il contestuale avanzamento, come nuovo padrone della nostra sicurezza esterna, di Giovanni Caravelli. L’uomo che da anni gestisce le deleghe del complicatissimo dossier libico.

All’Aisi, il nostro servizio interno, si lavora invece da tempo al successore di Mario Parente. Qualcuno dava in vantaggio l’attuale vicedirettore (ed ex cacciatore di boss casalesi latitanti) Vittorio Pisani, ma il suicidio politico di Matteo Salvini – che lo stimava molto – potrebbe indebolire la sua candidatura.

Il ritorno di Renzi come protagonista assoluto della politica nazionale rafforza invece quella di Valerio Blengini: dato solo qualche settimana fa verso il pensionamento, lo storico dirigente del servizio potrebbe giocarsi ora più di una fiches per la poltrona che coronerebbe la sua carriera. Su ogni nomina dei servizi, come quella degli apparati di sicurezza dello Stato, Polizia in primis, i partiti e il premier dovranno sempre fare i conti con Sergio Mattarella e i suoi consiglieri, che intendono esercitare tutta la loro moral suasion in caso di candidati considerati dal Quirinale non all’altezza del compito.

Tornando alle partecipate, Invitalia potrebbe essere ancora casa del potente Domenico Arcuri, l’amministratore delegato in scadenza ma molto amato da Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha apprezzato anche il modo con cui il manager ha gestito, ad inizio anno, la partita del Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata: grazie al Cipe e all’abilità di Arcuri, per la provincia di Foggia così cara al premier sono arrivati ben 280 milioni di euro, tutti a favore di Comuni e imprese locali.

Anche Matteo Del Fante, ex renziano di ferro convertitosi al salvinismo, sta tentando di convincere il nuovo governo giallorosso a confermarlo ad di Poste spa. Un lavoro di persuasione affidato anche a Giuseppe Lasco, ex Guardia di Finanza che segue come un’ombra Del Fante dai tempi in cui i due erano insieme a Terna: già direttore delle relazioni istituzionali e del personale, Lasco è da qualche mese pure vicedirettore generale del gruppo. Per qualche osservatore malizioso, è lui il vero uomo “forte” di Poste.

Lust but not least, tra le nomine da sbrogliare con urgenza c’è quella dell’Anac (improbabile che a Raffaele Cantone succeda il numero due della procura di Roma Paolo Ielo, che non sembra disponibile) e quelle dei nuovi vertici del Garante della Privacy e dell’Agcom. Qui, all’authority per le Comunicazioni, si parla con insistenza del piddino Antonello Giacomelli, ma in lizza per la presidenza resta anche Vincenzo Zeno-Zencovich, che tanto piace al centrodestra. Il grillino Emilio Carelli – l’ex direttore di Sky che ha perso la battaglia dei sottosegretari – potrebbe invece sedersi nel board come consigliere. A quel punto, difficile ce la facciano altri due candidati forti della vecchia maggioranza gialloverde. Ossia la dirigente del Mise Laura Ria, che comunque vanta un curriculum più che adeguato, e l’avvocato Tommaso Paparo. Un outsider che ha buoni rapporti con il Movimento, qualche entrature nella Chiesa e pure nella comunità ebraica: siede infatti nel collegio sindacale della Fondazione Museo della Shoah.

La grande abbuffata è solo all’inizio. Ma i piatti in tavola sono così golosi che in tanti scommettono che il Conte bis, nato debole e già terremotato dalla mossa di Renzi, sopravviverà. Almeno finché tutti i territori del risiko delle nomine non saranno stati spartiti tra i nuovi padroni dell’esecutivo.

*articolo tratto dal settimanale L’ESPRESSO




Salone nautico di Genova: il settore in crescita,fatturato +10,3%

ROMA – Un debutto all’insegna della crescita quello del 59° Salone Nautico di Genova.  Tutti gli indicatori del settore della nautica italiana portano il segno positivo: il fatturato 2018 salito a 4,27 miliardi, il 10,3% in più rispetto al 2017, al di sopra delle aspettative che lo davano a +9,5%; l’export che nel secondo semestre 2019 è aumentato del 28% e gli occupati diretti dell’industria nautica incrementati del 20% negli ultimi due anni a toccare quota 23 mila, 180 mila nell’intera filiera.

Una veduta del 59esimo Salone Nautico di Genova

Il settore nautico riunito al Salone, guarda con ottimismo al futuro . “Siamo risaliti dal picco più basso del fatturato, che era 2,1 miliardi, ai 4,27 del 2018 e abbiamo buone prospettive che il 2019 sia ancora in crescita – dice Saverio Cecchi  presidente di Ucina Confindustria Nautica, dopo la cerimonia di inaugurazione aperta con l’alzabandiera e l’inno nazionale -. Nel giro di tre anni mi auguro che torneremo a toccare il picco massimo del 2008, cioè 6 miliardi e 200 milioni, il dato prima della crisi da ‘terza guerra mondiale‘”. Il settore e’ in salute, e pure il Salone Nautico è in crescita , per numero di imbarcazioni, più di mille, e di espositori, 986. Cifre da record. “E scommetto pure sul record dei visitatori” sottolinea Carla Demaria, presidente dei Saloni Nautici, la società di Ucina che organizza il Salone Nautico di Genova.

“L’anno scorso è stato il salone della speranza subito dopo la tragedia del ponte Morandi, quest’anno è il salone delle certezze: più barche, più bellezza, più capacità, più design, più visitatori e una città che lo vive come una grande opportunità” è la definizione coniata Giovanni Toti presidente della Regione Liguria che subito dopo dal palco lancia la proposta di un “ministero del Mare dedicato” perché “non possiamo avere un ministro di turno che si occupa dai buchi nelle Alpi alla nuova diga del porto di Genova“.

Ma Toti viene subito stoppato dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli: “Risponderò in via ultimativa alla fine di questa mia esperienza – dice -. Ora come ora, dal mio punto di vista penso che avere una visione globale delle esigenze infrastrutturali del Paese non sia completamente sbagliato, se usato bene può essere una grande opportunità anche per la capitale del mare qual è Genova“. Il settore “dà grandi soddisfazioni” ha aggiunto De Micheli, che agli imprenditori ed a Ucina promette impegno e assicura “Credo che nei prossimi giorni arriveremo all’approvazione definitiva del codice della nautica“.

Le aziende hanno ritrovato la fiducia dopo gli anni della crisi, con una crescita ormai consolidata da quattro anni e fatto investimenti sul futuro e il Salone Nautico quest’anno ha dovuto anche dire “no” a qualche operatore per mancanza di spazi, ma spera di avere la possibilità di allargarsi per le prossime edizioni, con l’appoggio della città che da oggi al 24 settembre si riempie di eventi “in blu”. “Genova vuole essere la città della nautica – sottolinea il sindaco Marco Bucci -. Ci candidiamo ad essere veramente la capitale della nautica che ospiterà in futuro il Salone che diventerà non solo primo del Mediterraneo come oggi: vogliamo sia il primo d’Europa e competa con i più grandi saloni al mondo”.




Turismo: Indagine CNA. I vacanzieri stranieri aumentano più degli italiani.

ROMA – Sarà un dolce settembre per il turismo italiano. Dopo un’estate vera e propria (luglio e agosto) complessivamente abbastanza soddisfacente per gli operatori italiani. A prevedere il buon andamento di settembre, e a certificare l’apprezzabile bimestre luglio-agosto, una indagine condotta da CNA Turismo e Commercio tra i propri associati. La crescita prevista a settembre è lieve ma significativa. L’incremento delle presenze dovrebbe essere pari allo 0,5% in termini relativi. Vale a dire ben 270mila presenze in più del 2018. Un dato che consolida il risultato estivo.

Il totale delle presenze settembrine è previsto in 45,9 milioni. A trainare l’aumento i turisti stranieri, con 26,8 milioni di presenze (+0,6%) contro i 19,1 milioni di presenze collezionate dagli italiani (poco meno del +0,5%). A guidare la pattuglia dei vacanzieri provenienti da oltre confine i tedeschi (9 milioni), seguiti da statunitensi (1,9 milioni) e francesi (1,4 milioni). Nonostante la diminuzione dei costi del periodo (in particolare per la ricettività) anche settembre farà segnare numeri importanti per il comparto: oltre 9,4 miliardi di spesa complessiva di cui per la ricettività 4,2 miliardi, per la ristorazione 1,7 miliardi e per i trasporti 1,3 miliardi. Una fetta significativa, a sottolineare l’importanza che questa nicchia sta acquistando, se l’assicurerà il turismo esperienziale, con 0,5 miliardi di euro di spesa.

L’indagine di CNA Turismo e Commercio è sostanzialmente positiva anche per il bimestre super-estivo. Tra luglio e agosto di quest’anno, infatti, le presenze sono cresciute dello 0,5% sul 2018, arrivando a 158,7 milioni. A primeggiare sono stati i connazionali (86,9 milioni di presenze) con gli stranieri a 71,8 milioni. L’incremento relativo, però, vede in testa i vacanzieri d’oltre confine (+0,6%) rispetto agli italiani (+0,5%).

Per quanto riguarda la spesa, tra luglio e agosto ha toccato i 31,8 miliardi. In cima alla lista la ricettività con 14,1 miliardi, seguita nell’ordine da ristorazione (5,8 miliardi), trasporti (4,6 miliardi), shopping (4,5 miliardi), agenzie di viaggio per prenotazioni e altri servizi (1,3 miliardi), cultura e sport (1,1 miliardi). Significativo il risultato aggregato (e orizzontale rispetto alle diverse voci) raggiunto dal turismo esperienziale: 1,8 miliardi.

Un magnete non indifferente e particolarmente attrattivo si è dimostrata la cultura. Circa 12,6 milioni i turisti si sono ritagliati fette significative di tempo per visitare musei e mostre (4,5 milioni), ascoltare concerti (4,1 milioni), godere di siti archeologici e monumentali (3,9 milioni).




ArcelorMittal: "Lo stabilimento ex Ilva di Taranto resta aperta grazie al decreto"

ROMA – Grazie alla pubblicazione in Gazzetta di un Decreto Legge che modifica il cosiddetto “Decreto Crescitavoluto dall’ex-ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio che imprudentemente aveva eliminato la tutela legale in attesa dell’attuazione del piano ambientale per lo stabilimento di Taranto, ora di proprietà di ArcelorMittal, è stata evitata la chiusura dello stabilimento dell’ex Ilva. Dopo la sua pubblicazione, il Decreto Legge entra in vigore immediatamente, anche se la sua permanenza nell’ordinamento è soggetta a ratifica da parte del Parlamento entro 60 giorni.

