Magistratura dipendente, al servizio dei politici

di Emiliano Fittipaldi

Ora la paura, tra i magistrati italiani, è grande. Negli incontri riservati, nelle affollate assise pubbliche come quella organizzata qualche giorno fa a Milano, nelle stanze dell’Anm, ovunque pm e giudici ammettono tra loro che lo scandalo partito dall’inchiesta su Luca Palamara – ex presidente dell’Associazione magistrati e consigliere del Csm fino all’anno scorso – rischia di travolgere l’intera categoria. Come mai accaduto prima.

Certo, in pubblico tutti ribadiscono convinti che “le mele marce” tra i 9000 togati in servizio «restano pochissime», ma in privato nessuno nega che lo scenario disegnato dalle carte della procura di Perugia, con il coinvolgimento diretto di cinque membri dell’attuale Consiglio superiore della magistratura e accuse di corruzione gravissime, è “devastante“. E che la questione morale (e la crisi etica e d’immagine) è arrivata a un livello che ha pochi precedenti nella storia repubblicana.

“Hanno ragione ad essere allarmati. La vicenda delle toghe sporche getta ombre sull’immagine dell’intera magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario nazionale“, spiegano all’Espresso autorevoli fonti del Quirinale, da dove Sergio Mattarella, che per Costituzione è anche presidente del Csm, segue dall’inizio ogni fase della faccenda. “Siamo preoccupati, inutile negarlo“, dicono al Colle.

COME AI TEMPI DELLA P2  

Difficile non esserlo. L’inchiesta di Perugia, grazie alle intercettazioni effettuate con un trojan installato sul cellulare di Palamara, certifica che il nostro potere giudiziario è preda di degenerazioni oscure, alla mercé di interessi correntizi e deviati che rischiano di minarne l’autorevolezza alle radici. “Il Csm sta vivendo il momento più drammatico della sua storia. Come ai tempi della P2“, ha sintetizzato il consigliere ed ex pm Giuseppe Cascini.

Molti scommettono che dalla vicenda la magistratura non potrà che uscirne ancora più divisa, più fragile. Dunque indebolita, e attaccabile da altri poteri che oggi guardano con soddisfazione al suicidio collettivo delle toghe. Spettatore interessato, ovviamente, il potere esecutivo. Con tutti quei pezzi della politica intenzionati da anni a mettere le mani sulla giustizia e che sperano di sfruttare l’occasione. In primis, rivoluzionando il Csm, l’organo di autogoverno, e i metodi di elezione dei suoi membri.

Le falle di sistema evidenziate dalle informative della Guardia di Finanza sono diverse. Gli incontri a notte fonda di Palamara con alcuni giudici del Csm (uno, Luigi Spina, s’è dimesso, altri quattro si sono autosospesi) e le trame con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, leader storico della corrente di Magistratura indipendente, hanno acceso un faro sui vertici di un’amministrazione che appaiono autoreferenziali, proni alla politica, inquinati da pulsioni esterne.

Inoltre ci sono gli audio in cui Palamara e i suoi amici discutono di “vendette” da attuare contro pm scomodi (il procuratore aggiunto Paolo Ielo, reo di aver girato a Perugia le carte sulla presunta corruzione del collega) e in cui discutono di manovre per piazzare uomini graditi a capo di procure chiave. Audio che mostrano una giustizia piegata a indicibili ambizioni corporative e personali. Che hanno, in questo caso, un obiettivo prioritario: conquistare la poltrona di Procuratore capo a Roma, lasciata libera dall’uscente Giuseppe Pignatone, con un giudice considerato – almeno così pensa il gruppo dei sodali – a loro più affine. Come Marcello Viola, procuratore generale a Firenze, a cui la V Commissione del Csm ha dato qualche giorno fa quattro preferenze, rispetto all’unica presa dagli altri due rivali, il numero uno della procura di Palermo Francesco Lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo.

Ma non è tutto. L’istruttoria degli inquirenti perugini ha rimarcato un altro male endemico della nostra magistratura: il cancro della cosiddetta “criminalità giudiziaria”, un fenomeno che – cronache alla mano – sembra ancor più diffuso rispetto al passato. Palamara, ex presidente dell’Anm, è stato infatti accusato di corruzione per aver svenduto la sua funzione in cambio di denaro, viaggi e regali da parte di avvocati e lobbisti come Piero Amara e Fabrizio Centofanti. Le ipotesi di reato sono tutte da provare, ma lo tsunami che ha colpito l’uomo forte di Unicost – altra corrente molto potente in tema di nomine e promozioni – è solo l’ultimo di una serie di scandali che hanno investito la magistratura italiana.

