La Polizia Postale arresta un gestore del "pezzotto" con cui rivendeva abusivamente i programmi di Sky

ROMA– La Polizia di Stato di Palermo, al termine di un´articolata attività d’ indagine ad elevato contenuto tecnologico, ha disarticolato l’infrastruttura informatica, gestita dalla nota IPTV pirata “ZSAT“, che permetteva la riproduzione abusiva, attraverso internet, dell´intero palinsesto Sky.

Gli investigatori della Sezione Financial Cybercrime della Polizia Postale ,coordinati dalla Procura di Palermo, hanno così segnato un punto importante nel contrasto ad un fenomeno, quello della messa in commercio e riproduzione illecita del segnale delle pay-tv attraverso il web, troppo spesso sottovalutato, ma che tuttavia è in grado di generare un giro elevatissimo di profitti illeciti, spesso appannaggio delle più importanti organizzazioni criminali del Paese.

Le IPTV “pirata” rendono possibile tecnicamente, la visione, attraverso internet, dei canali delle pay-tv normalmente trasmessi via satellite, attraverso la stipula di abbonamenti illeciti i quali, a fronte di costi irrisori per il cliente finale e dietro l’istallazione di un semplice dispositivo domestico (il cosidetto “Pezzotto“), offrono la possibilità di accedere all´intero palinsesto, nazionale ed internazionale, delle più note emittenti satellitari a pagamento.

Organizzazioni criminali ben strutturate gestiscono una complessa infrastruttura tecnologica, basata sull´acquisto di abbonamenti genuini (le cosidette “Sorgenti“), da cui, attraverso un intricato sistema di decoder/encoder, il segnale viene trasformato in segnale-dati, scambiabile via internet per rendere possibile la trasmissione . A questo punto, attraverso il ricorso a servizi tecnologici disponibili in commercio sul web, il segnale informatico viene assemblato in pacchetti, ed offerto al pubblico attraverso un sistema di “rivenditori” che giunge fino al cliente finale.

Un fenomeno questo capace di generare un business milionario (si stima che fino allo scorso anno i profitti illeciti ammontassero ad oltre 700 milioni di euro all´anno), che da un lato si traduce in mancati incassi per gli operatori e dall’ altro costituisce una fonte di approvvigionamento per pericolosi settori criminali, che non infrequentemente risultano contigui con la criminalità organizzata, nostrana ed internazionale.

Al termine delle articolate indagini poste in essere dalla Polizia Postale e delle comunicazioni di Palermo e dalla Procura del capoluogo siciliano, il cerchio si è stretto intorno ad un cittadino palermitano di 35 anni, la cui abitazione è stata individuata e sottoposta ad attenta perquisizione.  Nella stanza da letto dell’ indagato, è stata puntualmente rinvenuta la “Sorgente” dell´IPTV pirata ZSAT, composta da 57 decoder di Sky Italia, collegati ad apparati per la ritrasmissione sulla rete internet, per un giro di clienti finali stimato in circa 11.000 persone in tutta Italia.

Proprio a riprova dell´entità del giro di affari illecito, gli agenti della Sezione Financial Cybercrime della Polizia Postale hanno rinvenuto e sequestrato, presso la sola abitazione dell’ indagato , nascosti negli scarichi dei bagni e nella spazzatura, ben 186.900 euro in contanti ed una macchina professionale conta-banconote, lingotti d´oro, e due “wallet” hardware (portafogli virtuali) contenenti cryptomoneta in diverse valute, il cui valore complessivo, certamente elevato, verrà meglio stimato a seguito degli ulteriori accertamenti tecnici.

L’uomo al momento è indagato per aver violato la Legge sul diritto d’ autore, in attesa che dal prosieguo delle indagini, gli ulteriori approfondimenti investigativi possano svelare un quadro probatorio ancor più articolato.




Mafia, blitz della Polizia ed FBI fra Palermo e New York: 19 arresti.

ROMA – Più di 200 uomini della Squadra Mobile di Palermo, del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dell’  F.B.I. (Federal Bureau of Investigation) di New York hanno eseguito arresti e fermi, disposti dalla Dda del capoluogo siciliano, di boss e gregari del mandamento mafioso di Passo di Rigano nella zona a sud di Palermo. Il blitz, denominato “New connection“, ha svelato il forte legame tra Cosa Nostra palermitana e la criminalità organizzata statunitense, in particolare il potente “Gambino Crime Family” di New York.

Nel quartiere di Passo di Rigano avevano ricostituito la loro roccaforte importanti esponenti della famiglia mafiosa degli Inzerillo, una storica cellula criminale palermitana decimata dal capomafia Totò Riina negli anni ’80, durante la seconda guerra di mafia. Gli esponenti della famiglia Inzerillo, costretti a rifugiarsi negli Usa, rientrati in Italia nei primi anni 2000, avevano ricostituito le fila della ‘famiglia’, anche grazie al ritrovato equilibrio con i vecchi nemici.

Un messaggio di WhatsApp è transitato da Palermo a New York : il segnale che gli operanti della Squadra Mobile di Palermo ed i colleghi dell’Fbi stavano aspettando. Le operazioni di polizia sono partite in simultanea fra i vicoli e le stradine di Passo di Rigano, di Boccadifalco, di Torretta e nello stesso momento fra le ville di Brooklyn, di Staten Island, del New Jersey. Sono scattati diciannove arresti a Palermo fra gli Inzerillo e i Gambino, decine di perquisizioni negli Stati Uniti.

Gli Inzerillo e i Gambino erano stati messi sotto controllo giorno e notte dalla sezione Criminalità organizzata della Squadra Mobile palermitana diretta da Gianfranco Minissale. Un’operazione complicata, perché gli eredi di Totuccio Inzerillo e di John Gambino si muovevano tenendo un basso profilo, senza alcun clamore, pensavano soltanto a fare tanti affari,  comportavandosi tutto l’opposto dei “Corleonesi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano .

Dalla Sicilia agli Stati Uniti la vecchia mafia degli Inzerillo e dei Gambino era tornata ad essere forte. E’ la mafia su cui avevano indagato negli anni ‘70 prima il capo della Mobile Boris Giuliano  e poi il giudice Giovanni Falcone. Oggi inchiesta condotta dal pool di Palermo coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Salvatore De Luca ha scoperchiato un drammatico ritorno al passato.

Francesco e Tommaso Inzerillo, u truttaturi e u muscuni, il fratello e il cugino di Totuccio, il “re” del traffico internazionale di droga ucciso nel 1981 per volere di Riina, erano rientrati in Italia,  espulsi dagli  Stati Uniti in quanto ritenuti “indesiderabili ” dal Governo  americano.

attentato a Giovanni Falcone

I loro nomi comparivano già nell’ordinanza sentenza del processo Spatola firmata nel 1980 dall’allora giudice istruttore Giovanni Falcone appena arrivato dalla sezione Fallimentare. Falcone in quel processo diventò il nemico “numero uno” della mafia applicando e perfezionando il suo metodo che poi ha fatto scuola: “Bisogna seguire i soldi“, diceva sempre ai suoi collaboratori

Un insegnamento quello di Falcone,  seguito dai pm Amelia Luise e Roberto Tartaglia attualmente consulente della commissione antimafia, che tre anni fa hanno avviato questa indagine, ; le richieste di arresti (che hanno portato a un fermo per 15 persone e a un’ordinanza del gip per 4, fra cui il sindaco) portano anche le firme dei pm Francesco Gualtieri e Giuseppe Antoci. Anche se non siamo più nel 1980, sembra di rileggere le carte del giudice Falcone,

Fra gli arrestati compare Alessandro Mannino, il nipote prediletto che Totuccio prima aveva fatto studiare, e poi gli aveva regalato un elegante guardaroba, incaricandolo di tenere i rapporti con le banche. In manette è finito anche  Rosario Gambino, uno dei trafficanti di droga che Falcone aveva seguito nei suoi continui viaggi fra Palermo e gli Stati Uniti.

Nella nuova commissione provinciale mafiosa si era seduto Giovanni Buscemi, anch’egli arrestato questa notte, che negli anni Ottanta faceva il killer, successivamente era finito in galera, ma nei mesi scorsi l’ergastolo gli era stato commutato in 25 anni, ed era stato scarcerato. Il giorno dopo, la famiglia l’ha promosso per meriti straordinari, in tanti anni di carcere duro non ha mai detto una sola parola a un giudice.

