Lo Stato vuole partecipare con il 18% nel nuovo "progetto Ilva"

ROMA – Il Governo è sempre più determinato a convincere Arcelor Mittal ad azzerare i 4.700 esuberi previsti nello stabilimento ex-Ilva di Taranto. Secondo il Mise al massimo si può arrivare a 1.000 unità. Nel “piano di emergenza” preparato dai consulenti del Governo, con in testa Francesco Caio vi è una doppia strategia che potrebbe rivelarsi determinante per convincere Mittal a fare marcia indietro. Innanzitutto  il ripristino dello scudo penale per gli amministratori strettamente connesso al piano ambientale, e l’ingresso dello Stato con il 18,2%  del capitale sociale di Am InvestCo, attraverso società come Invitalia o Cdp nonostante l’ostilità delle fondazioni, con un investimento da 400 milioni e la sottoscrizione di un prevedibile aumento di capitale.

Una proposta alla quale si affiancherebbe anche una partecipazione per metà degli investimenti previsti per l’installazione dei forni elettrici , stimati fra i 200/ 250 milioni di euro. Senza contare la “presenza” dello Stato, tra incentivi all’uscita, cassa integrazione,  ed un “piano sociale pubblico” che possa consentire anche il riassorbimento di una parte degli esuberi a carico di altre società controllate dal Ministero dell’ Economia. Importante anche la soluzione proposta per i costi delle bonifiche: Invitalia potrebbe essere della partita con un piano di sviluppo da 70 milioni previsto in un quinquennio.

Nelle 8 pagine della proposta di accordo preparata dal Governo che verrà messa sul tavolo della trattativa tra il Mise e i vertici di ArcelorMittal , che il CORRIERE DEL GIORNO ha potuto consultare, vi sono tutti i presupposti di un accordo che, almeno sulla carta, possa garantire un futuro all’ILVA, attraverso una produzione di acciaio di 6 milioni di tonnellate all’anno, e che posa ridurre al massimo gli esuberi grazie ad una spinta verso l’utilizzo di tecnologie sostenibili, ma sopratutto grazie ad un sostanzioso intervento economico dello Stato.

Una bozza di accordo già esiste, risultato di una videoconferenza avvenuta qualche giorno fa, fra il noto manager Francesco Caio  super consulente (a titolo gratuito)  del Mise, con  gli studi legali Bonelli Erede Lombardi e Freshfield per ILVA in Amministrazione Straordinaria, e lo studio legale Cleary Gottlieb per Arcelor Mittal. La bozza predisposta dovrà essere rivista dopo le osservazioni dei Mittal, ma a dettare i tempi ristretti sugli impegni da assumere è la scadenza del 20 dicembre, quando il Tribunale di Milano sarà chiamato a decidere sul ricorso cautelare e d’urgenza presentato dai commissari straordinari dell’ ILVA in A.S., contro il recesso dalla gestione del siderurgico che era stato richiesto dal gruppo ArcelorMittal, e successivamente sospeso in attesa dell’esito della trattativa.

Francesco Caio è salito agli onori delle cronache quando nei mesi precedenti il governo di Enrico Letta l’ha nominato commissario con il compito di premere l’acceleratore sul raggiungimento degli obiettivi di digitalizzazione, che l’Europa impone al nostro e agli altri paesi dell’Unione. Napoletano, classe 1957, dalla laurea in Ingegneria elettronica al Politecnico di Milano (corredata da due Master), di strada ne ha percorsa prima del diventare un esperto di digitale: ritenuto un McKinsey boy per aver trascorso sei anni a fine anni ’80 nella società leader di consulenza mondiale, inizia alla Olivetti e Carlo De Benedetti nel 1994 lo incarica di guidare Omnitel.

Il 4 luglio 1996 torna come amministratore delegato di Olivetti , dopo è la volta di una società esterna alle telecomunicazioni, la Merloni dove venne chiamato come amministratore delegato: per la prima volta un manager esterno. Poi è alla guida di Netscalibur, nuova società Internet costituita da Morgan Stanley. Il 4 aprile 2003 lo chiama Cable & Wireless, il secondo gruppo di telecomunicazioni britannico, che riporta in utile dopo un triennio. Nel suo curriculum figura anche l’incarico di consulente del governo inglese sempre per la rete telefonica. Dal 2011 È a.d. di Avio, leader mondiale nella propulsione aerospaziale e aeronautica . quello che si può definire un vero top manager a 360°.

Adesso la trattativa potrebbe concordare anche un altro rinvio del quale già si è parlato fra le parti. L’ accordo prevede oltre all’impegno tra il Governo, Am InvestCo e l’ILVA in amministrazione straordinaria  a modificare gli accordi raggiunti nel giugno 2017, con la contestuale chiusura del contenzioso dinnanzi al Tribunale di Milano, subordinato però a quattro punti di un accordo definitivo: la conversione in legge del nuovo dl Salva-Ilva che sarebbe a carico chiaramente del Governo; una modifica del Dpcm del 2017 in modo da recepire il nuovo piano industriale e ambientale;  il ripristino dello scudo penale e la conferma da parte del Tribunale di Taranto, della sospensione dello spegnimento dell’Altoforno 2 fino al 30 giugno 2021. Tutto ciò a condizione che sia il semaforo verde  dei sindacati confederali  di categoria.

La strategia industriale del nuovo piano prevede una riduzione della produzione a carbone con la progressiva avanzata delle tecnologie verdi. L’obiettivo è quello di garantire una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, affiancata l’installazione del forno elettrico entro 3 anni,  che contribuirebbe alla produzione per 1,2 tonnellate,  Il forno elettrico viene considerato il “cuore” del piano ambientale e prevede un investimento diviso tra Am InvestCo e lo Stato, che potrebbe attingere a dei fondi disponibili del’ Unione Europea. Chiaramente a condizione che arrivino misure strettamente connesse che possano permettere  la qualificazione dei rottami come sottoprodotti o l’utilizzo degli stessi pur se qualificati come “rifiuti”.

Sugli esuberi al momento i numeri sono ancora da definire, anche se sembra garantito un percorso frazionato di riduzione dei costi del personale a carico di Am InvestCo, attraverso i ricorso a vari strumenti di intervento statale, e conseguentemente verrebbe poi annullato l’impegno contrattuale precedente che Am InvestCo controllata da ArcelorMittal,  si faccia carico nel 2023 dei dipendenti dell’ILVA in amministrazione straordinaria . Viene valutata anche l’ ipotesi di attuazione di un “meccanismo da definire” per tutelare la multinazionale franco-indiana da iniziative dei sindacati per il mancato rispetto degli accordi.

Concludendo, cambierebbe anche l’attuale canone di locazione degli stabilimenti. Il nuovo accordo non prevederebbe alcun pagamento, sostituito dall’emissione di nuove azioni del capitale sociale riscattabili a favore dell’ILVA in amministrazione straordinaria.

Insomma la partita è ancora tutta aperta e come sempre si gioca sulla pelle dei dipendenti, e delle società dell’ indotto, che si vedono sempre più schiacciate dalla pretese, spesso arroganti,  del gruppo Arcelor Mittal. Sarebbe il caso di ricordare a tutti che se lo stabilimento è ancora in piedi e funzionante è proprio grazie alle aziende locali dell’indotto ed i dipendenti che hanno continuato a lavorare in una precarietà che non ha uguali al mondo.




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ArcelorMittal, scontro sullo scudo penale. Anche la Procura di Taranto apre un fascicolo ?

ROMA – Nell’incontro di ieri pomeriggio al ministero dello Sviluppo alla presenza del ministro Stefano Patuanelli, l’Ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli è stata come nel suo consueto  stile, lapidaria, gelando i sindacalisti nel primo confronto formale, sottolineando la “coerenza” del percorso prima annunciato e così portato avanti per rescindere il contratto e “restituire” l’ex Ilva dal prossimo 4 dicembre ai commissari dell’ Amministrazione Straordinaria nominati l’anno scorso da Di Maio. E lo ha fatto puntando tutto su un argomento netto: dopo lo stop allo scudo penale,  portare avanti il il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria di Taranto “ora è un crimine”.

Rocco Palombella

“Oggi abbiamo saputo dall’azienda – dichiara Rocco Palombella leader Uilm  il sindacato con più iscritti all’interno dell’ ILVA –  che il principale motivo che li ha portati a recedere dal contratto è stata la soppressione dell’immunità legale. Ora il Governo deve convocare di nuovo i Mittal, in presenza anche delle organizzazioni sindacali confederali Cgil Cisl Uil, per fare chiarezza definitivamente sulle loro intenzioni e se ci sono ancora margini di trattativa. Per noi – continua Palombella  – esiste solo l’accordo del 6 settembre 2018, vogliamo e ne esigiamo il rispetto perché è stato il migliore possibile vista la situazione da cui si partiva e perché garantisce il risanamento ambientale, salvaguardia occupazionale e la continuità industriale”.

I sindacati arrivano a non escludereun’insubordinazione dei lavoratori per non spegnere gli altiforni, come ha dichiarato Palombella dopo l’incontro al Mise,  aggiungendo “I lavoratori dell’ex Ilva non spegneranno gli impianti perché non saranno loro che sanciranno la morte dello stabilimento e del loro futuro occupazionale. Da ora in tutti gli stabilimenti del gruppo inizieranno agitazioni e mobilitazioni da parte di tutti i lavoratori per chiedere rispetto accordo di un anno fa e contro un atto inaccettabile di una multinazionale che pensa di fare e disfare a suo piacimento”.

E ancora scontro fra ArcelorMittal ed il Governo. Il premier Giuseppe Conte non indietreggia ed attacca: pagheranno i danni. La Procura di Milano, in contemporanea, ha acceso i propri riflettori un faro aprendo un fascicolo esplorativo affidato ai pm Civardi e Clerici coordinati dal dr. Romanelli,  scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato oggi dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva). Adesso le Fiamme Gialle potranno presentarsi negli uffici italiani di ArcelorMittal e controllare una ad una tutte le carte, dal contratto di affitto a ordinativi, fatture, e via dicendo.

“Ben venga anche l’iniziativa della Procura”, ha commentato Conte, che alza i toni con l’azienda: “Il Governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni”; “Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità“, lasciare l’ex Ilva “prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria“, anche in termini di “risarcimento danni“, dice il premier.

Ma ArcelorMittal la pensa diversamente sostenendo che levando l’immunitànon sono stati rispettati i termini del contratto” – dice Morselli – come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: “Non era stato fatto niente” di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da “bacchetta magica”, oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più. Lasciando il tavolo Stefano Patuanelli sottolinea come Lucia Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del Governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui “fin da settembre c’era una disponibilità del Governo” ad accompagnare un percorso. I toni del dibattito politico restano accesi. “Non c’entra nulla lo scudo, c’entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo“, dice il leader del M5s, Luigi Di Maio, che però non chiarisce ancora una volta i suoi pregressi rapporti con la Morselli, allorquando era Ministro dello Sviluppo Economico.

Per Matteo Renzi l’ex Ilva va tenuta apertaa ogni costo” garantendo il sostegno politico di Italia Viva alle iniziative del Governo per non far spegnere gli altiforni: “Sarebbe un disastro per Taranto, una follia“. Dal Pd diventato taciturno sulla vicenda parla solo il ministro Francesco Boccia dicendo che “la proprietà non deve assolutamente permettersi di spegnere la fabbrica. Non ne ha il diritto”. Ci vorrebbero 6 mesi per ripartire. E Anna Maria Bernini da Forza Italia replica al premier: “E’ un cortocircuito politico-giudiziario. Questo governo si sta dimostrando drammaticamente incapace”. E’ intervenuto anche  il ministro al Sud, Peppe Provenzano (Pd ): Non permetteremo lo stop degli impianti“, ha detto . “Lo Stato non permetterà che l’azienda fermi tutto col rischio di compromettere gli impianti. Mittal torni al tavolo, per salvare produzione, lavoro e ambiente“.

I sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il Governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: “Per nulla soddisfatti” di un confronto “non andato bene”  i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan, e della Uil Carmelo Barbagallo, hanno lasciato il ministero chiedendo “l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni” ma anche al Governo di uscire dall’impasse: deve “ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal”. E avvertono: “La mobilitazione prosegue, i lavoratori non si renderanno complici dello spegnimento dell’acciaieria“. 

