Lara Comi torna libera. Per il Tribunale del Riesame: "non c’era motivo per arrestarla"

ROMA – Il collegio dell’ appello composto  giudici milanesi Pendino-Alonge-Peroni, chiamati a decidere sul ricorso presentato dall’ avvocato difensore Giampiero Biancolella, difensore dell’ex-parlamentare europea, lo hanno parzialmente accolto, revocando quindi gli arresti domiciliari per la Comi , che in serata è stata rimessa in libertà , sostituendoli con una misura cautelare più “leggera” con l’interdizione per 6 mesi dall’esercizio degli uffici direttivi delle imprese , come quelle della Comi attive nel campo del marketing. “La Comi è libera, – ha commentato il suo difensore – adesso l’impegno sarà ottenere il proscioglimento da ogni accusa”.

La Gip Raffaella Mascarino del Tribunale di Milano aveva motivato gli arresti domiciliari per la Comi  sostenendo che, anche se non più in carica, potesse comunque ancora “contare sulla sua visibilità politica” nonchè sulla sua “indiscutibile rete relazionale, trasversale fra alti livelli politici e imprenditoriali“, come utile volano per ulteriori attività illecite, visto che “nonostante la giovane età ha mostrato nei fatti una non comune esperienza nel fornire parvenza legale all’incameramento di finanziamenti illeciti”.

Ora, però, in attesa delle motivazioni, l’unico punto fermo (giudiziariamente parlando) è il dispositivo emesso dal Tribunale del Riesame di Milano , dal quale si apprende che 3 dei 6 capi d’accusa sono stati annullati sotto il profilo cautelare. Confermati, invece, i capi d’accusa per truffa alla Ue sul portavoce Aliverti, corruzione Afol e relativa fatturazione.  Ma così il complessivo quadro cautelare appare ridimensionato dal Tribunale del Riesame non potendo sostenere una misura cautelare detentiva, ponendo le esigenze cautelari sufficientemente legittimate da una misura cautelare non detentiva come l’interdizione di Comi dalla guida delle società.

Lara Comi

La misura cautelare è stata annullata per tre imputazioni su sei, ed esigenze cautelari esistenti sulle altre tre ma non così gravi da giustificare una misura cautelare detentiva. Non era quindi sbagliata l’iniziale impressione generale che valutavano le esigenze cautelari applicate dagli inquirenti milanesi lo scorso 14 novembre, poste  alla base degli arresti domiciliari dell’ ex europarlamentare di Forza Italia Lara Comi, già da mesi indagata, potessero risultare non così granitiche e attuali davanti al Tribunale del Riesame.

Ieri i pm Bonardi-Furno-Scudieri della Procura di Milano, presenti  in udienza al completo, avevano invece chiesto la conferma degli arresti domiciliari, documentando ulteriori interrogatori di coindagati-accusatori, riascoltati proprio in vista del Riesame dopo le 5 ore di interrogatorio nelle quali Comi li aveva tacciati di accusarla con “contraddizioni e discrasie“.

Dal Tribunale del Riesame invece sono stati ravvisati degli indizi di reato e quindi la Comi rimane indagata per le ipotesi di “truffa al bilancio del Parlamento europeo”  a cui avrebbe addebitato lo stipendio maggiorato del suo portavoce Andrea Aliverti in maniera tale da poterne retrocedere due terzi al riferimento varesino di FI Nino Caianiello per i costi del partito provinciale, oltre che nello stesso schema due mesi nel 2016 in un contratto a Caianiello; “finanziamento illecito” dal presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti , anch’egli indagato,  per 30.000 euro spacciate come  una consulenza sul made in Italy nell’auto,  che è stata ritenuta finta dagli investigatori ; “corruzione” per una consulenza conferita dall’”Afol-Agenzia metropolitana per il lavoro” del direttore Giuseppe Zingale che resta ancora in carcere.




Governo e ArcelorMittal: parte la trattativa sui 5mila esuberi

ROMA – Il Governo con il ministro dell’ economia Roberto Gualtieri (Pd) delegato a gestire la trattativa in accordo con il Mise, pur avendo l’ultima parola, sta formando il proprio team di negoziatori, mentre ArcelorMittal, invece, ha già predisposto la sua “squadra”, si incontreranno, presumibilmente, all’inizio della prossima settimana anche se ad oggi non c’è ancora un calendario degli incontri.

La tentazione-rischio di allungare i tempi di risoluzione della vicenda  rinviando di giorno in giorno se non di settimana in settimana, la risoluzione delle questioni in ballo è di fatto scomparsa. Ogni ipotesi e strategia di attendismo non è più funzionale. Il tatticismo è stato sinora attuato sia dal Governo che dalla famiglia Mittal che ha ridotto il raggio d’azione dell’ Ad di Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli. Sulla questione industriale dell’ex-Ilva di Taranto non c’è più tempo da perdere e gli equilibri nono sempre più “ballerini” .

Dall’incontro di una settimana fa a Palazzo Chigi le due controparti  non hanno fatto nulla. Adesso è arrivato il tempo di mettersi al lavoro per trovare una soluzione o per congedarsi definitivamente lasciando il posto ai rispettivi avvocati ed alle decisioni dei giudici, alle più che possibili e rischiose cause milionarie e ai probabili avvisi di garanzia della magistratura. Il Tribunale di Milano mercoledì scorso ha rinviato al 20 dicembre l’udienza per il ricorso formale depositato dai commissari dell’ILVA in Amministrazione Straordinaria contro la decisione di spegnimento degli altoforni assunta con arroganza e senza alcun titolo da Arcelor Mittal Italia.

Il primo vero problema più difficile per gli incaricati di seguire la trattativa sarà rappresentato dal numero degli occupati. Si parte dall’accordo firmato da azienda e sindacati lo scorso 6 settembre 2018.  I 1.912 addetti attualmente alle dipendenze dell’ ILVA in in amministrazione straordinaria andranno aggiunti, nell’agosto del 2023 ai 10.777 addetti oggi occupati a busta paga la AM Investco Italy  (ciè Arcelor Mittal Italia)  per un totale di 12.689 persone. Un numero che per l’azienda è insostenibile, ed infatti ne vuole tagliare 5mila.

Una prima distanza questa, che appare molto difficile da risolvere, che vede i sindacati, che sono i co-autori e co-firmatari dell’accordo, non molto allineati con il Governo che invece ha assunto una posizione differente da due angolature: 5mila persone in meno sono politicamente insostenibili, come è insostenibile politicamente la richiesta di esubero secco, cioè li licenziamento. Quindi bisognerà verificare le eventuali soluzioni tecnico-politiche, magari partendo  dalla cancellazione dell’obbligo di riassunzione dei 1.912 addetti ora stipendiati dall’ amministrazione straordinaria. Qualcuno ha persino ipotizzato la costituzione di una “bad company“, all’interno della quale trasferire gli esuberi che finirebbero in cassa integrazione e cioè a carico dell’incolpevole contribuente italiano. Incredibilmente al momento nessuno ha coinvolto i sindacati, che rischiano di trovarsi di fronte nuovamente ad un dilemma ancora più duro estremo da risolvere: accettare o non accettare una soluzione trattata e definita da altri.

In questa situazione a dir poco “ingarbugliata” fra Governo ed Arcelor Mittal  è più che evidente che in caso di un retrofront alla decisione iniziale di uscita dall’Italia , il gruppo franco-indiano non può che ipotizzare agli stabilimenti ex Ilva di  Taranto, Cornigliano e Novi Ligure come ad una “Ilva small“: secondo Arcelor Mittal per produrre un massimo di 8 milioni di tonnellate basterebbero dal punto di vista del lavoro, 8.500 addetti; per produrne 6 milioni, sempre secondo Arcelor Mittal,  scenderebbero a 7.500 addetti. Per arrivare ad “Ilva small“, sono due le opzioni disponibili: uno stabilimento siderurgico formato da tre altiforni più piccoli , con AFO 1, AFO2 ed AFO4 che sono a fine ciclo, anche se hanno ancora fra i 5 e gli 8 anni di funzionamento produttivo,  oppure uno stabilimento siderurgico funzionante con un solo altoforno grande e cioè AFO5 (il più grande d’ Europa) attualmente spento ed improduttivo, per il quale ci vorranno ancora due anni per sistemarlo.

Il Governo vorrebbe aggiungere un forno elettrico, che si potrebbe alimentare con il rottame oppure con il preridotto , di fatto “riciclando” il vecchio progetto dell’ex commissario unico Enrico Bondi (nominato dal Governo Letta). Tre ipotesi di trattativa difficili per una e l’altra parte,  infatti nella cultura industriale di ArcelorMittal, un altoforno elettrico non appartiene per nulla almeno negli impianti in Europa. Un altoforno elettrico si progetta, realizza ed installa in due anni e può costare fra i 200 e i 300 milioni di euro. Ipotesi per la quale non c’è denaro da investire ed in cui la maggioranza  in particolare quella del PD che discende da Gentiloni  a Gualtieri ,  prova a lavorare per mantenere in piedi il contratto con ArcelorMittal ed ipotizza di coinvolgere nell’azionariato AM Investco Italy società pubbliche come Invitalia o società partecipate dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Come dicevamo all’inizio ad oggi non c’è ancora un calendario delle trattive. Ma tutti gli interessati non potranno non mettersi al lavoro per trovare un accordo  fin dalla prossima settimana. I Mittal in realtà hanno capito venerdì scorso, che conveniva loro sedere nuovamente al tavolo con il Governo, dopo che il capo della Procura di Milano, Francesco Greco, si è dedicato alla questione Ilva. Il procuratore milanese è noto per avere “convinto” le grazi aziende del web ed il lusso “esterovestito” a pagare le imposte sui redditi prodotti in Italia.

La decisione arrogante adottata tre giorni fa da ArcelorMittal di rimuovere  Sergio Palmisano, dopo che il dirigente che era stato sentito come persona informata dei fatti dalla Procura di Milano non è piaciuta ai magistrati.

L’intera questione giudiziaria è adesso in itinere sia nella procura di Taranto che in quella di  Milano. Alla prossima udienza del 20 dicembre, soltanto tutte e due le parti potranno chiedere insieme un nuovo rinvio. Inizialmente il Governo ed i Mittal erano convinti di poter avere fino a gennaio 2020 inoltrato campo libero sul quale sviluppare tatticismi e strategie. Ma in realtà non è possibile in quanto adesso le vicende del piano industriale si intrecciano con le vicende giudiziarie.




Emiliano, Morselli e Melucci: "Ora stiamo insieme". Della serie al ridicolo non c'è mai fine... !

ROMA – Ci sarebbe voluta la presenza di Roberto Giacchetti durante un assemblea per le primarie del PD quando disse ad Emiliano : “avete la faccia cole il culo”,  alla conferenza stampa “farsa” di ieri  con  l’ad Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli , il governatore Michele Emiliano e il sindaco Rinaldo Melucci nella consueta parte degna del suo soprannome di “Sergente Garcia” con il quale ormai viene chiamata ed indicato da tutta Taranto .

Ascoltare  Emiliano dire cheper la prima volta mi sono sentito a casa” e Melucci aggiungere “Momento di ricucitura” e la Morselli affermare “L’acciaieria non finisce con un perimetro, esce da questa cerchia in cui sembra definita ed entra nelle case di tutti i dipendenti – ha dichiarato la numero uno di Am Italia per la prima volta dal suo subentro al cospetto della stampa locale (profumatamente “legata” cioè retribuita pubblicitariamente dal gruppo franco-indiano)  – abbiamo costruito una comunione d’intenti e sappiamo che stiamo insieme“.

Dire “Adesso sappiamo che stiamo insieme”, il giorno dopo in cui la Regione Puglia ed il Comune di Taranto si sono costituiti nel giudizio di Milano contro Arcelor Mittal Italia, relativo al ricorso cautelare presentato dai commissari contro il tentativo di sottrarsi agli obblighi contrattuali stipulati del gruppo franco-indiano.

La conferenza stampa fortemente voluta da Emiliano a fini elettori (a giugno 2020 si vota per il rinnovo del Consiglio regionale)  come di consueto ha quindi rasentato il ridicolo. La Morselli ha dichiarato sulla questione pagamenti che c’è stata “qualche difficoltà nei giorni scorsi, non voglio minimizzare perché sono cose molto serie. Con l’aiuto del presidente e del sindaco siamo riusciti a trovare rapidamente una soluzione. Una soluzione anche immaginando un percorso di coordinamento tra realtà produttiva locale e acciaieria di Taranto“. Sarà cioè costituita una specie di task force tra i fornitori dell’indotto ed appalto e l’amministrazione di Arcelor Mittal per evitare malintesi e difficoltà: si incontreranno con cadenza mensile “ma faccio un invito a loro per qualsiasi chiarimento, dubbio: siamo aperti e disponibili tutti i giorni”.

Resta da chiedersi, visto che nessun giornalista in conferenza stampa si è degnato di domandarlo, cosa c’entrino un governatore regionale ed un sindaco nelle procedure di pagamento di un’azienda facente parte di un Gruppo come Arcelor Mittal Italia quotato in Borsa . E sopratutto come mai siano “aperti e disponibili tutti i giorni” allorquando nei giorni precedenti, come dimostrato su alcuni programmi televisivi nazionali, ai loro centralini amministrativi non rispondeva nessuno, fino al vero intervento risolutivo e cioè quello delle procure di Milano e Taranto .

