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18 Luglio 2024 08:58
18 Luglio 2024 08:58

Anna Bettozzi, condanna ridotta in appello

"Ho commesso degli errori e sono pronta a pagare, ma non mai avuto nulla a che fare con la criminalità organizzata", aveva sostenuto difendendosi. La Corte d’Appello di Roma, pur infliggendo la condanna, almeno su questo punto sembra averle creduto. In attesa di eventuali impugnazioni dinnanzi alla Corte di Cassazione.
di Valentina Rito

Per Anna Bettozzi, ex showgirl, nome d’arte Anna Bettz, ereditiera del petroliere romana Sergio Di Cesare, è arrivata la sentenza di secondo grado. I giudici della corte di appello di Roma le hanno ridotto la pena: la precedente condanna dal Gup con rito abbreviato (che diminuisce di 1/3 la pena) a 13 anni e 2 mesi di reclusione , è stata riformata e ridotta a 11 anni e 6 mesi, cioè un anno e mezzo di pena cancellata. Sono state sanzionate anche con condanne emesse nei confronti di altre otto persone pene comprese tra i 6 e i 2 anni di carcere.

Imprenditrice, cantante, amica di magistrati, politici e vip, Anna Bettozzi, 64enne, nata a Porto Rotondo (Olbia) in Sardegna, aveva inizia il suo business come agente immobiliare. Nel 1999 il matrimonio con il petroliere De Cesare, poi il sequestro nella loro residenza sull’Appia Antica in cui vennero tenuti prigionieri da un gruppo di rapinatori che riuscirono a sottrarre soldi e gioielli per 100 milioni di vecchie lire. Ma la Bettozzi non si accontentava degli affari di famiglia lanciandosi nel mondo dello spettacolo come show girl e ballerina. Cambia nome nei primi anni 2000 assumendo il nome d’arte Anna Bettz e diventa una cantante. “Ecstasy” il suo primo videoclip, viene realizzato dallo stesso produttore di Madonna .

La Bettozzi venne fermata nel maggio del 2019 nell’ambito delle indagini della procura di Roma e della Guardia di Finanza. Fu bloccata a bordo di una Rolls Royce, in compagnia dell’ attore Gabriel Garko, alla frontiera di Ventimiglia mentre era diretta al Festival di Cannes. In quella occasione le Fiamme Gialle la trovo’ in possesso di 300mila euro in contanti e nel corso di una perquisizione in albergo a Milano le furono trovati altri 1,4 milioni di euro. Denaro successivamente posto sotto sequestro dagli inquirenti.

La Bettozzi e gli altri imputati coinvolti nell’inchiesta, a seconda delle rispettive differenti posizioni, erano accusati anche di associazione a delinquere, di un vasto giro di riciclaggio e autoriciclaggio, e di ripetute frodi nel settore degli oli minerali, con l’illecita commercializzazione di prodotti petroliferi. Contestazioni per gli inquirenti connesse dalla sinergia tra mafie e colletti bianchi, che avrebbe consentito alla camorra e ‘ndrangheta di far fruttare al massimo le frodi fiscali e di ripulire il denaro sporco. Un’accusa che la Bettozzi ha sempre respinto. “Ho commesso degli errori e sono pronta a pagare, ma non mai avuto nulla a che fare con la criminalità organizzata”, aveva sostenuto difendendosi. La Corte d’Appello di Roma, pur infliggendo la condanna, almeno su questo punto sembra averle creduto. In attesa di eventuali impugnazioni dinnanzi alla Corte di Cassazione.

Nel processo di appello è caduta l’aggravante mafiosa, una delle contestazioni più pesanti avanzate dalla Procura in uno dei filoni della maxindagine “Petrol Mafie Spa”, condotta tra le procure di Roma, Catanzaro, Reggio Calabria e Napoli. Nell’aprile del 2021, l’operazione dei reparti della Guardia di finanza e dello S.c.i.c.o. aveva portato a 56 arresti, 15 fermi e al sequestro di beni per quasi un miliardo di euro.

Il meccanismo illecito secondo gli investigatori delle Fiamme Gialle avrebbe comportato alle aziende utili da capogiro: all’epoca dell’arresto era emerso che il volume d’affari della società petrolifera della Bettozzi, grazie ai capitali sporchi riciclati della criminalità organizzata, aveva visto lievitare il fatturato ben 45 volte in 36 mesi. Al centro delle inchieste, la società “Max Petroli”, la cui amministratrice era la Bettozzi.

Dalle indagini della Guardia Finanza era emerso anche che era sempre la Bettozzi a gestire la società dopo la trasformazione in “Made Petrol Italia”, diretta formalmente da sua figlia Virginia Di Cesare, condannata a 8 anni. Per realizzare la frode fiscale sarebbero state utilizzate decine di società fittizie che avrebbero autoriciclato circa 180 milioni di euro. Il reato, per l’accusa, si sarebbe consumato attraverso la sospensione di imposte, prevista per gli idrocarburi, mentre le società di comodo, che non pagavano l’Iva e le accise al momento dell’immissione sul mercato, sarebbero servite per lo stoccaggio del prodotto. Il denaro sarebbe poi stato reinvestito in attività commerciali, immobili e contratti di sponsorizzazione. Intercettata al telefono , Anna Bettozzi diceva sua sorella Piera: “Io dietro c’ho la camorra“. Ed aggiungeva: “Io ho creato un impero tu ti fidi di me, io ho creato un impero nel mio piccolo”.

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