Secondo voci provenienti da Taranto, anche la procura jonica potrebbe aprire un fascicolo d’indagine. Nell’ incontro svoltosi  in Prefettura, a Taranto, l’ 8 novembre scorso fra il procuratore capo Carlo Maria Capristo , affiancato dall’ aggiunto Carbone ed il premier Giuseppe Conte  era emerso subito che la questione dello “scudo penale”  in realtà è molto diversa da come viene raccontata. Sopratutto perché esiste già, e non solo sulla base dell’ articolo 51 del codice penale (“L’ esercizio di un diritto o l’ adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità“), ma sopratutto perché ne vige uno apposito per Taranto, previsto dal decreto Salva-Ilva del 2015.

La formulazione di quello scudo, come è stato spiegato dal procuratore Capristo al presidente del Consiglio, è chiara esplicita. “Le condotte poste in essere in attuazione del Piano di cui al periodo precedente – recita  il decreto – non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del Commissario Straordinario, dell’ affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’ incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro“.




La protesta delle imprese dell'indotto ILVA di Taranto al MISE. Se si chiude l' ex ILVA muore Taranto

di Antonello de Gennaro

ROMA – Ieri pomeriggio le aziende dell’indotto Arcelor Mittal Italia aderenti a Confindustria Taranto, assieme ad una delegazione formata da rappresentanti dai sindaci della provincia jonica, fra i quali spiccavano però le assenze del Presidente della Provincia di Taranto, e del Sindaco del Comune di Taranto, hanno organizzato e partecipato ad un presidio effettuato sotto il Ministero dello Sviluppo Economico.

Una delegazione, guidata dal Presidente di Confindustria Taranto Antonio Marinaro, ha incontrato il Ministro Stefano Patuanelli (M5S)  al quale hanno consegnato un documento sulla vicenda  Arcelor Mittal, che è stato portato all’attenzione, nella stessa giornata, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte.

Al Ministro la delegazione ha illustrato  la grave situazione di emergenza in cui le aziende tarantine si ritrovano dopo che Arcelor Mittal Italia ha deciso di lasciare lo stabilimento, senza però aver corrisposto alle stesse aziende fornitrici l’ammontare dei crediti maturati, pari a circa 50 milioni di euro: una situazione gravissima che sta già dando luogo al ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti delle stesse imprese. In alcuni casi si parla di licenziamenti.

Il numero dei dipendenti delle aziende presenti ed operanti nell’ indotto ex ILVA di Taranto ammonta a circa 6mila unità, molte delle quali hanno già sacrificato e perso fra il 2014 e il 2015 la somma di 150 milioni di euro nel passaggio fra ILVA spa (falllita) ed ILVA in Amministrazione Straordinaria  (crediti confluiti nello stato passivo).

Una situazione che in presenza di mancanza di soluzioni da parte di Arcelor Mittal e del Governo, di fatto metterebbe in ginocchio il settore dell’impresa tarantina che non sarà in grado di poter pagare più gli stipendi, e si vedranno costretti a portare i propri libri sociali in Tribunale a Taranto, eco perchè gli imprenditori di Taranto e provincia di Confindustria pretendono delle risposte non più procrastinabili.

Una delle prove che ArcelorMittal ha già deciso di mollare con Taranto? Il numero telefonico destinato alle imprese dell’indotto-appalto. Da martedì scorso quel numero è staccato, impossibile avere una risposta, impossibile sapere se e quando ci pagheranno. Nulla di nulla” racconta Francesca Franzoso, con-titolare della società Iris, con stabilimento a Torricella, 150 dipendenti, si occupa di manutenzioni ed effettua anche lavorazioni meccaniche sui pezzi degli impianti che ArcelorMittal manda al ripristino. La Franzoso insieme a sua sorella Maria Grazia,  è una delle imprenditrici che vive sulla propria pelle la crisi dell’indotto siderurgico di Taranto, società alla quale ArcelorMittal non ha ancora saldato le fatture scadute così come tutte le altre imprese di Taranto e Provincia.

Il racconto fatto dalla Franzoso al Sole24Ore spiega molto bene la situazione.Quando ho chiamato l’ultima volta, appena ho sentito che ArcelorMittal voleva rescindere il contratto di gestione, hanno detto che mi sarebbe stata bonificata la somma di 406mila euro. Attualmente la mia azienda ha fatturato 1 milione e 700mila euro di lavori verso ArcelorMittal  di cui 828mila si riferiscono allo scaduto. Ho acquisito quindi l’informazione sui 406mila euro, ma la mail che di solito viene inviata, non mi è mai stata spedita e nemmeno il bonifico ho ricevuto ovviamente“.

La società IRIS come tante altre è una quelle che nel passaggio di ILVA, a gennaio 2015, dalla gestione commissariale (Bondi nominato dal Governo Letta) all’amministrazione straordinaria (commissari Carruba-Gnudi-Laghi nominati dal Governo Renzi) ha perso non pochi soldi. “Si, purtroppo. Li siamo esposti per 4,2 milioni di euro. – aggiunge la Franzoso Come linea generale, le imprese che sono in questa situazione continuano a tenere i crediti nella parte attiva dei propri bilanci svalutandoli anno dopo anno, sia pure di poco. Altrimenti, le aziende andrebbero a gambe all’aria. Fallirebbero. Le aziende si comportano così nell’attesa che il Tribunale di Milano, dove è stata rimessa la partita, decida se, quando e in che misura rientreremo nei vecchi crediti”.

“L’attività con ArcelorMittal si era rimessa in movimento. – continua la FranzosoDiciamo che eravamo al 60% rispetto al volume che avevamo con i Riva. Con i commissari straordinari Ilva, invece, eravamo quasi fermi. Non c’era lavoro, ci chiamavano solo per gestire le emergenze“.

Ora la IRISI si vede costretta a ricorrere per tutti i 150 dipendenti alla cassa integrazione. Ho già avviato la procedura. La nostra azienda ha contratti di manutenzione annuali con proroga biennale ma i capi reparto di ArcelorMittal hanno già detto di non mandare più personale per la manutenzione degli impianti. E la cassa integrazione è una scelta obbligata, non una decisione personale per non pagare i dipendenti, ma bensì per salvaguardarli in questo scenario inquietante” spiega Francesca Franzoso contattata dal CORRIERE DEL GIORNO.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato per le 15:30 di oggi pomeriggio Arcelor Mittal e sindacati (come da procedura ex 47) nel tentativo di aprire un canale di confronto istituzionale con un’azienda che finora sembra evitare il Governo in campo aperto. Per tutta risposta ArcelorMittal ha annunciato ieri il “funerale” dell’ ILVA di Taranto comunicando ai sindacati le date di spegnimento degli altiforni.

La società del gruppo ArcelorMittal  è tecnicamente tenuta a partecipare all’incontro al Mise dove ci saranno anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, mentre  per ArcelorMittal dovrebbe esserci l’amministratrice delegata Lucia Morselli. L’annuncio dello spegnimento degli altiforni non e’ una novità: la decisione era già stato comunicato il 5 novembre nella lettera ai sindacati che ha aperto la procedura di recessione all’Amministrazione Straordinaria (cioè allo Stato) di asset e lavoratori dell’ex Ilva.

Mentre in questi 10 giorni tutta l’attenzione era (e lo è ancora) rivolta allo scudo penale che in molti – a partire dai sindacati – chiedono di ripristinare. Di contro il Governo continua a ripetere che ArcelorMittal non ha il diritto di spegnere gli Altiforni e minaccia risarcimenti miliardari. Lo dicono i sindacati per voce di Rocco Palombella: “ArcelorMittal non può fermare gli impianti perché sono di proprietà dello Stato” (in realtà fanno ancora capo all’Amministrazione Straordinaria cioè ai creditori dell’ex Ilva). Spegnere gli altoforni equivale distruggerli e questo gli costerà risarcimenti di dimensioni devastanti”.

Ecco il piano di Arcelor Mittal per spegnere gli impianti dello stabilimento di Taranto.

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A "Presa Diretta" su RAI3 l' Ad di Arcelor Mittal Matthieu Jehl e Michele Emiliano

ROMA – Due reportage per l’ultima puntata di questo ciclo di “PresaDiretta” a cura di Riccardo Iacona e Cristina De Ritis in onda lunedì 14 ottobre alle 21.45 su Rai 3. Con “VERTENZA ITALIA” il programma “PresaDiretta” attraversa la stagione delle vertenze industriali che agitano il mondo del lavoro. E lo fa con un reportage sull’ex Ilva di Taranto, oggi ArcelorMittal. A che punto è la bonifica dell’impianto siderurgico più grande d’Europa, tra la necessità di tutelare la salute e quella di salvare i posti di lavoro?

Parla per la prima volta in televisione il Vice Presidente e Amministratore Delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl con un’intervista in esclusiva in cui spiega quali sono i piani dell’azienda per il futuro dell’impianto di Taranto, dice a chiare lettere  : “sulle emissioni siamo a posto. Il piano ambientale di Taranto è il più ambizioso al mondo. Senza tutela legale se andiamo via noi nessuno verrebbe qui. Questo piano ambientale è il più ambizioso che avevo mai fatto come ArcelorMittal nel mondo intero. Quando arriveremo alla fine l’impatto ambientale di Taranto sarà il migliore di tutta Europa, questo lo dobbiamo dire chiaramente a tutti”.

Matthieu Jehl

“É molto importante che tutte le persone capiscano – sottolinea Jehlche lavoriamo su tutti gli aspetti dell’ambiente: polveri diffuse, i camini per trovare soluzioni alle emissioni che arrivano anche sul suolo, sull’acqua. Lavoriamo su tutti i tipi di impatti che possono arrivare dalla nostra produzione”.

Nel futuro dell’ex Ilva per il vice presidente di ArcelorMittalIl principio è di abbassare al minimo le diossine, le polveri. La prima cosa che tutti devono capire è che questo di Taranto è il sito più monitorato di tutta l’Europa. E questo è importante anche per noi perché tutte le autorità possano verificare ogni giorno che dal punto di vista delle emissioni siamo a posto. In trasparenza lavoriamo con l’Ispra, con l’Arpa, con l’Asl.

Nella stessa puntata del programma in onda domani il Governatore Michele Emiliano esprime la sua idea (ben nota a tutti) sull’ex-ILVA : “ArcelorMittal è interessata alla fabbrica soprattutto per i clienti e per evitare che cada in mani di un concorrente. Il vecchio Governo avrebbe dovuto inserire nel bando la decarbonizzazione. Il piano ambientale dell’ex Ilva prevede la ricostruzione della fabbrica secondo le tecnologie dell’ 800, cioè a carbone. La stanno ricostruendo a carbone”. Il presidente della Regione Puglia rispondendo alle domande di Riccardo Iacona sull’acquisizione dell’ex Ilva da parte di ArcelorMittal sottolinea come “il piano ambientale a Taranto sia troppo poco“.

“Evitano il PM10 ma le emissioni delle IPA e delle diossine rimangono quelle”, specifica. E anche se nei limiti di legge, Emiliano aggiunge che si tratta di “limiti che sono quelli delle emissioni che consentono alle fabbriche europee di funzionare a carbone. Se le facessimo funzionare con le tecnologie oggi disponibili – aggiunge – che sono quelle a idrogeno o a gas, i limiti potrebbero essere molto più bassi”. E sulla possibilità che ArcelorMittal se ne vada senza tutela legale, Emiliano ribadisce come da sempre abbia ritenuto “ArcelorMittal il peggiore degli acquirenti”. “È il principale produttore di acciaio europeo e uno dei più grossi del mondo. La fabbrica gli interessa soprattutto per i clienti e per evitare che cada in mani di un concorrente. Se noi quella fabbrica l’ avessimo venduta a chi si impegnava sin dal momento dell’ acquisto a decarbonizzarla e a farla funzionare con tecnologie diverse da quelle previste da quel piano oggi avremmo avuto un soggetto motivato perché sarebbe stata la sua unica base europea”.

