Indagine su parchi eolici: la Guarda di Finanza torna alla Regione Puglia

BARI – La polizia giudiziaria delle Fiamme Gialle sta operando dalle prime ore del mattino nell’ambito di un’indagine su un fascicolo riguardante accertamenti di natura fiscale sui parchi eolici. La Procura di Bari sta acquisendo documenti nella sede del dipartimento Sviluppo economico della Regione Puglia a Bari.

Si tratta di accertamenti di natura fiscale effettuati su iniziativa autonoma della Guardia di Finanza sui parchi eolici. I finanzieri – a quanto si apprende – stanno procedendo alla acquisizione di informazioni e dati sulle aziende che gestiscono i parchi eolici sul territorio regionale.

Una perquisizione era  stata effettuata lo scorso 10 aprile alla Presidenza della Regione Puglia, nell’ambito dell’inchiesta che vede indagati il presidente Michele Emiliano, il capo di gabinetto Claudio Stefanazzi e tre imprenditori a causa di presunti illeciti nei finanziamenti della campagna elettorale delle primarie Pd del 2017.

L’acquisizione documentale riguarda gli elenchi di autorizzazioni concesse a società che svolgono attività nel settore dell’energia rinnovabile eolica che hanno sede in Trentino. La verifica è collegata alla possibile esistenza di meccanismi fraudolenti per ottenere vantaggi fiscali dalla provincia di Trento. Delle inchieste giornalistiche avevano portato alla luce l’anomalo numero di società operanti nel settore eolico proprietarie di parchi in tutta Italia ma aventi sede in Trentino.

Le Province autonome di Trento e Bolzano hanno azzerato l’Irap  (l’imposta regionale sulle attività produttive) fin dal 2013  per le società del settore eolico. Agevolazione da cui è nato un fenomeno definito di “turismo fiscale” che ha indotto molte aziende a trasferire le proprie sedi  in Trentino Alto Adige avendo il vantaggio di dover pagare meno tasse. Una recente inchiesta del programma Report (Raitre), la Puglia sarebbe la regione più colpita: circa il 15-20% del totale eolico sarebbero riconducibili a società con sede a Trento o Bolzano.




La Gazzetta del Mezzogiorno in edicola con una pagina bianca. Tutto quello che però non vi raccontano ...

ROMA – Dopo lo sciopero di martedì 8 gennaio, primo di un pacchetto di 10 giorni di sciopero, che per nostra opinione non serve a nulla se non solo e soltanto a perdere copie vendute e pubblicità, e quindi soldi da incassare, il quotidiano barese La Gazzetta del Mezzogiorno è tornato oggi in edicola, pubblicando una pagina bianca ed una lettera del Cdr e dell’assemblea dei giornalisti ai lettori  .

“Cari lettori, questa pagina – si legge – esce quasi completamente bianca per mostrarvi a quale rischio sarebbe esposta l’informazione in Puglia, in Basilicata e nel Mezzogiorno, se la Gazzetta del Mezzogiorno non uscisse più. Le storie, i commenti, le notizie, le opinioni, le istanze delle nostre comunità non troverebbero più voce. In queste settimane, i giornalisti della Gazzetta  hanno continuato a lavorare garantendo l’uscita del Giornale, benché non retribuiti”.

Affermazione questa che non ci vede d’accordo, in quanto in Puglia e Basilicata e nel Mezzogiorno esistono altre realtà editoriali e giornalistiche che fanno informazione, ed in alcuni casi vendono più copie ai lettori di quante ne venda La Gazzetta del Mezzogiorno, sotto la direzione disastrosa ( lo dicono i numeri, non è una nostra opinione…) di Giuseppe De Tommaso.

“Ad oggi, infatti i giornalisti hanno ricevuto soltanto un acconto del 40% sullo stipendio del mese di novembre – prosegue la lettera che è oggi sul quotidiano di Bari che vende una media di 18mila copie al giorno in Puglia e Basilicata –  non hanno percepito le tredicesime, lo stipendio di dicembre e continuano a non sapere se e in che misura verranno retribuiti in futuro“.

“Né, sino a oggi  hanno ottenuto risposte in tal senso dagli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Catania, – si legge ancora nella lettera – e dal direttore generale dell’azienda, rimasto in carica malgrado il provvedimento di sequestro-confisca e gestore da anni di un’azienda sopravvissuta solo grazie ai tagli sul personale“.

Questo il testo integrale della lettera odierna ai lettori:

Cari Lettori, questa pagina esce quasi completamente bianca per mostrarvi a quale rischio sarebbe esposta l’informazione in Puglia, in Basilicata e nel Mezzogiorno, se la Gazzetta del Mezzogiorno non uscisse più. Le storie, i commenti, le notizie, le opinioni, le istanze delle nostre comunità non troverebbero più voce. In queste settimane, i giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno hanno continuato a lavorare garantendo l’uscita del Giornale, benché non retribuiti.

Ad oggi, infatti, i giornalisti hanno ricevuto soltanto un acconto del 40% sullo stipendio del mese di novembre; non hanno percepito le tredicesime, lo stipendio di dicembre e continuano a non sapere se e in che misura verranno retribuiti in futuro. Né, sino ad oggi, hanno ottenuto risposte in tal senso dagli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Catania, e dal direttore generale dell’azienda, rimasto in carica malgrado il provvedimento di sequestro-confisca e gestore da anni di un’azienda sopravvissuta solo grazie ai tagli sul personale. A ciò si aggiunga che persino le quote del Tfr relative all’anno 2017 non sono state ancora conferite al Fondo di categoria.

Ed è quanto meno paradossale che tutto ciò accada in un momento nel quale, proprio in forza del provvedimento della magistratura siciliana, l’Editore e, quindi, il datore di lavoro dei giornalisti sia di fatto diventato lo Stato. In altre parole, lo stesso Stato ci chiede di lavorare senza percepire stipendio e nemmeno ci ringrazia.

A questo proposito, sarà utile ricordare che, dopo avere assunto le proprie funzioni, gli amministratori giudiziari si sono limitati a proporre un taglio lineare del costo del lavoro del 50%, senza tenere conto delle specificità di un’azienda editoriale, che nulla ha a che fare con le imputazioni a carico del proprio editore, ipotizzando in alternativa il fallimento della società editrice e, di conseguenza, la scomparsa del quotidiano, da 131 anni punto di riferimento delle comunità di Puglia e Basilicata e autorevole voce degli interessi del Mezzogiorno.

Tutto questo perché i giornalisti, già da anni costretti a pesanti sacrifici economici, sono stati considerati dei semplici «costi» anziché delle risorse.

I giornalisti pur nella consapevolezza di dovere accettare ulteriori sacrifici, hanno respinto ogni ipotesi di spending review che prescinda da un serio piano editoriale e industriale. Un piano che tenga conto innanzitutto della qualità dell’informazione offerta a Voi Lettori. E hanno avanzato già da tempo agli amministratori giudiziari e al direttore generale dell’azienda proposte alternative per contenere i costi del lavoro.

Nelle scorse settimane i redattori della Gazzetta, attraverso il Comitato di redazione, hanno anche inviato un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ribadendo che l’informazione è tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. E, successivamente, per intervento del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, il sindacato dei giornalisti è stato convocato dalla task force regionale per il lavoro, insieme con tutte le altre parti sociali e con gli amministratori giudiziari.

L’iniziativa del «Gazzetta Day» ci ha dimostrato tutto il vostro commovente affetto, per il quale vi manifestiamo ancora una volta la nostra gratitudine. Ma questo sostegno da solo non basta. Nonostante la vostra massiccia adesione all’iniziativa del 29 dicembre scorso, i giornalisti e i poligrafici continuano a non essere pagati. Serve imprimere una svolta nella gestione e amministrazione di un giornale che, a quanto pare, non tiene nella debita considerazione i suoi lavoratori.

Attraverso questo appello, intendiamo manifestare a voi tutti il nostro profondo disagio per una situazione che diventa ogni giorno più insostenibile per i lavoratori e per le loro famiglie, a loro volta sottoposte a pesanti sacrifici. Per questo motivo i redattori della Gazzetta hanno affidato al Comitato di redazione la gestione di dieci giorni di sciopero, il primo dei quali è stato proclamato ieri a causa della mancata pubblicazione di questa pagina. Ci impegniamo a continuare ad aggiornarvi su questa vertenza che riguarda il diritto all’informazione.

Il Comitato di redazione per conto dell’Assemblea di redazione

Pur rispettando le legittime preoccupazioni dei colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno, a cui auguriamo con tutto il cuore di trovare una soluzione, magari affidandosi a qualche “advisor” cioè qualche specialista di crisi e ristrutturazioni aziendali, non possiamo esimerci, per un legittimo dovere di cronaca, dall’ esprimere qualche perplessità sulla gestione “sindacale” della vicenda, che riepiloghiamo di seguito con spirito costruttivo e non critico, nè tantomeno di astio concorrenziale.

Il programma televisivo Report” già sei anni fa aveva messo in evidenza numerose criticità tra le attività di Mario Ciancio nell’inchiesta “I viceré” ( realizzata del collega Sigfrido Ranucci) andata in onda il 15 marzo 2009. Ma evidentemente deve essere sfuggita….all’assemblea di redazione, il comitato di redazione della Gazzetta del Mezzogiorno

Questi i punti sui quali  il Comitato di redazione e l’Assemblea di redazione, dovrebbero soffermarsi a riflettere e sopratutto spiegare qualcosa che non raccontano ai propri lettori, ma sopratutto a se stessi e dare alle proprie famiglie delle serie risposte.