Il decreto “per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali, con le norme per l’ex Ilva di Taranto, adesso porta la firma anche del Presidente della Repubblica . Approvato salvo intese lo scorso 6 agosto era stato bloccato dalla crisi di governo, risolta negli stessi minuti della firma di Mattarella, il testo composto da 16 articoli era stato inviato giovedì scorso dal Ministero dello Sviluppo alla Presidenza del Consiglio che a sua volta l’ha girato agli altri ministeri per il necessario concerto con la richiesta di “comunicare con ogni possibile celerità eventuali osservazioni, comunque non oltre le ore 13 di lunedì 2”. I ministeri destinatari del provvedimento, non hanno rilevato criticità e quindi il testo è andato alla firma al Quirinale.

Nel nuovo decreto è prevista la reintroduzione per il siderurgico di Taranto delle tutele  di immunità penale “a scadenza”  che erano state eliminate del tutto nel decreto Crescita e avrebbero avuto effetti da domani venerdì 6 settembre, lasciando “scoperta” ArcelorMittal, aveva comunicato l’intenzione, di conseguenza  di disimpegnarsi nel caso in cui la situazione non fosse stata risolta e quindi il Governo era tornato sui propri passi, smentendo l’ennesima decisione-farsa di Di Maio, collegando lo ‘scudo’ penale all’attuazione del piano ambientale.

In pratica ArcelorMittal sarà coperta fino alla data prevista per completare l’ammodernamento impianto per impianto, restando senza tutela esclusivamente per eventuali incidenti sul lavoro e per danni alla salute.

Matthieu Jehl

Il Gruppo ArcelorMittal ha accolto favorevolmente il nuovo decreto del governo sull’immunità penale e rende che lo stabilimento di Taranto continuerà ad essere funzionante anche dopo il 6 settembre. Per Matthieu Jehl,  Ceo di di ArcelorMittal Italia,  “il nuovo decreto legge significa che, almeno per il momento, siamo in grado di continuare a gestire lo stabilimento di Taranto oltre il 6 settembre, pur continuando a valutarne l’impatto potenziale. Ora dobbiamo affrontare la questione dello spegnimento che è stato ingiunto per l’altoforno numero due. I commissari straordinari dell’ Ilva AS, hanno presentato al Tribunale di Taranto una nuova istanza. Mi auguro che si trovi una soluzione per continuare a far funzionare i tre altiforni indispensabili per la sostenibilità a lungo termine dello stabilimento di Taranto“.

“Colgo l’occasione per ringraziare – conclude Jehl –  tutti i nostri dipendenti che continuano a gestire l’impianto e a produrre l’acciaio presente in molti aspetti delle nostre vite quotidiane e nelle infrastrutture italiane“.




Arcelor Mittal: 14mila operai nelle mani della crisi di Governo. E di un microchip nella tuta

ROMA – 14mila operai dell’ex-Ilva, ora Arcelor Mittal,  compresi quelli dell’indotto, stanno trascorrendo un’estate da prigionieri della crisi di Governo. che si è affiancata. Operai finiti in cassa integrazione per la stagnazione del mercato siderurgico europeo. Gli abitanti  del quartiere Tamburi di Taranto che confina con il parco minerali dello stabilimento siderurgico angosciati dalla disoccupazione e alle malattie. E ora anche di un microchip nella tuta da lavoro.

Il colpo nello stomaco è arrivato in diretta dalla televisione, dove hanno visto Luigi Di Maio uscire dallo studio degli Specchi al Quirinale e  davanti a centinaia di giornalisti dichiarare queste parole : «A causa di questa crisi di governo, il Consiglio dei ministri non riesce ad approvare le leggi che servono a salvare il lavoro a migliaia di italiani: Whirlpool a Napoli con 400 operai rischia di chiudere, la ex Ilva di Taranto con migliaia e migliaia di lavoratori è sospesa in un limbo, la ex Alcoa in Sardegna non può riaprire, i rider non avranno le tutele che hanno gli altri lavoratori»”. Senza confessare che il vero artefice dei problemi attuali dell’ ex-Ilva di Taranto e della Whirlpool di Napoli , sono stati causati dalla scellerata gestione delle rispettive crisi aziendali da parte del capo del M5S, Di Maio il quale prima di assumere la guida dei ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro non ha mai lavorato in vita sua e tantomeno gestito un’azienda, un assessorato, un condominio !

Luigi Di Maio

Dalle parole e dei soliti proclami  televisivi dell’ex-vice premier Di Maio,  a Taranto hanno capito che il Decreto imprese varato a Palazzo Chigi il 6 aprile “salvo intese” (oltre 31mila lavoratori coinvolti), è rimasto bloccato dalla crisi di governo causata dalle dimissioni del premier “grillino” Giuseppe Conte. Di Maio, che ha dimostrato di non essere capace di risolvere quelle emergenze per un anno intero,  adesso le usa come ricatto dell’ultim’ora per attaccare il suo ex dirimpettaio di Palazzo Chigi Matteo Salvini . E nello stesso tempo fonti governative della Lega fanno sapere che ci sarà bisogno di un Consiglio dei ministri straordinario che per l’approvazione definitiva del decreto che potrebbe riunirsi la prossima settimana.

In realtà un governo in carica per l’ordinaria amministrazione può trasmettere senza ulteriori passaggi  un decreto legge al Quirinale  (già esaminato a Palazzo Chigi)  per la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, a meno che nel frattempo non sia stato modificato, come è accaduto nel caso del Decreto imprese, dove sarebbe stato aggiunto un punto relativo ai profili previdenziali del settore costruzioni. Gli uffici tecnici del Mise, che non brillano per grandi capacità istituzionale dopo le nomine volute dal ministro Di Maio, sono convinti che adesso basterebbe ripristinare il testo originario del decreto per sbloccarlo e consentirne la pubblicazione, ma è evidente che il provvedimento vuole essere utilizzato dal M5S come “arma” negoziale di una trattativa di potere politico che non tiene minimamente in considerazione i contenuti.

Il disegno di legge previsto inizialmente interveniva su alcune crisi industriali e problematiche occupazionali,  reintroducendo un’immunità penale parziale per i proprietari ed i manager di Arcelor Mittal ( ex-Ilva)  di Taranto; stanziando circa 17 milioni per consentire la decontribuzione dei contratti di solidarietà alla Whirlpool; 3,5 milioni per le emergenze in Sardegna (Portovesme con la ex-Alcoa e Porto Torres); 30 per la Sicilia (Termini Imerese con Blutec in primis); un milione per Isernia; introduce agevolazioni tariffarie per le industrie energivore (di nuovo la ex-Alcoa); prevedeva nuovi tutele per i “rider”; la proroga delle retribuzioni dei lavoratori socialmente utili e la stabilizzazione dei precari dell’Anpal.

La norma sull’ex-Ilva è essenziale per la più grande acciaieria d’Europa, dove il prossimo 6 settembre scade la precedente immunità penale complessiva per i proprietari e gli amministratori della ex Ilva, cioè ArcelorMittal, e senza il decreto che la reintroduce limitatamente  ai tempi di attuazione del piano ambientale, il gruppo franco-indiano ha reso noto che restituirebbe lo stabilimento all’ ILVA in amministrazione straordinaria, con conseguente causa miliardaria allo Stato italiano. ArcelorMittal lo ha anticipato apertamente ed il 6 settembre è sempre più vicino.

La fuga dall’ Italia potrebbe essere stimolata anche dalla crisi del mercato europeo dell’acciaio, per il quale ci sono attualmente  1400 lavoratori Arcelor Mittal  in cassa integrazione, ed una conseguenza  della prossima chiusura dell’altoforno AFO2 imposta dalla magistratura a causa dei mancati adeguamenti alle norme ambientali, trascurate dall’ Amministrazione Straordinaria ILVA,  provvedimento quest’ultimo inatteso e “pesante” considerato che l’Afo2 è uno dei tre impianti attualmente in esercizio e da solo produce  1,5 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, cioè quasi un terzo dei 5 milioni della produzione complessiva.  questo allungherebbe di parecchio il break-even del piano economico-finanziario

Incredibilmente a causa della crisi di governo in corso  l’incontro tecnico al Mise previsto inizialmente per lunedì  tra i rappresentanti del gruppo Arcelor Mittal e i sindacati, potrebbe slittare. Nel frattempo, un nuovo problema sta alzando la tensione a Taranto  tra gli operai e l’azienda. Il sindacato di base Usb ha proclamato un giorno di sciopero per il 2 settembre, dopo la distribuzione agli addetti della fabbrica di una tuta da lavoro dotata di microchip, la cui presenza era stata comunicata ai sindacati il 17 giugno scorso in una riunione in cui ArcelorMittal aveva spiegato che lo scopo era solamente la “tracciabilità” del ciclo di vita della tuta, strumentale al lavaggio e alla sua sanificazione, nel rispetto delle norme di legge. L’Usb è stato l’unico sindacato che non aveva firmato il documento finale di quella riunione ed adesso annunciando lo sciopero, ha ricordato che proprio le norme prevedono la necessità di un accordo preventivo con i sindacati. mentre la Fiom-Cgil, che però  pur firmando il documento, non lo aveva però considerato un verbale di accordo e aveva diffidato l’azienda a partire con il sistema di chippatura.

