Bancarotta Ilva: Fabio Riva assolto dal Tribunale di Milano

MILANO – Il Gup del Tribunale di Milano Lidia Castellucci, al termine del processo con rito abbreviato, ha assolto Fabio Riva, che era presente in aula alla lettura della sentenza,  dall’accusa di bancarotta per il dissesto finanziario dell’ILVA di Taranto ( commissariata e poi venduta ad Arcelor Mittal ) “perché il fatto non sussiste” .

A Fabio Riva che è stato presidente del gruppo Riva e la sua famiglia è stata proprietaria dell’acciaieria tarantina  in passato erano stati respinti due tentativi di patteggiamento perché le pene proposte erano state considerate “incongrue“.

La Procura di Milano, aveva chiesto nei confronti di Fabio Riva una condanna superiore a 5 anni di reclusione, aspetta di leggere le motivazioni ma ha già preannunciato ricorso in appello. “Siamo molto soddisfatti”, hanno commentato i legali di Fabio Riva,  che era assistito dall’avvocato Salvatore Scuto e dall’avvocato Giampaolo Del Sasso.

Non si aggrava conseguentemente la posizione giudiziaria di  Fabio Riva che in questo momento deve ancora finire scontare  una condanna definitiva a 6 anni e 3 mesi in detenzione domiciliare, per associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato, in relazione all’ indebita percezione societaria nel 2008-2013 di 100 milioni di euro di contributi della “legge Ossola” alle imprese che esportavano.




La prima sentenza del Tribunale di Milano nella causa "pilota" dei creditori ILVA in Amministrazione Straordinaria

ROMA – Ecco la prima sentenza del Tribunale di Milano nella causa pilota relativamente alle opposizioni allo stato passivo proposte dai creditori di Ilva S.p.A. in amministrazione straordinaria. Nel gennaio 2015, a seguito dell’avvio del procedimento di amministrazione straordinaria delle aziende del gruppo Ilva tutte le società creditrici si erano rese drammaticamente  conto che i loro ingentissimi crediti sarebbero stati pagati in moneta fallimentare

Per le piccole medie imprese rappresentò un gravissimo danno quantificato in circa 150 milioni di euro. La politica cercò di ovviare a questo problema, inizialmente non considerato, introducendo in sede di conversione del “Decreto Taranto” (n. 1/2015) una norma che modificando la legge Marzano inseriva nell’art.3 il comma 1-ter  testualmente prevedendo l’attribuzione del beneficio della prededuzione per i crediti vantati dalle P.M.I. nei confronti delle aziende poste in amministrazione straordinaria che gestiscono (come Ilva) uno stabilimento di rilevanza strategica nazionale.
Tutto ciò  a condizione che le forniture e lavorazioni fossero atte a consentire l’attuazione di interventi necessari alla salvaguardia ambientale, alla sicurezza ed alla continuità produttiva degli impianti essenziali, nonchè a  tutti quegli interventi necessari a consentire l’attuazione del D.P.C.M. 2014 ( c.d. A.I.A.) . Importante ricordare che il 19 febbraio 2015 sul sito del MISE  apparve una dichiarazione stampa nella quale si enfatizzava l’approvazione da parte del Senato della Repubblica di tale norma precisando che la stessa avrebbe riguardato tutti gli interventi necessari a consentire la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti posti all’interno dello stabilimento Ilva.
Da parte del legislatore di fatto venne compiuta un’attività di evidente giustizia sociale, nell’espressa considerazione che gli sventurati imprenditori, soprattutto quelli locali, si erano visti di fatto opporre una procedura concorsuale che aveva riguardato un’azienda che prima della gestione dalla parte dello Stato, aveva dei bilanci assolutamente floridi. Peraltro i politici dell’epoca ed il commissario governativo Piero Gnudi avevano ripetutamente assicurato nel secondo semestre 2014 che alcun pregiudizio ci sarebbe stato per le aziende locali che con il loro operato avevano di fatto contribuito a mantenere in piedi l’ Ilva.
Ma purtroppo come molto, troppo spesso accade in Italia una volta fatta la Legge ecco che si oppone l’eccezione! Infatti i Commissari Straordinari nominati dal Governo si opposero  sin dal primo momento della fase di verifica dei crediti, negando con fantomatiche  argomentazioni il beneficio fiscale richiesto della prededuzione. Tutto questo ha reso necessarie ed indispensabili centinaia di  opposizioni allo stato passivo  del fallimento ILVA, che hanno letteralmente ingolfato il Tribunale di Milano.
Alcuni magistrati consapevoli  di queste problematiche, circa un anno fa,   invitarono le parti a definire transattivamente i contenziosi, concedendo loro un rinvio di circa otto mesi per raggiungere un accordo. Ma ancora una volta i Commissari, nello scorso mese di febbraio sono clamorosamente venuti meno alle loro precedenti promesse ed assicurazioni chiaramente verbali, e quindi il Tribunale di Milano ha dovuto decidere.
La sentenza del tribunale di Milano è quella resa nella causa “pilota”, patrocinata dagli avvocati Pierfrancesco Lupo e Lorenzo Vieli del Foro di Taranto, sarà continuamente citata richiamata in tutti i giudizi pendenti. La decisione del tribunale di Milano, seppure vittoriosa per i due legali tarantini non li soddisfa pienamente, in quanto  disconosce il carattere di prededucibilità dei crediti maturati per prestazioni rese nell’ambito della cosiddetta  area a freddo, ma d’altra parte costituisce indubbiamente una affermazione delle tesi faticosamente propugnate. “Sono particolarmente soddisfatto – commenta l’ Avv. Luponella espressa considerazione che la mia battaglia oltre che giuridica è stata portata avanti nei confronti del Governo, ed in particolare del MISE., che nelle varie rappresentanze politiche succedutesi dal 2015 si è di fatto sempre posto di traverso nei confronti dei sacrosanti diritti della imprenditoria locale”
Sottrarre alle imprese di un territorio martoriato – che già aveva risentito del default del Comune  di Taranto – ulteriori 150 milioni di euro,  ha costituito una insopportabile mazzata economica per l’impresa jonica. Va reso merito e va considerato che la stragrande maggioranza degli imprenditori tarantini non hanno mai fatto mancare ai loro dipendenti alcuno stipendio, mentre nello stesso tempo si sono visti richiedere dallo Stato, con un vergognoso rigore,  il pagamento dell’Iva sulle fatture mai incassate dall’ Amministrazione Straordinaria dell’ ILVA.
sentenza ILVA_compressed (1)
Ovviamente questa è una prima battaglia vinta, ma la guerra è ancora lunga. Tra l’altro resta da comprendere se alla fine ci sarà un attivo utile che consenta il pagamento dei crediti prededucibili. Ma questa è tutta un’altra storia!



L' Agenzia delle Entrate chiede 14,5 milioni a Fabrizio Corona per tasse evase

MILANO – L’Agenzia delle Entrate chiede a Fabrizio Corona e alle sue società circa 14,5 milioni di tasse non versate: la richiesta emerge durante un’udienza tecnica del procedimento in corso davanti alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, che nei mesi scorsi ha confiscato la casa dell’ex agente fotografico – un appartamento in zona corso Como sempre a Milano – e alcune centinaia di migliaia di euro di contanti, quelli trovati in un controsoffitto della casa di una collaboratrice di Corona.

Nel procedimento l’Agenzia delle Entrate si è presentata come creditore nei confronti dell’ex ‘re dei paparazzi’: in questa fase, infatti, concluse le procedure sulle confische dei beni, si passa alla ‘verifica crediti’ durante la quale, appunto, chi ritiene di essere creditore del soggetto a cui sono stati confiscati i beni può chiedere di entrare nel procedimento per recuperare i suoi soldi. Ecco perché l’Agenzia delle Entrate si è presentata in aula, producendo una lunga serie di cartelle esattoriali per una cifra superiore ai 14 milioni di euro. Il giudice Giuseppe Cernuto, però, non ha ammesso i crediti vantati dall’Agenzia delle Entrate, spiegando che semmai l’ente deve andare a chiedere quei soldi direttamente all’ex agente fotografico che lavora e produce reddito, ma non può entrare in questo procedimento che riguarda beni confiscati (e infatti nel procedimento si è costituita anche l’Agenzia dei beni confiscati).

Con 4 ospitate in tv incassa 200 mila euro Fabrizio Corona lavora e produce reddito anche con le ospitate in tv e, ad esempio, con quattro apparizioni televisive negli ultimi mesi ha incassato circa 200 mila euro come è emerso dal procedimento dinnanzi alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale milanese nel provvedimento. Lo scorso aprile, infatti, la Sezione misure di prevenzione, presieduta da Fabio Roia, aveva disposto la confisca della casa di Corona di via de Cristoforis, zona della movida milanese, intestata fittiziamente, secondo gli accertamenti, al suo ex collaboratore Marco Bonato.

Dopo la conclusione della fase delle confische, si è aperta appunto la fase tecnica della ‘verifica crediti’, nella quale coloro che ritengono di essere creditori del soggetto a cui sono stati confiscati beni possono chiedere di entrare per recuperare soldi. Proprio in questa fase si è presentata l’Agenzia delle Entrate depositando una sfilza di cartelle esattoriali per un totale di oltre 14 milioni, non ammessi, però, come crediti dal Tribunale milanese. Il giudice ha deciso, invece, di disporre approfondimenti su una contestazione per 190 mila euro di multe non pagate a carico di Bonato. Quasi 1,9 milioni di euro degli oltre 2,6 milioni in contanti, che vennero sequestrati nel 2016 all’ex agente fotografico,  parte in un controsoffitto in una casa di Milano e in parte in una banca  Austria, sono tornati, su decisione dei giudici (Rispoli-Cernuto-Pontani), nelle mani dell’ex ‘re dei paparazzi’, o meglio di due società comunque a lui “riconducibili”.




Assolto in appello Marcello Dell’Utri dall'accusa di frode da 43 milioni e bancarotta,

di Federica Gagliardi

MILANO – La Corte d’appello milanese ha assolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri dalle accuse di bancarotta e una frode fiscale da 43 milioni. Gli avvocati Francesco Centonze e Francesco Bordiga difensori del fondatore di Forza Italia, hanno contestato la mancata richiesta di estradizione di Dell’Utri, dopo che il loro cliente era stato in Libano, all’indomani della sentenza della Cassazione a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Per questa vicenda Marcello Dell’Utri era stato condannato dal gip Sacco del Tribunale di Milano a 4 anni in abbreviato. Secondo le indagini della procura di Milano, Dell’Utri, tra il 2005 e 2011 avrebbe frodato l’erario per non aver versato l’Iva pari a una cifra di oltre 43 milioni di euro. Frode realizzata attraverso gli spazi commerciali venduti dalle concessionarie (non indagate) Publitalia 80 per le reti Mediaset e dalla società  Sipra per le reti Rai, con l’interposizione ed utilizzo di società “cartiere” (Ics), e tramite fatture inesistenti per circa 258 milioni.




Monte Paschi Siena. Profumo e Viola a processo per “ostacolo alla vigilanza”

MILANO –  Il gup di Milano Alessandra Del Corno ha rinviato a giudizio gli ex vertici della banca toscana, Alessandro Profumo (attuale amministratore delegato del gruppo Leonardo) e Fabrizio Viola nonostante la procura milanese, attraverso i pm Baggio e Clerici, aveva chiesto l’archiviazione nei confronti dei due imputati principali . Il processo inizierà il 17 luglio. L’accusa di ostacolo agli organi di vigilanza e riferita allo stato dei bilanci della banca senese in merito alla tossicità dei derivati.

Tra i rinviati a giudizio dal Tribunale di Milano, compaiono anche l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori e la stessa banca Monte dei Paschi di Siena per “responsabilità oggettiva”. Salvadori era imputato di falso in bilancio e aggiotaggio, ma da questa seconda accusa è stato prosciolto.  Nel filone principale a carico degli ex vertici del Monte dei Paschi (tra cui Mussari e Baldassarri), erano stati iscritti anche i nuovi vertivi. L’ipotesi era che anche Profumo e Viola conoscessero i bilanci della banca e passivi legati ai titoli derivati “Alessandria” e “Santorini“, i quali però non erano stati contabilizzati, così celando un buco monstre nei conti.

A conclusioni delle indagini la procura di Milano aveva però chiesto l’archiviazione di Profumo e Viola, decisione che non ha trovato d’accordo  però la procura generale milanese che  non ha condiviso questa linea e fatto riaprire il procedimento. E ieri anche il giudice delle udienze preliminari ha dato torto ai pm Baggio e Clerici. 




