La DIA di Palermo confisca beni per 8 milioni di euro ad imprenditore ed un affiliato di "Cosa Nostra"

PALERMO – La DIA – Direzione Investigativa Antimafia di Palermo ha dato esecuzione ad un decreto di confisca, emesso dal Tribunale di Palermo – I Sezione Penale e Misure di Prevenzione (presieduta dal dr. Raffaele Malizia e composta dai giudici Simona Di Maida ed Ettorina Contino), nei confronti di Salvatore Milano e Filippo Giardina, entrambi 66enni. Il provvedimento scaturisce da due distinte proposte del Procuratore della Repubblica di Palermo (depositate nel 2013 e nel 2014) che avevano già portato al sequestro dei loro beni, costituiti da partecipazioni sociali, compendi aziendali, beni immobili e mobili registrati, rapporti bancari.

il palazzo di giustizia di Palermo

Le indagini della DIA coordinate dal Procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dal Sostituto Dario Scaletta  hanno preso l’avvio, nel 2007, a fronte di un appunto, rinvenuto nel covo ove furono catturati i “latitanti” Salvatore e Sandro Lo Piccolo, in cui si faceva riferimento alla catena di negozi “Bagagli”. Lo stesso riscontro, emerse in un altro contesto investigativo, nel corso di un’intercettazione, in cui gli interlocutori discutevano di interessi del Milano nella stessa catena di negozi.

Gli accertamenti eseguiti confortati dalle convergenti dichiarazioni rese, tra gli altri, da importanti collaboratori di giustizia (Manuel Pasta, Marcello Trapani, Andrea Bonaccorso, Antonino Nuccio, Fabio Manno) hanno consentito di ricostruire la biografia criminale e la parabola economica sia di Milano che di Giardina, facendo emergere una rilevante sperequazione fra i redditi dichiarati da loro e dai rispettivi familiari, in relazione agli acquisti ed agli investimenti effettuati, peraltro ritenuti viziati dall’impiego di capitali di provenienza illecita.

Infatti, le indagini economico-patrimoniali e l’analisi dei flussi finanziari esaminati dalla DIA hanno evidenziato passaggi di denaro di provenienza sospetta, ingenti entità di versamenti in contanti, dubbie vincite al lotto, ritenute dal Tribunale simulate attraverso un collaudato sistema di cessione di titoli vincenti. I giudici, concordando con le risultanze emerse, hanno inoltre rilevato non solo una sostanziale coincidenza temporale tra l’epoca dell’intestazione fittizia di quote delle società ad esponenti familiari di Filippo Giardina e l’espansione delle attività compiute sotto l’insegna “Bagagli”, ma anche l’impossibilità di risalire all’origine della provvista per alcune operazioni commerciali, la presenza nei loro conti di importi incompatibili con i redditi dichiarati, l’insufficienza di risorse lecite necessarie a fare fronte agli investimenti connessi alla partecipazione nelle società, rilevando, in tutto questo, elementi sintomatici della provenienza illecita dei capitali investiti nelle società confiscate.

Gli elementi raccolti hanno portato all’emissione del provvedimento di confisca, che ha colpito i seguenti beni riferibili a Filippo Giardina o a membri del suo nucleo familiare, ovvero riconducibili a Salvatore Milano, tra cui l’intero capitale sociale e relativo compendio aziendale di 3 società di capitali (attive nel commercio di pelletterie), i beni aziendali di un’impresa individuale, 7 appartamenti, un’autorimessa, 14 terreni, quote di immobili, 4 automobili, 2 moto ed uno yacht, conti correnti, titoli, depositi bancari e varie disponibilità finanziarie.

In particolare  sono stati confiscati a Palermo i punti vendita della catena dei negozi di moda “Bagagli” di via Libertà (Bagagli s.r.l.), di via Messina (Bagagli 1987 s.r.l.) e di via XX settembre (Bagagli s.a.s.), nonché una tabaccheria di via Messina Marine. Il valore complessivo del patrimonio confiscato è stimato in circa 8 milioni di euro. Con lo stesso provvedimento, il Tribunale ha disposto il dissequestro di altri beni (appartamenti, magazzini, terreni e disponibilità finanziarie) in favore di prossimi congiunti e parenti di Giardina e Milano.

Con l’odierno decreto di confisca la Sezione M.P. del Tribunale di Palermo ha, altresì, disposto la Sorveglianza speciale  con obbligo di soggiorno in città, per quattro anni, nei confronti Salvatore Milano e, per tre anni, nei riguardi di Filippo Giardina.