 




Bollette a 28 giorni . AGCOM: "Rimborso automatico o subito nuove multe"

ROMA – Le società telefoniche  che avevano utilizzato la bolletta telefonica accorciata, cioè spedita ogni 28 giorni, e quindi 13 volte in un anno invece di 12 aumentando i costi a carico degli utenti adesso rischiano l’ennesima pesante sanzione.
Fastweb, Tim, Vodafone e WindTre dovrebbero restituire ai consumatori, ognuna da un minimo di 240 mila a un massimo di 5 milioni di euro,. L ’AGCOM cioè l’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – organismo controllore della telefonia e della televisione in Italia – ha quindi formalizzato una nuova contestazione alle quattro società telefoniche che avrebbero dovuto restituire in automatico i soldi in più che hanno sottratto il prelievo contestato dall’Autorità ha avuto luogo per 8-10 mesi a cavallo tra 2017 e 2018 applicando ai clienti la fatturazione in bolletta ogni 28 giorni.
Per l’ Autorità il rimborso  va erogato in modo automatico, il che significa che anche la persona più facoltosa e poco attenta, anche un anziano poco informato, o un ragazzino inesperto deve ricevere il rimborso in soldi senza bisogno di fare una qualsiasi richiesta alla società telefonica, e tutto ciò anche in assenza di rivendicazioni, iniziative, azioni, anche per i più distratti . L ’Autorità per le Garanzie (AGCOM) contesta che alcuni utenti, pur avendo chiesto i soldi di risarcimento , non li hanno mai ottenuti, vedendo i propri diritti lesi e calpestati per la seconda volta
La decisione  sulle nuove sanzioni dell’ AGCOM arriverà nel 2020 . Infatti le compagnie telefoniche hanno cinque mesi di tempo per inviare all’Autorità la loro difesa. Il pronostico, dunque, è che la decisione finale sulla multa arriverà a febbraio del 2020. Ma a prendere questa decisione sarà un nuovo consiglio e quindi non saranno gli attuali quattro componenti dell’attuale Autorità e il suo presidente Angelo Cardani, prossimi al termine del loro mandato settennale. Le memorie prima del verdetto arriveranno e saranno di competenza della nuova Autorità, il cui presidente verrà scelto dal governo Conte o dal governo che eventualmente gli succederà.
Le quattro società telefoniche sotto accusa, chiaramente, sono decise a non mollare.  Un dirigente dell’AGCOM rivela, che WindTre ad esempio, che  ha ingaggiato il prof. Ugo Ruffolo legale esperto nei diritti dei consumatori , per mettere a punto la sua linea difensiva. Nel suo parere Ruffolo mette in risalto che la compagnia nata dalla fusione fra i gestori Wind e Tre , è disponibilissima a restituire i soldi dovuti non solo ai suoi clienti, ma addirittura ai suoi ex clienti che intanto siano passati a un’altra società telefonica. La disponibilità a ridare indietro il denaro delle bollette accelerate è stata comunicata attraverso il sito, con degli sms a ogni persona, con inserzioni sui giornali.
Quindi sempre secondo WindTre i suoi clienti ed ex clienti non possono non sapere che i soldi sono a loro disposizione. Se poi  questi clienti ed ex clienti non rivendicano la restituzione, si collocano in una situazione che somiglia a quella del “debitore in mora“. In parole più semplici, significa che è il debitore che esita nel reclamare i soldi, a fronte della disponibilità del creditore (nel caso WindTre) a rinunciarci. WindTre, quindi, si considera a posto anche se non rende i soldi in automatico.
Le contestazioni che l’Autorità ha recapitato alle quattro società telefoniche Fastweb, Tim, Vodafone e WindTre,  infatti non sono uguali. L’Autorità ha ragionato sulle modalità di restituzione del denaro che ogni compagnia telefonica ha attuato. Una grossa attenzione, ad esempio, è acceso sul comportamento di  Tim che offre come risarcimento ai clienti della rete fissa dei servizi altrimenti a pagamento . Nessun  accredito automatico sSe invece qualcuno vuole essere risarcito in denaro. I clienti dovranno reclamare il denaro con i “consueti canali conciliativi” (ad esempio i Corecom regionali) ed aspettare di vincere il contenzioso.
Tutto ciò ben sapendo come si siano allungati i tempi per la conciliazione a causa dell’attivazione di un sistema (ConciliaWeb) voluto dalla Direzione Consumatori dell’ AGCOM, che ha dimostrato di non risolvere alcun problema, ma anzi di allungare i tempi per la risoluzione dei contenziosi, giocando in realtà a favore delle compagnie di telecomunicazione, che guarda caso con i loro contributi finanziano e mantengono , stipendi compresi, tutta la struttura Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.



Governo Conte. Ecco la nuova norma "salva Ilva". Ma il decreto è ancora in stand-by...

ROMA – La nuova norma di legge che introduce delle specifiche tutele legali per gli acquirenti dell’ex Ilva, Arcelor Mittal, collegate alle singole scadenze per la realizzazione del Piano ambientale,  è ormai pronta nella sua versione definitiva.  La norma è inclusa nel decreto imprese “salvo intese” approvato dal Consiglio dei ministri dello scorso 6 agosto scorso , che ancora non è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. L’obiettivo previsto era la pubblicazione per la fine di agosto, per concedere più tempo ai due rami parlamentari (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) per poterlo convertire.  Al momento si starebbe cercando di imprimere un’ accelerazione per renderlo attivo ed operativo già da  lunedì 19 agosto.

La norma di fatto modifica il decreto Ilva del 2015 che concedeva l’ immunità penale e amministrativa ai commissari straordinari, affittuario o acquirente dell’acciaieria e fissava al prossimo 6 settembre 2019  la scadenza di questo “scudo penale” . Adesso nel nuovo decreto viene indicato e precisato che per “affittuario o acquirente e i soggetti da questi funzionalmente delegati” l’immunità permane anche dopo quella data ma va applicata “con riferimento alle condotte poste in essere in esecuzione” del Piano ambientale “sino alla scadenza dei termini di attuazione previsti dal piano stesso per ciascuna prescrizione” o “dei più brevi termini che l’affittuario o acquirente si sia impegnato a rispettare nei confronti della gestione commissariale di Ilva Spa in amministrazione straordinaria“.

Il nuovo decreto  varato da dieci giorni , ancora non è stato pubblicato e al momento si starebbero ancora limando e valutando altre norme, non tanto quella relativa ad Arcelor Mittal, ma per altre norme venute fuori all’ultimo come ad esempio un intervento sugli alberghi della gioventù. il decreto oltre alla misura congegnata per scongiurare la scadenza del 6 settembre e non fare saltare il contratto Arcelor-Ilva,  contiene anche delle norme per altre aziende in crisi d’impresa, ad iniziare per Whirlpool ed  infatti è previsto lo stanziamento di 10 milioni nel 2019 e di 6,9 nel 2020 per evitare che la multinazionale degli elettrodomestici chiuda lo stabilimento di Napoli. Ma non solo, oltre al restyling di una misura appena introdotta, il fondo “salva-imprese” , è previsto il rafforzamento della struttura per le crisi del Ministero dello Sviluppo Economico ed interventi per Isernia, per la Blutec in Sicilia e per la Sardegna.

Il decreto preparato dallo staff del ministro Di Maio,  si occupa anche dei lavoratori, prorogando fino a fine anno gli Lsu, circa 8.500 lavoratori di cui 4mila in Calabria, introducendo nuove tutele per i “rider” e per i collaboratori. E’ stata prevista anche la possibilità di effettuare donazioni private al Fondo per gli incentivi all’assunzione di disabili, per i quali Di Maio ha annunciato di volere così facendo devolvere parte degli stipendi dei parlamentari del M5S.




Taranto. Aumentano i problemi per Arcelor Mittal

ROMA – A seguito dell’acquisizione dell’ ex- Ilva all’interno della neo-costituita  filiale italiana di Arcelor Mittal, l’indice infortunistico del gruppo che aveva raggiunto lo scorso anno il proprio record storico a 0,67, adesso è praticamente raddoppiato, arrivando a quota 1,19 nella prima parte dell’anno in corso.

La frequenza degli infortuni definita con l’acronimo Ltifr ( Lost Time injury frequency rate) indice che misura il numero di incidenti occorsi in un luogo di lavoro per ogni milione di ore lavorate. L’indice degli stabilimenti ex-Ilva, secondo i dati elaborati da Arcelor Mittal, pari a 12:35 equivale che per ogni milione di ore di lavoro degli stabilimenti di Taranto, Cornigliano e Novi Ligure, si registrano più di 12 infortuni.

Nella sua lettera agli azionisti Lakshmi Mittal spiega che “abbiamo migliorato l’indice di Arcelor Mittal Italia facendolo passare da 20 a 12:35” ma i progressi non sono ancora sufficienti. Infatti senza l’acquisizione dell’ ex-Ilva il gruppo Arcelor Mittal, avrebbe potuto raggiungere nel 1° semestre un indice di 0,66 , quindi leggermente migliorato rispetto al record dello stesso periodo conseguito l’anno precedente.

I commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, nella loro ultima relazione trimestrale, segnalano in relazione ai primi tre mesi dell’anno, che l’ottica di allineamento degli stabilimenti di Arcelor Mittal Italia agli standard operativi , sono stati specifici audit negli stabilimenti di Taranto, Cornigliano e Novi Ligure, finalizzati a verificare il livello di conformità agli standard di lavoro Arcelor Mittal.

La relazione dei commissari mette in luce un dato infortunistico calato dal 18% del 2018, al 12% attuale ed in costante calo negli ultimi 10 anni. Infatti nel 2010 era del 57, sceso sotto quota 30 nel periodo del commissariamento Carruba, Gnudi, Laghi.

Nel frattempo il numero degli indagati della Procura della Repubblica di Taranto relativo al tragico incidente mortale alla gru avvenuto lo scorso 10 luglio, sale a 10 con l’iscrizione di Arcelor Mittal Italia, con le ipotesi di reato di concorso in omicidio colposo, e rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro secondo quanto indicato dalla Legge 231 del 2011 sulla responsabilità delle imprese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Poste Italiane, risultati in crescita

ROMA  Poste Italiane sotto la guida dell’ amministratore delegato Matteo Del Fante chiude i risultati del primo semestre 2019 con un utile netto in crescita del +4% a 763 milioni nel confronto con lo stesso periodo del precedente esercizio. La società vede i ricavi crescere del +1,7% a 5,521 miliardi con un risultato operativo (Ebit) di 1,081 miliardi (+2,6%). Poste ha indicato anche un utile netto normalizzato di 570 milioni (+18%).

Il risultato operativo è stato superiore al miliardo, con la versione normalizzata a 825 milioni di euro. Il periodo si è così chiuso con un utile normalizzato di 570 milioni di euro, in miglioramento del 18% rispetto al medesimo periodo dell’ esercizio precedente

Nel solo secondo trimestre, +30% per l’utile netto a 324 milioni (+29% l’utile netto normalizzato a 339 milioni) con un risultato operativo in crescita del 32,5% a 464 milioni ed “una crescita ulteriore dei ricavi”, +5,3% a 2,679 miliardi, “con contributi positivi – sottolinea una nota di Poste  Italiane – da tutti i settori operativi grazie al focus commerciale“.

Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane

“I risultati del secondo trimestre sono un’ulteriore pietra miliare lungo il percorso delineato dal piano Deliver 2022“, ha commenta l’ad, Matteo Del Fante, in una nota a corredo dei conti: “Tutti i settori operativi hanno dato un contributo positivo alla crescita dei ricavi, mentre continua a ridursi la dipendenza dalle plusvalenze“. “Data la maggiore visibilità sul 2019 – continua – confermiamo gli obiettivi previsti per la fine dell’anno. Al fine di allinearci alle migliori pratiche di mercato, abbiamo deciso di riconoscere un acconto sul dividendo e stiamo considerando tutti le fasi necessarie per avviare il processo che consentirà il pagamento dello stesso, nel quarto trimestre, ai nostri azionisti“.

La performance finanziaria settori operativi nel secondo trimestre del 2019

  • Corrispondenza, pacchi e distribuzione: ricavi pari a € 875 milioni (+1,5% rispetto al secondo trimestre del 2018); ricavi da attività di recapito pacchi in aumento del 12%, con il comparto B2C in rialzo del 22,6%; i ricavi da corrispondenza in ribasso dell’1,5%, caratterizzati da un recupero nel secondo trimestre dell’anno e dall’effetto di re-pricing a luglio 2018; risultato operativo pari a -€ 67 milioni, in miglioramento del 15,7% (il risultato operativo normalizzato è migliorato del 29,6%, a -€ 57 milioni)
  • Pagamenti, Mobile e Digitale: ricavi pari a € 167 milioni (+11,2% rispetto al secondo trimestre del 2018), grazie all’aumento sia del numero di carte che dei volumi delle transazioni; i ricavi delle telecomunicazioni evidenziano un’ottima tenuta grazie ad offerte commerciali ulteriormente migliorate; risultato operativo in aumento del 22,3%, a 54 milioni, grazie anche a partite non ricorrenti positive con effetto sui costi
  • Servizi Finanziari: ricavi per € 1.180 milioni (+0,6% rispetto al secondo trimestre 2018); aumento dei ricavi legati alla distribuzione di prestiti personali e mutui grazie alla crescita dei volumi; crescita dei ricavi da risparmio gestito con raccolta netta positiva. Il risultato operativo è in crescita del 2,6% a € 174 milioni
  • Servizi Assicurativi: ricavi per € 458 milioni (+26,9% rispetto al secondo trimestre 2018), sostenuti da entrambi i rami Vita e Danni; i ricavi del ramo Vita aumentano del 28%, grazie a un incremento dei volumi dei prodotti multiramo, che segnano una raccolta di €1,5 miliardi, e margine finanziario, che beneficia delle condizioni positive dei mercati; i ricavi del ramo Danni aumentano del 20% grazie a tutte le linee di prodotto. Il risultato operativo è in crescita del 40,2% a € 303 milioni

Performance dei settori operativi nel secondo trimestre del 2019

  • Corrispondenza, Pacchi e Distribuzione: l’implementazione del Joint Delivery Model ha superato l’80% del target per il 2019; il 16 luglio è stato inaugurato il nuovo impianto di Bologna, adibito allo smistamento pacchi, con una capacità operativa massima di 250.000 pacchi al giorno; Punto Poste, la rete alternativa di recapito pacchi, è operativa con 3.500 punti di consegna, che si aggiungono ai tradizionali uffici postali; a seguito della profonda ristrutturazione; Mistral Air ora trasporta esclusivamente corrispondenza e pacchi.
    • Pagamenti, Mobile e Digitale: l’aumento sia del numero di carte in essere sia del volume delle transazioni è alla base della forte crescita dei ricavi. L’offerta integrata PostePay Connect ha contribuito con oltre 1.200 vendite medie giornaliere; “altri pagamenti” in calo a causa della riduzione dei volumi, in linea con le previsioni di Deliver 2022
    • Servizi Finanziari: incremento dei ricavi legati alla distribuzione di prestiti personali e mutui ipotecari grazie a un aumento dei volumi; il risparmio postale è in linea con le attese ed il risparmio gestito registra un incremento della raccolta; ricavi da distribuzione visibili e sostenibili anche grazie alla capillarità della rete sul territorio
    • Servizi Assicurativi: continua la diversificazione dell’offerta con il contributo positivo dei prodotti sia Vita che Danni; ottimi risultati dei nuovi prodotti multiramo, che registrano una raccolta netta di € 1,5 miliardi nel secondo trimestre del 2019

Maria Bianca Farina e Matteo Del Fante

Nel dettaglio, il Consiglio di Amministrazione di Poste presieduto da Maria Bianca Farina ha deciso di distribuire un acconto sul dividendo a valere sui risultati dell’esercizio in corso. Comunica quindi “l’intenzione di mettere in pagamento un acconto sul dividendo relativo all’esercizio 2019 in data 20 novembre 2019” con stacco cedola il 18 novembre e record date il 19 novembre.

La crescita dei ricavi da pacchi continua a sopperire al calo della corrispondenza, grazie ai progressi compiuti nell’ambito della trasformazione industriale e al focus sulla customer experience – ha aggiunto Del Fante –  Tale trasformazione ci ha permesso di diventare partner dei principali operatori di e-commerce in Italia, come confermato dal recente accordo esclusivo siglato con Zalando e dal rafforzamento della partnership con Amazon, che sta sperimentando ora una fase di test del servizio di consegna entro 24 ore in alcune città italiane”.

“La nostra continua attenzione ai costi è affiancata ad un efficace piano di investimenti, come dimostrato dalla realizzazione del moderno centro di smistamento inaugurato a Bologna il 16 luglio.  Il nostro focus commerciale è alla base del rapporto di fiducia instaurato con i nostri 35 milioni di clienti, che è ulteriormente rafforzato dal nostro impegno sul territorio mediante iniziative quali Piccoli Comuni.  Con 1,9 milioni di utenti digitali giornalieri, l’offerta di Poste Italiane si fonda su continui investimenti nell’ infrastruttura informatica e sull’integrazione di nuove tecnologie a beneficio dei nostri clienti.”




Terna manda online un portale sul mondo dell’energia

ROMA – Il nuovo portale a cui fanno capo anche i siti delle aziende del Gruppo oltre ai “mini-siti” per operatori elettrici e fornitori è completamente mobile friendly – come spiega una nota del gruppo – è nato dall’esigenza di valorizzare, in questa delicata e cruciale fase di transizione energetica verso la decarbonizzazione, l’esperienza e le competenze uniche di Terna sul sistema elettrico.

Sono 8 le sezioni a disposizione degli utenti, previste dal nuovo menù di navigazione . A quelle più tradizionali (Sostenibilità, Investitori, Governance, Media, Digitalizzazione e Innovazione), si uniscono quella dedicata al mondo elettrico (Sistema elettrico), quella focalizzata sul dialogo con il territorio (Progetti e territorio) e quella per valorizzare i dipendenti e il loro sviluppo professionale (Persone).

Luigi Ferraris

“Sono molto orgoglioso di lanciare oggi il nostro nuovo sito web – ha dichiarato Luigi Ferraris Amministratore Delegato e Direttore Generale di Terna, .In questa fase di transizione energetica, dove Terna ha un ruolo di primo piano, questa piattaforma è una preziosa opportunità di raccontarsi e presentarsi come soggetto autorevole che fornisce informazioni uniche e argomentate sugli scenari energetici. Un grande lavoro di squadra che valorizza la nostra responsabilità nell’innovazione e nello sviluppo sostenibile, ponendo Terna all’avanguardia tra i TSO europei, al centro dei grandi cambiamenti in atto nel mondo dell’energia”.

Nella sezione Sistema elettrico, punto di riferimento per gli operatori, i contenuti sono stati riorganizzati per aree specifiche: dal Piano di Sviluppo della rete al Dispacciamento, dal mercato elettrico ai progetti di innovazione. Il dato elettrico è al centro di due piattaforme dedicate di datasharing: la prima, il Transparency Report, con i dati “vivi” dell’esercizio; la seconda sull’evoluzione del mercato elettrico con i valori statistici consolidati.

La sezione Progetti e territorio accompagna gli utenti nel processo che va dalla progettazione di un elettrodotto alla sua realizzazione, rappresentando uno strumento di consultazione e dialogo con i territori che Terna, attraverso la progettazione partecipata, promuove per ogni sua opera. Gli incontri con le comunità hanno una pagina dedicata e costantemente aggiornata, con approfondimenti, mappe, foto e curiosità sulle opere del Piano di Sviluppo.

Nelle sezioni del sito, sempre più integrate tra loro, trova ampio spazio Lightbox: il nuovo blog sull’energia che Terna ha lanciato in occasione della presentazione del Piano strategico 2019-2023.




Ladisa chiude il bilancio con fatturato di 130 milioni di euro. L' ex procuratore Sebastio nuovo presidente del CdA

Franco Sebastio

BARI – La Ladisa srl, azienda di ristorazione tra i 10 top player nazionali, chiude il bilancio del 2018 con 130 milioni di euro di fatturato, registrando un +9 per cento della produzione rispetto all’anno precedente.Cambiato la governance: nuovo presidente del nuovo Cda è l’ex magistrato e procuratore capo di Taranto Francesco Sebastio che subentra a Gioacchino De Palma, il quale resta come consigliere di amministrazione; Vito Ladisa riconfermato amministratore delegato.  Confermati i consiglieri indipendenti il Prof. Avv. Federico Maurizio D’Andrea ed il Prof. Avv. Gianvito Giannelli (neo presidente della Banca Popolare di Bari)  .

Lo rende noto la Finlad, la holding finanziaria che controlla le aziende della famiglia Ladisa con una nota con cui si evidenzia il settore della ristorazione che rappresenta il core business aziendale (35 milioni di pasti)  con il 90 per cento dei volumi d’affari; la “retention” è pari all’85 per cento, percentuale che evidenzia la qualità dei servizi offerti con la relativa conferma nelle commesse già affidate all’azienda. In crescita l’asset della ristorazione commerciale e la fornitura di derrate alimentari in diverse regioni con un volume di affari in crescita di oltre il 20% rispetto al 2017.