Per i giudici di Milano, Fabrizio Corona: “Ora non è pericoloso” ma la realtà è ben diversa !

ROMA – La Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto la restituzione di circa 1,9 milioni di euro che erano stati sequestrati nel 2016 a Fabrizio Corona su un totale di circa 2,6 milioni trovati in parte in Austria e in parte in un controsoffitto, chiarendo che le somme sono state “lecitamente guadagnate” e trattenendo la parte di imposte non ancora versate.  I giudici hanno disposto, invece, la confisca della sua casa di via De Cristoforis 13 a Milano

Alcuni giorni fa la Corte di Cassazione aveva accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro l’ex agente di fotografi da poco uscito dal carcere, e assegnato in affidamento terapeutico presso una comunità di recupero, stabilendo la validità degli avvisi di accertamento per evasione delle imposte dirette e dell’Iva nel periodo 2004-2005 in relazione ai conti della sua società fotografica, la “Coronas” finita in dissesto e con i creditori alle porte. Gli ermellini nel provvedimento evidenziano che “l’abilità di Fabrizio Corona è stata tale da comprendere lo sfruttamento commerciale dello stesso stato detentivo cominciato nel gennaio 2013, tramite l’alimentazione di una serie di interviste, servizi tv, presenze sui social, pubblicazione di libri di memorie e avviamento di progetti anche meno convenzionali e più fantasiosi, come il lancio di un prosecco

Come precisato nel provvedimento della Cassazione, quei soldi, ad ogni modo, dovranno tornare alla Fenice srl in liquidazione” e alla Atena srl, le due società “riconducibili” all’ex agente fotografico. Gli stessi giudici evidenziano la “pericolosità sociale storica” di Corona fino al 2013 e dei tanti reati tributari da lui commessi , segnalando correttamente che   “negli ultimi 18 mesi” Corona ha ripianato i debiti fiscali suoi e delle sue società.

I comportamenti di Corona sono tornati alla ribalta delle cronache negli ultimi giorni per una lite in strada, fuori da una nota discoteca di Milano, per un Rolex da 15-20mila euro rubato: un video diffuso in rete mostrava l’ex manager dei paparazzi durante una discussione accesa con un suo ex collaboratore, accusato proprio da Corona di avergli rubato l’orologio.  Il video diffuso in rete da MilanoToday e trasmesso sabato anche da Striscia la Notizia ritrae Fabrizio Corona mentre si allontana dal luogo del litigio urlando “ti vengo a prendere a costo di tornare in galera.

Non contento alcuni secondi dopo torna indietro  attraversa la strada, raggiunge l’ingresso e continua a rivolgersi con toni violenti all’interlocutore dicendogli: “Devi chiedermi scusa in ginocchio, pezzo di m…“. In un passaggio sembra che sferri un calcio, sottolineato da un verso di sorpresa dei presenti. Il filmato si interrompe mentre l’azione è ancora in corso. Le forze dell’ordine, per quanto comunicato finora, non hanno ricevuto segnalazioni per l’episodio. Il legale di Corona, avvocato Mario Chiesa ha precisato che la lite è accaduta intorno alle 20, in un orario in cui Corona poteva essere in giro, visto che l’orario di rientro, secondo le prescrizioni della Sorveglianza, alle 20.30. Ma le prescrizioni e l’orario non consentono comportamenti del genere con minacce esplicite di atti violenti.

Corona attende l’udienza fissata il prossimo 19 giugno davanti al Tribunale di Sorveglianza di Milano per sapere se i giudici annulleranno, come richiesto dal suo legale, una revoca dell’affidamento in prova disposta nell’ottobre del 2016 quando fu arrestato per i soldi nascosti nel controsoffitto. Nella stessa udienza i giudici milanesi dovranno decidere anche se confermare o meno l’affidamento terapeutico ottenuto lo scorso 21 febbraio, la confisca dei soldi e dell’appartamento sequestrati a Corona.

Corona si trova in una delicata posizione costantemente monitorata dalla magistratura di sorveglianza, visto che è in affidamento terapeutico dal 21 febbraio scorso, quando ha potuto lasciare il carcere di San Vittore. Si attende di capire se quest’ultima lite avrà ripercussioni sul suo percorso giudiziario e se comporterà l’annullamento della misura. Neanche un mese fa, infatti, la misura era stata messa a rischio da un video postato su Facebook. La Procura generale aveva chiesto la revoca dell’affidamento, mentre il giudice lo aveva perdonato invitandolo, però, a rispettare i divieti (tra cui, appunto, quello dell’utilizzo dei social).

 

Ma ancora una volta Fabrizio Corona vive e si comporta in spregio alle rigorose norme di legge che dovrebbe invece rispettare. O forse per qualche giudice della Sorveglianza di Milano, ci sono condannati di serie A e di serie B….




Emilio Fede condannato per i fotoricatti. Il Tribunale: ”Minacce anche a Berlusconi ma senza successo”

ROMA – Dopo il licenziamento da parte di Mediaset l’ex direttore del Tg4 Emilio Fede, mostrò “una fotografia artefatta ritraente uno dei principali dirigenti dell’azienda in atteggiamenti compromettenti” consegnandola anche “nelle mani di Silvio Berlusconi, come ha confessato lo stesso giornalista, e fece leva su “un indebito strumento di pressione basata sulla sottintesa possibilità che l’immagine venisse diffusa”. E quello che ha scritto il giudice Alberto Carboni, nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 15 giugno, ha condannato Fede a 2 anni e 3 mesi per la vicenda dei falsi fotomontaggi ‘hot’ che, secondo la pubblica accusa, Fede avrebbe fatto confezionare per ricattare i vertici del gruppo Mediaset , quando venne licenziato nel 2012. Lo scopo era di ottenere un accordo transattivo per un’ uscita più vantaggiosa. Il giudice, che ha riqualificato l’accusa di estorsione,  in “tentata estorsione” , motivando che Berlusconi mostrò “disinteresse per i fotomontaggi esibiti da Emilio Fede“.

Secondo le indagini coordinate dal pm Silvia Perrucci, il giornalista avrebbe incaricato nel 2012  il suo ex personal trainer Gaetano Ferri, già condannato in appello per questa vicenda, e ad altre due persone di realizzare due fotomontaggi compromettenti che ritraevano Mauro Crippa il direttore generale dell’informazione Mediaset,  così come il presidente dell’azienda Fedele Confalonieri. Il pm nella sua requisitoria, ha sostenuto che Fede attraverso una serie di “pressioni e minacce“, avrebbe costretto “Crippa, Confalonieri ma anche lo stesso Silvio Berlusconi” a fargli avere “un accordo più vantaggioso con una buonuscita di 820 mila euro e un contratto di collaborazione di 3 anni“.

Il capo di imputazione relativo all’accordo, che era contestato come estorsione, è stato tuttavia riqualificato dal giudice come un tentativo di estorsione. Reato quest’ultimo, invece, contestato dal pm e confermato dal giudice per il presunto confezionamento delle fotografie che era avvenuto in precedenza. Il giudice ha disposto una provvisionale di risarcimento di 20mila euro a carico di Fede in favore di Crippa, difeso dal legale Edda Gandossi, e di 2 mila euro a favore di Ferri, parte civile in questo processo per una vicenda di violenza privata riqualificata

 Nel processo erano parti offese Rti-Mediaset e Confalonieri con il legale Lucio Lucia.  Emilio Fede di recente è stato anche condannato a 3 anni e mezzo per il caso del prestito di Berlusconi a Lele Mora per salvare la sua agenzia Lm Management circostanza in cui  Fede secondo le evidenze investigative ha trattenuto per sé circa 1,1 milioni di euro.



Emilio Fede condannato a 3 anni e mezzo per la bancarotta della società di Lele Mora

MILANO – I giudici del Tribunale di Milano hanno condannato ieri Emilio Fede a 3 anni e mezzo di carcere per “concorso in bancarotta” nell’ambito della vicenda legata al fallimento della società di Dario (Lele Mora) il quale patteggiando è uscito dal processo, e del contestato dirottamento a suo favore di 1,1 milioni di euro della somma stanziata da Silvio Berlusconi per salvare la società dell’ex agente delle stars televisive. Il Tribunale ha anche sentenziato una provvisionale nei confronti di Emilio Fede che adesso dovrà immediatamente  risarcire la curatela del fallimento per intero la somma distratta all’impresa di Dario (Lele) Mora .

 I giudici hanno emesso una sentenza di condanna persino più alta di quella  chiesta dal pubblico ministero milanese, Eugenio Fusco, che dinnanzi alla Terza Sezione Penale del tribunale di Milano presieduta dal giudice dr.  Ilio Mannucci,  aveva richiesto tre anni di carcere per concorso in bancarotta, per distrazione, per l’imputato. Fede, secondo le indagini della procura milanese , avrebbe accompagnato Mora a Villa San Martino ad Arcore, facendo pressioni su Berlusconi affinchè gli concedesse un importante prestito milionario. Ed, appena il denaro veniva concesso ed erogato, Fede chiedeva per sé  il 40 per cento a Mora  del denaro ricevuto dal generoso Cavaliere.
“Il finanziamento sarebbe servito per sanare la disastrosa situazione – aveva detto il pm Fusco –  in cui versava l’impresa di Mora. Quei denari non dovevano essere dirottati in parte a Fede per i suoi buoni uffici presso Berlusconi. Non ne aveva diritto“.
 Emilio Fede, i cui difensori hanno preannunciato l’intenzione di ricorrere chiaramente appello, ha così commentato: “Non voglio esprimere rabbia perché non è giusto, continuerò a difendermi, verrà l’Appello e poi la Cassazione. Spero solo di arrivare a vedere la sentenza definitiva“. Nel frattempo però gli tocca pagare un milione di euro.



ILVA. Firmata la transazione: rientrano 1,3 miliardi di euro

MILANO – Adriano Riva ha firmato oggi la transazione per il rientro dalla Svizzera in Italia di 1,3 miliardi di euro in gran parte destinati alla bonifica dell’ILVA di Taranto e di cui 230 milioni verranno impiegati per la gestione ordinaria della società. La firma ai documenti che sbloccano la somma è stata apposta stamane in un noto studio legale di Milano,  dopo la pronuncia favorevole della Corte del Jersey (isola del Canale), poichè i fondi  risultavano formalmente nella disponibilità di Ubs Trustee di Saint Helier, capitale dell’isola di Jersey, che amministra i quattro trust proprietari dei beni, riconducibili alla famiglia Riva. Per lo sblocco dei fondi su un conto della Banca Ubs a Zurigo, per il rientro effettivo della somma in Italia bisognerà attendere i tempi tecnici e alcuni passaggi burocratici.

La firma apposta da Adriano Riva imputato per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori, rende esecutivo l’accordo raggiunto lo scorso dicembre tra la famiglia Riva, le società del gruppo, e i commissari straordinari di ILVA. Un accordo mette a disposizione dell’ acciaieria di Taranto “somme e titoli per circa 1,1 miliardi di euro“, che erano bloccati in Svizzera dopo un sequestro disposto dalla Procura di Milano nell’ambito dell’indagine sulla gestione del colosso siderurgico e il “crac” del gruppo Riva a Taranto.

L’accordo prevede degli impegni assunti dalla famiglia Riva e dalle società da lei controllate, che ILVA “rinunci a qualunque pretesa nei confronti degli esponenti della famiglia Riva e delle società loro riconducibili, ponendo fine al vasto contenzioso in essere nell’ambito di una transazione di carattere generale che comprende reciproche rinunce“.

Il gup del Tribunale di Milano Chiara Valori ha accolto la richiesta di patteggiamento a due anni e sei mesi di carcere avanzata da Adriano Riva accusato per bancarotta, truffa e trasferimento fittizio di valori per il processo con al centro il crac dell’ILVA di Taranto. Riva ha rinunciato anche alla prescrizione del reato di trasferimento fittizio di beni. Ora sono attese le proposte di patteggiamento di Fabio e Nicola Riva, i figli del patron scomparso Emilio, per i quali l’udienza preliminare è stata aggiornata al 6 prossimo luglio.

Secondo fonti vicine alla procedura, nei prossimi giorni,  a seguito dell’accordo raggiunto e formalizzato, finalmente senza ulteriori ostacoli da parte di qualche magistrato desideroso di visibilità, si procederà all’aggiudicazione definitiva degli asset del gruppo in amministrazione straordinaria.




