"Se fa male non chiamarlo amore. Luci ed ombre del Codice Rosso e della rete"

 

L’AMI-Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, ha organizzato nei giorni scorsi a Napoli, un convegno dal titolo “Se fa male non chiamarlo amore: Luci ed ombre del Codice Rosso e della rete” che si è tenuto nella Sala De Stefano, in collaborazione con la Camera Penale di Napoli, dalle ore 9,00 alle ore 18,00. L’evento, che ha goduto del patrocinio dell’assessorato alla cultura del Comune di Napoli e del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, ha posto l’accento sul fenomeno della violenza di genere e dell’utilizzo dei social network oltre che del fenomeno, ormai di grande allarme, dei reati intrafamiliari e di quelli in rete. Tali situazioni ha forti ripercussioni sulle famiglie, sul matrimonio, oltre ad essere manifestazione di diverse condotte penalmente rilevanti, anche gravi.

Gli argomenti, trattati da illustri relatori, si sono riferiti , in una contestualizzazione di multidisciplinarietà,  agli Istituti giuridici che maggiormente, interessano la materia del Diritto di Famiglia, Diritto penale, aspetti sociologici e psicologici, e attualità, in ragione delle esperienze giuridiche e delle rispettive specializzazioni delle figure professionali che sono intervenute.

Anche il mondo del giornalismo è stato determinante nel divulgare e veicolare in modo opportuno e socialmente necessario le notizie attinenti al fenomeno della violenza e dell’uso indiscriminato ed improprio della rete ed è per questo che sono stati coinvolti anche insigni rappresentanti del settore. Tra i relatori l’avv. Gian Ettore Gassani, il dott. Valerio De Gioia (autori del “Codice Rosso”), e lo scrittore Maurizio de Giovanni, che ha curato la prefazione del testo. All’evento, hanno partecipato anche Maria Teresa Giglio madre di Tiziana Cantone , Anna Copertino giornalista per Giustina Copertino e Adriana Esposito madre di Stefania Formicola.




Caso Tiziana Cantone, procura chiede archiviazione

ROMA – La Procura di Napoli Nord ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per istigazione al suicidio per la morte di Tiziana Cantone, la 31enne che si tolse la vita nel settembre dello scorso anno nella sua casa di Mugnano (Napoli) per la vergogna dopo la diffusione in rete di alcuni video hard. L’inchiesta – coordinata dal procuratore Francesco Greco  – era stata avviata contro ignoti. Sulla richiesta dei pm dovrà pronunciarsi il gip nei prossimi giorni.

Sulla vicenda era stata avviata anche una indagine parallela, da parte della procura di Napoli, approdata nel marzo scorso alla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del fidanzato di Tiziana, Sergio Di Paolo che, in concorso con la vittima, per l’ipotesi di calunnia ai danni di cinque persone che sarebbero state accusate falsamente di aver divulgato in rete i video hard.

Era un’inchiesta iniziata male fin all’inizio, bisognava indagare per il reato di omicidio, non per induzione al suicidio perché chi ha diffuso i video sul web ha ucciso mia figlia, la mia unica figlia”. Duro il commento della madre di Tiziana Cantone, Maria Teresa Giglio, che domani sarà in prima fila in chiesa per partecipare alla messa in ricordo di Tiziana, a Napoli, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione nel quartiere Posillipo. Dal tono della voce sembra decisa ad andare avanti, a non arrendersi, a procedere nella faticosa e disperata battaglia legale per trascinare in Tribunale i colossi del web, i motori di ricerca e i siti che hanno, con il loro silenzio, permesso la moltiplicazione delle condivisioni in rete dei filmati con Tiziana. Uno stillicidio diffamante durato mesi, anni.

“Se devo essere sincera  l’indagine della Procura di Napoli nord ha scavato a fondo – ha aggiunto la madre di Tiziana – diversamente all’atteggiamento dell’ufficio inquirente di Napoli. Il procuratore Francesco Greco ha fatto di tutto per arrivare alla verità, ma l’istigazione al suicidio è una condotta difficilissima da individuare. Lo so”, che conclude “adesso c’è la risposta del Garante della Privacy che stiamo aspettando. Le regole sul web devono cambiare, coloro che diffamano devono pagare multe salatissime. La modifica della legge va fatta. Io mi batterò nel nome di mia figlia per evitare altri suicidi, altri omicidi del web.




Suicidio Tiziana Cantone. Il Gip del Tribunale di Napoli dispone supplemento indagine su Facebook

Il Gip Tommaso Perrella del Tribunale di Napoli ha disposto l’archiviazione per le sei persone indagate per diffamazione nell’ambito del procedimento penale avviato a fine 2015 da Tiziana Cantone, la 31enne di Mugnano di Napoli suicidatasi nel settembre scorso dopo la diffusione on-line di video hot che la ritraevano.

Il magistrato ha però disposto un supplemento di indagine chiedendo alla Procura di verificare eventuali responsabilità del legale rappresentante di Facebook Italia. “Non cerchiamo un capro espiatorio – dice Giuseppe Marazzita, legale di Teresa Giglio, la mamma della Cantonema di certo la diffamazione ai danni di Tiziana c’è stata, ed è una delle cause del suo gesto“.

Duro il commento di Teresa Giglio, la madre di Tiziana Cantone.“Sono molto amareggiata per l’archiviazione. Se mia figlia è morta la colpa è dei magistrati che non hanno fatto il loro dovere, in particolare del pm Alessandro Milita che per primo ha indagato“.

Alessandro Milita procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere , fino a poche settimane fa sostituto alla Procura di Napoli dove si è occupato – non come “primo pm” specifica Milita,  dell’indagine per diffamazione avviata a fine 2015 da Tiziana Cantone. ha replicato “Non rispondo, mi riservo solo di valutare con i miei legali se presentare querela per diffamazione dopo che avrò letto le sue dichiarazioni”. E questa sarebbe il significato di “non rispondo” ?

I FATTI. Era stata la Procura di Napoli, rappresentata in quel frangente dal sostituto Alessandro Milita (ora Procuratore Aggiunto a Santa Maria Capua Vetere) affiancato dall’aggiunto Fausto Zuccarelli, nel novembre scorso  a depositare istanza di archiviazione al Gip nei confronti dei cinque ragazzi ai quali  Tiziana aveva inviato i suoi video hot; tra gli indagati c’era anche il padre di uno di loro cui intestata l’utenza telefonica alla quale erano arrivate le immagini. Il Gip però decise di non pronunciarsi e di fissare un’udienza, celebratasi il 7 aprile scorso, in cui sentire tutte le parti in causa; la Procura, rappresentata dal sostituto Valeria Fico, ha depositato atti di indagine provenienti dalla Procura di Napoli Nord, dove è aperto sulla vicenda di Tiziana un altro fascicolo, senza indagati, per istigazione al suicidio, mentre l’ Avv . Marazzita , che solo qualche mese fa ha preso il posto dell’avvocato Andrea Imperato come legale della madre di Tiziana, ha sollecitato il Gip perché respingesse l’archiviazione e ordinasse alla Procura di proseguire le indagini.

Davanti al giudice – spiega l’ Avv. Marazzita – ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario di Tiziana è iniziato proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani. Se quei video fossero stati immessi solo su questi siti, senza alcun collegamento con una piattaforma così diffusa come Facebook, probabilmente lei non ne avrebbe saputo nulla. E in ogni caso Facebook fu diffidato ma non fece nulla».

