A Roma l' ottava edizione del Salone della Giustizia

di Giovanna Rei

ROMA – L’alternanza scuola-lavoro, la domanda di autonomia amministrativa, l’economia tra globalizzazione e nuovi protezionismi, e la minaccia del terrorismo: sono alcuni dei temi che verranno approfonditi al Salone della Giustizia, la cui ottava edizione ha aperto i battenti ieri a Roma al Centro congressi del Parco dei Principi, per una tre giorni di seminari.

Il Salone quest’anno ruota intorno alla domandadove i cittadini vorrebbero ci fosse più giustizia?‘. Assente per la prima volta il governo, sono stati gli esperti chiamati a confronto a dare le risposte. Ha aperto i lavori il presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi, il ministro della Giustizia argentino German Garavano e la presidente della Fondazione Gerusalemme Johanna Arbib. Nel primo dibattito si è parlato  di futuro, di giovani e lavoro con, tra gli altri, il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, il rettore di Tor Vergata Giuseppe Novelli e due sindacalisti di lungo corso come Raffaele Bonanni ed Emilio Miceli. Nel pomeriggio si sono affrontati , dal punto di vista politico e costituzionale, il tema delle autonomie regionali con il presidente della Puglia Michele Emiliano, l’Avvocato generale dello Stato Massimo Massella Ducci Teri, il presidente di Unioncamere,  Ivan Lo Bello.

 

Oggi il Salone si aprirà con un dibattito sullaGlobalizzazione e nuovi protezionismi” . Saranno in particolare messe a fuoco le future strategie di Italia e Regno Unito. Philip Willan, corrispondente dall’Italia del ‘The Times’, porrà la questione ai relatori che partecipano a questo importante incontro. Beniamino Quintieri, presidente della Sace, Donato Iacovone, AD di Ernst e Young, Mauro Moretti, già AD di Ferrovie dello Stato e di Leonardo Spa, Gianni Letta. Sarà presente il Ministro plenipotenziario  Ken O’ Flaherty, vice Capo Missione dell’ Ambasciata Britannica di Roma.

Il tema del pomeriggio è il ricatto del terrorismo: Un argomento, quello del terrorismo, di strettissima attualità. Nel mondo tra la gente è sempre più diffusa una sensazione di pericolo e di forte insicurezza. L’argomento concluderà la seconda giornata dei lavori dell’8° Salone della Giustizia. Ne parlerà Franco Gabrielli, Capo della Polizia di Stato e della Pubblica Sicurezza, Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia e anti terrorismo, Giuseppe Amato, procuratore Capo di Bologna, Ofer Sachs, ambasciatore dello Stato di Israele, Kieran L. Ramsey, attachè legale del FBI dell’Ambasciata americana in Italia. Giovanni Soccodato, vice presidente Strategie e Innovazione di Leonardo Spa illustrerà i progressi della tecnologia italiana per il contrasto alle attività terroristiche. Moderatrice Fiorenza Sarzanini, giornalista del Corriere della Sera.

L’ultimo giorno del Salone sarà dedicato al rapporto tra media e magistratura. Ad introdurre il dibattito Tommaso Marvasi, vice presidente del Comitato scientifico del Salone della Giustizia e presidente del Tribunale delle Imprese. L’incontro sarà moderato dal direttore di Rainews24 Antonio Di Bella, a cui parteciperanno  il direttore del Messaggero Virman Cusenza, il direttore dell’ANSA Luigi Contu, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini, il presidente della Cassazione Giovanni Mammone e il presidente dell’Anm Francesco Minisci.

Il presidente del Salone della Giustizia Carlo Malinconico, (a lato nella foto) concluderà i lavori assieme alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Per quanto riguarda i workshop, l’Unione Camere Penali insieme alle Camere Penali di Roma ha promosso due incontri nel corso della giornata inaugurale. I temi trattati riguarderanno: giudici e pubblici ministeri, due carriere per un giusto processo e il pianeta carcere, la riforma penitenziaria, a cui parteciperà il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo.

La seconda giornata prevede quattro argomentibanche e imprese, in quanto in questo momento di particolare crisi, le aziende stanno riformulando il modo di fare impresa, dando sempre più evidenza alle reali necessità e rivalutando il rapporto con il mondo bancario, che deve anch’esso mutare il proprio antico rapporto con il mercato; tutela giuridica dell’infanzia, in un mondo in continua evoluzione, dove i “valori” vengono quotidianamente ridefiniti, dove i mali genitoriali si allargano e si comprimono a seguito di ingerenze di aria natura, è necessario ridefinire i confini della tutela dell’infanzia sotto ogni profilo; diritto di famiglia e food law e made in Italy, il “made in Italy” è uno  dei marchi più diffusi al mondo ma anche uno dei meno tutelati. Nel campo del “food and beverage” si sta formando una nuova legislazione che prende spunto proprio dalla eccellenza dei nostri prodotti.

Due i temi che concluderanno la serie di workshop dell’8° Salone della Giustizia. Il primo su stalking e femminicidio: qual è il confine tra la cattiveria e la pazzia? In Italia vengono commessi almeno 130 femminicidi l’anno, un fenomeno che rimbalza sempre più spesso nelle cronache dei giornali e dei telegiornali con dettagli a volte raccapriccianti. Si tratta nella gran parte dei casi di veri e propri delitti annunciati, preceduti da violenza fisica o psicologica, e avvengono spesso in contesti socio-culturali non marginalizzati. Si tratta quindi di un problema con motivazioni, assai complesse e con implicazioni psicologiche che non vanno sottovalutate. L’incontro si propone di approfondire il linguaggio della cronaca, il panorama delle misure di prevenzione e di sanzione di questi reati e gli aspetti più puramente psichiatrici. I relatori: Annelore Homberg, Simonetta Matone, Federica Federici, Paola Guerci, Adriana Pannitteri.

Il secondo incontro riguarda due milioni e mezzo di italiani affetti dalla sindrome della fibromialgia. Questa patologia invalidante, ancora oggi non gode di tutela sanitaria e di riconoscimento da parte del SSN. La malattia è caratterizzata da dolore diffuso, stanchezza profonda e disturbi del sonno che sono quindi determinanti anche ai fini lavorativi e sociali. Presenti all’incontro medici, rappresentanti delle istituzioni e sindacali, le due associazioni principali di pazienti.

 

 




Totò Riina è morto . Dopo due interventi chirurgici da giorni era in coma

ROMA – Il capo dei capi, il boss mafioso di Corleone Tommaso (Totò) Riina è morto questa notte alle 3,37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma dove si trovava dopo essere stato sottoposto nelle scorse settimane a due interventi chirurgici , ed  era entrato in coma dopo l’ultimo intervento.   La Procura di Parma ha disposto l’autopsia sulla salma. La decisione di procedere all’esame medico legale è stata presa “trattandosi di un decesso avvenuto in ambiente carcerario e che quindi richiede completezza di accertamenti, a garanzia di tutti”, come ha spiegato il procuratore capo Antonio Rustico mentre attorno l’ospedale del capoluogo è presidiato da Polizia e Carabinieri che si trovano in divisa all’accesso della sezione di Medicina legale e all’interno con personale in borghese.

Riina nonostante si trovasse in detenzione al 41 bis da 24 anni, dopo il suo arresto effettuato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza dagli uomini del “Capitano Ultimo” cioè Sergio De Caprio (attuale colonello) , del ROS dei Carabinieri guidato all’epoca dei fati dal Gen. Mori, per gli inquirenti  era ancora il capo di Cosa nostra .Totò Riina era detenuto secondo il 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”.

Nel 1995, anno della reclusione nel supercarcere dell’Isola dell’Asinara, Totò Riina venne  condannato per gli omicidi del tenente colonnello Giuseppe Russo, dei commissari di polizia Giuseppe Montana e Antonino Cassarà e dei politici Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Nei quattro anni successivi arrivano anche le sentenze per gli omicidi di Carlo Alberto dalla Chiesa, del capo della squadra mobile Boris Giuliano, per la Strage di Capaci e gli attentati del 1993. È recluso in isolamento fino al 12 marzo 2001.

Una misura che venne introdotta della legge del 26 luglio 1975. Fu inizialmente pensata per le rivolte in carcere ma nel 1992, dopo la strage di Capaci, venne estesa ai condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. La norma che inizialmente aveva carattere temporaneo successivamente è stata poi rinnovata ed è ancora in vigore . In Italia i detenuti al 41 bis sono in carcere per associazione mafiosa, come il boss corleonese, o per sospetta attività di terrorismo.

Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Andrea Orlando, previo parere positivo della Procura nazionale antimafia e del Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria  aveva firmato il permesso per consentire alla moglie e ai figli di visitarlo in ospedale.  Totò Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e quelli del ’93, nel Continente.