 

Il riferimento è alla Jindal South West, società indiana che in cordata con la Cassa depositi e prestiti, la Holding Delfin di Leonardo Del Vecchio ed il Gruppo  Arvedi di Cremona era interessata all’acquisto del siderurgico di Taranto. Emiliano aggiunge: “Il governo dell’epoca nel momento in cui l’ altro concorrente era disponibile al rilancio sul prezzo avrebbe dovuto consentirlo e avrebbe dovuto inserire nel bando la decarbonizzazione come un elemento se non obbligatorio almeno di miglioria dell’ offerta”. E sul futuro di Taranto senza l’ acciaieria, il governatore dice che “Se l’Ilva non fosse mai esistita Taranto sarebbe stata una città felice”.

Matthieu Jehl risponde anche a Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, sulla necessità di avere un impianto più avveniristico decarbonizzato. “Come ArcelorMittal – ha detto  Matthieu Jehl sono convinto al 100 per cento che la soluzione sulla decarbonizzazione la troviamo entro il 2050. Ci impegniamo a zero emissioni a livello europeo. E Jehl spiega anche il perché di una data così lontana: “La nostra industria è a ciclo lungo. Quando tu fai un investimento su una acciaieria, non lo fai per due anni. Lo fai per 25 anni”.

 

E sulla cruciale questione dell’immunità penale Matthieu Jehl è categorico: l’immunità penale è un concetto che non esiste. Dobbiamo essere chiari su questo. Non abbiamo mai parlato di immunità penale ma noi siamo qui per risolvere problemi che arrivano dal passato. La tutela legale era prevista dal momento del contratto. Noi non possiamo essere responsabili dei problemi del passato. Fa parte delle ipotesi di base del contratto di affitto”.

La continuità della tutela legale del contratto è fondamentaleconclude. Se andiamo via noi non verrebbe nessun altro. Nessuno può gestire tutto questo senza tutela. Questo è il principio”.




Eni, Enel, Leonardo, Poste, servizi segreti e altre 400 poltrone: tutti i nomi in ballo nell'abbuffata delle nomine

di Emiliano Fittipaldi*

La pazza estate della politica italiana, conclusasi con un clamoroso ribaltone e la nascita del Conte 2 a trazione giallorossa, ha mandato in ambasce mezzo Paese. Dai parlamentari di ogni partito all’opinione pubblica, dalle cancellerie internazionali ai media, i colpi di scena a catena e le capriole dei leader (ultima quella di Matteo Renzi, uscito dal Pd) hanno logorato per un mese protagonisti e osservatori più o meno interessati.

Ma tra le vittime che hanno subito più danni dallo “stress da crisi” vanno annoverati, senza dubbio, gli inquilini dei palazzi del potere. Amministratori delegati delle partecipate di Stato, dirigenti influenti delle authority, boiardi in cerca di riconferma e civil servant smaniosi di un posto al sole, tutti concentrati da mesi sulla grande stagione delle nomine 2019-2020. Un deep state che – dopo essersi dovuto riposizionare sulla Lega dopo il trionfo di Salvini alle elezioni europee di maggio – è stato costretto, all’improvviso, a fare un doppio carpiato con repentina marcia indietro.

Così da due settimane manager e funzionari che affollavano l’anticamera della sede leghista di via Bellerio hanno mollato i leghisti per precipitarsi (di nuovo) in direzione del Nazareno e della Casaleggio Associati, i quartier generali del Pd e del M5S. E chiedere udienza e raccomandazioni ai referenti dei partiti di maggioranza che si spartiranno gran parte delle 400 poltrone da assegnare nei prossimi mesi, contando multinazionali, spa controllate dai ministeri, organismi indipendenti enti economici vari.

Per vincere la partita delle nomine pubbliche i vari candidati dovranno sudare sette camicie. Perché i pretendenti e le ambizioni sono sterminati. E perché a banchetto parteciperanno, oltre ai plenipotenziari di Luigi Di Maio e di Nicola Zingaretti, altri due pezzi da Novanta della Terza Repubblica. Cioè Giuseppe Conte, che da Palazzo Chigi ha già fatto intendere di volere gestire un pacchetto considerevole da intestarsi personalmente. E il redivivo Matteo Renzi, che con il suo nuovo partito Italia Viva farà contare, anche sulla battaglia delle nomine, la golden share sul governo che lui stesso a contribuito a far nascere.

 

LE PARTITE ENI ED ENEL

Partiamo dalla polpa. Cioè dalle nomine delle grandi utilities dai fatturati miliardari e dal poderoso peso politico e strategico, come Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e Poste, tutte previste per la primavera del prossimo anno. Renzi, in un passaggio dell’intervista a Repubblica con cui annunciava l’uscita dal Pd, ha già fatto capire indirettamente che farà le barricate se qualcuno pensa di toccare l’amministratore delegato del colosso elettrico, Francesco Starace.

Il manager è stato nominato a capo dell’Enel proprio dal governo del rignanese, e riconfermato nel 2017 da quello retto da Gentiloni. Ottimi rapporti con il Giglio Magico (conosce bene Marco Carrai dai tempi in cui era ad di Enel Green Power, mentre nel cda siede l’avvocato Alberto Bianchi, amico di Matteo ed ex presidente della Fondazione Open: con Salvini era considerato sicuro uscente, con il ribaltone una sua riconferma nel board è più che probabile, al lordo degli sviluppi dell’inchiesta della procura di Firenze che l’ha indagato qualche giorno fa per traffico di influenze), Starace è tra i registi dell’operazione Open Fiber, e da anni gira allo Stato dividendi monstre.

Non solo: investendo in tempi non sospetti sulle energie rinnovabili, sembra l’uomo giusto per quel “green new deal” annunciato prima dalla neonata Commissione Europea di Ursula von der Leyden e poi dal premier Conte nel suo discorso di fiducia alle Camere. Salvo sorprese, il manager (che ha buone entrature anche con Conte, che sul dossier delle partecipate chiederà più di un consiglio al suo mentore Guido Alpa) dovrebbe rimanere inchiodato alla sua poltrona.

“Starace? Lascerà l’Enel solo in caso di una sua promozione all’Eni”, dicono i ben informati da Palazzo Chigi. I manager del colosso petrolifero, in effetti, appaiono assai più traballanti dei cugini dell’elettrico. Claudio Descalzi, pur considerato da tutti un oilman più che capace, in primavera rischia di scontare gli scandali che hanno costellato il suo regno, iniziato nel 2014 grazie all’esecutivo Renzi.

Già imputato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano per alcune presunte tangenti in Nigeria, il manager è finito nella bufera anche per i denari (oltre 310 milioni di dollari) che il gruppo Eni ha girato a una cordata di aziende africane che un’inchiesta dell’Espresso ha dimostrato essere state costituite, attraverso una società anonima di Cipro, dalla moglie (di cittadinanza congolese) di Descalzi stesso .

Non solo. I grillini imputano all’ad di essersi avvicinato troppo a Salvini, (secondo alcuni anche favorendo l’assunzione di giovani nel gruppo al fine di evidenziare la bontà del decreto Quota 100, fortemente voluto dal leghista), mentre gli uomini di Zingaretti non dimenticano le altre inchieste che hanno inguaiato alcuni fedelissimi su cui Descalzi cui aveva puntato moltissimo. Come Massimo Mantovani, coinvolto nell’indagine sui tentati depistaggi dell’indagine milanese portati avanti dal gruppo di faccendieri capitanati dall’ex legale dell’Eni Piero Amara.

Il manager e l’azienda hanno sempre respinto ogni addebito e ogni accusa, compresa qualsiasi partecipazione al Russiagate di Gianluca Savoini o alle trame di Lotti e Palamara contro il pm Paolo Ielo. Eppure – al netto dell’esito giudiziario dei procedimenti – una riconferma di Descalzi, come pure quella del presidente Emma Marcegaglia, sembra in salita.

Se la promozione di Starace appare un’ipotesi percorribile (per la poltrona di ad dell’Enel, a quel punto, potrebbe avere qualche chance il numero uno della multi utility bresciana A2A, Luca Valerio Camerano), altri decisori di peso stanno invece pensando a una soluzione “interna” all’azienda.

Esattamente come accaduto con Descalzi, che fu promosso amministratore delegato dopo essere stato capo della divisione Exploration & Production, i cacciatori di teste della maggioranza hanno cerchiato in rosso i nomi di alcuni profili che vengono dalla “scuola” dell’Eni. In particolare, quelli di Alessandro Puliti e di Luca Bertelli. Il primo, geologo con natali fiorentini, è da poco a capo della fondamentale divisione “Upstream”, ed ha ereditato deleghe importanti un tempo appannaggio dell’ex braccio destro di Descalzi Roberto Casula, anche lui imputato per l’affaire nigeriano, e di Antonio Vella, in uscita per pensionamento.

Pure Bertelli, numero uno dell’Exploration Officier, è nato in Toscana ed è laureato in geologia. E, come Puliti, ha scalato posizioni in azienda tenendosi lontano da scandali e polemiche. Ma Bertelli è anche l’uomo che è stato capace di individuare, grazie all’aiuto del suo team e di un super-software sviluppato dal colosso petrolifero, alcuni tra i più grandi giacimenti di gas del mondo scoperti degli ultimi decenni. Ultimo successo di Bertelli è arrivato nel 2015 quando nello specchio d’acqua di fronte a Zohr, in Egitto, è spuntato fuori – in un’area studiata per anni dalle multinazionali rivali – il più grosso giacimento del Mediterraneo.

“Manager come Starace o come Marco Alverà di Snam, pur bravissimi, di petrolio non sanno nulla. Meglio continuare con uno dei nostri“, sostiene chi all’Eni vuole continuità in azienda. Vedremo. Se la scelta cadesse su un interno, però, è probabile che il presidente sia un garante della nuova maggioranza politica. E tutti indicano Franco Bernabé, già all’Eni negli anni ’80 e ’90, come l’uomo che potrebbe tutelare al meglio sia la nuova cosa renziana Italia Viva (Bernabè è stato socio di Carrai), sia il Pd, sia il M5S.

Già: da sempre considerato vicino ai democratici, Bernabé è uno dei pochi finanzieri a cui Davide Casaleggio chiede consigli spesso e volentieri. I rapporti tra i due sono di antica data: “Bebè”, come lo chiamano i nemici, ha conosciuto bene il padre Gianroberto ai tempi in cui guidava Telecom, e la stima reciproca si è cementata nel tempo. Ospite di Sum, la kermesse che Davide organizza per ricordare il padre, Bernabé era addirittura dato qualche settimana fa in pole position come possibile presidente del Consiglio “terzo”, in caso non si fosse trovata la quadra su Conte.

LA GRANDE ABBUFFATA

Oltre alle utility dell’energia, la grande abbuffata interesserà altre big di peso. Fabrizio Palermo, ad della potentissima Cassa depositi e prestiti, non è in scadenza. Anche se non è amato dal Pd, difficilmente il M5S, suo grande sponsor, a partire da Stefano Buffagni, ne permetterà un defenestramento. Potrebbe però restare anche il suo competitor, il presidente Massimo Tononi, l’uomo delle fondazioni bancarie che qualcuno dava in uscita per gli scontri continui (in tema di spoil system sulle controllate) con Palermo.

Tononi spera adesso di poter fare proficuamente sponda con il nuovo inquilino del Mef, lo zingarettiano Roberto Gualtieri, che da ministro politico avrà un peso specifico assai maggiore rispetto a quello che aveva il suo predecessore Giovanni Tria. Presto – giurano dal governo e dal Pd, dove il deputato Claudio Mancini ha confessato a qualche suo amico di avere già la fila fuori di lobbisti che vogliono accreditarsi con il partito – potremmo così assistere alla fumata bianca su Sace. Una spa di Cdp attiva nell’assicurazione dell’export, i cui vertici sono scaduti da mesi, e il cui rinnovo (che era voluto da Tria senza se e senza ma) è stato bloccato per mesi da Palermo, che chiedeva invece un rinnovamento totale in salsa gialloverde.

A marzo vanno certamente rinnovati i vertici di Leonardo. L’ad Alessandro Profumo era considerato debole prima del ribaltone, ma non sembra che il cambio di maggioranza gli gioverà più di tanto. Mentre un nuovo rinnovo del presidente Gianni De Gennaro, ex poliziotto e nemico giurato dei grillini, dimostrerebbe in maniera plastica la metamorfosi del Movimento da partito di lotta a movimento pronto a collaborare con i poteri forti del Paese. A Fincantieri (che Renzi ha detto di sognare di “fondere” con Leonardo) rischia invece di continuare l’epopea di Giuseppe Bono, da ben 17 anni in sella al gigante della cantieristica che costruisce navi da crociera e militari.