In serata è arrivata la notizia da Milano  l’udienza della causa civile a Milano che si è svolta ieri mattina all’interno della quale è stata  comunicata il cronoprogramma per il riassortimento dei magazzini. Il giudice Claudio Marangoni ha manifestato in apertura di udienza il proprio apprezzamento verso ArcelorMittal che rispettato l’invito, contenuto nella sua decisione del 18 novembre scorso, a non svolgere attività che potessero avere effetti irreversibili e danneggiare l’azienda. Fonti presenti all’udienza hanno riferito che Lucia Morselli Ad di ArcelorMittal Italia  “ha garantito il normale funzionamento degli impianti e la continuità produttiva” e quindi nessuno stop degli altoforni, con una ripresa del riassortimento dei magazzini nel prossimo mese con una produzione che da 10,5 kiloton che aumenterà fino a 12 kiloton in quattro settimane.

Adesso ArcelorMittal qualora la mediazione con il Governo non dovesse portare ad un accorso, avrà tempo fino al 16 dicembre per depositare una propria memoria nel procedimento sul ricorso cautelare presentato dai commissari. Quindi se il 20 dicembre ci sarà una convergenza sul contratto definitivo, che non sarà più quello originario ma dovrebbe contenere una serie di modifiche, la causa si estinguerà con un “non luogo a procedere”. nel procedimento sul ricorso d’urgenza dei commissari ILVA in A.S.  contro l’addio di ArcelorMittal, presenti come parti la Procura di Milano, la Regione Puglia e il Comune di Taranto. I legali dell’associazione di consumatori del Codacons hanno annunciato di essersi costituiti nel procedimento civile.

All’udienza erano  presenti per Am InvestCo (Arcelor Mittal) gli avvocati Giuseppe Scassellati, Ferdinando Emanuele, Roberto Argeri, Roberto Bonsignore (dello studio Cleary Gottlieb), De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni per l’ ILVA in Amministrazione Straordinaria.  La Procura di Milano , intervenuta nell’udienza di ieri, parallelamente continua a lavorare nell’ambito dell’inchiesta penale con le ipotesi di reato di aggiotaggio informativo e falsa dichiarazione dei redditi nei confronti del gruppo franco-indiana.

 

 




Pax giudiziaria in Tribunale a Milano fra il Governo ed i Mittal

ROMA – I commissari straordinari dell’ex Ilva hanno ricevuto dal Ministero dello Sviluppo Economico, da cui dipende la loro nomina ed operato, espresso mandato per depositare al giudice civile milanese, Claudio Marangoni, un’istanza di sospensione dell’ udienza originariamente fissata per mercoledì 27 novembre prossimo relativa al procedimento d’urgenza avviato contro Arcelor Mittal Italia ed AM Investco, che giuridicamente al momento sono i locatori dello stabilimento siderurgico di Taranto .

L’input arrivato dal Governo è conseguente alla svolta nei rapporti intercorrenti fra il Governo ed Arcelor Mittal, avvenuta venerdì scorso 22 novembre, quando davanti al premier Giuseppe Conte ed ai ministri Gualtieri e Patuanelli  i vertici del gruppo franco-indiano hanno manifestato la propria disponibilità ad un nuovo impegno più serio nell’adempimento del Piano ambientale e industriale che è oggetto dei contratti del 2017 e dell’ addendum stipulato nel 2018.

Fonti del MISE  fanno trapelare che si tratta solo di una “tregua” che dovrebbe auspicabilmente durare fino alla fine di quest’anno anno, esclusivamente per verificare l’effettiva percorribilità del piano di rilancio industriale e di garanzie occupazionali e ambientali. Quindi non si esclude un eventuale ritorno in un’aula giudiziaria del procedimento d’ urgente se da Taranto dovessero arrivare nuovi segnali  di smobilitazione, ma e anche se ArcelorMittal decidesse di proseguire l’azione civilistica avente lo scopo di ottenere una risoluzione giudiziale dei contratti, la cui udienza civile è fissata sempre in Tribunale a Milano per il prossimo 6 maggio 2020.

La nuova apertura di rapporti con il Governo attuata della multinazionale, che dopo l’avvio di due indagini delle Procure di Milano e  Taranto,  e dopo un invito alla ragionevolezza da parte del Presidente del Tribunale di Milano, Arcelor Mittal Italia aveva revocato la propria decisione di interrompere  l’attività produttiva con lo spegnimento degli altoforni, non ha un impatto diretto in ogni caso sul lavoro in corso da parte della Guardia di Finanzia e dei Carabinieri, delegati dalle due Procure della Repubblica che indagano, che è bene ricordare, allo stato attuale procedono contro ignoti.

La ripresa delle forniture  ed il conseguente riempimento dei magazzini, lo sblocco di pagamenti ai fornitori dell’indotto che aspettano di incassare 60 milioni di euro annunciato oggi, e la riprese della continuità aziendale evidenziano una nuova luce su molte delle ipotesi di reato, come le distrazione fallimentare e quella ancora più grave di attentato a un asset strategico dell’economia nazionale.

Il prudenziale limitato ottimismo delle ultime ore in cui si è arrivati addirittura  parlare di decarbonizzazione degli impianti produttivi dello stabilimento siderurgico di Taranto, con un progetto di riconversione a sette anni allunga i termini di rilancio dell’ ILVA oltre il termine della durata dei contratti di affitto d’azienda siglati tra il 2017 e il 2018 con il corredo del Piano ambientale e dell’ormai famoso scudo penale, in scadenza tra il 2020 e il 2021, con una duplice possibilità d’uscita.  La principale è l’acquisto-riscatto del Gruppo ILVA da parte di ArcelorMittal, la possibilità secondaria invece consisterebbe nella restituzione dello stabilimento di Taranto  e degli impianti nelle condizioni (da un punto di vista tecnico ottimali) nelle quali sono stati consegnati ai franco-indiani dai commissari ILVA in amministrazione straordinaria.

 

Rileggere con attenzione gli atti del contenzioso giudiziario in corso avviato lo scorso 4 novembre aiuta bene a comprendere le posizioni cambiate da Arcelor Mittal ed ILVA in A.S. negli ultimi giorni

ARCELOR MITTAL citazione

A seguito dell’atto legale depositato da Arcelor Mittal  al Tribunale di Milano di domenica notte, a mercati finanziari chiusi,  con il quale chiedeva ai giudici di “esercitare il proprio diritto di recesso con effetto immediato ai sensi dell’articolo 27.5 del Contratto» con riferimento allo scudo penale, cessato per effetto della legge entrata in vigore il 2 novembre scorso,  intimando “la collaborazione delle concedenti per dar corso alla restituzione dei rispettivi rami d’azienda entro 30 giorni dal 4 novembre 2019″ i commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria a loro volta si erano rivolti  al giudice Marangoni con un ricorso d’urgenza (ex-art. 700)  per ottenere in via di urgenza un’ ordine che inibisse ad Arcelor Mittal Italia di proseguire nelle preannunciate ed iniziate operazioni di progressivo spegnimento degli altoforni e quindi la cessazione delle attività produttive funzionali alla restituzione dei rami d’azienda con i tempi e le modalità che avrebbero portato alla chiusura dello stabilimento ILVA e la distruzione delle sue attività.

ricorso Commissari_ILVA

I commissari di ILVA in A.S. con la loro iniziativa legale avevano chiesto al Tribunale di Milano di ordinare ad ArcelorMittal di proseguire “nella piena e regolare esecuzione dei contratti inter partes in conformità alle disposizioni ivi contenute” in conformità ai propri obblighi contrattuali nella gestione delle aziende .

 




Palazzo Chigi: "Mittal disponibile all'interlocuzione. Obiettivo è un nuovo piano industriale"

ROMA – E’ stato un confronto teso, ma fondamentale quello tenutosi ieri sera a Palazzo Chigi per capire se il futuro dell’acciaieria di Taranto sarà ancora targato Arcelor Mittal. I proprietari del colosso siderurgico, Lakshimi Mittal e il figlio Aditya, accompagnati da una traduttrice, hanno trattato a lungo  con il premier Giuseppe Conte, affiancato dai ministri dell’Economia Roberto Gualtieri e allo Sviluppo economico Stefano Patuanelli. Al vertice è sopraggiunta l’ amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia  Lucia Morselli, da poco più di un mese alla guida della società italiana,  che secondo voci sempre più ricorrenti (smentite) potrebbe presto lasciare il gruppo.

Conte affiancato dai due ministri ha cercato innanzitutto di carpire le reali intenzioni dei Mittal. I quesiti principali erano se è possibile bloccare la loro richiesta di recedere dal contratto, e se reintroducendo lo scudo penale, si potrebbe tornare a trattare. Ma il nodo difficile ed ancora più importante, è stato quello sull’occupazione. Il Governo non ha intenzione di accogliere la richiesta dei Mittal  di 5mila esuberi di cui si era parlato nel precedente incontro . Il Governo avrebbe già pronta una bozza di ‘decreto Taranto‘, con cui si potrebbe reintrodurre l’immunità penale ed eventualmente arginare l’emergenza occupazionale con un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali.

Prima dell’incontro a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola Superiore della Polizia di Stato , Conte aveva sottolineato di non poter accettare un disimpegno da parte di Mittal sulla gestione del sito pugliese. “Non abbiamo promosso noi la battaglia giudiziaria che, l’ho sempre detto, è una sconfitta per tutti” aggiungere, sopratutto da avvocato, che la reazione dello Stato nei Tribunali sarà durissima, chiedendo un risarcimento esorbitante.Nel frattempo lo scontro prosegue nelle aule giudiziarie su diversi punti contrapposti.

Mercoledì della prossima settimana il Tribunale di Milano si svolgerà un’udienza sul ricorso d’urgenza presentato dai commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, a fronte della richiesta di recesso avanzata dal colosso franco-indiano. “Ci venga detto chiaramente rispetto agli impegni presi qual è la posizione di Mittal, da lì partiremo“, aveva detto Conte prima di iniziare la trattativa negoziale di ieri sera. Arcelor Mittal punta il dito contro il provvedimento legislativo che ha rimosso lo scudo penale, sostenendo che il contratto firmato nei scorsi mesi prevede esplicitamente che un cambio delle leggi può costituire elemento per disimpegnarsi.

Parlando con la stampa al termine dell’incontro con i vertici Arcelor Mittal il premier Giuseppe Conte ha riferito ai giornalisti che “E’ stata valutata anche la possibilità di un coinvolgimento pubblico nel nuovo progetto. Abbiamo messo subito sul tavolo il pieno coinvolgimento del sistema Italia. Abbiamo assicurato in questa prospettiva la disponibilità di un coinvolgimento anche pubblico”.

“E’ stata valutata anche la possibilità di un coinvolgimento pubblico nel nuovo progetto. Abbiamo messo subito sul tavolo il pieno coinvolgimento del sistema Italia. Abbiamo assicurato in questa prospettiva la disponibilità di un coinvolgimento anche pubblico“. ha  affermato il premier Conte che ha aggiunto “L’obiettivo è un nuovo piano industriale con nuove soluzioni produttive con tecnologie ecologiche e massimo impegno nel risanamento ambientale”. Conte ha fatto sapere che il gruppo indiano sarebbe “disponibile all’interlocuzione

“Per consentire che questo processo possa partorire un piano ecologico e dobbiamo assicurare un rinvio dell’udienza e chiederemo ai commissari una breve dilazione dei termini processuali, per un rilancio dell’udienza lasciando in pregiudicato qualsiasi diritto di difesa” ha detto Conte, in sala stampa a Palazzo Chigi, dopo l’incontro con i vertici ArcelorMittal. “Chiederemo ai commissari – ha aggiunto il premier – di acconsentire ad una breve dilazione dei termini giudiziari in modo da ottenere il rinvio dell’udienza, lasciando in pregiudicato qualsiasi diritto di difesa posponendo semplicemente l’udienza in modo da consentire che si realizzi questa interlocuzione. Siamo disponibili a concedere questo differimento a condizione che ArcelorMittal assicuri il normale funzionamento degli impianti“. specificando che l’obiettivo è la “massima occupazione” e spiegando che la negoziazione “sarà faticosa e complicata“.

“Non abbiamo discusso di scudo penale ma di come risolvere il problema di un polo industriale che ha rilievo per l’intera manifattura nazionale“, ha aggiunto il Presidente del Consiglio. “A me come decisore politico preoccupa molto di più l’obiettivo di ottenere un piano industriale sostenibile, e su questo sono concentrato. Vorremo fare di Taranto un polo siderurgico all’avanguardia nel mondo. Prendiamo atto della grande apertura, della mutata disponibilità dei Mittal, ma non abbiamo ancora incassato nulla. Si avvierà una trattativa, ci sarà una negoziazione. In tutto questo se volete parlare di scudo lo fate da soli“. ha detto Conte ai giornalisti.

Il premier Conte ed esponenti della maggioranza al termine dell’incontro con i Mittal

“E’ stata valutata anche la possibilità di un coinvolgimento pubblico nel nuovo progetto. Abbiamo messo subito sul tavolo il pieno coinvolgimento del sistema Italia. Abbiamo assicurato in questa prospettiva la disponibilità anche di un coinvolgimento pubblico”. ha detto il premier in conferenza stampa a Palazzo Chigi. “Chiederemo ai commissari straordinari – ha fatto sapere Contedi acconsentire ad una breve dilazione dei termini giudiziari in modo da ottenere il rinvio dell’udienza, lasciando in pregiudicato qualsiasi diritto di difesa posponendo semplicemente l’udienza in modo da consentire che si realizzi questa interlocuzione. Siamo disponibili a concedere questo differimento a condizione che ArcelorMittal assicuri il normale funzionamento degli impianti“.

Durante il vertice con Mittal sulla vicenda della trattativa sull’ex Ilva, l’ esecutivo di Governo si è dichiarato “disponibile a sostenere questo processo anche con misure sociali, ove mai necessarie, in accordo con le associazioni sindacali“. come riporta la nota stampa emessa dalla Presidenza del Consiglio al termine dell’incontro durato circa quattro ore.