Sfogliando documenti giudiziari, i numeri dei procedimenti disciplinari e gli archivi dei giornali, sono centinaia i giudici, i cancellieri, gli agenti della polizia e i funzionari finiti impigliati, di recente, nelle inchieste penali dei loro colleghi. Non solo pm ordinari, ma anche magistrati amministrativi del Tar e del Consiglio di Stato, giudici della Corte dei Conti e della Fallimentare, sono stati arrestati o imputati per i reati più disparati. “Il problema è che il processo, il luogo deputato alla ricerca della verità e della lotta ai delitti, si è spesso trasformato in un nuovo ambiente criminogeno. Nelle aule di giustizia si può corrompere, si falsifica, si delinque, sempre per un tornaconto personale“, spiegò qualche tempo fa a chi scrive Nello Rossi, ex procuratore aggiunto a Roma poi diventato avvocato generale alla Cassazione.

LA “PIGRIZIA MORALE” 

Nel 1935 il giurista Pietro Calamandrei nel suoElogio dei giudici scritto da un avvocato” sosteneva che il vero pericolo dei magistrati più che la corruzione per denaro (“in cinquant’anni ne ho visti tanti che si contano sulle dita di una sola mano”, sosteneva) era “un lento esaurimento interno delle coscienze” e “una crescente pigrizia morale”. Ma oggi la situazione sembra precipitata. Da Aosta a Caltanissetta, c’è chi si fa pagare migliaia di euro per rallentare il deposito degli atti, in modo da favorire la prescrizione degli imputati. O chi lucra sui fallimenti delle imprese, favorendo gli “amici degli amici” e lasciando affondare gli imprenditori che non si adeguano al tariffario imposto dalla toga corrotta di turno.

“Si tratta di un segmento particolare della criminalità dei colletti bianchi, realtà tanto più odiosa perché magistrati, cancellieri e funzionari mercificano il potere che gli dà la legge“, ragionava Rossi prima di lasciare la procura di Roma. Non poteva immaginare che, dopo nemmeno un lustro, si sarebbe arrivati allo showdown di questi ultimi mesi.

 AL MERCATO DELLE SENTENZE

La presunta corruzione di Palamara, per esempio, è connessa ad altre inchieste, che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese. Come quella, portate avanti dalle procure di Roma e di Messina, su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di Stato.

Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del Belpaese: qui vengono risolte, con deliberazioni non appellabili, tutte le controversie che i privati (singoli o aziende) hanno con la pubblica amministrazione. È sempre qui che vengono decise in ultima istanza nomine pubbliche importanti. È qui che sono assegnati gli appalti miliardari erogati dallo Stato. Come accaduto nel caso Consip. O come avvenuto per decine di sentenze pilotate (dall’avvocato Piero Amara e dal suo socio Giuseppe Calafiore) nel Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, che è il campo da gioco preferito dal gruppo di faccendieri implicati nell’affaire Palamara.

Tra qualche giorno comincerà il processo per i giudici Nicola Russo, Raffaele Maria De Lipsis e l’ex magistrato della Corte dei Conti Luigi Caruso, che secondo l’accusa si sarebbero messi al servizio della compagine di Amara in cambio di cospicue mazzette. Soldi dati o promessi non solo per aggiustare ordinanze (tra queste quella su un contenzioso milionario tra il Comune di Siracusa e la società Open Land), ma persino per modificare risultati elettorali. Già: De Lipsis, ex presidente del Cga, sarebbe infatti intervenuto in favore del deputato siciliano Giuseppe Gennuso, che non era riuscito a farsi eleggere all’assemblea regionale. Il tribunale amministrativo però annullò il risultato del voto, costringendo gli elettori della città siciliana a tornare alle urne. Gennuso venne finalmente eletto, e De Lipsis incassò (secondo i pm di Roma e di Messina) una bustarella da 30 mila euro.

In un altro filone dell’indagine è indagato pure Riccardo Virgilio, che fu potente e rispettato presidente di sezione del Consiglio di Stato, oggi accusato di essere in affari con il gruppo dei faccendieri siciliani. Anche Sergio Santoro, che è il numero due di Palazzo Spada, è stato accusato di corruzione in atti giudiziari, ma i pm di Roma qualche giorno fa ne hanno richiesto l’archiviazione.