Per ciò che attiene al profilo criminale di Salvatore Milano, (a lato nella foto) è opportuno evidenziare che nei suoi confronti emergono importanti dichiarazioni accusatorie rese nel corso del maxiprocesso (nell’ambito del quale è stato condannato, unitamente al fratello Nunzio, per “associazione mafiosa” dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo) da Tommaso Buscetta e da Salvatore Contorno, che lo indicano quale socio occulto delle società del marchio “Bagagli”. Inoltre, risulta essere stato arrestato nel 2008 e condannato in via definitiva dalla Corte d’Appello di Palermo per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione Perseo, che aveva portato alla luce il primo tentativo di ricostituire la Commissione provinciale di Palermo di cosa nostra.

Inoltre Salvatore Milano viene ritenuto uomo d’onore della famiglia mafiosa di Palermo Centro e gestore della cassa delle famiglie del mandamento di Porta Nuova, per conto di cui provvedeva, con fondi illeciti, al sostentamento degli esponenti mafiosi detenuti o da poco scarcerati. La sorella Angela, 63enne, era coniugata con Giuseppe Greco, deceduto, figlio di Michele “il papa”, nonché è madre di Leandro Greco, 29enne, detto Michele, sottoposto a fermo, nel gennaio di quest’anno, nel seguito dell’operazione “Cupola 2.0”.

l’arresto di Leandro (detto Michele) Greco, nipote del “papa” Michele Greco

Salvatore Milano risulta, altresì, aver intrattenuto rapporti con dirigenti, allenatore e giocatori del “Palermo Calcio” fra i quali alcuni diventati “big” del calcio come  Cavani, Barzagli e Zaccardo , in particolare, avrebbero offerto gratuitamente la loro immagine alla Bagagli per fini pubblicitari. Nello specifico, la Bagagli S.a.s. stipulava con la U.S. Palermo S.p.A. un contratto per la sponsorizzazione pubblicitaria all’interno dello stadio “Renzo Barbera” di Palermo dal campionato nazionale di calcio 2002-2003, senza soluzione di continuità, fino al campionato 2005-2006.

Filippo Giardina è ritenuto “vicino” ad alcuni affiliati all’associazione mafiosa, particolarmente a Salvatore Milano di cui è cugino acquisito (il Milano è coniugato con una cugina del Giardina). Formale intestatario delle attività economiche svolte sotto l’insegna “Bagagli”, è ritenuto legato a Giovanni Nicchi (attualmente detenuto), elemento di spicco della “famiglia” di Pagliarelli, la cui sorella lavorava presso uno dei suoi negozi.

Singolare è l’episodio riferito dal collaboratore Manuel Pasta, il quale ha spiegato la vicenda della colla apposta sulle serrature di alcuni punti vendita Bagagli, in ragione di un pagamento di tremila euro in favore dell’organizzazione mafiosa (a Pasqua ed a Natale), divenuto poi irregolare.

l’arresto di Giovanni Nicchi

A seguito di una riunione tenutasi a Borgo Vecchio, Giovanni Nicchi, vista la riconducibilità della catena a Milano, dapprima disse di considerare i pagamenti non come un’estorsione, bensì come un doveroso contributo di “solidarietà” nei confronti delle famiglie dei detenuti, promettendo di occuparsi lui personalmente di garantire il rispetto degli impegni assunti e di far avere i pagamenti alla “famiglia di Resuttana“; di fatto però i versamenti non vennero più corrisposti.

Filippo Giardina e la sua compagna Anna Fallucca, unitamente ad altre due persone responsabili del personale delle società Bagagli, nel 2015, sono stati indagati dalla Procura della Repubblica di Palermo con l’accusa di estorsione continuata in concorso. Secondo le accuse, i quattro, mediante minacce di mancata assunzione ovvero licenziamento, avrebbero costretto ventisei lavoratori dipendenti ad accettare emolumenti inferiori (da 200 a 300 euro mensili) rispetto a quanto indicato in busta paga; a svolgere attività lavorativa per un monte ore tipico dell’inquadramento di lavoro full time, pur ricevendo uno stipendio corrispondente ad attività lavorativa part time; a non ricevere la quattordicesima mensilità, pur sottoscrivendo la relativa busta paga; ad usufruire annualmente di sole tre settimane di ferie in luogo dei complessivi ventisei giorni contrattualmente previsti; ad usufruire solo di mezza giornata libera al mese e non già ogni settimana, così come previsto dall’inquadramento contrattuale. Lo stesso trattamento sarebbe stato riservato ai dipendenti del negozio Bagagli con sede in corso Italia a Catania.