Oggi come anni fa   i cugini Inzerillo curavano l’aspetto finanziario della famiglia. Negli ultimi tempi, a Palermo, erano addirittura corteggiati per fare parte della nuova Cupola da Settimo Mineo ritenuto un “fedelissimo” di Riina . Ancora una volta, però gli erano Inzerillo voluti restare nell’ombra. Anche perché non si fidavano degli altri mafiosi: “Appena li arrestano, parlano” . E non caso così è accaduto con due capimafia.

Francesco Inzerillo

Francesco Inzerillo se ne stava nel negozio di famiglia, un ingrosso di prodotti per la casa la “Karton Plastik” di via Castellana 81 . Nel dicembre scorso, dopo il blitz dei Carabinieri che svelò le visite di Mineo, erano andati a cercarlo. Ma rispondeva sempre: “Non lo conosco. Non so nulla”. Invece sapeva tutto.

Il boss Benedetto Gabriele Militello, uno degli arrestati nel blitz di questa notte, minacciava propositi di vendetta contro il nostro collega Salvo Palazzolo della redazione del quotidiano La Repubblica a Palermo il quale si era recato nel negozio di Francesco Inzerillo, con tanto di telecamera, per chiedergli del perché dei suoi incontri con l’anziano della Cupola Settimo Mineo, come emergeva dalle carte dell’operazione “Cupola 2.0” di inizio dicembre 2018.

Lo scorso  6 dicembre 2018  alle 21.10, la Squadra Mobile di Palermo ha intercettato una conversazione di Militello con Tommaso Inzerillo, nella quale i due mafiosi commentavano il video uscito su Repubblica.it realizzato da Palazzolo nel quartiere dove Mineo gestiva una gioielleria.

Francesco Inzerillo, che è il fratello di Salvatore, il “capomafia” ucciso nel 1981, aveva negato di conoscere il boss Mineo, mentendo consapevolmente di mentire, infatti l’operazione della Dda di Palermo ha portato alla luce che l’anziano della “Cupola” era andato a Passo di Rigano per chiedere agli Inzerillo di fare parte della commissione provinciale di Cosa nostra. “Non so nulla”, aveva detto Inzerillo al giornalista, che aveva continuato a incalzarlo con le sue domande. E questo per Militello era uno “sgarbo” motivo per cui diceva: “Due colpi di mazzuolo gli avrei dato … due colpi di legno glieli avrei dato. Tanto che mi può fare? Che ci possono fare?  … due colpi di legno. Ma per l’azione”. I boss commentavano pure un altro video di Palazzolo che quel giorno era andato .

 

(notizia in aggiornamento)




Action day delle Forze di Polizia contro i furti in abitazione

ROMA – I furti in abitazione destano particolare preoccupazione nella popolazione in quanto, oltre a generare un danno economico, implicano spesso un forte coinvolgimento emotivo, causando un vero e proprio trauma dovuto alla violazione della propria sfera privata.

Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza – Direzione Centrale della Polizia Criminale, al fine di rendere sempre più incisiva l’azione di prevenzione e contrasto di tali reati, ha promosso, nei giorni scorsi, la realizzazione di un “Action day”, giornata dedicata alla lotta dei furti in appartamento, in alcune aree territoriali interessate dal fenomeno delittuoso in esame. Sono state invitate le Autorità Provinciali di Pubblica Sicurezza ad esaminare in sede di Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica le misure da intraprendere in chiave preventiva e repressiva.

In particolare in Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Sicilia Toscana ed Umbria,  le Forze di polizia e le polizie locali hanno operato sinergicamente realizzando servizi mirati a prevenire e a contrastare in maniera strutturata i furti in abitazione, particolarmente frequenti nella stagione estiva. Al servizio hanno preso parte, in totale, 4.772 operatori della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e delle Polizie locali.

Nel corso delle attività  sono state denunciate 29 persone  per ricettazione, sono stati sequestrati oltre 76.200 Euro e diversi effetti personali a titolo di provento dell’anzidetta attività delittuosa. Sono state denunciate  27 persone ed altri 13  arrestati proprio per il reato di furto in abitazione .

 A livello locale sono state intraprese, iniziative informative e di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini anche attraverso la distribuzione, presso centri di aggregazione, di opuscoli e vademecum con suggerimenti sulle precauzioni da adottare, in via di autotutela, per prevenire i delitti in parola o per minimizzarne i danni.




ArcelorMittal: un tornado di vento butta giù una gru a Taranto. Un operaio disperso in mare

BARI – A causa del maltempo che si è abbattuto lungo la costa in mezza Italia, da nord a sud, delle forti raffiche di vento che hanno colpito la Puglia,  hanno fatto precipitare in mare una gru operante sul quarto sporgente dello stabilimento ex Ilva, ora ArcelorMittal, a Taranto ed al momento una persona risulta dispersa.  Lo ha reso noto l’azienda.

L’incidente si è verificato alle 19.30 di questa sera quando si è abbattuto improvvisamente sulla città di Taranto quello che molti definiscono un “tornado” che si è poi spostato in provincia.  E’ accaduto quando sulla città si è abbattuta una tempesta di acqua e di vento, peraltro preannunciate da giorni con un’allerta meteo. L’operaio 40enne di Fragagnano, della provincia di Taranto,  attualmente disperso, da quanto si è appreso, si trovava nell’abitacolo della gru sul quarto sporgente dello stabilimento nell’area portuale e si trovava da solo.

Sulla base di una prima ricostruzione del tragico evento, causato dal di maltempo che ha ha flagellato tutta la Puglia, una fortissima raffica di vento avrebbe causato lo scontro tra due gru,   la “DM 5” e la “DM 8“che in quel momento erano in movimento: la prima a seguito del forte urto,  è finita in mare portandosi dietro la cabina all’interno della quale si trovava il “gruista” 31enne, mentre l’altra è precipitata sulla banchina.

(foto tratte da RTM TV via Google)

Purtroppo questa non è la prima volta, che si verificano incidenti del genere proprio al quarto sporgente: nel 2012, sempre in seguito a un tornado che si abbattè su Taranto, morì un operaio Francesco Zaccaria, di 29 anni, che si trovava nella cabina della stessa gru “DM 5”  successivamente all’incidente ricostruita, che venne trovato e ripescato in mare priva di vita a trenta metri di profondità. Il dettaglio che si tratta della stessa gru è stato ricordato e commentato da Marco Bentivogli, segretario generale Fim Cisl su Twitter: “Non c’è tregua per il siderurgico ionico“.

Cosimo Massaro

Secondo voci al momento non confermate ufficialmente  il lavoratore precipitato in mare con la gru nella quale stava lavorando questa sera, al momento del violentissimo nubifragio che ha colpito la città di Taranto,  è Cosimo (Mimmo) Massaro, di 40 anni un’operaio  specializzato di Fragagnano  che lavorava nell’ ex-ILVA di Taranto dal 2002 .

Sul posto sono al lavoro i sommozzatori dei Vigili del Fuoco partiti da Bari alle 20:30 di questa sera, la Polizia di Stato, personale e mezzi della Capitaneria di Porto per cercare di recuperare l’operaio probabilmente finito a mare. La Procura della Repubblica di Taranto ha inviato sul posto lo Spesal,  il servizio ASL per la sicurezza sul lavoro, per una prima verifica della situazione. In tarda serata le operazioni di ricerca sono state sospese per mettere in sicurezza la zona in presenza del rischio di cedimento di un’altra gru. Il Sostituto Procuratore della Repubblica di Taranto dr. Enrico Bruschi, che coordina le indagini, ha disposto il sequestro di tutta l’area.

AGGIORNAMENTO

Questa mattina sono riprese le operazioni di ricerca le ricerche in mare dei sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Bari, per ritrovare il corpo del lavoratore Cosimo Massaro precipitato in mare con la gru nella quale stava lavorando questa sera, al momento del violentissimo nubifragio che ha colpito la città di Taranto.  Sul luogo del tragico incidente si è recato anche il procuratore capo di Taranto dr.  Carlo Maria Capristo.

La Capitaneria di Porto, che coordina le operazioni di messa in sicurezza dell’area ha reso noto che “L’Autorità Giudiziaria ha disposto il sequestro dell’intera area e la Capitaneria di Porto ha emesso un’ordinanza di interdizione alla navigazione, in considerazione delle condizioni di pericolo in atto, nello specchio acqueo per un raggio di 250 metri dalla sommità del molo ove è avvenuto l’incidente”, che ha coinvolto un operaio di ArcelorMittal disperso dopo il crollo avvenuto ieri di ben tre gru per il forte vento.