Presidente dell’azienda è (e dovrebbe essere ancora) Giampiero Massolo, proveniente – come De Gennaro – dagli apparati di sicurezza dello Stato. Un altro settore che il nuovo governo potrebbe terremotare prima del previsto.

Al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, non tutti sono infatti contenti del comando del generale Gennaro Vecchione, scelto solo un anno fa da Conte in persona. Finito qualche giorno fa (per fortuna senza conseguenze gravi) con la sua auto di servizio contro i dissuasori in acciaio che proteggono l’ingresso della nuova sede dei servizi a Piazza Dante a Roma, l’operato di Vecchione ormai è messo in discussione anche dal premier, che – è cosa nota – ha mantenuto le deleghe sulle nostre barbe finte. L’ipotesi più accreditata è quella di un suo spostamento a Palazzo Chigi in veste di consigliere personale dell’ex avvocato del popolo, con la conseguente promozione di un interno (come Bruno Valensise, da poco nominato vicedirettore vicario) a nuovo numero uno.

Ma c’è un’altra opzione che non dispiacerebbe né a Conte né al Quirinale: lo spostamento del capo dell’Aise Luciano Carta (generale stimato dall’intero arco costituzionale) al Dis, e il contestuale avanzamento, come nuovo padrone della nostra sicurezza esterna, di Giovanni Caravelli. L’uomo che da anni gestisce le deleghe del complicatissimo dossier libico.

All’Aisi, il nostro servizio interno, si lavora invece da tempo al successore di Mario Parente. Qualcuno dava in vantaggio l’attuale vicedirettore (ed ex cacciatore di boss casalesi latitanti) Vittorio Pisani, ma il suicidio politico di Matteo Salvini – che lo stimava molto – potrebbe indebolire la sua candidatura.

Il ritorno di Renzi come protagonista assoluto della politica nazionale rafforza invece quella di Valerio Blengini: dato solo qualche settimana fa verso il pensionamento, lo storico dirigente del servizio potrebbe giocarsi ora più di una fiches per la poltrona che coronerebbe la sua carriera. Su ogni nomina dei servizi, come quella degli apparati di sicurezza dello Stato, Polizia in primis, i partiti e il premier dovranno sempre fare i conti con Sergio Mattarella e i suoi consiglieri, che intendono esercitare tutta la loro moral suasion in caso di candidati considerati dal Quirinale non all’altezza del compito.

Tornando alle partecipate, Invitalia potrebbe essere ancora casa del potente Domenico Arcuri, l’amministratore delegato in scadenza ma molto amato da Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha apprezzato anche il modo con cui il manager ha gestito, ad inizio anno, la partita del Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata: grazie al Cipe e all’abilità di Arcuri, per la provincia di Foggia così cara al premier sono arrivati ben 280 milioni di euro, tutti a favore di Comuni e imprese locali.

Anche Matteo Del Fante, ex renziano di ferro convertitosi al salvinismo, sta tentando di convincere il nuovo governo giallorosso a confermarlo ad di Poste spa. Un lavoro di persuasione affidato anche a Giuseppe Lasco, ex Guardia di Finanza che segue come un’ombra Del Fante dai tempi in cui i due erano insieme a Terna: già direttore delle relazioni istituzionali e del personale, Lasco è da qualche mese pure vicedirettore generale del gruppo. Per qualche osservatore malizioso, è lui il vero uomo “forte” di Poste.

Lust but not least, tra le nomine da sbrogliare con urgenza c’è quella dell’Anac (improbabile che a Raffaele Cantone succeda il numero due della procura di Roma Paolo Ielo, che non sembra disponibile) e quelle dei nuovi vertici del Garante della Privacy e dell’Agcom. Qui, all’authority per le Comunicazioni, si parla con insistenza del piddino Antonello Giacomelli, ma in lizza per la presidenza resta anche Vincenzo Zeno-Zencovich, che tanto piace al centrodestra. Il grillino Emilio Carelli – l’ex direttore di Sky che ha perso la battaglia dei sottosegretari – potrebbe invece sedersi nel board come consigliere. A quel punto, difficile ce la facciano altri due candidati forti della vecchia maggioranza gialloverde. Ossia la dirigente del Mise Laura Ria, che comunque vanta un curriculum più che adeguato, e l’avvocato Tommaso Paparo. Un outsider che ha buoni rapporti con il Movimento, qualche entrature nella Chiesa e pure nella comunità ebraica: siede infatti nel collegio sindacale della Fondazione Museo della Shoah.

La grande abbuffata è solo all’inizio. Ma i piatti in tavola sono così golosi che in tanti scommettono che il Conte bis, nato debole e già terremotato dalla mossa di Renzi, sopravviverà. Almeno finché tutti i territori del risiko delle nomine non saranno stati spartiti tra i nuovi padroni dell’esecutivo.

*articolo tratto dal settimanale L’ESPRESSO




Svago e tempo libero: le province pugliesi in fondo alla classifica. Altro che le "fake news" di Emiliano !

ROMA – Le sei province pugliesi non attraggono per svago e tempo libero e restano abbastanza indietro nella speciale graduatoria, dell’indagine condotta da Il Sole24Ore, che ha messo a confronto i fattori che determinano l’attrattività e le potenzialità di svago nelle province italiane, il capoluogo pugliese Bari è la città pugliese  meglio classificata e si colloca al 61° posto con 201 punti di media.

I punti di media sono scaturiti dai dodici indicatori presi in esame dal quotidiano confindustriale,  e nelle posizioni generali Lecce si è piazzata soltanto al 70° posto con 186.3 punti poi, molto ravvicinate tra loro, Brindisi (82a), Taranto (85a) e Foggia (86a) rispettivamente con 161.6, 160.4 e 159.8 punti. Più indietro si è piazzata la Bat, al 97° posto con 128.4 punti di media. La classifica conferma Rimini (545.3 punti) come “capitale” italiana  del turismo e degli eventi, e declassa senza tante scuse il sud. Infatti negli ultimi tre posti della graduatoria delle province italiane troviamo Agrigento (105° posto), Isernia (106°) e Enna (107° e ultimo posto).

La classifica generale dell’indice del tempo libero è il terzo passaggio di avvicinamento alla Qualità della vita 2019“, che quest’anno celebra i 30 anni dell’indagine svolta Sole 24 Ore sul buon vivere. Il quotidiano economico spiega che il primo posto di Rimini evidenzia un importante sviluppo storico. “Fin dalla fine degli anni Cinquanta – commenta Andrea Gnassi, sindaco di Rimini, commentando il primato – è stata la capitale delle vacanze nel Paese; oggi la traiettoria di sviluppo va verso una Rimini meta turistica e dell’ospitalità per dodici mesi all’anno, superando il clichè della città balneare“. L’indice del tempo libero è determinato dall’analisi di dodici indicatori, ciascuno dei quali evidenzia un diverso aspetto del tempo libero trascorso da turisti e residenti sul territorio: l’attrattività, la diffusione di bar e ristoranti, di librerie e agriturismi, l’offerta in termini di spettacoli, ma anche la spesa al cinema o a teatro, ricorda il Sole24 Ore.

“Ogni indicatore indaga una diversa componente del tempo libero e della sua gestione. E mette in luce primati (positivi e negativi) differenti. Rimini è prima per densità turistica, ma se si parla di permanenza, la leadership spetta alla provincia di Crotone, seguita da Fermo e Vibo Valentia – scrive il Il Sole24Ore -. Nel complesso, quest’indicatore premia Calabria e Sardegna: nella top dieci, infatti, ci sono anche Cosenza (9°, la terza calabrese) e tre province sarde (Nuoro, Sud Sardegna e Sassari). Se si parla di ricettività e natura, dove a vincere è Bolzano, il primato spetta alle province toscane: occupano tre posizioni tra le prime dieci. Verona trionfa invece per spesa pro capite in cinema e teatri: una vittoria comprensibile, se si pensa all’Arena e ai suoi spettacoli. L’Aida di Verdi, secondo l’Osservatorio Siae, è stato l’evento lirico campione d’incassi nel 2018“.

Le grandi città, d’arte e non, sono in cima alla classifica generale (non tutte: Napoli è al 43esimo posto) complice l’alta densità turistica – che, pur premiando sempre Rimini, vede Venezia, Napoli, Milano, Roma e Firenze tra le prime dieci – e l’offerta ampia e la spesa pro capite sia negli spettacoli nel loro complesso, che catturano un’audience internazionale, magari attirata proprio dall’evento (un concerto, una partita di calcio) in sé, sia in cinema e teatro che raccolgono spettatori soprattutto nel bacino locale”.




Ladisa chiude il bilancio con fatturato di 130 milioni di euro. L' ex procuratore Sebastio nuovo presidente del CdA

Franco Sebastio

BARI – La Ladisa srl, azienda di ristorazione tra i 10 top player nazionali, chiude il bilancio del 2018 con 130 milioni di euro di fatturato, registrando un +9 per cento della produzione rispetto all’anno precedente.Cambiato la governance: nuovo presidente del nuovo Cda è l’ex magistrato e procuratore capo di Taranto Francesco Sebastio che subentra a Gioacchino De Palma, il quale resta come consigliere di amministrazione; Vito Ladisa riconfermato amministratore delegato.  Confermati i consiglieri indipendenti il Prof. Avv. Federico Maurizio D’Andrea ed il Prof. Avv. Gianvito Giannelli (neo presidente della Banca Popolare di Bari)  .

Lo rende noto la Finlad, la holding finanziaria che controlla le aziende della famiglia Ladisa con una nota con cui si evidenzia il settore della ristorazione che rappresenta il core business aziendale (35 milioni di pasti)  con il 90 per cento dei volumi d’affari; la “retention” è pari all’85 per cento, percentuale che evidenzia la qualità dei servizi offerti con la relativa conferma nelle commesse già affidate all’azienda. In crescita l’asset della ristorazione commerciale e la fornitura di derrate alimentari in diverse regioni con un volume di affari in crescita di oltre il 20% rispetto al 2017.

Nel corso del 2018 sono stati eseguiti interventi di ammodernamento degli attuali 18 impianti produttivi collocati in diverse regioni italiane, da Nord a Sud: da segnalare l’attivazione, nel 2019, del nuovo centro produttivo di Roma. Investimenti sono previsti per rafforzare la presenza dell’azienda barese anche in Lombardia.

L’azienda ha conseguito la certificazione “Emas” adeguando i propri processi produttivi a un progressivo miglioramento dell’organizzazione finalizzato al contenimento dei “costi” in termini ambientali.

Sono in atto investimenti in progetti di internazionalizzazione con Unicredit nel ruolo di advisor al fine di sviluppare nuovi asset in alcuni paesi europei (Est Europa) attraverso l’acquisizione di società del settore della ristorazione entro fine 2019.




Porto di Taranto: finalmente si riparte

ROMA – Si è sbloccata ieri definitivamente la vicenda Yilport e c’è anche la data per la firma della concessione del Molo Polisettoriale ai turchi dopo l’incontro avvenuto fra il presidente dell’Autorità di Sistema del Mar Ionio, Sergio Prete e Robert Yildirim il Ceo del gruppo turco Yilport che ha avuto esito positivo.  Probabilmente martedì della prossima settimana, alla presenza di autorevoli rappresentanti istituzionali, finalmente riprenderà a lavorare il terminal container del Porto di Taranto.

Robert Yildirim,  Ceo di Yilport

Nel pomeriggio di lunedì scorso il ministro dell’Economia Giovanni Tria, in missione istituzionale in Turchia aveva incontrato un gruppo di grandi imprenditori turchi tra cui Eren, Koc, Ylport Permak e Sisecam, che si sono dichiarati interessati ad investire in Italia, al punto tale da indurre il sempre taciturno ministro italiano a dichiarare “Rafforzare i rapporti bilaterali e la fiducia reciproca non potrà che irrobustire la crescita economica in entrambi i nostri Paesi“.

il Porto di Taranto durante la “gestione Prete”: il deserto

Ieri finalmente il presidente Sergio Prete e il presidente del gruppo Ylport Robert Yildirim si sono incontrati ad Instambul nella sede della holding turca, dove hanno limato gli ultimi ostacoli burocratici, i rispettivi uffici legali hanno quindi concordato il testo definitivo di un accordo su cui ormai manca soltanto l’apposizione delle rispettive firme. Il 30 luglio verrà organizzato un incontro per suggellare l’avvio di questo accordo che consentirà di fare ripartire un terminal fermo da anni dopo l’addio di Tct, causato dai notevoli ritardi di conclusione degli interminabili lavori da parte dell’ Autorità Portuale jonica, e che si spera adesso potrà finalmente riattivarsi dopo anni di fermo totale.