Tiziana Cantone aveva querelato i cinque ragazzi proprio dopo aver constatato che i video da lei girati erano finiti su siti porno cui era possibile accedere tramite social come Facebook. La Procura partenopea non ha però trovato elementi che dimostrassero la responsabilità degli indagati per la diffusione dei video sul web e nel frattempo ha aperto un altro fascicolo per calunnia a carico dell’ex fidanzato di Tiziana, Sergio Di Palo, ipotizzando che fosse stato lui a convincere la ragazza a querelare i cinque e a indicarli come i responsabili della diffusione on-line dei video incriminati. La vicenda della Cantone ha già coinvolto direttamente Facebook; infatti nel novembre scorso il Tribunale Civile di Aversa aveva infatti bacchettato la multinazionale americana proprio perché non aveva rimosso le pagine che rinviavano ai video della Cantone dopo la diffida presentata da quest’ultima; per i giudici la diffida era vincolante, mentre la società si era difesa spiegando di non aver rimosso le pagine perché non aveva ricevuto alcun ordine del giudice o del Garante per la privacy, ritenendo dunque che la diffida di Tiziana non avesse alcun valore giuridico.




Suicida video hard, il pm chiede il giudizio per il fidanzato di Tiziana Cantone. La coppia diffuse per la prima volta i video


Tiziana Cantone,
la giovane ragazza campana morta suicida in seguito alla diffusione dei suoi video hard e l’ex fidanzato, Sergio Di Palo, diffusero per primi. i video pubblicando i filmati hot su un sito di scambio di coppia, da cui in un secondo momento i video vennero copiati e diffusi.  E questa la tesi del pm Alessandro Milita, dalla procura di Napoli che ha chiesto  il giudizio immediato per l’uomo in virtù dell’evidenza della prova.

Le ipotesi di reato sono di “calunnia”,  “falsa denuncia” e “accesso abusivo a dati informatici”, che sarebbero stati commessi  in concorso con Tiziana, mentre la procura di Napoli Nord ad Aversa, competente per il territorio di Mugnano, procede contro ignoti per istigazione al suicidio.


La falsa denuncia si riferisce allo smarrimento dell’Iphone
presentata da Tiziana nell’aprile del 2015.

La calunnia è invece in relazione alla denuncia sporta un mese più tardi nei confronti di cinque giovani accusati di avere diffuso i filmati, ma che sarebbero estranei alla vicenda, perchè l’invio dei video ad una chat privata sarebbe stata effettuata dallo stesso telefonino della ragazza. L’accesso abusivo a dati informatici per aver chiesto a un perito, senza il consenso di Tiziana, di accedere al suo cloud e di rimuovere alcune chat dalle quali si evinceva che i cinque amici, che avrebbe denunciato nelle settimane successive , non erano i responsabili della divulgazione dei filmati.  La madre della ragazza suicida il giorno dopo il funerale della figlia, disse al magistrato Rossana Russo della procura di Napoli nord,  che “Secondo me i video furono pubblicati da Di Palo per costringerla a rimanere con lui“.

 

Le accuse, contestate dal pm Alessandro Milita, a conclusione dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli, si riferiscono ai presunti illeciti relativi alla diffusione in rete dei video,  Indagine portata avanti dalla Procura di Napoli a seguito dell’esposto presentato nel 2015 dalla stessa Tiziana Cantone nel quale la ragazza  indicava i nomi delle persone che avrebbero ricevuto materiale fotografico, immagini in costume da bagno o a seno nudo, e i video che poi hanno trovato ampia diffusione sul web. La Procura aveva precedentemente chiesto l’archiviazione per i 4 indicati come responsabili della diffusione di foto e video sul web, accuse che secondo la Procura si sarebbero rivelate infondate.

Nel provvedimento di richiesta di archiviazione per i quattro ragazzi del magistrato Milita  si legge che “Tiziana risultava, per confessione stragiudiziale resa poi alla madre, responsabile della originaria diffusione dei video su whatsapp avendo coperto il principale sospettato e probabile responsabile: il fidanzato Sergio Di Palo, mai querelato, ma vi è l’elevata probabilità che lo stesso, visto il comportamento della Cantone di evitare di includerlo fra i detentori del filmato, avesse agito d’intenzione”.  Nella prima querela del il 23 ottobre 2015, la bella 31enne fornì una nuova versione dei fatti dopo quella falsa in cui sosteneva di aver perso il telefono con le immagini hot. Scriveva Tiziana : “Delle relazioni virtuali su internet tramite Facebook e Whatsapp il mio compagno di allora era a conoscenza  infatti il tutto accadeva anche per nostro desiderio, nella dinamica relazionale del rapporto sentimentale anche sessuale che avevo con Di Palo. Ma i video sono stati sempre ed esclusivamente girati con il mio telefonino e ripresi dal compagno che non ha mai avuto una copia”. Manoscritto questo della della ragazza che è agli atti del procedimento per diffamazione nei confronti dei quattro ragazzi di Battipaglia, Aversa e Brindisi accusati di aver diffuso i video in internet.

Il pm Alessandro Milita non ha però creduto alla ricostruzione di Tiziana e, nella sua richiesta di archiviazione del caso, il magistrato scrive: “La querelante non indicava nessuna delle persone presenti alle relazioni sessuali. Ma indicando che il Di Palo era a conoscenza delle sue relazioni e tracciava implicitamente una dinamica del loro rapporto sentimentale e sessuale che difficilmente poteva essere disgiunta dalla condivisione, con lui, dei video prodotti dalla donna». Affermazioni in linea con quanto aveva dichiarato la madre di Tiziana, Maria Teresa Giglio: “In un solo in un video, quello girato nella cucina della loro abitazione, si sente la voce di Sergio Di Palo”. La prova che il che Di Palo fosse a conoscenza dei filmati arriva anche dalla deposizione della madre della ragazza che aggiunse “L’ex fidanzato di Tiziana sapeva dei filmati che la sua ragazza girava in compagnia di altri uomini – spiega la donna – mia figlia ha avuto dei problemi con l’alcool e una volta, dopo una telefonata con l’ex fidanzato, aveva tentato il suicidio. Dopo la diffusione dei video lui la mandò a Forlì da alcuni amici suoi. Lei mi aveva riferito che Sergio Di Palo aveva dei problemi”.

Dal tentativo maldestro di sviare le indagini  con la falsa denuncia del “furto” dei filmati dal suo cellulare, si passava ai nomi e cognomi dei quattro ragazzi. Uno di questi in particolare, residente ad  Aversa, aveva spiegato a Tiziana che aveva mandato il suo cellulare per un periodo  in assistenza. Lei gli crede. Ma invece per il pm “il periodo relativo al gennaio 2015 faceva desumere logicamente – si legge nel provvedimento – che doveva già essere iniziato la divulgazione di foto e video: non avrebbe infatti altro senso indicare quel periodo, a fronte di una falsa successiva querela verbalizzata nell’aprile del 2015″. Sempre dalle dichiarazioni della madre della ragazza  arriva anche un’altra constatazione: “0Mia figlia voleva cambiare avvocato perché quello che aveva era stato indicato da Di Palo. All’esito della sentenza civile, voleva far pagare interamente a Di Palo le spese legali perché lo riteneva colpevole”.

