Per la procura di Bari in corsa anche Capristo ? "Voglio restare a Taranto, non vado alla ricerca di poltrone" smentisce il procuratore capo

ROMA – Fra i probabili concorrenti per la successione a Giuseppe Volpe, il capo della Procura di Bari che andrà in pensione ad agosto del prossimo anno negli ambienti giudiziari baresi circola anche il nome di Carlo Maria Capristo, l’attuale procuratore di Taranto, a conferma di quanto avevamo pubblicato nei giorni scorsi. Ipotesi sostenuta dalla circostanza che Capristo  avrebbe legittimamente le carte in regola non solo professionalmente, ma anche “tecnicamente” per partecipare all’assegnazione della procura, in quanto a marzo 2020 finiscono i suoi primi quattro anni al vertice della procura tarantina e quindi il magistrato barese  avrebbe il diritto di poter chiedere il trasferimento in una procura più grande e sicuramente più prestigiosa.
Da noi contattato il Procuratore di Taranto ha smentito queste voci. “Non sono alla ricerca di poltrone” ha dichiarato Capristo al CORRIERE DEL GIORNOe voglio mantenere fermi i miei impegni per Taranto che enunciai al mio insediamento, salute permettendo. Non lascio mai gli impegni che assumo a metà
Nonostante qualche articolo “pilotato” dai soliti amici degli amici... alla data odierna non risulta avviato alcun procedimento nei suoi confronti dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, nei confronti di Capristo, così come non è arrivata alcuna richiesta di rinvio a giudizio per il presunto depistaggio di alcune indagini sulle tangenti Eni, per la quale era stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Siracusa, a seguito di alcune lettere anonime. quale atto dovuto.
Capristo è stato ascoltato dal procuratore capo di Siracusa Maurizio De Lucia e dal pm Antonio Carchietti, ai quali ha chiarito persino documentalmente l’assoluta legalità dei suoi atti e comportamenti, che confermavano le indagini fatte a suo tempo dai magistrati di Trani, e la sua lettera di trasmissione alla Procura di Messina dopo la relazione redatta dai magistrati inquirenti.
E’ semplicemente ridicolo quanto scritto dal quotidiano La Repubblica, dalla redazione di Bari,  che partendo dal presupposto che Capristo era il procuratore di Trani, ritiene  “inevitabile” la possibilità che sia stato al corrente degli illeciti accaduti in quegli uffici giudiziari. In realtà al contrario di quanto scrive il giornale romano, che dimostra di essere poco e male informato,  la posizione di Capristo è stata valutata dai magistrati della procura di Lecce salentini, che non hanno trovato alcun suo atto illecito, anomalia, coinvolgimento e non gli hanno contestano alcun addebito.
Oltre al nome di Capristo  si fanno i nomi anche dei due procuratori aggiunti del capoluogo pugliese Roberto Rossi e Francesco Giannella che era l’ aggiunto alla Procura di Trani retta a suo tempo da Capristo, e quindi utilizzando il teorema farneticante di Repubblicanon poteva non sapere” ! Ma alla guida della procura di Bari potrebbero concorrere anche magistrati attualmente in servizio presso altre Procure, come Francesca Romana Pirrelli, procuratore aggiunto a Foggia, ed Elisabetta Pugliese, sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia (Dna), la quale si era già candidata per la procura di Matera, dove si vide preferire  dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura l’ex-procuratore aggiunto di Taranto, Pietro Argentino nonostante i suoi comportamenti poco trasparenti, nomina frutto di un accordo “politico” fra le correnti “deviate” del Csm ed in particolare quella di area che voleva portare sulla poltrona di Argentino (riuscendoci) come procuratore aggiunto a Taranto, l’ex segretario nazionale dell’ ANM, Maurizio Carbone che nonostante la sua intensa attività politico-sindacale, da oltre 20 anni faceva il sostituto procuratore della repubblica di Taranto. 
Secondo l’ edizione barese del quotidiano La Repubblica, la Pirrelli e la Pugliesesarebbero legittimate a partecipare al bando ma non è detto che vogliano farlo, così come Gaetano Paci, procuratore aggiunto a Reggio Calabria; Francesco Prete, attualmente capo della Procura di Velletri; Luca Masini, reggente a Salerno; Giovanni Russo, procuratore aggiunto della Dna. E proprio alla Dna sembra destinato il pm Giuseppe Gatti, mentre il collega Renato Nitti potrebbe diventare procuratore aggiunto al posto di Giorgio Lino Bruno , che a novembre prossimo lascerà il posto di coordinatore del pool reati contro la pubblica amministrazione: quello che a breve dovrebbe chiudere le indagini sul governatore pugliese Michele Emiliano.
Legittimo chiedersi a questo punto, chi fornisce queste informazioni al quotidiano romano, che più volte è stato “beccato” per aver agito illegalmente nelle procure, ed utilizzato informazioni tele-pilotate dai soliti “amici degli amici” nelle procure ? E sopratutto come si fanno a pubblicare certe notizie ancora prima che vengano messe a concorso dal Csm !
Prima o poi qualcuno lo scoprirà. Palamara, Ferri , Palamara & company docet….