Sua fu la decisione di lanciare nei primi anni ’90un’offensiva armata contro lo Stato . Non ha mai avuto un minimo cenno di pentimento, ed  appena tre anni fa, dal carcere parlando con il detenuto pugliese Alberto Lorusso nel carcere milanese di Opera, si vantava dell’omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati impegnati nella lotta   alla mafia come il pm Nino Di Matteo. Era il dicembre del 2013 quando Riina, parlando in carcere senza sapere di essere intercettato, disse: “Lo faccio finire peggio del giudice Falcone. Lo farei diventare il tonno buono“. Ma questa non era stata l’unica minaccia a distanza inviata a Di Matteo. In altre conversazioni Riina aveva detto: “Organizziamola questa cosa, facciamola grossa e non ne parliamo più. Questo Di Matteo non se ne va. Dobbiamo fare un’esecuzione come quando c’erano i militari a Palermo.

Lo scorso febbraio il boss di Cosa Nostra ribadiva, intercettato mentre parlava in un colloquio video-sorvegliato con sua moglie Antonietta Bagarella: “Io non mi pento… a me non mi piegherann o… mi posso fare anche 3000 anni“.E “altrettanto significativo”, scrivevano, è un passaggio durante il quale i coniugi “giungono ad affermare che i collaboratori di giustizia vengono pagati per dire il falso”. L’ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia, in cui era imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato,  insieme ad ex-politici come Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino.

Nelle ultime settimane Riina era stato operato due volte. I medici avevano da subito avvertito che difficilmente il boss, le cui condizioni erano da anni compromesse, avrebbe superato gli interventi. Sembra chesiano intervenute complicazioni dopo le operazioni,  che hanno costretto i medici a sedare il boss mafioso.

Le precarie condizioni di salute di Totò Riina erano note da tempo. La scorsa estate si era discusso persino sull’ipotesi  il “capo dei capi” di Cosa Nostra potesse uscire dal carcere per affrontare una “morte dignitosa”. Ma alla fine il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva rigettato la richiesta del differimento della pena o, in subordine, della detenzione domiciliare, che ti era stata presentata dai legali del boss. I giudici in quell’occasione avevano ribadito che Riina “non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero“.

Anche il presidente della Commissione parlamentare antimafia, la senatrice Rosy Bindi,  aveva sostenuto che “non esiste il diritto alla morte fuori cella”. La  DIA, Direzione Investigativa Antimafia, aveva ribadito lo scorso luglio che il boss mafioso era ancora “a guida di Cosa nostra, a conferma dello stato di crisi di un’organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un’ingombrante icona simbolica“.

Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via Georgofili a Firenze, (ordinata da Totò Riina) Saputa la notizia delle gravi condizioni di Riina, aveva commentato: “Iddio abbia pietà di lui, noi non abbiamo potuto perdonarlo e ci spiace muoia ora che forse si potrebbe arrivare a capire chi gli ha armato la mano per ammazzare i nostri figli, malgrado lui il capo della mafia non si sia mai pentito. Ho parlato ora con i parenti delle vittime della strage di via dei Georgofili e la risposta è stata il silenzio totale, hanno patito troppo per un uomo che tale non è mai stato.

Giuseppe Salvatore Riina detto Salvo, terzogenito dei quattro figli del boss, che a sua volta ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ieri prima del decesso del padre aveva scritto su Facebook: “Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà” ottenendo quasi 500 like al post e diverse decine di auguri al boss tra i commenti.

Il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis ha dichiarato che per Totò Riina, “un funerale pubblico non è pensabile. Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze”.  “Il Signore abbia in gloria Toto’ Riina, ma le cose non cambieranno con la sua morte”, ha aggiunto il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, auspicando che “questa morte possa spingere tutti ad assumersi le proprie responsabilità. Le cose cambieranno se chi amministra lo farà tenendo presente lealtà e legalità”.

“La pietà non ci fa dimenticare il dolore e il sangue versato”, ha scritto su Facebook il presidente del Senato Pietro Grasso, magistrato che con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha combattuto Totò Riina. “Riina iniziò da Corleone negli anni ’70 una guerra interna alla mafia per conquistarne il dominio assoluto, una sequela di omicidi che hanno insanguinato Palermo e la Sicilia per anni” ha ricordato Grasso  “Una volta diventato il capo la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell’ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello Stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere“.

“La strategia di attacco allo Stato – ha concluso il presidente del Senato – ha avuto il suo culmine con le stragi del 1992, ed è continuata persino dopo il suo arresto con gli attentati del 1993. Quando fu arrestato, lo Stato assestò un colpo decisivo alla sua organizzazione. In oltre 20 anni di detenzione non hai mai voluto collaborare con la giustizia”. Pietà quindi , ma non perdono. E un po’ di rimpianti: “Porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla“.

Maria Falcone, sorella del magistrato Giovanni ucciso lungo la A29, all’altezza dello svincolo di Capaci, il 23 maggio 1992, ha commentato la morte del ‘capo dei capi’ dicendo di “non gioire per la sua morte, ma di non poterlo perdonare. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato“. E a parlare è poi il poliziotto Giuseppe Costanza, l’unico sopravvissuto all’attentato: “Meno si parla di lui e meglio è. Cerchiamo di ridimensionare la figura di questo signore. Mettiamolo all’angolo. Non merita altro per quello che è stato e per quello che ha fatto. E se ne vada in silenzio con tutti i suoi segreti“.

la strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone

La notizia della morte di Totò Riina appare oggi sulle ‘home page’ dei principali media mondiali online: dalla Bbc al New York Times, da El Pais a Le Figaro. Anche il Wall Street Journal pubblica la notizia, evidenziando nel sottotitolo che Riinastava scontando 26 ergastoli per condanne di omicidio“. La Bbc pubblica la notizia ricordando che l’ex boss, soprannominato ‘la bestia’ per la sua particolare violenza, avrebbe ordinato “oltre 150 omicidi”. Riina é stato la “mente di una sanguinosa strategia” che prevedeva “l’uccisione di giudici e membri delle forze dell’ordine che cercavano di abbattere Cosa Nostra“, scrive il New York Times. Il quotidiano spagnolo El Pais definisce Riina il “capo dei capi della mafia” e il “padrino più tenuto e sanguinario della storia“, sospettato di avere ucciso personalmente 40 persone. Anche il tabloid tedesco Bild pubblica la notizia nella sua ‘home page’ con un’immagine di Riina dietro le sbarre, così come fanno – tra gli altri – il Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), il Sueddeutsche Zeitung e il Tagesspiegel.

 




Mafia in Sicilia . 37 arresti fra i quali un avvocato e due carabinieri

ROMA – Trentasette gli arrestati disposti con le operazioni “DRUSO” e “EXTRA FINES” condotte dalle Direzioni distrettuali antimafia di Roma diretta dal procuratore  Giuseppe Pignatone e quella di Caltanissetta diretta dal procuratore Amedeo Bertone , ed effettuati  in Sicilia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Germania oltre al sequestro di beni e società per oltre 11 milioni di euro. Questo il bilancio di una  maxi operazione antimafia coordinata dalla Procura nazionale antimafia ed antiterrorismo guidata dal procuratore nazionale Franco Roberti  che ha colpito nella sua articolazione territoriale il “clan Rinzivillo,  una potente famiglia mafiosa di Gela in Sicilia, alleato con i Madonia di Caltanissetta, e che ha insediamenti ben radicati nel milanese . In particolare il loro referente sarebbe Giuseppe “Piddu” Madonia e tramite questi la parte di Cosa Nostra fedele ai “Corleonesi” di Bernardo Provenzano.

Nel Lazio la famiglia Rinzivillo è stata coinvolta in diverse inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Roma, con un coinvolgimento che la DNA definisce la conferma della presenza di Cosa Nostra nella regione.  La complessa ed articolata attività investigativa svolta nell’ambito dei due distinti procedimenti penali alla sede di Caltanissetta e Roma e concentrata su soggetti appartenenti al gruppo Rinzivillo – quest’ultimo operante principalmente nel mandamento di Gela, ma con articolazioni anche nel Lazio, in Lombardia e pure in Germania – ha permesso di acquisire molteplici elementi che consentono di affermare come al vertice dell’associazione mafiosa continuino ad esservi, nonostante la detenzione al regime di cui all’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, i personaggi storici di riferimento del sodalizio, vale a dire i fratelli AntonioCrocifisso Rinzivillo, assumendo  Salvatore Rinzivillo, qualche tempo dopo la sua scarcerazione, avvenuta nel 2013, il ruolo di reggente.

nella foto un momento della maxi operazione contro il clan mafioso Rinzivillo in Italia e Germania

Tra i 37 arrestati vi sono anche un avvocato romano Gianfranco D’ Ambra e di due carabinieri. L’accusa nei confronti dei due militari Marco Lazzari e Cristiano Petrone, è di accesso abusivo alle banche dati delle forze dell’ordine: in pratica i militari infedeli avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan, che è alleato da sempre della famiglia Madonia e con i corleonesi. L’avvocato sarebbe invece stato il collegamento tra i mafiosi ed i professionisti utilizzati dalla mafia per riciclare i propri profitti illegali. Tra gli arrestati di oggi c’è anche Salvatore Rinzivillo, 57 anni, scarcerato nel 2013 dopo aver scontato una condanna per mafia, e da tempo residente a Roma.