ILVA: Adriano Riva a Milano rinuncia alla imminente prescrizione

MILANO Adriano Riva, fratello di Emilio Riva l’ ex patron dell’Ilva deceduto 3 anni fa, attualmente accusato di bancarotta, truffa allo Stato e trasferimento fittizio di valori, nel procedimento sul crac del gruppo che controllava il colosso siderurgico, ha deciso di rinunciare alla prescrizione che sarebbe scattata a fine mese per l’imputazione di trasferimento fittizio nell’ambito di una nuova istanza di patteggiamento presentata oggi al gup di Milano Chiara Valori.

nella foto il Tribunale di Milano

Davanti al gup punteranno a patteggiare anche Fabio e Nicola Riva (non hanno presentato istanze), dopo che lo scorso 14 febbraio il gip Maria Vicidomini  in fase di indagini preliminari aveva respinto le richieste di patteggiamenti per i tre indagati, i quali avevano ricevuto il consenso dei pm, ritenendo troppo bassa l’entità delle pene.  Lo stesso giudice, tra l’altro, nel provvedimento aveva bocciato anche l’intesa con cui i Riva, lo scorso dicembre, hanno dato l’assenso a far rientrare in Italia 1,33 miliardi di euro per metterli a disposizione della bonifica ambientale dello stabilimento tarantino proprio in vista dei patteggiamenti in sede penale.

I sostituti procuratori della repubblica di Milano  Stefano Civardi e Mauro Clerici, a quel punto, hanno concluso le indagini ed  hanno inoltrato al gup il 3 marzo scorso  la richiesta di rinvio a giudizio. Adesso in udienza preliminare i legali della difesa dei Riva potranno provare nuovamente a presentare delle nuove istanze di patteggiamento per i loro assistiti e oggi, infatti, i legali di Adriano Riva hanno depositato una nuova richiesta al gup (che ha ricevuto il parere favorevole della Procura milanese) a condizioni più gravose della precedente, tra le quali appunto la rinuncia alla prescrizione che sarebbe scattata a breve per uno dei tre reati che gli vengono contestati.

Il gup Valori ha rinviato l’udienza  in attesa della decisione della Royal Court del Jersey prevista per il prossimo 12 maggio sullo svincolo di 1,3 mld di euro, somma che i Riva vorrebbero far rientrare in Italia e mettere sul piatto per i patteggiamenti, e che sono attualmente custoditi in 7 trust e sequestrati nell’inchiesta, anche gli altri due indagati si presenteranno in udienza il prossimo 17 maggio con nuove istanze di patteggiamento .

nella foto il Tribunale svizzero

Sul rientro in Italia di quei soldi destinati alla bonifica dello stabilimento siderurgico di Taranto dovrà esprimersi il Tribunale di Losanna il prossimo 31maggio, in quanto occorre la decisione preliminare della Royal Court del Jersey che dovrebbe dare il necessario semaforo verde al trasferimento e rientro dei soldi in Italia.

P.S. va riconosciuto ad Adriano Riva il coraggio di rinunciare alla prescrizione, al contrario di un giornalista tarantino (che segue notoriamente le vicende giudiziarie dell’ ILVA)  nel suo poco glorioso passato in cui non ha avuto analogo coraggio salvandosi da una sentenza penale solo e soltanto grazie alla prescrizione in appello…




ILVA. Lo Stato contro lo Stato: il Gup del Tribunale di Milano dice “no” al patteggiamento della Procura con i Riva

di Antonello de Gennaro

Non sbaglia chi definisce una telenovela il salvataggio dell’Ilva di Taranto da parte dello Stato. Il Gup del Tribunale di Milano, Maria Vicedomini, questa mattina ha respinto le istanze di patteggiamento che si aggiravano sui 3 anni di carcere concordate con la Procura di Milano, presentate dai legali di  Adriano Riva  Fabio Riva e Nicola Riva . Ironia della sorte, proprio questa  mattina, gli avvocati degli imputati, avevano chiesto un rinvio in quanto non era ancora stato definito l’accordo per fare rientrare il miliardo e 100 milioni di euro bloccati in Svizzera e pronti a essere reinvestiti per la bonifica dello stabilimento di Taranto. In poche parole l’accordo, al quale hanno lavorato per mesi avvocati penalisti e civilisti e il procuratore della Repubblica Francesco Greco con i pm titolari dell‘indagine Stefano Civardi e Mauro Clerici, risulta bocciato su tutta la linea

Ma secondo il  gup milanese Maria Vicidomini , passata alla ribalta per aver prosciolto Silvio Berlusconi per il caso Mediatrade e per aver stabilito in un provvedimento di archiviazione con il quale ha archiviato una querela per diffamazione, affermando che “non è diffamazione dichiarare che la Lega è un partito razzista“,  l’accordo fatto dalla Procura di Milano con i legali dei Riva non s’ha da fare !  Lo ha stabilito il gip Vicedomini nel  suo decreto : “Le richieste» di patteggiamento avanzate da Adriano, Fabio e Nicola Riva,non possono essere accolte per assoluta incongruità delle pene concordate … a fronte dell’estrema gravità dei fatti contestati, costituiti … da plurimi reati di bancarotta fraudolenta caratterizzati da numerose distrazioni asseritamente realizzate attraverso le complesse operazioni di importi rilevantissimi ai danni della società Riva Fire spa ed Ilva spa“.
Il giudice non solo non ha  ritenuto congrue le pene ma boccia pure l’intesa raggiunta dalla Procura milanese (e parallelamente anche il processo Ambiente Svenduto a Taranto)  spiegando che in realtà si tratta di  “una bozza di transazione” con la quale la famiglia  Riva ha dato l’assenso lo scorso 2 dicembre  a far rientrare in Italia il miliardo e 330 milioni di euro, in gran parte sequestrato in una delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Milano  e “bloccato” su un conto presso la Banca UBS in Svizzera, per metterlo a disposizione della bonifica ambientale dello stabilimento tarantino. Una somma, questa, che i Riva  avevano messo sul tavolo delle trattative parallele con le Procure di Milano e Taranto  nella convinzione di poter beneficiare di un atteggiamento più morbido nella definizione delle pene e della concessione delle attenuanti generiche, invece “non applicabili” secondo  il gip Vicidomini,

L’accordo si legge nella decisione del Gup , essendo onnicomprensivo e “raggruppando in maniera generica una molteplicità di reciproche rinunce ad azioni esercitabili in sede civile, amministrativa e penale, rischia di tradursi in una sostanziale e totalizzante abdicazione (…) alla tutela di molteplici e variegati interessi non solo da parte degli imputati ma anche del commissario straordinario di Ilva spa e del curatore speciale di Riva Fire nei confronti di coloro che hanno il diritto ad essere risarciti. Interessi questi “che richiederebbero altre forme di salvaguardia” ed aggiunge il giudice Vicedomini “esula dai profili strettamente risarcitori dei danni correlabili ai reati” e mancherebbero secondo il Tribunale di Milano pure le condizioni per la confisca del denaro.  In realtà per lo sblocco dei soldi manca soltanto la pronuncia della Corte di Jersey. Ma l’udienza è stata rinviata al 9-10 marzo per una indisponibilità di un giudice, e non come qualche “scribacchino”  tarantino voleva far credere sostenendo che non ci fossero più i fondi disponibili .  Infatti  il Tribunale federale di Losanna nel frattempo ha spostato al 31 marzo la decisione sullo sblocco dei fondi sequestrati e custoditi in Svizzera.

 

Non è chiaramente da escludersi  che a questo punto i legali dei Riva e le Procure  ritentino con un nuovo accordo in vista dei patteggiamenti e del rientro dei capitali da usare per il risanamento ambientale, e dall’altro dal gruppo Riva assicurano che “rimane immutata la volontà di fattiva collaborazione con l’autorità giudiziaria di Milano e di Taranto e con il Governo per la soluzione delle questioni riguardanti le problematiche dell’Ilva” anche se come riferisce una fonte legale vicina alla società milanese, “rischia di  paralizzare l’intesa

Nel frattempo circolano fonti anonime dichiarate  “vicine ai commissari” che avrebbero precisato fatto sapere che “il patteggiamento richiesto dalla famiglia Riva al Tribunale di Milano non riguarda la società Ilva, che non è parte del relativo procedimento. Non si ritiene che la decisione del gip possa influire con il processo di vendita” precisando  che “la transazione, di importo rilevantissimo, ha ad oggetto le azioni civili intraprese dai Commissari Straordinari di Ilva nei confronti della famiglia Riva ed è fondamentale per la sopravvivenza della società perché consente di disporre in tempi brevi delle risorse necessarie al completamento del risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto e, quindi, per la continuità produttiva dell’impianto” aggiungendo che “in assenza della transazione Ilva dovrebbe affrontare un lungo e impegnativo contenzioso con la famiglia Riva, non potendo disporre, in tempi compatibili con l’esigenza di assicurare la prosecuzione della produzione e la tutela dell’occupazione, delle risorse necessarie a garantire che le attività si svolgano in condizioni di assoluta sicurezza e rispetto dell’ambiente”. Permetteteci un appunto, ma resta incredibile che dei commissari con poteri governativi lascino circolare “voci” non confermate e quindi non ufficiali.

Piccolo dettaglio, da non trascurare, che tra i motivi del rigetto viene anche evidenziato la circostanza che il miliardo e 300 mila euro erano stati sequestrati ai Riva  in riferimento al reato di riciclaggio allora contestato e non ai reati per i quali i Riva rispondono nel procedimento trattato oggi.  Cioè esattamente  le stesse motivazioni utilizzate dinnanzi al Tribunale di Bellinzona dall’avvocato svizzero dalle figlie dello scomparso Emilio Riva, che mentre in Italia hanno rinunciato all’eredità del padre, per sfuggire alle ingenti richieste di risarcimento economico, mentre oltre frontiera cercavano di sfuggire ancora una volta alle leggi italiane.
Con tutti questi colpi di scena,   sembra di stare sul set di una fiction televisiva,  ma in realtà purtroppo  tutto ciò accade grazie al protagonismo di alcuni magistrati e giudici. Comportamenti che in un Paese serio non accadrebbero mai. E’ anche così che si affossa un’industria ed uccide l’economia di una città.

Adesso, il no del gip di Milano dovrà portare a una nuova decisione sulle pene da patteggiare e sull’entità dei patrimoni da far rientrare in Italia.




“Ma quale pensione! A noi magistrati piace il potere…”

di Giovanni M. Jacobazzi

Abbiamo chiesto al dottor Guido Salvini, attualmente giudice del Tribunale di Milano, la sua opinione su alcuni temi che in questi giorni stanno facendo molto discutere. Non ultima, la rinnovata polemica sulla modifica delle prescrizione del reato.

Consigliere, l’Associazione nazionale magistrati ha disertato l’inaugurazione dell’Anno giudiziario per protesta contro il governo che non ha portato a 72 anni il pensionamento dei magistrati. Cosa pensa di questa scelta?

Anche a me il pensionamento a 72 anni sembra una via di mezzo ragionevole tra i 70 e i 75, ma da qui sino a minacciare anche uno sciopero contro il governo ne passa. Giudico l’enfasi di questa protesta un caso di falsa coscienza, di quelli in cui non si vuole riconoscere nemmeno dinanzi a sé stessi le ragioni di un comportamento e lo si riempie con qualcosa di non vero.

Si spieghi meglio.

La magistratura è l’unica categoria di lavoratori che chiede con insistenza di lavorare più a lungo. E la strenua opposizione dei magistrati all’abbassamento dell’età della pensione mi convince poco, forse non riguarda che marginalmente l’attenzione per i cittadini. Più semplicemente esprime lo sgomento per l’accorciarsi del tempo del proprio prestigio e potere personale. Negli anni il potere della magistratura si è molto espanso, tocca tutti i campi della società, come ha ricordato anche il ministro Orlando, e le aspettative dei singoli sono la conseguenza di questa espansione. In questo senso parlo di falsa coscienza.

Lei partecipa di solito all’inaugurazione dell’Anno giudiziario?

No, l’inaugurazione dell’Anno giudiziario mi sembra una cerimonia ormai superata, anche sul piano estetico: quelle toghe d’ermellino rosse credo suscitino più che interesse un senso di lontananza, sembra un anti- co conclave, qualcosa che per il cittadino assomiglia più ad un rito che a un momento di servizio in suo favore.

Andrebbe abolita la cerimonia?

Basterebbe un incontro meno paludato e più asciutto, solo con qualche relazione, magari in una sala del Consiglio comunale o in un altro luogo più aperto alla città.