Mafia. 32 arresti nei clan Diomede e Capriati per traffico di droga a Bari

BARI – Un operazione della Compagnia di Modugno dei Carabinieri , supportata dai reparti speciali “Cacciatori di Puglia”, dal Nucleo Cinofili di Modugno ed un elicottero del 6° Elinucleo CC di Bari,  coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia ha mandato in carcere 26 persone 6 ai domiciliari, tutti appartenenti ai clan baresi Capriati e Diomede, dopo aver messo in salvo cinque ragazzini minorenni che venivano utilizzati come spacciatori. I clan non avevano alcuno scrupolo a far spacciare droga neanche sui gradini di una scuola elementare di Modugno.

Al vertice dell’associazione a delinquere Lorenzo Siciliani, arrestato nel giugno dello scorso anno nell'”operazione Pandora“, affiancato da Valentino Martino, Domenico Moretti e Giuseppe Pastore, come hanno spiegato il procuratore capo della repubblica di Bari Giuseppe Volpe ed il procuratore aggiunto Francesco Giannella

L’inchiesta è nata a seguito di una sparatoria avvenuta lo scorso 4 dicembre 2014, in cui vennero esplosi molteplici colpi di arma da fuoco contro la casa di un pregiudicato barese che si trovava agli arresti domiciliari. Grazie alle dichiarazioni della vittima designata, gli investigatori hanno trovato i primi riscontri, avvalorati da un’attività investigativa tradizionale, effettuata mediante pedinamenti,  supportate da evolute intercettazioni telefoniche e ambientali, mediante anche diverse telecamere piazzate a Modugno.

Le indagini sono partite nel 2016 ed hanno già consentito l’arresto in flagranza di reato di 12 persone, con il sequestro complessivo di g.700 di hashish, 1 kg. di marijuana, 100 grammi di cocaina, 2 pistole, 2 mitragliette e 79 cartucce di diverso calibro.

La cittadina confinante alla zona industriale di  Bari era diventata il baricentro di un sodalizio che contemporaneamente faceva riferimento ai gruppi criminali baresi Capriati e Diomede dai quali gli arrestati, acquistavano cocaina, hashish e marijuana, da rivendere con una media di cinquanta dosi al giorno.

Un ruolo di primo piano era ricoperto nell’organizzazione  da quattro donne:  Grazia Bellomo (moglie di Massimo Ricupero), Angela De Meo (moglie di Fabio Ferrarese),  Beatrice Fanelli (sposata con Valentino Martino),  Katia Franco (moglie di Massimo Cirillo) che si occupavano non solo di spacciare la droga ma anche di custodirla e tenere i contatti con i detenuti, come ha raccontato il pm Renato Nitti, titolare del fascicolo d’ indagini. Gli arresti sono stati disposti dal Gip dr. Francesco Mattiace del Tribunale di Bari, mentre nove ragazzini di età compresa tra i due e gli undici anni sono stati tolti ai genitori, in quanto  arrestati sia il padre che la madre, ed affidati ad altri familiari, in alcuni nonni o zii.

Lo spaccio di stupefacenti era diventato un lavoro a tempo pieno per le quattro famiglie, per il quale entrambi i coniugi si dedicavano nonostante la presenza di bambini, in alcuni casi molto piccoli. Per questo motivo è stata applicata rigorosamente la norma che prevede l’affidamento ad altre persone e quindi i ragazzini sono finiti tutti a casa di parenti. Dei cinque minori coinvolti nell’attività di spaccio, invece, quattro sono diventati nel frattempo maggiorenni e quindi sono stati destinatari delle misure cautelari mentre la posizione di un minorenne e’ attualmente al vaglio della procura dei minori.