Ben dieci  delle 37 misure cautelari eseguite dagli 600 operatori di polizia, appartenenti al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, alla Questura di Caltanissetta, al Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma nonché alla Polizia Criminale di Colonia (Germania),   nei confronti di presunti appartenenti al clan mafioso Rinzivillo a Gela, portano la firma del Gip del tribunale di Roma che, su richiesta della Dda, ha disposto l’arresto, tra gli altri, anche del boss gelese Salvatore Rinzivillo, residente da tempo  nella Capitale, per intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali, traffici di droga sull’asse Germania – Italia, destinati a rifornire il mercato romano ed un grave episodio estorsivo, aggravato dalle modalità mafiose.

Le numerose fondamentali intercettazioni ambientali e telefoniche hanno consentito agli investigatori di effettuare  una serie di verifiche di natura economico-patrimoniale e quindi  documentare tutte le fasi dell’estorsione compiuta a carico della famiglia Berti, che gestisce il Cafè Veneto, rinomato locale nella centralissima via Veneto. Rinzivillo, sollecitato dal co-mandante gelese Santo Valenti, assistito da un nutrito numero di compartecipi, con il ruolo di “ambasciatori” delle richieste estorsive, aveva posto in essere anche delle chiare minacce di stampo mafioso, con l’intento di a condizionare la gestione di forniture nell’ambito del mercato ortofrutticolo di Roma.

Al centro del “business” dei Rinzivillo vi sarebbe  infatti la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli. I Rinzivillo sono stati coinvolti nelle indagini sulle presunte infiltrazioni mafiose al mercato ortofrutticolo di Fondi, che ha portato alla richiesta di scioglimento del Comune laziale. Infatti proprio intorno agli affari del mercato ortofrutticolo di Fondi vi sarebbe un collegamento operativo fra Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, che attraverso la famiglia Rinzivillo permetterebbe la connessione con il mercato ortofrutticolo di Vittoria. E sempre i Rinzivillo sarebbero in affari con i Casalesi e con i Santapaola-Ercolano.

Gli interessi del clan in Germania  .

L’ operatività della famiglia Rinzivillo si era estesa in Germania, dove Salvatore Rinzivillo aveva riattivato una cellula criminale, operante nelle città di Karlsruhe e di Colonia, nei land tedeschi di Baden-Wüttemberg e della Renania Settentrionale-Westfalia, per  l’organizzazione e realizzazione di più traffici di droga ovvero la verifica della possibilità di realizzare articolati investimenti in Germania nei settori storicamente d’interesse della famiglia Rinzivillo, quali le costruzioni e quello alimentare.

Salvatore Rinzivillo ed il clan omonimo non limitava l’attività illecita solamente all’Italia, ma  grazie all’appoggio di Ivano Martorana (nato a Gela, ma radicato in Germania) e di Paolo Rosa anche lui emigrato – aveva esteso le attività criminali anche all’estero. Le attività illecite consistevano non solo nel traffico di droga, ma anche in quello delle costruzioni e dell’alimentare. I contatti del clan in Germania venivano amplificati dalla conoscenza con Antonio Strangio, noto ’ndranghetista e gestore del ristorante Da Bruno” a Duisburg, luogo della strage di Ferragosto (agosto 2007).

Nel maggio 2015, la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha avviato una complessa attività rogatoriale, dapprima con la Procura di Karlsruhe, assistita dalla locale Polizia Federale, e poi, dal gennaio 2016, con la Procura di Colonia, assistita dalla locale Polizia Criminale – Commissariato nr. 23. Le citate attività investigative, svolte in collaborazione con la Polizia tedesca, consentivano di riscontrare l’illecita operatività della cellula mafiosa, intenta a riattivare importanti traffici di droga direttamente in Germania e sull’asse Germania –Italia

 

 

Approfittando  dei rapporti intercorrenti con due infedeli “uomini di Stato”, come i carabinieri Marco Lazzari e Cristiano Petrone, che venivano utilizzati dal boss per acquisire illecitamente notizie sulla vittima attraverso l’abusivo accesso alle banche dati in uso alle forze di Polizia.  Il carabinieri Lazzari, si prestava anche per l’effettuazione di sopralluoghi presso il Cafè Veneto, dove Rinzivillo e Valenti, spalleggiati da pregiudicati e non come i romani Angelo Golino, deputato alla consegna dei ‘pizzini’ minatori, e Salvatore Iacona, che aveva la disponibilità di armi, ed il siciliano Rosario Cattuto, responsabile di diretti atti intimidatori e minacce verbali, compivano atti diretti ad estorcere alla famiglia Berti, indebitamente, la somma di 180.000 euro.

Aldo Berti la vittima dell’estorsione,  da un lato, aveva presentato una denuncia contro gli estorsori e, dall’altro, per cercare di dirimere la controversia, si era rivolto a sua volta al pregiudicato mafioso palermitano Baldassarre Ruvolo, già appartenente alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra dei Galatolo dell’Acquasanta di Palermo, inizialmente diventato “collaboratore di giustizia” e successivamente estromesso dal programma di protezione .

Il ruolo dell’avvocato Giandomenico D’Ambra . La figura del legale del Foro di Roma costituisce il prototipo dell’esponente della cosiddetta “area grigia”:, cioè un professionista che addirittura si serve della criminalità organizzata e di cui quest’ultima, a sua volta, si avvale in un chiaro e diretto rapporto dare-avere . Infatti secondo quanto riporta l’ordinanza di arresto l’ avvocato  D’Ambra su richiesta e per conto di Salvatore Rinzivillo, ha intessuto affari illeciti di interesse comune, ha incontrato altri affiliati del clan operanti in Lombardia, come Rolando Parigi e Alfredo Salvatore Santangelo, nonché, per propri fini, non ha esitato ad avvalersi dei “servizi” che gli appartenenti all’organizzazione criminale risultavano in grado di dispensare con il metodo dell’intimidazione arrivando ad incaricare Rosario Cattuto di effettuare un’aggressione fisica ai danni di una persona per asportagli, con violenza, un orologio “Philip Patek” del valore di circa quarantamila euro.

I commenti dei procuratori Roberti e Pignatone  

È stato assicurato alla giustizia il reggente della famiglia Rinzivillo, Salvatore che aveva due fratelli al 41 bis. Mi preme mettere in luce il collegamento perfetto tra le forze di polizia di Roma e Caltanissetta, ma anche la polizia di Colonia. “, ha spiegato alla stampa il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti aggiungendo “Abbiamo assicurato alla giustizia l’intero clan mafioso”

Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha affermato: “Rivendichiamo l’importanza di un metodo di indagine. Il lavoro di intesa, lo scambio continuo di informazioni concordate per non rovinare l’uno l’indagine dell’altro” .

nella foto, il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone

Pignanone ha aggiunto: “Vale la pena citare Giovanni Falcone, è importante soprattutto nel mondo di oggi dove le mafie non sparano come una volta, ma bisogna seguire e rintracciare i beni oltre che arrestare le persone. Ringrazio il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Roma“. Pignatone ha poi citato una frase del boss mafioso Salvatore Rinzivillo intercettata tramite un’ambientale: “Il mondo così è. È nato corrotto e corrotto morirà. Nessuno riesce a sistemare il mondo“.

Alle operazioni odierne hanno fornito un rilevante apporto in fase esecutiva anche le Squadre Mobili di Roma, Milano, Monza, Bergamo, Varese, Brescia, Piacenza, Novara, Sassari, L’Aquila, Palermo, Trapani, Ragusa e Catania, nonché i Comandi Provinciali della Guardia di Finanza di Roma, Palermo, Trapani, Catania, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Siracusa, Ragusa, Milano, Novara, Sassari e del Reparto Operativo Aeronavale di Civitavecchia.




Agguato mafioso in Puglia. Per il procuratore nazionale antimafia Roberti “non è mafia di serie ‘B’

ROMA – “La criminalità pugliese e in particolare questa efferatissima forma di criminalità foggiana, è stata considerata troppo a lungo una ‘mafia di serie B‘”. Lo ha detto il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti alla trasmissione ‘6 su Radio 1‘ della Rai per commentare l’agguato di ieri nelle campagne di San Marco in Lamis nel foggiano in cui è stato ucciso un boss mafioso e altre tre persone. Roberti ha ricordato che le faide tra clan vanno avanti da 30 anni, che ci sono stati 300 omicidi, e l’80% dei quali è rimasto impunito.

“Oggi  lo scontro si è acceso attorno al traffico di stupefacenti, in particolare di droghe leggere dall’Albania. Un affare colossale – ha detto  Roberti che scatena gli appetiti dei clan e che investe, partendo dal foggiano, tutta la dorsale adriatica fino all’Europa. La mafia foggiana è una costola della camorra napoletana. Negli ultimi tempi sono state rafforzate le strutture investigative sul territorio e credo che si procederà oltre. Ad aprile scorso è stata aperta una sezione del Ros dei Carabinieri a Foggia che mancava, la Procura distrettuale di Bari si prodiga moltissimo per coordinare le indagini“.