“Torneremo presto a Taranto con un pacchetto di rilancio” – ha continuato il presidente del Consiglio al termine dell’incontro con i vertici di ArcelorMittal sul futuro degli stabilimenti dell’ex gruppo Ilva. “Cercheremo di realizzare un progetto di continuità aziendale con il massimo di risanamento ambientale possibile. E già ieri in Consiglio dei ministri  abbiamo lavorato intensamente su alcuni significativi progetti per Taranto città”, ha ricordato. “ Taranto non è solo l’ex Ilva ma una comunità di cittadini che da anni soffrono e attendono segnali e su questo la politica deve dare risposte: stiamo lavorando ma non può essere un singolo governo a fornirle, dobbiamo farlo tutti insieme. Per questo posso già ringraziare molti dei nostri campioni nazionali che hanno già portato progetti“.

E’ possibile a questo punto che il confronto con Mittal possa continuare nei prossimi giorni, parallelamente agli sviluppi giudiziari. Se veramente si dovesse concretizzare l’addio di Arcelor Mittal, il Governo potrebbe mettere in atto una nazionalizzazione temporanea, con l’obiettivo di mantenere la continuità produttiva.

AGIORNAMENTO del 23 novembre 2019

Dopo le dichiarazioni di ieri del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, anche il gruppo ArcelorMittal,  ha confermato che l’incontro di ieri sera “è stato costruttivo” aggiungendo che adesso “l’obiettivo è di raggiungere al più presto un accordo. come riporta una nota del gruppo siderurgico: “AM Investco conferma che l’incontro tenutosi ieri con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed altri membri del governo per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo. Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto”.




Dopo l'intervento delle procure sull'ex Ilva, ArcelorMittal sospende il piano di chiusura

ROMAPressata dall’attività immediata messa in atto dalle Procure di Milano e Taranto, che hanno messo in moto i Carabinieri e la Guardia di Finanza, la società ArcelorMittal Italia ha reso noto di aver sospeso il piano di fermata degli impianti dello stabilimento siderurgico di Taranto. L’annuncio è stato reso noto questa sera dall’azienda, nel corso dell” incontro svoltosi in fabbrica con i sindacati metalmeccanici .

Con una una nota ArcelorMittal afferma : “A seguito della recente richiesta dei commissari dell’Ilva al Tribunale di Milano volta all’ottenimento di provvedimenti provvisori relativi all’acciaieria di Taranto, AM InvestCo Italy prende atto e saluta con favore l’odierna decisione del Tribunale di non accogliere la richiesta di emettere un’ordinanza provvisoria senza prima aver sentito tutte le parti. L’udienza in Tribunale è fissata per il 27 novembre”.

“AM InvestCo  seguirà l’invito del Tribunale a interrompere l’implementazione dell’ordinata e graduale sospensione delle operazioni in attesa della decisione del Tribunale. Tale processo – conclude la nota di Arcelor Mittal Italiaè in linea con le migliori pratiche internazionali e non recherebbe alcun danno agli impianti e non comprometterebbe la loro futura operatività“.

“Non spegnere gli altiforni della ex Ilva fino alla definizione della causa civile”. È stato questo l’invito fatto questa mattina ad ArcelorMittal dal Tribunale di Milano, tramite una nota ufficiale del presidente del Tribunale, Roberto Bichi. Fonti del Palazzo di Giustizia milanese spiegano che poiché la prima udienza è il 27 novembre, non essendoci un provvedimento diretto alle parti , quello di Bichi è stato solo un “invito” importante alle parti,  visto che arriva da chi dovrà esprimersi sul ricorso d’urgenza promosso dalla ex Ilva nei confronti della multinazionale. Arcelor Mittal aveva presentato nei giorni scorsi  ai sindacati, ai ministeri competenti ed alle istituzioni locali un programma di chiusure scadenzate del siderurgico di Taranto che prevedeva che l’altoforno AFO2 sia fermato il 13 dicembre, l’altoforno AFO4 a fine dicembre e l’altoforno AFO1 a metà gennaio.

“Mittal ha i prossimi minuti, le prossime ore e i prossimi giorni ma noi non possiamo aspettare troppo, l’azienda deve chiarire quali sono le sue reali intenzioni“ha detto il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ospite di Sky Start. “il ricatto che non accettiamo non è generico perché riguarda l’occupazione. Noi per settimane – ha aggiunto – abbiamo discusso dello scudo, ma io ero seduto al tavolo quando il presidente Conte ha detto “se il problema e’ lo scudo lo rimettiamo in cinque minuti” e loro hanno risposto “malgrado lo scudo abbiamo 5mila esuberi’.

“Questi signori hanno sulla coscienza presente e futuro dell’Ilva che è Taranto, Genova, Novi Ligure che rappresenta migliaia di imprese e artigiani. Incoscienti, pazzi incoscienti coloro che al governo rischiano di far scappare le imprese che hanno investito in Italia. Prima di stracciare i contratti uno dovrebbe avere l’idea di che cosa fare per l’Italia”  afferma il leader della Lega Matteo Salvini su Facebook. “Forse pensavano di mettere a Taranto un parco giochi? ” prosegue  Salvini che aggiunge “Il governo sta facendo scappare le imprese italiane e straniere. E’ un governo tasse, sbarchi e manette ma l’Italia a furia di queste cose rischia di andare a fondo e noi cercheremo di impedirlo con ogni mezzo democraticamente permesso. Alla guida c’è gente che non sa guidare una bici e vuole salvare il Paese. Questi vogliono solo salvare la poltrona di un governo che ha perso credibilità”.

Questa mattina i pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, titolari del fascicolo di indagine della Procura di Milano, coordinato dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, hanno ascoltato alcune persone informate sui fatti. Dopo le audizioni dei primi testimoni, i magistrati potrebbero definire le ipotesi di reato da contestate nel fascicolo di indagine inizialmente avviato a “modello 45”, vale a dire al momento senza ipotesi di reato né indagati.Il ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha commentato la decisione: “Voglio ringraziare la magistratura per il lavoro che sta svolgendo e per aver acceso un faro sulla gestione dell’ex Ilva.

Anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha parlato della vicenda dello scudo penale ed assicura: “Se si definisce un accordo con Mittal nel quadro di questo accordo ci sarà anche la componente dello scudo penale. Io penso che debba essere fatto ma in un quadro complesso”. Gualtieri ha anche smentito l’ipotesi di un prestito ponte ventilata dai giornali a seguito delle dichiarazioni del ministro Boccia.  “Ilva non chiuderà. Occorre una soluzione industriale perché l’Italia ha bisogno di un’acciaieria. Auspico una ripresa del negoziato. Questo  – ha detto – è un momento delicato. Da Arcelor Mittal è arrivato un primo segnale positivo anche se legato alla vicenda processuale”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale nel tardo pomeriggio di oggi i Segretari generali della CGIL, Maurizio Landini, della CISL, Annamaria Furlan, e della UIL, Carmelo Barbagallo. Per il presidente della Repubblica Mattarella l’”ILVA è un grande problema nazionale che va risolto con tutto l’impegno e la determinazione, non solo per le implicazioni importantissime sul piano occupazionale ma anche  per quanto riguarda il sistema industriale italiano” come ha detto ai sindacati ricevuti questa sera al Quirinale .

Il Capo dello Stato non è entrato in nessun modo sul come risolvere la crisi, dato che spetta al Governo ed al premier Conte. La richiesta di incontro è venuta dalle sigle sindacali che hanno chiesto di incontrare il presidente e Mattarella, nel corso dell’incontro, avrebbe soprattutto ascoltato, secondo quanto trapela dal Quirinale.

“Mentre eravamo all’incontro al Quirinale ci è giunta la notizia, data dall’azienda ai delegati, che è stata sospesa la procedura di spegnimento. Questo sicuramente è un primo risultato importante, ma ora non c’è tempo da perdere” dice il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, al termine dell’incontro al Quirinale con il capo dello Stato, Sergio Mattarella, per parlare della crisi dell’ex Ilva. “Ora serve che Ilva si segga al tavolo con il governo per discutere al tavolo come si applica l’accordo che è stato firmato” precisa il segretario Cgil.

“Riteniamo che questa comunicazione sia un primo passo importante per poter avviare un confronto serio e impegnativo per scongiurare un disastro ambientale, occupazionale e industriale”. ha commentato Rocco Palombella, Segretario Generale Uilm . “Come abbiamo richiesto oggi insieme alle altre organizzazioni sindacali  ora si deve aprire un tavolo tra sindacati, azienda e governo per risolvere questa situazione che riguarda 20mila lavoratori, partendo dall’accordo del 6 settembre 2018”.
“Continueremo a svolgere le nostre azioni, coinvolgendo tutte le istituzioni italiane, affinché questo spiraglio possa portare a una rapida risoluzione che garantisca risanamento ambientale, tutela dei livelli occupazionale e continuità industriale” ha concluso Palombella.

In serata è stato reso noto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontrerà  venerdì 22 alle 18.30 a Palazzo Chigi insieme al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli,  i vertici di Arcelor Mittal .




Ex-Ilva, magistratura in campo. Arcelor Mittal Italia inizia a preoccuparsi

ROMA –  Le aziende dell’indotto-appalto siderurgico di ArcelorMittal Italia (ex Ilva), sono attualmente in presidio davanti alla portineria C dello stabilimento di Taranto con i propri mezzi e dipendenti e mezzi. Confindustria Taranto precisa che “non si tratta un blocco, ma di un presidio per protestare per i mancati pagamenti di ArcelorMittal Italia alle stesse imprese ed a rivendicare la continuità produttiva e occupazionale della fabbrica“.

 

Non vogliamo accelerare lo spegnimento della fabbrica – aggiunge Antonio Marinaro presidente di Confindustria Tarantonon vogliamo assestare l’ultimo colpo ad una fabbrica già in declino. Confindustria Taranto ritiene che, pur dando un segnale di protesta, pur dichiarando tutta la sua insofferenza per il mancato pagamento, non debba tuttavia venire meno, anche in una situazione estrema, la responsabilità”. Secondo le imprese, Arcelor Mittal Italia deve saldare 50 milioni di fatture ai propri fornitori, dei quali circa 10-12 sono relativi a fatture già scadute per prestazioni effettuate mentre il resto è in scadenza.

Il presidente di Confindustria Taranto aggiunge: “I cantieri edili delle imprese nell’ex Ilva saranno fermi da oggi 18 novembre. Poiché questi operano sugli investimenti, se il committente non paga e il cantiere, il progetto, si fermano, non succede nulla di grave. Non si pregiudica nulla. Assicureremo invece le manutenzioni e tutti i lavori correnti quelle attività che servono a tenere in marcia gli impianti perché noi, come imprenditori, non possiamo contribuire allo spegnimento” dice Marinaro.

Lucia Morselli, Ad di Arcelor Mittal Italia

La protesta delle imprese tarantine vuole mettere in evidenza che, nonostante per tre volte, negli ultimi giorni , Lucia Morselli l’ amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia,  avesse garantito che le imprese sarebbero state pagate pagate, nulla in realtà è stato fatto, e le linee telefoniche riservate alle informazioni per i fornitori risultano mute squillando a vuoto senza che nessuno risponda. Secondo fonti confidenziali di Arcelor Mittal non si tratterebbe di un blocco dei pagamenti ma solo di ritardi conseguenti alla sostituzione del personale preposto alla parte amministrativa e contabile. resta da capire per quale motivo si sostituisca il personale, allorquando si dichiara  di voler lasciare lo stabilimento.

Le reazioni dello Stato

Questa mattina nello stabilimento di Taranto hanno avuto accesso un nucleo di ispettori dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dell’Inail e dell’Inps. La Procura di Taranto dopo aver avviato l’inchiesta contro ignoti, prefigurando l’ipotesi di reato di distruzione di materie prime e prodotti industriali, nonché di mezzi di produzione con danni all’economia nazionale (articolo 499 del Codice penale), ha già disposto le prime ispezioni all’interno del siderurgico.

“È una cosa seria, ci stiamo già attivando” è il commento il procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo, poco dopo aver ricevuto, insieme al procuratore aggiunto, Maurizio Carbone, i commissari dell’amministrazione straordinaria Ilva, Ardito, Danovi e Lupo, che gli hanno presentato e depositato  un esposto-denuncia che indicano comportamenti lesivi dell’economia nazionale da parte di ArcelorMittal,

Nell’esposto si sostiene infatti che il gruppo dell’acciaio con quartier generale in Lussemburgo abbia già messo in atto un processo di abbassamento della produzione degli impianti e di riduzione del loro calore. Un processo industriale che comporterebbe un grave danno agli altiforni, rendendo difficile da utilizzare la fabbrica in futuro, in quanto le eventuali conseguenti procedure di adeguamento sarebbero lunghe e, soprattutto, molto costose. Un danno che si rifletterebbe anche sull’economia italiana, visto che lo stabilimento di Taranto è strategico dal punto di vista industriale.

I riflettori investigativi che la Procura di Taranto ha acceso riguarda infatti il magazzino dell’ex Ilva, ipotizzando anche il reato di “appropriazione indebita“. Probabilmente, i primi ad essere convocati saranno i dirigenti del gruppo franco-indiano, a partire dall’ amministratore delegato  Lucia Morselli, convocazione che potrebbe arrivare dopo la disposta acquisizione della documentazione in azienda. Successivamente i magistrati e gli investigatori passeranno a sentire i dirigenti ed i dipendenti del polo siderurgico.

Ilva in amministrazione straordinaria infatti ha ceduto un anno fa, esattamente il 30 ottobre 2018,  ad ArcelorMittal Italia un magazzino di materie prime del valore di 500 milioni di euro ed il magazino di pezzi di ricambio per un valore di  circa 100 milioni. Dopo gli ultimi comportamenti di Arcelor Mittal, si  vuole accertare se non vi sia stato un impoverimento preordinato da parte dell’affittuario, con il chiaro obiettivo di indebolire l’azienda e quindi abbandonarla.

