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26 Giugno 2022 01:03
26 Giugno 2022 01:03

Amara arrestato, indagato e processato in tutt’ Italia. Gli crede (e lo usa) solo la Procura di Potenza

Soltanto a Potenza la procura ha dato incredibilmente piena credibilità alle dichiarazioni di Amara dopo averlo arrestato in relazione all'inchiesta che ha falcidiato la Procura di Taranto mettendo fine alla carriera del procuratore Carlo Maria Capristo, attualmente sotto processo dinnanzi al Tribunale di Potenza, e su cui pende un altro procedimento che lo vede indagato insieme al prof. Ernesto Laghi.

L’ avvocato-faccendiere siciliano Piero Amara dopo otto mesi di detenzione, ha ottenuto la semilibertà, che gli consentirà di trascorrere le giornate fuori dal carcere di Spoleto, lavorando come cuoco nella mensa per i poveri della Caritas. La Procura di Milano non gli dato neanche il tempo a mettere piede fuori dal carcere che ha aperto una nuova inchiesta a suo carico sui contraddittori verbali che aveva firmato davanti ai pm Laura Pedio e Paolo Storari sulla famigerata “loggia Ungheria” . Verbali che hanno causato ad entrambi i magistrati non pochi problemi, venendo accusati di averli divulgati. Nei confronti della Pedio la Procura di Brescia ha appena chiesto l’archiviazione. Nei confronti del pm Storari l’accusa è già finita archiviata.

Adesso però il procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, e i pm Stefano Civardi e Monia Di Marco vogliono giustamente e dovutamente accertare e ricostruire come alcune fotografie di quei documenti siano uscite finendo nelle mani di Vincenzo Armanna. il quale insieme ad Amara, oltre a essere stati i testimoni del processo contro i vertici dell’Eni (conclusosi con l’assoluzione), sono entrambi collegati anche da un’altro procedimento, quello sul finto complotto Eni, per il quale, sempre a Milano, la Procura ha depositato una richiesta di rinvio giudizio.

L’ingresso agli uffici della Procura di Milano

Nel nuovo fascicolo d’indagine aperto dalla Procura di Milano è stato accertato che Vincenzo Armanna ha tirato fuori uno di quei fogli durante un interrogatorio svoltosi il 17 febbraio 2020 proprio davanti ai magistrati Pedio e Storari che indagavano sulla fantomatica “loggia Ungheria”. Il pm Storari ha davanti ai colleghi di Brescia ha dichiarato : “Armanna mi sventola in faccia una pagina dell’interrogatorio dell’11 gennaio 2020 di Amara dove si parla di Ungheria. Interrogatorio secretato ovviamente… e me la sventola la fotografia dove ci sono le firme…

Alla domanda dei magistrati sulla provenienza di quel documento secretato, come al solito arivano come di consueto balle…spacciate per spiegazioni. Prima parla di un ragazzino con la moto… poi fa il nome del dipendente della Polizia di Stato Filippo Paradiso arrestato con Amara a Potenza…. A quel punto il pm Storari avrebbe anche cercato di capirci qualcosa e spiega: “Perquisiamo Paradiso, lo sentiamo… e scopriamo che è una balla” e Storari si fa qualche idea: “Quello che verosimilmente è successo… a fine dicembre 2019 Amara chiede di rileggere gli interrogatori… Io non sono presente a questa rilettura…”. Storari non ricorda se in quel momento c’era anche la collega Pedio. Ma ipotizza che poteva esserci un ufficiale di pg che però sfortunatamente nel frattempo è deceduto.

Circostanze che chiaramente complicano le verifiche. I magistrati della Procura di Milano hanno in mano la versione di Armanna, il quale sostiene di aver ricevuto il documento da un emissario di Amara. A quel punto Amara, che in precedenza ha già negato, viene riconvocato per un nuovo interrogatorio. Nel frattempo però arriva la Procura generale di Perugia che ha contestato il provvedimento con il quale è stata concessa la semilibertà all’avvocato sostenendo che “questi abbia manifestato la volontà di ripudio della condotta in precedenza tenuta, mediante l’attività di collaborazione che sarebbe dimostrata da dichiarazioni, auto ed etero accusatorie, rese presso diverse autorità giudiziarie”.