 

“Bisogna vincere l’omertà e per farlo bisogna creare una cultura della legalità che in quel territorio è ancora molto latente”  ha proseguito Roberti. “Il Procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe, fa benissimo a invocare maggiore collaborazione da parte dei cittadini“, ha sottolineato il Procuratore nazionale antimafia. “Naturalmente per avere collaborazione bisogna dimostrare che si incide efficacemente con le indagini e per questo servono più presidi di polizia, più professionalità nelle forze di polizia. Bisogna mandare in quel territorio il meglio delle professionalità investigative, lo ha detto recentemente la Presidente della Commissione Antimafia e io lo condivido perché se questa è una priorità, è non c’è dubbio che il contrasto alla criminalità foggiana sia una priorità assoluta, allora bisogna mettere in campo il meglio delle risorse“.

“Non dobbiamo avere timore di dire che alle volte esiste un misconoscimento del fenomeno nel Foggiano da parte dei giudici che non hanno sempre chiaro il quadro della mafiosità di questo territorio” ha detto Giuseppe Volpe il procuratore distrettuale antimafia di Bari (che sovrintende anche l’area di Foggia) in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica . “Che questa sia mafia – ha detto Volpe  – non c’è alcun dubbio: le sentenze per i primi maxi processi nel Foggiano, da Cartagine a Dolmen, hanno avuto più ergastoli in primo grado dei maxi processi di mafia siciliana“.

 

L’identità delle vittime . Gli uccisi nella strage di ieri sono Mario Luciano Romito, di 50 di Manfredonia, nome “storico” della criminalità garganico, il cognato Matteo De Palma di 44 anni che gli faceva da autista, e due agricoltori, Aurelio e Luigi Luiciani, di 43 e 37 anni, assassinati perché involontari testimoni scomodi., Era il boss Romito il principale obiettivo della strage di San Marco in Lamis, il quale avrebbe dovuto essere in carcere per una storia di rapine e assalti ai portavalori che col suo gruppo avrebbe organizzato in questi anni,  secondo la procura di Foggia.

La procura di Foggia gli aveva notificato un’ordinanza di custodia cautelare, in relazione dell’operazione “Ariete” nell’ottobre scorso,  quando Romito si trovava era già in carcere per altre ragioni di giustizia. Il tribunale del Riesame  ritenendo, evidentemente, che non ci fossero abbastanza prove per arrestarlo aveva però annullato quel provvedimento. La procura conseguentemente ha presentato ricorso in Cassazione che le ha dato ragione, ritenendo che invece le esigenze cautelari ci fossero, smentendo quindi i giudici del Riesame, a cui sono state rimandate le carte. La nuova decisione sarebbe dovuta arrivare da quasi due mesi, ma non è giunta in tempo. Romito, era uscito dal carcere lo scorso  3 agosto . Sei giorni dopo è stato ucciso.

Sono state decine le perquisizioni effettuate dai Carabinieri del reparto operativo di Foggia, coordinati dalla direzione distrettuale antimafia di Bari: le perquisizioni sono state effettuate nelle zone di Manfredonia e Apricena. Ieri, nel corso di alcuni controlli ad una paio di chilometri dalla zona dove è avvenuta la strage i Carabinieri hanno trovato l’auto utilizzata dai killer: una Ford Kouga con all’interno una pistola calibro 9X21. L’auto e l’arma erano completamente bruciate.

Purtroppo la criminalità pugliese e in particolare questa efferatissima forma di criminalità foggiana, è stata considerata troppo a lungo una ‘mafia di serie B’, meno pericolosa e meno efferata della ndrangheta, di cosa nostra e della camorra napoletana.  Nell’ultimo processo importantissimo che si è celebrato a Foggia, condotto dalla Procura Distrettuale di Bari per una catena enorme di estorsioni, purtroppo non si è registrata la partecipazione della società civile. Il Comune di Foggia non si è nemmeno costituito parte civile del processo e questo è un segnale estremamente negativo che va stigmatizzato. Con il massimo sforzo da parte dello Stato, io sono convinto che arriverà anche la collaborazione dei cittadini perché senza collaborazione dei cittadini purtroppo non si va molto lontano” ha concluso il Procuratore nazionale antimafia.

Il ministro dell’ Interno Marco Minniti a poche ore dalla strage, ha convocato a Foggia per oggi pomeriggio una  riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica . Dall’inizio dell’anno sono 17 gli omicidi registrati nel territorio foggiano. Alla riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza, per ovvi motivi di garbo istituzionale, partecipa anche il governatore Michele Emiliano, che parla di “fatto gravissimo: la Regione è pronta a reagire con ogni mezzo contro la mafia, al fianco della magistratura e delle forze dell’ordine“. Per l’Associazione Libera l’agguato nel Foggiano “è la dimostrazione che siamo davanti a una guerra criminale, feroce e violenta, da tempo sottovalutata”. Il Movimento 5 Stelle torna a chiedere l’istituzione della sezione operativa della Dia anche nella città di Foggia.

Roberto Saviano in un suo post su Facebok scrive: “Li immagino i fratelli Luciani, Luigi e Aurelio, capire in una frazione di secondo che quello che avevano visto li avrebbe condannati a morte. Dopo aver freddato il presunto boss di Manfredonia Mario Luciano Romito e il cognato e guardaspalle Matteo De Palma, i sicari li hanno inseguiti nei campi e li hanno finiti a sangue freddo. Il mio pensiero è subito corso a Rosario Livatino. La colpa dei fratelli Luciani era di essere al lavoro, il 9 agosto. Vittime innocenti, colpevoli di essere meridionali”.




“Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.Le cose non dette e quelle non fatte” una ricostruzione analitica degli eventi partendo dalla personalità di Falcone e Borsellino

di Paolo Campanelli

ROMA – Ore 17,58 del 23.5.2017, la Camera dei Deputati si è fermata in un minuto di raccoglimento in perfetta sincronia con il 25° Anniversario della Strage di Capaci, nella gremitissima Sala della Regina, per la presentazione del libro “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.Le cose non dette e quelle non fatte” di Carlo Sarzana di Sant’Ippolito edito da Castelvecchi. Dopo il saluto introduttivo del questore della Camera, Stefano Dambruoso vi sono stati interventi di Donatella Ferranti, presidente commissione giustizia, Renato Balduzzi, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, Giuseppe Di Gennaro, primo presidente onorario corte cassazione, già procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, sostituto procuratore della repubblica presso il tribunale di Palermo, Carlo Palermo, magistrato, Umberto Rapetto, ex-generale della Guardia di Finanza, Luca Tescaroli, sostituto procuratore della repubblica presso il Tribunale di Roma.

L’Autore, ex Presidente aggiunto onorario della Corte di Cassazione, ha condiviso con Falcone, oltre ad una lontana parentela, numerose esperienze professionali. Il libro si colloca molto lontano dalla apologia delle vittime illustri, e non deve essere scambiato per un ennesimo tassello della melassa celebrativa in stile televisivo; al contrario, tende coraggiosamente verso una ricostruzione analitica degli eventi partendo dalla personalità di Falcone e Borsellino, nel contesto della politica giudiziaria di quel periodo, fino ai tragici eventi: “Bisogna avere il coraggio di riscrivere la storia, al di là dei capi di imputazione, che danno una immagine parziale di un quadro che oggi ci dovrebbe essere chiaro” sostiene l’autore.

 

 

Sarzana non risparmia alcun passaggio esaminando interrogativi e nodi insoluti, dalle critiche e dagli ostracismi subiti da Falcone e Borsellino all’interno e nelle adiacenze della magistratura e della politica alla malevolenza nei confronti di personaggi troppo esposti, alle mancate investigazioni sulla cancellazione delle memorie elettroniche e sulla manipolazione dei documenti informatici, alle lettere anonime,agli ostacoli frapposti dalla politica per impedire che Falcone desse spinta propulsiva alla Procura Nazionale Antimafia.

Questa analisi, come precisa l’autore ha la funzione di consegnare alle future generazioni gli interrogativi irrisolti perché non sia dimenticato quel 23 maggio 1992, quando alle ore 17.58, in corrispondenza dello svincolo autostradale di Capaci, esplosero 500 kg di tritolo che provocarono uno degli eventi più sconvolgenti della storia del nostro Paese, perché, come conclude Sarzana, “il futuro è dei giovani, che hanno bisogno di chiarezza” .