Tornando alle pensioni quindi per lei la mancata posticipazione non è una catastrofe per la giustizia?

Non credo, anche perché quando si parla di giudici che mancano si evita sempre di considerare le decine e decine di magistrati che, anche da moltissimi anni, non svolgono le funzioni giurisdizionali, perché sono collocati fuori ruolo in incarichi ministeriali, politici, internazionali spesso superflui e per i quali basterebbe di norma un buon funzionario.

Come spiega questa corsa al “fuori ruolo”?

Questo avviene perché incarichi di questo genere sono un prestigio per i prescelti e, per la categoria, una delle porte girevoli tra politica e giustizia, porte che non dovrebbero esistere o essere ridotte al minimo.

In effetti ci sono magistrati che svolgono compiti che nulla hanno a che vedere con la giurisdizione…

Infatti. Non si parla mai, quasi nessuno lo sa, delle centinaia di magistrati che svolgono funzioni giurisdizionali ridotte perché fanno parte delle numerose strutture di supporto che il Csm ha voluto: è il caso dei magistrati segretari del Consiglio, di coloro che fanno parte delle Commissioni organizzative, delle Commissioni per l’informatica, delle Commissioni scientifiche. Anche qui basterebbe a seconda dei casi un buon tecnico, un funzionario o uno studioso e negli altri gli incarichi non dovrebbero ridurre le presenze in udienza.

Possiamo dire che far parte di questo mondo parallelo alla giurisdizione serva a far carriera?

La partecipazione a queste strutture, in cui si entra per cooptazione, è quasi sempre un passaggio obbligato per ottenere poi dallo stesso Csm gli agognati posti direttivi.

Cambiamo argomento. Diritto all’informazione e processo mediatico, un valore e un disvalore che secondo lei dovrebbero essere meglio bilanciati?

La giustizia spettacolo e gli show in televisione che partono già all’inizio dell’indagine e rischiano di condizionarne gli sviluppi sono un problema tutto italiano. Non credo che negli altri Paesi europei dopo ogni delitto eclatante si assista in televisione a processi paralleli con opinioni senza alcun freno. Chi vi partecipa è complice di questa stortura. A parte questo, un problema ormai irrisolvibile, si dibatte da anni sui limiti reciproci tra giustizia e informazione.

È pessimista, a riguardo?

Il problema è complesso ma credo che vi sia un punto essenziale: nessuno, grande o piccolo, antipatico o simpatico che sia, deve avere notizia per la prima volta dalla stampa di una sua iscrizione nel registro notizie di reato, di una proroga indagini, di una intercettazione, di un atto che lo riguarda.

Come si potrebbe fare?

Non dovrebbe esserne consentita la pubblicazione sino ad un momento preciso, non troppo avanti rispetto alla notizia, ma ben definito. Quello in cui l’interessato, indagato o testimone, abbia avuto la possibilità davanti a un magistrato di dare la sua versione su ciò di cui è accusato o su quanto stanno dicendo di lui. Una soluzione civile che dovrebbe essere studiata anche con l’aiuto dell’Ordine dei giornalisti, il quale non credo debba essere contento che i suoi scritti funzionano da semplici ‘ postini’.

Un’ultima domanda. Cosa ne pensa del dibattito sulla prescrizione?

Non bisogna dimenticare che vi sono due piani e che anche se si allunga la prescrizione rimane il problema della ragionevole durata dei processi, questione spesso offuscata dalla prima. Si può allungare la prescrizione per certi reati anche a 15 anni, ma se il processo di primo grado si celebra dopo 7 o 8 anni chi viene condannato e soprattutto chi viene assolto è sottoposto ad un meccanismo che non può riconoscere come una giustizia accettabile. L’esigenza non è solo quella di allungare la prescrizione ma anche di avvicinare i processi, altrimenti il processo stesso diventa una pena aggiuntiva anche per l’innocente.

*intervista tratta dal quotidiano ILDUBBIO




Ilva, ok al patteggiamento tra Fabio e Nicola Riva e la Procura di Milano

  Come previsto ed anticipato, semaforo verde a quanto concordato tra la famiglia Riva e la Procura di Milano Dopo Adriano Riva, fratello dello scomparso Emilio patron del gruppo , anche Fabio e Nicola Riva hanno raggiunto l’accordo attraverso il patteggiamento con la procura milanese per chiudere il loro coinvolgimento nelle inchieste sul gruppo Ilva, che era controllato dalla famiglia attraverso la società Riva FIRE  l’ ex holding di famiglia.

I sostituti procuratori della Repubblica di Milano  Mauro Clerici e Stefano Civardi, hanno infatti espresso il loro assenso al patteggiamento titolari delle varie indagini aperte nel corso degli anni nei confronti dei componenti della famiglia e delle società ad essi collegate,  che adesso dovrà passare alla decisione del Gip dr. Maria Vicidomini del Tribunale di Milano. L’udienza in cui si deciderà sulla ratifica o meno dei tre patteggiamenti concordati dovrebbe venire calendarizzata presumibilmente per la metà del prossimo febbraio.

Si è arrivata al  via libera  da parte della procura di Milano al patteggiamento a seguito della decisione della famiglia Riva di rinunciare agli oltre 1,3 miliardi di euro, attualmente “bloccati” in Svizzera, dopo il sequestro effettuato nel 2013 dalla Guardia di Finanza di Milano,   rimuovendo il loro diniego ed opposizione al rientro dei capitali  in Italia  che verranno così destinati, come era già stato previsto  a suo tempo dalla procura lombarda e dal tribunale di Milano, ai lavori di risanamento e riqualificazione ambientale degli impianti dell’area a caldo dell’ILVA di Taranto.

Adriano Riva,86 anni, cittadino canadese residente in Svizzera, indagato dalla procura milanese per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori, ha patteggiato una pena pari a 2 anni e 6 mesi mentre suo nipote Fabio Riva, che rispondeva anche delle accuse per bancarotta, patteggerà invece una pena più alta tra i quattro e i cinque anni di detenzione, alla quale si aggiungerebbe una  precedente condanna per associazione a delinquere di  6 anni e 6 mesi già passata in giudicato . La condanna per truffa, relativa al processo arrivato in Cassazione, dovrà essere quindi  rideterminata direttamente dalla Corte d’appello di Milano e andrà poi in fase di esecuzione ad aggiungersi  a quella patteggiata. Più “morbida”, invece, la posizione processuale di Nicola Riva, grazie alla  sua posizione sicuramente meno rilevante in azienda, rispetto a quella di suo fratello maggiore Fabio.

La posizione di Adriano Riva, che aveva già trovato un accordo con i pm di Milano prima di Natale è ben diversa in quanto coinvolto in due filoni di indagine sul gruppo, uno dei quali relativo all’accusa di concorso in bancarotta (nella quale tra i quali, oltre ad Adriano, altri membri della famiglia Riva, compresi appunti Fabio e Nicola Riva , peraltro contestato dopo la dichiarazione dello stato di insolvenza dell’ ILVA, considerato che pende ancora l’istanza di fallimento dinnanzi al tribunale di Milano  depositata dalla procura per la ex Riva FIRE. Adriano Riva, insieme ad Emilio, in precedenza era stato iscritto nel registro degli indagati per truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori, a seguito di  un’ indagine che vede coinvolti anche due professionisti,  a loro volta chiamati a rispondere delle accuse di riciclaggio.

Ieri un altro processo milanese a carico di Fabio Riva imputato insieme ad Agostino Alberti, ex consigliere delegato di Ilva spa,  per una presunta frode fiscale è stato aggiornato al prossimo 19 aprile. Il processo verte su un presunto omesso versamento delle imposte sui redditi 2007-2012 in relazione alla società svizzera ILVA S.A.

 




“Quesito non lede libertà di voto”. respinto il ricorso di Onida contro il referendum

schermata-2016-11-10-alle-21-51-18Il giudice civile di Milano, Loretta Dorigo, ha respinto i due ricorsi presentati dall’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida e da un pool di legali sull’eccezione di legittimità costituzionale della legge del ’70 istitutiva del referendum laddove non prevede l’obbligo di ‘spacchettamento’ del quesito quando ci sono più temi, come nel caso di quello sulla riforma costituzionale oggetto della consultazione popolare del 4 dicembre prossimo. Secondo il giudice il quesito il quesito “non lede il diritto di voto”. Ma Onida e il pool di non gettano la spugna e sarebbero pronti a un reclamo.


La decisione del giudice Dorigo
, che fa parte della prima sezione civile del tribunale milanese, è stata resa nota dal presidente del Tribunale  di Milano Roberto Bichi. In una nota Bichi ha comunicato che “oggi 10 novembre 2016 la giudice dottoressa Loretta Dorigo ha depositato le ordinanze con cui sono stati decisi i ricorsi concernenti la richiesta di provvedimenti cautelari riguardanti lo svolgimento del referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre 2016“. Con le “predette ordinanze la giudice Dorigo ha rigettato la richiesta cautelare“. I due ricorsi, quello di Onida e quello di un pool di avvocati, erano stati discussi nelle scorse settimane davanti al giudice che si era riservato e la cui decisione è arrivata oggi.

CdG OnidaIL RICORSO DI ONIDA – La motivazione centrale dell’azione riguardava il fatto che in un unico quesito vengono sottoposti all’elettore una pluralità di oggetti eterogenei. Nei ricorsi si chiedeva il rinvio della questione alla Corte Costituzionale. La legge sottoposta a referendum – secondo il ricorso – “ha oggetto e contenuti assai eterogenei, tra di loro non connessi o comunque collegati solo in via generica o indiretta, e che riflettono scelte altrettanto distinte, neppure tra loro sempre coerenti”. Ma “la sottoposizione al corpo elettorale dell’intero variegato complesso di modifiche mediante un unico quesito“, “viola in modo grave ed evidente la libertà del voto del singolo elettore“, “arrecando radicale pregiudizio allo stesso principio democratico proprio in occasione dell’esercizio diretto della sovranità popolare al suo livello più alto: cioè nella ridefinizione delle regole del patto costituzionale“.

CdG tribunale milano corridoiGIUDICE, IL QUESITO NON LEDE LA LIBERTA’ DI VOTO – “Non ritiene (…) il Tribunale di ravvisare una manifesta lesione del diritto alla libertà di voto degli elettori per difetto di omogeneità dell’oggetto del quesito referendario“. Lo scrive il giudice civile di Milano, Loretta Dorigo, nel respingere i ricorsi dell’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida e di un pool di legali sull’ipotesi di incostituzionalità del quesito referendario. La “natura oppositiva del referendum costituzionale” verrebbe “a mancare – dice Dorigo – e ad essere irrimediabilmente snaturata laddove si ammettesse la parcelizzazione dei quesiti”. Per il giudice “il referendum nazionale non potrà che riguardare la deliberazione parlamentare nella sua interezza”.

Il pool di legali Claudio e Ilaria Tani, Aldo Bozzi, Emilio Zecca e l’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida non escludono di presentare reclamo sui due ricorsi sul quesito referendario del prossimo 4 dicembre, da loro presentati e bocciati questa mattina dal giudice civile di Milano Loretta Dorigo. Da quanto si è appreso, gli avvocati e Onida con la collega Barbara Randazzo nelle prossime ore si consulteranno per decidere se impugnare il provvedimento depositato questa mattina con cui sono stati rigettati i riscorsi sostenendo, in linea di massima, che il quesito così come posto non lede “il diritto elettorale per un difetto di chiarezza nella concreta formulazione” del quesito.

Il reclamo, qualora dovesse essere depositato, dovrebbe quindi essere valutato dalla Corte d’Appello Civile di Milano.




Inchiesta Sopaf. L’ex presidente dell’ INPGI il giornalista-sindacalista Andrea Camporese sarà processato a Milano

Schermata 2016-05-14 alle 17.03.22Andrea Camporese, il giornalista-sindacalista che durante l’ultimo congresso pugliese dell’ Assostampa di Puglia disse  “lascerò Inpgi e vi guarderò e seguirò a distanza.Visto che qualcuno mi ha tacciato di frequentare troppo i Casinò, farò come i croupier “, ha detto poi mostrando il palmo delle mani: “sono pulite”, come raccontava il suo sodale Gianni Svaldi sulla sua “paginetta” Facebook , (unico luogo dove ormai gli tocca scrivere) verrà processato a Milano, e non a Roma o Venezia come aveva chiesto la sua difesa sollevando una questione di competenza territoriale, puntualmente rigettata.