Di Palo, infatti, aveva diviso con Tiziana l’incarico di telefonare ai quattro ragazzi. È sempre lui che ingaggia e retribuisce Mirko Rivola, un tecnico informatico di Ravenna per rimuovere i file informatici , l ed è sempre lui che paga l’avvocato. “Mia figlia è venuta a conoscenza della pubblicazione della sentenza civile tramite l’avvocato Domenico Ciccarelli di Qualiano – racconta ancora la madre di Tiziana questi mi riferì di aver trovato un post su Facebook con il quale l’avvocato di Tiziana portava a conoscenza di aver vinto la causa contro il social Facebook. Lei si risentì”. Secondo il pubblico ministero “è possibile il legame tra il diffusore e chi pubblicava gli articoli di giornale, con diffusione a livello internazionale” e risulta “incredibile che la donna conservasse solo lei la copia“.

Un vero e proprio pesante atto d’accusa del pm Alessandro Milita nei confronti di Sergio Di Palo l’ex fidanzato di Tiziana Cantone, che adesso è indagato per calunnia, per il quale ha chiesto  il giudizio immediato.




I Carabinieri sbloccano il telefonino di Tiziana, la ragazza campana suicida per un video hard. Indagato l’ex-fidanzato

Proprio Sergio Di Palo pochi giorni fa, ha sentito bussare alla porta della sua abitazione,  ma non gli è bastato nascondere la paura mostrando una normalità di facciata. Quando ha aperto il cancello di casa si è trovato di fronte i Carabinieri che gli hanno notificato un atto giudiziario. L’ex fidanzato di Tiziana Cantone, indicato dalla madre della bella trentunenne di Mugnano come colui che avrebbe indotto la figlia a girare filmini porno con uomini diversi, è attualmente indagato per “calunnia” . La notifica dell’invito a comparire in Procura è stato recapitato – nella sua villetta del parco con la vista sul mare tra Licola e Pozzuoli – dai militari dell’ Arma della compagnia di Giugliano, ed era firmato dal pm Alessandro Milita della Procura di Napoli e dall’aggiunto Fausto Zuccarelli.

Di Paolo avrebbe scritto a Tiziana Cantone in un messaggio  “Per me sei solo un buco”. Quella frase scritta con rabbia è adesso inserita negli atti che sono nelle mani del gip Tommaso Perrella del tribunale di Napoli. Sergio Di Paolo, al momento è stato iscritto nel registro degli indagati per aver calunniato i due ragazzi di Battipaglia e gli altri due di Napoli ed Aversa, denunciati in Procura da Tiziana quando era ancora in vita. Dovrà rispondere anche del reato di “falso” per aver indotto la fidanzata a dichiarare, nella prima denuncia, di aver smarrito il cellulare.

Circostanza falsa, raccontata probabilmente soltanto per allontanare il sospetto dalla coppia di aver pubblicato volontariamente i video. Circostanza questa che al momento però, non è stata ancora verificata. Resta quasi scontata l’archiviazione da parte del gip Perrella del procedimento per diffamazione aperto nei confronti dei quattro ragazzi che avrebbero chattato con Tiziana per venire poi incolpati da lei stessa. La prossima udienza è fissata per il 5 aprile.

L ’avvocato Bruno Larosa difensore di Sergio Dio Paolo, precisa: “In questa vicenda ha già risposto il gip nel rigettare la formulata richiesta di archiviazione del pubblico ministero, in relazione alle indagini dello stesso pm che oggi iscrive nel registro degli indagati Di Palo per altri reati”.

I Carabinieri della sezione cyber-crime del Comando Provinciale di Napoli con  la collaborazione di un consulente, l’ingegnere Carmine Testa,  sono riusciti a sbloccare il telefono cellulare di Tiziana Cantone, la ragazza di 31 anni che si è tolta la vita a Mugnano (Napoli), evitando che il cellulare si bloccasse, dopo il decimo tentativo di accesso, sfruttando un “bug” del sistema operativo dell’apparecchio, ed hanno estrapolato alcuni file audio risalenti alle ore precedenti alla morte che potrebbero dare importanti informazioni su quanto accaduto.  I dati recuperati, comunque, potrebbero dare importanti contributi a tutte le attività investigative in corso che vedono impegnate, in coordinamento, entrambe le Procure

C’è dunque, la svolta in almeno una delle indagini , mentre l’altro filone investigativo, quello sull’istigazione al suicidio, difficilissimo da dimostrare  aperto dalla Procura di Napoli nord procede spedito verso la ricerca della verità. Tiziana Cantone si era tolta la vita  nello lo scorso mese di settembre, dopo la diffusione in Rete di alcuni suoi video hot.  Le indagini contro ignoti sulla morte della ragazza, per “istigazione al suicidio”  sono coordinate dal procuratore capo  Francesco Greco e dal sostituto procuratore Rossana Esposito della Procura della Repubblica di Napoli Nord. Contemporaneamente è in corso  un’altra indagine per “diffamazione” da parte della Procura di Napoli, che coinvolge i quattro destinatari dei video hard (attualmente indagati) , partita dalla denuncia presentata da Tiziana Cantone e dal suo ex fidanzato Sergio Di Palo contro chi ha diffuso in rete i video. Infine, c’è una terza indagine, sempre coordinata dalla Procura di Napoli, che ipotizza il reato di “calunnia“.

Nei prossimi giorni il pm Esposito ascolterà alcune persone convocate in veste informati sui fatti, ma che non sono quelle persone che sono ritratte nei video .Tra i file ci sarebbero le telefonate fatte da Tiziana prima di morire, alcuni messaggi con Di Paolo e un altro ex fidanzato, e un ultimo messaggio che lascerebbe presagire l’intento di suicidarsi.

 




Il Presidente della Camera scrive a Zuckerberg: troppo odio sui social

Caro Direttore, chiedo ospitalità sul suo giornale per rivolgermi a Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Facebook.

Signor Zuckerberg, come molti sono preoccupata per il dilagare dell’odio nel discorso pubblico. Fenomeno non generato certo dai social network, ma che in essi ha un veicolo di diffusione potenzialmente universale. Questo dev’essere quindi per tutti il tempo della responsabilità: tanto maggiore quanto più grande è il potere di cui si dispone. E il suo è notevole. Lei ha affermato che “su Facebook non c’è spazio per l’odio”. Mi tocca dirle che, almeno in Italia, non è vero. Le faccio pochi esempi. Una ragazza, Arianna Drago, ha richiamato l’attenzione sull’inquietante fenomeno dei “gruppi chiusi“. Ha avuto il coraggio di pubblicare alcuni commenti di utenti che avevano postato foto di donne ignare, facendone il bersaglio delle loro violente sconcezze.

Facebook ha oscurato il profilo della ragazza, e soltanto dopo che io avevo deciso di condividerne la denuncia ha fatto sapere che era stato sospeso “per errore”. C’è voluta invece qualche settimana perché i gruppi segnalati da Arianna fossero chiusi. E ancora ne esistono diversi di questo tipo che agiscono indisturbati, nonostante le numerose segnalazioni. Il problema è analogo per le pagine di gruppi politici estremisti e violenti. Una ricerca dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha catalogato 300 pagine che su Facebook esaltano il fascismo. L’apologia del fascismo da noi è un reato, ma i rappresentanti italiani della sua azienda rispondono che non è compreso nelle regole di Facebook e che “gli standard della comunità devono poter valere in ogni Paese“.