  1. E’ dal 2015, cioè QUATTRO ANNI fa che ingenti somme di denaro sono state sequestrate su richiesta della procura distrettuale antimafia di Catania a Mario Ciancio Sanfilippo, l’ editore catanese al vertice di un gruppo editoriale cui, tra l’altro, fa capo il quotidiano pugliese LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO e “LA SICILIA” di Catania.  Sotto sequestro antimafia era stato sottoposto un rapporto bancario intrattenuto da Ciancio tramite una società fiduciaria del Liechtenstein in un istituto di credito con sede in Svizzera, sul quale erano depositati titoli e azioni per un valore stimato in circa 12 milioni di euro. Inoltre è stata  sequestrata la somma in contanti di circa 5 milioni di euro depositata nella filiale di una banca catanese.  Il sequestro venne effettuato dai Carabinieri del Ros di Catania, a cui erano state delegate le indagini penali e patrimoniali. Come mai la GAZZETTA non ha mai dato notizia ai propri lettori di questa vicenda ? 
  2. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati in questi lunghi QUATTRO ANNI delle vicende giudiziarie del proprio editore nei cui confronti la Procura Distrettuale Antimafia di Catania  avvalendosi del ROS dei Carabinieri, ha ricostruito complessi affari intrapresi dall’imprenditore e nei quali secondo l’accusa, aveva interessi la “mafia“, motivo per cui ha disposto ed effettuato approfondite indagini patrimoniali che hanno portato alla scoperta dei fondi dell’editore Ciancio di Sanfilippo occultati all’estero. Sono stati individuati depositi bancari in Svizzera, alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di Paesi noti come “paradisi fiscali”, scoperti grazie anche alla cooperazione prestata dalla Procura di Lugano (Svizzera) attraverso una rogatoria e secondo i trattati internazionali. E’ stata proprio la Procura di Lugano ad acquisire dagli istituti di credito svizzeri la documentazione bancaria ritenuta rilevante e fondamentale a livello probatorio per le indagini. della magistratura catanese.
  3. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati del crollo di vendite di anno in anno del giornale in edicola, che secondo gli ultimi dati dell’ AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) vende in edicola soltanto 18mila copie al giorno, in un bacino di 4 milioni e mezzo di lettori fra la Puglia e la Basilicata ?
  4. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono mai preoccupati dei bilanci pubblici dell’ Edisud spa, la società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, la cui maggioranza è controllata e di proprietà  dall’editore Mario Ciancio Sanfilippo, che secondo fonti attendibili avrebbe maturato un indebitamento bancario di circa 35 milioni di euro ?
  5. Come mai i giornalisti si sono preoccupati solo e soltanto del loro stipendio a fine mese, nonostante due anni di contratti di solidarietà (ammortizzatori sociali n.d.r.) senza pensare minimamente alla propria crisi editoriale-giornalistica ?
  6. Come mai i giornalisti del quotidiano La Sicilia non si stanno agitando come i “cugini” baresi della Gazzetta del Mezzogiorno, nonostante il giornale siciliano venda addirittura meno della Gazzetta ?
  7. Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati in questi anni che la stragrande maggioranza degli articoli pubblicati nelle edizioni provinciali, sono stati retribuiti a  5 euro netti ad articolo ???
  8.  Come mai l’assemblea di redazione, il comitato di redazione non si sono preoccupati e non hanno mai manifestato la propria solidarietà realmente ai colleghi di altri quotidiani e tv pugliesi che hanno perso il proprio posto di lavoro ? Qualcuno ha persino remato contro …
  9. Con che coraggio l’assemblea di redazione, il comitato di redazione rivolgono le proprie speranze nel salvataggio grazie a qualche politico ? Come faranno a scrivere poi di questo politico ? E’ legittimi chiedersi come mai nessun editore “puro”  non ha alcun interesse a rilevare la Gazzetta del Mezzogiorno ?
  10. Chi investirebbe mai i propri soldi per rilevare una società con 35 milioni di euro di debiti, circa 150 dipendenti ed annessi superstipendi da pagare ed appena 18mila copie vendute al giorno in edicola ?

 

Qualcuno dovrebbe ricordare che la confisca delle azioni della EDISUD spa , società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, è avvenuta a seguito anche della scoperta del  il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Soldi che costituiscono solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere. Un sequestro antimafia del tesoretto scoperto in Svizzera dagli investigatori del ROS dei Carabinieri di Catania,  a nome dell’imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia  e La Gazzetta del Mezzogiorno . Soldi con cui veniva finanziato anche il quotidiano barese.

Ai posteri quindi l’ardua, eppur facile sentenza. Noi ci limitiamo a fare i giornalisti.

 

Questi i dati certificati (ADS) di vendita nel 2018 

 

Ecco tutti gli articoli pubblicati dal nostro giornale sull’editore Mario Ciancio di Sanfilippo:

18 giugno 2015 –  Indagine di mafia della DDA di Catania. Sequestrati dai Carabinieri del Ros 17 milioni di euro all’editore della Gazzetta del Mezzogiorno (leggi QUI

1 giugno 2017 –  Mafia: Ciancio editore della Gazzetta del Mezzogiorno a processo per concorso esterno (leggi QUI) 

11 giugno 2018 – La Gazzetta del Mezzogiorno in profonda crisi. Chiudono le redazioni di Brindisi, Matera. L’editore Ciancio a processo in Sicilia per concorso mafioso (leggi QUI) 

24 settembre 2018 –   Antimafia: sequestro di 150 milioni all’editore della “Gazzetta del Mezzogiorno” Mario Ciancio Sanfilippo (leggi QUI) 

 




Fake news. Milena Gabanelli: “Polizia postale? Eccessivo. Politici e giornalisti hanno sempre raccontato balle”

ROMA“Fake news? Adesso sono molto di moda. Perdiamo più tempo a parlare di fake news che non a scovare le notizie vere“. E’ questo il commento della giornalista Milena Gabanelli, ospite di Otto e Mezzo (La7). La storica fondatrice ed ex conduttrice-responsabile del programma televisivo  Report (RAITRE) che così ha spiegato: “Non sono molto appassionata di questo argomento. L’allarme sulle fake news è direttamente proporzionale a quanto ne parliamo e a quanto lo gonfiamo. Le balle le hanno sempre raccontate la classe politica e i giornalisti che seguono la politica, per compiacerla o semplicemente per pigrizia”  aggiungendo : “Trovo veramente eccessivo l’intervento della polizia postale. Se questo è finalizzato a essere un deterrente, ha una qualche utilità. Ma non si può pensare che le 2mila persone della polizia postale, oltre a occuparsi di cyber-terrorismo,di e-banking, di pedopornografia, di pedofilia, di giochi e di scommesse online, di tutto il crimine che passa attraverso il web, debbano mettersi lì a rispondere ai cittadini

 

 




Confindustria invia ai suoi vertici un elenco di domande/risposte per limitare le accuse di “Report”

di Marco Ginanneschi

ROMA – 19 dichiarazioni “confezionate” predisposte per rispondere ad eventuali domande imbarazzanti sui gravi problemi economici e patrimoniali del Gruppo Sole 24 Ore, un vademecum per “istruire” i vertici confindustriali sulle accuse contenute nel servizio di Report, ( guarda QUI l’anticipazione di RAIPLAY )la trasmissione di inchiesta di Rai Tre, che andrà in onda questa sera alla 21.30 su RAITRE sullo “scandalo Sole 24 Ore” che evidenzierà pesanti responsabilità del suo primo azionista,  cioè CONFINDUSTRIA, la principale associazione di industrie e imprese italiane

nella foto Marcella Panucci

La strategia di CONFINDUSTRIA è molto chiara: scaricare le responsabilità sul management precedente ed allontanarle da quello in carica e, soprattutto non coinvolgere  CONFINDUSTRIA.

Venerdì scorso  Marcella Panucci, il dg di Viale dell’Astronomia, come ha scoperto “Report“,  ha inviato ai componenti  del Comitato di Presidenza di CONFINDUSTRIA un  documento che non lascia alcuno spazio a possibili dubbi. Il documento recita testualmente: “Il seguente documento può costituire un utile supporto per rispondere a eventuali domande che potrebbero essere formulate in seguito alla messa in onda, lunedì 24 aprile, del servizio di Report sul Gruppo 24 Ore“. Che vuol dire: se vi verranno fatte da giornalisti delle domande analoghe, ecco cosa  dovete rispondere.

Per esempio, se qualche giornalista dovesse chiedere conto dei motivi per cui  Confindustria che è il principale azionista del Sole 24 Ore non abbia proposto misure di risanamento nel periodo in cui l’industriale lombardo Benito Benedini ricopriva la carica di presidente del Gruppo 24 Ore e Donatella Treu veniva nominata e riconfermata amministratore delegato e , soprattutto nel momento in cui  le criticità patrimoniali erano già note ed inconfutabili evidenti, il documento inviato da Marcella Panucci contiene le seguenti istruzioni:

“I membri del CdA del Sole 24 Ore indicati da CONFINDUSTRIA  si sono sempre attivamente adoperati per garantire la continuità operativa e l’autonomia editoriale della Società, agendo sempre nell’interesse della stessa sulla base delle informazioni disponibili. Le indagini sono comunque in corso e, ove dovessero emergere responsabilità rispetto alla situazione economica del Gruppo, Confindustria valuterà le iniziative da assumere”

Cioè  la stessa risposta fornita a Giovanna Boursier, la giornalista di Report che ha condotto l’inchiesta,  da Vincenzo Boccia attuale presidente di Confindustria.