Il procuratore generale di Perugia, Sergio Sottani ha così spiegato le ragioni che hanno spinto il suo ufficio a impugnare quella decisione: “Non è dimostrato che la collaborazione sia stata leale e piena, in quanto questi ha taciuto fatti di particolare gravità” aggiungendo che si sarebbe “in presenza di una commissione sistematica di reati gravissimi, con una disinvolta spregiudicatezza volta a destabilizzare le istituzioni”. Più di una Procura, infatti, in passato si è fatta portare per mano dall’avvocato. Il nuovo appuntamento con le sue dichiarazioni da collaborante in semilibertà smentito dalla Procura generale perugina è tornato in Procura a Milano.

Soltanto a Potenza la procura ha dato incredibilmente piena credibilità alle dichiarazioni di Amara dopo averlo arrestato in relazione all’inchiesta che ha falcidiato la Procura di Taranto mettendo fine alla carriera del procuratore Carlo Maria Capristo, attualmente sotto processo dinnanzi al Tribunale di Potenza, e su cui pende un altro procedimento che lo vede indagato insieme al prof. Ernesto Laghi. Procedimenti che di udienza in udienza stanno vedendo svanire nel nulla le accuse della Procura di Potenza, smentite dai presunti testimoni, dimostrando l’allegra gestione “mediatica” e l’insussistenza probatoria dei capi d’accusa.

Il procuratore capo di Potenza Francesco Curcio

Il procuratore capo di Potenza Francesco Curcio ha più volte cercato di alzare il livello delle sue inchieste, cercando di coinvolgere il “cerchio magico” di Matteo Renzi collegandolo alle vicende dello stabilimento siderurgico ex-Ilva di Taranto, acquisendo documenti dalle procure di mezz’ Italia, ma i legali del prof. Laghi hanno smontato le accuse facendole diventare un castello di aria di fantasiosi capi d’accusa.

Dietro le quinte delle vicende lucano-pugliesi si nasconde il tentativo della corrente sinistrorsa di Area di vedere accrescere le adesioni dei magistrati, gestendo non poche procure (Bari, Lecce, Taranto e Potenza) al cui vertice guarda caso sono stati nominati tutti magistrati di quella corrente, grazie anche al lavoro sotterraneo (ma anche pubblico) del capo delegazione di Area al Csm, Giuseppe Cascini, il quale ha cercato ripetutamente di sanzionare l’ex magistrato Capristo ora in pensione. E per capire la follia “sinistrorsa” basta ascoltare l’ultima udienza dinnanzi alla sezione disciplinare di piazza dei marescialli, dove persino il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione ha evidenziato la banalità delle accuse di Cascini a Capristo.

Resta da chiedersi a questo punto come Giuseppe Cascini dopo quanto emerso dalle sue chat con Luca Palamara possa rimanere al Consiglio superiore della magistratura? E i vertici del Csm, ad iniziare dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, come mai non dicono una parola a tal riguardo? A porsi questi interrogativi è stato dalle colonne del Fatto Quotidiano, giornale certamente non ostile nei confronti dei pm, l’ex presidente di sezione della Corte di Cassazione Antonio Esposito.

L’alto magistrato, da tempo editorialista sul giornale diretto da Marco Travaglio, è noto al grande pubblico per aver condannato  nel processo sui diritti Mediaset. Condanna che determinò la cacciata dell’ex premier dal Parlamento e per ciò solo “al di sopra di ogni sospetto”. Inoltre Esposito ha anche querelato Palamara dopo la pubblicazione del libro “Il Sistema” e quindi non può essere considerato certamente come un suo “sodale”. Riprendendo quanto scritto dal Riformista qualche giorno addietro, Esposito aveva raccontato i rapporti intrattenuti fra Palamara e Cascini, uno dei “capi” storici di Magistratura democratica (confluito in Area) . Giuseppe Cascini, componente della sezione disciplinare del Csm, era stato ricusato prima dello scorso Natale da Cosimo Ferri, sotto procedimento per aver partecipato alla cena dell’hotel Champagne a maggio del 2019 quando si discusse della nomina del nuovo procuratore di Roma.

l’ on. Cosimo Ferri ex leader di Magistratura indipendente

Ferri, prima di entrare in Parlamento era il leader di Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, aveva motivato la ricusazione facendo riferimento a una mail inviata da Cascini il 28 febbraio 2015 alla mailing list dell’Associazione nazionale magistrati e all’allora segretario di Mi. In questa mail si stigmatizzava il comportamento di Ferri che, a giudizio di Cascini, era entrato in quel periodo nella compagine governativa quale sottosegretario per interesse personale. Oltre a questa mail, Ferri aveva poi prodotto una dichiarazione rilasciata da Palamara al gup di Perugia Piercarlo Frabotta relativa a un incontro avuto con Cascini nel corso del quale quest’ultimo gli avrebbe perentoriamente detto: ”Non frequentare Ferri, non te lo dico più!”. Cascini, interrogato dal collegio che doveva decidere sulla sua ricusazione, si era difeso sostenendo che fosse stato Palamara a chiedergli un incontro per parlare dell’elezione del vice presidente del Csm.