 




Addio del procuratore Cataldo Motta tra le lacrime di commozione

 

Il procuratore della Dda di Lecce Cataldo Motta, ha illustrato questa mattina  ai giornalisti  di Brindisi tra le lacrime di commozione, i risultati di un’operazione dei Carabinieri che ha portato all’arresto di 54 persone, su 58 destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per mafia, omicidio, armi e droga.”Questa è l’ultima”  ha detto Motta, da diversi anni al vertice della procura di Lecce e della Dda di Lecce, in prima linea nella lotta alla organizzazione di tipo mafioso Sacra Corona Unita, che andrà in pensione il 15 dicembre prossimo.

Nel 2013 il  nome del procuratore Motta venne inserito fra i “papabili” al vertice della Procura nazionale antimafia, sbaragliando le varie  ipotesi circolanti sulla nomina del nuovo procuratore antimafia, al posto di Pietro Grasso diventato presidente del Senato della Repubblica,,il quarto da quando è stato istituito questo delicato ufficio inquirente, e che era  già stato ricoperto da Bruno Siclari e da Pierluigi Vigna.

 

servizio video realizzato da BrindisiOggi

Motta ha salutato tra le lacrime di tutti per l’emozione colleghi, forze dell’ordine e giornalisti presenti. “Non ho nulla da recriminare” ha rispostao alle domande dei giornalisti. Per Motta, la Sacra Corona Unita, non ha cessato di avere influenza nel Salento, pur con modalità d’azione diverse per Brindisi, Lecce e Taranto. “Bisogna evitare che il consenso sociale prenda piede e si sviluppi – ha detto – in modo da celare l’esistenza e la vivacità della Sacra Corona Unita, che continua seppur con un atteggiarsi diverso, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla pax mafiosa”.

Parlando della sua carriera Motta ha detto che  “è stata una esperienza coinvolgente assorbente. Sono stati anni pieni di soddisfazioni. Il mio successore, che non so chi sarà, se la caverà sicuramente bene” ha aggiunto, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano cosa augurasse al successore., aggiungendo che “la squadra di magistrati che c’è a Lecce è molto valida“.

Dopo Motta ha preso la parola il sostituto procuratore  dr. Alberto Santacatterina della Dda di Lecce, che ha elogiato l’impegno ed abnegazione del procuratore Motta nella lotta del contrasto alla Sacra Corona Unita e ricordato alcune delle più importanti operazioni da lui coordinate, fra le quali l’inchiesta sull’attentato alla scuola ‘Morvillo-Falcone’ avvenuto il 19 maggio del 2012 in cui morì la studentessa sedicenne Melissa Bassi e per il quale è stato condannato in via definitiva all’ergastolo Giovanni Vantaggiato, attualmente in carcere per “strage aggravata dalla finalità terroristica“., per la quale ricevette apprezzamenti anche dal Capo dello Stato.




Martelli: “Giovanni Falcone? Era solo, i magistrati lo avevano isolato”

Schermata 2016-05-29 alle 18.26.49di Paola Sacchi*

Claudio Martelli, già vicepresidente del Consiglio dei ministri e titolare del dicastero di Grazia e Giustizia, racconta a Il Dubbio chi era Giovanni Falcone e perché nel 1991 lo prese a lavorare con sé in Via Arenula. L’ex delfino di Bettino Craxi, l’autore della relazione “Meriti e bisogni”, racconta chi era “il giudice più famoso del mondo, che non usava gli avvisi di garanzia come una pugnalata”.

Onorevole Martelli, quando Falcone arrivò da lei si scatenarono molte polemiche. Perché?
Le polemiche arrivarono dopo, quando soprattutto emerse il disegno di creare oltre alle Procure distrettuali anche una Procura nazionale Antimafia, che poi venne battezzata la Super-procura. Lì si infiammarono gli animi e in alcuni casi si intossicarono.

Gli animi di chi?
Di chi dirigeva l’Associazione nazionale magistrati. Era Raffaele Bertoni che arrivò a dire letteralmente: di una Procura nazionale Antimafia, di un’altra cupola mafiosa non c’è alcun bisogno…

CdG targa csm

Addirittura?
Sì. E ci furono esponenti del Csm, in particolare il consigliere Caccia, il quale disse che Falcone non dava più garanzie di indipendenza di magistrato da quando lavorava per il ministero della Giustizia. Io dissi che questa era un’infamia. Lui mi querelò, ma alla fine vinsi. Venne indetto anche uno sciopero generale della Anm contro l’istituzione della Procura nazionale Antimafia. Uno sciopero generale, dico!

Oggi suona come roba dell’altro mondo…
Sì, ma questo era il clima. La tesi di fondo era che Martelli intendeva ottenere la subordinazione dei Pm al ministro della Giustizia. Questa era la più grande delle accuse. Poi c’erano quelle a Giovanni e al suo lavoro.

Il Pci e poi Pds non fu neppure tanto tenero. O no?
Erano in prima linea i comunisti. E gli esponenti della magistratura che ho citato erano tutti di area comunista. L’Unità faceva grancassa, dopo aver osannato Falcone in passato, aveva cambiato atteggiamento già prima che Falcone venisse al ministero.

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Quando?
Quando si rompe il fronte anti-mafia e alcuni di quegli esponenti a cominciare dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, incominciano ad attaccare Giovanni.

Che successe?
La polemica tra Orlando e Falcone sorge quando Giovanni indagando sulla base di un rapporto dei Carabinieri in merito a un appalto di Palermo osserva che con Orlando sindaco, Vito Ciancimino era tornato a imperare sugli appalti di Palermo. A quel punto il Sindaco perde la testa e come era nel suo stile temerario e sino ai limiti dell’oltraggio accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti i nomi dei mandanti politici degli assassini eccellenti di Palermo. Cioè quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa di Piersanti Mattarella.

Eravamo arrivati a questo punto?
Sì, non contento Orlando fa un esposto firmato da lui, dall’avvocato Galasso e da altri, al Csm sostenendo che Falcone aveva spento le indagini sui più importanti delitti di mafia. Il Csm convoca Falcone nell’autunno del ’91 e lo sottopone a un interrogatorio umiliante, contestandogli di non aver mandato avvisi di garanzia a tizio, caio o sempronio. Giovanni pronuncia frasi che secondo me dovrebbero restare scolpite nella memoria di tutti i magistrati italiani.

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nella foto Claudio Martelli e Giovanni Falcone al Ministero di Giustizia

Le più significative?
Disse Giovanni: non si usano gli avvisi di garanzia per pugnalare alla schiena qualcuno. Si riferiva in particolare al caso del costruttore siciliano Costanzo. Falcone sostenne che si mandano quando si hanno elementi sufficienti. Ancora: non si rinviano a giudizio le persone se non si ha la ragionevole convinzione e probabilità di ottenere una sentenza di condanna. Le procedure penali per Giovanni non erano un taxi e quindi non vanno a taxametro.

Ritiene che l’insegnamento di Falcone sia stato poi seguito, in passato e nei nostri giorni?
Sì, ci sono per fortuna magistrati che hanno seguito il suo metodo molto scrupoloso nelle indagini. E quando otteneva la collaborazione dei pentiti era molto attento a verificare le loro dichiarazioni.

Faccia un esempio.
In un caso palermitano, un pentito, tal Pellegriti, dichiarò che il mandante degli assassini di Piersanti Mattarella era l’on. Salvo Lima. Falcone gli chiese da chi, come e quando l’avesse saputo. Fa i riscontri e scopre che in quella data Pellegriti era in galera. Dopodiché lo denuncia per calunnia. Ma siccome questo pentito era già diventato un eroe dei tromboni dell’anti-mafia, quelli delle tavole rotonde…

Intende dire gli stessi che celebrano Falcone?
Sì, dopo ci arriviamo…allora, stavo dicendo che questi si inviperirono contro Falcone perché aveva rovinato loro il giocattolo. E quindi dopo questo episodio e quanto ho raccontato prima, lo denunciano al Csm che “processa” Falcone. Il quale a un certo punto perde la pazienza e dice: se mi delegittimate, io ho le spalle larghe, ma cosa devono pensare tutti i giovani procuratori, ufficiali di polizia giudiziaria? Falcone in quel momento era il giudice più famoso al mondo.

Ci ricordi perché.
Era quello che aveva fatto condannare in primo grado e in appello la cupola mafiosa dei Riina, Greco e Provenzano. Grazie a lui gli americani avevano condotto l’operazione Pizza connection…. Era così autorevole e famoso che una volta in Canada un giudice di tribunale volle che si sedesse in aula posto suo. Ma poi arrivò la stagione del corvo di Palermo: le lettere anonime nelle quali si infangavano Falcone e De Gennaro.

Schermata 2016-05-29 alle 19.48.29Un clima ostile, quasi da brivido con il senno di poi…
Ora se a questo si aggiunge che Giovanni doveva diventare capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo e invece il Csm gli preferì Antonino Meli, e che poi si candidò al Csm e venne bocciato, e infine a procuratore capo di Palermo gli preferirono Pietro Giammanco, si può ben capire il clima attorno a lui. Che giustifica una frase di Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci: lo Stato e la magistratura che forse ha più responsabilità di tutti ha cominciato a far morire Falcone quando gli preferirono altri candidati. Venne a lavorare con me quando a Palermo era ormai isolato, delegittimato, messo sotto stato di accusa.