Yilport organizzerà incontri con le Autorità locali, i sindacati, le società di logistica, importatori ed esportatori con particolare occhio ed attenzione al settore agroalimentare. Qualche mese fa il presidente della holding turca aveva anticipato l’intento di avere colloqui con le principali società di spedizione di container a livello globale dichiarando “Spiegheremo il nostro piano aziendale per Taranto e forniremo la visione di Yilport di migliorare il Terminal container di Taranto sia come terminal gateway sia come hub di trasbordo”  .

L’ attuale  capacità annuale di movimentazione dei container del terminal di Taranto è all’incirca di 2 milioni di Teu consentito dal pescaggio di -16,5 metri di banchina . Yilport prevede di effettuare investimenti nei prossimi 10 anni per aumentare la capacità di gestione annuale portandola ad oltre 4 milioni di Teu  assicurando che “il Terminal container di Taranto sarà uno dei migliori terminal in Italia entro il 2025“.  Yilport che attualmente occupa attualmente il dodicesimo posto, conta di riuscire a collocarsi tra i primi dieci operatori di terminal container . La holding controllante Yildirim Holding controlla anche il 24% di azioni di Cma Cgm Group, che è la terza più grande società di spedizioni di container.

La Regione Puglia con una delibera di giunta ha approvato ieri il nuovo Piano Regolatore del Porto di Taranto . Adesso è arrivato quindi il tempo di fare i fatti e lasciare le parole, i proclami e tagli di nastri da parte. Taranto ha bisogno di generare economia, di creare valore aggiunto ed occupazione e non delle solite “promesse da marinaio” e dei ritardi di chi avrebbe dovuto probabilmente fare un altro mestiere.




Antonio Marinaro nuovo presidente di Confindustria Taranto

TARANTO – L’assemblea dei soci di Confindustria Taranto, riunita  nella sala Monfredi della Camera di Commercio ha ufficializzato il passaggio delle consegne tra il presidente uscente, Vincenzo Cesareo, ed il nuovo presidente Antonio Marinaro, che era già vice presidente vicario dell’associazione degli industriali jonici.

Marinaro nel suo primo intervento da presidente dinnanzi all’assemblea degli associati, candidato designato senza concorrenza dal comitato dei saggi, che opererà in piena continuità ha esposto la sua visione come una rivolta alla salvaguardia del lavoro svolto, con una riflessione sul ruolo che gli imprenditori hanno sinora avuto, e continueranno ad avere nei confronti della grande industria che rimane un importante punto riferimento per il sistema confindustriale locale, confermando la precedente posizione assunta in questi anni eleggendo un nuovo presidente.

Il suo predecessore Vincenzo Cesareo prendendo la parola pochi minuti prima aveva esternato  un pensiero analogo, focalizzando  le condizioni con le quali questo passaggio di consegne è avvenuto in continuità : “Caro Antonio tutto avrei voluto,  tranne che consegnarti Confindustria in questa congiuntura“.

La situazione del colosso siderurgico è pesante, così come sono pesanti per l’impresa jonica le confuse politiche meridionaliste del governo,  una  condizione che è anche un viatico per poter fare solo meglio e di più . “Condivisione” è il leit-moyiv di Antonio Marinaro, che nel suo intervento ha parlato di ascolto della base associativa e di una rinnovata collaborazione con “le associazioni di categoria, ma anche altre realtà che insistono sul territorio, con il Comune di Taranto e l’ Amministrazione Provinciale”,  di riscoperta delle imprese della provincia e di obiettivi comuni che vanno dalla ricerca di una differente narrazione del territorio, alla diversificazione produttiva con una particolare attenzione ai giovani talenti, all’ enogastronomia, la turismo, la cultura ed il comparto moda, l’aggregazione delle imprese.

Il nuovo presidente di Confindustria Taranto  ha voluto concentrarsi sul concetto di” lobby”, ricordandone il significato anglosassone che vuole gli imprenditori custodi degli interessi del territorio: “Dobbiamo collaborare con le istituzioni e nello stesso tempo – ha detto Marinaro –  pretendere che loro ci affianchino nei percorsi più complessi:  cioè riaffermare la logica secondo la quale chi arriva da fuori e investe sul nostro territorio deve poter garantire precise ricadute economiche sull’area ionica“.

Un concetto con un chiaro riferimento  ai progetti del Cis per Taranto, alle opere di risanamento che devono inglobare le imprese del territorio impegnate e coinvolte direttamente, allo sviluppo interrotto che deve ripartire con gli investimenti. Una sfida questa, per la quale secondo Marinaro, il tessuto imprenditoriale locale è pronto, stimolato dall’arrivo  di Arcelor Mittal Italia, che secondo il presidente di Confindustria Taranto ha portato cin se nel capoluogo jonico  “il concetto internazionale dei mercati e del contesto in cui opera” .

Marinaro, ricordando il sacrificio del povero gruista Cosimo Massaro, che ha perso la vita la scorsa settimana a Taranto travolto da un tornado di vento, ha precisato  che “essere al fianco dei grandi gruppi, averli come riferimento, non significa appiattirsi sulle loro posizioni. Confindustria sosterrà Arcelor Mittal, ma sarà costruttivamente critica affinché si consolidi come autentica alternativa“.

La votazione degli associati è stata una pura formalità confermando la nu0va “squadra” che affiancherà nei prossimi quattro anni Marinaro, composta da cinque vicepresidenti: Antonio Lenoci (vicario) Paolo Campagna (delega infrastrutture e territorio), Piero Chirulli (delega finanza e innovazione), Salvatore Toma (delega internazionalizzazione ed education), Michele Viglianisi (delega organizzazione) . Con il nuovo statuto di Confindustria, non sarà più possibile assegnare deleghe specifiche a imprenditori interessati ad impegnarsi in un particolare settore, ma Marinaro ha deciso di invitare “temporaneamente” alcuni associati a partecipare ai lavori del consiglio generale e del consiglio di presidenza. Un’attenzione rivolta all’ascolto della base che il nuovo presidente ha rivolto anche nei confronti delle donne presenti in associazione, pensando di trasformare  in un Comitato delle imprenditrici l’attuale coordinamento femminile .




Editoria. La vendita dei quotidiani nel 2018 crolla del -8%. Negli ultimi 4 anni dimezzate le copie vendute in edicole

di Giovanna Rei

Ancora risultati negativi nel settore dell’editoria: al mese di dicembre 2018, la vendita di quotidiani (copie cartacee e copie digitali) è risultata di poco superiore ai 2,7 milioni di copie, in flessione del – 8% rispetto al 2017. E’ quanto emerge dai dati dell‘Osservatorio sulle Comunicazioni, diffusi nei giorni scorsi dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Guardando all’intero periodo considerato (dicembre 2014 – dicembre 2018), le copie giornaliere complessivamente vendute (cartacee) dai principali editori si sono ridotte del 31%, scendendo da 2,7 a 1,8 milioni di unità.

La contrazione a dicembre 2018 delle vendite di copie cartacee dei quotidiani dei principali editori (-31% da dicembre 2014, -9% da dicembre 2017). Performance negative si registrano anche per le copie digitali sia in valore assoluto, sia sul totale delle vendite (-56% da giugno 2014 e -3% da dicembre 2017). Il peso delle copie digitali si mantiene in media intorno al 9% del totale delle vendite di quotidiani

Il rapporto 2018 di R&S Mediobanca sull’editoria, segnala come già nel 2017 la diffusione cartacea in Italia era diminuita di ulteriori 400mila copie al giorno, passando a 2,2 milioni, facendo registrare una flessione del 15,4% sul 2016 ed addirittura  del 40,5% sul 2013. A livello mondiale, invece, nel 2017 la diffusione su carta è rimasta stabile (-0,1% sul 2016).

Negli ultimi 5 anni i principali otto grandi editori italiani hanno cumulato perdite nette per 1,2 miliardi e solo Cairo Editore ha chiuso il periodo in positivo (38 mln). Non tutto però è negativo: nel 2017 alcuni gruppi sono per fortuna in miglioramento: in particolare, Rcs ha fatto registrare un utile netto di 71 milioni (4 mln nel 2016), la Mondadori utile di 30,4 mln (22,5 mln nel 2016) ed Il Sole 24 Ore di 7,5 mln (-92,6 mln nel 2016).

FOCUS compressed (1)

Nel 2017 i grandi gruppi editoriali avevano registrato ricavi complessivamente per 3,5 miliardi, in calo del -6% sul 2016 e del -20,2% sul 2013. In cinque anni si sono persi circa 879 milioni di ricavi, pari al 20% del fatturato 2013. Il regresso più consistente nel periodo 2013-17 è del gruppo Il Sole 24 Ore (-40,3%). Nel 2017 il calo del giro d’affari dei gruppi editoriali in Italia non si è riscontrato in Francia (+7,5% sul 2016), Germania (+2,6%) e Regno Unito (+1%).

Ovviamente, l’ingente calo delle vendite si è riflesso inevitabilmente anche sull’occupazione. Tra il 2013 e il 2017 la forza lavoro è diminuita di 3.301 unità, pari a una riduzione del 21,7% sul 2013 e dell’8,8% sul 2016, attestandosi a 11.886 unita’ a fine 2017. Nel quinquennio il ridimensionamento ha coinvolto in maggior misura gli operai (-35,4%) rispetto ai colletti bianchi (-21,2%) ed ai  giornalisti (-19,8%)  

Marcello Cardani presidente AGCOM

“Le risorse economiche del complesso dei mercati vigilati da Agcom ammontano a oltre 54 miliardi di euro, confermando il trend di lieve crescita (+1,2%) già osservato lo scorso anno. Cresce il peso relativo di Internet, del settore postale e, in misura meno accentuata, del settore telecomunicazioni. Tende invece a ridursi, anche se con un diverso grado di intensità, il peso degli altri comparti vigilati, ossia tv, radio ed editoria”, ha spiega Angelo Marcello Cardani, presidente dell’Agcom.

Gli investimenti pubblicitari globali si spostano dai media tradizionali alle piattaforme online, che complessivamente crescono di oltre il 12% con Google e Facebook a fare la parte dei leoni. La radio perde qualcosa nel suo complesso (-0,7%), ma in un contesto che manifesta segnali di ripresa.

Sul fronte della rete, Internet cresce come mezzo di informazione oltre che come veicolo pubblicitario: “Tuttavia – osserva Cardani l’attendibilità percepita delle fonti informative online, come testimonia la nostra ultima ricerca sui consumi di informazione, rimane mediamente inferiore rispetto a quella delle fonti tradizionali. Altro elemento interessante consiste nella tendenza degli italiani ad accedere all’informazione online prevalentemente attraverso fonti c.d. algoritmiche, in particolare social network e motori di ricerca”.

Facebook ha archiviato un primo trimestre 2019 con ricavi in aumento del 26% a 15,08 miliardi di dollari, sopra stima media degli analisti di 14,98 miliardi di dollari. Ma ha iscritto una perdita in bilancio da 3 miliardi di dollari, come evenienza per una possibile multa da parte della Federal Trade Commission (Ftc), che sta indagando se la compagnia ha violato un accordo del 2011 a garanzia della privacy degli utenti ma che non ha ancora annunciato la sua decisione.

L’incremento dei ricavi è stato aiutato dalla crescita di Instagram e della spesa pubblicitaria delle aziende. Tuttavia, in gran parte a causa dell’accantonamento per la possibile sanzione, il guadagno netto è crollato a 2,43 miliardi di dollari, o 85 centesimi per azione da gennaio a marzo, con un calo del 51% rispetto ai 4,99 miliardi di dollari (o 1,69 dollari per azione) di un anno fa. Se si esclude l’accantonamento, il margine operativo della società è sceso al 42%, al di sotto del 46% ottenuto lo scorso anno, mentre i costi sono saliti da 6,52 mld usd a 8,76 mld usd. Facebook aveva preannunciato un calo dei margini dovuto a un maggiore investimento sul controllo dei contenuti generati dagli utenti. Gli utenti attivi sono aumentati mensilmente dell’8% a 2,38 miliardi, battendo le stime di 2,37 miliardi. Stessa percentuale di crescita per quelli giornalieri.