Sempre sulla decisione di ArcelorMittal di restituire allo Stato lo stabilimento di Taranto e lasciare l’ Italia, la Procura di Milano indaga nel fascicolo esplorativo aperto alcuni giorni fa, ancora formalmente a carico di ignoti e senza ipotesi di reato, anche su eventuali illeciti tributari e su presunti reati pre-fallimentari, con un focus sul mancato pagamento dei creditori dell’indotto. Filoni questi che si aggiungono a verifiche su presunte appropriazioni indebite di materiale relativo al magazzino di materie prime, su false comunicazioni societarie e al mercato. Il procuratore capo della procura milanese Francesco Greco , a lungo in passato a capo del pool che si occupa dei reati finanziari e societari della Procura di Milano, ha incontrato anche i commissari dell’Ilva e dopodichè vi sono state negli uffici della Procura delle riunioni tra i magistrati e gli investigatori della Guardia di Finanza.

Questa mattina, a Milano, l’aggiunto Maurizio Romanelli e i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici si sono incontrati per mettere a punto l’atto della loro costituzione nella causa civile con cui Arcelor Mittal chiede di rescindere il contratto di affitto dell’ex stabilimento, mentre i commissari, con il loro ricorso cautelare, cercano di fermarli per preservare l’azienda.

Il giudice Claudio Marangoni, presidente della sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale di Milano che ha fissato per il prossimo 27 novembre l’udienza sul ricorso cautelare dei commissari ex Ilva, ha diffidato ArcelorMittal Italia a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti» dello stabilimento siderurgico”. Lo si legge in una nota firmata e diffusa dal presidente del Tribunale di Milanotenuto conto – continua il comunicato – della non adozione di provvedimenti ‘inaudita altera parte”, cioè  del fatto che le decisioni arriveranno solo dopo la discussione in udienza e non ‘de planò, si invitalo “le parti resistenti”, cioè  ArcelorMittal, “in un quadro di leale collaborazione con l’Autorità Giudiziaria e per il tempo ritenuto necessario allo sviluppo del contraddittorio tra le parti, a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti, eventualmente differendo lo sviluppo delle operazioni già autonomamente prefigurate per il limitato tempo necessario allo sviluppo del presente procedimento”.

IL RICORSO D’URGENZA DEI COMMISSARI ILVA IN A.S. AL TRIBUNALE DI MILANO

ricorso Commissari_ILVA

I sopralluoghi negli stabilimenti ex-Ilva. Ai sopralluoghi con i commissari parteciperanno anche i Carabinieri del Noe, i quali dovranno verificare l’eventuale presenza di pericolo di danni all’ambiente, legati principalmente alla decisione di Arcelor Mittal di spegnare gradualmente gli altiforni, iniziativa questa che, oltre a deteriorare gli impianti, potrebbe provocare anche nuove emissioni inquinanti. Per quantificare un possibile impatto ambientale non è escluso che nei prossimi giorni le procure possano nominare un consulente tecnico per effettuare ulteriori accertamenti. Mentre i Carabinieri del Nil, la sezione dell’ Arma che si occupa di illegalità in ambito occupazionale-lavorativo, i quali dovranno acquisire e controllare i contratti con i dipendenti: infatti vi è sospetto è che, anche in questo caso, vi potrebbero essere delle irregolarità poste in essere dal gruppo franco-indiano..

Il governo nel frattempo comincia comunque ad attrezzarsi in caso si confermasse il disimpegno di ArcelorMittal Italia “Dovesse accadere, ha chiarito il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia a “Circo Massimo”, su Radio Capitalscatterà “l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte” (cioè come fece quattro anni fa il Governo Renzi) da parte dello Stato, e quindi con l’incarico a dei commissari, in modo da riportare l’azienda sul mercato entro un paio d’anni.

Il ministro Boccia ha aggiunto cheMittal ha posto un ricatto occupazionale inaccettabile, che il governo ha già respinto. E dunque deve assumersi le proprie responsabilità e rispettare le leggi della Repubblica italiana. Alternativa non c’è. Solo una volta stabilita l’amministrazione straordinaria si deciderà se ci sono altre aziende dello Stato che possono entrare nella cordata. Io – ha concluso Bocciapenso che abbia assolutamente fondamento la possibilità che entrino altre aziende, tra cui Cdp, ma è un tema che si porranno i commissari”.

Questa mattina  si è riunito il consiglio di fabbrica di Fim, Fiom e Uilm per affrontare la difficile fase che attraversa il sito produttivo di Taranto con il conseguente rischio di disastro occupazionale e ambientale. Una situazione che rischia di implodere soprattutto in assenza di risposte chiare da parte di due attori principali quali ArcelorMittal e il Governo. Secondo i sindacati “Bisogna, pertanto, dare risposte certe e immediate a lavoratori e cittadini, ognuno in base alle proprie responsabilità, per garantire il futuro ambientale, occupazionale e produttivo di Taranto”.

Il Consiglio di Fabbrica, a seguito di una ampia discussione, ha deciso quanto segue: – Rispetto dell’accordo ministeriale del 6 settembre 2018; – Sospensione immediata delle procedura ex. art.47 da parte della multinazionale per porre definitivamente fine al caos generato che rischia di far implodere lavoratori e cittadinanza; – Garanzie della continuità produttiva con sospensione immediata della procedura del piano di fermata; – Appalto: in attesa dell’incontro con Confindustria si richiede l’immediata sospensione delle procedure di cassa integrazione e di provvedere a regolare pagamento delle retribuzioni dei lavoratori; – Programma di assemblee con i lavoratori Arcelor Mittal  e appalto. In caso di mancate risposte da parte di Arcelor Mittal e Governo, così come nei gironi scorsi, si programmerà una mobilitazione di gruppo a Roma per impedire il disastro sociale e ambientale irreversibile di un territorio già fortemente provato.

Questa sera i sindacati saranno ricevuti al Quirinale. I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil  stasera alle 19.30 saliranno al Quirinale dove saranno ricevuti dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per affrontare la questione dell’ex Ilvae in generale delle crisi industriali. 

 




E' ancora "Stato contro lo Stato": la Procura della Repubblica di Milano apre un fascicolo sulla vicenda Arcelor Mittal-ex Ilva. Le ombre sui rapporti Morselli-Di Maio

il procuratore capo di Milano Francesco Greco

di Antonello de Gennaro

Con un comunicato stampa  il procuratore capo della Repubblica Francesco Greco ha reso noto questa mattina che la Procura della Repubblica di Milano ravvisando un preminente interesse pubblico relativo alla difesa dei livelli occupazionali, alle necessità economico-produttive del Paese, agli obblighi del processo di risanamento ambientale” ha aperto un fascicolo esplorativo (modello 45) per verificare “l’eventuale sussistenza di ipotesi di reato” sul caso Arcelor Mittal-ex Ilva.

La Procura di Milano, ha deciso di esercitare il “diritto-dovere di intervento” previsto dal codice di procedura civilenella causa di rescissione del contratto di affitto d’azienda promosso dalla società Arcelor Mittal Italia contro l’ Amministrazione Straordinaria dell’Ilva.

Incredibilmente a Taranto i magistrati di Taranto sono il convitato obbligatorio ad ogni tavolo tecnico e politico sull’ ex Ilva. Non è un caso che buona parte della lettera con la quale ArcelorMittal ha annunciato il proprio abbandono dello stabilimento di Taranto, riguarda proprio aspetti giudiziari. A partire dallo “scudo penale” istituito dal Governo Renzi (è bene ricordarlo) per tutelare i commissari Carruba, Gnudi e Laghi dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria, garanzia che durante la gara pubblica internazionale era stato estesa dal Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Carlo Calenda (Governo Gentiloni) all’aggiudicatario, quindi Arcelor Mittal, salvo poi venire revocato dal ministro Di Maio, per arrivare poi all’ ordine di spegnimento dell’ altoforno AFO2  disposto da parte del Tribunale se i lavori di adeguamento non saranno terminati entro il 13 dicembre (e già si sa che è impossibile) e tutto ciò a causa delle mancante ottemperanze alle prescrizioni da parte dei commissari Carruba-Gnudi e Laghi dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria (cioè lo Stato) che disponeva dei 1.083 milioni di euro, per la precisione, sequestrati dalla Fiamme Gialle in Svizzera. Il “tesoretto” della famiglia Riva, era stato scovato nel 2013 dai magistrati milanesi in Svizzera e disponibili da giugno 2017, è stato vincolato dal Tribunale di Milano al risanamento ambientale (decontaminazione e bonifica) dell’area Ilva di Taranto.

Abbiamo provato a contattare telefonicamente uno dei tre commissari dell’ ILVA in A.S. nominato dal Governo Renzi, e cioè l’ avvocato romano Claudio Carruba il quale si è dichiarato indisponibile a rispondere alle nostre domande giornalistiche per meglio chiarire ai lettori, ai contribuenti ed ai cittadini (sopratutto quelli di Taranto) come mai insieme ai colleghi Gnudi e Laghi non abbiano rispettato le prescrizioni giudiziarie sul risanamento di AFO2. Vedere qualcuno pagato profumatamente dai soldi pubblici che si rifiuta di rispondere a delle legittime domande, prefigura più di qualche legittimo dubbio…

Dal 1° giugno scorso Carruba, Gnudi e Laghi hanno lasciato il posto ai loro successori nominati dal ministro Di Maio: i pugliesi Francesco Ardito (commercialista e dirigente di Acquedotto Pugliese) e Antonio Lupo (avvocato amministrativista di Grottaglie ed attivista del M5S) ed il lombardo Antonio Cattaneo (partner di Deloitte). ma proprio quest’ultimo, prima ancora di insediarsi con grande etica professionale e correttezza legale ha deciso di rinunciare all’incarico per evitare un conflitto d’interesse, infatti  tra gli “audit client” di Deloitte vi è una società che controlla una controparte di ArcelorMittal, diventata locataria-proprietaria di ILVA. I tre commissari uscenti “ufficialmente”si sono dimessi dopo aver portato a termine il passaggio ad ArcelorMittal, conclusosi il 1° novembre 2018. Ma in realtà il cambio della guardia è stato deciso dal ministro Luigi Di Maio e del suo staff di gabinetto al MISE, che ha voluto iniziare quella che lo stesso vicepremier chiamava la “Fase 2 di Taranto” e dell’acciaieria. Che è inizia già zoppa: con un commissario in meno, e sopratutto a causa del 20% dei consensi del M5S persi in un anno a Taranto (dalle Politiche 2018 alle Europee 2019).

Tornando ai numeri: in cassa dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria , del “tesoretto” sequestrato e successivamente confiscato ai Riva sarebbero rimasti circa 450 milioni di euro , che non stati nè assegnati nè tantomeno né spesi. Soldi questi avrebbero dovuti essere destinati ad altri interventi di bonifica dell’area Ilva, che sono attualmente sotto sequestro, come quelle delle discariche adiacenti alla gravina Leucaspide, alla Cava Mater Gratiae e quella delle collinette che separano l’acciaieria dal quartiere Tamburi.

Collinette ecologiche che avrebbero dovuto tutelare il quartiere di Taranto adiacente allo stabilimento siderurgico dell’ ex-Ilva dall’inquinamento dell’acciaieria ed invece si erano trasformate in altre discariche, inquinate a tal punto che i ragazzi che frequentavano le adiacenti scuole “De Carolis” e “Deledda” nell’ultimo anno scolastico sono stati costretti a dover frequentare le lezioni nelle aule di altri istituti scolastici di Taranto. Per fortuna sulle collinette c’è stato l’intervento del procuratore capo di Taranto Capristo ed i lavori sono stati effettuati e portati a termine

Un vero e proprio paradosso  considerato che si trattava di due scuole (sulle 5 totali) che erano state rimesse a norma nel 2016, con un’altra bonifica costata 9 milioni di euro,  dell’area Sin (Sito di interesse nazionale) di cui è commissario dal 2014 Vera Corbelli. Partendo dal presupposto che per le aree sequestrate ogni intervento di fatto andrò valutato e deciso di concerto con l’Autorità Giudiziaria di Taranto (che non ha molte competenze in materia industriale) con i 450 milioni restanti, con i quali al momento i nuovi commissari nominati da Di Maio, di fatto, potranno fare ben poco. E’ forte il dubbio ed il timore a questo punto che adesso questi fondi stano stati impiegati o addirittura dirottati altrove, nonostante una norma legale li vincoli al risanamento ambientale di Taranto. Va ricordato che per superare la  legge 123 dell’agosto 2017,  bisognerebbe farne un’altra, operazione fattibile dal Governo con un decreto.

Lo spegnimento  conseguente spegnimento di AFO2 comporta conseguentemente anche quello degli altiforni AFO1 e AFO4 in quanto “ragionevolmente andrebbero estese le stesse prescrizioni», fino al parziale sequestro del molo 4 per lo scarico di materiali grezzi disposto dalla Procura di Taranto a seguito di un incidente causato da avverse condizioni meteo, per il quale non sono state ancora accertate responsabilità penali. È facile capire, quindi, le ragioni per cui il premier Giuseppe Conte nella sua “missione” personale a Taranto abbia voluto parlare direttamente e riservatamente con il Procuratore Capo di Taranto Carlo Maria Capristo.

A questo punto solo un incontro tra il premier Conte e la proprietà Mittal potrebbe dirimere il duro braccio di ferro, che al momento sembra aver preso la vita esclusiva della strada giudiziaria. Il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli a margine dell’inaugurazione dell’elettrodotto Terna tra Italia e Montenegro ha reso noto che “l’azienda ha vietato le ispezioni ai commissari, credo sia un fatto gravissimo che dovrà avere una adeguata risposta”.