È vera la leggenda che per sdrammatizzare quando arrivava in ufficio dopo pranzo alle segretarie chiedesse scherzoso: neppure oggi Kim Basinger ha chiamato per me?
Sì, l’ho sentito anche io. Lui aveva anche una grande ironia e la faceva anche su stesso, amava molto la vita. Credo che Giovanni a Roma visse uno dei periodo fu sereni della sua esistenza, perché era messo in condizioni di lavorare.

Come vede le polemiche di oggi tra magistratura e politica?
Certe cose con Falcone non c’entrano niente. Lui sosteneva la necessità di separare le carriere dei magistrati tra Pm e giudici. Perché il giudice deve essere terzo, imparziale, come dice la Costituzione.

Cosa pensa delle accuse indiscriminate di Piercamillo Navigo, presidente della Anm, ai politici?
Davigo veniva definito da Antonio Di Pietro il nostro “ragioniere”. Ma io gli riconosco il merito di aver sbaragliato nel congresso dell’Anm tutte le correnti. E poi non è vero che lui accusa indiscriminatamente i politici. Dice che i politici di oggi sono peggio di quelli di ieri”

*intervista rilasciata al quotidiano Il Dubbio




Terrorismo. Scoperta cellula legata all’ Isis. Due fermi a Bari ed uno a Milano avevano foto degli obiettivi da colpire in Italia

Schermata 2016-05-10 alle 12.16.26Due persone sono state arrestate a Bari con l’accusa di far parte di una cellula terroristica legata allo Stato islamico e ad Al Qaeda. Secondo gli investigatori erano pronti a fare attentati in centri commerciali, porti e aeroporti. La cellula sarebbe stata composta da cinque persone, dei quali uno è attualmente ricercato a Milano, mentre altri due si sarebbero già dileguati in Afghanistan. I pubblici ministeri Giuseppe Drago e Roberto Rossi della Procura di Bari hanno loro contestato “la preparazione e l’esecuzione di azioni terroristiche da attuarsi contro governi, forze militari, istituzioni, organizzazioni internazionali, cittadini e altri obiettivi civili“.  “In particolare – aggiungono – l‘organizzazione, che aveva disponibilità di armi, predisponeva, tramite la preventiva ispezione dello stato dei luoghi (anche con documentazione fotografica e video), attentati terroristici presso aeroporti, porti, mezzi delle forze dell’ordine, centri commerciali, alberghi oltre che di altri imprecisati attentati terroristici in Italia  e Inghilterra“.

Fermati filmavano Ipercoop e aeroporto Bari – Le indagini sono partite il 16 dicembre scorso quando i Carabinieri sono intervenuti presso l’ Ipercoop di Santa Caterina a Bari per la segnalazione di 4 stranieri sospetti. Uno di loro stava facendo un video del centro commerciale con il cellulare. Dall’analisi dei dati contenuti nel suo telefono, poi sequestrato, gli investigatori hanno trovato anche un video dell’area interna dell’aeroporto di Bari-Palese. Sulla base di quanto sono riusciti a ricostruire nell’operazione anti-terrorismo  Carabinieri del Comando provinciale di Bari, il gruppo stava progettando di effettuare attentati in Italia, in Francia, in Belgio e in Inghilterra. Il comando provinciale dei Carabinieri della città pugliese, spiegano che i reati di cui sono ritenuti responsabili i due fermati sono “associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Dopo il controllo all’ipermercato, sono scattate intercettazioni telefoniche e controlli sulle attività informatiche degli indagati.

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nella foto, l’ Ipercoop di Santa Caterina a Bari

Le motivazioni dell’ arresto.Appaiono altamente pericolosi” e con “una predisposizione a delinquere inquietante” viene riportato nel decreto di arresto. “Essi appaiono – scrive il pm della Dda di Bari Roberto Rossicome soggetti altamente pericolosi ove si tenga conto della gravità, del numero dei fatti-reato contestati, della particolare complessità del meccanismo elaborato per realizzare gli illeciti guadagni, della spregiudicatezza e determinazione manifestate nell’esecuzione dell’illecito disegno“. “Sono tutti, quelli sommariamente enunciati, gravi indicatori – continua il magistrato – di una predisposizione a delinquere, cospicua, inquietante e, soprattutto, non occasionale o legata alla contingenza della specifica vicenda oggetto di indagine“.

Gli indizi in tal senso sono le decine di foto e filmati rinvenuti nei telefonini dei componenti della presunta cellula terroristica. Tra le immagini trovate  ci sono foto e video di Bari, Roma e Londra. Compaiono anche il Circo Massimo e il Colosseo. Secondo la Dda, “l’organizzazione predisponeva, mediante la preventiva ispezione dello stato dei luoghi (anche con documentazione fotografica e video), attentati terroristici presso aeroporti, porti, mezzi delle forze dell’ordine, centri commerciali, alberghi, oltre che altri imprecisati attentati terroristici in Italia e Inghilterra“. Foto e video trovati nei cellulari degli indagati “non avendo nessun valore turistico possono essere lette – secondo la Procura di Bari – come sopralluoghi da parte della cellula per compiere attentati“.

Uno dei due fermati aveva stabili collegamenti telematici con un noto sito talebano: il 30enne, munito di permesso di soggiorno, scaricava video e proclami inneggianti alla jihad e fotografie raffiguranti un noto capo carismatico talebano, ucciso durante un raid dell’aviazione statunitense, il 13 ottobre 2015. Nella tarda mattinata a Milano nei pressi della stazione di Porta Romana è stato fermato e tratto in stato di fermo il 24enne pakistano Zulfiqar Amjad, residente a Bari .

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nella foto il Sunborn Yacht Hotel

Immagini di armi, di militanti talebani, file audio scaricati dal web con preghiere, proseliti e indottrinamenti di matrice islamica radicale, video con tributi ai parenti e amici detenuti nel campo di prigionia di Guantanamo sono solo alcuni dei documenti estrapolati dai telefoni dei cittadini afghani fermati a Bari per terrorismo internazionale. “La cellula terroristica – si legge nel provvedimento di fermo – diffondeva l’ideologia violenta della guerra santa e le tecniche di combattimento (manuali operativi, manuali di fabbricazione di esplosivi) mediante lo strumento di internet. Il cospicuo materiale informatico era in possesso dei prevenuti pronto per essere usato“.

Schermata 2016-05-10 alle 13.14.49In uno dei cellulari è stata trovata pure la foto del presidente degli Stati Uniti Barack Obama sotto forma di caricatura di un asino. Secondo gli inquirenti si tratta di immagini che simboleggiano l’odio anti-occidentale, come la foto di uno degli indagati con il dito medio alzato verso la fotografia di Malala, premio Nobel per la Pace. Ci sono anche fotografie di marines americani con gli arti mutilati, foto di musulmani convertiti al cristianesimo, un’altra con tre militari dell’esercito Usa mentre posano con tre ragazze e un uomo di chiare origini medio-orientali corredata da una frase in arabo la cui traduzione è “Dio maledica le famiglie che autorizzano le loro figlie a lavorare con questi cani”.

Si è appreso anche di una foto a colori che ripropone due immagini in notturna che accostano due luoghi simbolo rispettivamente della cultura islamica e di quella occidentale: la moschea Al-Masjid al-Haram a La Mecca e la Tour Eifell di Parigi. La prima con un contrasto cromatico di base blu, “colore che notoriamente – spiegano gli inquirenti baresi – indica il paradiso e la spiritualità“, mentre  la seconda di base viola, “che notoriamente indica morte e lutto“.

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Secondo gli inquirenti baresi si sarebbe trattato di sopralluoghi finalizzati a progettare attentati. In particolare ci sono foto di Londra con l’ingresso e la panoramica del Sunborn Yacht Hotel in Royal Victoria Dock, hotel di lusso realizzato all’interno di uno Yacht che è permanentemente ormeggiato all’interno del Royal Victoria Dock (è il più grande dei tre bacini nei Royal Docks di East London); l’ingresso e la panoramica del South Quay Footbridge to Canary Wharf in West India Dock, che è una passerella pedonale con struttura mobile che permette l’apertura al traffico delle vie d’acqua; immagini dell’ingresso dell’hotel Premier Inn in International Square e dell’hotel Ibis Styles London Excel in Victoria Dock Road; infine Champions Walk, area pedonale del London Borough of Newham che è un borgo di Londra che si trova nella parte orientale della città, nella Londra esterna.

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nella foto il South Quay Footbridge to Canary Wharf

E’ stato rinvenuto anche parecchio materiale jihadista  di inconfondibile propaganda ideologica . Pur non avendo una gran liquidità finanziaria a disposizione, i due presunti terroristi volavano e tornavano dalla Gran Bretagna utilizzando sempre voli low cost. A Londra avevano ispezionato e fotografato con dovizia di particolari il centro commerciale West India Quay, appartamenti, un cinema, un centro benessere, un ristorante e hotel di lusso.