Le chat presenti sul telefono di Luca Palamara acquisite dalla Procura di Perugia hanno però smentito la ricostruzione di Cascini, essendo stato lui a chiedergli l’incontro, peraltro avvenuto dopo l’elezione di David Ermini a vice presidente a settembre 2018. “C’è discordanza fra quanto detto da Cascini e le chat”, aveva replicato Ferri, presente all’interrogatorio. “È un fatto grave perché ha detto cose diverse“, aveva poi aggiunto Ferri prima che gli venisse bloccato il microfono. Sulla testimonianza non corrispondente a verità di Cascini, entra quindi in gioco il procuratore generale della Cassazione Salvi, anch’egli storico esponente di Magistratura Democratica (quello che guarda caso ha smarrito il suo telefono…) .

Luca Palamara e Giuseppe Cascini, rispettivamente ex presidente ed ex segretario dell’Associazione nazionale magistrati 

Salvi nel suo ruolo è il titolare dell’azione disciplinare nei confronti di tutti i magistrati italiani. Azione disciplinare esercitata in regime di monopolio in quanto la ministra della Giustizia Marta Cartabia, a cui la Costituzione assegna tale potestà, vi ha rinunciato per evitare “sovrapposizioni” con la Procura generale. In una conferenza stampa nell’aula magna della Cassazione a giugno 2020, indetta per annunciare le iniziative disciplinari conseguenti lo scoppio del “Palamaragate”, Salvi aveva tranquillizzato i presenti rassicurandoli che non stava di certo, testualmente, “ciurlando nel manico”.

Come racconta il collega Paolo Comi sulle colonne del quotidiano Il Riformista, “Proprio a questo fine la Procura generale ha elaborato dei criteri di valutazione del materiale (chat, ndr) che ci è stato sottoposto. Questi criteri sono stati elaborati dal gruppo di lavoro che è composto dai magistrati che mi sono a fianco, cioè il procuratore aggiunto Luigi Salvato che è il responsabile del settore disciplinare e dall’avvocato generale  Piero Gaeta che è responsabile del settore pre-disciplinare, nel settore dove viene fatta una valutazione del materiale informativo che arriva per cui decidere se aprire la fase disciplinare o archiviare la procedura“.

Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione

E tutto ciò pur essendo Salvi, Salvato e Gaeta coinvolti nelle chat di Palamara per avergli richiesto, direttamente o indirettamente di essere nominati ad incarichi direttivi. Il sospetto, legittimo, è che Salvi non apra un fascicolo su Cascini perché, a parte la comune appartenenza correntizia sarebbe costretto ad aprilo anche su se stesso. L’anno scorso, per questo aspetto, un gruppo di magistrati appartenenti ad Articolo 101, il gruppo “anti correnti” aveva chiesto ai diretti interessati di chiarire i rapporti con Palamara emersi dalle chat e riportati nel suo libro scritto con il direttore di Libero Alessandro Sallusti.

Si tratta di fatti che, ove fossero veri, sostiene Il Riformista (e noi concordiamo con i colleghi) gettano un’ombra inquietante sia sui loro asseriti protagonisti che sulla sorprendente circolare dello stesso Procuratore generale che “assolve per principio chi raccomanda se stesso per incarichi pubblici e chi quella raccomandazione accetta”, ricordavano le toghe. “Appare evidente – proseguiva l’appello dei magistrati non “lottizzati” e schierati politicamente – che la gravità delle accuse rivolte pubblicamente e ora note a tutti e la rilevanza dei ruoli ricoperti nell’assetto costituzionale da Salvi e Cascini impongono loro di smentire in maniera convincente i fatti o dimettersi dalle cariche ricoperte. “Confidiamo che Salvi e Cascini sapranno scegliere una delle due alternative. Lo devono alla Repubblica italiana alla quale hanno prestato, come noi, giuramento di fedeltà”.

Risultato ? Silenzio assoluto. Come se nulla fosse accaduto, tutti attaccati alle proprie poltrone, salvandosi a vicenda. E poi certe persone parlano di “giustizia” e di indipendenza della Magistratura….La realtà è che neanche “mastro” Geppetto, l’inventore di Pinocchio avrebbe saputo e potuto fare di meglio !

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