La gru dove Massaro si trovava di turno nella cabina di guida, “crollata in mare” insieme alle altre due “a seguito delle condizioni meteo avverse che si sono abbattute in zona” prosegue la Guardia Costiera ed era al “IV sporgente in concessione alla società ArcelorMittal”, ed era “una gru di scaricazione presente lungo la banchina del predetto sporgente“.  La sala operativa della Capitaneria di porto – Guardia Costiera ha subito inviato una squadra di personale via terra e una motovedetta, oltre che personale e mezzi portuali,  disponendo anche l’impiego dei sommozzatori dei Vigili del Fuoco.

L’Amministrazione Comunale di Taranto attraverso una nota si è stretta alla famiglia ed ai colleghi del giovane Cosimo Massaro. “Siamo sgomenti per un incidente che ha replicato esattamente la tragedia di alcuni anni fa, segno che qualcosa su quel pontile non funziona a dovere, segno che ancora tanto si deve fare all’interno delle aree dello stabilimento siderurgico per tutelare la vita umana“.

Si rispetti oggi il dolore di una intera comunità – prosegue la nota  – nessuno violi e strumentalizzi un momento così drammatico. Taranto è stanca di soffrire e di essere usata, la terra ionica tutta merita risposte e attenzione, a cominciare proprio dai luoghi di lavoro. L’Amministrazione Comunale proclamerà il lutto cittadino” conclude la nota.

Arcelor Mittaal rallenta la produzione

A seguito del tragico incidente, Arcelor Mittal Italia ha immediatamente avviato un rallentamento della produzione a Taranto con l’obiettivo di mettere in sicurezza lo stabilimento nel pieno rispetto delle normative ambientali. “È fondamentale che in questo momento tutti lavoriamo in modo efficace e collaborativo: serve massima condivisione tra l’azienda, i sindacati e gli stessi lavoratori per evitare la fermata di Afo1, che è l’unico Altoforno ancora in marcia e per garantire condizioni di massima sicurezza all’interno di tutti gli impianti”.

Nel pomeriggio un incendio doloso all’interno della fabbrica

Nel pomeriggio all’interno dello stabilimento siderurgico ex-ILVA di Taranto  vi è stato un’incendio doloso all’interno della zona degli spogliatoi dello stabilimento, sul quale sta  indagandola Polizia di Stato intervenuta sul posto con la Polizia Scientifica . Incidente questo che dimostra la situazione di tensione che aleggia all’interno dello stabilimento all’indomani delle note vicende che stanno mettendo a rischio l’economia ed occupazione di un’intera provincia.   Nel silenzio assordante di una politica locale sempre più screditata e squalificata. Pressochè inesistente, a partire dal primo cittadino di Taranto, troppo impegnato nelle sue “vacanze romane”… con staffista-portavoce al seguito.

Altoforno 2, Arcelor Mittal valuta soluzioni

il top management italiano di Arcelor

I legali di ArcelorMittal hanno avviato uno “studio sulle ipotesi” di iniziative, eventualmente anche congiunte con l’amministrazione straordinaria dell’ex Ilva, per affrontare la disposizione di ieri dell’ Autorità Giudiziaria che ha ordinato quale atto dovuto lo spegnimento dell’Altoforno 2. Viene ipotizza una richiesta comune alla magistratura da parte dei due soggetti aziendali  per ottenere una sospensiva della disposizione della Procura, e l’intervento dei legali che studiano le carte giudiziarie è attualmente l’unica iniziativa  avviata dall’ azienda dopo la notifica ricevuta dalla Procura Taranto .

La disposizione di ieri della Procura è effetto del rigetto deciso dal Gup nei giorni scorsi per una istanza di dissequestro dell’Altoforno 2 dove, nel 2015, morì un operaio, travolto da una colata incandescente. Nell’inchiesta sull’incidente, infatti, l’Afo 2 (uno dei tre altoforni produttivi dello stabilimento  siderurgico di Taranto) venne sottoposto a sequestro preventivo. Lo spegnimento comporterebbe significativamente la capacità di produzione , che potrebbe portare Arcelor Mittal  ad adottare decisioni drastiche come quella di restituire lo stabilimento all’ Amministrazione Straordinaria ed intraprendere una causa miliardaria allo Stato italiano.

 




Polizia di Stato e AGCOM rinnovano l’accordo per la collaborazione nel settore delle comunicazioni

ROMA – E’ stato siglato l’accordo tra Polizia di Stato ed AGCOM  l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, per una più stretta collaborazione nell’accertamento, su tutto il territorio nazionale, delle violazioni alla legge n. 249/1997, nonché per l’accertamento di altre violazioni alla normativa nel settore delle comunicazioni. La convenzione  firmata dal Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, prefetto Franco Gabrielli, e dal Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Angelo Marcello Cardani è finalizzata alla vigilanza, la prevenzione e repressione dei reati e degli illeciti amministrativi sull’intero settore delle comunicazioni, attraverso l’attività del Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni e le sue articolazioni periferiche

AGCOM svolgendo funzioni di regolamentazione e vigilanza nei settori delle telecomunicazioni, dell’audiovisivo, dell’editoria e, più recentemente, delle poste ricopre un ruolo determinante nella tutela degli utenti.Ciò è reso possibile grazie anche all’attività di accertamento di sua competenza che attraverso questa convenzione può essere coadiuvata dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni attraverso il reperimento e nell’elaborazione di dati, notizie ed informazioni utili.

Il protocollo d’intesa si pone il fine di perfezionare e definire le modalità ed i criteri da seguire per lo svolgimento delle attività di collaborazione anche alla luce della intervenuta evoluzione delle tecnologie di settore Alla firma della convenzione erano anche presenti, per il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il Direttore Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni e per i Reparti Speciali della Polizia di Stato, Armando Forgione e il Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, Nunzia Ciardi; per l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il Segretario Generale AGCOM, Riccardo Capecchi e il Responsabile della comunicazione AGCOM David Nebiolo.




Dov'è finita la chiusura dei porti promessa da Salvini ? 83 migranti pakistani sbarcano a Taranto

TARANTO – La scorsa notte sono sbarcati sull’isola di San Pietro, a Taranto, 83 migranti pakistani di cui 12 minori non accompagnati. Sono in corso accertamenti per verificare le modalità del loro approdo. I migranti sono stati trasferiti all’hotspot di Taranto e sono state avviate le procedure di identificazione.

La barca a vela utilizzata per il trasporto delle 83 persone era stata abbandonata al largo di Lido Silvana, nella Marina di Pulsano, ed è stata recuperata dalla Guardia Costiera e dalla Polizia di Stato. Sono in corso indagini per identificare gli scafisti. I migranti, accolti nell’hotspot di Taranto per l’identificazione, hanno riferito di essere partiti dalla Turchia e di aver affrontato un viaggio estenuante a bordo del veliero. Non mangiavano da una settimana. Durante i controlli sanitari sono stati riscontrati oltre 20 casi di scabbia. I 12 minori non accompagnati sono già stati trasferiti in centri di prima accoglienza.

Il Comune di Taranto ha attivato la macchina organizzativa gestita dalla Polizia locale e su richiesta del Prefetto di Taranto Antonella Bellomo, sono stati garantiti assistenza sanitaria e fornitura di generi di prima necessità e vestiario.  E’ il secondo sbarco sulle coste tarantine dopo quello avvenuto a Torre Colimena nel mese di giugno. Anche in quel caso si trattava di migranti pakistani.   Lo scorso 2 giugno sbarcarono a Torre Colimena, marina di Manduria, 73 migranti di nazionalità pakistana, tra i quali 19 minorenni, dopo un viaggio estenuante, durato 9 giorni, iniziato in Turchia. I Carabinieri individuarono e arrestarono due scafisti ucraini.




Caso Manduria: un altro anziano picchiato a morte: 9 ordinanze, 8 minori

TARANTO – Gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Taranto affiancati dagli investigatori e tecnici del Servizio Centrale Operativo di Roma della Polizia di Stato hanno dato esecuzione a 9 ordinanze emesse dai Giudici per le indagini preliminari presso il Tribunale ordinario (dr. Romano) e quello per i minori Paola Morelli nei confronti di un maggiorenne Vincenzo Mazza, 18anni, e di 10 minorenni tra i 15 e 17 anni di età, ritenuti a vario titolo gravemente indiziati in concorso dei reati di tortura, lesioni, danneggiamento e violazione di domicilio aggravati, nei confronti Antonio Cosimo Stano, il 65 enne deceduto il 23 aprile scorso dopo essere stato picchiato e “bullizzato” da una baby gang a Manduria.  Sono in tutto 23 gli indagati, venti minorenni, tra cui una ragazza. C’è anche un tredicenne tra le persone coinvolte,   che però per l’età non è imputabile . Fra i gravi episodi contestati anche quello avvenuto l’1 aprile scorso ai danni di un altro anziano di Manduria, Fiorello Stano, 53 anni .