A conclusione delle certosine ed approfondite indagini effettuate dal Centro Operativo della DIA di Palermo, i quattro sono stati rinviati a giudizio. Il procedimento nei confronti  Filippo Giardina e la sua compagna, è tuttora pendente in primo grado presso il Tribunale di Palermo.




Mafia. Due "boss" della nuova Cupola si pentono. Arrestati il nipote del "Papa" e il figlio di Lo Piccolo

PALERMOIn arrivo un vero e proprio “terremoto” nei clan della mafia siciliana. Francesco Colletti e Filippo Bisconti, componenti della ricostituita Cupola mafiosa, i quali  hanno resistito nel carcere,  veramente molto poco, meno di un mese, prima di decidersi a collaborare con la giustizia come pentiti, ed hanno svelato i nomi di decine di boss ma sopratutto dei loro complici sino a quel momento insospettabili. Il primo effetto si è avuto all’alba di questa stamattina, intorno alle 4 quando la Procura di Palermo guidata da Francesco Lo Voi ha fatto scattare un provvedimento di fermo disposto dall’ Autorità Giudiziaria. Un vero e proprio “blitz” che ha portato in carcere sette mafiosi della nuova generazione, alcuni dei quali portano cognomi importanti.

Il provvedimento firmato dai sostituti della Direzione distrettuale antimafia Francesco Gualtieri, Amelia LuiseFrancesca MazzoccoRoberto Tartaglia,  e dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca di fatto apre una nuovo crepa sui segreti dell’associazione mafiosa, che ha cercato  negli ultimi mesi di ricostituire la commissione provinciale. Infatti la riorganizzazione è stata bloccata all’inizio di dicembre, dall’ “operazione Cupola 2.0” dei Carabinieri del Comando provinciale di Palermo guidato dal colonnello Antonio Di Stasio, che ha mandato in carcere 47 persone, fra i quali  c’erano Colletti e Bisconti.

 

L’omertà del primo è crollata proprio alla vigilia di Natale; dieci giorni fa ha ceduto il secondo. Entrambi non avevano molte altre possibilità di scelta. Le loro conversazioni intercettate dalle microspie installate in carcere, avevano già causato parecchi danni. Colletti aveva addirittura raccontato al suo autista e guardiaspalla della riunione della Cupola, facendogli tanto di nomi ed indicando i luoghi degli incontri. Un pò troppo per aspirare di poter diventare il “padrino” di un’organizzazione segreta come la Mafia siciliana.

Colletti e Bisconti nelle loro conversazioni intercettate, e successivamente con il loro pentimento, hanno confermato che il 29 maggio scorso i capi dei mandamenti di Palermo si sono riuniti per un’assemblea plenaria. “Lo Piccolo in rappresentanza di Tommaso Natale; Greco per Ciaculli; Mineo per Pagliarelli; Gregorio Di Giovanni per Porta Nuova. Colletti per il paese di Villabate; Bisconti per Misilmeri. Non c’era nessuno per Santa Maria di Gesù e Resuttana

I Carabinieri del Reparto Operativo di Palermo hanno arrestato Leandro Greco 28 anni è già il reggente del mandamento di Ciaculli,  nipote  del “Papa” della mafia, cioè Michele Greco ,si chiama Leandro, figlio di Giuseppe, il regista . Diventato reggente come lo era suo nonno. E si faceva chiamare proprio con il nome del nonno: Michele.

 

Calogero Lo Piccolo

In carcere  è finito anche Calogero Lo Piccolo, 47 anni, il figlio di Salvatore Lo Piccolo, ritenuto il signore del “racket” rinchiuso in carcere dal 2007 dove sconta una condanna all’ergastolo . I due “rampolli” delle cosche, Greco che risulta incensurato, e Lo Piccolo  scarcerato dopo una condanna per mafia,  avevano stretto una forte alleanza utilizzando i rispetti i cognomi di “peso” per cercare di rilanciare “Cosa nostra“, organizzazione che è stata duramente colpita negli ultimi anni da blitz e sequestri di beni economici, finanziari e patrimoniali.  Tutto sotto il benestare e la benedizione di Settimo Mineo, arrestato all’inizio di dicembre, l’anziano della “Cupola” .