Nel corso del 2018 sono stati eseguiti interventi di ammodernamento degli attuali 18 impianti produttivi collocati in diverse regioni italiane, da Nord a Sud: da segnalare l’attivazione, nel 2019, del nuovo centro produttivo di Roma. Investimenti sono previsti per rafforzare la presenza dell’azienda barese anche in Lombardia.

L’azienda ha conseguito la certificazione “Emas” adeguando i propri processi produttivi a un progressivo miglioramento dell’organizzazione finalizzato al contenimento dei “costi” in termini ambientali.

Sono in atto investimenti in progetti di internazionalizzazione con Unicredit nel ruolo di advisor al fine di sviluppare nuovi asset in alcuni paesi europei (Est Europa) attraverso l’acquisizione di società del settore della ristorazione entro fine 2019.




Eni e Poste Italiane, partnership nei servizi digitali e finanziari per l’integrazione delle piattaforme tecnologiche e di pagamento

 ROMA  – Eni e Poste Italiane hanno firmato un memorandum di intesa per l’avvio di una partnership di ampio respiro nel campo del digitale. L’accordo non vincolante di cooperazione riguarda anche i servizi finanziari ed è stato sottoscritto da Eni, Eni Refining & Marketing, Eni gas e luce, Poste Italiane e PostePay. La partnership tra le due grandi aziende italiane rappresenta un primo significativo strumento di integrazione e di valorizzazione degli asset di Eni e di Poste.

Si inserisce in una logica multibusiness che riguarda sia la fornitura di carburanti nelle stazioni di servizio Eni sia quella di gas ed energia elettrica, mediante l’attivazione di servizi finanziari innovativi legati ai sistemi di pagamento, nell’ambito delle opportunità offerte dalla Direttiva Europea PSDII, ed ha come principale obiettivo l’offerta alla clientela retail di una gamma sempre più estesa di nuove soluzioni di servizio e pagamento.

L’accordo prevede una serie di azioni tese a valorizzare, da una parte, gli oltre 26 milioni di carte di debito e prepagate del gruppo Poste Italiane in circolazione in Italia, dall’altra le 4.300 stazioni di servizio Eni, nelle quali transitano in media un milione di persone al giorno, nonché gli otto milioni di clienti Eni gas e luce, che generano 41 milioni di bollette annue e contano su 150 punti vendita Energy Store. In particolare, Poste Italiane ed Eni effettueranno uno studio per la realizzazione di alcune iniziative al fine di individuare soluzioni che assicurino ai clienti la massima sicurezza e semplicità nell’esecuzione delle transazioni in modalità fisica e digitale.

Lo studio, in coerenza con il quadro normativo di riferimento, riguarderà varie opzioni di servizi finanziari, quali ad esempio il pagamento dei bollettini premarcati e il prelievo di contante in combinazione con l’erogazione di carburante. Poste Italiane e Eni gas e luce, inoltre, potrebbero in futuro sperimentare nuovi sistemi di rendicontazione delle bollette mediante la tecnologia blockchain, mentre sono già attive nuove funzioni per i rimborsi alla clientela Eni gas e luce tramite l’intera rete di Poste Italiane. In relazione alle singole opportunità che dovessero formare oggetto di valutazione, verranno messe a disposizione le informazioni inerenti alle operazioni con parti correlate, ove ne ricorressero i presupposti.




Porto di Taranto: finalmente si riparte

ROMA – Si è sbloccata ieri definitivamente la vicenda Yilport e c’è anche la data per la firma della concessione del Molo Polisettoriale ai turchi dopo l’incontro avvenuto fra il presidente dell’Autorità di Sistema del Mar Ionio, Sergio Prete e Robert Yildirim il Ceo del gruppo turco Yilport che ha avuto esito positivo.  Probabilmente martedì della prossima settimana, alla presenza di autorevoli rappresentanti istituzionali, finalmente riprenderà a lavorare il terminal container del Porto di Taranto.

Robert Yildirim,  Ceo di Yilport

Nel pomeriggio di lunedì scorso il ministro dell’Economia Giovanni Tria, in missione istituzionale in Turchia aveva incontrato un gruppo di grandi imprenditori turchi tra cui Eren, Koc, Ylport Permak e Sisecam, che si sono dichiarati interessati ad investire in Italia, al punto tale da indurre il sempre taciturno ministro italiano a dichiarare “Rafforzare i rapporti bilaterali e la fiducia reciproca non potrà che irrobustire la crescita economica in entrambi i nostri Paesi“.

il Porto di Taranto durante la “gestione Prete”: il deserto

Ieri finalmente il presidente Sergio Prete e il presidente del gruppo Ylport Robert Yildirim si sono incontrati ad Instambul nella sede della holding turca, dove hanno limato gli ultimi ostacoli burocratici, i rispettivi uffici legali hanno quindi concordato il testo definitivo di un accordo su cui ormai manca soltanto l’apposizione delle rispettive firme. Il 30 luglio verrà organizzato un incontro per suggellare l’avvio di questo accordo che consentirà di fare ripartire un terminal fermo da anni dopo l’addio di Tct, causato dai notevoli ritardi di conclusione degli interminabili lavori da parte dell’ Autorità Portuale jonica, e che si spera adesso potrà finalmente riattivarsi dopo anni di fermo totale.

Yilport organizzerà incontri con le Autorità locali, i sindacati, le società di logistica, importatori ed esportatori con particolare occhio ed attenzione al settore agroalimentare. Qualche mese fa il presidente della holding turca aveva anticipato l’intento di avere colloqui con le principali società di spedizione di container a livello globale dichiarando “Spiegheremo il nostro piano aziendale per Taranto e forniremo la visione di Yilport di migliorare il Terminal container di Taranto sia come terminal gateway sia come hub di trasbordo”  .

L’ attuale  capacità annuale di movimentazione dei container del terminal di Taranto è all’incirca di 2 milioni di Teu consentito dal pescaggio di -16,5 metri di banchina . Yilport prevede di effettuare investimenti nei prossimi 10 anni per aumentare la capacità di gestione annuale portandola ad oltre 4 milioni di Teu  assicurando che “il Terminal container di Taranto sarà uno dei migliori terminal in Italia entro il 2025“.  Yilport che attualmente occupa attualmente il dodicesimo posto, conta di riuscire a collocarsi tra i primi dieci operatori di terminal container . La holding controllante Yildirim Holding controlla anche il 24% di azioni di Cma Cgm Group, che è la terza più grande società di spedizioni di container.

La Regione Puglia con una delibera di giunta ha approvato ieri il nuovo Piano Regolatore del Porto di Taranto . Adesso è arrivato quindi il tempo di fare i fatti e lasciare le parole, i proclami e tagli di nastri da parte. Taranto ha bisogno di generare economia, di creare valore aggiunto ed occupazione e non delle solite “promesse da marinaio” e dei ritardi di chi avrebbe dovuto probabilmente fare un altro mestiere.




Antonio Marinaro nuovo presidente di Confindustria Taranto

TARANTO – L’assemblea dei soci di Confindustria Taranto, riunita  nella sala Monfredi della Camera di Commercio ha ufficializzato il passaggio delle consegne tra il presidente uscente, Vincenzo Cesareo, ed il nuovo presidente Antonio Marinaro, che era già vice presidente vicario dell’associazione degli industriali jonici.

Marinaro nel suo primo intervento da presidente dinnanzi all’assemblea degli associati, candidato designato senza concorrenza dal comitato dei saggi, che opererà in piena continuità ha esposto la sua visione come una rivolta alla salvaguardia del lavoro svolto, con una riflessione sul ruolo che gli imprenditori hanno sinora avuto, e continueranno ad avere nei confronti della grande industria che rimane un importante punto riferimento per il sistema confindustriale locale, confermando la precedente posizione assunta in questi anni eleggendo un nuovo presidente.

Il suo predecessore Vincenzo Cesareo prendendo la parola pochi minuti prima aveva esternato  un pensiero analogo, focalizzando  le condizioni con le quali questo passaggio di consegne è avvenuto in continuità : “Caro Antonio tutto avrei voluto,  tranne che consegnarti Confindustria in questa congiuntura“.

La situazione del colosso siderurgico è pesante, così come sono pesanti per l’impresa jonica le confuse politiche meridionaliste del governo,  una  condizione che è anche un viatico per poter fare solo meglio e di più . “Condivisione” è il leit-moyiv di Antonio Marinaro, che nel suo intervento ha parlato di ascolto della base associativa e di una rinnovata collaborazione con “le associazioni di categoria, ma anche altre realtà che insistono sul territorio, con il Comune di Taranto e l’ Amministrazione Provinciale”,  di riscoperta delle imprese della provincia e di obiettivi comuni che vanno dalla ricerca di una differente narrazione del territorio, alla diversificazione produttiva con una particolare attenzione ai giovani talenti, all’ enogastronomia, la turismo, la cultura ed il comparto moda, l’aggregazione delle imprese.

Il nuovo presidente di Confindustria Taranto  ha voluto concentrarsi sul concetto di” lobby”, ricordandone il significato anglosassone che vuole gli imprenditori custodi degli interessi del territorio: “Dobbiamo collaborare con le istituzioni e nello stesso tempo – ha detto Marinaro –  pretendere che loro ci affianchino nei percorsi più complessi:  cioè riaffermare la logica secondo la quale chi arriva da fuori e investe sul nostro territorio deve poter garantire precise ricadute economiche sull’area ionica“.

Un concetto con un chiaro riferimento  ai progetti del Cis per Taranto, alle opere di risanamento che devono inglobare le imprese del territorio impegnate e coinvolte direttamente, allo sviluppo interrotto che deve ripartire con gli investimenti. Una sfida questa, per la quale secondo Marinaro, il tessuto imprenditoriale locale è pronto, stimolato dall’arrivo  di Arcelor Mittal Italia, che secondo il presidente di Confindustria Taranto ha portato cin se nel capoluogo jonico  “il concetto internazionale dei mercati e del contesto in cui opera” .

Marinaro, ricordando il sacrificio del povero gruista Cosimo Massaro, che ha perso la vita la scorsa settimana a Taranto travolto da un tornado di vento, ha precisato  che “essere al fianco dei grandi gruppi, averli come riferimento, non significa appiattirsi sulle loro posizioni. Confindustria sosterrà Arcelor Mittal, ma sarà costruttivamente critica affinché si consolidi come autentica alternativa“.