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A Bari avevano fatto  veri e propri sopralluoghi davanti ad aeroporti (ci sono i video degli interni dall’ Aereoporto di Palese), porti, centri commerciali, alberghi.  Due di loro parallelamente avevano organizzato  un gruppo internazionale di sostegno all’immigrazione clandestina che tra Bari, Calais e l’Ungheria che gestiva i flussi di migranti in tutta Europa. Proprio in conseguenza di questi continui viaggi e spostamenti gli investigatori hanno dovuto effettuare il fermo, mentre altre due persone sono ancora irreperibili.

Schermata 2016-05-10 alle 12.18.43Nei loro telefoni smartphone sono state rinvenute anche foto in cui si erano fotografati con fucili d’assalto in mano: una prova questa – secondo gli inquirenti – della  loro “disponibilità di armi da utilizzare per la preparazione di attentati“. All’atto dello stato di fermo i cinque – Ahmadzai Qari Khesta, Ahmadzai Surgul, Nasiri Hakim accusato di terrorismo internazionale, domiciliato presso il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari-Palese con lo status di protezione sussidiaria riconosciuto il 5 maggio 2016, Amjad Zulfiqar, Ahmadzai Gulistan accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, domiciliato presso Borgo Libertà a Cerignola (Foggia), con lo status di protezione umanitaria riconosciuto nel settembre 2011.

I fermati si trovavano ancora in una fase iniziale del progetto ma avevano nel frattempo attivato “una rete di sostegno logisticoall’Is. Durante la cosiddetta ‘Marcia degli Scalzi’ del 10 settembre 2015 manifestazione organizzata in tutta Italia a cui  aderì anche la città di Bari, in segno di solidarietà e integrazione in favore dei cittadini immigrati, uno di loro, Hakim Nasiri, si fece un “selfie” accanto al sindaco di Bari, Antonio Decaro che era ignaro dell’identità dell’uomo. La foto compare nell’ordinanza per rimarcare la facilità di movimento dei terroristi arrestati.

intercettazioniIntercettazione: “questi bastardi si fanno espolodere e ci creano problemi” – Queste “esplosioni che creano problemi per noi! Questi bastardi Isis che fanno attentati”…”perché così si chiudono le frontiere e le persone non possono muoversi”. L ’interlocutore risponde: “Cosa te ne frega! Lascia che muoiano tra di loro” ed aggiunge noi prendiamo soltanto i documenti e lavoriamo“. E’ questo il dialogo telefonico intercettato dai Carabinieri  che ha consentito di scoprire, attraverso le intercettazioni, anche un traffico di migranti clandestini. La conversazione tra i due presunti trafficanti contiene critiche che gli interlocutori muovono ai terroristi dell’Isis che compiono gli attentati e che frenano il loro lavoro.

Uno dei fermati, Gulistan Ahmadzai, che parla al telefono con un altro indagato tuttora ricercato, è accusato di aver favorito l’ingresso di cittadini afghani e pakistani occupandosi del trasporto degli stessi a bordo di auto e imbarcazioni, dall’area centro-asiatica fino all’Europa in cambio di somme di denaro fra i 1.200 e i 3.700 ero a persona, dalla Turchia in Italia tramite la Grecia e dall’Italia in Francia per 700 euro a persona. I fatti contestati e ricostruiti dalla Dda di Bari attraverso attività di intercettazioni telefoniche si riferiscono al periodo compreso fra il dicembre 2015 e il maggio 2016.

CdG Volpe

Il procuratore capo di Bari Giuseppe Volpe

Procuratore di Bari: “L’ attentato in Italia non era imminente” Il procuratore capo di Bari Giuseppe Volpe, presentando i risultati dell’operazione dei Carabinieri, coordinati dalla Dda, che ha portato ai due arresti, in conferenza stampa ha dichiarato che “non ci risulta assolutamente un attentato imminente in Italia”  Gli altri tre fermi disposti (due per terrorismo e uno per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) riguardano delle persone attualmente irreperibili. “Questa indagine – ha precisato Volpenon nasce come spesso accade da un imput dei servizi segreti ma da un’osservazione attenta di personaggi sospetti sul territorio da parte della nostra Polizia Giudiziaria, in particolare dei Carabinieri di Bari”. Alla conferenza stampa ha partecipato anche Elisabetta Pugliese della Procura Nazionale Antimafia, la quale ha parlato di indagine “inquietante“, perché “se è vero che stiamo imparando a convivere con un terrore che si sembra lontano, questa indagine ha avvicinato la percezione di paura e pericolo”.




Il ministro dello sviluppo economico Guidi si dimette dopo le intercettazioni con il suo compagno

nella foto Gianluca Gemelli

nella foto Gianluca Gemelli, compagno della Guidi

Travolta da un’intercettazione nella quale la Guidi parlava con il suo compagno convivente Gianluca Gemelli , membro della giunta di Confindustria, garantendogli semaforo verde  a un emendamento alla legge di Stabilità che andava a favore dei  suoi interessi imprenditoriali, il ministro  si è dimessa. “Caro Matteo  sono assolutamente certa della mia buona fede – scrive la Guidi nella sua lettera di dimissioni al premier Renzi  – e della correttezza del mio operato. Credo tuttavia necessario, per una questione di opportunità politica, rassegnare le mie dimissioni da incarico di ministro. Sono stati due anni di splendido lavoro insieme. Continuerò come cittadina e come imprenditrice a lavorare per il bene del nostro meraviglioso Paese“.

Finisce così la guida del Ministero dello Sviluppo Economico della Guidi, che sin dall’atto della sua nomina ha contraddistinto la propria presenza nel Governo Renzi principalmente per i propri conflitti d’interesse. Il presidente del consiglio  Renzi dopo qualche ora le ha così risposto dagli Stati Uniti : “Cara Federica ho molto apprezzato il tuo lavoro di questi anni. Serio, deciso, competente. Rispetto la tua scelta personale sofferta, dettata da ragioni di opportunità che condivido: procederò nei prossimi giorni a proporre il tuo successore al capo dello Stato“.

Schermata 2016-04-01 alle 01.11.21L’intercettazione è presente agli atti di un’inchiesta dell’ attiva Procura della Repubblica di Potenza sulla gestione dei rifiuti nel centro Eni, inchiesta che ha un filone parallelo sugli impianti di estrazione petrolifera nella Val d’Agri. E’ questo filone d’inchiesta che vede indagato il compagno della Guidi,  Gianluca Gemelli, accusato di traffico di influenze illecite proprio grazie ai suoi stretti rapporti con il ministro. Il pm aveva persino chiesto l’arresto di Gemelli, che però non è stato concesso perché “sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico – si legge nella richiesta di misure cautelari – indebitamente si faceva promettere e otteneva da Giuseppe Cobianchidirigente della Total” le qualifiche necessarie per entrare nella “bidder list delle società di ingegneria” della multinazionale francese, e “partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l’impianto estrattivo di Tempa Rossa”.

Oltre alle dimissioni della Guidi, sono sei le persone arrestate per traffico e smaltimento di rifiuti, 60 indagati sospensione della produzione di petrolio Eni in Val D’Agri. Un’inchiesta della procura di Potenza che si espande dalla Basilicata  raggiunge, e coinvolge interessi economici e politici in tutta Italia. Sono due i filoni d’inchiesta, il primo sul Centro Olio in Val d’Agri a Viggiano dell’Eni, l’altro sull’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa.

GLI ARRESTATI E GLI INDAGATI 

Nell’indagine  sei persone, funzionari e dipendenti del centro oli di Viggiano (Potenza) dell’Eni e l’ex sindaco Pd di Corleto Perticara – dove viene trattato il petrolio estratto in Val d’Agri –   sono state poste agli arresti domiciliari dai Carabinieri per la tutela dell’ambiente in quanto ritenuti responsabili, a vario titolo, di “attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti“.

I sei arrestati sono Rosaria Vicino, l’ ex sindaco  di Corleto Perticara, Vincenzo Lisandrelli (coordinatore ambiente del reparto sicurezza e salute all’Eni di Viggiano), Roberta Angelini (responsabile Sicurezza e salute dell’Eni a Viggiano). Nicola Allegro (responsabile operativo del Centro oli di Viggiano), Luca Bagatti (responsabile della produzione del distretto meridionale di Eni) e Antonio Cirelli (dipendente Eni nel comparto ambiente). Divieto di dimora deciso per l’ex vicesindaco, Giambattista Genovese, e per Salvatore Lambiase un dirigente della Regione Basilicata. Le accuse: “plurime condotte di concussione e corruzione”.

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IL PRIMO FILONE DELL’ INCHIESTA: L’IMPIANTO ENI

Il primo filone dell’indagine riguarda presunti illeciti sulla gestione dei reflui petroliferi al Centro Olio in Val d’Agri a Viggiano dell’Eni, inchiesta riguarda lo “sforamento” dei limiti delle emissioni in atmosfera del Cova.