I dettagli dell’inchiesta sono stati illustrati questa mattina nel corso di una conferenza stampa dal procuratore Carlo Maria Capristo, dal sostituto procuratore Remo Epifani titolare del fascicolo d’indagine, e dalla dalla Procuratrice Pina Montanaro capo della Procura della Repubblica per i Minorenni, dal Questore di Taranto Giuseppe Bellassai e dal capo della Squadra Mobile Carlo Pagano.”Con amarezza commentiamo il secondo atto di una storia agghiacciante, perché attraverso un’attenta e scrupolosa verifica tecnica sui telefonini immediatamente sequestrati dalla Polizia agli inizi di questa indagine, siamo riusciti a individuare addirittura un secondo gruppo di minorenni che aveva questo amarissimo, disgustoso atteggiamento nei confronti di persone con minorata difesa“.

Così il procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo, ha esordito in conferenza stampa per spiegare i particolari dell’inchiesta che ha portato all’esecuzione di 9 misure cautelari nei confronti di un maggiorenne e 8 minorenni per aggressioni nei confronti di Antonio Cosimo Stano, il 66enne pensionato di Manduria morto il 23 aprile scorso e vittima di ripetute aggressioni da parte di più gruppi di giovani e per un pestaggio ai danni di un 53enne disabile avvenuto l’1 aprile scorso.    “Abbiamo scoperto – ha aggiunto Capristoquesto gruppo che era solito chiamarsi ‘L’ultima di Carnali’, che agiva accanto al gruppo della ‘Comitiva degli orfanelli‘, che ha imitato e riproposto queste turpi azioni. Nel caso dell’aggressione dell’1 aprile al 53enne hanno agito per puro passatempo, colpendo il malcapitato con calci e pugni fino a provocargli l’avulsione dei denti incisivi. Si ripropone tutta una serie di interrogativi sul ruolo di scuola, famiglia, servizi sociali, tutti aspetti questi sui quali continuiamo a mantenere accesi i riflettori e che ovviamente non possono non contribuire alla crescita dei nostri giovani”.

 

Il 30 aprile scorso la Polizia di Stato ha sottoposto a fermo altri 8 ragazzi, alcuni dei quali hanno ammesso le loro responsabilità, in presenza  dei video ritrovati sull’applicativo Whatsapp installato sui loro rispettivi smartphone, all’interno dei quali gli indagati conservavano le torture inflitte al povero pensionato che implorava invano richieste di aiuto, che venivano filmate con uno spaventoso cinismo sadico.

Quattro dei fermati  il 30 aprile scorso  sono presenti e coinvolti anche in questa seconda operazione ed a due di loro viene contestata l’aggressione al 53enne Fiorello Stano dell’1 aprile scorso, in concorso con altri, affetto da insufficienza mentale grave, che attirato in ore notturne all’esterno della sua abitazione, veniva violentemente colpito con calci e pugni per “puro passatempo” . Dopo il pestaggio la vittima perse i denti incisivi.

Si tratta di  un episodio ricostruito grazie alla disamina di un ulteriore video rinvenuto nel telefono di uno degli indagati  (colui che ha ripreso l’intera scena) ed agli ulteriori accertamenti compiuti dalla Squadra Mobile e dal Servizio Centrale Operativo, che attraverso l’analisi di tabulati prima ed i rilievi  (analisi morfologica) più tecnicamente avanzati operati dal Servizio di Polizia Scientifica (sezione indagini elettroniche) poi, hanno consentito di risalire all’identità dei responsabili. Ad aver confermato quest’ultimo episodio la stessa vittima, nonché il fratello e la badante del medesimo.

Il branco, composto da un maggiorenne il diciottenne Vincenzo Mazza e dai sei minorenni, è accusato dei due raid nell’abitazione di Antonio Stano nel periodo di Carnevale, agendo in maschera. Il 5 marzo era infatti l’ultimo giorno di carnevale. Da qui il nome dato alla chat di  gruppo su Whatsapp, denominato “l’Ultima di Carnali“, utilizzata in un primo momento come ha spiegato il procuratore capo Capristo, per organizzare l’aggressione e successivamente per condividere e diffondere i video dell’assalto all’abitazione dello Stano, che veniva umiliato, deriso, e bastonato anche con delle mazze.

Gli episodi sono stati scoperti grazie alle confessioni di alcuni degli indagati,  chiamati in correità dalle dichiarazioni di alcune persone informate sui fatti ascoltate dagli investigatori della Polizia di Stato e grazie all’analisi tecnica delle perizie disposte sullo smartphone di uno degli indagati, le cui evidenze hanno consentito di identificare tutti i partecipanti ai raid e successivamente acquisire i dati della loro geolocalizzazione.

La Polizia ha diffuso oggi un nuovo video “allucinante” relativo dell’assalto all’abitazione di Antonio Stano e la foto di gruppo, estrapolata dalla chat di whatsapp, della baby gang in maschera davanti alla casa del 66enne pensionato di Manduria morto il 23 aprile scorso dopo aver subito una lunga serie di aggressioni, angherie, rapine e vessazioni da parte di più gruppi di giovani.

 

Il filmato rinvenuto si riferisce ad una delle aggressioni effettuate del periodo di Carnevale avvenute il 3 a il 5 marzo scorsi, a cui ne è susseguita un’altra accaduta l’11 marzo, che sono state contestate nei provvedimenti cautelari restrittivi notificati oggi nei confronti di un’altra “baby gang” di Manduria che ha quattro minori in comune coinvolti con quella precedentemente identificata dagli inquirenti, che aveva portato all’esecuzione di 8 fermi il 30 aprile scorso.

Nel video diffuso dalla Polizia si vede Stano sull’uscio di casa che implora aiuto: “Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza”. vedendo deriso dai bulli di Manduria che gli dicevano: “Vedi che le persone dormono a quest’ora sai?“. Il pensionato cerca di attrarre l’attenzione ed aiuto dei vicini di casa urlando: “Sono solo, aiuto“. La baby gang con strafottenza gli ordinava: “Dai, la foto, mettiti in posa” con parole di scherno e insulti.

Si sentono perfettamente le urla di terrore dello Stano, che si rifugiava nel corridoio della propria abitazione, dove veniva inseguito, raggiunto e colpito con le mazze. Anche il gruppo “L’ultima dei Carnalì” (versione in dialetto locale dell’ “ultima di carnevale“) si scambiava fotografie e filmati relativi alle aggressioni ai danni del pensionato che erano soliti chiamare come “lù pacciù“».

“…Cè carnevali lu pacciu è impacciuto lu triplu”» (traduzione: “che carnevale, il pazzo è impazzito il triplo“) il  tenore dei commenti dei giovani arrestati oggi dalla Polizia  . Proprio grazie ai contenuti della chat “L’ultima dei carnali”  sono venuti alla luce altri violenti assalti alla casa di Antonio Stano con scene filmate di violenza e sopraffazione psicofisica, al solo fine di procurarsi materiale video da far girare su Whatsapp per quello che viene definito un “malvagio divertimento”, dal Gip che ha ordinato le misure cautelari. I gruppi individuati sinora dagli investigatori sono tre: “gli orfanelli”, “l’ultima di carnali” e “solo noi”. Quest’ultimo era un gruppo quasi tutto composto da ragazzine, delle quali al momento vi è solo una di loro, indagata .

Due minori e due maggiorenni già fermati dalla Polizia il 30 aprile scorso nell’ambito delle indagini sulla morte del 66enne Cosimo Antonio Stato, sono accusati anche dell’aggressione ai danni di Fiorello Stano un 53enne disabile di Manduria, avvenuta l’1 aprile scorso, che ha provocato alla vittima l’avulsione di denti incisivi e lesioni permanenti della masticazione. L’episodio è stato scoperto grazie all’analisi tecnica del telefonino sequestrato a uno degli indagati ed è stato poi denunciato dal fratello e dalla badante della vittima

I due minori in questione sono stati colpiti oggi da un nuovo provvedimento restrittivo . I quattro avrebbero attirato il 53enne, affetto da insufficienza mentale grave, all’esterno della sua abitazione non molto distante da quella di Antonio Stano, utilizzando “frasi denigratorie e provocanti”, colpendolo violentemente con un calcio che lo faceva cascare a terra venendo preso a pugni che gli hanno causato delle lesioni permanenti. Gli indagati sono stati tradotti in carcere  il diciottenne Vincenzo Mazza è rimasto associato alla casa circondariale di  Taranto, tutti gli altri sono stati trasferiti nel carcere minorile “Fornelli” di Bari.