La votazione degli associati è stata una pura formalità confermando la nu0va “squadra” che affiancherà nei prossimi quattro anni Marinaro, composta da cinque vicepresidenti: Antonio Lenoci (vicario) Paolo Campagna (delega infrastrutture e territorio), Piero Chirulli (delega finanza e innovazione), Salvatore Toma (delega internazionalizzazione ed education), Michele Viglianisi (delega organizzazione) . Con il nuovo statuto di Confindustria, non sarà più possibile assegnare deleghe specifiche a imprenditori interessati ad impegnarsi in un particolare settore, ma Marinaro ha deciso di invitare “temporaneamente” alcuni associati a partecipare ai lavori del consiglio generale e del consiglio di presidenza. Un’attenzione rivolta all’ascolto della base che il nuovo presidente ha rivolto anche nei confronti delle donne presenti in associazione, pensando di trasformare  in un Comitato delle imprenditrici l’attuale coordinamento femminile .




Arcelor Mittal. Al via la costituzione di una task force. L'azienda disponibile a nuovi interventi per la sicurezza

ROMA – Costituito un gruppo di lavoro per la sicurezza  composto da rappresentanti sindacali unitari  e tecnici aziendali, che esamineranno i piani di manutenzioni delle aree, le comunicazioni e segnalazioni sindacali, con un cronopogramma di riunioni specifiche che partono da oggi:  alle ore 10,30 presso l’ area portuale sbarco materie prime e parchi minerali, e successivamente alle ore 14.30 nella cokeria e sottoprodotti.  Domani si passerà all’ area agglomerato ed Altiforni/manutenzioni

Alla fine delle varie ispezioni  si passerà a valutare le specifiche richieste che i sindacati hanno già anticipato e reso noto ieri. Dal prossimo mercoledì   si svolgeranno  saranno dei confronti con cadenza settimanale, in relazione agli infortuni nell’ottica di un sistema proattivo e costruttivo di relazioni.

Al momento è questo il risultato del confronto svoltosi ieri pomeriggio tra  Cosimo Liurgo, responsabile relazioni industriali di ArcelorMittal nello stabilimento tarantino ed i rappresentanti locali di Fiom, Fim, Uilm e Ugl avviando un percorso all’interno del quale verrà definito un protocollo con la partecipazione degli enti preposti al controllo delle condizioni di salute e sicurezza.

I sindacati volevano dei tempi stabiliti e chiari,  e così è stato. ArcelorMittal si è dichiarata pronta a degli interventi per la manutenzione aggiuntivi e sin da questa mattina si entrerà nel merito in quanto è stato convenuto preliminarmente di trovare un accordo sul metodo di lavoro del gruppo di lavoro. Entrambe le parti quindi hanno fatto rispettivamente dei passi costruttivi in avanti,  ed oggi si comincia ponendo le attenzioni sull’area Ima impianti marittimi e vi sarà un aggiornamento sullo stato attuale. Le varie denunce e segnalazioni di inefficienza, e di mancanza di sicurezza avanzate in questi ultimi mesi da quando il gruppo franco-indiano ha preso in consegna l’impianto tarantino,  che non erano state prese in considerazione verranno rivalutate ed analizzate .

Questa mattina  alle 8.30 si discuterà anche della cassa integrazione ordinaria e, nello specifico, della possibilità di far tornare al lavoro un numero di operai , in particolar modo  i manutentori per cominciare subito ad intervenire sui lavori urgenti. ArcelorMittal   in una nota ha confermato di aver istituzionalizzato un processo con il quale al quale i sindacati possano venire regolarmente aggiornati sugli sviluppi relativi agli investimenti previsti dal piano ambientale e industriale: “Siamo tutti concordi sul fatto che l’effettiva manutenzione dell’impianto e la sicurezza dei dipendenti siano fondamentali” .  Una posizione che ha ricevuto la soddisfazione dai sindacati, che però attendono riscontri concreti in questo percorso congiunto di collaborazione.

ArcelorMittal   ha ringraziato i presenti all’incontro per l’atteggiamento costruttivo manifestato chiarendo che è stata organizzata una riunione anche con il sindacato Usb.  l’ Unione sindacale di base che al Mise non ha siglato il verbale  di lunedì scorso, con un atteggiamento molto rigido con l’azienda., motivo per cui non è stata convocata partecipato al tavolo Rsu-Rls insieme alle altre rappresentanze  sindacali ed è quindi stata convocata a parte. Una decisione questa dell’ azienda che non ha trovato il consenso del sindacato di base, che come sempre cavalca posizioni estreme, non condivise dagli altri sindacati che hanno a cuore unicamente il lavoro e le garanzie dei lavoratori per cui stanno lavorando

FIM FIOM UILM UGL Agreement

Sul fronte sindacale è da segnalare la presa di posizione di Vincenzo La Neve  coordinatore di fabbrica della Fim-Cisl sulla questione tubifici: “I lavoratori dell’area tubifici continuano ad avvertire serie preoccupazioni circa la paventata riapertura della cassa integrazione all’interno della stessa area“. In relazione al nuovo stop, le Rsu avanzano richieste di garanzie e sopratutto il rispetto di quanto stabilito in sede ministeriale. “Servono risposte certe – ha aggiunto La Neveche passino da un serio intervento in termini di manutenzioni ordinarie e straordinarie a un rilancio reale dell’intera area. Chiediamo da subito al management di ArcelorMittal Italia che si faccia immediata chiarezza sulle problematiche legate all’area tubifici“.

Nella tarda serata di ieri è arrivata anche una dichiarazione di Rocco Palombella, segretario Generale della Uilm, dopo la firma del verbale di riunione all’ex- Ilva di Taranto tra Rsu ed Arcelor Mittal.Ci auguriamo che si rispettino gli impegni presi e si continui in questa direzione, andando a migliorare e salvaguardare la sicurezza dei lavoratori dello Stabilimento di Taranto”

“Da oggi con la sottoscrizione deI verbale di riunione – continua il Segretario Generale della Uilm  –  si prevede un fitto programma di incontri tra Rsu e azienda al fine di un monitoraggio completo dello stabilimento, facendo una ricognizione impianto per impianto, andando a vedere quali sono quelli che hanno necessità di messa in sicurezza e di manutenzione. Si partirà  dalle aree dello sbarco delle materie prime e parchi minerali, per proseguire con le cokerie, l’agglomerato e altoforno fino alle aree finali del processo produttivo, seguendo il ciclo produttivo“.

“Questi incontri previsti dal verbale di riunione – conclude Palombelladevono portare alla messa in sicurezza e manutenzione degli impianti che ne necessitano perché non avvengano più tragedie come quella di giovedì scorso“.



Agcom: dal 2011 un quarto dei ricavi in meno nelle comunicazioni. In 7 anni la pubblicità online del +93%

ROMA – Nel 2012 il settore delle comunicazioni valeva 61 miliardi , l’anno successivo 56 e nel 2014 e 2015  soltanto 52. Una lenta e modesta inversione di rotta è iniziata solo nel 2016, con il 2017 che ha visto il valore economico del complesso dei mercati regolati da Agcom toccare i 54 miliardi di euro. Sono questi  alcuni dei dati sullo stato di salute del settore emersi dalla relazione annuale Agcom, esposti dal presidente Angelo Maria Cardani alla Camera dei Deputati .

“Questi sette anni sono stati anni assai difficili, di vero e proprio declino per alcuni settori, di sostanziale stagnazione per molti altri, e con solo un paio di indicatori macroeconomici in controtendenza”, ha detto Cardani, aggiungendo che nelle telecomunicazioni tra il 2011 e il 2018 si sono persi circa un quarto dei ricavi.

 Dall’analisi emerge che nello stesso periodo, il trend fortemente negativo dei ricavi pubblicitari nel settore media ha trascinato in rosso i conti sia della tv in chiaro (-13% il valore economico del settore), dove resta peraltro largamente prevalente, nel contesto competitivo globale multipiattaforma, l’offerta in tecnologia digitale terrestre, sia della tv a pagamento (-2% nonostante l’aumento dei ricavi da abbonamenti). Il settore editoriale ha proseguito una fase di vero e proprio declino strutturale con un calo generalizzato di valore economico (-40%), investimenti, occupazione, ricavi.

Quanto al settore postale, oggetto di regolamentazione a partire dal 2012, a fronte di un declino dei volumi e del valore del mercato tradizionale della corrispondenza, abbiamo assistito ad una crescita esponenziale del mercato dei pacchi, sull’onda dell’esplosione dell’e-commerce.

Un altro indicatore economico in crescita riguarda il mercato della raccolta della pubblicità online, le cui risorse sono passate dai 1.407 milioni circa del 2011 agli oltre 2.700 milioni del 2018 (una crescita del +93%, che rappresenta il 35% del totale, preceduto solo dal mezzo televisivo che raccoglie il 43%. Un’accelerazione al processo si è registrata a partire dal 2008, quando inizia a essere evidente l’arretramento di natura strutturale dell’editoria quotidiana e periodica. Lungo le fasi degli ultimi venti anni, la composizione delle fonti di ricavo consente di individuare tendenze di fondo differenziate per i diversi ambiti del settore dei media.

I media tradizionali più forti in termini di investimenti pubblicitari, come la televisione e le radio, sono rimasti piuttosto stabili lungo tutto il periodo, con la sola eccezione degli anni di recessione economica. D’altra parte, le risorse in pubblicità assorbite da internet sono aumentate nel tempo: partendo da livelli marginali rispetto agli altri settori (8 milioni di euro nel 1998) nel 2018 i ricavi hanno superato i 2,7 miliardi di euro, giungendo, così, a pesare il 35% sul totale degli introiti dei media. L’editoria, sia quotidiana sia periodica, a partire dal 2008, ha subito una consistente contrazione dei ricavi e del relativo peso sul complesso delle risorse.

Nella relazione dell’ Autorità Garante per le Comunicazioni si legge ancora che nel 2017, il Sic (Sistema integrato delle comunicazioni) vale complessivamente 17,5 miliardi di euro, registrando una riduzione dello 0,9% rispetto al 2016. Tra le aree economiche che costituiscono l’aggregato del sistema delle comunicazioni, quella dei servizi di media audiovisivi e radio conferma il proprio primato per incidenza sul totale”. Sebbene in diminuzione rispetto al 2016, il comparto editoriale costituito da quotidiani, periodici e agenzie di stampa mantiene la seconda posizione, mentre esiguo è il peso dell’altro segmento editoriale, corrispondente agli annuari.