Il blitz della scorsa notte che ha visto operare in collaborazione l’ Arma dei Carabinieri e la Polizia di Stato , ha consentito alla Squadra mobile di Palermo di fermare quattro dei “fedelissimi” di Lo PiccoloGiuseppe SerioErasmo Lo Bello, e gli imprenditori Pietro Lo Sicco e Carmelo Cacocciola.

Agli arresti è finito anche Giovanni Sirchia il capo della “famiglia” di Passo di Rigano, che  avrebbe fatto da padrone di casa ai capimafia quando il 29 maggio scorso, dopo la morte del capo dei capi, Salvatore Riina, si erano incontrati per la prima riunione della Commissione provinciale .

Una riunione che non si teneva dal gennaio 1993, cioè dai giorni dell’arresto di Riina. Perché solo al capo dei capi spettava il potere di convocazione. “Se non muoiono tutti e due luce non se ne vede”, diceva un mafioso nei giorni in cui Riina e il suo socio di sempre, Bernardo Provenzano, stavano già male.


Il nuovo corso di Cosa nostra è durato molto poco.  I due “pentiti” Colletti e Bisconti hanno però messo in allerta gli inquirenti e gli investigatori sostenendo che l’organizzazione si è infiltrata e radicata in modo pericoloso nel tessuto imprenditoriale che muove l’ economia palermitana. Incredibilmente non sono i mafiosi a fare il primo passo: le indagini svelano che a cercare contatti con i boss sono proprio gli imprenditori, commercianti e professionisti.

Tutto ciò come scrivono colleghi siciliani che si occupano da sempre di mafia,  Cosa nostra è tornata alla vecchia attività di un tempo: la mediazione. Per chiudere controversie, rilanciare affari, fare incontrare pezzi di città molto diversi fra loro. E’ questa la Mafia 2.0. Fra tradizione e modernità. Il prototipo del nuovo “boss” è raffigurato da Filippo Bisconti: una laurea in architettura in tasca, faceva l’imprenditore, e lo si incontrava spesso nel locale gestito dai suoi familiari, la “Birroteca Spillo”, uno dei pub più frequentati di Palermo.

 

 

 




Blitz dei Carabinieri a Palermo. Arrestata una donna ai vertici di Cosa Nostra

ROMA – Maria Angela Di Trapani, figlia di un “capomafia” e moglie dello storico “boss” Salvino Madonia era alla guida del mandamento mafioso palermitano di Resuttana . E’ quanto emerge dall’indagine dei Carabinieri, coordinata dalla Dda di Palermo, che ha portato all’arresto di 25 persone accusate di mafia, estorsione, favoreggiamento e ricettazione. L’indagine – denominata “Tale” – ha permesso di ricostruire gli assetti e le dinamiche criminali delle famiglie mafiose di “San Lorenzo”, “Partanna Mondello”, “Tommaso Natale” e “Pallavicino/Zen” (tutte appartenenti al mandamento di “San Lorenzo”) e della famiglia mafiosa di “Resuttana” (incardinata, invece, nell’omonimo mandamento unitamente alle famiglie mafiose di Acquasanta e Arenella), nonchè di cristallizzare la storica riconducibilità del mandamento di Resuttana alla famiglia Madonia, evidenziando anche il ruolo ricoperto dalla Di Trapani, moglie dello storico boss di Resuttana,  e sopratutto   rivelare come cosa nostra, per quanto depotenziata dai risultati investigativi e giudiziari, dimostri ancora la sua perdurante capacità di avvalersi della forza di intimidazione e del vincolo associativo per costringere i commercianti ad accettare l’imposizione del pizzo.