Sono ore decisive per l’ex Ilva di Taranto. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato per il pomeriggio di oggi alle 15:30  l’ azienda ed i sindacati nel tentativo di aprire un canale di confronto istituzionale con un’azienda. Ci saranno l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, e i leader sindacali di Fim, Fiom e Uilm. Ma con la posizione “grillina” di opposizione ad oltranza per chiari ed evidenti motivi politici-elettorali è pressochè inutile sperare in una mediazione “politica” in sede ministeriale. Oggetto ufficiale dell’incontro in realtà è la procedura ex articolo 47 di retrocessione dei rami d’azienda ai commissari.

 

In questo periodo di grande confusione politica, occupazionale ed industriale,  sono emerse dietro le quinte nelle scorse settimane  non poche variabili sospette. Dopo la firma del contratto, che prevedeva delle prescrizioni ambientali ed un crono-progamma ben preciso,  il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa (M5S) un “fedelissimo” di Di Maio, ancor prima dell’ Arma (Costa è un generale dei carabinieri Forestali) ha infatti deciso recentemente di modificare le prescrizioni anti-inquinamento per l’acciaieria ArcelorMittal Italia, firmando un nuovo decreto per riesaminare l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il ministro Costa  si è limitato a rendere noto la scorsa estate che “si procederà eventualmente fissando più adeguate condizioni di esercizio“.

Un comportamento fuori dalle norme contrattuali che non è piaciuto molto ad ArcelorMittal. “Abbiamo preso un impegno — aveva dichiarato l’ Ad Matthieu Jehl  prima di essere sostituito dalla Morsellie fatto un contratto con Ilva con un certo quadro di leggi. Dobbiamo andare avanti con la certezza che questo quadro c’è“. Un quadro, però, modificato anche ArcelorMittal, il gruppo guidato dalla famiglia indiana Mittal, che, dopo poco meno di dieci mesi dall’accordo ha deciso per lo stabilimento di Taranto di dar via alla cassa integrazione. A causa della crisi di mercato.

Ed adesso la famiglia Mittal aveva chiesto al Governo nell’incontro avuto dalla a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte di tagliare addirittura un totale di 5.000 dipendenti attualmente a libro paga (invece dei 1.400 inizialmente previsti ed autorizzati)  il personale alle proprie dipendenze, dimezzando quello previsto in sede di gara e di stipula contrattuale. Una vicenda che soltanto una seria auspicata inchiesta della magistratura milanese e tarantina potrà chiarire fino in fondo. E non un caso che proprio la Procura Milano sia immediatamente partita

Il ruolo imbarazzante di Lucia Morselli ed il M5S

Ma abbiamo scoperto qualcosa di molto imbarazzante sul ruolo di Lucia Morselli, da qualche settimana diventata presidente-amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia, con il chiaro intento di abbandonare l’investimento della multinazionale franco-indiana in Italia ed in particolare a Taranto. Era il 24 agosto 2018, come scriveva il collega Francesco Pacifico sul quotidiano online Lettera 43 che raccontava che Lucia Morselli  “con chiunque parlasse – e sono pochi, selezionati e potenti amici – ripete da giorni: «Ci riprendiamo l’Ilva“.

L’anno scorso la cordata AcciaItalia guidata dagli indiani di Jindal, con la presenza e partecipazione italiana della Cassa depositi e prestiti, del Gruppo Arvedi di Cremona e la Delphin Holding S.à.r.l., società finanziaria con sede a Lussemburgo, amministrata da Romolo Bardin, della quale Leonardo Del Vecchio possiede a suo nome il 25% , ed alla sua morte passerà alla moglie Nicoletta Zampillo; mentre il restante 75% è diviso equamente tra i suoi sei figli (12,5% a testa),  “cordata” della della quale la Morselli era la “pivot” e perse contro Arcerlor Mittal nell’asta per conquistare il gruppo italiano.

 

“La manager sessantaduenne è convinta scriveva Lettera 43 sia che la partita si possa ribaltare, sia che la vecchia cordata possa riscendere in campo (almeno in parte: al momento ci sarebbe il sì soltanto di Jvc e Cdp). E questa assicurazione l’avrebbe data anche al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, del quale la Morselli sarebbe un’importante “consigliere” sul dossier Ilva. Pare che il Movimento Cinque Stelle si sia informato anche con lei se era il caso di chiedere l’intervento prima dell’Anac e poi dell’Avvocatura dello Stato”. Il quotidiano milanese solitamente bene informato aggiungeva che ” Dopo aver deciso di non rendere noto il parere dell’Avvocatura, Di Maio ha fatto sapere nelle ultime ore davanti alle telecamere di Agorà (RAI ) che «la questione dell’annullamento della gara non è finita. Per annullarla non basta che ci sia l’illegittimità, ci vuole anche un altro semaforo che si deve accendere, quello dell’interesse pubblico, e lo stiamo ancora verificando». Soprattutto non ha escluso che possa esserci un altro compratore. E qui entra in scena Lucia Morselli

La manager che Letizia Moratti volle alla guida di Stream in questi giorni starebbe tirando le fila per rimettere in piedi AcciaItalia. – concludeva Lettera43 Gli analisti del settore sono molto scettici su questa ipotesi, ma gli indiani di Jindal – conclusa l’acquisizione dell’ex Lucchini a Piombino – potrebbero tornare nella partita anche soltanto per dare un colpo allo storico concorrente Mittal. Inutile dire che la nuova Cdp dell’era sovranista non si farebbe grandi scrupoli a prendere una quota dell’acciaieria. Non ha velleità di tornare in partita, invece, Giovanni Arvedi, anche Leonardo Del Vecchio – che in passato ha polemizzato non poco con l’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda – non sarebbe interessato”. Francesco Pacifico, su Lettera 43, infatti, accreditava l’ipotesi, sia pure usando il condizionale, che la Morselli sia un consigliere del ministro Di Maio nel dossier ILVA.

 

“Il ministro Luigi Di Maio smentisca, nella vicenda ILVA di Taranto, qualsiasi coinvolgimento di cordate fantasma.”

Tutto ciò era ben noto anche ai sindacati, infatti a seguito di quell’articolo arrivò la richiesta di chiarimenti dal segretario nazionale della FIM-CISL Marco Bentivogli attraverso una nota in cui qualche giorno spiega:”apprendiamo da LETTERA 43 dell’attivismo dell’ex amministratore delegato di Acciai Speciali Terni, Lucia Morselli, un anno fa nominata in quota Cassa Depositi e Prestiti amministratore delegato di Acciai Italia.La cordata con Jindal, Arvedi e Delphin che ha perso, nel giugno 2017, la gara di acquisizione dell’Ilva di Taranto. Non sappiamo quale sia la casacca di queste ultime ore della Morselli, CDP? Fondo Elliott? Consulente del governo? Ci auguriamo che il ministro Di Maio smentisca questa collaborazione.

Marco Bentivogli FIM Cisl

“Ricordiamo  che di Jindal allora in una offerta di 1,2 miliardi metteva solo 3/400 milioni a differenza di 1,8 miliardi di Arcelor-Mittal” sottolineava Bentivogli . “Il resto era a carico di Arvedi, Delphin e Cassa Depositi e Prestiti. Non sappiamo che intenzioni abbia Jindal – aggiunge il segretario della FIM-CISL – ma, gareggiare perché un Fondo finanziario come Elliott prenda gli asset siderurgici italiani è inaccettabile. Trapela in queste ore, infatti, l’interesse del Fondo finanziario per il sito di Terni di Thyssenkrupp. E la Cassa Depositi e Prestitisi domandava  Bentivogli – dovrebbe favorire l’ingresso di un Fondo finanziario americano in una cordata dalla quale si sono defilati gli unici italiani, Luxottica e Arvedi?

Allora concludeva Bentivogli,ricordiamo i 36 giorni di sciopero che furono necessari per riportare l’amministratore delegato di Acciai Speciali Terni alla ragione e soprattutto chiediamo a Di Maio di smentire immediatamente un conflitto di interessi che sarebbe senza precedenti.”

La strizzata d’occhio della Morselli al programma del M5S sull’ ambiente

Detto questo, la Morselli  considerato il suo curriculum e le poltrone sulle quali siede ha notoriamente grandi collegamenti nel mondo finanziario. Ma non è soltanto questo il suo ruolo in questa vicenda. Ha ottimi rapporti nel mondo bancario e fino all’anno scorso era guardata con simpatia anche dai sindacati. Inoltre è pronta a venire incontro a quella che è la principale richiesta di Di Maio sul fronte ambientale. Come ha ricordato in una recente intervista a Repubblica, “relativamente all’inquinamento, le tecnologie per non inquinare ci sono. Non a caso la cordata di Acciaitalia aveva stanziato un miliardo di investimenti in due nuovi forni elettrici a preridotto, introducendo un serio processo di decarbonizzazione”. Come sta scritto guarda caso…nel contratto di governo.

Abbiamo quindi contattato e raggiunto telefonicamente il collega Paolo Madron, direttore responsabile del quotidiano Lettera43.it , il qual ci ha confermato di “non aver mai ricevuto alcuna richiesta di rettifica, lettera di replica, querela nè da Lucia Morselli che da Luigi Di Maio e dal Movimento Cinque Stelle. Sarà stata una dimenticanza.. un disinteresse… o forse l’applicazione di un vecchio teorema del “chi tace acconsente…“?

A questo punto riteniamo che la Procura di Milano e quella di Taranto certamente avranno molto lavoro per verificare ed indagare facendo luce su questa torbida vicenda, diventata ormai un intrigo politico-industriale-occupazione che rischia di far diventare la città di Taranto e la sua provincia una vera e propria “polveriera” sociale pronta ad esplodere da un momento all’altro.




Il M5S litiga anche con Conte. Arcelor Mittal deposita l'atto per il recesso dell' ex Ilva di Taranto

ROMA – Sarebbe stato incandescente l’incontro di oggi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed i parlamentari pugliesi del M5s. Il presidente del Consiglio ha cercato di farli ragionare sulla possibilità di reinserire lo scudo penale, “per togliere ogni alibi ad ArcelorMittal, anche in vista della battaglia legale che ci attende” avrebbe spiegato il premier ai parlamentari grillini  . Ma Barbara Lezzi, ex- ministra nel primo governo Conte, sarebbe stata fermissima sul punto, ed avrebbe detto: “Non lo voterò mai, puoi scordartelo“.

Il premier li aveva convocati insieme al capo politico del M5S Luigi Di Maio, al ministro dello sviluppo economico  Stefano Patuanelli, ed al ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, cioè colui il quale è chiamato gestire la patata bollente in aula. “Siamo di fronte a una situazione estremamente preoccupante  ne va del nostro Sistema Paese. L’immunità è già desumibile dal codice penale, son lo scudo dobbiamo dare un segnale a Mittal e sgomberare il tavolo dagli alibi” questo il senso del ragionamento del presidente del Consiglio .

l’On. Nunzio Angiola (Movimento 5 Stelle)

Conte si illudeva di poter contare sul buon senso dei partecipanti alla riunione, mentre invece ha trovato le barricate,  anche se non tutti  fra la quarantina degli eletti in Puglia del M5S si è detta contraria. “Per principio lo sarei  ma se è utile a risolvere la situazione non possiamo permetterci di non farlo” ha spiegato l’on. Nunzio Angiola, nativo di Taranto ma eletto nella murgia barese. Uno dei partecipanti ha rivelato sotto promessa di anonimato che pochi dei presenti sarebbero più morbidi e condiviso la sua linea, mentre i tarantini ed i salentini sono stati i più intransigenti .

Angiola  è stato duramente contestato dai colleghi Giovanni Vianello e Gianpaolo Cassese, che sono intervenuti uno dopo l’altro mentre la maggior parte degli altri annuiva. Il problema vero, in realtà , quello vero, sono i tredici senatori. Sarebbe inamovibile, una pattuglia una decina di loro guidata da Barbara Lezzi, fino a qualche mese fa partecipe ai Consiglio dei ministri con l’avvocato-premier. Sarà stata la consuetudine di un anno e mezzo, la Lezzi è stata diretta ai limiti della brutalità: “Te lo puoi scordare, non lo voterò mai. Il premier  avrebbe ribattuto“Barbara come fai a non capire la gravità della situazione?”. Ad aggravare la situazione almeno altrettanti colleghi di altre regioni che li seguirebbero sulle stesse posizioni anti-Premier. Il vero problema di Conte è che al momento non ci sono i numeri al Senato .

La riunione indetta dal Premier Conte si è sciolta con un nulla di fatto, con il premier paradossalmente ancor più preoccupato di prima per l’ingarbugliarsi della situazione. Alcuni segnalano un Luigi Di Maio piuttosto defilato. Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha definito “un ricatto” quello di Arcelor Mittal , e ha più volte ribadito una posizione fortemente critica sullo scudo. Eppure è lo stesso che ha dato il via libera nel decreto Salva Imprese al comma che quello stesso scudo ripristinava, e che è stato falciato dalla fronda di Palazzo Madama.

Chi ha incontrato il premier nelle ore successive alla riunione lo descrive su livelli di rabbia mai raggiunta prima. Il problema dei numeri, almeno al Senato, è una vera e proprio frana nella strada da percorrere per portare in sicurezza la questione dell’Ilva. Oltre alla Lezzi, sono otto i deputati grillini pugliesi,  ad aver sottoscritto l’emendamento che ha cancellato le tutele legali ed acceso la miccia che ha portato i franco indiani a far deflagrare la bomba sociale dello stabilimento siderurgico di Taranto ed i problemi connessi alla questione. I firmatari del M5S sono Donno, Romano, Quarto, L’Abbate, Garruti, Pellegrini, Mininno, Dell’Olio. con il rischio che la “truppa” dei congiurati contro Conte,  potrebbe ampliarsi e inglobare colleghi che pugliesi non sono, come   accaduto anche con Gianluigi Paragone. Uno di loro dice: “Se Conte dice che scudo non serve perché lo ripropone? Fa parte di un pacchetto? Ma allora ci sono anche gli esuberi. Perché non ci parla chiaro?”. Un altro invece pone una questione meramente politica: “Cedere al ricatto di un’azienda che ha sottoscritto un contratto con lo stato sarebbe devastante per la tenuta politica del governo”.