GIOCHI SPORCHI IN SICILIA 

Anche il grande accusatore di Palamara, il pm Giuseppe Longo, è a sua volta finito nei guai, pochi mesi fa. Amico personale dell’avvocato Amara, è lui ad aver raccontato ai magistrati di Messina di aver saputo  (da Calafiore)  che il capo di Unicost avrebbe intascato dai due avvocati una tangente da 40 mila euro. In cambio, Palamara avrebbe tentato di convincere i colleghi del Csm, di cui lui era membro, a nominare Longo a capo della procura di Gela. Un ufficio cruciale, sostengono gli inquirenti di Perugia, per gli affari di Amara: il legale era infatti importante consulente dell’Eni per questioni ambientali e il colosso energetico controlla proprio a Gela una raffineria spesso finita nel mirino della procura locale.

Non sappiamo se Longo abbia detto la verità in merito alla corruzione di Palamara (prove definitive della bustarella non ce ne sono, il magistrato nega ogni addebito, e Calafiore ribadisce di non aver mai girato un euro), ma è certo che Longo stesso ha da poco patteggiato 5 anni di reclusione per una serie di atti corruttivi. Il magistrato di Siracusa, ora interdetto dai pubblici uffici, era infatti a libro paga di danarosi clienti privati gestiti dallo studio Amara, che pagava mazzette e regali in conto terzi per ottenere da Longo sentenze favorevoli. Questa vicenda spiega bene come un pm infedele può usare il suo potere e piegare la giustizia a interessi opachi: Longo – secondo le accuse – era infatti specializzato anche nel costruire fascicoli “a specchio”, che si “autoassegnava” – come scrive il gip nella richiesta d’arresto – “al solo scopo di monitorare (o, meglio spiare, ndr) ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi”; esperto nel fabbricare fascicoli “minaccia”, utili cioè ad iscrivere persone “ostili agli interessi di alcuni clienti di Calafiore“; e lavorare a fascicoli “fantasma”, come quello basato su un esposto anonimo (in realtà scritto da Amara) che denunciava un presunto complotto che sarebbe stato ordito dall’economista Luigi Zingales, ex consigliere dell’Eni, ai danni dei vertici dell’Eni stessa. Una cospirazione del tutto inesistente e calunniosa: l’apertura di un fascicolo d’indagine serviva però, nelle intenzioni di Amara e dei suoi sodali, a mettere i bastoni tra le ruote alla procura di Milano e al pm Fabio De Pasquale, che da anni indaga sulle presunte tangenti milionarie del Cane a Sei Zampe in Africa.

Seguendo sempre lo stesso filo, prima di arrivare sulla scrivania di Longo l’esposto fasullo fu spedito da Amara alla procura di Trani. Se ne occuparono l’allora capo Carlo Maria Capristo e, soprattutto, il magistrato Antonio Savasta, che poi inviò il dossier fasullo a Siracusa. Savasta è un altro magistrato infedele, arrestato all’inizio di quest’anno per altre vicende corruttive. Lui e il collega Michele Nardi sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari.

Reo confesso, Savasta ha ammesso di essersi intascato centinaia di migliaia di euro per risolvere i problemi giudiziari dell’imprenditore Flavio D’Introno. Che, in un interrogatorio recente prima ha inguaiato un terzo pm (Luigi Scimè, che avrebbe ottenuto una tangente da 15 mila euro per rinviare a giudizio per calunnia alcuni nemici di D’Introno) poi avrebbe confermato le accuse, affermando di aver versato a Savasta e Nardi la bellezza di 1,5 milioni di euro, oltre a Rolex, diamanti e viaggi.

Come quella su Palamara, anche l’inchiesta sul “Sistema Trani ha sfiorato il senatore renziano Luca Lotti: negli atti d’indagine si ricostruisce infatti un incontro avvenuto a maggio del 2018 a Palazzo Chigi tra l’allora sottosegretario del Pd, l’imprenditore Luigi Dagostino – ex socio di Tiziano Renzi, allora interessato ad aprire un mall in Puglia – e lo stesso Savasta. Quest’ultimo, che aveva ricevuto un’informativa dai colleghi di Firenze su un giro di fatture false proprio delle aziende di Dagostino, non avrebbe effettuato i dovuti approfondimenti. Dagostino, al contrario, ha raccontato che organizzò lui un incontro tra Savasta e Lotti (che, come nel caso Palamara, risulta estraneo all’inchiesta penale) per parlargli di un progetto per un disegno di legge sui rifiuti a Roma.