 

 




Aumentano i controlli della Polizia a Taranto. Si danno alla fuga ed abbandonano una pistola

TARANTO – Una nuova ventata di sicurezza e controllo della Polizia di Stato sul territorio della provincia di Taranto, comincia a dare i suoi frutti. Ieri i “Falchi” della Squadra Mobile hanno recuperato nella zona di Lama in via dei Girasoli , una pistola abbandonata sul marciapiede.

L’arma priva di matricola e perfettamente funzionante, completa di caricatore con 8 proiettili di cui cinque incamiciati, è stata rinvenuta dagli agenti della Mobile a pochi metri dall’entrata di un circolo sportivo, ed è stata immediatamente sequestrata.

Con ogni probabilità è stata abbandonata da qualcuno, che preoccupato ed intimorito dalla presenza dei poliziotti che in zona stavano effettuando delle attività di controllo, ha deciso di liberarsene. La pistola è stata quindi consegnata al personale della Polizia Scientifica per gli ulteriori accertamenti balistici per verificare se sia stata utilizzata in fatti delittuosi.

“Il nostro obiettivo  è quello di aumentare la sicurezza dei cittadini attraverso controlli continui e sempre più capillari – – ha dichiarato il Questore Bellassaiquest’ultimo rinvenimento conferma l’ efficacia dei protocolli operativi per il monitoraggio di tutte le zone della città che continueranno senza sosta anche per le prossime settimane ed in futuro“.

il questore Giuseppe Bellassai

Un bel cambio di passo dopo un lungo periodo di immobilismo, che non potrà che fare bene alla cittadinanza di Taranto, che sembra aver ritrovato fiducia nelle forze dell’ordine per la propria tutela e sicurezza.




Blitz della Polizia con 52 arresti in tutta Italia: arrestati i boss della Mafia foggiana di San Severo

FOGGIA – Documentata per la prima volta l’esistenza di una mafia autonoma a San Severo, indipendente da quella di Foggia, a seguito  dell’ “operazione Ares” della Polizia di Stato, che ha spedito in carcere 46 persone e 6 ai domiciliari fra la Puglia e le province di Milano, Rimini, Fermo, Ascoli Piceno, Campobasso, Pescara, Teramo, Napoli e Salerno. Annientati i “clan” La Piccirella e Nardino, entrambi dediti al traffico di droga dall’Olanda e dalla Campania, alle estorsioni, ai danneggiamenti, grazie ad un controllo del territorio che passava attraverso l’intimidazione ai cittadini e l’omertà delle vittime. L’ operazione di questa mattina, supportata con 30 equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine, ha visto l’ impiego di oltre 200 poliziotti in provincia di Foggia e altri nelle province di Napoli, Milano, Salerno, Rimini, Campobasso, Pescara, Chieti, Teramo, Ascoli Piceno e Fermo.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Bari, in particolare, accogliendo l´impianto accusatorio formulato dai magistrati Procura Distrettuale Antimafia di Bari , ha emesso un’ ordinanza cautelare a carico nei confronti di 50 persone, ritenuti  esponenti di primo piano delle famiglie mafiose “LA PICCIRELLA” e “NARDINO“, egemoni nel territorio di San Severo (FG), dei quali  sono stati ricostruiti organigrammi ed interessi criminali, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, tentata estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, spaccio di droga, danneggiamento, reati in materia di armi, lesioni personali e tentato omicidio, aggravati dalle finalità mafiose.

È la prima volta che viene contestata l’ associazione di tipo mafioso, di cui all´articolo 416 bis c.p., alla criminalità organizzata sanseverese, riconosciuta come autonoma ed indipendente rispetto alle organizzazioni mafiose operanti a Foggia.  L’ inchiesta ha evidenziato il ruolo egemonico dei clan di San Severo nel traffico di droga in Capitanata e che la spartizione dei relativi, ingenti profitti costituisce un fattore di continue tensioni tra i diversi gruppi malavitosi che operano in quell´area.

Le indagini, inoltre, hanno documentato il sistematico ricorso alla violenza per l’affermazione malavitosa ed il conseguimento della leadership territoriale , nell´ambito di una cruenta contrapposizione fondata anche sull’ eliminazione fisica dei rivali. In tale contesto, sono stati anche accertati diversi episodi a chiaro sfondo intimidatorio, testimonianza del metodo mafioso usato dagli indagati, come nel caso del tentativo di estorsione in pregiudizio di un commerciante locale, la cui abitazione oltre che l’ autovettura ed i locali dell’ attività commerciale, sono stati danneggiati in più momenti con colpi d’ arma da fuoco.

Le indagini – che hanno visto la stretta collaborazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e la Procura di Foggia (con i sostituti procuratori Renato Nitti, Lidia Giorgio e Ileana Ramundo) – erano state avviate nel 2015,a seguito dell’omicidio di Severino Palumbo e sono state condotte prima dal Commissariato di San Severo, e successivamente da una task force composta da investigatori delle Squadre mobili di Foggia e Bari avvalendosi della collaborazione dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo e della Divisione centrale anticrimine della Polizia di Stato. I successivi approfondimenti hanno consentito di ampliare il fronte investigativo, documentando il fiorente traffico di stupefacenti gestito dai sodalizi locali (nonché i relativi canali di approvvigionamento estero, tra cui l´Olanda) e valorizzando la mafiosità di quelle organizzazioni.

Tra i destinatari del provvedimento restrittivo figurano elementi di primo piano delle predette famiglie mafiose, tra cui Giuseppe Vincenzo La Piccirella e Severino Testa, ritenuti ai vertici del “clan La Piccirella“, nonché Franco e Roberto Nardino, a capo dell´omonimo clan, in passato vicini alla “Società foggiana”. Dall’inchiesta è stato possibile documentare come , avessero creato dei clan “autonomi” e si fossero suddivisi il territorio di San Severo, come diceva il Nardino, intercettato, ordinando un pestaggio: “Il paese è nostro” .

Gli esponenti delle due associazioni mafiose individuate usavano i metodi più violenti per realizzare le proprie attività illecite, , come dimostrano i colpi di mitra sparati contro l’auto di una vittima di estorsione, le minacce fatte recapitare ai parenti dei commercianti, il tentato omicidio (mai denunciato) dei coniugi Adriano Marchitto e Anna Gualano, commesso in S. Severo il 4 marzo 2019, reato aggravato dal metodo mafioso, per il quale la Polizia di Stato ha eseguito una seconda ordinanza cautelare emessa sempre dal GIP di Bari, su richiesta della DDA, con cui è stata applicata la custodia carceraria nei confronti di due soggetti indagati del tentato omicidio .

Il tentato duplice omicidio di cui tratta l´ordinanza si colloca nell´ambito delle dinamiche violente dei gruppi contrapposti per il controllo dello spaccio di stupefacenti (oltre che dell´usura, delle estorsioni e della ricettazione) in quell´area.  La vicenda infatti trae origine dalle indagini seguite all´omicidio di Michele Russi detto “Coccione“, avvenuto in S. Severo il 24.11.18, ucciso da due ignoti sicari nella sala da barba denominata “Li Quadri“, in cui furono anche ferite altre due persone.

Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Rhao ha lanciato un appello alla collaborazione: “Denunciate, credete nello Stato, perché la legalità sta riconquistando il territorio“.  I colpi di arma da fuoco sparati contro le auto della Polizia di Stato, parcheggiate davanti a un albergo di San Severo nell’estate 2017,  sono stati “Una sfida allo stato di incredibile sfrontatezza“, come ha dichiarato il procuratore capo di Bari e della Dda Giuseppe Volpe. Una sfida a cui però lo Stato “ha risposto facendo squadra“, ha aggiunto il procuratore di Foggia, Ludovico Vaccaro, che ha definito uno “spiraglio” le prime collaborazioni dei cittadini con le forze dell’ordine.

“Decine di arresti contro la mafia pugliese, sequestri per più un milione di euro nel reggino perché in odore di ‘ndrangheta, blitz contro i clan in provincia di Palermo. Grazie a forze dell’ordine e inquirenti. Lo Stato c’è, fa pulizia e non molla la presa: per i criminali tolleranza zero“. così il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha commentato le operazioni delle forze dell’ordine nella mattinata.