Riciclaggio. La DIA di Bari sequestra beni mobili ed immobili per oltre 31 milioni di euro al patron del Bitonto Calcio

ROMA – La Direzione Investigativa Antimafia, attraverso il Centro Operativo di Bari – in collaborazione con le   omologhe strutture di Milano, Roma e Torino, ha dato esecuzione nei giorni scorsi al Decreto di Sequestro Preventivo, emesso dal Giudice per le Indagini Preliminare di Bari dr.ssa Antonella Cafagna , su richiesta del procuratore aggiunto Francesco Giannella e della pm Isabella Ginefra della Procura della Repubblica- Direzione Distrettuale Antimafia di Bari.

Francesco Giordano

Il provvedimento ha colpito beni mobili ed immobili, fino alla concorrenza della somma di euro 31.272.961,59 valore equivalente al profitto illecito realizzato attraverso una articolata serie di reati fiscali  per oltre 26,5 milioni di euro  e alla derivante somma oggetto di complesse procedure di riciclaggio e autoriciclaggio  per oltre 4,6 milioni di euro , riconducibili alle illecite disponibilità accumulate e occultate nel tempo da  Francesco Giordano , un imprenditore…con la terza media nato come tagliatore di carni, originario di Bitonto (BA), e patron della locale squadra di calcio, operante nel settore della somministrazione di manodopera alle più importante aziende italiane (estranee all’indagine) per la lavorazione delle carni.

Gli accertamenti effettuati dalla DIA di Bari, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno condotto alla minuziosa ricostruzione della complessa dinamica finanziaria criminale che ha consentito al Giordano di procurarsi illecitamente ingenti proventi, quantificati, con l’ausilio di dettagliata consulenza tecnica, in oltre € 26.000.000,00, attraverso la commissione di numerose frodi fiscali fra il 2014 e il al 2017 attraverso il Consorzio Sg Cons Spa .

Francesco Giordano era di fatto il dominus di un multiforme intreccio societario operante nell’hinterland milanese, ma organizzato e diretto dalla provincia di Bari, costituito da una società consortile per azioni, da società di capitali socie del Consorzio Sg Cons Spa e da società di capitali “esterne”, tutte rappresentate legalmente e partecipate da soggetti prestanome.

Francesco Giordano e numerosi suoi sodali, tra cui stretti congiunti e numerosi professionisti, realizzavano sontuosi profitti illeciti, da un lato omettendo sistematicamente il versamento dell’IVA e degli oneri previdenziali e assistenziali a debito delle società di cui sopra, e, dall’altro, procedendo a indebite compensazioni fiscali, il tutto attraverso un ingegnoso sistema di false dichiarazioni; successivamente gli illeciti proventi – attraverso cui venivano anche distorte le regole del mercato del lavoro – erano “drenati” attraverso fittizi rapporti commerciali e finanziari con aziende di comodo (le cosiddette “cartiere“) , create al solo fine di riciclaggio, situate nel barese e riconducibili al pluripregiudicato, anch’esso bitontino, Emanuele Sicolo, già condannato per associazione di tipo mafioso (416 bis)  e ritenuto nell’orbita del noto “clan Parisi” di Bari. Il meccanismo fraudolento si perfezionava, infine, con la monetizzazione della somma illecita così creata mediante numerosissimi prelevamenti di denaro contante effettuati di notte con carte elettroniche (carte paypal, bancomat, etc..) tutte intestate a soggetti compiacenti.

L’attenzione investigativa della DIA deriva da un provvedimento di sequestro di beni per oltre 800.000 euro, adottato nel 2017 in base alla normativa antimafia dal Tribunale di Bari – Sezione per le Misure di Prevenzione – proprio su proposta del Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, nei confronti del SicoloNel corso di alcuni approfondimenti investigativi emergevano stretti rapporti tra Emanuele Sicolo e Francesco Giordano, la cui accurata analisi delineava progressivamente i sistemi illeciti realizzati, e che si concludevano con il sequestro in più episodi, di ingenti importi in denaro contante per complessivi Euro 4.466.000.