Ecco perchè il CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947 è stato “rifondato” nel 2014 soltanto online, rinunciando persino ai contributi di Legge sull’ Editoria che avremmo potuto richiedere da tre anni . Piuttosto che essere “minacciati” dal Movimento 5 Stelle o sottomessi ai voleri ed alle “pressioni” della politica,  preferiamo affidarci alle regole del mercato pubblicitario ed è grazie agli importanti numeri conseguito in termine di lettori, che abbiamo raggiunto una totale indipendenza economica conseguente ai ricavi pubblicitari su scala nazionale.

 




Arcelor Mittal incontra le aziende di Confindustria Taranto

il top management italiano di Arcelor Mittal

TARANTO – Una delegazione di ArcelorMittal Italia rappresentata dal  direttore degli Acquisti Emmanuel Rodriguez, dal Direttore Risorse Umane Annalisa Pasquini , dal Direttore Finishing Taranto Philippe Aubron e dal Direttore della Sicurezza Giorgio Battisti (un ex generale dell’ Esercito Italiano) è stata ricevuta presso la sede della Camera di Commercio di Taranto, dal Presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo, il suo staff e numerose aziende e realtà del territorio.

L’incontro è stato l’occasione  per ArcelorMittal di illustrare le regole di ingaggio con i fornitori locali . La trasparenza, secondo le parole del Direttore Acquisti Emmanuel Rodriguez,rappresenta il migliore strumento per instaurare fiducia e comprensione”. Un rapporto di  fiducia ha aggiunto Rodriguez che “permetterà ai fornitori locali di diventare partners di un gruppo globale leader nel settore”.

L’ indotto pugliese che collabora con il Gruppo Arcelor Mittal è quantificabile in circa 200 milioni di euro l’anno, ed è quindi importante e necessario per la filiale italiana della multinazionale franco-indiana, sviluppare un rapporto di partnership virtuoso e duraturo con le realtà pugliesi e tarantine.

 


I managers di Arcelor Mittal Italia hanno spiegato che per essere loro fornitori occorre far parte del cambiamento e lavorare come l’ azienda due fattori fondamentali come la salute e la sicurezza, per i quali non è possibile alcun compromesso e vengono richiesti i più alti standard possibili.

Per quanto riguarda l’ambiente, altro tema importante per Arcelor Mittal è indispensabile che sia garantito l’uso efficiente ed il recupero delle materie utilizzate. Un impegno questo , di rispetto dell’ ambiente, supportato e testimoniato da 2.5 miliardi di euro previsti dai programmi di investimento di Arcelor Mittal a Taranto.

Vincenzo Cesareo

Al termine dell’incontro è stata espressa ampia soddisfazione, da Vincenzo Cesareo Presidente di Confindustria Taranto : “Abbiamo accolto con estremo favore, in questa occasione, l’approccio chiaro e diretto dei rappresentanti di ArcelorMittal Italia. Siamo certi che lo scambio, inteso come necessità di confronto fra l’azienda e Confindustria, possa proseguire anche nei mesi a venire, al fine di ottimizzare ogni forma di collaborazione e poterne così monitorare i ritorni e i benefici – a tutti i livelli, economico, sociale ed ambientale – sul territorio”

Contestualmente accogliamo con altrettanta fiducia – ha aggiunto Cesareola dichiarata disponibilità di ArcelorMittal Italia a dare continuità al rapporto con le aziende dell’indotto locale, nel rispetto degli standard richiesti e nel solco già tracciato in anni di consolidato rapporto fra il centro siderurgico e le nostre imprese”.

 

 

 

 




Internazionalizzazione, CNA e ICE per accompagnare e rafforzare la presenza delle piccole imprese all’estero

ROMACNA e Agenzia ICE si sono confrontate  a Roma per accompagnare e rafforzare la presenza delle Pmi italiane sui mercati internazionali e per mettere in agenda un’ampia e intensa programmazione di attività a supporto dell’export e dell’internazionalizzazione del sistema economico mondiale.

La riunione si è svolta presso la sede della CNA Nazionale, a cui hanno partecipato il Presidente di Agenzia ICE, Carlo Maria Ferro, e il Presidente Nazionale della CNA, Daniele Vaccarino, accompagnati rispettivamente dal Direttore Generale di Agenzia ICE, Roberto Luongo, e dal Responsabile dell’Ufficio Promozione e Mercato Internazionale della CNA, Antonio Franceschini. Sul tavolo due i temi : la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

Vaccarino ha ricordato che oggi la CNAè presente in diversi contesti legati al tema dell’internazionalizzazione e ha in portafoglio un ampio programma di attività a supporto delle imprese artigiane e PMI che sviluppano progettualità nei Paesi UE, extra UE, Aia, America e Africa” ed ha sottolineato che “nell’attuale contesto competitivo, appare opportuno che la prospettiva degli scambi internazionali perda il carattere di occasionalità che le è stato attribuito fino ad oggi, divenendo un elemento di approccio “ordinario” delle MPMI (micro, piccole e medie imprese) per accrescere la loro competitività. Ciò comporta che ci sia, da parte dei soggetti pubblici preposti al coordinamento e alla promozione dell’internazionalizzazione, un’analoga attenzione e che si proceda ad interventi di respiro strategico”.

Le MPMI sono le imprese che maggiormente esportano l’idea del “Paese” ed il “Made in Italy”. I piccoli, in particolare, vantano una quota più rilevante nelle produzioni in cui è maggiormente esaltata la tradizione nazionale, ed è quindi su questi che va saldata la relazione tra la dimensione operativa di sostegno e quella culturale di incentivo alla proiezione sui mercati esteri”.

“È importante tenere presente – ha concluso Vaccarino –  il contesto economico e produttivo al cui interno si colloca il processo di internazionalizzazione delle MPMI. Anche se la loro presenza all’estero è aumentata, si tratta di un contesto difficile, caratterizzato dalla crescita di nuovi settori merceologici, o dalla new age di settori tradizionali che si stanno disputando la leadership nei mercati mondiali“.

Il Presidente dell’Agenzia ICE, Carlo Maria Ferro, ha dichiarato: “insieme a quelli con le altre organizzazioni di imprese, l’incontro di oggi con CNA conferma la nuova attenzione che ICE intende rivolgere a tutte le imprese, anche a quelle di minore dimensione. La loro dinamicità, unita alla loro flessibilità, se ben supportate possono accrescere la presenza del Made in Italy all’estero, sia in termini di settori che di mercati”. Ferro ha quindi aggiunto che “favorire la crescita dimensionale delle imprese più piccole, inoltre, può avere un impatto positivo sull’occupazione giovanile e sullo sviluppo del territorio. Anche per questo motivo, volgiamo individuare nuove modalità di supporto alle start up al fine di inserirle a pieno titolo nei contesti produttivi e commerciali di riferimento“.




Poste Italiane entra nel consorzio Hyperledger

ROMAPoste Italiane è entrata a far parte della community Hyperledger, un consorzio globale della Linux Foundation che raggruppa oltre 260 operatori mondiali, appartenenti a diversi settori industriali, uniti nello sviluppo di uno standard open source per la blockchain e le Distributed Ledger Technologies (DLT).

La blockchain e le DLT sono registri condivisi di informazioni ai quali hanno accesso tutti i partecipanti a una rete. Quando un registro condiviso è formato da blocchi di informazioni collegati fra di loro e resi immutabili, si parla di blockchain. Si tratta di soluzioni ritenute capaci di un salto qualitativo, ottenuto grazie a tecnologie destinate a cambiare il modello di conservazione e condivisione delle informazioni, con il ribaltamento del paradigma secondo il quale al controllo fisico centralizzato dei dati corrisponde una sicurezza maggiore.

L’adesione a Hyperledger è coerente con le linee strategiche individuate dal Piano industriale Deliver 2022 che mirano a rafforzare la leadership digitale di Poste Italiane, e accelera il percorso di acquisizione di nuove competenze e di sperimentazione della tecnologia blockchain e delle DLT per meglio comprenderne potenzialità capaci di generare innovazione nel business.

Hyperledger è un progetto che coinvolge numerosi operatori attivi nel segmento delle tecnologie blockchain e DLT. Tra i membri di questo consorzio globale sono presenti le maggiori aziende del settore finanziario, bancario, manifatturiero, distributivo e tecnologico. In una fase nella quale l’evoluzione digitale abilita rapidamente nuovi servizi, la sicurezza dei dati appare sempre più importante. In questo contesto la blockchain si candida a costituire una risposta efficace ai problemi di sicurezza, trasparenza, interoperabilità e privacy, e Poste Italiane è impegnata a renderla di facile fruizione per porla al servizio del sistema Paese.

 




Porto di Taranto, bando di Invitalia per nuovo sistema di recupero delle acque meteoriche e rete fognante

ROMA – La procedura di gara pubblicata da Invitalia nel ruolo di Centrale di Committenza per l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio – Porto di Taranto prevede la realizzazione di un’importante opera infrastrutturale del valore di circa 15,3 milioni di euro, che permetterà di regolarizzare e adeguare agli standard qualitativi dei principali porti europei la rete di raccolta e scarico dei reflui derivanti dalle acque meteoriche e fognanti nell’area del Porto di Taranto.

I lavori oggetto dell’appalto prevedono l’esecuzione del primo stralcio delle opere necessarie alla realizzazione degli impianti di trattamento delle acque meteoriche nelle aree comuni del porto e la realizzazione della rete fognante nella zona di levante. In particolare, gli interventi prevedono la realizzazione di un sistema di raccolta, trattamento, riuso e scarico delle acque meteoriche ricadenti sulle aree demaniali libere, pavimentate, asfaltate o da asfaltare, per una superficie scolante di circa 30 ettari di estensione.

È inoltre prevista la realizzazione di un sistema di raccolta dei reflui civili a servizio delle utenze ubicate nella zona di levante del Porto di Taranto, per una dimensione pari a 600 abitanti equivalenti. Le soluzioni progettuali individuate sono costituite da sistemi di filtrazione dinamica, ad alta efficienza depurativa e in grado di ridurre in maniera considerevole l’impatto ambientale causato dalla realizzazione e dalla gestione dell’opera. Il progetto prevede anche l’installazione di impianti per la produzione di energia da fonte rinnovabile che andranno ad alimentare le utenze del Porto nonché la realizzazione di un impianto fotovoltaico per una potenza complessiva di 5.85 kWp.

Per presentare le offerte c’è tempo fino al 26 febbraio 2019. Tutti i dettagli sono disponibili sulla piattaforma Gare e Appalti di Invitalia.




Poste Italiane prima azienda nel settore finanza e comunicazioni ad ottenere certificazione anticorruzione

ROMAPoste Italiane è la prima azienda dei settori della finanza e delle comunicazioni, fra quelle operanti in Italia, a conseguire la certificazione IMQ-CSQ del sistema di gestione per la prevenzione della corruzione. Il Gruppo Poste Italiane costituisce la più grande rete di distribuzione di servizi in Italia. Le sue attività comprendono il recapito di corrispondenza e pacchi, i servizi finanziari e assicurativi, i sistemi di pagamento e la telefonia mobile. Con una storia di oltre 150 anni e grazie a una rete di 12.800 Uffici Postali, più di 135 mila dipendenti, 510 miliardi di euro di masse gestite e oltre 34 milioni di clienti

Poste Italiane si è impegnata su base volontaria, allo sviluppo e al governo di un modello di gestione che allinea e porta a sistema cultura, comportamenti e modalità operative dell’Azienda rispetto ai requisiti richiesti dagli standard normativi internazionali ed agli obiettivi di integrità, trasparenza e piena tracciabilità delle sue attività che Poste Italiane si è data in questi anni. La certificazione è stata rilasciata da IMQ-CSQ, uno degli organismi di certificazione accreditati più autorevoli a livello internazionale.