Il provvedimento cautelare ha inflitto la misura cautelare in carcere nei confronti delle seguenti persone, tutte gravate da pregiudizi:

  1. AUGENTI Leonardo, nato a San Severo  1986
  2. BELFONTE Oreste, nato a San Severo  1985
  3. BEVILACQUA Carmine, nato a San Severo 1988
  4. BOZZO Carmine Antonio, nato a Lucera 1956
  5. BRUNO Vincenzo, nato a Foggia 1985
  6. CAPOBIANCO Giacomo, nato a Lucera 1979
  7. CIOCIOLA Libero, detto “Liberino” e/o “il sindaco” e/o “il nonno” nato a San Severo (FG) 1959
  8. COLIO Luigi Donato, detto “Dino” nato a San Severo 1975
  9. DE COTIIS Daniele, detto “don ciccio” nato a San Severo 1979 (capo imputazione n. 0.70 – 0.71 – 0.72 – 0.73 – 0.105 – 0.106);
  10. DE STASIO Luciano Michele, nato a San Severo 1990
  11. DELLI CALICI Carmine, detto “Carminuccio” e/o  “‘u sgumbr” e/o “ninja”, nato a San Severo 1974.
  12. DELL’OGLIO Armando, “Dino”, nato a Milano il 1971
  13. D’ONOFRIO Vincenzo Leonardo, nato a San Paolo di Civitate (FG) il 1975
  14. IRMICI Pasquale, detto “Lino” e/o “cipolla”, nato a San Severo (FG) il 1978
  15. LA PICCIRELLA Giuseppe Vincenzo, detto “Pinuccio” e/o “il ragioniere” nato a San Severo 1958
  16. MASTROMATTEO Mario Luigi, detto “il milanese” nato a  Milano il 1983
  17. MAZZEO Raffaele, detto “il ciotto” nato a San Severo (FG) 1968
  18. MINISCHETTI Giovanni, detto “Gianni” nato a San Severo 1971.
  19. NARDINO Franco, alias “Kojac”, nato a San Severo 1963
  20. NARDINO Roberto, detto “patapuff” nato a San Severo il 24.05.1977,
  21. NARDINO Vincenzo Pietro, “Enzo”,  nato  a San Severo  (FG)  1987
  22. NARDINO Matteo Nazario, nato a San Severo 1991
  23. PISTILLO Ivano, nato a San Severo 1988
  24. ROMANO Stefano, nato a  San Severo 1989
  25. RONCADE Lucio, nato a San Severo 1979
  26. RUSSI Antonio, nato a San Severo 1983
  27. RUSSI Loredana, a San Severo 1965
  28. SARDELLA Arnaldo, detto “cinese” nato a San Severo 1985
  29. TESTA Severino, detto “Rino” e/o “il puffo” e/o “il mastro” nato a San Severo (FG) 1960
  30. TUMOLO Gennaro, nato a San Severo 1976
  31. VISTOLA Giuseppe, detto “fa fumo” nato a San Severo il 1979

Alcuni  indagati, sono stati ristretti in regime di arresti domiciliari presso le rispettive abitazioni :

  1. ASTUTI Vincenzo, nato a Napoli  1979
  2. D’AGRUMA Roberto, detto “Tup Tup”,  nato a San Severo 1981

Contestualmente, con il supporto delle Squadre Mobili di Torino, Asti, Milano, Rimini, Ascoli Piceno, Fermo, Chieti, Teramo, Campobasso, Napoli e Salerno, in esecuzione del medesimo provvedimento coercitivo, sono stati tratti in arresto:

  1. BALDASSI Giacomo, nato a Castellammare di Stabia 1972
  2. CAROLLA Francesco, nato a Santa Maria Capua Vetere 1978
  3. CONSALVO Nicola, nato a Termoli (CB) 1974
  4. DE CATO Giuseppe, nato a San Severo 1975
  5. DI GENNARO Luigi, nato a Torremaggiore (FG) 1961
  6. DI LORENZO Lorenzo, nato a San Giovanni Rotondo il 1977
  7. D’UVA Giuseppina, nata a Termoli il 1978
  8. FORTUZI Bledar, detto “Eddy”, nato in Albania il 1976
  9. FRATELLO Diego, nato a Termoli (CB) 1981
  10. IMMOBILE Gennaro, nato a Torre Annunziata il 1953
  11. LA PORTA Enza Valentina, nata a Torremaggiore (FG) 1995, destinataria della misura degli arresti domiciliari;
  12. LEO Giuseppe, nato a Torre Annunziata 1963
  13. PARISI Michele Luciano, detto “coccett” nato a San Severo (FG)1980
  14. SPIRITOSO Giuseppe, nato a Foggia 1956, alias “Papanonno”;
  15. VOLPE Antonio, nato a San Severo 1985, destinatario della misura degli arresti domiciliari.

Nel medesimo contesto operativo, è stata eseguita ulteriore ordinanza di applicazione della misura cautelare in carcere emessa in data 03 c.m. dal GIP presso il Tribunale di Bari, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura di Bari, a carico di:

  1. DE FILIPPO Michele Valentino, nato a San Severo il 1991
  2. DE FILIPPO Luigi Nazario, nato a San Severo 1993



Standing ovation per il concerto della Banda della Polizia organizzato dall’ANCRI per spiegare l’Inno Nazionale agli Azzurri.

ROMA – Un’ iniziativa che ha ottenuto la standing ovation della Nazionale di Mancini in piedi ad applaudire il concerto che si è tenuto al Centro Tecnico FIGC di Coverciano, promosso dall’ ANCRI, l’ Associazione Nazionale insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, per un momento di riflessione ed approfondimento sul significato autentico dell’Inno Nazionale e per farlo”vivere” meglio agli azzurri del calcio italiano. Gli aspetti organizzativi sono stati curati dall’ex responsabile della sicurezza degli Azzurri, il prefetto Francesco Tagliente, delegato ai rapporti istituzionali dell’ANCRI, di concerto con la Figc e la Polizia di Stato.

La Banda musicale della Polizia di Stato diretta dal Maestro Maurizio Billi, accompagnata dal tenore Francesco Grollo, ha arricchito l’evento con brani musicali molto significativi e toccanti anche per il mondo dello sport. L’ omaggio a Ennio Morricone, Galop dall’ouverture di “Guglielmo Tell” di Gioacchino Rossini; “Nessun dorma” da “Turandot” di Giacomo Puccini. A seguire Michele D’Andrea ha quindi raccontato e spiegato agli Azzurri della Nazionale di Calcio il significato dell’Inno, che è il vero Canto degli Italiani, .

“Quando penso al nostro Inno Nazionale– ha spiegato Demetrio Albertini, Presidente del Settore Tecnico di Coverciano – sia quando ero calciatore ed ora da dirigente sento il senso di identità, appartenenza e responsività. La Nazionale, l’Inno e la maglia azzurra sono colonne e valori fondamentali”.

Il prefetto Francesco Tagliente, nel suo intervento,  ha ricordato che “lo sport e i valori fondanti del nostro ordinamento costituzionale sono stati i fili conduttori del mio percorso professionale e della mia vita. E non solo della mia vita perché questo evento è il frutto della sensibilità e della vocazione istituzionale e sociale del presidente della FIGC Gabriele Gravina, del Capo della Polizia Franco Gabrielli e di una bella Squadra impegnata da tempo a promuovere i valori dei simboli della Repubblica. Parlo dell’Associazione Nazionale degli insigniti al Merito della Repubblica ma non solo perché parlo soprattutto degli orchestrali della Banda musicale della Polizia diretti da Maurizio Billi, da Francesco Grollo e da Michele D’Andrea. Una squadra che è partita da Firenze 10 anni fa, festeggiando il Tricolore, ed oggi ancora unita e più attiva che mai, torna a Firenze e fa tappa a Coverciano per spiegare agli Azzurri, attraverso una chiacchierata briosa ed espressiva, il significato autentico dell’Inno Nazionale, pilastro ideale e simbolico della nostra democrazia”.

Il presidente dell’ANCRI Tommaso Bove nel suo intervento ha evidenziato che “Gli Insigniti al Merito della Repubblica Italiana aderenti all’ANCRI, da Statuto, si sono assunti l’impegno di divulgare, a tutti i livelli ed in ogni forma, i principi e i valori della Costituzione Italiana, specialmente quelli incarnati nei simboli della Repubblica, dei quali intendono promuoverne la conoscenza storica e la portata ideale, poiché fermamente convinti che la salvaguardia dei valori rappresenta il modello di riferimento per una coscienza adulta e la formazione del mondo di domani. In tale ottica, è indubbio che lo sport in generale, e gli azzurri della Nazionale di calcio in particolare, rappresentano il momento più alto di questi valori, poiché da sempre capaci di trasmettere emozioni e messaggi positivi”.