A conclusione di una prolungata attività di perquisizione avviata a novembre 2017 e durata più giorni,  sono stati scoperti € 3.256.000,00 in contanti accuratamente occultati in un’intercapedine di cartongesso, all’interno di una imponente cantina privata di vini costosissimi e nei vani di una lussuosa abitazione a più piani ubicata in località Santo Spirito a Bari. L’immobile è risultato di proprietà di una società immobiliare, ma  in realtà nella disponibilità esclusiva di familiari del Giordano. Le difficoltose atipiche attività di ricerca sono state effettuate persino attraverso l’utilizzo di Georadar, termocamere e camere endoscopiche, cani molecolari  anti-valuta in forza ai reparti della Guardia di Finanza, nonché avvalendosi di personale tecnico dei Vigili del Fuoco per le operazioni  di abbattimento in sicurezza di alcune strutture. L’immobile, sottoposto a sequestro, era adibito a funzione di caveau: il denaro murato, non a caso infatti era suddiviso in pacchi sottovuoto.

Ma le indagini non si sono fermate. Infatti in data 05.12.2017, nel prosieguo dell’attività di polizia giudiziaria, sono stati reperiti ulteriori € 830.000,00 riposti in alcuni borsoni e custoditi presso altre abitazioni dalla figlia del Giordano in provincia di Bari. Lo stesso giorno veniva scoperta e sequestratala somma di Euro 20.000,00 confezionata con le stesse modalità di quelle rinvenute nell’appartamento della famiglia del Giordano e nell’auto di quest’ultimo, nella disponibilità di Antonio Paolo Zefferino, pregiudicato appartenente al clan PARISI.

Gli investigatori della DIA con grande tenacia hanno proseguito i loro controlli ed in data 20.03.2018, hanno “intercettato” e sequestrato una ulteriore somma di denaro contante di oltre Euro 320.000,00 a bordo di un autovettura munita di vano occulto, appositamente preparata ed utilizzata per il trasferimento di denaro, sulla quale viaggiavano insieme il pregiudicato Emanuele Sicolo che da qualche giorno aveva concluso  un lungo periodo di detenzione domiciliare per reati di associazione di stampo mafioso , il Giordano e il bitontino Francesco Putignano, legale rappresentante di più società coinvolte nei reati fiscali accertati.

In occasione del considerevole riscontro investigativo, il personale della DIA ha sottoposto i tre soggetti a fermo di indiziato di delitto, convalidato dal Gip Cafagna con contestuale irrogazione – su richiesta dei pm Giannella e Ginefra– della misura della custodia cautelare in carcere, tuttora in atto;

Larisa Andreea Hangiu

Alle indagini ed attività investigative della DIA di Bari, nel prosieguo si è affiancata l’attività svolta dalla DIA di Milano che  in data 23.03.2018, all’interno di una camera blindata di una lussuosa villa in Nerviano (MI), di recentissima costruzione, anch’essa oggetto di sequestro, intestata alla rumena Larisa Andreea Hangiu, “prestanome” di Francesco Giordano, del quale è l’attuale compagna, sono stati rinvenuti Euro  60.000,00 ed oggetti preziosi.

Venivano altresì sottoposti a sequestro preventivo la somma di Euro 753.318,27, rinvenuta sui conti correnti bancari intestati ad alcune fra le società riconducibili al Giordano, quale profitto dei reati tributari  commessi dalle sue società, inoltre, per equivalente, tutti i beni mobili e immobili, rapporti finanziari di qualunque genere (conti correnti, polizze fideiussorie, cassette di sicurezza, polizze vita, titoli azionari o obbligazioni, etc.), nonché beni mobili suscettibili di valutazione economica (inclusi beni strumentali, arredi, apparati tecnologici etc. nella diretta disponibilità degli indagati medesimi e/o all’interno degli immobili adibiti ad abitazione e/o altri luoghi di cui sia accertata la disponibilità) nella disponibilità diretta e/o indiretta del Giordano, ma anche di numerosi professionisti, degli amministratori di fatto e di diritto (tra cui stretti congiunti) delle società che hanno commesso reati tributari, fino alla concorrenza della somma di euro 26.645.502,00, pari al profitto dei suddetti reati tributari.