Dopodichè si passa alla vicenda più che imbarazzante relativa alle copie gonfiate e la Di Source Ltd, società di marketing prescelta per la gestione della vendita degli abbonamenti online del Sole 24 Ore . Su questo punto l’indicazione data dal direttore generale di CONFINDUSTRIA è  quella di scaricare ogni  responsabilità sul precedente management e di manifestare fiducia sul corso delle indagini disposte dalla magistratura “che chiarirà tutti gli aspetti legati a questa vicenda“. E se qualcche giornalista chiedesse se esistono ulteriori rapporti economici tra il Gruppo 24 Ore ed il Jordan Group, società legata alla Di Source ? La risposta indicata preconfezionata è sempre la stessa: “Non mi risulta, la magistratura chiarirà tutti gli aspetti legati a questa vicenda“. Cioè mentire sapendo di mentire.

Il Sole 24 Ore è in una profonda crisi aziendale e gestionale sulla quale sta cercando di far luce la magistratura milanese, che indaga per “falso in bilancio” e falsificazione delle copie sia digitali che cartacee le quali, invece di andare in edicola, in realtà venivano mandate direttamente al macero. Nel registro de gli indagati della magistratura al momento compaiono  Roberto Napoletano sino a qualche settimana da direttore del quotidiano di CONFINDUSTRIA,  l’ex amministratore delegato Treu e l’ex Presidente del consiglio di amministrazione Benedini.

L’ex direttore Napoletano è stato investito dalla polemica anche per la scrittura privata, stipulata il 3 febbraio 2015, ormai nota a tutti che in caso di licenziamento senza giusta causa gli riconosceva un trattamento “di favore” : una maxi-liquidazione accordata al giornalista in gran segreto da Benedini, tenendo all’oscuro il Cda, gli azionisti e collegio sindacale. Fra settembre e novembre 2016 si è mossa anche la Consob, tenuta a vigilare in quanto il Sole è società quotata in borsa, su segnalazione del collegio sindacale,  ma, secondo l’autorità di Vigilanza, “alla luce degli approfondimenti svolti, allo stato non si ravvisano profili sanzionatori a carico dell’organo di controllo della Società“, riferisce  “Report“.

La ragione principale, secondo Consob, è la seguente:

Benché la Scrittura privata sia stata conclusa dall’ex Presidente Benedini eccedendo i poteri conferiti in data 30 aprile 2013 e in violazione del Regolamento Consob n.17221/2010 in materia di operazioni con parti correlate in quanto operazione con parte correlata che derogava alla politica sulle remunerazioni dell’Emittente, non sono emersi profili di possibile rilevanza sanzionatoria in capo al Collegio Sindacale poiché risulta che entrambi gli organi sociali non erano a conoscenza del suddetto documento”.

In pratica ed in poche parole, poichè si trattava di una scrittura privata, e quindi tenuta in gran segreto, la Consob non intende ritenere responsabile il Collegio sindacale né il Consiglio d’amministrazione dell’accaduto.

Qualche domanda dovrebbe farsela anche il CSM, il Ministro di Giustizia, e chiedersi: come mai nonostante gli esposti di azionisti alla Procura di Milano, nessuno ha mai acceso i riflettori in passato ?

Esito indagine Consob sulla scrittura privata e la maxi-liquidazione per Napoletano

CONSOB_Sole24Ore

Ecco cosa diceva Roberto Napolitano:

intervista del 26 novembre 2013

intervento a Capri del 20 ottobre 2015

 

 

8 anni di avvertimenti inascoltati. Il comunicato dei comitati di redazioni delle testate giornalistiche del Gruppo 24Ore

Cari lettori, vi chiediamo pochi minuti di attenzione per comprendere questi 8 anni di perdite, per un totale di 353 milioni; gli otto anni peggiori della vita del Sole 24 Ore. Ecco alcuni stralci che documentano come noi giornalisti del Sole, rispettando i principi che ci guidano quotidianamente nel raccontarvi la realtà economica, politica e finanziaria, in questi 8 anni abbiamo sottolineato, in occasione dell’assemblea degli azionisti, la gravità crescente della situazione chiedendo ripetutamente all’azionista di maggioranza, ovvero a Confindustria, e all’azienda, provvedimenti coerenti con quanto emergeva dai conti, opponendoci alla versione light che veniva presentata (non abbiamo mai votato a favore del bilancio) e ai bonus elargiti ai vertici aziendali nonostante il rosso preoccupante che emergeva.

2009: -53,3 milioni

Negli ultimi 10 anni, secondo le analisi di Mediobanca, la nostra società ha investito per linee esterne tramite acquisizioni 130,9 milioni di euro, al netto dell’investimento in Radio24. (…) La verità è che le acquisizioni del passato sono servite per “comprare” fatturato. Ma quei ricavi sono stati acquistati a carissimo prezzo, con valutazioni molto elevate delle aziende acquisite. Oltretutto sono state acquisite aziende procicliche nei periodi di culmine del ciclo economico: il loro arretramento era inevitabile e difatti ora pesa sui nostri conti. Eppure la società, nonostante questi pessimi risultati, si intestardisce nell’idea di crescere attraverso le acquisizioni.

2010: -40,4 milioni

Per il secondo anno consecutivo, infatti, siamo qui a esprimere il nostro parere su un bilancio pesantemente in rosso. Il 2010, che doveva essere l’anno del rilancio dopo il disastroso 2009, si è chiuso al contrario con una perdita di 40 milioni di euro: il Gruppo ha così bruciato 92 milioni in due anni. Ve lo diciamo subito: noi bocciamo questo bilancio, perché esprimiamo un parere fortemente critico sulla gestione di questo Gruppo. Il verdetto dei numeri del resto è impietoso: il margine operativo lordo, positivo per quasi 50 milioni nel 2008, si è liquefatto. Le copie sono calate pesantemente, attestandosi a 265mila, un’ulteriore pesante diminuzione rispetto alle 296mila di circa un anno fa; la pubblicità non dà segni di risveglio e continua una caduta libera anche più accentuata rispetto ai concorrenti.

2011: -9,3 milioni

A questo proposito non possiamo far passare sotto silenzio la decisione di corrispondere un bonus all’attuale amministratore delegato. Non ne discutiamo la legittimità ma l’opportunità. Ci chiediamo come non si avverta lo “scandalo” di usufruire di un premio mentre i bilanci continuano ad essere chiusi in rosso e all’indomani di un accordo che prevede il taglio delle retribuzioni dei propri dipendenti, ammortizzato peraltro anche da un contributo pubblico. (…) La situazione resta assai difficile. E la crisi profonda del sistema economico, con un’ormai accertata recessione, ha immediate ricadute. Solo sul fronte del quotidiano i ricavi pubblicitari sono calati di quasi 8 milioni rispetto a un 2010 già assai critico. Va evidenziato peraltro che System, la nostra concessionaria di pubblicità, ha fatto un po’ peggio dei suoi concorrenti nel corso del 2011 e viste le prospettive scoraggianti per tutto il settore nel 2012, il futuro resta assai incerto.

2012: -48,4 milioni

Due esempi a loro modo cruciali. Sui due canali che più ci stanno a cuore e che assicurano la redditività dell’attività editoriale: i ricavi diffusionali e quelli pubblicitari. Su questi ultimi pesa certo una recessione senza precedenti da cui non si intravede per ora l’uscita e ragioni specifiche che hanno colpito il Sole 24 Ore più di altre testate, la revisione della normativa sulla pubblicità legale e finanziaria. Però, sul quotidiano, le performance sono assolutamente deficitarie: a fronte di un calo degli investimenti pubblicitari sui quotidiani stimato intorno al 17%, il calo dei ricavi della raccolta del quotidiano è stato del 23% (19,5% a parità di perimetro) con un crollo di quasi 20 milioni. E non pare che questi primi 3 mesi dell’anno siano in miglioramento. Sui ricavi diffusionali, quelli che più chiamano in causa la redazione, riteniamo di avere le carte in regola. Alla prova dei fatti però e non per asserzione ideologica. Il 2012 è stato un anno di leggera flessione, intorno al 2,5, 3%. Meglio del mercato.

2013: -76,1 milioni

La situazione si aggrava di anno in anno e stentiamo a intravedere elementi di ottimismo. Anzi, se per un attimo volgiamo lo sguardo all’indietro, il peso di scelte scriteriate fatte nel recente passato continua a zavorrare i conti e a fare sentire conseguenze rilevanti anche sul 2013. Solo due esempi, entrambi tratti dalla cronaca di questi ultimi mesi di vita societaria: la vendita, conclusa per un prezzo che la stessa azienda ha qualificato come “simbolico”, di “Business Media”, un’avventura editoriale che sarebbe stato salutare non intraprendere e che, a colpi di svalutazione, si è via via ripercossa nel corso degli anni. E ancora la cessione dell’intera divisione software. Cessione che permette certo la realizzazione di una plusvalenza anche significativa, il cui impiego non può però essere limitato al rimborso di un debito che in 12 mesi è schizzato a quasi 40 milioni, ma deve corroborare anche investimenti sull’attività editoriale, e che mette in evidenza come la strategia di diversificazione che ha affascinato i vertici del gruppo, a ridosso della quotazione, fosse destituita di fondamenta.