Il blitz odierno ha visto impegnati 200 Carabinieri di Palermo, supportati da 2 elicotteri del 9° Elinucleo di Boccadifalco, da 5 unità cinofile del Nucleo di Villagrazia, da militari del 12° Reggimento Carabinieri Sicilia e dello Squadrone Carabinieri Eliportato “Cacciatori Sicilia”, nell’esecuzione di 25 provvedimenti restrittivi nei confronti di altrettanti indagati, ritenuti a vario titolo responsabili di associazione mafiosa, estorsione consumata e tentata, danneggiamento, favoreggiamento personale, ricettazione, tutti commessi con l’aggravante del metodo e finalità mafiosi. Il Colonnello Di Staso comandante provinciale di Palermo dei Carabinieri ha commentato soddisfatto l’operazione dei suoi uomini “L’operazione odierna come quelle recenti allo Z.E.N., a Borgo Vecchio e a Santa Maria di Gesù, condotte in sinergia con la magistratura (cui rinnovo il mio grazie per il coordinamento e lo sforzo profusi) sono il frutto di un sistematico, strutturato, razionale e pianificato programma di controllo del territorio della città, a testimonianza che lo Stato c’è

I pentiti hanno già in passato parlato del ruolo di Mariangela Di Trapani, tanto che la donna venne arrestata nel 2008, e condannata a 8 anni. Ha scontato la pena.  Per gli inquirenti la Di Trapani reggeva le sorti del clan mentre il marito, pluriergastolano, era detenuto al 41 bis, riuscendo a portare all’esterno gli ordini che il boss mandava ai suoi dal carcere. Figlia del boss Ciccio Di Trapani, sorella di un altro boss, Nicola, era soprannominata in famiglia “a picciridda“, (cioè la piccolina). In una intercettazione il fratello ne parla con tenerezza: “Mariangela ha sofferto da picciridda” perché durante la latitanza del padre “a scuola non c’è più andata per amore di mio padre e di me… perché se ne è voluta venire con noi“.

Moglie di Salvino, il killer omicida dell’imprenditore Libero Grassi, sfruttava i colloqui in carcere col marito e i cognati Nino e Giuseppe, entrambi capimafia ergastolani, per mantenere i contatti dei familiari col mandamento di Resuttana, guidato dai Madonia dai tempi in cui a comandare era Francesco il suocero di Mariangela. Dalle indagini  dell‘Arma dei Carabinieri è emerso il ruolo attuale della donna, che avrebbe preso le redini del clan, e il peso che la famiglia Madonia continua ad avere in Cosa Nostra. Tra le decisioni veicolate all’esterno grazie al contributo della Di Trapani, secondo gli inquirenti che l’arrestarono nel 2008, ci sarebbe stata quella di eliminare l’allora reggente di San Lorenzo Giovanni Bonanno, il quale, oltre a a fare la cresta sulle casse del clan, sarebbe avrebbe messo in giro la voce che Francesco il figlio di Mariangela e Salvino Madonia,, fosse nato da un tradimento e non di un concepimento in provetta. Un affronto questo che non poteva restare impunito. “La risposta che tu devi dare a Salvo è che quello non c’è più” diceva Nino Madonia a Mariangela, che poi avrebbe trasmesso il messaggio al marito.

 Bonanno scomparve nel gennaio 2006 ed il boss Salvatore Lo Piccolo un mese dopo  scriveva un pizzino a Bernardo Provenzano, ancora latitante: “Purtroppo non c’è stato modo di scegliere altre soluzioni. E a questo punto abbiamo dovuto prendere questa amara decisione”. Mariangela Di Trapani non è la prima boss-donna di Cosa nostra: l’ultimo caso è quello di Patrizia Messina Denaro, sorella del boss latitante Matteo Messina Denaro, arrestata nel 2013 . Secondo gli inquirenti, “svolgeva un ruolo di raccordo con il fratello per scambi d’informazioni e per il coordinamento delle risorse economiche”.

Cosa nostra stava per tornare a uccidere: nel mirino Giovanni Niosi, uomo d’onore già arrestato in passato. Mestiere ufficiale vigile del fuoco, “fedelissimo” del boss Salvatore Lo Piccolo con la passione per il cinema. Niosi doveva morire perché aveva deciso di patteggiare una condanna: scelta ritenuta dai mafiosi disdicevole. E’ uno dei particolari dell’inchiesta della Dda di Palermo che ha portato oggi a 25 arresti.

A salvargli la vita sarebbe stata la mediazione dei vertici mafiosi del clan di Porta Nuova. Niosi nel 2002 aveva interpretato il ruolo di un mafioso in una delle puntate di “Blu Notte” di Carlo Lucarelli dedicata alla strage di Capaci.