Del resto, parlano chiaro i dati di applicazione
del codice di condotta contro la diffusione dell’illecito incitamento all’odio in Europa“, che anche la sua azienda ha sottoscritto a maggio 2016 con la commissione Ue. La prima verifica semestrale dice che risulta cancellato appena il 28% dei contenuti segnalati come discriminatori o razzisti. Una media che si ricava dal 50% di Germania e Francia e dal misero 4% italiano. Mi domando se questo dato allarmante lo dobbiamo anche all’assenza di un ufficio operativo di Facebook in Italia.

Un’Italia che sconta scarsa collaborazione da parte della sua azienda anche sul fronte della disinformazione, al contrario di quanto avviene in Germania o in Francia. Su questo tema ho da poco lanciato una campagna di sensibilizzazione (www.bastabufale.it). Proprio perché sono convinta che le fake news – create ad arte per fini di lucro, delegittimare l’avversario o generare tensioni sociali – provochino danni alle persone e spesso rappresentino l’anticamera dell’odio.

Prima di essere eletta Presidente della Camera dei Deputati, ho lavorato per 25 anni nelle agenzie delle Nazioni Unite, occupandomi di crisi internazionali e di rifugiati. Ho visto quanto siano importanti la Rete e i social network anche nei luoghi più remoti del pianeta e nei campi profughi. E proprio perché ne conosco lo straordinario valore, ritengo si debba agire presto e su più livelli affinché i social non diventino ostaggio dei violenti. Ho avuto modo di parlarne di recente con Richard Allan, vicepresident public policy di Facebook per l’area Europa-Medio Oriente-Africa, che ho incontrato a Montecitorio su sua richiesta.

Mi ha contattato dopo che, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, avevo postato una selezione delle oscenità che costantemente arrivano a me, come a quasi tutte coloro che hanno una presenza nella sfera pubblica. Ho denunciato anche che Facebook non si cura a sufficienza di rimuoverle. E lei sa bene che la mancata rimozione di un contenuto umiliante può provocare tragedie come quella accaduta recentemente a Napoli, dove la trentunenne Tiziana Cantone si è tolta la vita per la vergogna di un video divenuto virale.

Ad Allan ho avanzato tre proposte. Due di natura tecnica. La terza riguarda l’apertura in Italia di un ufficio operativo per i 28 milioni di utenti che Facebook ha nel Paese. Le risposte giunte dopo due mesi sono evasive e generiche. A questo punto chiedo a lei, signor Zuckerberg: da che parte sta Facebook, in questa battaglia di civiltà?

Laura Boldrini

Presidente della Camera dei Deputati




Un altro caso di ricatto sessuale sul social network Facebook. Ma cosa aspettano le Autorità, lo Stato ad intervenire ?

La mia vita era cambiata già prima, con un uomo pessimo da cui sono andata via e che si è vendicato in mille modi. Poi hanno tentato di distruggermi, ma non gliel’ho data vinta. Adesso è in corso un complesso processo penale. Spero che quel mostro finisca in galera. E questa è la mia storia”. Una storia raccontata dal settimanale L’ESPRESSO a proposito di brodi di coltura dello stupro, di cyberbullismo a sfondo sessuale e di quei gruppi privati misogini e sessisti che infestano Facebook,
La chiamano “revenge porn”  la condivisione sui social (e su Telegram e Whatsapp) di scatti di vita intima di coppia da parte di ex fidanzati vigliacchi e psicopatici e dei branchi di squallidi uomini che riescono ad aggregarsi online in Gruppi che i socialnetwork dovrebbero bloccare immediatamente e fornire alla Polizia immediatamente tutti i dati possibili per identificarli. Per rappresaglia, senza nessun consenso femminile. Parecchie donne, messe alla gogna su Internet, meditano ogni giorno di farla finita. Temono di essere entrate in un tunnel della vergogna senza uscita. Credono di dover espiare una colpa arcana. Si sentono gli sguardi morbosi estranei puntati addosso.
 

Foto private rubate che si diffondono in ogni angolo della Rete dove si annidano maniaci sessuali e uomini repressi, mentre sono ancora poche le donne che hanno coraggio e trovano la forza di reagire, di denunciare. Marta, (il nome è di fantasia) ha un po’ più di trent’anni è una di queste eccezioni: “Ho convissuto con un uomo. Lo amavo moltissimo. Era geloso e irascibile, ma lo chiamava amore. Diceva che era geloso perché mi amava troppo. Era iscritto a una serie di gruppi Facebook più o meno segreti. Passava tantissimo tempo attaccato al cellulare. Ero infastidita da questa sua ossessione per Facebook, ma di tanto in tanto mi faceva vedere i contenuti. Ancora non si parlava di donne e di sesso, o forse me lo ha tenuto nascosto, ormai non so più dirlo”.

Il rapporto tra i due si è logorato e quando la ragazza ha deciso di lasciarlo, è iniziato il suo incubo. “La situazione si fa subito oscura. Lui comincia a contattare chiunque potesse conoscermi riversando bile, odio e insulti. Inizia a minacciarmi di utilizzare le foto intime che aveva scattato nei due anni trascorsi insieme se avessi osato raccontare di lui. Io taccio, non proferisco sillaba. Una mattina però mi chiama un mio conoscente, dicendomi: “Guarda che mi è arrivata una tua richiesta d’amicizia su Facebook, ma con un altro tuo profilo, pieno di scatti non proprio edificanti. Sei davvero tu quella?”.

È l’inizio del suo inferno mediatico: “Diciassette account con il mio nome e cognome, affollati sia di foto prese dalla mia pagina Facebook ufficiale che dal suo cellulare. E queste ultime contengono anche scene di sesso, o con me nuda: immagini immortalate dal suddetto nel corso della nostra relazione sentimentale. Diciassette profili falsi in un solo mese”. Fantasmi maligni, contagiosi e per lo più anonimi sbattono le loro mani luride intorno alla preda: “Io li segnalo uno dopo l’altro. Mi faccio aiutare dagli amici. E si trasformano tutte le mie abitudini quotidiane. Ogni mattina, per esempio, ora cerco ossessivamente le mie generalità su Facebook. Trovandomi spesso riprodotta come natura mi ha fatta e bersagliata da commenti sprezzanti: umiliata e offesa”.

Cronaca di una spirale perversa: “A quel punto il mio ex prende a pubblicare le foto su un gruppo Facebook. Me lo riferisce una persona fidata a cui era stato chiesto: “Ma quella non è la tua amica?. Cliccando su un link ben visibile si è rimandati a un post farcito di mie istantanee, corredate da storie inventate di sana pianta su miei presunti rapporti lascivi e su un mio fantomatico passato di pornostar involontaria. Non mancano dettagli inerenti la mia famiglia e il mio indirizzo di casa, con tanto di street view di Google Maps. Il bastardo intanto se la ride e mi dipinge come una sgualdrina. Parallelamente, continuano a giungermi messaggi e richieste di amicizia da perfetti sconosciuti con battute triviali, allusioni, foto mie, foto loro (o meglio dei loro genitali), ingiurie di ogni genere, minacce e richieste esplicite di sesso. Almeno un migliaio i contatti di questo tenore. Io che su Facebook nemmeno li ho mille amici”.