A parlare dell’Inno anche gli Azzurri della Nazionale, che lo vivono ogni volta che scendono in campo con la maglia dell’Italia.  “L’inno italiano è un qualcosa di particolare. Non abbiamo mai pensato – ha sottolineato il c.t. Manciniche fosse una marcetta, ma l’inno più bello del mondo. Spero che quanto ascoltato oggi serva a tutti noi quando andremo in campo già da sabato e ci aiuti ancora di più. Il momento più bello penso sia rappresentare la propria nazione”.

Se penso all’inno ripenso a quando ero bambino e guardavo la Nazionale di calcio, – ha aggiunto Giorgio Chiellini –  ma anche gli altri sport e lo cantavo a casa. Poi piano piano dalle nazionali giovanili ho cominciato a cantarlo fino a raggiungere il sogno di cantarlo in Nazionale maggiore. E’ un inno stupendo, e cantarlo è un qualcosa di emozionante, un modo di caricarci tutti insieme prima della partita e trasferirci quelle vibrazioni e quelle emozioni che poi cerchiamo di riportare in campo”. Infine Leonardo Bonucci: “Dopo questa bella mezz’ora passata insieme, quel minuto davanti alle telecamere in cui viene cantato l’inno italiano prima delle gare della Nazionale azzurra sarà ancora più entusiasmante e fatto con ancora più voglia perché racconta la nostra passione, la nostra storia ed è quello che cerchiamo di mettere in campo in ogni partita. Complimenti alla Banda musicale della Polizia di Stato, siete veramente una grande squadra”.

Al termine della manifestazione Albertini ha donato a Tommaso Bove, presidente Nazionale ANCRI, una maglia ufficiale della Nazionale italiana, recante sulle spalle la scritta ANCRI, ed il numero 4.




Salvatore Caiata presidente del Potenza Calcio , prosciolto dalle accuse a suo carico. Ed il M5S ha perso un senatore (passato a FdI)

ROMA – “Sono contento che Salvatore da imprenditore esterno a logiche politiche abbia accettato di mettere la sua esperienza e competenze manageriali a disposizione del nostro progetto  – aveva dichiarato Luigi Di Maio  – per il Paese e la Basilicata in particolare. L’ Italia ha bisogno di persone capaci, che hanno dimostrato di saper fare bene e tanto per il proprio territorio“.

Salvatore Caiata, potentino, nato del 1970 , era emigrato per molto tempo in Toscana dove ha costruito famiglia e una fortuna come proprietario di ristoranti in piazza del Campo a Siena. Ma Di Maio ed i suoi “comunicatori” hanno dimenticato di ricordare anche  che Caiata in passato è stato un dirigente del PdL a Siena, membro del Coordinamento provinciale del Popolo della libertà nella città del Palio.

Luigi Di Maio e Salvatore Caiata

Ma che cosa prevede il fantomatico regolamento del M5s per le candidature? Che l’aspirante parlamentare “non dovrà essere iscritto ad alcun altro partito” e “non dovrà aver mai partecipato a elezioni di qualsiasi livello, né aver svolto un mandato elettorale o ricoperto ruoli di amministratore e/o componente di giunta o governo, con forze politiche diverse dal MoVimento 5 Stelle a far data dal 4 ottobre 2009”.

La reazione di Di Maio nell’apprendere che Salvatore Caiata  capolista a Potenza del Movimento Cinquestelle nel collegio uninominale è al centro delle indagini in corso sui suoi affari,  non è stata delle migliori. Infatti dallo scorso 1 luglio 2018, infatti, anche il ristorante “Il Campo” a Siena non è più di Caiata ma del gruppo La Cascina, società della Compagnia delle Opere, braccio armato economico di “Comunione e Liberazione“.  Il gruppo La Cascina nel 2015 fu colpito da interdittiva antimafia e commissariato dal prefetto di Roma (all’epoca dei fatti) Franco Gabrielli ora a capo della Polizia di Stato, in quanto la rete di coop bianche avevano manager coinvolti nel secondo capitolo di “Mafia Capitale“.

 

Le interdittive firmate da Gabrielli, colpirono  la Cooperativa di lavoro La Cascina; La Cascina global service; Vivenda Spa; il Consorzio di cooperative sociali Casa della solidarietà costituito da Domus caritatis, Mediterranea onlus, Osa Mayor onlus, Tre Fontane, ed Il provvedimento aveva valore per Roma ma anche per tutto il territorio nazionale, “in virtù della gravità dei fatti oggetto di indagine e delle particolari esigenze di tutela della legalità”, emanato un mese dagli arresti che hanno portato a parallele perquisizioni nelle sedi delle cooperative coinvolte nella maxi inchiesta della Procura diRoma.

Il provvedimento del Prefetto Gabrielli di amministrazione giudiziaria nei confronti del Gruppo La Cascina, venne revocato nell’estate del 2016 dal Tribunale di Roma. I cui magistrati hanno hanno concluso che l’azienda non deve essere confiscata. Facendo tirare un sospiro di sollievo ai 7mila dipendenti dell’azienda che opera nel settore delle mense, dell’assistenza ai minori ed agli immigrati.

Salvatore Caiata

Il fascicolo aperto dal procuratore di Siena Salvatore Vitiello, vede iscritto tra gli indagati anche l’imprenditore kazako Igor Bidilo e Cataldo Staffieri, rappresentante per l’Umbria e la Toscana del gruppo La Cascina, la cooperativa che nella cittadina toscana ha rilevato i locali più famosi del centro storico.  La “collaborazione”   di Caiata con Staffieri va avanti da lungo tempo tanto che altri luoghi rinomati come “Conca d’Oro”, “Nannini Toselli” e “Nannini Massetana” erano gestiti da La Cascina e soltanto  con la consulenza di Caiata.

Al centro delle verifiche disposte dai magistrati della Procura di Siena ci sono questi trasferimenti di immobili e capitali che, oltre a Caiata e Steffieri, si allargavano ad un altro imprenditore molto noto nella zona: Igor Bidilo, kazako presente nel cda della multinazionale Usa Atek società che si occupa di tecnologie informatiche e meccaniche, specializzato tra l’altro nell’affitto di aziende.

Proprietario della Sielna,  Bidilo ha partecipato un anno fa alla gara per aggiudicarsi il monastero Sant’Orsola di Firenze dove voleva aprire una scuola internazionale e una Spa con impianto termale. Nella sua azienda ha come socio il rumeno Maxim Constantin Catalin. Le indiscrezioni assicurano che il coinvolgimento di questi personaggi nell’indagine porti ad alcuni investimenti all’estero e non è escluso che su questo siano giunte anche segnalazioni per operazioni sospette.

 

 

All’imprenditore potentino  candidatosi nel M5S e successivamente migrato prima al Gruppo Misto ed ora in Fratelli d’ Italia, è riconducibile una galassia di società, alcune attive, altre costituite di recente ma inattive , in altre dove è entrato o uscito o come azionista o come amministratore. Nel marzo 2016 Caiata ha fondato la società di ristorazione Wilaf srl, nel dicembre ha costituito la società pubblicitaria Potenza Calcio Comunication srl. Nel 2014 Caiata aveva costituto la società sportiva Siena 2019 srl, tutte società che al momento risultano inattive nei registri delle imprese delle camere di commercio. Le società attive sono la Potenza Calcio srl  (dal 2015), la Toro srl che si occupa commercio al dettaglio in funzione dal 2010 con un fatturato intorno ai 2milioni di euro, che ha chiuso il tuo ultimo bilancio con  un utile di appena 8 mila euro , e la Taica srl che dal 2015 si occupa di compravendita di beni immobili.

Le indagini erano state affidate alla Guardia di Finanza e riguardarono il reimpiego di capitali attraverso alcune aziende e conti correnti anche esteri. Controlli condotti nel massimo riserbo che si concentrano sul passaggio di proprietà di quote societarie.