2014: -9.8 milioni

Eppure il robusto taglio dei costi (che ha toccato tutte le altre aree di lavoro aziendale) non è bastato a riportare la gestione in carreggiata. Neanche l’aumento dei ricavi editoriali (+1,4 milioni solo per il quotidiano) è stato sinora sufficiente a invertire la rotta. Perché? Ci sono stati gravissimi errori perpetrati fino a pochi anni fa – contratti di acquisto, di fornitura e di affitto ai limiti della responsabilità civile, se non oltre – che hanno prodotto effetti tuttora perduranti, anche se attenuati; altri su cui non si è ancora intervenuto a fondo. Qualche esempio: il gruppo ha una gestione duale (poteri identici tra presidente e ad) che appare incomprensibile, e ha perso da tempo figure organizzative (a cominciare dal direttore generale dell’area editrice) indispensabili per un brand così focalizzato come è oggi Il Sole 24 Ore. In una parola: esiste un oggettivo problema di governance nel gruppo.

2015: -24 milioni

Nove anni di riduzione concordata dei salari – con misure di contenimento delle retribuzioni che si sono di fatto strutturalizzate – e di costante discesa dell’organico giornalistico non sono bastate a riportare in linea di galleggiamento il conto economico del Gruppo, dimostrando (se ce ne fosse ancora bisogno) che il problema di sostenibilità non è certo nella componente che produce l’output caratteristico dell’azienda e che tiene altissimo il brand commerciale dell’intera galassia Sole. Se è vero che gli ultimi sette esercizi hanno scontato la dissennata campagna di acquisizioni e di contrattualistica dello scorso decennio – campagna più volte stigmatizzata dall’assemblea dei giornalisti – è un fatto incontrovertibile che la redazione aveva chiesto da lungo tempo (già nello stato di crisi del 2012) la “rivoluzione digitale” che solo negli ultimi due anni è stata poi sposata con convinzione – e seppur ancora con risultati parziali – dai vertici aziendali e redazionali.

2016: -92 milioni

TOTALE: -353,3 MILIONI

Dal manifestarsi della perdita monstre dell’anno scorso (ma ahimè coerente con l’andamento degli anni precedenti), sin dalla semestrale, la redazione ha alzato ancora il livello di guardia, testimoniando a più riprese e con più iniziative la sua estraneità non solo alla scelte di cattiva gestione via via fatte, ma anche rispetto a quanto stava e sta emergendo a più livelli, da quello amministrativo, Consob, a quello penale, indagine della procura di Milano. Solo tre esempi: la critica di una politica editoriale tesa alla massimizzazione delle copie pur con marginalità negativa; un larghissimo voto di sfiducia al direttore, ben prima della notizia della sua iscrizione tra gli indagati; uno sciopero a oltranza proclamato per chiederne in via ultimativa l’allontanamento, dopo che l’azionista era rimasto inerte per troppi mesi.

Un’inerzia che però a oggi continua irresponsabilmente a protrarsi su altri punti chiave per il futuro del Sole 24 Ore. A partire dalla ricapitalizzazione. Annunciata per un importo già adesso da valutare come insufficiente e a breve a rischio di inadeguatezza, l’operazione è ancora del tutto ignota nel quando e anche nel come. Anzi, la società ha comunicato di volersi avvalere di termini più ampi di quelli statutari per l’assemblea che dovrà vararla. Sulle stesse modalità non c’è visibilità: verrà tolto il limite del 2% al possesso delle azioni, parteciperanno le banche che a loro volta ancora devono dare una risposta sulla proroga chiesta dello stand still? A tutto questo aggiungiamo un piano industriale sinora mai illustrato alla redazione, malgrado le ripetute richieste, basato su massicci tagli dei costi e su ricavi stimati piatti in 3 anni, e già, temiamo, ottimistici, visti i primi segnali che arrivano dall’andamento del 2017 e una provvisorietà degli incarichi in ruoli chiave, interim sia alla direzione del quotidiano sia alla concessionaria di pubblicità. Un’incertezza che non può protrarsi ancora e che rischia di provocare conseguenze irrimediabili.

Il Cdr del Sole 24 Ore

Il Cdr di Radiocor Plus

Il Cdr di Radio 24




L’INPGI è in crisi, i giornalisti continuano ad andare in pensione a 58 anni, ed i sindacalisti hanno la pancia “piena”….

Schermata 2016-05-28 alle 11.49.50L’Inpgi ha i conti in rosso e nel giro di qualche anno potrebbero non esserci più i soldi per pagare le pensioni. Oltre agli scandali giudiziari, alcuni privilegi dei giornalisti, come la possibilità di andare in pensione a 58 anni, hanno aggravato la situazione. Senza contare le centinaia di milioni di euro usciti negli ultimi sei anni da Inpgi per pagare la crisi degli editori italiani.

 Il possibile futuro fosco dell’Inpgi è già realtà al Fondo Fiorenzo Casella, la cassa di previdenza complementare dei poligrafici: lo scorso anno tutti gli iscritti si sono visti improvvisamente dimezzare la pensione. I soldi in cassa sono finiti eppure fino a poco tempo fa il Fondo Casella aveva a disposizione oltre novanta milioni di euro.

 

Che fine hanno fatto questi soldi? Ne parlerà la trasmissione REPORT (RAITRE) domenica sera.

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Gianni Dragoni, ha scritto anche un ebook sull’Ilva di Taranto per l’editore CHIARE LETTERE.

Inpgi, il gran pasticcio dei soldi al sindacato

di Gianni Dragoni *

Anche quest’anno l’Inpgi verserà soldi di tutti i giornalisti italiani nelle casse delle venti Associazioni regionali della stampa e della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti. Si tratta di una somma pari a circa 2,5 milioni di euro che di fatto verrà pagata, ancora una volta, da tutti i giornalisti che versano contributi all’Inpgi, anche da quelli – e sono la grande maggioranza – non iscritti al sindacato.

Inpgi Futuro ha più volte sollevato il problema dell’opportunità e della legittimità di questi finanziamenti, visto anche il dissesto dell’Inpgi. Adesso però ci sono nuovi fatti che fanno emergere ulteriori interrogativi sulla trasparenza e la correttezza delle erogazioni, che ufficialmente dovrebbero essere il rimborso dei costi per “servizi resi”.

Per comprendere meglio la vicenda, è bene fare una breve ricostruzione dei rapporti tra l’Inpgi, le Ars (associazione regionali sindacali) e la Fnsi. Fino al 2010 l’Inpgi pagava queste somme come atto di liberalità, non soggetto ad alcun controllo contabile. Si invocava la giustificazione che, non disponendo l’Inpgi di uffici regionali né provinciali, i soldi servissero a pagare il costo degli uffici di corrispondenza che l’Inpgi, per mantenere un rapporto con tutti i giornalisti, aveva presso le Associazioni regionali della stampa.

Nel 2010 il cda dell’Inpgi, sollecitato dal collegio sindacale, ha stabilito di modificare le convenzioni con le Ars e la Fnsi in vigore dal 1996, di adottare la forma di un contratto a prestazioni corrispettive, cioè di pagamento in cambio di servizi e rimborso dei costi sostenuti. E si decise di assoggettare le erogazioni a un rendiconto annuale, per controllare le spese effettive sostenute a fronte di questi versamenti. L’Inpgi quindi adottò nuove convenzioni scritte sia con le venti Associazioni regionali sia con la Fnsi. Due anni dopo il collegio sindacale è intervenuto nuovamente, segnalando “l’esigenza di acquisire per ciascuna Associazione i giustificativi dei costi sostenuti per ciascuna voce di spesa”.

Il 27 marzo 2016 il cda dell’Inpgi ha fissato i massimali dei fondi erogabili quest’anno, dopo che gli uffici hanno certificato la “regolarità del processo amministrativo di verifica svolto sulle quote rimborsate a ciascuna Associazione in considerazione dei costi effettivamente sostenuti per la gestione annuale della propria struttura”. Nella seduta del cda si è preso atto che “le somme erogate dall’Inpgi sono state impiegate per svolgere le attività relative alla gestione dei rapporti tra gli iscritti e l’istituto”. Ed è stato affermato che “le somme sono quelle risultanti dai bilanci delle singole Associazioni regionali di stampa che, nella maggior parte dei casi, sono certificati da apposite società di revisione“.

Ma leggendo i bilanci del 2015 sia dell’Fnsi sia dell’Associazione lombarda dei giornalisti (Alg) sorgono dei dubbi. Nel bilancio consuntivo della Fnsi a pagina 9 è iscritta un’entrata di 280.195 eurorelativa alla Convenzione Fnsi-Inpgi 01/01/1996”. “La convenzione stipulata in data 01/01/1996 in base all’art. 4 dello statuto dell’Inpgi è scritto nel bilancioassegna alla Fnsi una somma a titolo di liberalità. Nel 2014 il contributo Inpgi era stato pari a 280.195 euro. Si registra, quindi, nel 2015, per questa voce, lo stesso importo“.