Gli accertamenti condotti dal personale della DIA hanno consentito di fornire all’Autorità Giudiziaria un ampio e puntuale quadro probatorio in ordine tanto alle responsabilità dei soggetti coinvolti, a vario titolo, nell’associazione per delinquere, quanto alla individuazione dei patrimoni e delle disponibilità degli indagati. Nel dettaglio, il provvedimento in argomento ha riguardato: 23 società con sede in Milano; 4 società con sede in provincia di Bari; 1 società con sede in Roma; 1 società con sede in Taranto; 5 immobili ubicati in provincia di Biella; 1 immobile ubicato in provincia di Vercelli; 2 immobili ubicati in provincia di Milano, 3 complessi immobiliari ubicati in provincia di Bari; 1 immobile ubicato in provincia di Teramo; 4 attività ristorative con sede in provincia di Bari; oltre n.100 rapporti finanziari (conti correnti, assicurazioni e quote di fondi pensione).

Ciliegina” sulla torta 13 veicoli tra autovetture e motocicli di valore tra i quali Porsche Cayenne, BMW X6, Jeep Grand Cherokee, Minicooper Coutryman, Yamaha XP500 e KTM).

 

 




Indagati due giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno per “rivelazione di segreto di Stato”

ROMA – I due giornalisti Giovanni Longo e Massimiliano Scagliarini della redazione barese de “La Gazzetta del Mezzogiorno” sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Bari per rivelazione di “segreto di Stato” in relazione alla pubblicazione degli articoli sul commissariamento per mafia del Comune di Valenzano.

Il Consiglio dei ministri  alla fine dello scorso settembre aveva deliberato lo scioglimento del consiglio comunale di Valenzano per infiltrazioni e condizionamenti mafiosi,  e sulla base della relazione della commissione di accesso nominata dalla Prefettura di Bari ed autorizzata dal Ministero dell’Interno,  ha deliberato lo scioglimento del consiglio comunale di Valenzano per infiltrazioni e condizionamenti mafiosi.  Soddisfatta la presidente della commissione parlamentare antimafia Rosi Bindi  che ha commentato “seguiremo la fase del commissariamento del Comune“.

la Prefettura di Bari

Gli 007 della Prefettura hanno lavorato al Comune di Valenzano per sei mesi, dal 17 novembre 2016 al 16 maggio 2017, analizzando gli atti e ascoltando i dipendenti, ed a seguito della propria ispezione , a luglio hanno inviato  la relazione conclusiva al ministro dell’Interno Marco Minniti. Incredibilmente la  giunta del Comune di Valenzano (guidata da una coalizione di centro-destra) lo scorso 7 agosto ancora prima di conoscere gli esiti dell’ispezione prefettizia, ha nominato un avvocato incaricato di “tutelare l’immagine dell’amministrazione comunale“.

Secondo l’avviso di garanzia notificato dalla Direzione distrettuale antimafia firmato dal procuratore aggiunto Francesco Giannella (a lato nella foto), i due giornalisti baresi “ottenevano (e pubblicavano in più occasioni sul quotidiano ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’) il contenuto degli atti allegati e posti a fondamento del decreto del Ministro dell’Interno con cui veniva disposto lo scioglimento del Consiglio comunale di Valenzano, atti classificati come ‘riservati’, dei quali, dunque, era vietata la divulgazione“. Negli articoli pubblicati i giornalisti hanno riportato il contenuto dei documenti relativi a presunti intrecci fra politici, amministratori e pregiudicati locali.

I due giornalisti baresi Longo e Scagliarini  assistiti dall’avvocato Gaetano Castellaneta del Foro di Bari , sono stati interrogati presso la sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri negli uffici giudiziari in via Nazariantz a Bari, ma si sono avvalsi della “facoltà di non rispondere“.

In difesa dei due giornalisti baresi  sono intervenuti come sempre in “accoppiata” l’ Ordine dei giornalisti di Puglia  e l’ associazione sindacale pugliese Assostampa con un comunicato in cui contestando la decisione della D.D.A. di Bari, sostengono  che “pur nel rispetto del lavoro d’indagine della magistratura , rilevano come a fondamento del lavoro giornalistico vi sia il dettato costituzionale per cui la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure“.