Schermata 2016-05-14 alle 17.02.22

nella foto Andrea Camporese

Lo ha deciso la 2a sezione penale del Tribunale di Milano, che ha respinto l’istanza di stralciare la posizione processuale di Camporese e di trasmettere gli atti nella Capitale o nel capoluogo veneto. Così come sono state respinte anche le altre questioni di nullità del capo di imputazione a suo carico, e quindi l’ex-presidente dell’ INPGI (sinora costato oltre 120 mila euro di spese legali all’istituto di previdenza) sarà quindi processato e giudicato sotto il noto “rito ambrosiano” a Milano insieme ad altri 9 imputati, fra cui Giorgio Magnoni, in uno dei filoni processuali che hanno al centro il “crac” della Sopaf.

Le accuse a vario titolo sono “associazione per delinquere“, “truffa“, “appropriazione indebita“, “corruzione” e “frode fiscale“. Il giornalista-sindacalista Camporese risponde di alcune operazioni su fondi immobiliari che secondo al Guardia di Finanza ed il “pool” per i reati fiscali e finanziari della Procura di Milano, avrebbero causato un danno di 7milioni e 600 mila euro alle casse dell’ INPGI, soldi dell’istituto previdenziale dei giornaliusti italiani, che secondo l’accusa del pubblico ministero Gaetano Ruta sarebbero finite nella casse di Sopaf, attraverso la Adenium Sgr, una società controllata dalla finanziaria già di proprietà dei fratelli Magnoni.

nella foto Nicola Borzi (Sole24Ore)

nella foto Nicola Borzi (Sole24Ore)

Ma di tutto questo, cari lettori non troverete molti articoli. Di questa vicenda gli unici due giornalisti in Italia che se ne sono realmente occupati sin dal primo momento sono stati il nostro collega e direttore Antonello de Gennaro (allorquando dirigeva un’agenzia di stampa con sedi a Roma e Milano), ed il bravo collega Nicola Borzi del Sole-24Ore. Tutti gli altri si sono “appecorinati” ed autocensurati in silenzio. Non a caso dall’ INPGI dipendono le indennità di disoccupazione…., le case in affitto, i prestiti e mutui a tassi agevolati. “Pecunia non olet“….i soldi non puzzano dicevano i latini. Ma chi si occupa di spazzatura umana a questo tipo di odore è ben abituato.

ADG-Camporese_Sopaf

Ecco cosa scriveva de Gennaro  nel 2012 sull’ INPGI 

Molto più facile per la FNSI attaccare e diffamare, insieme ad i suoi “compagnucci” pugliesi,  il nostro Direttore Antonello de Gennaro, vittima di un provvedimento interdittivo temporaneo, ancora sub iudice ed opposto dai suoi legali, annunciando la costituzione di parte civile peraltro in maniera “ridicola”, in quanto al momento non vi è neanche una richiesta di rinvio a giudizio  a carico del deGennaro ! Mentre sul loro “compagnuccio”  Camporese ed i 7 milioni di danni fatti alle casse dell’istituto previdenziale dei giornalisti guarda caso… alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, l’unico sindacato dei giornalisti (non unitario, non ce ne sono altri !) dei giornalisti, non interessa nulla. Regna il “silenzio”. Un silenzio molto imbarazzante.

Imbarazzante come Raffaele Lorusso e Gianni Svaldi i quali fanno finta di non sapere dell’esistenza di un procedimento penale a loro carico a seguito di due querele nei loro confronti che de Gennaro e la nostra cooperativa editrice hanno depositato  nel settembre 2014, e di essere quindi “indagati“.

 

 




ILVA. Del Vecchio “Io avrei partecipato a una cordata, ma condotta da una grande azienda che ha esperienza”

 

CdG ilva_ingressoL’agenzia di stampa internazionale Reuters ha rivelato nei giorni scorsi che al momento sono due le possibili alleanze per l’acquisizione di ILVA: una che fa riferimento all’italiana Arvedi, dell’omonima famiglia, l’altra ai turchi di Erdemir. Una fonte citata dall’agenzia ha detto che Arvedi “è affiancata da Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, a cui fa capo Luxottica“. Ma Leonardo Del Vecchio, azionista di riferimento di Luxottica rispondendo a proposito delle indiscrezioni sulla sua possibile partecipazione a una cordata con Arvedi per il salvataggio dell’ILVA. ha spiegato che “Io avrei partecipato a una cordata, ha spiegato, facendo anche riferimento alle origini pugliesi della sua famiglia, ma deve essere condotta da una grande azienda che ha esperienza“.

 Del Vecchio Luxottica

nella foto, Del Vecchio proprietario di Luxottica

C’è bisogno di un grande gruppo internazionale del settore come capofila“, ha sottolineato l’imprenditore a margine dell’assemblea di Luxottica, e Arvedi non basta perchè l’ ILVA “era un’azienda che viveva quando faceva 9 milioni di tonnellate, ora ne fa la metà non sarà facile riportarla a 9 milioni. La può prendere solamente una grande azienda che fa quel tipo di lavoro, ha ribadito, sempre che riesca a gestirla, perchè l’Italia è diversa dalla Germania. In Italia purtroppo comandano i politici ed è difficile per un investitore“.

Del Vecchio ha quindi ricordato che “lo Stato non può nazionalizzarla perchè l’Europa non glielo permetterebbe: le persone che dovrebbero essere interessate a salvare questa azienda sono i politici, ma gli stessi amministratori, ha concluso, sono i primi che sarebbero contro se dovesse arrivare una grande azienda“.

Fabio Riva e Alberti a processo per frode fiscale

Fabio Riva, ex vicepresidente dell’ILVA spa , attualmente agli arresti domiciliari per problemi di salute dopo la detenzione nel carcere di Taranto, è stato mandato a processo davanti alla prima sezione del Tribunale di Milano per un presunto omesso versamento delle imposte sui redditi 2007-2012 in relazione alla “ILVA sa”, una società svizzera partecipata dal gruppo siderurgico proprietario dell’altoforno di Taranto. Con lui è stato rinviato a giudizio, per citazione diretta, anche Agostino Alberti, l’ex consigliere delegato di ILVA spa fino al 2012 e amministratore di fatto della società svizzera, di cui sarebbe stato l’ideatore.

La scorsa settimana  ha preso il via il dibattimento a carico dei due dinnanzi al Tribunale di Milano. Dibattimento che è subito stato rinviato al prossimo 14 settembre per un difetto di notifica. Secondo il capo d’imputazione, ILVA spa commercializzava i tubi metallici attraverso “ILVA sa”, una società in realtà solo “fittizia”, che si interponeva tra l’azienda italiana e i clienti finali e che tratteneva quindi i redditi prodotti dall’attività commerciale in Svizzera. In altri termini “ILVA sa” sarebbe una società “esterovestita” e per questo motivo avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia.

ILVA sa” avrebbe prodotto utili pari a circa 39 milioni di euro negli anni oggetto dell’indagine, su cui ha pagato tasse in Svizzera per l’equivalente di 9,3 milioni di euro circa. Soldi che sarebbero spettati, secondo la procura di Milano, all’ Erario italiano. “ILVA sa” era entrata anche in un altro processo, sempre davanti al Tribunale di Milano, a carico di Fabio Riva ed Agostino Alberti. I manager erano accusati, in quel caso, di associazione per delinquere finalizzata truffa ai danni dello Stato per i finanziamenti ex legge Ossola della società pubblica Simest . Riva era stato condannato a 6 anni e mezzo di carcere in primo grado, con la pena confermata anche in Corte d’Appello. Ad Alberti furono inflitti 3 anni di reclusione, confermati anche in secondo grado. Era stata disposta anche la confisca di 91 milioni di euro e la provvisionale da 15 milioni di euro a favore del Ministero dello Sviluppo economico




Il Tribunale manda a processo il “sindacalista-giornalista” Andrea Camporese presidente dell’INPGI

CdG Andrea-Camporese-inpgi

nella foto Andrea Camporese, (ex) presidente dell’ INPGI

Il “giornalista-sindacalista”  Andrea Camporese attuale presidente (scaduto) dell’ INPGI, l’ istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani,  è stato rinviato a giudizio dinnanzi al Tribunale di Milano, che ha accolto la richiesta presentata dalla Procura di Milano.

Lo ha deciso il gup di Milano Alessandro Santangelo a seguito del rigetto della richiesta di trasferire il procedimento a Roma. Ora l’istituto di previdenza dei giornalisti dovrà decidere se costituirsi parte civile durante la prima udienza prevista per il 21 aprile davanti alla Seconda Sezione Penale del Tribunale di Milano.

Lo scorso 19 gennaio la difesa di Camporese aveva chiesto il trasferimento del procedimento a Roma, facendo  così slittare la decisione del giudice. Istanza che  qualche giorno dopo (per la precisione il 28 gennaio 2016) è stata rigettata. Prima ancora era stata respinta l’istanza di ricusazione del giudice . Camporese attuale  numero uno dell’istituto di previdenza dei giornalisti, che fino a dicembre è stato anche presidente dell’Associazione degli enti previdenziali privati (Adepp), non è riuscito come sperava a uscire di scena dalla vicenda processuale senza clamore . Le prossime elezioni  per il rinnovo del CdA dell’Inpgi si svolgeranno dal 22 al 28 febbraio e Camporese questa volta per fortuna non si è ricandidato.

Tribunale di Milano

nella foto Palazzo di Giustizia a Milano

Secondo la ricostruzione investigativa del sostituto procuratore della repubblica dr. Gaetano Ruta , il Camporese, avrebbe intascato una somma pari  a 200mila euro “a titolo di remunerazione per il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio” a causa dei quali ne sarebbe derivato un danno di circa 7,6 milioni di euro per le casse dell’ Istituto di previdenza dei giornalisti, che a seguito della decisione adottata dai suoi” compagnucci di merende” del consiglio di amministrazione, non si è costituito parte civile contro il suo presidente (in scadenza)  rinunciando ad ogni pretesa di risarcimento se lo stesso, venisse condannato in via definitiva. Una decisione a dir poco discutibile, e come si suol dire “border line”, cioè ai limiti estremi della legalità prevista e necessaria per i doveri d’ufficio da rispettare, da parte del CdA dell’ INPGI che potrebbe rischiare di essere incriminato e rispondere in proprio un domani. Questi i capi d’accusa di cui Camporese dovrà rispondere nel processo a suo carico dinnanzi al Tribunale di Milano.

CAMPORESE (ed altri)  Reato p. e p. dagli articoli 110, 640 commi 1 e 2 n. 1, 61 n. 7 e 11 c.p. perché, in concorso tra loro, realizzavano un ingiusto profitto in danno di INPGI (Istituto Nazionale Previdenza Giornalisti Italiani)attraverso operazioni di trasferimento di quote di FIP (Fondo Immobili Pubblici), con le modalità di seguito indicate:

  •  Sopaf S.p.a. acquistava le quote di FIP da Immowest Promotus Holding Gmbh (società austriaca), in particolare:
  • il 31.12.2008 Sopaf S.p.a. sottoscriveva con Immowest Promotus Holding Gmbh un contratto di acquisto di n. 800 quote di classe A del FIP per il controvalore di € 80.000.000;
  • il 12.3.2009 veniva eseguita l’operazione con pagamento del prezzo convenuto, utilizzato in quota parte per la estinzione di un debitopregresso contratto dal cedente a garanzia del quale erano state date lequote del FIP, nella parte residua con versamento direttamente a favore della società cedente;
  • Sopaf S.p.a. cedeva le quote di FIP ad INPGI, in particolare:
  • il 14.1.2009 Sopaf S.p.a. inoltrava ad INPGI, all’attenzione del Presidente Andrea Camporese, una missiva avente ad oggetto “Quote del Fondo Immobili Pubblici – Opportunità di Investimento”, offrendo un numero di quote compreso tra le 150 e le 350 unità,con uno sconto variabile tra il 2,25 ed il 3,25% rispetto al valore unitario certificato;  
  • il 13.2.2009 Sopaf S.p.a. proponeva all’INPGI, con missiva inoltrata al Presidente Andrea Camporese, una proposta di acquisto di n. 224 quote di FIP al prezzo di € 30 milioni;
  •  il 19.2.2009 il Presidente dell’INPGI, Andrea Camporese, con propria delibera disponeva l’acquisto di n. 224 quote di FIP del valore unitario di € 140.077,00 al prezzo complessivo di €30 milioni, utilizzando fondi in disponibilità della Gestione Separata INPGI;
  •  il 23.2.2009 Sopaf S.p.a. ed INPGI, in persona di Giorgio Magnoni ed Andrea Camporese, sottoscrivevano il contratto di compravendita di n. 224quote di FIP per un controvalore complessivo di € 30 milioni, stabilendo come data di esecuzione il 5.3.2009;
  • il 24.2.2009 Sopaf S.p.a., INPGI ed Intesa San Paolo S.p.a. (in qualità di escrow agent) sottoscrivevano un contratto di escrow, in base al quale: i) alla “data di esecuzione” INPGI si impegnava a versare il prezzo e a consegnare il “certificato di investitore qualificato” all’escrow agent, venendo assicurato dal venditore che “le quote di classe A saranno, alla data di Esecuzione, libere da pegni, oneri, pesi, vincoli, gravami pregiudizievoli o diritti di terzi di ogni genere ed il venditore ne avrà la piena e libera proprietà e disponibilità”; ii) alla “data di regolamento” l’escrow agent avrebbe dovuto trasferire il prezzo a favore di Sopaf S.p.a.; iii) alla data di trasferimento l’escrow agent avrebbe dovuto consegnare il certificato necessario per l’iscrizione del trasferimento delle quote del FIP a favore di INPGI, in data che non avrebbe potuto essere successiva al 5.3.2009; 
  •  il 3.3.2009 Sopaf S.p.a. incassava dall’INPGI la somma di € 30 milioni sul c/c n. 614722 acceso presso Banca Intesa San Paolo in Milano, a titolo di acquisto di 224 quote di FIP, a sua volta utilizzando tali risorse per eseguire il pagamento a favore di Immowest Promotus Holding Gmbh a titolo di acquisto delle quote di FIP;
  • il 12.3.2009 l’operazione di trasferimento si perfezionava con il passaggio della titolarità delle 224 quote di FIP a favore di INPGI;
  • il 7.4.2009 il c.d.a. di INPGI ratificava la delibera presidenziale del 19.2.2009 con cui era stato disposto l’acquisto delle quote FIP.
  • In tal modo consentendo a Sopaf S.p.a. di realizzare una plusvalenza, rappresentata dalla differenza tra prezzo di acquisto da Immowest PromotusHolding Gmbh e rivendita a INPGI pari ad € 7.600.000. Utilizzando artifici e raggiri consistiti nel rappresentare falsamente all’organo amministrativo di INPGI – chiamato a ratificare la delibera di acquisto del Presidente Andrea Camporese
  • che Sopaf S.p.a fosse titolare delle quote di FIP, laddove la società agiva di fatto come intermediario tra venditore ed acquirente, non avendo né la titolarità delle quote né le risorse finanziarie per acquistarle, e che il margine di guadagno della società su tale operazione fosse quindi pari alla differenza tra il prezzo di acquisto dalla società austriaca Immowest Promotus Holding Gmbh e quello di rivendita ad INPGI. > Con le aggravanti del danno patrimoniale di rilevante gravità, dell’abuso di prestazione d’opera, di avere commesso il fatto ai danni di un ente esercente un pubblico servizio.

          In Milano, il 7.4.2009.

Schermata 2016-02-07 alle 21.53.28In pratica utilizzando le risorse dell’ INPGI il presidente Andrea Camporese aveva rilevato l’ 80% delle quote di un fondo di Adenium, società di gestione del risparmio controllata dalla Sopaf, e per quell’investimento sarebbe stato adeguatamente ricompensato. A ricostruire la presunta mappa di scambi e favori tra i due fratelli Magnoni e Andrea Camporese, che sarà processato con l’accusa di truffa e corruzione nell’ambito dell’inchiesta sul crack della Sopaf, è Andrea Toschi, ex presidente di Arner Bank e di Adenium. Il quale in un verbale d’interrogatorio del luglio 2014 dichiara: “Camporese è stato remunerato direttamente da Magnoni”. E come, gli chiede il magistrato.  Con un incarico redditizio e alcuni tour all’ estero, come spiega Toschi: “A Camporese è stata affidata la presidenza del comitato consultivo del fondo Adenium fund private equity, del quale l’ Inpgi aveva sottoscritto quote per 16 milioni di euro”. E non solo: grazie i 30 milioni dell’ Inpgi ricevuti grazie a Camporese, la Sopaf dei fratelli Magnoni avrebbe comprato dalla Immowest le quote del Fip , Fondo immobili pubblici,  per poi rivenderle allo stesso INPGI guadagnandoci la bellezza di 7,6 milioni. “Per ringraziare Camporese di queste iniziative  – continua Toschi nelle sue dichiarazioni a verbale – Giorgio Magnoni mi disse che bisognava pagarlo. Venne trovata questa soluzione: metterlo alla presidenza del comitato esecutivo e remunerarlo 25 mila euro all’ anno. Cosa che avvenne: Camporese è stato pagato nel 2012 e nel 2013 per complessivi 50 mila euro.

Ma a carico di Camporese vi è un altro capo d’accusa da parte della procura della repubblica di Milano. Il seguente

TOSCHI e CAMPORESE > Reato p. e p. dagli articoli 110, 81 cpv. c.p., 319, 320 e 321 c.p. “perché, in concorso tra loro e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, CAMPORESE quale presidente di INPGI (Istituto Nazionale Previdenza Giornalisti Italiani), con la qualifica di incaricato di pubblico servizio, TOSCHI quale amministratore delegato di Adenium Sgr S.p.a., si accordavano tra loro per trasferire risorse finanziarie a favore di CAMPORESE dell’importo di almeno € 200 mila a titolo di remunerazione per il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio, in particolare per gli investimenti che CAMPORESE aveva veicolato quale presidente di INPGI su Adenium Sgr S.p.a., nonché sui canali di conoscenze e contatti che aveva offerto a TOSCHI per la propria attività.

In particolare:  

  • TOSCHI accordava nel 2011 e nel 2012 a CAMPORESE, quale componente del comitato di investimenti di un fondo di fondi di Private Equity denominato Adenium Fund, la somma di € 25 mila l’anno;
  • in data 4.3.2013 veniva accesa la relazione bancaria (cioè un conto corrente n.d.r.)  n. 12872890 presso BancaSvizzeraITaliana S.A. di Lugano, intestata a TOSCHI e da questi detenuta fiduciariamente per conto di CAMPORESE, in cui veniva versata l’8.3.2013 la somma di € 142.500, utilizzata con prelevamenti per contanti nel corso del tempo.

In Milano, in Svizzera e altrove tra il 2011 ed il 2013.

Ma c’è dell’altro scoperto dalla Procura di Milano sull'”allegra” gestione di Camporese all’ INPGI: i viaggi. C’ è una missione in Cina a giugno 2010 per il lancio del fondo China Opportunity: una settimana offerta dalla famiglia Magnoni a Camporese e all’ ex presidente della Cassa dei ragionieri Paolo Saltarelli. Nel 2011 Camporese vola tre giorni a New York, poi in Africa e in Medio Oriente. Racconta Toschi: “Sopaf sponsorizzava con la società Itinerari Previdenziali che fa capo al prof. Alberto Brambilla, ex sottosegretario al ministero del Lavoro quando il ministro era Maroni, viaggi a tema dove erano invitati tutti gli esponenti delle casse di previdenza e dei fondi pensione. I viaggi sono stati almeno tre: in Marocco, in Giordania e in Siria“. E si sa che quando c’è da viaggiare gratis in giro per il mondo molti giornalisti sono sempre pronti con la valigia in mano ed il portafoglio rigorosamente vuoto. Pronto ad essere riempito.

I SINDACALISTI DIFENSORI DI CAMPORESE

Immediatamente a difesa di Camporese, nell’ottobre 2015 era  sceso in campo il suo vice presidente vicario all’ INPGI  e cioè Paolo Serventi Longhi con una dichiarazione apparsa sulla sua pagina Facebook ( vedi QUI e sul  sito  delle Associazioni Regionali di Stampa  ( vedi QUI   ha avuto la sfacciataggine di difendere Camporese. Ecco il testo completo della sua dichiarazione:

La vicenda che vede coinvolto il presidente dell’ Inpgi Andrea Camporese, accusato da un Pm milanese di truffa ai danni dell’Istituto e di corruzione, mi inducono a due preoccupate riflessioni. Acquisito che naturalmente il rispetto dell’attività dei giudici, pm, gup o collegio giudicante che sia, non può essere messo in discussione, appare singolare che Camporese, dopo l’avviso di reato, per mesi sia stato messo nell’impossibilità di conoscere gli atti che lo riguardavano. Ancora più singolare è che il Presidente dell’Inpgi abbia appreso della presunta richiesta di rinvio a giudizio solo da alcuni organi d’informazione, senza che sia stata ancora fissata l’udienza preliminare. La seconda riflessione è riferita allo stato dell’informazione in Italia e anche questa è del tutto personale e quindi opinabile. È mai possibile che delle varie (ad oggi ancora presunte) richieste di rinvio a giudizio faccia notizia, tanto da meritare titoli e pezzi, solo quella ad Andrea Camporese senza che venga citato nessuno degli altri destinatari? Comunque complimenti ad alcuni colleghi che hanno diffuso la presunta notizia, uno scoop che farà epoca, senza che il giudice abbia fissato l’udienza e l’ interessato, quindi, ne sia stato informato. E, come vedete, mi astengo dall’entrare nel merito delle accuse…

Ma un collega, Pino Nicotri,  (ora in pensione, ex del settimanale L’ESPRESSO) che è stato nel CdA dell’ INPGI gli ha risposto immediatamente. Testualmente. ” Strano che Serventi Longhi, che non dimentichiamo è stato il segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI) dal 1996 al 2007, si accorga solo ora dei comportamenti forse un po’ troppo disinvolti dei magistrati della pubblica accusa, cioè dei pubblici ministeri, e del fatto che chi si occupa di cronaca giudiziaria si limiti troppo spesso a fare da megafono proprio ai pubblici ministeri. Evidentemente l’ex segretario generale della FNSI non si ricorda più del giornale l’Unità, a lui ben noto,  e non legge i giornali, a partire da Il Fatto Quotidiano, e non guarda la televisione, a partire dal programma “Chi l’ha visto?”, fiore all’occhiello di quella Terza Rete che chissà perché viene definita di sinistra. Forse perché a suo tempo è stata data in appalto a quello che era il Partito Comunista Italiano e ai suoi rampolli e rampolle, così come la Prima Rete era di fatto proprietà privata dell’allora Democrazia Cristiana, e annessi e connessi,  e la Seconda Rete era stata regalata all’allora Partito Socialista Italiano e annessi e connessi.”

“Sono decenni  – aggiunge Nicotri – che assistiamo a questi due andazzi, vale a dire alla scorrettezza di non pochi magistrati e di non pochi nostri colleghi, andazzi dilagati per esempio quando è esplosa Mani Pulite e poi quando c’era di mezzo tale Silvio Berlusconi o i “furbetti del quartierino”. Andazzi sempre applauditi dal sacro sdegno “de sinistra” quando colpivano qualcuno sospettato di terrorismo, mafia e altri reati. Non sono affatto pochi i casi di gente che, soprattutto in Sicilia, esce di galera dopo anni e anni di detenzione, nelle brutte condizioni che conosciamo. Detenzione dovuta a condanne basate giudiziariamente su poco o nulla, ma basate pubblicisticamente su robuste campagne di stampa sempre a sostegno delle accuse e mai contro gli abusi, le manchevolezze e le disinvolture di troppi magistrati. Si esce di galera dopo anni e anni di detenzione ingiusta, ma nessun nostro collega alza la mano per dire “Ho sbagliato. Chiedo scusa”. Tutti zitti, avanti per la prossima vittima…  

Certo, – continua Nicotri la magistratura va rispettata, esattamente come vanno rispettati tutti i cittadini della Repubblica italiana, però il giornalismo ha – o meglio, ormai, dovrebbe avere – il ruolo di cane da guardia della democrazia. Un cane da guardia che da qualche anno troppo spesso pisola o fa da cagnolino da compagnia. Anche da compagnia della magistratura e annessi salottini. Allego qualche link con i quali  il collega Serventi Longhi può rinfrescarsi la memoria, riflettere su quante vittime innocenti ha fatto il giornalismo colpevolista e giustizialista e trovare elementi di riflessione sulla piaga filo giudiziaria e giustizialista della nostra categoria:

http://www.lastampa.it/2014/02/19/italia/cronache/limputato-innocente-ma-lui-morto-in-carcere-anni-fa-JJeFkCs6o5eM9qLY6p5EEN/pagina.html
http://www.iltempo.it/politica/2014/03/17/innocenti-in-cella-assolti-e-archiviati-ecco-l-esercito-potenziale-del-cav-1.1230363
http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/il-venerdi/2012/03/29/news/quegli_errori_giudiziari_che_costano_come_una_manovra-32389931/
http://www.eolopress.it/eolo/index.php?option=com_content&view=article&id=6840:altri-due-casi-di-malagiustizia-in-galera-per-estorsione-e-mafia-ma-erano-innocenti&catid=99:omissis
http://www.thinknews.it/cara-ingiustizia-innocenti-in-carcere-4-milioni-negli-ultimi-50-anni-61682/

Giornalismo cane da guardia della democrazia significa anche abbaiare contro i pericoli e fare le pulci ai vari poteri e alle varie istituzioni. Quando e come il cane da guardia ha abbaiato contro i pericoli e fatto le pulci all’istituzione chiamata INPGI nonché al suo presidente e magari anche al suo vicepresidente vicario?  Forse m’è sfuggito qualcosa, ma dell’inchiesta che ha colpito il nostro collega Camporese non mi pare sia mai stato pubblicato nulla – comunque nulla di significativo – sui vari periodici e siti della nostra categoria, a partire dal sito della FNSI. E a cosa servono questi siti e periodici se NON parlano di un problema così grave per l’intera categoria, e professione, come l’inchiesta giudiziaria Sopaf-INPGI-Camporese? Cani da guardia o piccoli Dudù con bavaglio e museruola?”