L’indagine “Talea” ha offerto poi un patrimonio conoscitivo sul modus operandi degli associati mafiosi da cui emerge uno spaccato in cui cosa nostra, per quanto depotenziata dai risultati investigativi e giudiziari, dimostra la sua perdurante capacità di avvalersi della forza di intimidazione e del vincolo associativo per assoggettare i commercianti, piegandoli ad accettare l’imposizione del pizzo. Ed infatti venivano documentati 33 episodi delittuosi, quali 22 estorsioni tentate e/o consumate nei confronti di 5 attività imprenditoriali e 17 commerciali, incendi ed intimidazioni attuate attraverso le classiche metodologie mafiose: in particolare venivano registrati durante le fasi esecutive, la sera del 6 giugno 2015 a Palermo un grave atto intimidatorio ai danni di un’attività commerciale e la notte del 14 agosto 2015 un incendio ai danni di una concessionaria di autovetture a Partinico.

Inoltre, emergeva l’interesse del mandamento mafioso di Resuttana sull’ippodromo di Palermo, al cui interno veniva esercitato un controllo delle corse e delle scommesse, che consentiva, in conseguenza, all’organizzazione mafiosa di reperire liquidità economica. Il controllo dell’ippodromo avveniva attraverso un referente che si impegnava a versare, mensilmente, una somma di denaro destinata alla cassa della famiglia mafiosa di Resuttana.

Soggetti sottoposti a ordinanza di custodia cautelare in carcere

  1. BONANNO Filippo, nato a Palermo il 18 ottobre 1962, ivi residente;
  2. CALDERONE Ignazio, nato a Palermo il 28 febbraio 1985, ivi residente;
  3. DI MAIO Vincenzo, nato a Palermo il 29 ottobre 1944, ivi residente;
  4. DI NOTO Francesco, nato a Palermo il 13 settembre 1989, ivi residente;
  5. DI TRAPANI Maria Angela, nata a Cinisi il 30 aprile 1968, ivi residente;
  6. FARINA Renato, nato a Palermo il 16 gennaio 1962, ivi residente;
  7. LA BARBERA Antonino, nato a Palermo il 16 novembre 1956, ivi residente;
  8. LIGA Francesco Paolo, nato a Palermo il 18 novembre 1964, ivi residente;
  9. SALSIERA Pietro, nato a Palermo l’1 settembre 1958, ivi residente;
  10. SCHIERA Fabio, nato a Palermo l’8 dicembre 1973, ivi residente;
  11. SPATARO Corrado, nato a Palermo il 20 novembre 1984, ivi residente;
  12. VATTIATO Massimiliano, nato a Palermo il 10 luglio 1974, ivi residente;
  13. NAPOLITANO Sergio, nato a Palermo il 9 luglio 1967, ivi residente;
  14. NIOSI Giovanni, nato a Palermo il 24 ottobre 1954, ivi residente;
  15. CATANZARO Antonino, nato a Palermo il 28 marzo 1992, ivi residente (detenuto presso il carcere “Pagliarelli” di Palermo);
  16. CRIVELLO Lorenzo detto “Renzo”, nato a Palermo il 7 luglio 1982, ivi residente (detenuto presso il carcere “Pagliarelli” di Palermo);
  17. LO CRICCHIO Salvatore, nato a Partinico (PA) il 29 maggio 1945, ivi residente (detenuto presso il carcere “Pagliarelli” di Palermo);
  18. MACALUSO Sergio, nato a Palermo il 22 maggio 1973, ivi residente (detenuto presso il carcere di Caltagirone);
  19. MAMMI Domenico, nato a Palermo l’8 maggio 1975, residente a Bagheria (detenuto presso il carcere di Sciacca);
  20. MARANZANO Vincenzo, nato a Palermo il 4 settembre 1972, ivi residente (detenuto presso il carcere “Pagliarelli” di Palermo);
  21. SALAMONE Pietro, nato a Palermo il 31 luglio 1980, ivi residente (detenuto presso il carcere “Pagliarelli” di Palermo);
  22. SGROI Giuseppe, nato a Palermo il 6 aprile 1979, ivi residente in Via Perpignano nr. 147, individuato in altro Stato dell’Unione Europea.

Soggetti sottoposti alla misura degli arresti domiciliari

  1. MANITTA Giovanni detto “Gianluca”, nato a Palermo il 26 luglio 1985 ivi residente;
  2. CASELLA Stefano, nato a Palermo l’ 1 dicembre 1978, residente a Belmonte Mezzagno (PA);
  3. TUMMINIA Antonino, nato a Belmonte Mezzagno il 21 Novembre 1970, ivi residente.

(notizia in fase di aggiornamento)