Peccato qualcuno dimentica o ignora che  il dettato costituzionale parlando di “stampa” (“la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure“) si riferisce all’ attività regolamentata dalla Legge sulla Stampa ( n. 47 del 1948), e non di quella giornalistica, attività che è invece regolamentata da un’altra Legge  (n. 69 del 1963) che molti dovrebbero conoscere ed applicare, ed invece purtroppo per loro,  in molti ignorano e calpestano. Anche se siedono su alcune poltrone grazie alle cordate sindacali….

la Procura della repubblica di Bari

Un principio su cui siamo parzialmente d’accordo, in quanto se la D.D.A. la Direzione distrettuale antimafia di Bari ha avviato un azione giudiziaria probabilmente quanto previsto dalla Legge non è stato rispettato. Noi siamo “garantisti”, ma rispettiamo le norme di Legge, e siamo e saremo sempre dalla parte della Legge. Così come i magistrati non sono esenti da responsabilità e quando violano la Legge finiscono in carcere, anche noi giornalisti non possiamo e non dobbiamo sentirci al di sopra della Legge e non dobbiamo pubblicare quanto è vietato dal Codice Penale. Chi lo fa se ne assume le responsabilità e ne risponde davanti alla Legge. Che è e deve essere uguale per tutti.

 




Incidente ferroviario nel barese. Uno dei pm che indagano lascia l’ inchiesta dopo le polemiche

Schermata 2016-08-05 alle 17.15.59Con un comunicato della Procura di Trani, arrivato il giorno dopo la pubblicazione di alcune foto del 2013,  che ritraevano il pubblico ministero di Trani dr.ssa Simona Merra ad una festa privata , sul terrazzo di una casa nel centro storico di Molfetta, in compagnia ed in atteggiamenti confidenziali con l’avvocato Leonardo De Cesare difensore di uno degli indagati del disastro ferroviario in Puglia dello scorso luglio . De Cesare è il  legale difensore di Vito Piccarreta, il capostazione di Andria indagato insieme con altre cinque persone nell’inchiesta sul disastro ferroviario fra Andria e Corato in cui hanno perso la vita 23 persone, è stato reso noto che  “responsabilmente e per desiderio di riportare serenità attorno alla vicenda la dottoressa Simona Merra, pur ribadendo la propria correttezza nella conduzione delle indagini continua la nota della Procura di Trani –   ha deciso di astenersi dall’ulteriore trattazione del procedimento”.  La fotografia incriminata ha indignato e scatenato le proteste dei familiari delle vittime che hanno portato il caso all’attenzione del Csm, il Consiglio superiore della magistratura.

Schermata 2016-08-06 alle 23.32.54La magistrata Simona Merra era di turno quando avvenne lo scontro, stava indagando con un pool di altri 4 magistrati sulla tragedia ferroviaria . Il procuratore Giannella fa leva su questo per tranquillizzare “quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda, che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno ad essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza», precisando che “ogni iniziativa investigativa, atto e provvedimento del procedimento è stato adottato e sarà adottato collegialmente dai magistrati contitolari dell’indagine, coordinati in prima persona dal Procuratore stesso“. Dal Csm nessuna reazione ufficiale alla decisione responsabile ed opportuna del magistrato di lasciare l’inchiesta .

nella foto il procuratore Francesco Giannella

nella foto il procuratore Francesco Giannella

Il procuratore aggiunto di Trani (facente le funzioni di capo) , Francesco Giannella  in relazione alle polemiche suscitate dalle foto  ha spiegato che “In relazione alle preoccupazioni manifestate dai parenti delle vittime del disastro ferroviario del 12 luglio scorso, in seguito alla pubblicazione di  fotografie che sembrerebbero denunciare un rapporto di ‘familiarità’ tra uno dei magistrati titolari del procedimento relativo e il difensore di uno degli indagati, intende rassicurare quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno a essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza. A tal fine, nella consapevolezza della complessità tecnica delle verifiche, ma anche della delicatezza dell’inchiesta riguardante tragedie umane immani e irrimediabili, sono state assunte nell’immediatezza regole organizzative per le quali ogni iniziativa investigativa, atto e  provvedimento  del procedimento è stato adottato e sarà adottato collegialmente dai magistrati contitolari dell’indagine, coordinati in prima persona dal procuratore stesso”Giannella rassicura, comunque “quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno ad essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza“.