L’ AD di Poste Italiane Matteo Del Fante ed il Comandante Generale della Guardia di Finanza Gen. Giorgio Toschi

Importante tappe di questo cammino sono state la firma nel 2017 del Protocollo d’Intesa tra Poste Italiane e Guardia di Finanza, con l’obiettivo di combattere la criminalità economica e finanziaria e il lancio, nello stesso anno, del portale Contratti Aperti e Trasparenti, che rende pubblici tutti i dati relativi alla propria catena di fornitura. Nel 2018 è stato poi approvato il nuovo Codice Etico e il lancio del Portale Segnalazioni “Whistleblowing”, tramite il quale si possono inviare, con la massima garanzia di riservatezza dell’identità del segnalante e del contenuto della segnalazione, notizie circostanziate di fenomeni illeciti e comportamenti sospetti.

“Questo importante risultato” – ha commentato Giuseppe Lasco, Responsabile Corporate Affairs di Poste Italiane – “è il più recente traguardo di un percorso che ha posto sempre grande attenzione alle tematiche della legalità e della trasparenza, principi considerati da Poste Italiane fondamentali per uno sviluppo sostenibile ed etico del proprio business e del Sistema Paese nel suo complesso. Esso non rappresenta un punto di arrivo ma il primo traguardo di un percorso che consentirà alla nostra azienda di ampliare il novero delle certificazioni conseguite ed estenderlo a tutti gli ambiti di operatività aziendale sull’intero territorio nazionale”.

La certificazione, rilasciata secondo lo standard internazionale ISO 37001:2016 Anti Bribery Management System, è stata ottenuta per i processi di progettazione, indirizzo, controllo e coordinamento dei Servizi Postali e Finanziari. A dicembre 2018, con il primo rilascio della Certificazione ISO 37001 per i sistemi di gestione per la prevenzione della corruzione, Poste Italiane aggiunge un ulteriore tappa alla serie di traguardi ed accreditamenti già ottenuti, confermando l’impegno responsabile e la grande attenzione alla legalità, alla trasparenza e all’efficienza dell’Azienda.

 “L’applicazione della norma ISO 37001 aiuta a ridurre il rischio di corruzione e mostra a tutte le parti interessate che l’organizzazione sta mettendo in atto buone pratiche riconosciute a livello internazionale per la prevenzione della corruzione” – spiega Flavio Ornago, Direttore della B. U. Management Systems di IMQ – “Poste Italiane, impegnandosi nell’ottenimento di una certificazione di tipo volontario, volto alla riduzione di tali rischi, ha dato testimonianza di un’estrema responsabilità nei confronti del mercato e in generale di tutti gli stakeholders”.

 

 

 

 




Siglato accordo Confindustria Taranto-Consorzio Integra

TARANTO – E’ stato firmato ieri  dal Presidente di Confindustria Taranto Vincenzo Cesareo  l’accordo di collaborazione con il Consorzio Integra, uno dei maggiori player del mondo cooperativo italiano operante nel settore delle costruzioni, dei servizi e dell’ingegneria, che  con i suoi oltre 140 soci distribuiti su tutto il territorio nazionale, un giro d’affari di 6 miliardi di euro e circa 60.000 addetti diretti, si configura sicuramente come una delle realtà più consolidate del panorama cooperativo italiano operante nel settore delle costruzioni, dei servizi e dell’ingegneria.

Erano presenti per l’occasione  assieme al Presidente di Confindustria Taranto Vincenzo Cesareo ,  il Presidente del Consiglio di Gestione e Direttore Generale del  Consorzio Integra,  Vincenzo Onorato ed il Direttore Commerciale Macro Area Sud Vittorio Di Vuolo. L’intesa darà luogo a nuove sinergie che si potranno positivamente ripercuotere sui livelli di competitività del nostro sistema imprenditoriale con ricadute positive di sviluppo del territorio.

Integra company profile 2018 info

L’ accordo auspica la creazione di nuove sinergie e nuove opportunità per le nostre aziende, ed allo stesso tempo consentirà allo stesso consorzio di imprese – come illustrato dal Direttore Generale Onorato, – di essere recepito maggiormente sul territorio di riferimento e di poter sviluppare maggiore competitività attraverso la collaborazione con le aziende locali, che meglio conoscono le peculiarità dell’area in cui già operano.

I referenti del consorzio hanno incontrato in Confindustria Taranto una delegazione di aziende e successivamente gli organi di informazione. L’avvio del rapporto di collaborazione nasce da un’iniziativa fra il presidente del Gruppo Giovani, Giuseppe Calianni, ed il giovane manager Mirko Mancini di Integra  ,  e darà luogo a delle nuove iniziative che si potranno positivamente ripercuotere sui livelli di competitività del sistema imprenditoriale con ricadute positive sullo sviluppo del territorio jonico.

 




La Gazzetta del Mezzogiorno in edicola con una pagina bianca. Tutto quello che però non vi raccontano ...

ROMA – Dopo lo sciopero di martedì 8 gennaio, primo di un pacchetto di 10 giorni di sciopero, che per nostra opinione non serve a nulla se non solo e soltanto a perdere copie vendute e pubblicità, e quindi soldi da incassare, il quotidiano barese La Gazzetta del Mezzogiorno è tornato oggi in edicola, pubblicando una pagina bianca ed una lettera del Cdr e dell’assemblea dei giornalisti ai lettori  .

“Cari lettori, questa pagina – si legge – esce quasi completamente bianca per mostrarvi a quale rischio sarebbe esposta l’informazione in Puglia, in Basilicata e nel Mezzogiorno, se la Gazzetta del Mezzogiorno non uscisse più. Le storie, i commenti, le notizie, le opinioni, le istanze delle nostre comunità non troverebbero più voce. In queste settimane, i giornalisti della Gazzetta  hanno continuato a lavorare garantendo l’uscita del Giornale, benché non retribuiti”.

Affermazione questa che non ci vede d’accordo, in quanto in Puglia e Basilicata e nel Mezzogiorno esistono altre realtà editoriali e giornalistiche che fanno informazione, ed in alcuni casi vendono più copie ai lettori di quante ne venda La Gazzetta del Mezzogiorno, sotto la direzione disastrosa ( lo dicono i numeri, non è una nostra opinione…) di Giuseppe De Tommaso.

“Ad oggi, infatti i giornalisti hanno ricevuto soltanto un acconto del 40% sullo stipendio del mese di novembre – prosegue la lettera che è oggi sul quotidiano di Bari che vende una media di 18mila copie al giorno in Puglia e Basilicata –  non hanno percepito le tredicesime, lo stipendio di dicembre e continuano a non sapere se e in che misura verranno retribuiti in futuro“.

“Né, sino a oggi  hanno ottenuto risposte in tal senso dagli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Catania, – si legge ancora nella lettera – e dal direttore generale dell’azienda, rimasto in carica malgrado il provvedimento di sequestro-confisca e gestore da anni di un’azienda sopravvissuta solo grazie ai tagli sul personale“.

Questo il testo integrale della lettera odierna ai lettori:

Cari Lettori, questa pagina esce quasi completamente bianca per mostrarvi a quale rischio sarebbe esposta l’informazione in Puglia, in Basilicata e nel Mezzogiorno, se la Gazzetta del Mezzogiorno non uscisse più. Le storie, i commenti, le notizie, le opinioni, le istanze delle nostre comunità non troverebbero più voce. In queste settimane, i giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno hanno continuato a lavorare garantendo l’uscita del Giornale, benché non retribuiti.

Ad oggi, infatti, i giornalisti hanno ricevuto soltanto un acconto del 40% sullo stipendio del mese di novembre; non hanno percepito le tredicesime, lo stipendio di dicembre e continuano a non sapere se e in che misura verranno retribuiti in futuro. Né, sino ad oggi, hanno ottenuto risposte in tal senso dagli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Catania, e dal direttore generale dell’azienda, rimasto in carica malgrado il provvedimento di sequestro-confisca e gestore da anni di un’azienda sopravvissuta solo grazie ai tagli sul personale. A ciò si aggiunga che persino le quote del Tfr relative all’anno 2017 non sono state ancora conferite al Fondo di categoria.

Ed è quanto meno paradossale che tutto ciò accada in un momento nel quale, proprio in forza del provvedimento della magistratura siciliana, l’Editore e, quindi, il datore di lavoro dei giornalisti sia di fatto diventato lo Stato. In altre parole, lo stesso Stato ci chiede di lavorare senza percepire stipendio e nemmeno ci ringrazia.

A questo proposito, sarà utile ricordare che, dopo avere assunto le proprie funzioni, gli amministratori giudiziari si sono limitati a proporre un taglio lineare del costo del lavoro del 50%, senza tenere conto delle specificità di un’azienda editoriale, che nulla ha a che fare con le imputazioni a carico del proprio editore, ipotizzando in alternativa il fallimento della società editrice e, di conseguenza, la scomparsa del quotidiano, da 131 anni punto di riferimento delle comunità di Puglia e Basilicata e autorevole voce degli interessi del Mezzogiorno.

Tutto questo perché i giornalisti, già da anni costretti a pesanti sacrifici economici, sono stati considerati dei semplici «costi» anziché delle risorse.

I giornalisti pur nella consapevolezza di dovere accettare ulteriori sacrifici, hanno respinto ogni ipotesi di spending review che prescinda da un serio piano editoriale e industriale. Un piano che tenga conto innanzitutto della qualità dell’informazione offerta a Voi Lettori. E hanno avanzato già da tempo agli amministratori giudiziari e al direttore generale dell’azienda proposte alternative per contenere i costi del lavoro.

Nelle scorse settimane i redattori della Gazzetta, attraverso il Comitato di redazione, hanno anche inviato un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ribadendo che l’informazione è tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. E, successivamente, per intervento del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, il sindacato dei giornalisti è stato convocato dalla task force regionale per il lavoro, insieme con tutte le altre parti sociali e con gli amministratori giudiziari.

L’iniziativa del «Gazzetta Day» ci ha dimostrato tutto il vostro commovente affetto, per il quale vi manifestiamo ancora una volta la nostra gratitudine. Ma questo sostegno da solo non basta. Nonostante la vostra massiccia adesione all’iniziativa del 29 dicembre scorso, i giornalisti e i poligrafici continuano a non essere pagati. Serve imprimere una svolta nella gestione e amministrazione di un giornale che, a quanto pare, non tiene nella debita considerazione i suoi lavoratori.

Attraverso questo appello, intendiamo manifestare a voi tutti il nostro profondo disagio per una situazione che diventa ogni giorno più insostenibile per i lavoratori e per le loro famiglie, a loro volta sottoposte a pesanti sacrifici. Per questo motivo i redattori della Gazzetta hanno affidato al Comitato di redazione la gestione di dieci giorni di sciopero, il primo dei quali è stato proclamato ieri a causa della mancata pubblicazione di questa pagina. Ci impegniamo a continuare ad aggiornarvi su questa vertenza che riguarda il diritto all’informazione.

Il Comitato di redazione per conto dell’Assemblea di redazione

Pur rispettando le legittime preoccupazioni dei colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno, a cui auguriamo con tutto il cuore di trovare una soluzione, magari affidandosi a qualche “advisor” cioè qualche specialista di crisi e ristrutturazioni aziendali, non possiamo esimerci, per un legittimo dovere di cronaca, dall’ esprimere qualche perplessità sulla gestione “sindacale” della vicenda, che riepiloghiamo di seguito con spirito costruttivo e non critico, nè tantomeno di astio concorrenziale.

Il programma televisivo Report” già sei anni fa aveva messo in evidenza numerose criticità tra le attività di Mario Ciancio nell’inchiesta “I viceré” ( realizzata del collega Sigfrido Ranucci) andata in onda il 15 marzo 2009. Ma evidentemente deve essere sfuggita….all’assemblea di redazione, il comitato di redazione della Gazzetta del Mezzogiorno

Questi i punti sui quali  il Comitato di redazione e l’Assemblea di redazione, dovrebbero soffermarsi a riflettere e sopratutto spiegare qualcosa che non raccontano ai propri lettori, ma sopratutto a se stessi e dare alle proprie famiglie delle serie risposte.