Facile…. in teoria, affidarsi alla legge: “Alla fine vado in questura, all’anticrimine. Non alla Polizia Postale: gli uffici del mio capoluogo di provincia sembrano inaccessibili e se chiami spiegando l’accaduto devi innanzitutto illustrare come funziona Facebook e i suoi gruppi. Provo a denunciarli questi gruppi, ma incorro in risposte disarmanti come “Eh ma lei non doveva farsi fare queste foto”. Alla fine cambio Questura; ma anche lì sulle prime fanno storie, questa volta adducendo ragioni giurisdizionali perché io risiedo da un’altra parte. Eppure Internet non è una città, non ha localizzazioni geografiche precise e se devi spiegarlo alla Postale, è grave”.

 

La via crucis di Marta dura mesi : ero distrutta, tutte le persone che mi conoscono mi hanno vista fare sesso, e non per mia scelta. Ho perso molti pseudo-amici” finché un tribunale non emette un’ordinanza e l’ex di Marta si vede sequestrare tutti i devices connettibili a Internet. Ha inizio un procedimento giudiziario con diversi capi d’accusa: dalla sostituzione di persona alla diffamazione ai maltrattamenti fisici. Il gip dispone il suo divieto di avvicinamento alla ragazza che millantava di amare. E il processo è ancora in corso. Le foto di Marta finiscono nel frattempo in uno sconcertante “archivio”, in un “dossier” tuttora scaricabile da Google di video e immagini hard che hanno come “star” anche minorenni.

Mittenti, i partner vendicativi; destinataria, l’orda famelica del web; esecutori materiali, malati sessuali, uomini  dalla libido repressa magari di buona famiglia. Qualche nome di queste cartelle dell’infamia? Da “Il canile” a “Bagasce con nome e cognome”, passando per “Degradoland”.

Io ero nella directory “Cagne con nome e cognome– dice Marta –  E spiega che segnalare ed ottenerne la rimozione da Facebook non è semplice. Quasi impossibile. Google e Dropbox invece eliminano quasi sempre i file contestati, una volta descritto il contenuto.

Facebook invece non li rimuove quasi mai i suoi gruppi più volgari, e quando prova a farlo, quelli rinascono di nuovo sotto ritoccate spoglie. Per perseguirli legalmente bisognerebbe aprire rogatorie internazionali, ma sarebbe molto più facile se i socialnetwork collaborassero realmente con le forze dell’ ordine. Marta – racconta L’ESPRESSO – ha visto molto da vicino l’occhio di uno dei più terribili ciclopi del nostro tempo. Si è salvata soltanto perché è di temperamento e carattere forte, perchè ha una famiglia che ha capito, che l’ ama e non la molla mai ed ha una “fede brutale che invece di spingermi al suicidio mi tiene in piedi in questa guerra, per ottenere giustizia per me e le altre”.

Per tanti mesi non ha trovato però il coraggio di uscire di casa, ha avuto paura “perché quegli imbecilli depravati sapevano dove abitavo e non pochi sono arrivati fin sotto casa mia. Ho dovuto imparare a difendermi, anche nella vita reale, da chi mi urlava “troia” per strada. Ho cambiato molte abitudini, non faccio più lavori a contatto col pubblico per timore di essere riconosciuta. E se qualcuno mi chiede l’amicizia su Facebook, invece di pensare di potergli piacere sospetto che voglia accedere al mio privato per brandirlo contro di me”.

Marta non si fida più degli uomini, non ha una relazione, “loro non vogliono una donna con un peso così grande sulle spalle. E io non sarò serena fino a quando il mio ex non sarà punito”. Marta combatte anche per le tante ragazze più giovani che stanno rivivendo la sua stessa odissea ancestrale, nonostante vada in scena su potenti, candidi computer di ultimissima produzione: “Ho bisogno di sapere che la mia sofferenza aiuterà altre come me”. Nel nome di chi non ce l’ha fatta e di tragedie da scongiurare come quella di Tiziana Cantone.

Sono tutti gruppi Facebook chiusi, ad iscrizione e l’unico modo per introdursi è quello di fingersi uno di loro. Un “vero maschio” che parla come un giornale porno anni ‘70 e per cui la parità tra i sessi è la più grande mistificazione. Eccoci precipitati nel gorgo dell’ultra-misoginia 2.0. Il gruppo Cagne in calore conta oltre 18 mila iscritti. Christian C. B., un libero professionista di Reggio Emilia che come tanti nemmeno prova a camuffare il suo nome e cognome autentico, come se non ci fosse nulla di sbagliato in quello che fa, scrive: “Come dorme la mia dolce metà! Cosa ne dite?”. E posta una foto della sua compagna immortalata a sua insaputa mentre sonnecchia, in mutandine, con le lenzuola scostate. Si accende la rituale canea di commenti. Scrive un certo Danilo: “Se vuoi vengo a darti una mano, e mentre me la faccio (…): vedrai che dopo i primi colpi comincia a godere come non ha mai goduto”.
A inizio anno è stato rimosso il gruppo francofono Babylone 2.0: migliaia di uomini vi condividevano foto delle loro presunte conquiste, corredate da testi oltraggiosi e sessisti. La notizia ha fatto il giro del mondo. Ma di gruppi simili ne esistono a decine soltanto in Italia. Nascono e rinascono in continuazione. Uomini che umiliano le donne sfruttando l’effetto gogna sconfinata dei social network. Uomini che bersagliano le donne con epiteti rancidi e vili. Quando le nostre mogli, figlie, amiche sono al mare o in palestra, in ufficio o alla stazione, un numero considerevole di insospettabili sta lì a fotografarle di nascosto per riversare le immagini sul loro Facebook parallelo.
Scatti normalissimi, spesso a figura intera e col viso scoperto; istantanee di quotidianità rubate anche dalle pagine social, che rimbalzano di bacheca in chat e infine su Whatsapp. Basta poco per trasformare un semplice selfie in un pretesto di lapidazione morale. In un gruppo – come rivela L’ESPRESSO – dal nome tragi-grottesco (Seghe e sborrate su mie amiche)  Giovanni S. un ragazzo piemontese dall’aria perbene, posta l’immagine di una ragazza comune in jeans e canotta che commette però l’impudenza di sorridere: “Labbra da pompinara da riempire” è il suo pensiero istantaneo. Come se la sua unica colpa fosse quella di essere una donna: una merce sempre in fregola e sempre in saldo sotto la scorza di fuorviante normalità. Qualche tempo fa lo stesso Giovanni aveva condiviso un articolo sul suo account personale Facebook che sensibilizzava contro la violenza sulle donne. Oppure sono scatti privati, inviati in buona fede ma dati poi in pasto con l’inganno a una marea di sconosciuti.
Gigi P. da Palermo ama scambiare momenti intimi della sua fidanzata “con chi mi fa vedere la propria”. Lo contattiamo. Quanti anni ha la tua ragazza? “Venti”, e ci sfodera un ricco album di suoi primissimi piani anatomici. “Ma lei lo sa?”. E lui: “Ovvio che no. Pubblico in giro le foto che lei mi manda per eccitarmi”. Pure Flavio F., un impiegato di Torino, vorrebbe scambiare “figurine di famiglia” con noi: “Ti mando foto della mia amante, della mia ex o delle mie amiche. Dipende da come mi contraccambi”. Nel gruppo Zozzoni e Zozzone quasi hot (7 mila iscritti) tale  Frank Jo Jo C., che nella vita gioca a calcio a livello professionistico, inserisce uno scatto della moglie a bordo piscina e un po’ si strugge: “Sto cercando di coinvolgerla con un altro uomo, ma non è facile”. Gli viene in soccorso Pierpaolo (“Dammi il numero così la chiamo”). Ma Frank non si dà pace: “è troppo seria purtroppo”.