Sono stato otto anni – conclude Pino Nicotriconsigliere generale dell’INPGI. Non ho mai capito, neppure in seguito, a cosa serva il vice presidente vicario. Più prosaicamente o, se si preferisce, più demagogicamente, non ho mai capito come si guadagna il suo non lieve stipendio. Se se lo guadagna con interventi del tipo di questa infelice uscita di Serventi Longhi, ebbene è meglio abolirne la poltrona”

dal sito www.odg.it dell’ Ordine Nazionale dei Giornalisti

IL PROCESSO

Il processo a carico di Camporese e gli altri imputati, inizierà il prossimo 21 aprile dinnanzi al Tribunale di Milano.  Il presidente  del Consiglio Nazionale dell’ Ordine dei Giornalisti, il collega Enzo Iacopino ha reso noto che chiederà all’Esecutivo dell’Ordine nazionale l’ autorizzazione per costituirsi parte civile a tutela della dignità della professione e degli interessi dei giornalisti contribuenti e pensionati dell’ente.

Proprio venerdì la segreteria dell’ Associazione della Stampa Romana, il sindacato dei giornalisti della Capitale, ha messo un comunicato di netta sfiducia nei confronti di Camporese, scrivendo:

Se Camporese ha a cuore l’istituto che ha guidato per anni, che e’ alla vigilia di elezioni su cui abbiamo bisogno di confrontarci seriamente sulle misure per salvarlo, che ha approvato una manovra di tagli alle prestazioni solo parzialmente promossa dai ministeri vigilanti che chiedono sacrifici ancor piu’ dolorosi, dovrebbe entrare nel processo Sopaf deponendo la giacca di presidente dell’Inpgi”. 

Viene quindi aggiunto che “questa vicenda molto lunga non ha fatto altro che sfibrare il rapporto di fiducia che deve esistere tra i colleghi e chi li rappresenta negli istituti di categoria. Opportunita’ avrebbe voluto che Inpgi si fosse gia’ costituito parte civile anche per tutelare il proprio vertice”. E ora, dopo il rinvio a giudizio, “esiste una opportunita’ ancora piu’ stringente, figlia del rapporto solidale tra i giornalisti. Anche se il mandato sta per scadere, neanche per un solo giorno possiamo immaginare che accanto a Camporese salgano sul banco degli imputati i colleghi che continua a rappresentare. E questo proprio perche’ la responsabilita’ penale e’ personale ed e’ un principio di civilta’ giuridica da ribadire anche in questo casoE – conclude la nota – a questo punto Inpgi metta responsabilmente in campo tutte le azioni per tutelare nel processo gli interessi dei propri iscritti”.

Un particolare da segnalare , la presenza nel CdA dell’ INPGI dal 2008 al 2012 dell’ex-sindaco di Taranto , l’ ex senatore Giovanni Battafarano, su nomina del Ministro del Lavoro di cui era capo della segreteria.

I “PRECEDENTI”….

Schermata 2016-02-07 alle 21.46.46CAMPORESE & DE GENNARO

di Antonello de Gennaro

Allorquando dirigevo l’agenzia ADGNEWS24 a Roma e Milano, sono stato uno dei tre giornalisti (unici in Italia), insieme ad un collega del SOLE24ORE ed una del FATTO QUOTIDIANO , ad occuparmi di questa vicenda processuale, sin dai primi passi dell’ indagine, nonostante le minacce, ritorsioni messe in atto da parte degli oscuri “portaborse” e faccendieri dell ‘ INPGI  nei confronti di mia madre, una pensionata ultrasettantenne) e di mia sorella, giornalista anche lei. Ma per fortuna in casa deGennaro conosciamo sin troppo bene i valori dell’onestà e dignità, e sappiamo che prima o poi la giustizia arriva.

I miei articoli, cari lettori,  sempre documentati, non a caso infatti,  vennero ampiamente utilizzati dal Sen. Elio Lannutti, Presidente dell’ Associazione di Consumatori ABUSDEF in una sua interrogazione parlamentare (leggi QUI o sotto).

Schermata 2016-02-07 alle 21.00.40

ADG-Camporese_SopafEbbene per tutta risposta il presidente   Camporese  usando soldi ed avvocati pagati dall’ INPGI mi querelò,  ma la sua iniziativa legale a dir poco illegittima e temeraria è stata archiviata, in quanto il mio articolo su di lui tutto era fuorchè diffamatorio, come i fatti alla luce dell’ attuale evoluzione processuale che lo vede a processo per “truffa ai danni dell’ INPGI“, e gli accertamenti svolti a suo tempo dagli eccellenti investigatori della Polizia Postale ….. e l’attenta oculata valutazione da parte della Procura della Repubblica di Roma hanno poi confermato.


Andrea Camporese
 per la cronaca è sempre stato all’interno degli schieramenti sindacali-giornalistici il “pupillo” ed erede di Gabriele Cescutti, il precedente presidente dell’ INPGI, il quale insieme al suo “sodale” giornalista-sindacalista Pierluigi Roessler Franz (ora in pensione) , nel lontano 2006 mi aveva denunciato per diffamazione alla Procura della Repubblica di Roma, costituendosi parti civili insieme all’ INPGI nei suoi confronti  chiedendo un risarcimento danni di 150 mila euro.

Schermata 2016-02-07 alle 20.52.10

Sapete come finì quel processo ? Ve lo racconto e documento esclusivamente per mettere a tacere definitivamente un “corvo-sindacalista-pennivendolo tarantino“, che sostiene il contrario diffamandomi vigliaccamente nelle sue lettere anonime che non ha il coraggio e la faccia di firmare (ma ce l’ha una faccia….?). Ebbene, con la sentenza n° 9987/2010 della Va Sezione Penale del tribunale di Roma, il Giudice dr. Bruno Iannolo (un ex p.m.) dichiarò il nostro direttore deGennaro,  assoltoper non aver commesso il fatto” ! Sentenza appellata inutilmente e successivamente passata in giudicato. E quindi definitiva ! Eccola .

Schermata 2016-02-07 alle 20.53.05

Queste cose accadono cari lettori, quando si fa il giornalista seriamente, quando si seguono piste investigative, e sopratutto quando non si fanno “sconti” neanche a quei colleghi che credono di essere una “casta” o degli “intoccabili” perchè sindacalisti ! Fare giornalismo non significa farsi passare le carte sottobanco dal magistrato o  giudice desideroso di apparire con il proprio nome sui giornali o da qualche cancelliere “prezzolato”.  Fare giornalismo significa indurre con i propri articoli  l’Autorità di Polizia Giudiziaria e le magistrature competenti ad occuparsi delle vicende illegali scoperte e causare delle inchieste giudiziarie.

Ecco perchè a Taranto, per più di qualcuno, il mio, il nostro “giornalismo” da fastidio a tanti “pennivendoli” ed a tanti giornalisti corrotti per qualche centinaia di euro al mese….Noi non siamo in vendita.




I commissari ILVA chiedono due miliardi agli eredi Riva dinnanzi al Tribunale di Milano

CdG commissari ILVAUn atto di citazione è stato depositato nei giorni scorsi dinnanzi al Tribunale di Milano dai commissari dell’ILVA  Corrado Carruba,Piero Gnudi  ed Enrico Laghi con contestuale richiesta di due miliardi di euro di danni alla famiglia Riva, ed alla Riva Fire in veste di  soci di controllo di ILVA, i quali  invece di avviare la società ad un ormai inevitabile percorso di risanamento ambientale, hanno prima svuotato L’ILVA delle risorse finanziarie necessarie per attuare gli ingenti investimenti a ciò necessari  e successivamente “isolato ILVA” dal resto del gruppo Riva attraverso una scissione della capogruppo Riva Fire, e guarda nello stesso periodo contemporaneamente i membri della famiglia Riva rassegnavano via via le dimissioni dalle varie cariche detenute in ILVA .

I commissari quantificano la somma di due miliardi , sulla base di uno studio della società internazionale di revisione Price Waterhouse che ha calcolato il valore che l’ILVA avrebbe avuto, se la società avesse potuto disporre di una somma pari a 1,13 miliardi derivante dalla dismissione delle partecipazioni detenute in due casseforti del gruppo per attuare il piano industriale e il risanamento aziendale. Una somma, invece, che è stata utilizzata per il rimborso anticipato di finanziamenti concessi da STAHL (società controllata da Riva Fire) all’ ILVA.

Nell’atto di citazione presentato dai commissari, si legge  che l’azione giudiziaria, “viene esperita al fine di reintegrare il patrimonio di ILVA anche (se non soprattutto) nell’interesse dei creditori concorsuali” ed è riferita appunto alla circostanza che l’ILVA  da un anno si trova in amministrazione straordinaria. Inoltre viene contestato che la revisione nel 2012 dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’ ILVA nel 2011 avesse “l’obiettivo di rendere ancora più stringenti le prescrizioni di carattere ambientale imposte alla società”.

CdG famiglia RIVAEra quindi ben noto alla Riva Fire “e ai suoi esponenti apicali la necessità di realizzare con urgenza ulteriori interventi di adeguamento che avrebbero comportato un rilevante esborso finanziario, pena la impossibilità di proseguire la propria attività produttiva. Ebbene proprio in questa situazione si assiste non solo al defilarsi dei signori Riva – gli stessi che – si legge nell’atto di citazione dei commissari –  attraverso un complesso schermo di società fiduciarie ad essi facenti capo e la costituzione di otto trust si erano, negli anni, distribuiti dividendi, emolumenti e flussi finanziari variamente titolati per miliardi di euro – ma addirittura all’impiego delle risorse finanziarie di cui Ilva aveva la disponibilità non già per sostenere i piani di investimento via via approvati dal cda di ILVA, bensì per ripianare l’esposizione debitoria di quest’ultima verso le altre società del gruppo».

Secondo l’atto depositato dai commissari al Tribunale di Milano, “il disegno, articolato in più fasi”, è stato “ideato e attuato con lucida determinazione nell’arco di sei mesi, esattamente nel momento in cui la società era chiamata ad un consistente impegno finanziario per adempiere all’Aia adeguando gli impianti produttivi alle sue stringenti prescrizioni, ed ha avuto effetti rovinosi per ILVA, la quale, proprio a causa del mancato adempimento alle prescrizioni dell’Aia, si è vista dapprima (a partire da luglio 2012) oggetto di provvedimenti restrittivi da parte dell’Autorità Giudiziaria di Taranto, e poi sottoposta ad una speciale forma di commissariamento; infine, stante l’impossibilità di fare fronte ai propri debiti, ammessa alla procedura di Amministrazione Straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza”.

Una serie di operazioni societarie, realizzate in realtà solo per “separare la sorte di ILVA dal resto del gruppo facendo sì che la “polpa”, e cioè STAHL e le altre società (Riva Acciaio) non toccate dalla crisi di ILVA, fossero poste sotto il controllo di società, sempre direttamente riconducibile ai Riva ma definitivamente separata dalla vicende di ILVA e dalle connesse responsabilità ed oneri”. “In altri termini – è la considerazione finale dell’atto di citazione – nel momento in cui ILVA avrebbe avuto più bisogno di fare ricorso a tutte le risorse finanziarie disponibili a livello di gruppo, Riva Fire e gli esponenti della stessa società, invece di destinare ad ILVA tali risorse, decidevano di lasciare quest’ultima in una situazione di crisi“.