Facciamo notare che questa frase contiene due errori, perché:

  1. La Convenzione del 1996 è stata annullata e sostituita nel 2010.
  2. Dal 2010 le regole sono cambiate, l’Inpgi non può più fare erogazioni liberali alla Fnsi, può solo pagare somme come rimborsi in base a un rendiconto analitico di quanto speso a favore dell’Inpgi.

Nel bilancio 2015 dell’Alg ( Associazione Lombarda Giornalisti)  viene impropriamente riportata tra le entrate la somma di 385.232 euro (identica all’anno precedente) come “forfait Inpgi”. Invece non si tratta di un “forfait”, ma di un contributo commisurato all’effettiva attività svolta in favore dell’Inpgi dall’ufficio di corrispondenza di Milano, che è ospitato in un appartamento per il quale l’Inpgi paga, a parte, l’affitto alla stessa Alg.

Nel cda Inpgi del 26 maggio 2016 è emerso un altro fatto grave. La direttrice generale dell’Inpgi, Mimma Iorio, ha fatto ammenda, spiegando di avere commesso un errore nella scrittura della relazione allegata alla delibera del cda del 27 aprile scorso che ha dato il via libera al finanziamento di associazioni regionali e Cda.

Vediamo di che si tratta. In aprile la direttrice aveva in sintesi sostenuto non solo che ogni euro di spesa certificato da Ars e Fnsi poteva essere rendicontato, ma che le somme di cui si tratta sono risultanti da bilanci certificati da società di revisione. Nel cda del 26 maggio Iorio ha dovuto correggersi, affermando che non di bilanci accertati da società di revisione si tratta, quanto di bilanci verificati dai collegi sindacali eletti in seno alle varie associazioni e alla Fnsi. Una differenza non da poco.

In conclusione, non c’è forse da chiedersi come abbia fatto l’Inpgi a “certificare” un mese fa “la regolarità del processo amministrativo di verifica svolto sulle quote rimborsate a ciascuna Associazione in considerazione dei costi effettivamente sostenuti per la gestione annuale della propria struttura”?

A noi sembra che sia il caso di fare piena luce e rendere trasparente un capitolo importante di spesa dell’Inpgi che presenta opacità.

  • giornalista ed inviato del Sole24Ore –  membro Commissione Bilancio Inpgi



Informazione 3.0 : Eni contro Report. Una battaglia mediatica via tweet: la replica online dell’ Eni sfida la Gabanelli

Schermata 2015-12-15 alle 02.01.51La trasmissione televisiva REPORT attacca, l’ ENI replica via Twitter con tweet preparati ad hoc ed una pagina specifica sul proprio sito internet, dedicata interamente alle risposte preparate, contrabattendo punto su punto, ai rilievi del programma d’inchiesta di RAI3. Domenica sera la trasmissione di Milena Gabanelli si è concentrata sull’affare da un miliardo di dollari per l’acquisto della licenza per sondare i fondali marini della concessione petrolifera Opl245, il più grande giacimento offshore nigeriano. Molti, nel corso della singolare “replica” digitale mandata online su Twitter, hanno percepito una vera e propria rivoluzione nei rapporti di forza comunicativi fra la tv ed il web. Alcuni commentatori continuano invece a spiegare in queste ore  che in fondo quel “second screen” su cui una ristretta minoranza di utenti, poche decine di migliaia, commentava in tempo reale il programma televisivo, non possa influenzare anche nel futuro lo schermo televisivo, che al momento rimane protagonista incontrastato. Né tantomeno, questione più importante, i convincimenti dell’opinione pubblica. La realtà è che questa è stata una delle prime volte al mondo in cui una grande azienda replica colpo su colpo, evitando di scivolare sull’improvvisazione, a un’inchiesta televisiva realizzata con documenti, infografiche, ed una valanga smentite pubblicati sulla piattaforma Twitter. Una strategia rivoluzionaria, ben strutturata, e predisposta tempisticamente e gestita in tempo reale.

Schermata 2015-12-15 alle 02.01.08Mentre su RAITRE andava in onda il servizio battezzato “La trattativa” realizzato e firmato dal collega Luca Chianca, nel quale venivano raccontati alcuni sospetti su quella che secondo il programma condotto da Milena Gabanelli si sarebbe configurata ed orchestrata” una delle più grandi tangenti internazionali, l’ ENI replicava pressochè in diretta attraverso Twitter con dei  tweet contenenti interventi, precisazioni e rimandi alla pagina web realizzata ed allestita in piedi per l’occasione, un vero e proprio aggregatore di contenuti ricco di link e approfondimenti sui quattro punti principali dell’inchiesta televisiva.

Schermata 2015-12-15 alle 02.04.09In questa maniera l’ ENI ha così fornito  la propria versione dei fatti non soltanto sulla Nigeria, ma anche su altre tematiche affrontate nel corso dell’inchiesta televisiva, come la partecipazione del colosso petrolifero italiano in Ceska Rafinerska, le bonifiche e la salute, le strategie dell’ ENI sulla chimica e la società Versalis.

A dirigere questa intelligente operazione “mediatica” il giornalista Marco Bardazzi, dallo scorso febbraio nuovo responsabile della comunicazione del colosso energetico, dopo essere stato caporedattore centrale e digital editor del quotidiano La Stampa e corrispondente dagli Stati Uniti per l’Ansa, che ha interagito anche col suo profilo personale via Twitter. In particolar modo su un aspetto, quello che maggiormente si è allorgato al di fuori della strategia contronarrativa allestita domenica sera, colpendo la struttura del servizio televisivo di  Report proprio nel cuore delle critiche che  vengono spesso rivolte al programma: il montaggio delle interviste.

Dall’account del programma televisivo, “spiazzato” partiva una tardiva replica firmata dalla Gabanelli all’imprevisto inatteso fuoco di tweet (“Eni sta scrivendo il falso. Hanno rifiutato l’invito, con richieste e attese andate avanti per un mese“) che veniva rilanciata anche dal profilo personale della giornalista.

Bardazzi il responsabile della comunicazione dell’ ENI  rispondeva richiedendo, per una prossima inchiesta, un intervento in diretta  scrivendo via Twitter: “La prossima volta fateci intervenire in diretta, per un vero contraddittorio #report“).

Schermata 2015-12-15 alle 02.06.21Schermata 2015-12-15 alle 02.05.37Andrea Vianello, direttore di RAI3, interveniva anch’egli via Twitter e ricordava che “#Report è programma d’inchiesta che non prevede ospiti in diretta. Per dare la propria versione basta accettare di rispondere alle domande“. A tarda sera il botta e risposta fra Eni e Report è continuato con la pubblicazione, da parte di Report, dello scambio di email per tentare di concordare un’intervista da registrare.

Come caso aziendale è molto interessante“, ha commentato al quotidiano La Repubblica,  il prof. Giovanni Boccia Artieri, docente di sociologia dei New media e Internet studies, comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali all’università di Urbino, “senz’altro una vittoria. Eni ha utilizzato con efficacia la dimensione della social tv fornendo, almeno dal proprio punto di vista corporate, trasparenza. In questo senso, più che il botta e risposta su Twitter, interessava emergere con una versione chiara oltre la piattaforma, proprio come sta accadendo in queste ore“. Ma, racconta Boccia Artieri, c’è un però: “In fondo il paradosso è che, nel sempreverde schema Davide contro Golia, Eni, il gigante, si è impossessato di strategie inusuali per un player così grande, spostando l’asse del ragionamento. Ma certo senza farci dimenticare chi fosse la più forte parte in causa“.

Schermata 2015-12-15 alle 02.07.49Secondo le analisi di Jacopo Paoletti, esperto di comunicazione digitale, la querelle Report-Eni avrebbe concentrato l’80% delle conversazioni su Twitter relative alla trasmissione. Molto al di sopra della media le visualizzazioni dei contenuti pubblicati dagli account di Report e di Eni (nel primo caso quasi 199mila, nel secondo 141mila). Rimane aperto il dibattito e confronto mediatico sul reale valore e peso di queste operazioni: poche migliaia di utenti contro milioni di telespettatori nella stragrande maggioranza dei casi totalmente ignari delle battaglie che giornalisti, social media strategist, uffici stampa e direttori della comunicazione che si  combattono a suon di hashtag. Insomma, un ring di box giornalistico riservato ad una ristretta platea di appassionati e addetti ai lavori.

Schermata 2015-12-15 alle 02.08.50Per quanto possa ricordare, un’azione così strutturata in Italia non c’era mai stata”, continua Boccia Artieri, “ci si limitava a rispondere in tempo reale ma senza strategie di fondo, senza contenuti e spesso rischiando di produrre più danni che benefici in termini d’immagine, gestione della crisi e reputazione online. Sarebbe tuttavia interessante capire come si sia generato questo fenomeno e soprattutto come si sia propagato, grazie al sostegno diretto o indiretto di quali influencer“.