Certe volte la molla scatenante è invece una turpe vendetta da consumare gettando fango su qualche vecchia fiamma. Qui siamo dalle parti del “revenge porn”, come nel drammatico caso di Tiziana Cantone. In La esibisco, foto amatoriali e avvistamenti (un’altro gruppo Facebook blindato ed amministrata da Sabatino B, autotrasportatore di Civitavecchia e Pietro M, catanese con tatuaggi e sopracciglia ad ali di gabbiano) si produce, ad esempio, Claudio: “E che ne dite di questa che per otto anni me la sono scopata? Se c’è qualcuno interessato, in privato posso dire dove può trovarla”. La cessione di un diritto feudale.

L’ottimo collega Maurizio di Fazio sull’ ESPRESSO rivela un mondo ben noto, che purtroppo le Autorità, la Polizia Postale, gli amministratori di Facebook ben conoscono, e non fanno nulla per contrastarlo Ci spostiamo nel gruppo Mogli e fidanzate Napoli esibizioniste e troie, 15 mila fedelissimi. Un tale Ralph M. mette all’asta sua sorella e i convenuti intraprendono la consueta geolocalizzazione del tesoro. Perché il fine ultimo è la caccia reale alla preda. Si cerca perciò di carpire le generalità dell’ignara protagonista di turno: le sue abitudini, il suo indirizzo. E dall’abuso verbale alla violenza fisica, il passo può essere breve.

Andrea P. è un habitué del gruppo Giovani fighette per porci bavosi (11 mila membri) e carica il file jpeg di una ragazza castana in costume sul letto: “Altra bella fighetta” è il suo contrassegno da gentleman. Daniele minaccia: “Io la rompo una cosi”. Un altro: “Per i capelli: bocca aperta, pene fino in gola”. E la fantasia di stupro è servita. L’abisso è vicino anche in Scatti per le strade italiane e non. Riccardo V. sciorina il suo atout: una ragazza di spalle in supermini jeans al supermercato. Si infuriano tutti. Giulio: “Una zoccoletta”. Uno sulla settantina: “Merita di essere sbattuta per bene a pecora”. Claudio: “Sto arrivando troia”. Nel frattempo, Marco da Napoli: “Mia cognata riposa inconsapevole di non essere sola” et voilà due immagini dell’attempata parente intenta nella siesta pomeridiana. Tanto basta a fomentare gli animi. E c’è chi vomita oscenità da bagno pubblico all’indirizzo fotografico di ragazzine che paiono minorenni.

L’articolo 167 del codice della privacy prevede la reclusione da uno a sei mesi per chi pubblica foto senza consenso. Ma di fatto viene garantita l’impunità a questi nuovi primitivi che vedono “zoccole e vacche” ovunque. Tante donne soffrono in silenzio, e l’umiliazione del cyberbullismo a sfondo sessuale si mescola alla paura e alla frustrazione. Denunciare alla Polizia Postale sembra inutile, e su Facebook nessuna grande campagna di pulizia e polizia interna è in corso. L’importante, si sa, è rispettare i suoi “standard specifici”. La dignità femminile non fa parte dell’algoritmo.

 

Mentre la Magistratura nel caso di Marta è intervenuta, resta da chiedersi :quante altre Marta, Tiziana, ecc. sono o saranno vittime di questa gentaglia, che non si possono definire uomini ? Non è vero che i socialnetwork non possono fare niente. La verità è che non vogliono fare niente, preferiscono girarsi dall’altra parte, organizzare convegni pseudo ridicoli, e mantenersi questi gruppi e questi profili falsi che generano traffico internet, contatti, che per i socialnetwork significa soldi. Un Paese serio farebbe una legge stringente a tutela del rispetto della persona, della dignità di ognuno. Ed un social network chiederebbe un documento a tutti coloro che si iscrivono, con opportune procedure di verifica imponendo di indicare un numero di telefono cellulare per tracciare le persone. Quando lo capiranno i nostri politicanti ? O dobbiamo aspettare che capiti a qualche donna politica, o qualche figlia dal cognome illustre o alle loro mogli  ?



Suicidio di Tiziana, per il Tribunale “Facebook doveva rimuovere i video”. Zuckerberg indagato in Germania

schermata-2016-11-04-alle-19-56-35Il collegio presieduto dal giudice  Marcello Sinisi del Tribunale civile di Napoli Nord,  con una ordinanza ha rigettato il reclamo di Facebook Ireland, dando invece ragione a Teresa Giglio madre di  Tiziana Cantone,  la 31enne di Mugnano (Napoli) suicidatasi il 13 settembre scorso dopo la diffusione sul web a sua insaputa di video hard che la ritraevano,  ha stabilito che  i link e le informazioni relativi alla ragazza napoletana  una volta che ne era emersa l’illiceità dei contenuti, dovevano essere rimossi da Facebook , a prescindere da un preciso ordine dell’autorità amministrativa o giudiziaria.


I legali italiani del social network americano 
avevano presentato reclamo contro l’ordinanza emessa il 10 agosto scorso del giudice civile Monica Marrazzo, alla quale si era rivolta Tiziana quando era ancora in vita, che aveva disposto l’ obbligo di alcuni social, tra i quali Facebook, a rimuovere video e commenti relativi alla 31enne.

CdG martello-tribunaleAl momento del deposito dell’ordinanza del Giudice di Napoli tre link che permettevano l’accesso ai video “hot” di Tiziana erano stati rimossi da Facebook dopo le pressanti richieste della ragazza, mentre un quarto, denominato “Tiziana sei tutti noi“, era ancora attivo, ma secondo gli avvocati della società guidata daMark Zuckerberg  “non presentava contenuti a sfondo sessuale“, né “profili di illiceità“.

Andrea Orefice, l’avvocato che segue la mamma di Tiziana nei ricorsi civili ha commentato “È una pronuncia molto equilibrata perché introduce il principio, rigettando quanto asseriva Facebook, secondo cui un hosting provider deve rimuovere le informazioni illecite, quando arriva la segnalazione di un utente, come nel caso di Tiziana. E non deve attendere che sia il Garante della Privacy oppure il giudice ad ordinargliene la rimozione” aggiungendo Adesso Facebook deve collaborare: dopo la pronuncia della sentenza del giudice civile del Tribunale di Napoli Nord parzialmente a favore della mamma di Tiziana, serve una svolta decisiva. Deve darci i nomi e i cognomi delle persone che, nascosti dietro falsi profili, hanno aperto le pagine su cui c’erano i contenuti che hanno diffamato la ragazza ed hanno contribuito a renderla vulnerabile a tal punto da suicidarsi. I link, le immagini, le foto e gli spot che in pochi mesi sono diventati virali” raccontando lo stato della madre di Tiziana, “Lei è addolorata, ma auspica che Facebook adesso collabori con la Procura nelle indagini penali in corso“.