IL GRAN BAZAR E LE SUE MERCI 

Nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili. Il loro prezzo è variabile: ci sono oggetti di poco conto (a Napoli, qualche anno fa, cancellieri e avvocati complici riuscivano a creare ritardi nella trasmissione di atti intascando dai 1.500 ai 15 mila euro a botta); altri, invece, dal valore inestimabile. Uno stop a un passaggio procedurale, una notitia criminis segreta che può modificare l’intero iter di un processo. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, evidenziò all’Espresso come l’aumento dei crimini nei palazzi della legge può essere spiegato innanzitutto “dall’enorme numero di processi che si fanno in Italia: una giustizia dei grandi numeri comporta, inevitabilmente, meno trasparenza, più opacità e maggiore difficoltà di controllo“. Tutto, in Italia, rischia di avere uno strascico giudiziario: un concorso universitario o un posto pubblico, una concessione edilizia, un appalto piccolo o miliardario: la stragrande maggioranza del personale che lavora nei Palazzi di Giustizia fa il proprio dovere, davanti a difficoltà strutturali gigantesche, ma una fetta minoritaria sfrutta la situazione emergenziale per il proprio beneficio personale.

Gli esempi non si contano più. Un anno fa un giudice è stato arrestato perché riusciva a farsi assegnare cause civili di alcuni amici, che – per ottenere sentenze favorevoli – gli giravano centinaia di migliaia di euro e regali sotto forma di finanziamenti a una società sportiva. Tre settimane fa a Salerno la Finanza ha fermato 14 persone: corrompevano i giudici della tributaria (nelle intercettazioni la tangente era chiamata “mozzarella“) perché chiudessero i contenziosi con imprenditori accusati di evasione fiscale. Le “mozzarelle” andavano da un minimo di 5 mila a un massimo di 30 mila, a secondo del contenzioso, e le tangenti erano quotidiane. “È un’indagine che consente di toccare con mano il danno enorme non solo per le casse dello Stato, ma anche per tutti i contribuenti, perché le imposte servono a finanziare i servizi dei cittadini”, commenta Luca Masini, procuratore vicario.

Anche il pm Stefano Fava, ora indagato nello scandalo Palamara per favoreggiamento e divulgazione di notizie coperte dal segreto istruttorio (insieme al consigliere del Csm Luigi Spina avrebbero avvertito l’amico dell’inchiesta per corruzione che lo vedeva coinvolto a Perugia) due anni fa arrestò un collega sardo che favoriva nel processo due imprenditori in cambio di “utilità”. Poca roba, in questo caso: piatti e stoviglie per un ristorante, l’uso gratuito di un appartamento, un’auto a prezzi stracciati.

 

Ma, come insegna il nuovo deflagrante caso che ha investito il Csm, la funzione di un giudice può essere compromessa in maniera irreversibile anche se la toga non si scambia denaro e mazzette, ma commercia solo potere. Personale e di corrente.

Il potere a cui sembrano ambire alcuni magistrati – al netto della rilevanza penale del filone ancora da dimostrare – è quello di promuovere amici, di nominare a capo delle procure i più fedeli, di castigare chi non si piega alla camarilla. A qualcuno oggi le intercettazioni della procura di Perugia evocano il clima eversivo della P2, altri ricordano le inchiesta sulla loggia P3 e sulla P4: nella prima il giudice Pasquale Lombardi, scomparso un anno fa, fu accusato di far parte di un’associazione segreta che violava la legge Anselmi sulle società segrete insieme al faccendiere Flavio Carboni; nella seconda Alfonso Papa fu accusato con Luigi Bisignani di un presunto commercio di informazioni riservate, reato prescritto.

In realtà, l’ultima inchiesta dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l’indipendenza della magistratura. Tornando a Calamandrei, servirebbe – più che la riforma pelosa invocata ora dalla politica – un rinnovamento delle coscienze e una lotta senza quartiere all’apatia morale di troppi magistrati.

*editoriale tratto dal settimanale L’ ESPRESSO




Silvio Berlusconi indagato a Roma nell' inchiesta per la corruzione nelle sentenze del Consiglio di Stato

ROMA –  “Corruzione in atti giudiziari”. Questa l’ipotesi di reato per la quale la procura di Roma ha iscritto l’ex-premier Silvio Berlusconi sul registro degli indagati . La sentenza sospetta del Consiglio di Stato del 3 marzo 2016   finita sotto la lente dei pm è quella del 2015 che ha restituito al leader di Forza Italia le azioni di Mediolanum, che Bankitalia ed Ivass , oltre il 9,9%, ovvero il 20%,  che valevano circa un miliardo di euro,  in virtù della condanna del 2013, sia il Tar avevano imposto a Fininvest  di cedere.