Il risultato cercato dall’ ENI, oltre alla costruzione di una diversa versione dei fatti, è evidente, cioè quello ben più “costruito”  di contestare le regole del gioco giornalistico televisivo, in particolare,  in questo caso quelle di Report, domani potrebbe accadere per altri programmi. Gli interlocutori, quelli parte in casua nelle inchieste, si sottraggono cioè allo schema predisposto dai giornalisti escelgono pretendono d’intervenire e replicare “colpendo i giornalisti nei punti in cui sono più vulnerabili anche nella considerazione del pubblico, in questo caso la costruzione delle interviste e la gestione a tesi di alcune puntate“, conclude il sociologo. Per quanto questa storia rischi di stabilire un nuovo paradigma sia per la stampa sia per il management delle aziende, rimane fondamentale ricordare la distinzione dei pesi e dei ruoli delle parti in causa. Da una parte un gruppo di giornalisti, dall’altra un colosso energetico mondiale, secondo gruppo italiano per fatturato (109,8 miliardi) e primo per utili (6,4 miliardi).




Inchiesta sui diritti televisivi del calcio, perquisite sedi di società di serie A e B

Nell’ambito dell’indagine in cui la Procura di Milano ipotizza i reati di turbativa d’asta, turbata libertà degli incanti e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, in relazione alla compravendita dei diritti televisivi, la Guardia di Finanza ha perquisito le sedi di alcune società di calcio di serie A e B, tra cui quella del Genoa, ed il Bari . Le perquisizioni risalgono a venerdì scorso, quando le Fiamme Gialle si sono presentate anche nella sede milanese della Lega Calcio con un ordine di esibizione di documenti. Tra gli indagati la Infront, la società svizzero-cinese diretta in Italia da Marco Bogarelli, un ex-manager del Gruppo Mediaset, che è anche advisor della Lega Calcio nella vendita dei diritti televisivi delle squadre di serie A e B per i campionati 2015/2017.

Le ipotesi di reato al vaglio dei pm Roberto Pellicano, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi , magistrati del dipartimento che combatte i reati contro la pubblica amministrazione. Un dettaglio non secondario, nel riserbo che ha accompagnato un’indagine avviata a maggio in gran segreto. Non ci sarebbero, insomma, coinvolgimenti per reati societari, ma comportamenti infedeli da parte di chi ha un ruolo diretto nella gestione dei diritti. e si procede per di turbativa d’asta, concretizzata con l’iscrizione nel registro degli indagati di Marco Bogarelli, presidente di Infront


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I primi sospetti sono arrivati dopo che l’ Antitrust si era presentata in Lega Calcio con un decreto di sequestro per acquisire le carte per l’assegnazione dei diritti televisivi per le stagioni di Serie A del triennio 2015-2018. Allora si ipotizzava che tra i grandi club si fosse creato un trust , un accordo occulto per garantirsi la parte più grossa dei diritti. Poi sulla scrivania del pm Pellicano sono arrivati gli sviluppi dell’inchiesta sul barone Filippo Dollfus de Volkesberg, finito in manette a maggio con l’accusa di gestire conti cifrati in Svizzera a imprenditori italiani di primo piano. A quanto risulta  tra i clienti del nobile esperto in finanza sarebbe finito anche chi, materialmente, ha preso parte alla divisione dei diritti televisivi.

Nel frattempo  Andrea Baroni, il fiscalista arrestato lo scorso venerdì dalla Gdf nell’ambito di uno dei filoni dell’indagine della Procura di Milanoche, in un altra tranche, sta effettuando accertamenti sull’assegnazione dei diritti tv del calcio avvenuta la scorsa primavera, interrogato lunedì mattina dal gip Giuseppe Gennari, si è avvalso della facoltà di n0n rispondere. Baroni, difeso dall’avvocato Roberta Guaineri, è accusato di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro frutto di evasione fiscale di clienti italiani assieme ad altre persone essendo, per i pm, uno dei soci della Tax and Finance (T&F), società di consulenza fiscale con sede a Lugano e di diritto inglese con uffici in tutto il mondo. Società che tra i clienti, come risulta dall’ordinanza del gip, ha anche la Infront Italy srl di Marco Bogarelli.

Tra i clienti di Baroni , come risulta dal provvedimento del gip, c’è anche Luigi Ugo Colombini, procuratore e manager sportivo (ma non indagato). Nei dialoghi intercettati con il suo referente in T&Fintrattiene conversazioni di carattere professionale in ordine alla movimentazione di diverse provviste di denaro relative ai compensi percepiti da tennisti professionisti” tra i quali Andy Murray e Shvedova Jarolslava. Una “esterovestizione”, da parte di Baroni, per permettere minore tassazione. “E’ evidente – scrive il giudice – che il procuratore sportivo utilizza una società svizzera per gestire i rapporti con i propri giocatori” anche se “troppo involuta è l’indagine per comprendere effettivamente beneficiari, destinatari e modalità delle operazioni estere”.

Contestualmente all’arresto venerdì scorso, nell’altro filone di indagine, le Fiamme Gialle si sono presentate nella sede milanese della Lega Calcio con un ordine di esibizione di documenti nel quale si ipotizza a carico di Infront, Bogarelli, alcuni manager della stessa società e due di Rti (gruppo Mediaset) i reati di turbativa d’asta e turbata libertà degli incanti, in relazione alla compravendita dei diritti tv. Altro reato contestato a vario titolo è ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, in particolare, come è stato riferito in ambienti giudiziari milanesi, nei confronti della Commissione per la vigilanza e il controllo delle società di calcio, in relazione a presunti ritocchi al rialzo dei bilanci di alcune società calcistiche al fine di poter essere ammesse ai campionati.

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Tra le carte dell’accusa, vi sono anche tracce dei movimenti societari che hanno accompagnato la discussa compravendita – ancora in fase di perfezionamento – dell’Ac Milan, tra la famiglia Berlusconi e il tahilandese Mister Bee. Quale sia il collegamento con l’inchiesta sui diritti, al momento è praticamente impossibile scoprirlo. L’acquisizione del 49 per cento della società di via Turati da parte di Bee è stata accompagnata sin dal suo annuncio, da molti misteri. E personaggi legati al mercato dei diritti sembrano aver seguito da vicino anche questa operazione. Di certo, quello che sta scoperchiando la magistratura milanese rischia di scatenare un terremoto. Un dato incontrovertibile si basa su anomalie difficilmente ribaltabili. Il primo è che per i diritti venduti all’estero la Lega incasserebbe una cifra ben inferiore a quella ottenuta dalla società a cui li gira.

La seconda riguarda il ruolo della potente Infront, la società rappresentata in Italia da Marco Bogarelli che incrocia le strade del calcio nel 2008. Prima mettendoci timidamente un piede per una modesta parte dei diritti. Oggi, la controllata della multinazionale cinese Wanda group oltre alla cessione all’estero dei diritti della Serie A è anche entrata direttamente in quote societarie di alcune squadre, come avvenuto nel caso del Bari, e del Brescia. per aggiustarne i bilanci, o e di MP&Silva, un altro pezzo “grosso”nel business calcio&televisione.

Secondo quanto già ha pubblicato domenica Il Sole 24 Ore questo filone dell’indagine riguarderebbe presunti finanziamenti estero su estero, serviti a ‘raddrizzare’ i bilanci delle società superando così i controlli della Covisoc, che vigila sullo stato economico-finanziario dei club professionistici. Come riportato dal quotidiano edito e controllato dalla  Confindustria negli mesi scorsi sui conti del Bari sono arrivati 460mila euro da parte di Infront. La società pugliese ha rigettato le accuse, chiarendo che le indagini non riguardano “né Fc Bari 1908, né il presidente Gianluca Paparesta”, che quei soldi sono transitati su conti bancari di “istituti di credito nazionali” e che il versamento riguarda il regolare contratto di sponsorizzazione della seconda maglia. Relativamente al Genoa, il finanziamento di circa 15 milioni di euro sarebbe invece stato erogato da Riccardo Silva, ex partner di Bogarelli e Locatelli in Milan Channel, la cui abitazione è stata perquisita venerdì, è il proprietario della MP&Silva, società che gestisce i diritti tv della A sul mercato estero. Secondo quanto pubblicato da Il Sole 24 ore, la somma sarebbe stata girata su conti esteri riferibili a Preziositramite altre strutture estere riferibili a Infront e gestite dalla Tax&Finance

Il Genoa è una delle squadre le cui sedi sono state perquisite venerdì scorso –  ha dichiarato all’ ANSA  Enrico Preziosi, patron del club ligure – ma siamo tranquillissimi, i soldi che servivano al nostro bilancio li ha messi l’azionista di riferimento, cioè io”. “Il conto è tracciabile – continua Preziosi -, sono state fatte tutte operazioni semplici e chiare, ove servisse saremmo pronti a dare qualsiasi chiarimento a qualsivoglia autorità competente”. Il presidente rossoblu conclude: “Questo è un Paese davvero strano. Uno si sveglia e tira fuori un teorema e tutti quanti gli vanno dietro. Ma io non ho problemi, è tutto chiaro e la Covisoc della Federcalcio prima di tutti lo sa”.