 La richiesta dell’amministrazione straordinaria è parzialmente in linea  con il tentativo della magistratura milanese di recuperare un miliardo e 200 milioni di risorse sequestrati ai Riva per presunti reati fiscali e depositati in Svizzera. L’ordinanza del Gip milanese Fabrizio D’Arcangelo venne però bloccata dai colleghi elvetici che hanno negato il trasferimento dei denari in Italia in quanto “costituirebbe un esproprio senza un giudizio penale”. Gli eredi di Emilio Riva hanno rinunciato all’eredità solo in Italia, mentre in Svizzera si sono opposti allo sblocco del tesoro. Anche in questo caso si tratta di somme che per la magistratura italiana sono state sottratte dai Riva alle loro stesse aziende e soci, accantonate su trust in paradisi fiscali e poi fatte rientrate illecitamente in Italia attraverso lo scudo fiscale.
Nello scorso autunno l’ ILVA in amministrazione straordinaria si è vista bloccare dal tribunale di Bellinzona (Svizzera) la richiesta accolta precedentemente della Procura di Zurigo, a seguito di rogatoria italiana,  di trasferire 1,2 miliardi di euro sequestrati ai fratelli Riva, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria a loro carico, sul rientro di denaro fatto figurare come patrimonio familiare, mentre invece sarebbe stato prelevato dalle casse di ILVA.
Nel frattempo il Gruppo Amenduni, azionisti di minoranza dell’ ILVA attraverso la  Valbruna Nederland, società di diritto olandese che ha in carico a il 10,05% del gruppo oggi finito all’asta, da tempo in causa con il Gruppo Riva proprio per la gestione dell’ ILVA di Taranto ed in particolare per le consulenze infragruppo utilizzate dai Riva per sottrarre utili alle casse societarie e farle confluire sui propri conti bancari svizzzeri, ha intrapreso un’azione risarcitoria anche nei confronti del Governo per richiedere il giusto indennizzo a seguito dell’esproprio della società siderurgica. Gli industriali di origine pugliese hanno depositato alla sezione specializzata in materie di imprese del Tribunale di Milano un atto di citazione, nei confronti della Presidenza del Consiglio chiedendo 300 milioni quale risarcimento per essere stati espropriati dallo Stato,  sulla base di una perizia che valuta la società in 2,526 miliardi alla fine dell’esercizio 2012. Inoltre gli Amenduni hanno depositato dinnanzi  Tar Lazio un ricorso per annullare la vendita all’asta del gruppo, azione questa che preoccupa non poco la famiglia Riva.




Ed anche il Presidente di CONFINDUSTRIA Taranto scrive al premier Renzi

Egregio Presidente,

torno a scriverle, come ho già fatto altre volte in precedenza, solo perché spinto da eventi contingenti che impongono un’attenzione straordinaria da parte del Governo e, come già accaduto in passato, un Suo diretto e autorevole intervento. A Taranto la complessa vicenda Ilva, con tutti gli aspetti che lei ben conosce, è da considerare tutt’altro che risolta. Sul fronte delle aziende dell’indotto, in assoluto le più penalizzate dalle criticità che hanno fin dall’inizio segnato tutte le tappe della vicenda, la situazione sta letteralmente precipitando. Sono 150 milioni di euro di crediti pregressi a gravare ancora sui bilanci di queste aziende, e parliamo del solo indotto di Taranto e provincia: risorse sottratte a stipendi, a innovazione, a investimenti.

Un patrimonio – per le nostre aziende lo è – che poteva essere investito nel futuro, in nuove prospettive, in una diversificazione da sempre invocata ma inesorabilmente sempre più lontana, e che invece gravano pesantemente sul presente, diventato man mano più faticoso e difficile da affrontare, viste anche le molteplici incombenze di natura fiscale ed amministrativa cui devono far fronte. I bilanci di queste prevalentemente piccole e medie realtà imprenditoriali palesano uno stato di sofferenza senza precedenti. La scadenza – a novembre prossimo – dei termini per l’accertamento dello stato passivo è una tappa su cui non possiamo fare più affidamento: ci sono al momento tutte le condizioni affinché anche questa data, già in regime di proroga, slitti ulteriormente.

CdG Roma CesareoLa situazione di cui le parlo nasce dalla sovrapposizione di una serie di fattori negativi. L’Ilva si presenta ad oggi come un’azienda alle prese con problemi di liquidità ingentissimi, che perde ogni giorno quote di mercato attraverso un’emorragia inarrestabile. Si parla di perdite che si attestano sui 50 milioni di euro mensili, a fronte di un prestito di 400 milioni di euro garantito dalle banche che sarebbe già esaurito o prossimo alla fine. Sul fronte degli investimenti non si registrano novità rilevanti, e lentissimo è anche il processo di risanamento della fabbrica. Le risorse di cui Ilva dispone vengono centellinate a favore del minimo indispensabile per garantire la produzione e la continuità del lavoro diretto.

Le aziende dell’indotto hanno finora consentito la continuità della produzione fuori e dentro la fabbrica, nonché la faticosa marcia verso la newco, la cui costituzione, tuttavia, appare ancora lontana. Lo hanno fatto a loro spese, pagando, alcune, in termini di sopravvivenza. Ora non è più possibile, anche perché tutte le misure che potevano favorire la loro attività sono venute gradualmente meno. L’inefficacia degli interventi previsti dalla Legge 20/2015 ha aggravato, infatti, lo stato di indebitamento delle imprese fornitrici: non ha funzionato il Fondo di Garanzia, né sono stati applicati i previsti benefici derivanti dalla sospensione degli oneri tributari.

Persiste, quale diretto effetto di tali circostanze, la stretta creditizia; una condizione di credit crunch che perdura oramai da almeno due anni e che ha ulteriormente indebolito le imprese che risultano, ad oggi, maggiormente esposte con le banche, senza margini di credito e soprattutto incerte sulla possibilità di recuperare i pagamenti dei lavori pregressi.   Una “massa” di crediti confluita, come le è noto, nello stato passivo dell’Ilva e sulla quale ha diretta competenza il giudice delegato della sezione fallimentare del Tribunale di Milano, mentre monta fra le stesse imprese il timore di accumulare nuovi crediti insoluti derivanti dalle nuove commesse, i cui pagamenti non sono sempre regolari.

A fronte di tutto questo, a lei, Presidente, chiediamo un intervento diretto che preveda l’adozione di provvedimenti atti ad ottenere forme di anticipazione sui crediti pregressi. Solo in questo modo le nostre imprese potranno salvarsi. Solo attraverso la corresponsione di quelle ingenti risorse, peraltro maturate durante la gestione commissariale e mai ottenute malgrado 24 mesi di lavoro incessante, potranno continuare ad operare con un margine di serenità sufficiente a garantire quei servizi finora indispensabili per la continuità produttiva – e quindi occupazionale – dell’Ilva di Taranto.

Il momento è decisivo, delicato, importante: la newco potrebbe realmente segnare un nuovo corso per la fabbrica e per la città, e lo sblocco di altre risorse consentire altri investimenti fondamentali per la graduale risalita di quello che è stato e che auspichiamo continui ad essere il colosso dell’acciaio.Contiamo su di lei, Presidente, perché il nostro indotto, benché solo particella, sia pure importante, di un meccanismo molto più grande e complesso, rischia di scomparire proprio in una fase in cui potrebbe crescere e riorganizzarsi in nuove forme e nuovi assetti.

La città, già gravata da molteplici problematiche che stanno impoverendo gradualmente il suo tessuto sociale ed economico, non può consentire che questo accada. La questione è per noi di importanza assoluta e fondamentale. Per questo confidiamo, ai fini della risoluzione favorevole della stessa, in un suo autorevole e risolutivo intervento.

Vincenzo Cesareo

Presidente CONFINDUSTRIA Taranto




ILVA, il miliardo 200 milioni di euro sequestrati ai Riva in Svizzera, bloccati per ricorso degli eredi

Le due figlie di Emilio Riva hanno rinunciato in Italia all’eredità del padre Emilio Riva, l’ex “patron” dell’ ILVA deceduto più di un anno fa, . Ma da degne furbette di tale padre, rivendicano l’eredità in Svizzera . Pertanto nonostante il semaforo verde da parte dell’autorità svizzera, l’importo di oltre 1miliardo ed alcune centinaia di milioni di euro che erano stati sequestrati su richiesta della magistratura italiana presso diversi conti correnti presso la banca svizzera UBS ad alcuni familiari dei Riva non sono ancora arrivati in Italia.  Il trasferimento dei fondi, è stato bloccato dal ricorso presentato da due figlie di Emilio Riva al Tribunale federale di Bellinzona — per bloccare (o meglio ostacolare)  il provvedimento col quale la Procura di Zurigo, condividendo la richiesta della magistratura italiana, aveva disposto la revoca del blocco del denaro depositato presso l’UBS .

Lo scorso 11 maggio  il Gip D’Ambrosio del Tribunale di Milano aveva disposto il rientro in Italia dei fondi, accogliendo la richiesta dei commissari dell’ ILVA di Taranto, e con i soldi sequestrati era prevista l’ emissione per il controvalore  in bond  da utilizzare per il risanamento ambientale e sanitario dello stabilimento siderurgico tarantino . Mancava quindi soltanto il  via libera  da parte delle autorità elvetiche al trasferimento dei fondi sequestrati, dai conti UBS in Svizzera al conto dell’ UBS in Italia, sotto il controllo del Fondo Unico Giustizia di Equitalia,   e ora che questo è arrivato (come era prevedibile) l’opposizione delle figlie di Emilio Riva al trasferimento.  I soldi erano stati sbloccati il 19 giugno dalla magistratura elvetica e precedentemente erano stati sequestrati alla famiglia Riva nel 2013 per reati finanziari e valutari, in conseguenza di una mendace dichiarazione di rientro “scudato” in Italia delle somme, che non è mai avvenuto.

CdG gruppo RIVA

Alcuni “numeri” del gruppo RIVA prima del “crack”

La rinuncia all’eredità degli eredi di  Emilio Riva  in Italia è stata chiaramente decisa dai figli di Riva con il chiaro intento di sottrarsi alle legittime pretese dei creditori. Le non semplici procedure per far rientrare le somme sequestrate dalla Svizzera in Italia, da utilizzare secondo quanto contenuto nel decreto “Salva Ilva”, successivamente convertito in legge il 3 marzo scorso, subisce ancora una volta un imprevisto stop.  Il problema è che adesso senza quei soldi  il risanamento della più grande acciaieria d’Europa non può partire in quanto la conseguenza del ricorso dalle figlie di Emilio Riva, è quello di sospendere lo sblocco dei fondi destinati all’ ILVA . Adesso è atteso nei prossimi giorni la decisione sul merito del ricorso, del  Tribunale di Bellinzona, e quindi nel frattempo tutto si è “paralizzato”.

La somma, soltanto allorquando verrà resa disponibile, verrà trasferita in Italia e quindi messa a disposizione del commissario straordinario dell’ILVA, Pietro Gnudi, in maniera tale che si possa convertire l’intero importo in obbligazioni destinate a essere immesse sul mercato e quindi utilizzate a vantaggio dello stabilimento di Taranto, secondo quanto previsto dal decreto Salva Ilva.

CdG-famiglia-RIVA

L’ importo di 1,2 miliardi era stata sequestrata nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Milano nei confronti di Adriano Riva  (il fratello di Emilio Rivan.d.r.) e di due commercialisti imputati di “truffa ai danni dello Stato” per un  trasferimento fittizio di beni. Secondo l’ipotesi della procura milanese, istruita e formulata formulata dai pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, questi soldi sarebbero stai  sottratti volutamente dalle casse dell’ILVA per essere poi trasferiti nell’isola di Jersey, paradiso fiscale nel canale della Manica. Secondo il Gip di Milano, quei fondi costituivano il frutto di alcuni reati commessi dagli indagati in danno della società Fire Finanziaria, poi divenuta Riva Fire, quindi trasferiti illegalmente all’estero attraverso il loro occultamento in otto trust domiciliati in un paradiso fiscale e poi fatti riemergere attraverso lo scudo fiscale del 2009,  ma in maniera non conforme a alle Leggi.