Dichiarazioni a cui si è associato anche l’avvocato Andrea Imperato, che invece assiste penalmente la famiglia della vittima, e  commenta l’incredibile  decisione del pm Alessandro Milita del pool guidato dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli della Procura di Napoli di chiedere l’archiviazione per i quattro amici di Tiziana sospettati di aver diffuso in rete i video hot: “Mi auguro che i pm abbiano vagliato attentamente tutti gli elementi della denuncia di Tiziana prima di fare questo passo“.

Il Tribunale ha poi deciso la compensazione di parte delle spese legali (1/3) condannando per il resto – oltre 8 mila euro – Facebook a corrisponderle alla madre di Tiziana ed ai suoi legali.

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Decisione questa che arriva, per ironia della sorte, proprio nel giorno in cui a Monaco, per la prima volta, la magistratura ha indagato i vertici di Facebook, tra cui il fondatore Mark Zuckerberg, (a destra nella foto) per la mancata rimozione di contenuti criminali come minacce e negazioni del genocidio ebraico. A rivelarlo il sito del settimanale tedesco  Der Spiegel che precisa come nel mirino della Procura di Monaco di Baviera siano finiti, oltre al fondatore, anche la direttrice operativa della rete sociale americana, Sheryl Sandberg, e il rappresentante istituzionale per l’Europa, Richard Allan.

Secondo la denuncia Facebook non avrebbe rimosso contenuti segnalati – A dare il via all’inchiesta una denuncia dell’avvocato tedesco di Würzburg, Chan-jo Jun, che già in passato si era battuto contro i contenuti violenti sul social network. Secondo il legale, specializzato in diritto digitale, i manager dell’azienda starebbero tollerando la presenza sul social network di messaggi che incitano all’odio e alla violenza fisica e gruppi che negano la Shoah.

Il settimanale Spiegel ricorda che Facebook è obbligato a rimuovere contenuti illegali non appena ne viene a conoscenza. Alla denuncia è allegata una lista di casi nei quali si mostra che alcuni contenuti, nonostante ripetute sollecitazioni, non sarebbero stati rimossi. Nella maggior parte dei casi Facebook non risponderebbe alle segnalazioni. Il settimanale tedesco sottolinea come il social network in Germania sia al centro delle polemiche per la sua tolleranza verso contenuti che incitano all’odio, esplosi recentemente con l’aumento dei profughi in arrivo.

 




Tiziana suicida per video hard, aperta un’inchiesta per istigazione al suicidio

schermata-2016-09-14-alle-16-28-27Da oltre un anno e mezzo la sua vita era diventata un vero e proprio inferno mentale. Si era fatta riprendere in alcuni video hot che, senza il suo volere erano finiti sul web con tanto di nome e cognome. Una mortale spirale di vergogna che l’aveva costretta a fuggire dal suo comune di residenza, ed a cambiare identità. “Abbiamo aperto un fascicolo sulla morte di Tiziana , per induzione al suicidio”  dichiara oggi Francesco Greco procuratore capo della Procura di Napoli Nord di Napoli Aversa ( a destra nella foto)  che  insieme al pm Rossana Esposito indagano sull’accaduto,  mentre il popolo del web chiede giustizia e finalmente applicato “l’oblio”. La madre di Tiziana Cantone si dispera: “Non l’avevo vista per tutto il giorno, non ho potuto fermarla” e rivela agli investigatori un ulteriore motivo di turbamento della figlia: anche se aveva ottenuto una sentenza favorevole del tribunale sul diritto all’oblio, la donna era stata considerata consenziente e quindi condannata a pagare 20mila euro di spese.

Il giudice in questione mentre da un lato le aveva dato ragione ordinando ad alcuni socialnetwork, come Facebook, You Tube, a rimuovere video, commenti, apprezzamenti e al pagamento delle spese per una cifra pari a 320 euro ciascuno per esborsi e 3.645 euro per compensi professionali. Dall’altro lato, però come si evince nella decisione del giudice sul provvedimento di urgenza chiesto dalla 31enne per la rimozione dai siti web dei video hard, la donna di 31anni che si è suicidata dopo che i suoi filmati hard che la ritraevano erano finiti a suo insaputa nel web, era stata a sua volta condannata a rimborsare le spese legali a cinque siti per, complessivamente, circa 20mila euroTiziana era stata condannata al rimborso nei confronti di Citynews, Youtube, Yahoo, Google e Appideas di 3.645 euro, per ciascuno, per le spese legali oltre al rimborso delle spese generali nella misura del 15%. Sarebbe stato questo il motivo scatenante del suicidio della 31enne, secondo la madre che ha raccontato agli investigatori anche che l’ex fidanzato aveva sostenuto Tiziana durante le delicate fasi del processo, durante il quale i sei suoi amici, destinatari del video, sono stati sentiti come “persone informate sui fatti”.


schermata-2016-09-14-alle-16-05-58La storia di Tiziana
 Cantone
aveva fatto a suo tempo il giro del web, ed una sua leggerezza era diventata un incubo, sfociato nell’attuale tragedia . La ragazza, originaria della provincia di Napoli, figlia del gestore di un bar, aveva perso il lavoro, e dopo la pubblicazione online dei suoi video non poteva più mostrarsi in pubblico, a seguito di una squallida iniziativa di alcuni suoi  “amici” che avevano diffuso sugli smartphone e via internet alcuni suoi video hard. Persone…che adesso dovrebbero iniziare a preoccuparsi un pò…

Tiziana  scoprì tra aprile e maggio 2015, che un video hard che la vedeva protagonista girava in rete. Si era fatta filmare con un telefono mentre faceva sesso in sei diversi video, e poi lei stessa li aveva spediti a cinque persone di sua conoscenza. Un atto di folle leggerezza , probabilmente ingenuamente, in quanto la giovane napoletana non si sarebbe mai aspettata delle conseguenze di questo genere.

Tiziana, finita nella gogna mediatica che aveva indotto persino due giocatori del Sassuolo ( vedi il video sotto ) a realizzare e pubblicato una parodia sui video della ragazza, la quale nel frattempo era stata costretta a cambiare città,  facendo causa a chi la perseguitava sui social, vincendo e ottenendo la rimozione del profilo dai socialnetwork di chi la insultava grazie ad un’ avvocatessa che l’ha sempre difesa sino all’ultimo. Ma evidentemente tutto ciò non è bastato per il fragile equilibrio psichico della ragazza che ieri alla fine,  si è suicidata. Adesso l’indagine della Procura non è più per violazione alla privacy o per il diritto all’oblio, ma per istigazione al suicidio.

Aveva cambiato identità, nella speranza di non essere più riconosciuta, e potere così ricominciare daccapo una vita. In un primo momento venne di fatto praticamente costretta  ad abbandonare prima il proprio lavoro, poi a trasferirsi fuori Campania. Recentemente era ritornata a vivere in provincia di Napoli, a casa di una sua parente. Ma in un crescendo di angoscia e depressione, il peso di questa vicenda è diventato per Tiziana  insostenibile, fino al tragico epilogo

Adesso è il momento della riflessione. “Tiziana si è tolta la vita. Almeno adesso merita oblio e silenzio. Non continuate a mostrare il video“. scrivono le persone in rete e molti piangono la ragazza che si è tolta la vita. I sensi di colpa ed il dolore ha invaso i social network, quasi a voler cancellare la leggerezza con cui un video privato è stato trasformato in un fenomeno virale in rete, con oltre 100 mila pagine web dedicate a quella frase pronunciata da Tiziana in un momento che credeva intimo: “Stai facendo il video? Bravo“.