 

 

Berlusconi, parlando sabato a Milano, ha detto : “Ieri (venerdì, ndr) c’è stata la Guardia di Finanza per tutto il giorno in Mediaset e hanno preso telefonini, computer, con un’accusa di una incredibilità totale: che ci sia stata turbativa d’asta nella vicenda dei diritti televisivi del calcio. Scusa ma le società di calcio non sono entità private? Sì, sono enti privati. E la Lega insieme alle società di calcio non è un’istituzione privata? Sì, è un’istituzione privata. E allora cosa centra la turbativa d’asta che può riguardare soltanto istituzioni pubbliche?» Ma come ha ben spiegato ieri sera Milena Gabbanelli a REPORT, la Lega di serie A organizza la gara dei diritti tv del calcio, svolge funzioni di diritto pubblico e si applicano le norme previste per le istituzioni pubbliche.
Tra gli indagati per l’ipotesi di ostacolo all’attività di vigilanza della Covisoc, la Commissione per la vigilanza e il controllo delle società di calcio, il presidente del Bari Gianluca Paparesta, del Genoa Enrico Preziosi e anche Claudio Lotito, presidente della Lazio e componente del Consiglio federale della Figc.



Indagine di mafia della DDA di Catania. Sequestrati dai Carabinieri del Ros 17 milioni di euro all'editore della Gazzetta del Mezzogiorno

Ingenti somme di denaro sono state sequestrate su richiesta della procura distrettuale antimafia di Catania a Mario Ciancio Sanfilippo, l’ editore catanese al vertice di un gruppo editoriale cui, tra l’altro, fa capo il quotidiano pugliese LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO e “LA SICILIA” di Catania.  Sotto sequestro antimafia è stato sottoposto un rapporto bancario intrattenuto da Ciancio tramite una società fiduciaria del Liechtenstein in un istituto di credito con sede in Svizzera, sul quale erano depositati titoli e azioni per un valore stimato in circa 12 milioni di euro. Inoltre è stata  sequestrata la somma in contanti di circa 5 milioni di euro depositata nella filiale di una banca catanese. Il sequestro è stato effettuato dai Carabinieri del Ros di Catania, a cui erano state delegate le indagini penali e patrimoniali.

la sede barese de LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

la sede barese de LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

La Procura di Catania ha chiesto il rinvio a giudizio “per avere, da numerosi anni, apportato un contributo causale a Cosa nostra catanese” nei confronti di Mario Ciancio Sanfilippo che è anche il presidente della EDISUD spa, la società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno. Domani davanti al gup si svolgerà  l’udienza preliminare per stabilire se l’editore dovrà o meno essere processato. A carico di Ciancio, gli inquirenti hanno raccolto e riscontrato le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia. La procura distrettuale antimafia catanese  ha ricostruito complessi affari intrapresi dall’imprenditore e nei quali secondo l’accusa aveva interessi la “mafia“, motivo per cui ha delegato al Ros le indagini patrimoniali che hanno portato alla scoperta dei fondi occultati all’estero. Sono stati individuati depositi bancari in Svizzera, alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di Paesi noti come paradisi fiscali, grazie anche alla cooperazione prestata dalla procura di Lugano attraverso una rogatoria e secondo i trattati internazionali. E’ stata proprio la procura di Lugano ad acquisire dagli istituti di credito svizzera documentazione bancaria ritenuta rilevante e fondamentale a livello probatorio per le indagini.

CdG GdF CCDelle altre attività investigative sono state delegate al Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Catania che ha acquisito le movimentazioni bancarie e altre informazioni sulle quali il consulente del pm, la società multinazionale “Price Water House Coopers spa“, specializzata in revisioni in bilancio, sta ricostruendo il patrimonio di Ciancio negli anni. La richiesta di sequestro urgente è  avvenuto allorquando la procura catanese è venuta a conoscenza della circostanza sospetta che Mario Ciancio Sanfilippo aveva dato la disposizione bancaria di monetizzare i propri titoli detenuti in Svizzera e di trasferire il ricavato in istituti di credito italiani. Nella richiesta di sequestro sono stati ricostruiti numerosi affari dell’editore che, secondo i pm, sono stati infiltrati da Cosa Nostra catanese sin dall’epoca in cui l’economia della città era sostanzialmente imperniata sulle attività delle imprese di un gruppo di “cavalieri del lavoro“, tra i quali Graci e Costanzo. Dalle indagini è emersa quella che gli inquirenti definiscono “una sperequazione non giustificata” tra le somme di denaro scoperte in Svizzera e i redditi dichiarati da Ciancio ai fini delle imposte sui redditi in un ampio arco temporale.

Il programma televisivo Report” già sei anni fa aveva messo in evidenza numerose criticità tra le attività di Mario Ciancio nell’inchiesta “I viceré” ( realizzata del collega Sigfrido Ranucci) andata in onda il 15 marzo 2009.




Ma i veri ladri sono quelli che avevano rubato da Lord ? O chi vende piumini di Moncler a 1000 euro e più , quando costano si e nò 50 euro ?

Per la prima volta una televisione è riesce a documentare l’illegalità della “spiumatura” sulle oche vive in Ungheria, denunciando così la crudele pratica illegale diffusa nella Comunità europea, la prima responsabile per i mancati controlli e per avere un regolamento che consente con facilità di “riciclare” la piuma illegale. L’inchiesta della bravissima collega Sabrina Giannini trasmessa ieri sera su REPORT (RAITRE) comincia dall’imbottitura del piumino più di moda (MONCLER  n.d.r.) , analizzandone i passaggi: dalla confezione alla delocalizzazione. Un’indagine a largo raggio (anche geografico) sulle scelte di alcuni marchi della moda (PRADA n.d.r) che si spingono perfino in territori non riconosciuti dall’ONU pur di risparmiare pochi euro su prodotti venduti a prezzi elevati in boutique. Si tratta della Transnistria, la Repubblica fondata sul Soviet autoproclamatasi indipendente dalla Moldova, dove le griffe sono le benvenute, i giornalisti molto meno (come si vedrà).

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Eccovi alcuni passaggi  dei più significativi che potrete vedere ed ascoltare integralmente con i vostri occhi  (VEDI  QUI),  oppure se preferite leggerlo ! (LEGGI  QUI)

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Le piume peggiori spacciate per le migliori: MONCLER

ÁKOS GÉLLERT – PROPRIETARIO NATURTEX (l ‘azienda n° 1 al mondo per le piume d’oca) 
Il piumino d’oca può costare dai 50 ai 200 € al chilo. E per riempire un giaccone ne servono circa 150 grammi.

SABRINA GIANNINI (Report
Cioè, ecco, 150 grammi, quindi a voi cosa viene pagato, 150 grammi della migliore qualità?

ÁKOS GÉLLERT – PROPRIETARIO NATURTEX
Per 150 grammi di questa che costa 160€ al chilo, bastano 25€.

SABRINA GIANNINI (Report) 

Per esempio, facciamo un nome su tutti, il piumino più famoso, Moncler. Gliela compra questa qua di prima qualità?

BALAZS GÉLLERT – PROPRIETARIO NATURTEX
(Sorride)

SABRINA GIANNINI (Report) FUORI CAMPO
Anche se Moncler acquistasse il migliore piumino spenderebbe dai 20 ai 30 Euro a giaccone… L’etichetta non dice molto sull’origine della materia prima. Quindi anatomia di un fenomeno del lusso. Per vedere dentro dovrei comprarlo. Visto il prezzo, mi costa meno andare direttamente dove lo confezionano… sempre nell’Europa dell’Est. È stato conveniente anche per loro.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

Parliamo di piumino e dici piumino nel mondo e dici Moncler. Allora Remo Ruffini è un imprenditore italiano e un imprenditore capace, per una volta è un imprenditore italiano ad acquistare un grande marchio straniero, e a rilanciarlo, dandogli fascino. Ma perché produce così poco in Italia, i 30 0 40 euro su un capo che va poi in vendita a 800, 1000 sono così cruciali da sacrificare i nostri posti di lavoro? Purtroppo su questo il signor Ruffini ha preferito non confrontarsi con noi, ma in un colloquio telefonico ci ha detto “io non faccio made in Italy, produco in Europa e vado là dove c’è la miglior qualità e la miglior esperienza”. Il luogo è la Romania. 

SABRINA GIANNINI (ReportFUORI CAMPO

In Romania molte aziende sono di proprietà di imprenditori italiani che lavorano per conto terzi e per svariati marchi del Made in Italy. Moncler spedisce ai suoi terzisti i materiali e loro li assemblano. Quando arriviamo in questa fabbrica stanno imbottendo proprio un modello Moncler della collezione invernale.

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IMPIEGATA STABILIMENTO CONFEZIONI IN ROMANIA
Perché abbiamo anche dei problemi… soprattutto sulla Moncler che mi manda di quelle schifezze che mi basta la metà

SABRINA GIANNINI (Report)
Cioè?
IMPIEGATA STABILIMENTO CONFEZIONI IN ROMANIA
No, eh, la piuma è molto sporca, è piena di pezzi grossi di …
VOCE UOMO
È proprio la penna.
SABRINA GIANNINI (Report)
Cioè, questo è uscito da Moncler.
SABRINA GIANNINI (Report) FUORI CAMPO
Il più esclusivo fiocco di piuma d’oca ungherese non lo abbiamo trovato nei Moncler confezionati in questa fabbrica. L’imbottitura che usa Moncler è spesso una miscela di diverse provenienza e valore: oca o anatra, anche se suona più raffinato in francese, “canard”.

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SABRINA GIANNINI (Report)  FUORI CAMPO
Giuseppe Iorio: era lui che sapeva tutto di prezzi e materiali nelle fabbriche in Romania. La nostra guida di lusso, ma anche un pentito, che quando ci ha contattati per denunciare il sistema ha premesso che per diversi marchi del lusso proprio lui faceva “il lavoro sporco, e partecipava a quelle strategie” che hanno provocato “la morte di centinaia di laboratori artigianali italiani”.