I managers dell’impianto Eniqualificavano in maniera del tutto arbitraria e illecita” rifiuti pericolosi definendoli contrariamente al vero come “non pericolosi”, utilizzando quindi un “trattamento non adeguato” degli stessi scarti, e “notevolmente più economico”, ed  “alterati” i dati sulle emissioni in atmosfera .

LE DICHIARAZIONI DELL’ ENI

L’ Eni con un proprio comunicato “prende atto dei provvedimenti adottati dall’autorità giudiziaria. E ha provveduto alla sospensione temporanea dei lavoratori oggetto dei provvedimenti cautelari e sta completando ulteriori verifiche interne“.  L’attività produttiva (75.000 barili al giorno) in Val d’Agri, al momento è stata sospesa.  Eni conferma “sulla base di verifiche esterne commissionate dalla società stessa, il rispetto dei requisiti di legge e delle best practice internazionali“, motivo per cui richiederà la disponibilità dei beni posti oggi sotto sequestro e continuerà ad interloquire con la magistratura, così come avviene da tempo sul tema, garantendo la massima collaborazione.

LA PROCURA NAZIONALE ANTIMAFIA: “MECCANISMI PER AVVELENARE LA TERRA” 

nella foto Franco Roberti

nella foto il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti

Il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti  così commenta l’inchiesta:

Dispiace rilevare che per risparmiare denaro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini”

“Non è giustizia a orologeria ” aggiunge, con chiaro riferimento al prossimo voto referendario previsto il 17 aprile sulle trivellazioni  e le comunali a giugno  ” le indagini sono iniziate nel 2013 e sono state complesse e delicate: le richieste di misura cautelare sono state presentate tra agosto e novembre del 2015. Quindi prima del referendum e in tempi non sospetti“.

IL SECONDO FILONE D’INCHIESTA: TEMPA ROSSA

CdG tempa rossaSecondo le indagini delegate alla Polizia di Stato, l’ex sindaco di Corleto Perticara si sarebbe adoperata a favore di alcuni imprenditori per l’affidamento in loro favore di appalti e lavori per l’infrastrutturazione del giacimento ‘Tempa Rossa’ realizzato dalla Total.

Fra gli indagati, come detto, anche Gianluca Gemelli, compagno dell’ormai ex-ministro Federica Guidi.  imprenditore  ed attuale commissario di Confindustria Siracusa, il quale viene accusato di traffico di influenze illecite perché “sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico” si faceva promettere e otteneva indebitamente  da Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total le qualifiche necessarie per entrare nella “bidder list delle società di ingegneria della multinazionale francese, e partecipare alle gare di progettazione ed esecuzione dei lavori per l’impianto estrattivo di Tempa Rossa”.

COS’E’ TEMPA ROSSA

Il progetto Tempa Rossa, secondo quanto riportato dalla Total nelle sue informazioni ufficiali e rese note al nostro giornale, in una visita ufficiale allo stabilimento con i giornalisti di Taranto, è un giacimento petrolifero situato nell’alta valle del Sauro, nel cuore della regione Basilicata, nel sud Italia. Si estende principalmente sul territorio del Comune di Corleto Perticara (PZ), a 4 km dal quale verrà costruito il futuro centro di trattamento. 5 pozzi si trovano anch’essi sul territorio del Comune di Corleto Perticara, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di Gorgoglione. Altri due pozzi saranno perforati una volta ottenute le autorizzazioni. L’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio GPL si trova invece nel Comune di Guardia Perticara. A regime l’impianto – tra i più evoluti nel settore petrolifero – avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 230.000 m³ di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo.

Il progetto di sviluppo

  • Messa in produzione di 8 pozzi (6 già perforati e altri 2 da perforare una volta ottenute le autorizzazioni).
  • Costruzione di un centro di trattamento oli dove gli idrocarburi estratti, convogliati tramite una rete di condotte interrate (pipeline), verranno trattati e separati nei diversi sottoprodotti (grezzo, gas combustibile, zolfo, GPL) e poi, a seconda del prodotto, spediti tramite canalizzazioni interrate.
  • Costruzione di un centro di stoccaggio GPL (2 serbatoi interrati della capacità totale di 3.000 m³) dotato di 4 punti di carico stradale.
  • Costruzione o modifica di infrastrutture di servizio (adeguamento di strade comunali, realizzazione dei sistemi per l’alimentazione di acqua ed elettricità per il centro di trattamento, connessione alle reti esistenti per il trasporto e la distribuzione degli idrocarburi).

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UN PROGETTO TECNICO CON SOLUZIONI APPROPRIATE 

Scoperto nel 1989, il giacimento Tempa Rossa, nella concessione Gorgoglione, è particolare per la natura degli idrocarburi presenti (olii pesanti da 10 a 22 API e presenza di zolfo) ma anche per il suo contesto ambientale: situato tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il parco nazionale del Pollino, la concessione si trova nel cuore di una regione ad alto valore turistico per la bellezza dei suoi paesaggi; si estende su un territorio geologico segnato da una sismicità non trascurabile e una rete idrogeologica complessa. A queste particolarità si aggiunge un patrimonio archeologico di primo piano. La valorizzazione di un tale giacimento rappresenta dunque una sfida che Total e i suoi partners accettano mettendo in opera le tecniche più adatte dell’industria petrolifera in materia di esplorazione e produzione, e anche per quanto riguarda la sicurezza delle operazioni, il rispetto dell’ambiente e della natura.

UN PROGETTO DI DIMENSIONE INTERREGIONALE 

Il giacimento Tempa Rossa beneficia della vicinanza di infrastrutture esistenti, distanti 8 km. Così il gas sarà facilmente convogliato alla rete locale di distribuzione SNAM e il petrolio trasportato tramite condotta interrata fino all’oleodotto “Viggiano-Taranto“, oleodotto con un diametro di 51 cm e lungo 136 km (di cui 96 in Basilicata) che collega le installazioni petrolifere della Val d’Agri alla Raffineria ENI di Taranto, suo terminale di esportazione.

I PARTNERS DEL PROGETTO

Lo sviluppo del progetto Tempa Rossa riunisce grandi gruppi petroliferi mondiali. Al fianco di TOTAL E&P Italia, operatore incaricato dello sviluppo del progetto, figurano anche Mitsui E&P Italia B S.r.l. e Shell, entrambi con il 25%.

 




Escort: chiesta la condanna per Laudati ex-procuratore capo di Bari

CdG-procu-Motta-DDA-LecceIl procuratore capo della Procura di Lecce, Cataldo Motta, ha chiesto la condanna dell’ex procuratore capo di Bari Antonio Laudati a due anni e due mesi complessivi  di reclusione per abuso d’ufficio e favoreggiamento per avere rallentato l’inchiesta barese sulle escort introdotte e portate da Giampaolo Tarantini nelle residenze dell’ex-premier Silvio Berlusconi.

Nella sua requisitoria, Motta ha sostenuto che l’intento di Antonio Laudati era quello di favorire Gianpaolo Tarantini nell’interesse dell’allora premier Silvio Berlusconi, per annullare il rischio che l’imprenditore barese potesse parlare e in questo modo coinvolgere l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri, danneggiandone l’immagine. Sarebbe questo secondo la pubblica accusa il vero movente della condotta del’ex procuratore capo di Bari nella vicenda escort. Nel dettaglio la procura ha chiesto la condanna ad un anno e sei mesi per “abuso d’ufficio” e ad otto mesi per “favoreggiamento“.

nella foto il magistrato Antonio Laudati

nella foto il magistrato Antonio Laudati

L’ex procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati che presta attualmente in servizio presso la Procura nazionale antimafia, prima della requisitoria del procuratore di Lecce, Cataldo Motta , come suo diritto di imputato di favoreggiamento personale e abuso d’ufficio con l’accusa di avere rallentato l’inchiesta barese sulle escort portate da Giampaolo Tarantini nelle residenze di Silvio Berlusconi, ha chiesto  di rendere dichiarazioni spontanee per contrastare la memoria depositata al termine della fase dibattimentale da Giuseppe Scelsi, l’ex pm barese, ora alla Procura generale, che è parte civile nel processo.

Ho un unico padrone, la verità – ha detto Laudati –  Sicuramente avrò commesso sbagli in questa vicenda ma mai reati. Ho agito sempre seguendo il codice nell’interesse di garantire che la Procura agisse senza nessuna speculazione o doppio fine”. Laudati ha ripercorso tutti i passaggi della vicenda processuale ribadendo di aver sempre agito all’insegna “dell’assoluta trasparenza e celerità“, e concludendo ha detto: “Perchè avrei dovuto favorire Tarantini, del quale sono arrivato a dire cose al limite della diffamazione, che appena arrivato a Bari ho fatto arrestare e che ho fatto condannare quattro volte? Così come per Berlusconi, la mia angoscia in questo processo. Mai sentito, mai conosciuto“.