Il capo politico del Movimento 5 Stelle sa perfettamente che rischia di perdersi il Movimento per strada. Per questo ai suoi continua a ripetere che su questo tema la linea la deve dare il gruppo, la volontà dei parlamentari non può essere forzata. Una posizione attendista in attesa che il lavorio del premier e di D’Incà per convincere i più riottosi, almeno quelli necessari a non far cadere il governo o a rendere plasticamente necessario trovare maggioranze alternative, faccia breccia. “Alcuni sono più dialoganti – spiega a Huffpost una fonte di governo che si sta occupando del dossier – Potrebbero convincersi che non c’è altra strada”. Il percorso è lungo e accidentato: “Per questo per tutta la settimana si lavorerà in questo senso”.

In gioco è la tenuta del governo, ecco perche Conte vuole salvare l’Ilva ad ogni costo. Il suo problema che lo deve fare senza alterare la maggioranza che lo sostiene. Luigi Di Maio è stato chiaro in proposito: “Se qualcuno forzasse sullo scudo, e passasse con voti decisivi dell’opposizione, la crisi si aprirebbe di fatto”. Il riferimento è chiaramente collegato all’emendamento al decreto fiscale presentato da Italia viva , e alla tentazione che per un istante ha accarezzato il Pd di poter procedere allo stesso modo.

Anche Di Maio è in una strettoia, non è contrario all’immunità, che per altro era entrata nel “decreto Salva imprese” anche con il suo placet, salvo poi essere cancellata dall’ormai famigerato emendamento. E sullo scudo penale non vuole e non può fare alcun braccio di ferro con chiunque, sopratutto per sua convinzione personale. Ma anche perché sa che ne va della tenuta del Movimento. Per questo sono giorni che ripete: “Su questo non possiamo permetterci forzature, decide il gruppo”.

Al momento nell’agenda di Conte non vi è alcun incontro con Mittal, anche se il capo del governo spera che il tempo lavori a suo favore e che avvenga qualcosa. Giovedì in Consiglio dei ministri raccoglierà le proposte per un piano complessivo per il risanamento di Taranto, un tentativo di dare un segnale concreto del lavoro per il risanamento della città in attesa che la matassa si sbrogli. Ma anche un altro modo per dimostrare operatività in una situazione in cui, sul problema dei problemi, ancora non si è capito che pesci pigliare. Una fonte vicina a Palazzo Chigi spiega che un’interlocuzione informale con i vertici dell’azienda sia tessuta lontana dai riflettori incessantemente, ma che finora si sia sempre ritrovata in un vicolo cieco. “Sono certo che il governo tutto saprà lavorare da squadra, con unità e compattezza, per trovare una soluzione concreta per l’Ilva”, dice in una nota Di Maio.

Sa che il Pd si sta schierando dietro il presidente del Consiglio sull’operazione scudo. Il segnale è arrivato con la rinuncia all’emendamento per forzare. “Conte sta lavorando a una soluzione per salvaguardare il polo produttivo”, ha dichiarato Nicola Zingaretti dagli Stati Uniti. Nella nota invece del capo politico del M5S anche un segnale interno: “Tutto il M5s sostiene l’azione di governo”. Un messaggio ambiguo rivolto ai dissidenti, ma anche una maniera per dire a Palazzo Chigi che si procederà anche tenendo conto delle loro posizioni.

Il pontiere è il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli che si è recato a Palazzo Madama, per riunisce i senatori di cui è stato apprezzato capogruppo. Si fa latore di una possibile mediazione: “No a uno scudo penale sine die – commenta la proposta il “grillino” Ugo Grassi –  Meglio invece una norma di diritto speciale, una norma ad hoc che potrebbe essere accettabile se avesse una scadenza temporale. Ma affinché questa scadenza sia accettabile, deve essere agganciata a un programma di decarbonizzazione”.  Proprio nelle stesse ore in cui il ministro Patuanelli si aggirava fra gli uffici del parquet del Senato, la Lezzi ostentava un’inusuale presenza nel Transatlantico di Montecitorio.

Si fermava a parlare con De Lorenzis, Cassese e Ermellino, deputati che condividono la sua posizione, in favor di cronisti. Un onorevole vicino a Di Maio commentava: “Guardali là, un consiglio di guerra”. La proposta della senatrice ribelle è nota: chiudere le aree a caldo del polo siderurgico tarantino, riconvertirle in aree a freddo e destinare gli operai alle opere di bonifica. Equivarrebbe a demolire il piano industriale in atto, quello stesso non considerato da Arcelor Mittal redditizio e dal quale proprio oggi ha avviato giuridicamente l’abbandono.

il cortile interno di Palazzo Chigi

Sono oltre quaranta gli “invitati” al vertice di maggioranza sulla manovra che si riunirà a Palazzo Chigi giovedì sera . Da quanto si apprende, la convocazione alla riunione è stata indetta dal premier Giuseppe Conte,  con una email inviata del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, indirizzata a tutti i sottosegretari all’Economia, ai capigruppo dei quattro partiti di maggioranza, ai capigruppo in commissione, ed ai presidenti di commissione a Carla Ruocco e Daniele Pesco. In totale sono 37 i destinatari della missiva, tra deputati e senatori. A loro si uniranno anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e i capi delegazione al governo dei partiti. La riunione inizierà dopo il Consiglio dei ministri convocato alle 16.30, nel quale Conte avvierà la discussione sui progetti per il “cantiere Taranto”.

La lettera di Conte ai ministri del suo Governo

Palazzo Chigi potrebbe convocare oggi un nuovo vertice per fare il punto della situazione, che, invece di procedere verso una possibile soluzione ha fatto ulteriori passi nel suo ingarbugliarsi. A sera dalla sede della Presidenza del Consiglio esce un collaboratore del premier Conte. Quando gli si nomina la Lezzi la sua non risposta parla da sè ed è molto più eloquente di mille parole.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in vista del Cdm di giovedì 14 novembre ha scritto ai ministri  per invitarli a contribuire in termini di idee e proposte alla ristrutturazione e alla riconversione dell’area industriale di Taranto, in pericolo  dopo l’annunciato addio di ArcelorMittal dello  stabilimento siderurgico ex Ilva. Questa la lettera, che è stata pubblicata dal quotidiano La Repubblica:

“Gentile Ministro,

durante la mia recente visita a Taranto, ho potuto constatare come la vicenda dello stabilimento industriale ex Ilva costituisca solo un aspetto, seppure di assoluto rilievo, di una più generale situazione emergenziale in cui versa la città e la sua popolazione. Il rilancio dell’intera area necessita di un approccio globale e di lungo periodo. La politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa, che coinvolge valori primari di rango costituzionale, quali il lavoro, la salute e l’ambiente, tutti meritevoli della massima tutela, senza che la difesa dell’uno possa sacrificare gli altri. Per questo, reputo necessario aprire un “Cantiere Taranto”, all’interno del quale definire un piano strategico, che offra ristoro alla comunità ferita e che, per il rilancio del territorio, ponga in essere tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale”.

“I processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture di una determinata area geografica – come dimostrano alcune esperienze in italia e in europa – si portano a compimento solo attraverso politiche coordinate e sinergiche, che coinvolgano tutti gli attori istituzionali – in primis il Governo -, le associazioni di categoria, i comitati locali e tutte le forze produttive del paese. A tal fine, in vista del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre, ti invito, nell’ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee.

La discussione potrà quindi proseguire all’interno della cabina di regia che ho intenzione di istituire con l’obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili. Al riguardo, ti anticipo che il ministro della difesa, onorevole Lorenzo Guerini, mi ha comunicato l’intenzione di promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale, mentre il ministro per l’Innovazione, onorevole Paola Pisano, mi ha rappresentato la volontà di realizzare un progetto di ampio respiro, affinchè Taranto possa diventare la prima città italiana interamente digitalizzata”.

“Confidando nella tua collaborazione, ti ringrazio fin d’ora per il contributo che potrai offrire alla definizione di un progetto che considero prioritario per l’azione di Governo”.

Come ampiamente previsto dal nostro giornale e direttore, Arcelor Mittal va avanti imperterrita nel suo disimpegno dall’ex Ilva. I legali della società hanno depositato in Tribunale a Milano l’atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all’acquisto, dell’ex Ilva,  per l’iscrizione a ruolo . Il documento si trova già sul tavolo del Presidente del Tribunale di Milano Roberto Bichi. Con il deposito, la causa è stata quindi iscritta a ruolo ed ora il presidente Bichi in base a rigidi criteri tabellari dovrà assegnare il procedimento ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

L’atto di citazione è il documento con il quale la società del Gruppo Arcelor Mittal ha formalizzato l’espressa volontà di recedere dal contratto di affitto che, secondo l’accordo, avrebbe dovuto portare all’acquisto. previsto il primo maggio 2021. Di fronte al passo formale, ed al mancato incontro dei Mittal con il Premier Conte, i sindacati dei metalmeccanici rimarcano che secondo il loro punto di vista non sussistono le condizioni per la rescissione. Fiom, Fim e Uilm, indicando come “urgente l’incontro ed il confronto per discutere sulle prospettive e sul rispetto degli accordi e degli impegni assunti” ed auspicano che la sede sia il Ministero dello Sviluppo.




La Procura di Milano archivia una delle indagini sull’ex giudice Francesco Bellomo

MILANO –  E’ stata archiviata dalla Procura milanese l’inchiesta sull’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo,  direttore, nella sede milanese, della scuola di preparazione alla magistratura “Diritto e scienza” che era stato accusato di stalking e violenza privata nei confronti di quattro studentesse ai sensi dell’art. 81 del codice penale che recita: “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni“.

L’ex consigliere di Stato Bellomo, difeso dall’ avvocato Beniamino Migliucci, era accusato di atti persecutori e violenza privata nei confronti di 4 studentesse della sede milanese della scuola, e rischiava un processo ed una condanna sino a quattro anni , ma il Gip Guido Salvini ha condiviso la richiesta dei pm Cristian  Barilli e Antonia Pavan della Procura di Milano, che avevano richiesto l’archiviazione in quanto secondo loro “non sono stati ravvisati reati“, sciogliendo la propria riserva dopo l’udienza svoltasi lo scorso 16 settembre.

Bellomo è ancora indagato in un’inchiesta della Procura di Bari ed è stato rinviato a giudizio insieme per il suo braccio destro, il pm Davide Nalin della procura di Rovigo (sospeso dal Csm) ,  dai pm Roberto Fontana ed Emilio Pisante della Procura di Piacenza,  era diventato noto alle cronache per aver imposto un “dress code” alle studentesse e borsiste iscritte ai suoi corsi di preparazione . Nel corso delle indagini preliminari sono state raccolte sommarie informazioni da alcune persone che hanno frequentato la scuola “Diritto e Scienza“, fra le quali compaiono delle testimonianze rese dalle dirette interessate che confermerebbe la fama del Bellomo di essere un vero e proprio “dittatore del dress code”.

Francesco Bellomo ed una delle sue corsiste

Una di loro a sommarie informazioni infatti ha dichiarato di aver ricevuto nel dicembre 2013  un’e-mail dall’indirizzo “ufficiale” della scuola contenente l’organigramma della società e l’indicazione dei diritti e doveri dei borsisti, tra cui compariva una clausola riguardante l’immagine. E contestualmente alla mail c’era l’indicazione di Bellomo a vestirsi in maniera più elegante.

Un’altra ha raccontato delle clausole riguardanti non solo il “dress code” ma anche degli imposta obblighi di fedeltà che Bellomo pretendeva fossero osservati, fra i quali il divieto di intrattenere relazioni con soggetti dal quoziente intellettivo inferiore a 80. Una socia e collaboratrice della scuola “Diritto e Scienza” ha aggiunto che in realtà “l’unico criterio di selezione delle potenziali borsiste era l’immagine“.

L’ex giudice barese del Consiglio di Stato Francesco Bellomo

Nel corso di queste audizioni con le varie stagiste e corsiste è stato prodotto anche il regolamento, diffuso dalla scuola  contenente i diritti e i doveri della borsista e le clausole riguardanti il “dress code” da osservare, con addirittura l’indicazione specifica della lunghezza, della consistenza, del colore e della marca dei capi, delle calzature e del trucco da indossare, per arrivare ad un look ben preciso che in generale era vistoso e provocante.

Il comportamento di Francesco Bellomo nella gestione della sua scuola ha avuto come prima immediata conseguenza la sua destituzione da Consigliere di Stato, anche se nell’ordinanza del Gip Salvini si legge : “con questo si esauriscono le conseguenze di un comportamento, pur certamente singolare perché, per quanto concerne almeno il segmento milanese del corso di Scienza e Diritto, non si ravvisano condotte rilevanti sul piano penale“.




Bancarotta Ilva: Fabio Riva assolto dal Tribunale di Milano

MILANO – Il Gup del Tribunale di Milano Lidia Castellucci, al termine del processo con rito abbreviato, ha assolto Fabio Riva, che era presente in aula alla lettura della sentenza,  dall’accusa di bancarotta per il dissesto finanziario dell’ILVA di Taranto ( commissariata e poi venduta ad Arcelor Mittal ) “perché il fatto non sussiste” .

A Fabio Riva che è stato presidente del gruppo Riva e la sua famiglia è stata proprietaria dell’acciaieria tarantina  in passato erano stati respinti due tentativi di patteggiamento perché le pene proposte erano state considerate “incongrue“.