Insieme a Berlusconi è stato  iscritto nel registro degli indagati anche Roberto Giovagnoli che fu il  relatore di quel “verdetto” . L’indagine venne condotta dalla Guardia di Finanza, coordinata dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e dai pm Stefano Rocco Fava .  Fra gli indicati compare anche  l’avvocato romano Francesco Marascio e Renato Mazzocchi ex funzionario di Palazzo Chigi a casa del quale un paio di anni fa, nel corso di una perquisizione, furono trovati  237mila euro in contanti più le copie di alcune sentenze del Consiglio di Stato, compresa la “bozza” del verdetto su Mediolanum la n. 00882/2016, sulla quale era appuntato “gli avvocati di B. (Berlusconi, ndr) hanno incontrato» soggetti «al Consiglio di Stato». Stando alle indagini, infatti, il «manoscritto» sarebbe precedente alla decisione dei giudici di Palazzo Spada e presenterebbe diverse connessioni con il testo della sentenza stessa. Un aspetto che sta portando gli inquirenti a ritenere che quel provvedimento sia stato «manipolato».

Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato

Marascio è accusato come si legge nel capo di imputazione, perchè  “quale intermediario, prometteva denaro a giudici del Consiglio di Stato che deliberavano la sentenza numero 6516/2015 depositata il 3 marzo 2016, avente a oggetto il ricorso proposto da Silvio Berlusconi nei confronti di Banca d’Italia e altri per la riforma della sentenza del Tar concernente la sospensione del diritto di voto e degli altri diritti di influire su Mediolanum Spa nonché l’alienazione delle partecipazioni disposta da Banca d’Italia con provvedimento del 7 ottobre 2014”.

L’ipotesi dell’indagine della Procura di Roma è che alcuni giudici abbiano accettato la promessa di denaro per annullare la decisione del Tar che aveva imposto a Berlusconi di cedere le quote della banca, Obbligo che il Consiglio di Stato fece venire meno nel marzo di 3 anni fa accogliendo il ricorso del Cavaliere contro i giudici amministrativi di primo grado. “Si tratta di una vicenda dalla quale il Presidente Silvio Berlusconi era stato già archiviato, e siamo certi che accadrà di nuovo,  Io e l’avvocato Coppi siamo tranquillissimi su questo. Non c’è alcuna possibilità di reperire elementi idonei per sostenere un accusa in giudizio. Ci auguriamo solo che l’archiviazione avvenga in tempi brevi e siamo fiduciosi visto che le indagini sono affidate a un ottimo magistrato come il dott. Ielo”” ha affermato l’avvocato-parlamentare  Niccolò Ghedini difensore del leader di Forza Italia .

Della vicenda Mediolanum-Bankitalia aveva riferito ai magistrati romani  riferendo fatti “de relato” cioè  di cui non vi era conoscenza diretta, l’avvocato Piero Amara, ex legale di Eni, riferendo di presunti accordi relativi alla sentenza Mediolanum . La maxi-inchiesta nella quale è stato indagato l’ex presidente del Consiglio nelle scorse settimane ha portato ad una serie di arresti che avevano coinvolti  anche magistrati. Ai domiciliari erano finti il giudice Nicola Russo, già coinvolto in altre vicende giudiziarie, l’ex presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia Raffaele Maria De Lipsis, l’ex giudice della Corte dei Conti Luigi Pietro Maria Caruso. Destinatario dell’ordinanza anche il deputato dell’assemblea regionale siciliana Giuseppe Gennuso. In totale sono cinque gli episodi contestati dai magistrati di piazzale Clodio. In base agli accertamenti le mazzette messe a disposizioni dei presunti giudici corrotti erano di 150mila euro.

Il fascicolo conta 31 indagati. Risultano, tra gli altri, il presidente di sezione del Consiglio di Stato Sergio Santoro, l’ ex ministro Francesco Saverio Romano del governo Berlusconi III, Raffaele Lombardo, ex governatore della Regione Sicilia, e Filippo Paradiso, funzionario del ministero dell’Interno, attuale collaboratore della segreteria di Matteo Salvini. La posizione di Santoro risulta tra le più delicate, trattandosi di un giudice attualmente in servizio. A settembre scorso era stata data per certa la sua nomina a presidente del Consiglio di Stato, incarico finito in extremis al giudice Filippo Patroni Griffi.

Santoro attualmente è presidente di sezione del Consiglio di Stato, inoltre ha ricoperto l’incarico di presidente dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici ed è stato anche presidente dell’Associazione nazionale magistrati della giustizia amministrativa.