  1. E’ dal 2015, cioè QUATTRO ANNI fa che ingenti somme di denaro sono state sequestrate su richiesta della procura distrettuale antimafia di Catania a Mario Ciancio Sanfilippo, l’ editore catanese al vertice di un gruppo editoriale cui, tra l’altro, fa capo il quotidiano pugliese LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO e “LA SICILIA” di Catania.  Sotto sequestro antimafia era stato sottoposto un rapporto bancario intrattenuto da Ciancio tramite una società fiduciaria del Liechtenstein in un istituto di credito con sede in Svizzera, sul quale erano depositati titoli e azioni per un valore stimato in circa 12 milioni di euro. Inoltre è stata  sequestrata la somma in contanti di circa 5 milioni di euro depositata nella filiale di una banca catanese.  Il sequestro venne effettuato dai Carabinieri del Ros di Catania, a cui erano state delegate le indagini penali e patrimoniali. Come mai la GAZZETTA non ha mai dato notizia ai propri lettori di questa vicenda ? 
  2. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati in questi lunghi QUATTRO ANNI delle vicende giudiziarie del proprio editore nei cui confronti la Procura Distrettuale Antimafia di Catania  avvalendosi del ROS dei Carabinieri, ha ricostruito complessi affari intrapresi dall’imprenditore e nei quali secondo l’accusa, aveva interessi la “mafia“, motivo per cui ha disposto ed effettuato approfondite indagini patrimoniali che hanno portato alla scoperta dei fondi dell’editore Ciancio di Sanfilippo occultati all’estero. Sono stati individuati depositi bancari in Svizzera, alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di Paesi noti come “paradisi fiscali”, scoperti grazie anche alla cooperazione prestata dalla Procura di Lugano (Svizzera) attraverso una rogatoria e secondo i trattati internazionali. E’ stata proprio la Procura di Lugano ad acquisire dagli istituti di credito svizzeri la documentazione bancaria ritenuta rilevante e fondamentale a livello probatorio per le indagini. della magistratura catanese.
  3. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati del crollo di vendite di anno in anno del giornale in edicola, che secondo gli ultimi dati dell’ AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) vende in edicola soltanto 18mila copie al giorno, in un bacino di 4 milioni e mezzo di lettori fra la Puglia e la Basilicata ?
  4. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono mai preoccupati dei bilanci pubblici dell’ Edisud spa, la società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, la cui maggioranza è controllata e di proprietà  dall’editore Mario Ciancio Sanfilippo, che secondo fonti attendibili avrebbe maturato un indebitamento bancario di circa 35 milioni di euro ?
  5. Come mai i giornalisti si sono preoccupati solo e soltanto del loro stipendio a fine mese, nonostante due anni di contratti di solidarietà (ammortizzatori sociali n.d.r.) senza pensare minimamente alla propria crisi editoriale-giornalistica ?
  6. Come mai i giornalisti del quotidiano La Sicilia non si stanno agitando come i “cugini” baresi della Gazzetta del Mezzogiorno, nonostante il giornale siciliano venda addirittura meno della Gazzetta ?
  7. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati in questi anni che la stragrande maggioranza degli articoli pubblicati nelle edizioni provinciali, sono stati retribuiti a  5 euro netti ad articolo ???
  8.  Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati e non hanno mai manifestato la propria solidarietà realmente ai colleghi di altri quotidiani e tv pugliesi che hanno perso il proprio posto di lavoro ? Qualcuno ha persino remato contro …
  9. Con che coraggio l’assemblea di redazione, il comitato di redazione rivolgono le proprie speranze nel salvataggio grazie a qualche politico ? Come faranno a scrivere poi di questo politico ? E’ legittimi chiedersi come mai nessun editore “puro”  non ha alcun interesse a rilevare la Gazzetta del Mezzogiorno ?
  10. Chi investirebbe mai i propri soldi per rilevare una società con 35 milioni di euro di debiti, circa 150 dipendenti ed annessi superstipendi da pagare ed appena 18mila copie vendute al giorno in edicola ?

 

Qualcuno dovrebbe ricordare che la confisca delle azioni della EDISUD spa , società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, è avvenuta a seguito anche della scoperta del  il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Soldi che costituiscono solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere. Un sequestro antimafia del tesoretto scoperto in Svizzera dagli investigatori del ROS dei Carabinieri di Catania,  a nome dell’imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia  e La Gazzetta del Mezzogiorno . Soldi con cui veniva finanziato anche il quotidiano barese.

Ai posteri quindi l’ardua, eppur facile sentenza. Noi ci limitiamo a fare i giornalisti.

 

Questi i dati certificati (ADS) di vendita nel 2018 

 

Ecco tutti gli articoli pubblicati dal nostro giornale sull’editore Mario Ciancio di Sanfilippo:

18 giugno 2015 –  Indagine di mafia della DDA di Catania. Sequestrati dai Carabinieri del Ros 17 milioni di euro all’editore della Gazzetta del Mezzogiorno (leggi QUI

1 giugno 2017 –  Mafia: Ciancio editore della Gazzetta del Mezzogiorno a processo per concorso esterno (leggi QUI) 

11 giugno 2018 – La Gazzetta del Mezzogiorno in profonda crisi. Chiudono le redazioni di Brindisi, Matera. L’editore Ciancio a processo in Sicilia per concorso mafioso (leggi QUI) 

24 settembre 2018 –   Antimafia: sequestro di 150 milioni all’editore della “Gazzetta del Mezzogiorno” Mario Ciancio Sanfilippo (leggi QUI) 

 




Tavolo di crisi in Prefettura a Taranto per la tv Studio 100, mentre a Roma la Guardia di Finanza indaga sui contributi pubblici

TARANTO – Il prefetto di Taranto, Donato Cafagna, ha convocato per il 3 gennaio 2019  alle 10 un tavolo con l’editore, i rappresentanti sindacali, il Comune  e la  Provincia di Taranto per discutere della crisi di Studio 100 Tv, emittente di Taranto che con i suoi servizi copre anche il brindisino, emittente che notoriamente non retribuisce da tempo gli stipendi al proprio personale.

Circa un anno fa venne proposta alle organizzazioni sindacali la stipula di un accordo per il passaggio in blocco dei dipendenti da Jet srl – società dichiarata fallita lo scorso 30 ottobre dal Tribunale di Taranto con sentenza numero 35/2018 (per la quale la Procura di Taranto ravvisando un ipotesi di bancarotta ha richiesto al Tribunale la trasmissione degli atti)  alla Mastermedia Club srl, società entrambe amministrate da Gaspare Cardamone, che avrebbe garantito l’ accollo da parte di Mastermedia delle somme dovute da Jet srl nei confronti dei dipendenti a titolo di retribuzioni non versate. Cardamone promise che la nuova società subentrate avrebbe avuto sin da subito una regolarità retributiva.

Così puntualmente non è stato, rivelandosi di fatto un tentativo quello di Cardamone di poter sottrarre ai creditori della Jet s.r.l., utilizzando la Mastermedia Club s.r.l. i contributi di Legge erogati dal Ministero dello Sviluppo Economico, concessi per l’anno 2016 e richiesti per l’anno 2017, peraltro proprio grazie alla presenza nella redazione giornalistica del minimo previsto dalla legge di  giornalisti assunti

Secondo quanto riporta l’ AGI-Agenzia Italia, sulla base delle dichiarazioni dei sindacati, nel corso degli ultimi 12 mesi la società Mastermedia Club s.r.l. in realtà non ha mai ha pagato gli stipendi regolarmente maturati dai suoi dipendenti, e non lo ha fatto nemmeno quando i dipendenti hanno accettato un contratto “part-time” per ridurre il peso economico a carico dell’editore.

La società Jet s.r.l. aveva ceduto il ramo d’azienda della frequenza televisiva della televisione tarantina posseduta alla Mastermedia Club srl società di fidelizzazioni commerciali e premi, che viene notoriamente gestita da tempo, dietro le quinte da Giancarlo  Cardamone ( nonostante una sua condanna definitiva per bancarotta ed affidamento ai servizi sociali ), fratello dell’editore, cessione che era stata sottoscritta dinnanzi al notaio il 27 novembre del 2017 e quindi soggetta a pressochè certa revocatoria da parte del curatore fallimentare dr. Cosimo Valentini nominato dal Tribunale.

ecco cosa faceva la Mastermediaclub, che adesso trasmette il segnale di Studio 100 TV

Giancarlo Cardamone

Nel frattempo siamo venuti a conoscenza di ripetuti incontri in un salottino “riservato” di un bar del centro di Taranto, avvenuti fra uno stretto  collaboratore di Giancarlo Cardamone (fratello di Gaspare), che sino a pochi mesi fa lavorava presso la società Mastermedia Club srl,  e da molti anni loro stretto collaboratore,  insieme ad un sindacalista locale del settore notoriamente “malleabile”…

Sulla vicenda “contributi dello Stato” il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di rivelare che il Nucleo Speciale per la Radiodiffusione e l’Editoria della Guardia di Finanza presso l’ AGCOM, guidato dal Colonnello Marco De Fila,  si è già attivato  per fare chiarezza su questi passaggi di rami d’azienda e sui contributi richiesti dalla Mastermedia Club s.r.l., mentre il prossimo 29 gennaio 2019 si svolgerà presso il Tribunale Fallimentare di Taranto la rituale adunanza dei creditori della Jet s.r.l. in occasione della quale verrà valutata la massa debitoria ammessa alla procedura fallimentare.

Ecco la visura camerale che comprova il controllo della società MastermediaClub s.r.l. da parte dei fratelli Cardamone, cioè degli stessi proprietari della società fallita JET s.r.l. !

Visura Camerale Mastermedia




Basilicata. Contributo regionale a fondo perduto per attività di formazione nelle imprese

a cura di Nicole Conte-  Sercam Advisory

La Regione Basilicata intende sostenere la capacità competitiva dei sistemi produttivi regionali e l’adeguamento della professionalità dei lavoratori, attraverso la concessione di aiuti alle imprese interessate dalla realizzazione di attività di formazione continua rivolte al proprio personale operante nelle unità locali di produzione di beni e servizi ubicate nel territorio della Basilicata.

Soggetti beneficiari

Possono beneficiare dell’aiuto le imprese che alla data di candidatura del progetto formativo siano in possesso dei seguenti requisiti:

  1. a) avere la sede dell’impresa e/o almeno una sua unità locale, allocata sul territorio della Regione Basilicata;
  2. b) non aver cessato o sospeso la propria attività e di essere iscritta nel relativo registro di categoria;
  3. c) non trovarsi in stato di fallimento, di liquidazione coatta o di concordato preventivo, o di non avere in corso un procedimento di una di tali situazioni;
  4. d) non essere un’impresa in difficoltà;
  5. e) non aver commesso gravi infrazioni definitivamente accertate alle norme in materia di sicurezza e ogni altro obbligo derivante dai rapporti di lavoro;
  6. f) non aver commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento di imposte e tasse;
  7. g) osservare all’interno della propria azienda gli obblighi di sicurezza previsti dalla vigente normativa;
  8. h) non aver commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, alle norme in materia di contributi previdenziali e assistenziali;
  9. i) rispettare per il proprio personale il CCNL di riferimento;
  10. j) essere in regola con gli adempimenti degli obblighi occupazionali stabiliti dalla legge 12 marzo 1999, n. 68 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”;
  11. k) non essere destinataria di sanzione interdittiva;
  12. l) assenza di cause ostative previste dalla l. 575/65 e s.m.i (norme antimafia).

Tipologie di spese ammissibili

I costi ammissibili sono i seguenti:

  1. a) Le spese di personale relative ai formatori per le ore di partecipazione alla formazione;
  2. b) I costi di esercizio relativi a formatori e partecipanti alla formazione direttamente connessi al progetto di formazione, quali le spese di viaggio, i materiali e le forniture con attinenza diretta al progetto, l’ammortamento degli strumenti e delle attrezzature per la quota da riferire al loro uso esclusivo per il progetto di formazione. Sono escluse le spese di alloggio, ad eccezione delle spese di alloggio minime necessarie per i partecipanti che sono lavoratori con disabilità;
  3. c) I costi dei servizi di consulenza connessi al progetto di formazione;
  4. d) Le spese di personale relative ai partecipanti alla formazione e le spese generali indirette (spese amministrative, locazione, spese generali) per le ore durante le quali i partecipanti hanno seguito la formazione.

Entità e forma dell’agevolazione

L’agevolazione è concessa in conto capitale.

Scadenza

Le domande di sostegno devono essere presentata entro il 31 gennaio 2019.