   




Ecco i primi indagati all’ente ecclesiastico Don Uva di Trani, dove la Procura fa rispettare la Legge

Schermata 2016-02-22 alle 10.20.04Carabinieri e la Guardia di Finanza del Comando provinciale di Bari, hanno lavorato ininterrottamente restando in stretto contatto con il capo della Procura, Carlo Capristo, e con il suo aggiunto, Francesco Giannella che insieme coordinano le indagini sin da lunedì della scorsa settimana. Gli investigatori hanno reperito documenti, ascoltato testimonianze alcune delle quali drammatiche, ed avrebbero acquisito anche delle riprese di alcune telecamere di sorveglianza. Un fascicolo destinato ad individuare un secondo livello di complicità , cioè i “mandanti” della spedizione punitiva.

Nella palazzina degli uffici del Don Uva, il commissario governativo e il suo direttore amministrativo, sono stati tenuti letteralmente in ostaggio dai violenti che hanno messo a ferro e fuoco l’ufficio danneggiando gli arredamenti, e prendendo a schiaffoni alcuni dirigenti, e mandando  il direttore amministrativo in ospedale. L’obiettivo del violento assalto minaccioso era quello di portare a casa la rescissione contrattuale e garantire ad Ambrosia la prosecuzione del rapporto di lavoro con la Casa Divina Provvidenza. Operazione malavitosa avvenuta in diretta telefonica, garantendo che “la missione è andata a buon fine”, agli interlocutori dall’altro capo del telefono.

Ad effettuare la spedizione, sulla base i primi accertamenti, non sarebbero stati solo lavoratori della ditta che l’11 gennaio scorso si è vista recapitare dal commissario Cozzoli la rescissione di un contratto trentennale siglato nel 2000 e con scadenza nel 2030,  ma avrebbero partecipato dei personaggi della malavita foggiana, coinvolgimento che ha spinto gli inquirenti ad accendere i fati su tutti gli aspetti della vicenda a 360° in merito alla quale, la magistratura di Trani ha preannunciato delle “risposte adeguate“.

L’appalto per la mensa e per le pulizie alla Casa Divina Provvidenza è  stato “cancellato”. La marcia indietro sul contratto trentennale all’Ambrosia di Milano effettuata dal commissario, avvocato Bartolo Cozzoli, che è  sotto scorta dopo la spedizione punitiva subita al “Don Uva“, non produrranno alcun effetto: primo, perché il documento è stato sequestrato, secondo perché rappresenta un «corpo di reato». Secondo perchè altro non sarebbe che la conseguenza di una “forzatura” che per il codice penale viene definita “estorsione“.

La Procura di Trani va spedita come un treno nelle indagini sull’assalto organizzato messo in atto da una trentina di persone nella sede amministrativa dell’ente ecclesiastico “Casa Divina Provvidenza”  sommerso da mezzo miliardo di debiti,travolto dagli scandali e da oltre mezzo miliardo di debiti. Diverse persone sarebbero state già iscritte nel registro degli indagati con l’accusa di sequestro di persona, estorsione, danneggiamento, lesioni personali, reati aggravati dal fatto che la vittima è un pubblico ufficiale.

L’obiettivo di Cozzoli era e resta quello di cercare  di risanare un ente saccheggiato e depredato negli anni, tagliando e ottimizzando i costi ma soprattutto consegnarlo ai potenziali acquirenti interessati (4 le offerte presentate che saranno esaminate lunedì 29) senza contratti «impegnativi» per altri 15 anni come quello di Ambrosia.

Tuttavia, il 15 febbraio scorso – dopo una lettera della ditta che annunciava le opportune iniziative – si è verificata l’aggressione culminata con la retromarcia (ora praticamente invalida) dell’ avv.  Cozzoli. Così facendo dunque,  Ambrosia technologies cesserà di svolgere il servizio secondo quel contratto il 15 marzo prossimo. Cosa potrà accadere successivamente, non è prevedibile . I 200 lavoratori della ditta Ambrosia, secondo quanto trapela da fonti del Palazzo di giustizia tranese, non avrebbero nulla di cui temere in quanto il loro posto di lavoro verrebbe comunque riprotetto in caso di affidamento di nuova commessa. Anche se l’incursione dell’altra sera a cui avrebbe partecipato il delegato aziendale di un sindacato, allo stato attuale complica la situazione rendendo tutto più difficile.