GIUSEPPE IORIO – EX RESPONSABILE TECNICO PIUMA “MONCLER”
Allora, Moncler già produceva da diversi anni in Romania e in Bulgaria. Però intorno al 2006 e 2007 – quando io ho ricoperto il ruolo di responsabile tecnico e quindi anche della produzione dell’area Moncler, del marchio Moncler – avevamo cominciato a produrre nel sud Italia e un po’ alla volta da 3,4,5 laboratori circa una quindicina, una ventina di aziende nel sud Italia producevano Moncler. Tutto questo è durato un annetto e mezzo, due anni dopodiché la produzione è stata completamente tolta dal sud Italia ed è stata almeno in parte mandata qui in Transnistria.

parla SABRINA GIANNINI (Report)  FUORI CAMPO 

Quanta piuma, in soldi, viene messa, in quello lì grosso, per esempio, in quel Moncler invernale.

GIUSEPPE IORIO – EX RESPONSABILE TECNICO PIUMA “MONCLER”

Il grigio, dovrebbe costare sui 45€, 45, ci staranno un 200-250 grammi dentro… sono 9-10 Euro. 9 EuroQuesto è quello che sul mercato è sui 1200 o 1300, mi sembra, vero? Moncler Grenoble Donna. E quanto c’è di materiale qua?

GIUSEPPE IORIO – EX RESPONSABILE TECNICO PIUMA MONCLER
Ci sta ‘sta pelliccia che comunque dovrebbe costare sui 18 euro perlomeno. Vabbé, la fodera lo sappiamo, questa è la classica nylon laqué che sta dentro; 130 grammi di piuma, mo a quanto sta?

PROPRIETARIO FABBRICA CONFEZIONI IN ROMANIA
E questa, mediamente, sta 60 Euro al chilo.

GIUSEPPE IORIO – EX RESPONSABILE TECNICO PIUMA MONCLER

120 grammi … che so’, sono otto, otto euro di piume. Poi, vabbé, tutto il resto è un po’ tecnico: fettuccia, ecco niente di che … esclusa la pelliccia ci saranno un 30 Euro di materiale, probabilmente. 

PROPRIETARIO FABBRICA CONFEZIONI IN ROMANIA

Eh, ma nemmeno ci arriva.

GIUSEPPE IORIO – EX RESPONSABILE TECNICO PIUMA MONCLER

Nemmeno ci arriva.

SABRINA GIANNINI (Report)
Su un capo che costa più di 1000 Euro, però …

A questo punto cari lettori se volete tapparvi il naso, eccovi le dichiarazioni del proprietario di Moncler Remo Ruffini intervistato nel programma VIRUS (RAIDUE) condotto da Nicola Porro :

TESTO FRASE ATTRIBUITA A REMO RUFFINI-PRESIDENTE MONCLER
Il Made in Italy “è un concetto che non mi appartiene, non mi interessa proprio come marchi”… la produzione per essere buona non ha bisogno di etichette.

 

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Ma non è finita qui. Lo schifo continua

DAL TG1 DEL 16 DICEMBRE 2013 

Debutto record in borsa Moncler, marchio dei giubbotti simbolo degli anni ’80, prima francese ora italianissimo.
parla REMO RUFFINI – PRESIDENTE MONCLER
Io continuo a fare il mio lavoro e vediamo poi….Io non ho mai guardato il numero non ho mai guardato il fatturato ho sempre cercato di creare valore costruendo una grande azienda con delle grandi persone e creando un grande prodotto distribuendolo nel modo migliore.
parla MANOLA GARBIN – PROTOTIPISTA INDUSTRIES SPORTWEAR COMPANY
Allora Remo Ruffini prima di andare in borsa aveva oltre che Moncler, Henry Cotton, Marina Iotti, Cerruti. Per andare in borsa ha ceduto questo ramo, è andato in borsa con Moncler e questi marchi qui sono stati trasferiti da gennaio a Mestre quindi 120- 140 dipendenti si sono trasferiti a lavorare Mestre e da aprile siamo diventati esubero: 127 esuberi. Da lunedì, dal giorno 20 praticamente sono una cassa integrata anche io questa è la lettera: “gentile signora, con riferimento all’accordo sindacale sottoscritto il 17 luglio 2014 avanti al Ministero del lavoro, le comunichiamo che a partire dal 20/10/2014 il suo rapporto di lavoro è sospeso a zero ore”. Noi speravamo di avere possibilità di essere di essere reintegrati nell’azienda Moncler in fin dei conti a Moncler abbiamo dato il nostro contributo, abbiamo dato la nostra forza lavoro, l’abbiamo fatta crescere in questi anni.

MONCLER secondo MATTEO RENZI – (15 DICEMBRE 2013)

Un’azienda che qualche hanno fa, un imprenditore italiano aiutato dai fondi, Remo Ruffini, ha recuperato c’ha investito sopra, c’ha messo il “made in Italy” come non soltanto qualità del prodotto, ma anche qualità della ricerca, innovazione e oggi ha ottenuto nella parte prequotazione delle performance straordinarie, aiutato dai fondi…

Il marchio Moncler aveva debuttato in Borsa con il “botto”, chiudendo in rialzo del 46 per cento, incassando perfino la benedizione del neosegretario del PdMatteo Renzi. L’attuale premier infatti, pochi giorni prima dello sbarco del titolo a Piazza Affaru, aveva citato il caso Moncler nel suo discorso all’assemblea nazionale del Pd come esempio di marchio straniero rilevato da un imprenditore italiano, l’attuale presidente e direttore creativo Ruffini. “Moncler era un’azienda di Grenoble, poi un imprenditore italiano l’ha recuperata e l’ha portata nel made in Italy”, aveva detto Renzi nel giorno del suo battesimo davanti al popolo del Pd. “Oggi ha performance straordinarie. Ma nessuno ne parla”. Adesso lo abbiamo accontentato !

 

Gli affari moldavi di PRADA


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DIRETTORE INTERCENTRELUX

L’80% del nostro business è con gli italiani.
SABRINA GIANNINI (Report)
Davvero?
DIRETTORE INTERCENTRELUX
Sì, l’80%.
SABRINA GIANNINI (Report)
L’80%?
SABRINA GIANNINI (Report FUORI CAMPO
Allora vediamo quali collezioni Autunno-Inverno stanno producendo per gli italiani.
DIRETTORE INTERCENTRELUX
Per Prada noi non compriamo niente: ci danno tutto loro.
SABRINA GIANNINI (Report)
Ma fate anche il taglio?
DIRETTORE INTERCENTRELUX
Sì, facciamo tutto, tutto: cucito, trapunta, taglio, stiro. Questo non è facile: questo modello è difficile.
SABRINA GIANNINI (Report)
E quanto prende per questo?
DIRETTORE INTERCENTRELUX
Per il nostro lavoro 33 euro e 80. Ma consideri che questo è molto complicato.
SABRINA GIANNINI (Report)
Trentatre e ottanta.

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DIRETTORE INTERCENTRELUX

Noi abbiamo problemi con Prada: Prada vorrebbe pagarci 20 euro e noi abbiamo detto “scusate, ma questo è un capo molto tecnico”. Noi andiamo al taglio e alla produzione e calcoliamo che ci vogliono 6 ore di lavoro.

SABRINA GIANNINI (Report)
6 ore? Lei prende per 6 ore 33 e 34 euro?
DIRETTORE INTERCENTRELUX
Più o meno.
SABRINA GIANNINI (Report)
6 euro all’ora?
DIRETTORE INTERCENTRELUX
No! Meno: 5 euro.
SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO
5 euro all’ora. Circa un quarto del costo rispetto all’Italia… Un costo che si traduce in risparmio per i marchi che producono qui.

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SABRINA GIANNINI (Report)   (nella boutique Prada di via Condotti a Roma) 

Per curiosità questo dove è fatto? In Italia?
COMMESSA NEGOZIO PRADA
Sì, sì: questo qui sì, assolutamente. Moldavia…
SABRINA GIANNINI (Report)
Come?
COMMESSA NEGOZIO PRADA
Moldavia!
SABRINA GIANNINI (Report)
Made in Moldavia?
COMMESSA NEGOZIO PRADA
Sì.
SABRINA GIANNINI (Report)
E quanto viene questo? 1.950?
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COMMESSA NEGOZIO PRADA
Sì, 1.950, sì.
SABRINA GIANNINI (Report)  FUORI CAMPO
Quindi quanto costerà confezionare un giaccone come questo di Prada che oggi è già in vendita nelle boutique a circa 2000 euro?
DIRETTORE INTERCENTRELUX
Per Prada noi prendiamo da 18 a 30 euro.

 

CdG Lord

A questo punto non vi sembra legittimo chiedersi: ma chi sono i veri ladri, quelli che avevano rubato merce Moncler per 100 mila euro nel negozio “Lord” a Taranto in via Di Palma, o chi induce e spinge questi commercianti a vendere a 1000 euro qualcosa che è costato si e no 100, con un  ricarico e guadagno per l’azienda del 1000% e per il  commerciante intorno al 100%. ?  La risposta la lasciamo a voi….