La Procura di Milano, aveva chiesto nei confronti di Fabio Riva una condanna superiore a 5 anni di reclusione, aspetta di leggere le motivazioni ma ha già preannunciato ricorso in appello. “Siamo molto soddisfatti”, hanno commentato i legali di Fabio Riva,  che era assistito dall’avvocato Salvatore Scuto e dall’avvocato Giampaolo Del Sasso.

Non si aggrava conseguentemente la posizione giudiziaria di  Fabio Riva che in questo momento deve ancora finire scontare  una condanna definitiva a 6 anni e 3 mesi in detenzione domiciliare, per associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato, in relazione all’ indebita percezione societaria nel 2008-2013 di 100 milioni di euro di contributi della “legge Ossola” alle imprese che esportavano.




La prima sentenza del Tribunale di Milano nella causa "pilota" dei creditori ILVA in Amministrazione Straordinaria

ROMA – Ecco la prima sentenza del Tribunale di Milano nella causa pilota relativamente alle opposizioni allo stato passivo proposte dai creditori di Ilva S.p.A. in amministrazione straordinaria. Nel gennaio 2015, a seguito dell’avvio del procedimento di amministrazione straordinaria delle aziende del gruppo Ilva tutte le società creditrici si erano rese drammaticamente  conto che i loro ingentissimi crediti sarebbero stati pagati in moneta fallimentare

Per le piccole medie imprese rappresentò un gravissimo danno quantificato in circa 150 milioni di euro. La politica cercò di ovviare a questo problema, inizialmente non considerato, introducendo in sede di conversione del “Decreto Taranto” (n. 1/2015) una norma che modificando la legge Marzano inseriva nell’art.3 il comma 1-ter  testualmente prevedendo l’attribuzione del beneficio della prededuzione per i crediti vantati dalle P.M.I. nei confronti delle aziende poste in amministrazione straordinaria che gestiscono (come Ilva) uno stabilimento di rilevanza strategica nazionale.
Tutto ciò  a condizione che le forniture e lavorazioni fossero atte a consentire l’attuazione di interventi necessari alla salvaguardia ambientale, alla sicurezza ed alla continuità produttiva degli impianti essenziali, nonchè a  tutti quegli interventi necessari a consentire l’attuazione del D.P.C.M. 2014 ( c.d. A.I.A.) . Importante ricordare che il 19 febbraio 2015 sul sito del MISE  apparve una dichiarazione stampa nella quale si enfatizzava l’approvazione da parte del Senato della Repubblica di tale norma precisando che la stessa avrebbe riguardato tutti gli interventi necessari a consentire la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti posti all’interno dello stabilimento Ilva.
Da parte del legislatore di fatto venne compiuta un’attività di evidente giustizia sociale, nell’espressa considerazione che gli sventurati imprenditori, soprattutto quelli locali, si erano visti di fatto opporre una procedura concorsuale che aveva riguardato un’azienda che prima della gestione dalla parte dello Stato, aveva dei bilanci assolutamente floridi. Peraltro i politici dell’epoca ed il commissario governativo Piero Gnudi avevano ripetutamente assicurato nel secondo semestre 2014 che alcun pregiudizio ci sarebbe stato per le aziende locali che con il loro operato avevano di fatto contribuito a mantenere in piedi l’ Ilva.
Ma purtroppo come molto, troppo spesso accade in Italia una volta fatta la Legge ecco che si oppone l’eccezione! Infatti i Commissari Straordinari nominati dal Governo si opposero  sin dal primo momento della fase di verifica dei crediti, negando con fantomatiche  argomentazioni il beneficio fiscale richiesto della prededuzione. Tutto questo ha reso necessarie ed indispensabili centinaia di  opposizioni allo stato passivo  del fallimento ILVA, che hanno letteralmente ingolfato il Tribunale di Milano.
Alcuni magistrati consapevoli  di queste problematiche, circa un anno fa,   invitarono le parti a definire transattivamente i contenziosi, concedendo loro un rinvio di circa otto mesi per raggiungere un accordo. Ma ancora una volta i Commissari, nello scorso mese di febbraio sono clamorosamente venuti meno alle loro precedenti promesse ed assicurazioni chiaramente verbali, e quindi il Tribunale di Milano ha dovuto decidere.
La sentenza del tribunale di Milano è quella resa nella causa “pilota”, patrocinata dagli avvocati Pierfrancesco Lupo e Lorenzo Vieli del Foro di Taranto, sarà continuamente citata richiamata in tutti i giudizi pendenti. La decisione del tribunale di Milano, seppure vittoriosa per i due legali tarantini non li soddisfa pienamente, in quanto  disconosce il carattere di prededucibilità dei crediti maturati per prestazioni rese nell’ambito della cosiddetta  area a freddo, ma d’altra parte costituisce indubbiamente una affermazione delle tesi faticosamente propugnate. “Sono particolarmente soddisfatto – commenta l’ Avv. Luponella espressa considerazione che la mia battaglia oltre che giuridica è stata portata avanti nei confronti del Governo, ed in particolare del MISE., che nelle varie rappresentanze politiche succedutesi dal 2015 si è di fatto sempre posto di traverso nei confronti dei sacrosanti diritti della imprenditoria locale”
Sottrarre alle imprese di un territorio martoriato – che già aveva risentito del default del Comune  di Taranto – ulteriori 150 milioni di euro,  ha costituito una insopportabile mazzata economica per l’impresa jonica. Va reso merito e va considerato che la stragrande maggioranza degli imprenditori tarantini non hanno mai fatto mancare ai loro dipendenti alcuno stipendio, mentre nello stesso tempo si sono visti richiedere dallo Stato, con un vergognoso rigore,  il pagamento dell’Iva sulle fatture mai incassate dall’ Amministrazione Straordinaria dell’ ILVA.
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Ovviamente questa è una prima battaglia vinta, ma la guerra è ancora lunga. Tra l’altro resta da comprendere se alla fine ci sarà un attivo utile che consenta il pagamento dei crediti prededucibili. Ma questa è tutta un’altra storia!



L' Agenzia delle Entrate chiede 14,5 milioni a Fabrizio Corona per tasse evase

MILANO – L’Agenzia delle Entrate chiede a Fabrizio Corona e alle sue società circa 14,5 milioni di tasse non versate: la richiesta emerge durante un’udienza tecnica del procedimento in corso davanti alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, che nei mesi scorsi ha confiscato la casa dell’ex agente fotografico – un appartamento in zona corso Como sempre a Milano – e alcune centinaia di migliaia di euro di contanti, quelli trovati in un controsoffitto della casa di una collaboratrice di Corona.

Nel procedimento l’Agenzia delle Entrate si è presentata come creditore nei confronti dell’ex ‘re dei paparazzi’: in questa fase, infatti, concluse le procedure sulle confische dei beni, si passa alla ‘verifica crediti’ durante la quale, appunto, chi ritiene di essere creditore del soggetto a cui sono stati confiscati i beni può chiedere di entrare nel procedimento per recuperare i suoi soldi. Ecco perché l’Agenzia delle Entrate si è presentata in aula, producendo una lunga serie di cartelle esattoriali per una cifra superiore ai 14 milioni di euro. Il giudice Giuseppe Cernuto, però, non ha ammesso i crediti vantati dall’Agenzia delle Entrate, spiegando che semmai l’ente deve andare a chiedere quei soldi direttamente all’ex agente fotografico che lavora e produce reddito, ma non può entrare in questo procedimento che riguarda beni confiscati (e infatti nel procedimento si è costituita anche l’Agenzia dei beni confiscati).

Con 4 ospitate in tv incassa 200 mila euro Fabrizio Corona lavora e produce reddito anche con le ospitate in tv e, ad esempio, con quattro apparizioni televisive negli ultimi mesi ha incassato circa 200 mila euro come è emerso dal procedimento dinnanzi alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale milanese nel provvedimento. Lo scorso aprile, infatti, la Sezione misure di prevenzione, presieduta da Fabio Roia, aveva disposto la confisca della casa di Corona di via de Cristoforis, zona della movida milanese, intestata fittiziamente, secondo gli accertamenti, al suo ex collaboratore Marco Bonato.

Dopo la conclusione della fase delle confische, si è aperta appunto la fase tecnica della ‘verifica crediti’, nella quale coloro che ritengono di essere creditori del soggetto a cui sono stati confiscati beni possono chiedere di entrare per recuperare soldi. Proprio in questa fase si è presentata l’Agenzia delle Entrate depositando una sfilza di cartelle esattoriali per un totale di oltre 14 milioni, non ammessi, però, come crediti dal Tribunale milanese. Il giudice ha deciso, invece, di disporre approfondimenti su una contestazione per 190 mila euro di multe non pagate a carico di Bonato. Quasi 1,9 milioni di euro degli oltre 2,6 milioni in contanti, che vennero sequestrati nel 2016 all’ex agente fotografico,  parte in un controsoffitto in una casa di Milano e in parte in una banca  Austria, sono tornati, su decisione dei giudici (Rispoli-Cernuto-Pontani), nelle mani dell’ex ‘re dei paparazzi’, o meglio di due società comunque a lui “riconducibili”.




Assolto in appello Marcello Dell’Utri dall'accusa di frode da 43 milioni e bancarotta,

di Federica Gagliardi

MILANO – La Corte d’appello milanese ha assolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri dalle accuse di bancarotta e una frode fiscale da 43 milioni. Gli avvocati Francesco Centonze e Francesco Bordiga difensori del fondatore di Forza Italia, hanno contestato la mancata richiesta di estradizione di Dell’Utri, dopo che il loro cliente era stato in Libano, all’indomani della sentenza della Cassazione a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Per questa vicenda Marcello Dell’Utri era stato condannato dal gip Sacco del Tribunale di Milano a 4 anni in abbreviato. Secondo le indagini della procura di Milano, Dell’Utri, tra il 2005 e 2011 avrebbe frodato l’erario per non aver versato l’Iva pari a una cifra di oltre 43 milioni di euro. Frode realizzata attraverso gli spazi commerciali venduti dalle concessionarie (non indagate) Publitalia 80 per le reti Mediaset e dalla società  Sipra per le reti Rai, con l’interposizione ed utilizzo di società “cartiere” (Ics), e tramite fatture inesistenti per circa 258 milioni.




Monte Paschi Siena. Profumo e Viola a processo per “ostacolo alla vigilanza”

MILANO –  Il gup di Milano Alessandra Del Corno ha rinviato a giudizio gli ex vertici della banca toscana, Alessandro Profumo (attuale amministratore delegato del gruppo Leonardo) e Fabrizio Viola nonostante la procura milanese, attraverso i pm Baggio e Clerici, aveva chiesto l’archiviazione nei confronti dei due imputati principali . Il processo inizierà il 17 luglio. L’accusa di ostacolo agli organi di vigilanza e riferita allo stato dei bilanci della banca senese in merito alla tossicità dei derivati.

Tra i rinviati a giudizio dal Tribunale di Milano, compaiono anche l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori e la stessa banca Monte dei Paschi di Siena per “responsabilità oggettiva”. Salvadori era imputato di falso in bilancio e aggiotaggio, ma da questa seconda accusa è stato prosciolto.  Nel filone principale a carico degli ex vertici del Monte dei Paschi (tra cui Mussari e Baldassarri), erano stati iscritti anche i nuovi vertivi. L’ipotesi era che anche Profumo e Viola conoscessero i bilanci della banca e passivi legati ai titoli derivati “Alessandria” e “Santorini“, i quali però non erano stati contabilizzati, così celando un buco monstre nei conti.

A conclusioni delle indagini la procura di Milano aveva però chiesto l’archiviazione di Profumo e Viola, decisione che non ha trovato d’accordo  però la procura generale milanese che  non ha condiviso questa linea e fatto riaprire il procedimento. E ieri anche il giudice delle udienze preliminari ha dato torto ai pm Baggio e Clerici. 




Per i giudici di Milano, Fabrizio Corona: “Ora non è pericoloso” ma la realtà è ben diversa !

ROMA – La Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto la restituzione di circa 1,9 milioni di euro che erano stati sequestrati nel 2016 a Fabrizio Corona su un totale di circa 2,6 milioni trovati in parte in Austria e in parte in un controsoffitto, chiarendo che le somme sono state “lecitamente guadagnate” e trattenendo la parte di imposte non ancora versate.  I giudici hanno disposto, invece, la confisca della sua casa di via De Cristoforis 13 a Milano

Alcuni giorni fa la Corte di Cassazione aveva accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate contro l’ex agente di fotografi da poco uscito dal carcere, e assegnato in affidamento terapeutico presso una comunità di recupero, stabilendo la validità degli avvisi di accertamento per evasione delle imposte dirette e dell’Iva nel periodo 2004-2005 in relazione ai conti della sua società fotografica, la “Coronas” finita in dissesto e con i creditori alle porte. Gli ermellini nel provvedimento evidenziano che “l’abilità di Fabrizio Corona è stata tale da comprendere lo sfruttamento commerciale dello stesso stato detentivo cominciato nel gennaio 2013, tramite l’alimentazione di una serie di interviste, servizi tv, presenze sui social, pubblicazione di libri di memorie e avviamento di progetti anche meno convenzionali e più fantasiosi, come il lancio di un prosecco

Come precisato nel provvedimento della Cassazione, quei soldi, ad ogni modo, dovranno tornare alla Fenice srl in liquidazione” e alla Atena srl, le due società “riconducibili” all’ex agente fotografico. Gli stessi giudici evidenziano la “pericolosità sociale storica” di Corona fino al 2013 e dei tanti reati tributari da lui commessi , segnalando correttamente che   “negli ultimi 18 mesi” Corona ha ripianato i debiti fiscali suoi e delle sue società.