Una sempre maggiore incidenza sul Sic è esercitata dall’area che include l’editoria elettronica e la pubblicità online, mentre diminuisce la rilevanza del settore cinematografico. Sostanzialmente  stabile rimane il peso sul Sic degli altri comparti, quali pubblicità  esterna e below the line. Dall’analisi della dinamica delle quote di mercato dei principali operatori del Sic, si conferma la crescita di alcuni importanti player internazionali e in particolare delle piattaforme online e la contrazione del peso di alcuni rilevanti gruppi editoriali nazionali.

Nel settore televisivo, si evidenzia la sostanziale stabilità nell’ultimo periodo della posizione di Sky del gruppo Comcast Corporation che, con oltre il 15%, rappresenta nel 2017 il primo operatore del Sic. Diversamente, per i principali gruppi editoriali nazionali (Gedi e Cairo/RCS), si assiste a un’involuzione nel tempo del loro peso sul totale, nonostante tali operatori siano stati protagonisti di recenti processi di integrazione orizzontale. Mantengono invece posizioni  di stabilità i due operatori storici, Rai (14,1%) e Fininvest (15,2%), che complessivamente rappresentano quasi un terzo del Sic.

Passando al settore telecomunicazioni, nel 2018 la spesa di famiglie e imprese in servizi di telecomunicazioni diminuisce del 2,9%. In particolare cala la spesa sulla rete mobile (-6,4%), mentre la rete fissa segna +1%. Questo risultato è “in parte determinato dall’entrata sul mercato” mobile di Iliad, che secondo i dati ha lo 0,8% dei ricavi del mercato mobile, ma ha generato “una ulteriore pressione concorrenziale sui prezzi retail e conseguentemente sui ricavi complessivi degli operatori di telefonia mobile”, spiega il rapporto. Nel 2018, TIM è il primo operatore mobile con il 34,5% dei ricavi, seguono Vodafone (30,5%) e Wind Tre (29,8%), l’operatore – si legge – “che sembra avere maggiormente sofferto della concorrenza del nuovo entrante”.

Le risorse del settore telecomunicazioni, rete fissa e mobile, si riducono del 2%, raggiungendo un giro d’affari di 31,6 miliardi di euro, dopo la ripresa del 2016- 2017. Gli investimenti in infrastrutture invece crescono del 17%, con un aumento di 8,4 miliardi di euro, a seguito dei processi di infrastrutturazione nella rete fissa e per l’avvio della rete mobile 5G. Cresce il peso di Tim nella spesa per i servizi di rete fissa e mobile di famiglie e imprese e arriva al 46,1%, in aumento di 0,9 punti percentuali sul 2017. Vodafone e Wind Tre si collocano intorno al 20%. Rispettivamente questi operatori hanno quote del 19,7% (in calo di 0,5 punti percentuali) e del 19,1% (in calo di 1,5 punti).

Il peso dei primi quattro operatori si mantiene superiore al 92%, includendo anche Fastweb che ha una quota del 7,6%, in aumento di + 0,4 punti percentuali dal 2017. L’Autorità sottolinea inoltre sottolineare l’incremento, “seppure lieve”, del peso degli operatori Fixed Wireless Access come Linkem.

Relazione AGCOM Cardani

 

 

 




Il Consiglio di Stato respinge i ricorsi delle compagnie telefoniche: illegali le bollette a 28 giorni, ora scatta la restituzione agli utenti

ROMA – Respinti dal Consiglio di Stato i ricorsi presentati dalle compagnie telefoniche Vodafone, Wind-3 e Fastweb contro le decisioni del Tar Lazio inerenti alle bollette telefoniche a 28 giorni. Le compagnie telefoniche adesso ora per effetto della decisione dovranno restituire i ‘giorni illegittimamente erosi’ dal giugno 2017, quando alterano il conteggio delle settimane e conseguentemente le contabilità dei mesi. La decisione sul ricorso di Tim seguirà a breve ma non c’è ragione di credere che sarà contrario, considerato che la vicenda e le ragioni delle parti sono identiche.

La sentenza del Tar oggi confermata dal Consiglio di Stato, massimo rogano di giustizia amministrativa, prevedeva inizialmente la ‘restituzione’ di questi giorni entro il 31 dicembre 2018, ma il ricorso delle compagnie aveva bloccato la procedura. Il meccanismo sarà quello della compensazione con le fatturazioni future.

Una cifra tra i 30 ed i 50 euro ad utente. Le associazioni dei consumatori quantificano l’indennizzo per la pratica delle bollette a 28 giorni, dopo la decisione odierna del Consiglio di Stato, per la quale gli utenti delle compagnie telefoniche  dovrebbero ricevere un indennizzo quantificabile tra i 30 e i 50 euro ciascuno per le maggiori spese sostenute a causa dell’illegittima pratica delle bollette a 28 giorni.

Le associazioni dei consumatori  fanno sapere che le compagnie telefoniche stanno giocando d’anticipo offrendo ai propri clienti indennizzi sotto forma di minuti e traffico internet gratis, ma i consumatori devono prestare massima attenzione: tali offerte sono infatti a costo zero per le società della telefonia e potrebbero non compensare il credito vantato dagli utenti per le fatturazioni a 28 giorni.

Francesco Posteraro, commissario AGCOM così ha commentato la decisione di Palazzo Spada: “In quanto relatore della delibera sulle tariffe 28 giorni, non posso che essere soddisfatto che ne risulti confermata la legittimità della nostra azione a tutela dei consumatori e finalizzata a impedire pratiche lesive della trasparenza tariffaria”.




Ilva, la procura di Taranto ordina : stop all' Altoforno AFO2

ROMA – All’incontro al Ministero dello Sviluppo economico  di ieri si sarebbe dovuto parlare, fondamentalmente, della cassa integrazione di 13 settimane, partita all’inizio di luglio, per 1.395 dipendenti di Taranto. Ma invece  si è dovuto parlare dell’immunità penale cancellata dal “decreto Crescita“. Il vicepremier Luigi Di Maio ha voluto da subito ribadire quanto aveva già sottolineato alla fine del precedente tavolo,  del 4 luglio, incentrato proprio sull’immunità penale: “Voglio essere ben chiaro: non esiste alcuna possibilità che torni“.

Su questo punto Di Maio e il suo codazzo di dirigenti ministeriali “grillini” non intendono fare dei passi indietro: il Governo riconosce che ArcelorMittal non può pagare per gli errori del passato  ma nessun arretramento sulla cancellazione completa dello «scudo» penale, diventato dal post-elezioni che ha visto perdere ai grillini oltre il 20 per cento dei voti, una bandiera di lotta e “posizione” del Movimento 5 Stelle. una via d’uscita proposta da Di Maio ad ArcelorMittal è che se saranno rispettate le prescrizioni, nessun amministratore sarà mai chiamato a rispondere del passato, proposta questa che equivale a dire: immunità penale nell’applicazione del Piano ambientale, fino al completamento nel 2023, a patto che vengano rispettati i tempi.

Ma in definitiva in questi tavoli ministeriali del 4 e del 9 luglio nulla di fatto è cambiato. «Anche perché mai, nel contratto, così come in nessun altro documento, viene citata espressamente o implicitamente l’esimente penale“. Ma il problema è che Di Maio ed i suoi non sono capaci di saper leggere un contratto come sinora hanno dato ampia dimostrazione.  Ma proprio mentre era in corso l’incontro al ministero, a Taranto il capo dell’ufficio dei Gup e Gip, il dottor Pompeo Carriere ha rigettato l’istanza di dissequestro dell’Altoforno 2 presentata dai commissari straordinari Carruba, Gnudi e Laghi (recentemente dimessisi) di ILVA in amministrazione straordinaria, in relazione al procedimento penale per la morte dell’operaio Alessandro Morricella avvenuta nel giugno 2015.

Decreto GIP Carriere

Da qui il conseguente decreto della pm Antonella De Luca, fatto notificare in giornata ai nuovi proprietari dell’Ilva:  “Alcune delle prescrizioni a suo tempo imposte risultano attuate o non attuate soltanto in parte“. In pratica, così, l’Altoforno AFO 2 che attualmente è l’ unico a produrre,  dei tre altoforni attualmente in funzione a Taranto,  insieme ad AFO1 ed AFO4 (i quali alimentano AFO2 ed AFO5, quest’ultimo spento da tempo in attesa di ristrutturazione) con lo spegnimento disposto dall’ Autorità Giudiziaria rischia di far chiudere e boccare l’attività produttiva dello stabilimento di Taranto. I nuovi commissari straordinari (nominati dal Ministro Luigi Di Maio) , hanno annunciato in accordo con ArcelorMittal,  un’istanza al giudice per chiedere la sospensione del provvedimento, in modo da consentire alla multinazionale di poter mettere a norma gli impianti.

ATTI procura taranto

Infatti in passato l’ILVA in amministrazione straordinaria gestita dai commissari Carruba, Gnudi e Laghi, subito dopo l’incidente mortale dell’operaio Morricella, ottenne l’uso dell’impianto sequestrato , grazie a un piano che prevedeva una serie di interventi e di lavori di messa a norma dell’Altoforno AFO2. Lavori che però non sono stati portati a termine per 4 prescrizioni sulle 15 previste, Constatando però che alcune opere previste non erano state effettuate dall’ ILVA in amministrazione straordinaria, il Gup di Taranto ha respinto l’istanza di dissequestro, che è quindi stata notificato dalla Procura di Taranto (atto dovuto) sia ai commissari straordinari Ilva firmatari dell’istanza, che ad ArcelorMittal Italia, la società italiana del gruppo franco-indiano, subentrata a ILVA in amministrazione straordinaria, e che gestisce in locazione l’acciaieria dallo scorso 1° novembre.

Il rigetto dell’istanza ha conseguentemente attivato il percorso giudiziario che prevede la fermata dell’impianto che produce la ghisa. Ma se l’istanza dei commissari sarà accolta, accompagnata da un piano di prescrizioni sulla messa in sicurezza dell’Altoforno AFO2 per ovviare in tal modo alle carenze riscontrate dagli accertamenti tecnici, ci sarebbe il tempo necessario per presentare il piano e farselo approvare, considerato anche che altoforno è un impianto complesso e richiede molto tempo e diverse fasi organizzative ed operative prima di essere spento.