Le accuse più pesanti sono rivolta ai protagonisti di quei filmati che per primi hanno diffuso sui social network, dando il via una macchina infernale che ha stritolato e massacrato la vita di Tiziana. Il suicidio della 31enne ad alcuni utenti sembra irreale e scrivono: “Sarebbe bello se Tiziana avesse inscenato la sua morte per ricostruirsi una vita. Ma non è così“.

schermata-2016-09-14-alle-16-47-04Ma vi è stato accanimento senza fine nei confronti di Tiziana Cantone, la povera ragazza morta suicida a causa dello scandalo che l’ha vista, suo malgrado, protagonista. Qualcuno ha scritto incredibilmente “Spero che da domani, tutte quelle come lei facciano la stessa fine“.  Ma ad indignare questa volta sono state le parole scritte di un salernitano, tale Antonio Foglia, che sulla propria bacheca Facebook ha rivolto parole pesantissime nei confronti della ragazza: “Ti è piaciuto zoccoliare e farti guardare!?!?adesso non ti resta che da un foulard penzolare…stai facendo il video!?!?Brava – ha scritto nel suo post pubblico, proseguendo poi in un macabro auspicio – Spero che da domani tutte quelle come lei facciano la stessa fine!!! Tutte da un foulard a penzolare!!!”.

schermata-2016-09-14-alle-16-48-04La gogna mediatica, invece, ha colpito proprio Foglia. Sin da subito, infatti, il ragazzo è stato apostrofato dai suoi stessi contatti. Non contento, però, Foglia ha voluto rincarare la dose. A chi gli chiedeva rispetto per la povera ragazza, lui ha risposto in maniera sferzante persino a chi ha provato a fargli notare che anch’egli, in gioventù, non era stato un santo.

schermata-2016-09-14-alle-16-49-51Ad attaccare il salernitano Antonio Foglia, tuttavia, è stata Selvaggia Lucarelli. La nota blogger ha condiviso lo status di Foglia commentando il gesto in maniera caustica.

Poco dopo, avvedutosi dell’errore, Foglia ha rimosso il post incriminato. La Lucarelli, però, è tornata ad apostrofarlo con un altro duro post. Antonio Foglia, che vive a Giffoni Valle Piana, in provincia di Salerno, è fra l’altro trombone presso l’orchestra sinfonica di Salerno “Claudio Abbado” ma questa ha immediatamente preso le distanze dalle parole del giovane.

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Foglia ha provato di chiudere la vicenda che l’ha visto protagonista, accusando la stampa (tanto per cambiare….) di averlo portato agli onori della cronaca. In ultimo, non si è sottratto a chiedere scusa a Tiziana Cantone e a chi si era sentito toccato dal suo gesto.

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Ma se il Tribunale aveva ordinato la rimozione di quei video come mai allora perché quei filmati sono ancora oggi  lì? Perché ancora qualcuno può ridere e scherzare su quella ragazza che ieri si è tolta la vita per le umiliazioni? Forse non basterebbe levarli neppure oggi. Perché Tiziana in fondo era già morta un anno fa.




Tiziana Cantone: il caso sul web, il suicidio e le nostre negligenze

di Peter Gomez *

Ilfattoquotidiano.it, al pari di molte altre testate e siti online, si è comportato in maniera gravemente negligente sul caso di Tiziana Cantone, la ragazza di Napoli che si è suicidata dopo la diffusione sui social network di una serie di suoi video hard. Nella primavera del 2015, quando Tiziana era già diventata suo malgrado una star del web, anche il web-giornale che dirigo ha pubblicato un pezzo sul suo caso. Un articolo che dava conto del fenomeno esploso intorno al suo nome. Nel pezzo si raccontava come venissero vendute magliette che riportavano una frase da lei pronunciata, si parlava dei gruppi Facebook a lei dedicati, delle parodie e dei tanti video satirici che spopolavano su YouTube.

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Sbagliando avevamo trattato la cosa come una sorta di fenomeno di costume e avevamo come altri ipotizzato che la vicenda potesse essere un’operazione di marketing in vista del lancio di una nuova attrice.

L’errore commesso è evidente e innegabile. Non eravamo davanti a un caso di costume, ma un caso di cronaca che come tale andava trattato e approfondito per poi avere in mano elementi sufficienti per decidere se pubblicare o meno. Detto in altre parole non ci saremmo dovuti accontentare del fatto che la povera Tiziana fosse introvabile, ma avremmo dovuto chiedere ai nostri collaboratori di cercare i suoi amici e familiari per capire cosa era realmente accaduto. E credo che se avessimo fatto fino in fondo il nostro mestiere quel pezzo del 2015 non sarebbe mai finito in pagina.

La scorsa settimana un giudice, su richiesta dei legali della ragazza, ha ordinato di rimuovere i contenuti su Tiziana a Facebook, Google, Yahoo e YouTube e a due giornali online che avevano anche ripreso i suoi video. In seguito alla notizia della sentenza – che a noi era francamente sfuggita – nei giorni successivi centinaia tra siti e testate online hanno cancellato quello che in quella primavera avevano scritto. Ieri notte poi, dopo la morte della giovane donna, da internet sono sparite altre centinaia di migliaia di pagine.

Alcuni quotidiani hanno oggi ipotizzato che il suicidio sia stato deciso dalla ragazza per lo sconforto di vedere nuovamente la sua storia riprendere vigore in Rete in seguito alla notizia della sentenza. Non sappiamo come siano andate le cose. E davanti alla tragedia non crediamo che sia nemmeno importante capirlo.

 È giusto e doloroso dire però che anche noi abbiamo avuto una parte, sia pur piccola, in questo misfatto compiuto dal web. Poco importa che senza il nostro pezzo del 2015 le cose non sarebbero cambiate di una virgola. Quanto accaduto non può e non deve essere risolto con la semplice cancellazione di ciò che era stato scritto. Impone una riflessione, già iniziata, su quello che possiamo fare qui a ilfattoquotidiano.it. Anche davanti a storie e vicende già pubblicate da altri o già conosciute tramite i social da milioni di persone, il nostro giornale online deve riflettere dieci minuti di più prima di commentare o raccontare.
Non per dare lezioni a nessuno (che evidentemente mai come in questo caso non siamo in grado di dare), ma per poter dire a noi stessi che abbiamo fatto fino in fondo, con correttezza, il nostro dovere. Ogni giorno pubblichiamo più di 120 contenuti. A ciascuno di essi dobbiamo dare la medesima cura. E se non siamo in grado di farlo, a causa del super-lavoro, dobbiamo non pubblicare.

Il dibattito, che come sempre in questi casi, si è aperto sulla forza distruttrice dei social è senza dubbio importante. Così come sono importanti tutte le raccomandazioni ripetute agli utenti suglienormi rischi legati alla diffusione di filmati e immagini potenzialmente imbarazzanti. Ma oggi è il caso che qui si parli di noi, delle nostre responsabilità e delle nostre manchevolezze.

Questo solo mi sento di dire a chi ci legge, convinto che ogni altra parola sia di troppo.