I comportamenti di Corona sono tornati alla ribalta delle cronache negli ultimi giorni per una lite in strada, fuori da una nota discoteca di Milano, per un Rolex da 15-20mila euro rubato: un video diffuso in rete mostrava l’ex manager dei paparazzi durante una discussione accesa con un suo ex collaboratore, accusato proprio da Corona di avergli rubato l’orologio.  Il video diffuso in rete da MilanoToday e trasmesso sabato anche da Striscia la Notizia ritrae Fabrizio Corona mentre si allontana dal luogo del litigio urlando “ti vengo a prendere a costo di tornare in galera.

Non contento alcuni secondi dopo torna indietro  attraversa la strada, raggiunge l’ingresso e continua a rivolgersi con toni violenti all’interlocutore dicendogli: “Devi chiedermi scusa in ginocchio, pezzo di m…“. In un passaggio sembra che sferri un calcio, sottolineato da un verso di sorpresa dei presenti. Il filmato si interrompe mentre l’azione è ancora in corso. Le forze dell’ordine, per quanto comunicato finora, non hanno ricevuto segnalazioni per l’episodio. Il legale di Corona, avvocato Mario Chiesa ha precisato che la lite è accaduta intorno alle 20, in un orario in cui Corona poteva essere in giro, visto che l’orario di rientro, secondo le prescrizioni della Sorveglianza, alle 20.30. Ma le prescrizioni e l’orario non consentono comportamenti del genere con minacce esplicite di atti violenti.

Corona attende l’udienza fissata il prossimo 19 giugno davanti al Tribunale di Sorveglianza di Milano per sapere se i giudici annulleranno, come richiesto dal suo legale, una revoca dell’affidamento in prova disposta nell’ottobre del 2016 quando fu arrestato per i soldi nascosti nel controsoffitto. Nella stessa udienza i giudici milanesi dovranno decidere anche se confermare o meno l’affidamento terapeutico ottenuto lo scorso 21 febbraio, la confisca dei soldi e dell’appartamento sequestrati a Corona.

Corona si trova in una delicata posizione costantemente monitorata dalla magistratura di sorveglianza, visto che è in affidamento terapeutico dal 21 febbraio scorso, quando ha potuto lasciare il carcere di San Vittore. Si attende di capire se quest’ultima lite avrà ripercussioni sul suo percorso giudiziario e se comporterà l’annullamento della misura. Neanche un mese fa, infatti, la misura era stata messa a rischio da un video postato su Facebook. La Procura generale aveva chiesto la revoca dell’affidamento, mentre il giudice lo aveva perdonato invitandolo, però, a rispettare i divieti (tra cui, appunto, quello dell’utilizzo dei social).

 

Ma ancora una volta Fabrizio Corona vive e si comporta in spregio alle rigorose norme di legge che dovrebbe invece rispettare. O forse per qualche giudice della Sorveglianza di Milano, ci sono condannati di serie A e di serie B….




Emilio Fede condannato per i fotoricatti. Il Tribunale: ”Minacce anche a Berlusconi ma senza successo”

ROMA – Dopo il licenziamento da parte di Mediaset l’ex direttore del Tg4 Emilio Fede, mostrò “una fotografia artefatta ritraente uno dei principali dirigenti dell’azienda in atteggiamenti compromettenti” consegnandola anche “nelle mani di Silvio Berlusconi, come ha confessato lo stesso giornalista, e fece leva su “un indebito strumento di pressione basata sulla sottintesa possibilità che l’immagine venisse diffusa”. E quello che ha scritto il giudice Alberto Carboni, nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso 15 giugno, ha condannato Fede a 2 anni e 3 mesi per la vicenda dei falsi fotomontaggi ‘hot’ che, secondo la pubblica accusa, Fede avrebbe fatto confezionare per ricattare i vertici del gruppo Mediaset , quando venne licenziato nel 2012. Lo scopo era di ottenere un accordo transattivo per un’ uscita più vantaggiosa. Il giudice, che ha riqualificato l’accusa di estorsione,  in “tentata estorsione” , motivando che Berlusconi mostrò “disinteresse per i fotomontaggi esibiti da Emilio Fede“.

Secondo le indagini coordinate dal pm Silvia Perrucci, il giornalista avrebbe incaricato nel 2012  il suo ex personal trainer Gaetano Ferri, già condannato in appello per questa vicenda, e ad altre due persone di realizzare due fotomontaggi compromettenti che ritraevano Mauro Crippa il direttore generale dell’informazione Mediaset,  così come il presidente dell’azienda Fedele Confalonieri. Il pm nella sua requisitoria, ha sostenuto che Fede attraverso una serie di “pressioni e minacce“, avrebbe costretto “Crippa, Confalonieri ma anche lo stesso Silvio Berlusconi” a fargli avere “un accordo più vantaggioso con una buonuscita di 820 mila euro e un contratto di collaborazione di 3 anni“.

Il capo di imputazione relativo all’accordo, che era contestato come estorsione, è stato tuttavia riqualificato dal giudice come un tentativo di estorsione. Reato quest’ultimo, invece, contestato dal pm e confermato dal giudice per il presunto confezionamento delle fotografie che era avvenuto in precedenza. Il giudice ha disposto una provvisionale di risarcimento di 20mila euro a carico di Fede in favore di Crippa, difeso dal legale Edda Gandossi, e di 2 mila euro a favore di Ferri, parte civile in questo processo per una vicenda di violenza privata riqualificata

 Nel processo erano parti offese Rti-Mediaset e Confalonieri con il legale Lucio Lucia.  Emilio Fede di recente è stato anche condannato a 3 anni e mezzo per il caso del prestito di Berlusconi a Lele Mora per salvare la sua agenzia Lm Management circostanza in cui  Fede secondo le evidenze investigative ha trattenuto per sé circa 1,1 milioni di euro.



Emilio Fede condannato a 3 anni e mezzo per la bancarotta della società di Lele Mora

MILANO – I giudici del Tribunale di Milano hanno condannato ieri Emilio Fede a 3 anni e mezzo di carcere per “concorso in bancarotta” nell’ambito della vicenda legata al fallimento della società di Dario (Lele Mora) il quale patteggiando è uscito dal processo, e del contestato dirottamento a suo favore di 1,1 milioni di euro della somma stanziata da Silvio Berlusconi per salvare la società dell’ex agente delle stars televisive. Il Tribunale ha anche sentenziato una provvisionale nei confronti di Emilio Fede che adesso dovrà immediatamente  risarcire la curatela del fallimento per intero la somma distratta all’impresa di Dario (Lele) Mora .

 I giudici hanno emesso una sentenza di condanna persino più alta di quella  chiesta dal pubblico ministero milanese, Eugenio Fusco, che dinnanzi alla Terza Sezione Penale del tribunale di Milano presieduta dal giudice dr.  Ilio Mannucci,  aveva richiesto tre anni di carcere per concorso in bancarotta, per distrazione, per l’imputato. Fede, secondo le indagini della procura milanese , avrebbe accompagnato Mora a Villa San Martino ad Arcore, facendo pressioni su Berlusconi affinchè gli concedesse un importante prestito milionario. Ed, appena il denaro veniva concesso ed erogato, Fede chiedeva per sé  il 40 per cento a Mora  del denaro ricevuto dal generoso Cavaliere.
“Il finanziamento sarebbe servito per sanare la disastrosa situazione – aveva detto il pm Fusco –  in cui versava l’impresa di Mora. Quei denari non dovevano essere dirottati in parte a Fede per i suoi buoni uffici presso Berlusconi. Non ne aveva diritto“.
 Emilio Fede, i cui difensori hanno preannunciato l’intenzione di ricorrere chiaramente appello, ha così commentato: “Non voglio esprimere rabbia perché non è giusto, continuerò a difendermi, verrà l’Appello e poi la Cassazione. Spero solo di arrivare a vedere la sentenza definitiva“. Nel frattempo però gli tocca pagare un milione di euro.



ILVA. Firmata la transazione: rientrano 1,3 miliardi di euro

MILANO – Adriano Riva ha firmato oggi la transazione per il rientro dalla Svizzera in Italia di 1,3 miliardi di euro in gran parte destinati alla bonifica dell’ILVA di Taranto e di cui 230 milioni verranno impiegati per la gestione ordinaria della società. La firma ai documenti che sbloccano la somma è stata apposta stamane in un noto studio legale di Milano,  dopo la pronuncia favorevole della Corte del Jersey (isola del Canale), poichè i fondi  risultavano formalmente nella disponibilità di Ubs Trustee di Saint Helier, capitale dell’isola di Jersey, che amministra i quattro trust proprietari dei beni, riconducibili alla famiglia Riva. Per lo sblocco dei fondi su un conto della Banca Ubs a Zurigo, per il rientro effettivo della somma in Italia bisognerà attendere i tempi tecnici e alcuni passaggi burocratici.

La firma apposta da Adriano Riva imputato per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori, rende esecutivo l’accordo raggiunto lo scorso dicembre tra la famiglia Riva, le società del gruppo, e i commissari straordinari di ILVA. Un accordo mette a disposizione dell’ acciaieria di Taranto “somme e titoli per circa 1,1 miliardi di euro“, che erano bloccati in Svizzera dopo un sequestro disposto dalla Procura di Milano nell’ambito dell’indagine sulla gestione del colosso siderurgico e il “crac” del gruppo Riva a Taranto.

L’accordo prevede degli impegni assunti dalla famiglia Riva e dalle società da lei controllate, che ILVA “rinunci a qualunque pretesa nei confronti degli esponenti della famiglia Riva e delle società loro riconducibili, ponendo fine al vasto contenzioso in essere nell’ambito di una transazione di carattere generale che comprende reciproche rinunce“.

Il gup del Tribunale di Milano Chiara Valori ha accolto la richiesta di patteggiamento a due anni e sei mesi di carcere avanzata da Adriano Riva accusato per bancarotta, truffa e trasferimento fittizio di valori per il processo con al centro il crac dell’ILVA di Taranto. Riva ha rinunciato anche alla prescrizione del reato di trasferimento fittizio di beni. Ora sono attese le proposte di patteggiamento di Fabio e Nicola Riva, i figli del patron scomparso Emilio, per i quali l’udienza preliminare è stata aggiornata al 6 prossimo luglio.

Secondo fonti vicine alla procedura, nei prossimi giorni,  a seguito dell’accordo raggiunto e formalizzato, finalmente senza ulteriori ostacoli da parte di qualche magistrato desideroso di visibilità, si procederà all’aggiudicazione definitiva degli asset del gruppo in amministrazione straordinaria.




ILVA: Adriano Riva a Milano rinuncia alla imminente prescrizione

MILANO Adriano Riva, fratello di Emilio Riva l’ ex patron dell’Ilva deceduto 3 anni fa, attualmente accusato di bancarotta, truffa allo Stato e trasferimento fittizio di valori, nel procedimento sul crac del gruppo che controllava il colosso siderurgico, ha deciso di rinunciare alla prescrizione che sarebbe scattata a fine mese per l’imputazione di trasferimento fittizio nell’ambito di una nuova istanza di patteggiamento presentata oggi al gup di Milano Chiara Valori.

nella foto il Tribunale di Milano

Davanti al gup punteranno a patteggiare anche Fabio e Nicola Riva (non hanno presentato istanze), dopo che lo scorso 14 febbraio il gip Maria Vicidomini  in fase di indagini preliminari aveva respinto le richieste di patteggiamenti per i tre indagati, i quali avevano ricevuto il consenso dei pm, ritenendo troppo bassa l’entità delle pene.  Lo stesso giudice, tra l’altro, nel provvedimento aveva bocciato anche l’intesa con cui i Riva, lo scorso dicembre, hanno dato l’assenso a far rientrare in Italia 1,33 miliardi di euro per metterli a disposizione della bonifica ambientale dello stabilimento tarantino proprio in vista dei patteggiamenti in sede penale.

I sostituti procuratori della repubblica di Milano  Stefano Civardi e Mauro Clerici, a quel punto, hanno concluso le indagini ed  hanno inoltrato al gup il 3 marzo scorso  la richiesta di rinvio a giudizio. Adesso in udienza preliminare i legali della difesa dei Riva potranno provare nuovamente a presentare delle nuove istanze di patteggiamento per i loro assistiti e oggi, infatti, i legali di Adriano Riva hanno depositato una nuova richiesta al gup (che ha ricevuto il parere favorevole della Procura milanese) a condizioni più gravose della precedente, tra le quali appunto la rinuncia alla prescrizione che sarebbe scattata a breve per uno dei tre reati che gli vengono contestati.

Il gup Valori ha rinviato l’udienza  in attesa della decisione della Royal Court del Jersey prevista per il prossimo 12 maggio sullo svincolo di 1,3 mld di euro, somma che i Riva vorrebbero far rientrare in Italia e mettere sul piatto per i patteggiamenti, e che sono attualmente custoditi in 7 trust e sequestrati nell’inchiesta, anche gli altri due indagati si presenteranno in udienza il prossimo 17 maggio con nuove istanze di patteggiamento .

nella foto il Tribunale svizzero

Sul rientro in Italia di quei soldi destinati alla bonifica dello stabilimento siderurgico di Taranto dovrà esprimersi il Tribunale di Losanna il prossimo 31maggio, in quanto occorre la decisione preliminare della Royal Court del Jersey che dovrebbe dare il necessario semaforo verde al trasferimento e rientro dei soldi in Italia.

P.S. va riconosciuto ad Adriano Riva il coraggio di rinunciare alla prescrizione, al contrario di un giornalista tarantino (che segue notoriamente le vicende giudiziarie dell’ ILVA)  nel suo poco glorioso passato in cui non ha avuto analogo coraggio salvandosi da una sentenza penale solo e soltanto grazie alla prescrizione in appello…