L’attuale situazione di Taranto e la posizione irremovibile di Arcelor Mittal sulla cassa integrazione per la quale l’azienda non torna indietro, e preoccupa ovviamente i sindacati: “Riteniamo positive le parole del ministro Di Maio che oggi ha assunto impegni precisi per scongiurare la fermata dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, ha ribadito la inderogabile validità del Dpcm di settembre 2017 (piano ambientale) e si è impegnato nei prossimi giorni a intervenire, se necessario, con strumenti legislativi per garantire il rispetto del piano stesso”. Così il Segretario generale Uilm, Rocco Palombella, all’uscita dal ministero dello Sviluppo economico dove si è tenuto un incontro tra sindacati, governo, commissari e ArcelorMittal. “Abbiamo registrato invece – spiega Palombellaun ritardo nell’applicazione dell’accordo del 6 settembre 2018 sia da parte di ArcelorMittal che dell’ ILVA in amministrazione straordinaria”.

“Sul tavolo c’era anche un altro argomento su cui purtroppo non ci sono stati passi in avanti, – continua il leader della Uilm –  ovvero la cassa integrazione ordinaria per circa 1.400 lavoratori, una decisione presa unilateralmente da ArcelorMittal per la quale abbiamo indetto 24 ore di sciopero il 4 luglio, a cui ha aderito circa l’80% dei lavoratori. Senza contare – aggiunge – che ci sono ancora 1.700 lavoratori in amministrazione straordinaria legati alla ripresa dell’attività produttiva, al piano di bonifiche e ai corsi di riqualificazione organizzati dalla Regione tuttora fermi”.
“Ancora una volta il peso della crisi dell’acciaio sta per ricadere esclusivamente sulle spalle dell’Italia e dei lavoratori dell’ex Ilva. Se è vero – continua Palombella –  che ArcelorMittal perde come ha detto 150 milioni di euro in sei mesi, il risparmio ottenuto dalla cassa integrazione ordinaria, circa 8 milioni di euro, è nulla al confronto. Taranto sta già pagando il prezzo di questa crisi, il taglio stesso della produzione di acciaio negli stabilimenti ArcelorMittal sta avvenendo in modo discriminatorio: a Taranto sono previste 1 milione di tonnellate in meno rispetto al piano industriale, mentre negli stabilimenti in Polonia, Germania, Francia e Spagna si tagliano complessivamente 2 milioni di tonnellate di acciaio”. “Questo atteggiamento – conclude il Segretario generale Uilmaumenta le tensioni e le preoccupazioni dei lavoratori. Se le cose non cambieranno, ci vedremo costretti a continuare le iniziative di lotta coinvolgendo tutti gli stabilimenti ArcelorMittal Italia che attualmente non sono coinvolti, ma che sono comunque a rischio”.



Arcelor Mittal: "Completato il dragaggio del canale di scarico dello stabilimento di Taranto"

TARANTO – Il piano ambientale di ArcelorMittal Italia nonostante la paventata chiusura dello stabilimento di Taranto a fronte della cancellazione dell’immunità penale, procede nel pieno rispetto del cronoprogramma e va avanti spedito: ultimo intervento, in ordine di tempo, quello del dragaggio del canale di scarico 2 dello stabilimento siderurgico di Taranto, che è appena stato completato. Obiettivo dell’intervento , che  incluso nel piano ambientale concordato a suo tempo alla firma del contratto, è quello di migliorare l’efficienza depurativa dei canali di scarico attualmente in funzione, evitando effetti negativi al corpo idrico ricettore, ovvero il Mar Grande di Taranto..

I lavori, iniziati a fine agosto 2018, dall’ ILVA in Amministrazione straordinaria, e proseguito da Arcelor Mittal Italia all’atto dell’ingresso nella gestione dello stabilimento di Taranto, hanno riguardato la rimozione dei fanghi dal fondo del canale, mediante una draga aspirante sostenuta da una struttura galleggiante, con successivi procedimenti di disidratazione e smaltimento degli stessi fanghi. I solidi disidratati sono stati avviati allo smaltimento presso impianti che si trovano all’esterno dello stabilimento, in conformità con le norme vigenti. Inoltre, in ottemperanza a quanto previsto dal decreto del ministero dell’ambiente n.286.

Dello scorso ottobre, a fine dicembre 2018 sono state completate con successo anche le attività di dragaggio del ramo 1 del canale 1, rimesso in funzione immediatamente dopo i lavori, nello stesso mese di dicembre, mentre proseguono le attività di dragaggio del ramo 2, sempre del canale 1, che al momento è chiuso.




Tempa Rossa. Il Cipe rigetta la proroga per Total

ROMA  – Il CIPE – Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica presieduto dal premier Giuseppe Conte, e composto a maggioranza da ministri del M5S ha rigettato nelle riunioni del 15 e 20 maggio scorso, la richiesta di proroga della dichiarazione di pubblica utilità presentata dalla Total per il giacimento petrolifero Tempa Rossa in Basilicata, e quindi bloccato le opere di sviluppo del centro sul quale la multinazionale francese e la Shell hanno già effettuato investimenti per 1,5 miliardi di euro, ed ci potrebbero essere effetti a catena sui lavori per il completamento dell’opera, con riflessi anche per l’altro terminale del progetto che è  Taranto, dove è previsto lo stoccaggio del greggio.

Da qui ne consegue una difficoltà per i futuri espropri dei terreni che diventeranno più lunghi e costosi non potendo contare più sulla dichiarazione di pubblica utilità ripercuotendosi eventualmente anche su future richieste di ampliamento del Centro olio.

Il Cipe  il 5 giugno scorso ha così deliberato:  «non approva la richiesta di proroga della dichiarazione di pubblica utilità presentata da Total E&P Italia S.p.A. relativamente alle opere per lo sviluppo del giacimento di idrocarburi in Basilicata nei comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara e Gorgoglione“,uno stop che si riflette quindi anche sui lavori del progetto Tempa Rossa per il versante tarantino, che vede coinvolta la raffineria Eni che dovrebbe ricevere 20-30mila da subito per poi diventare a regime 50mila  barili di petrolio al giorno  dal giacimento lucano. Il trasporto complessivo di petrolio dallo stabilimento di Tempa Rossa in Basilicata, attraverso la condotta interrata che dal giacimento di Corleto Perticara dovrebbe collegarsi all’oleodotto Viggiano-Taranto, viene  stimato in 2,7 milioni di tonnellate l’anno.

L’investimento previsto per  Taranto è di 300milioni di euro per la realizzazione in raffineria di due serbatoi di stoccaggio da 180mila metri cubi, oltre all’estensione del pontile petroli dell’Eni di 515 metri . Attualmente erano in corso gli scavi preliminari per la realizzazione dei due serbatoi, lavori che dovrebbero durare tre anni, mentre per i lavori per l’allungamento del pontile in questo caso sarebbero dovuti durare due anni e mezzo. Ma adesso tutto ciò è a rischio.

Secondo Total, si tratta del maggior investimento privato in corso in Italia (1,6 miliardi) che avrebbe contribuito alla creazione in fase di costruzione di 300 posti di lavoro a Taranto, fornendo così una risposta immediata e concreta ai bisogni occupazionali che affliggono la comunità tarantina nel suo complesso. Il traffico navale prodotto da Tempa Rossa di circa 90 navi/anno, ma se ne prevedono fino a 140 alla rada in mar Grande, inoltre, secondo il gruppo francese, avrebbe contribuito al traffico marittimo oggetto di una forte contrazione negli ultimi anni (dimezzato del 40% dal 2008 ad oggi), contribuendo così ad aiutare il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo strategico del porto di Taranto.

Lo stop del Governo porta ad ipotizzare  qualsiasi tipo di scenario, anche se al momento (come prevedibile…) non si registrino particolari reazioni da Taranto. Lo scorso 14 giugno, nonostante la delibera negativa del CIPE, si sono incontrati  il sindaco di Taranto ed il direttore della Raffineria di Taranto Michele Viglianisi, per trovare un accordo sulle royalties, e la delegazione dell’ Eni  si era recata a Palazzo di Città per sottoscrivere l’esecutività dei progetti di compensazione della Convenzione Tempa Rossa,  che era stata firmata fondandosi sulle prescrizioni indicate del decreto Via.

Da non dimenticare che nel 2014 la stessa maggioranza di centro-sinistra che amministrava il il Comune di Taranto, all’epoca guidata da Ippazio Stefàno, ed ora da Rinaldo Melucci, aveva formalizzato la sua opposizione al progetto  «Tempa Rossa» di Eni e Total approvando una delibera che ha la forma di un atto di indirizzo al Consiglio comunale, competente ad esprimersi per legge sulle questioni urbanistiche. La giunta ha ha dato il proprio parere favorevole ad una delibera con cui si invita la massima assise cittadina, nell’ambito dell’approvazione del Piano regolatore portuale, ad impedire la realizzazione delle opere comprese nel progetto denominato «Tempa Rossa»

Adesso diventano a rischio i progetti del Comune di Taranto finanziati da Eni, che   prevedevano diversi interventi di rifacimento del manto stradale e la riqualificazione degli arredi urbani, lavori questi finanziati per la quota parte a valere sul plafond di 6 milioni di euro messo a disposizione dall’ Eni, a seguito del un protocollo d’intesa sottoscritto dal Comune di Taranto,  il 19 aprile dello scorso anno, con la joint venture “Gorgoglione” partecipata dalla compagnia francese Total, Mitsui Italia e Shell Italia,  e dal partner logistico Eni, per prevedere degli effetti di ricompensa economica in favore della città di Taranto per il progetto Tempa Rossa. Ma tutto questo non si realizzerà, con l’esultanza dei 5 Stelle, sulla base di quanto deciso dal Cipe.

Tempa_Rossa_a_Taranto_Confindustria

A rischio quindi lo sviluppo dell’omonimo centro oli di Corleto Perticara (Potenza), che prevedeva l’estrazione e il trattamento del greggio che poi sarà inviato alla raffineria di Taranto, mediante il già esistente oleodotto Val d’Agri-Taranto, e infine spedito via mare attraverso le navi petroliere, conseguentemente viene messo in forte dubbio  . La Total  appena 7 mesi fa aveva inaugurato a Taranto la sua nuova sede operativa a Palazzo d’Ayala Valva, un punto strategico vicino alla raffineria e al porto, che affaccia sul canale navigabile della città dei due mari, dove era stata trasferita la direzione commerciale e di shipping da Roma .