Nuovamente nella bufera il Movimento 5 Stelle, ancora una volta ha dimostrato di non essere capace di garantire la presunzione d’innocenza ai propri esponenti. O meglio la garantisce solo a chi e quando fa loro comodo .  Caiata al momento della candidatura infatti aveva  fornito tutta la documentazione solitamente richiesta dai 5 stelle. E la sua fedina penale risultava immacolata. Caiata, però non aveva reso noto di essere indagato in un’inchiesta penale (che non configura di fatto alcun reato!) . Per questo motivo, le parole odierne del suo legale all’Agi-Agenzia Italia hanno ulteriormente compromesso ed inguaiato la sua posizione: “Non è una vicenda che nasce oggi e che scoppia improvvisamente – ha spiegato l’avvocato Enrico De Martino uscendo dalla procura – è stata rubricata nel 2016 e il dottor Caiata un anno fa ne venne a conoscenza rendendosi immediatamente disponibile presso la Procura della Repubblica di Siena per chiarire ogni eventuale contestazione“.

Per questo i grillini avevano immediatamente richiesto a Caiata tutte le carte, per ergersi a giudici (che poi non sono)  come se fossero una corte di un Tribunale ! Sul profilo Facebook del Movimento è stato pubblicato  un post eloquente: “Se accuse tanto gravi fossero confermate, non faremo sconti a nessuno“. Cosa vogliono dire ?
Ed ora che Caiata è stato prosciolto Di Maio ed il suo staff hanno fatto l’ennesima pessima figura perdendo anche un senatore a Palazzo Madama.

 

 

AGGIORNAMENTO

Il pubblico ministero che aveva indagato Salvatore Caiata, attuale Senatore della Repubblica (passato a Fratelli d’ Italia) , ha richiesto l’archiviazione delle ipotesi accusatorie a suo carico, richiesta questa che è stata accolta dal Gip. dr.ssa Ilaria Cornetti del Tribunale di Siena, che ha definitivamente archiviato il procedimento penale a suo carico.

archiviazione Caiata GIP Siena




Napoli, arrestato l'uomo che ha sparato alla piccola Noemi. La bimba è sveglia e cosciente

NAPOLI – Sono due le persone arrestate per l’agguato di venerdì scorso  in Piazza Nazionale a Napoli nel quale sono stati feriti la piccola innocente bambina Noemi ed un uomo, Salvatore Nurcaro, che era il vero obiettivo del killer, che è ancora ricoverato in terapia intensiva e non è stato possibile interrogarlo date le sue condizioni di salute in quanto raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco.

Armando Del Re, il pregiudicato napoletano che e’ stato arrestato dai Carabinieri con l’accusa di essere colui che ha sparato in Piazza Nazionale a Napoli

Insieme ad Armando Del Re, l’uomo originario dei Quartieri spagnoli di Napoli accusato di aver sparato, è stato bloccato un altro uomo, cioè suo fratello Antonio, che avrebbe fatto da complice e che è stato portato nella caserma dei Carabinieri ‘Pastrengo’ di Napoli.

A catturarli sono stati i Carabinieri ma nelle ricerche e nella caccia all’uomo, coordinata dalla Procura di Napoli, sono state impegnate tutte le forze di polizia, che hanno cooperato per identificare il responsabile dell’agguato che ha coinvolto un’innocente bambina.  Il tentato omicidio di Salvatore Nurcaro è maturato in pieno contesto camorristico, come ha  affermato il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, nel corso di un incontro in Procura. Ai due fratelli è stata contestata anche la premeditazione, perché la vittima dell’agguato è stata a lungo pedinata, per questo è scattata anche l’accusa di organizzazione mafiosa.

Armando Del Re è  ritenuto colui che ha sparato è stato rintracciato ed arrestato in provincia di Siena dopo essere stato rintracciato e fermato nell’autogrill nel comune di Rapolano Terme, lungo la Siena-Bettolle. Al momento del fermo l’uomo non era armato e si trova attualmente nella caserma dei carabinieri di Siena in attesa di trasferimento nel carcere di Santo Spirito a Siena,  a disposizione dell’autorità giudiziaria. Successivamente  Del Re verrà poi trasferito a Napoli

Il fratello Antonio Del Re è stato invece  fermato nell’hinterland napoletano, nei pressi di Nola,  accusato di aver dato supporto logistico a suo fratello  Armando. A entrambi i fermati che risultano avere precedenti per reati di droga, viene contestata la premeditazione del tentato omicidio. La vittima designata era stata a lungo seguita e pedinata. Fondamentali nelle indagini sono stati gli accertamenti tecno-scientifici effettuati grazie ai filmati della videosorveglianza.

Sulla base di quanto è stato possibile ricostruire è stato Antonio Del Re a pedinare Salvatore Nurcaro, accompagnando il fratello nel momento dell’agguato . Armando Del Re, che è stato il primo ad essere riconosciuto ed identificato, si sarebbe subito dopo spostato in provincia di Siena, probabilmente per un colloquio con un parente detenuto, mentre il fratello Antonio si è spostato a Marigliano.

l’arresto di Antonio Del Re, fratello del killer

I fratelli Armando ed Antonio Del Re sono stati arrestati con l’accusa di tentato omicidio premeditato nel corso di una vasta operazione a cui hanno preso parte i Carabinieri e la Guardia di Finanza di Napoli e la Polizia di Stato.  Il provvedimento di fermo nei confronti dei fratelli Armando ed  Antonio Del Re  è stato emesso dai pm Antonella Fratello, Simona Rossi e Gloria Sanseverino, coordinati dal procuratore di Napoli, Giovanni Melillo ed il procuratore aggiunto della Dda, Giuseppe Borrelli che hanno ravvisato un imminente pericolo di fuga. E, infatti i fratelli Del Re erano lontani dalle loro abitazioni nel rione delle «Case Nuove» di Napoli. Le richieste di convalida dei fermi saranno formulate nelle prossime ore

Continuano ad arrivare centinaia di messaggi di solidarietà all’Ospedale Santobono, dove è ricoverata la piccola Noemi e dove, ieri sera, centinaia di persone hanno sfilato con fiaccole e candele per mostrare vicinanza alla famiglia. La bimba ferita gravemente da una pallottola vagante resta ricoverata in terapia intensiva, ma è migliorata la sua funzione respiratoria, tanto che i medici hanno potuto ridurre “l’apporto di ossigeno mediante ventilazione“.  Noemi questa mattina è stata stubata e respira da sola. La piccola ricoverata dopo 7 giorni di coma indotto è finalmente sveglia e cosciente ed “è stata portata ad uno stato di sedazione non profonda e attualmente evidenzia una valida respirazione spontanea, supportata da ossigeno ad alti flussi, senza necessità di ventilazione meccanica”. Queste le incoraggianti notizie dal bollettino medico dell’Ospedale Santobono sulle sue condizioni. Le sue prime parole sono state queste: “Datemi le mie bambole“. Nella giornata di ieri la bambina è stata sottoposta a broncoscopia sia a destra che a sinistra, in maniera tale da permettere i bronchi di liberarsi da muchi e coaguli. La prognosi permane riservata. Il prossimo bollettino sarà diramato tra 24 ore. “Il risveglio di Noemi è stato un momento di commozione per tutto l’ospedale – ha dichiarato la manager del Santobono Anna Maria Minicucciaspettavamo queso momento da una settimana. Grande soddisfazione e gioia per tutti noi“.

 

La manager dell’ Ospedale Santobono parla di  una “bella pagina per la sanità campana”, evidenziando “la massima serietà e competenza dei medici“, e nello stesso tempo invita alla calma “perché da questa giornata ci aspettiamo ancora qualche instabilità e vogliamo essere tranquilli“. “Nonostante il riserbo e la prudenza necessari – spiega la Minicucci  – ci faceva piacere dare questa bella notizia nello stesso giorno in cui è stato arrestato il presunto responsabile di questa vicenda, grazie al grande lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura“. Nei prossimi giorni probabilmente si svolgerà una conferenza stampa “nella quale spiegheremo tutto quello che abbiamo fatto e, se vorranno, potranno essere presenti anche i genitori di Noemi, ai quali in questi giorni abbiamo garantito tranquillità e accoglienza, rispettando il silenzio dignitoso di tutta la famiglia della piccola. Anche questo – ha concluso la Minicucciè per noi motivo di grande soddisfazione”.

All’incontro delle forze dell’ ordine con la stampa che si è tenuto questa mattina nella sede della Procura di Napoli hanno preso parte il comandante provinciale dei Carabinieri di Napoli, colonnello Ubaldo Del Monaco,  il questore di Napoli, Antonio De Iesu e gli altri vertici delle forze di polizia.

“Complimenti a forze dell’ordine, inquirenti e magistratura per la cattura del delinquente che ha sparato alla piccola Noemi. Nessuna tregua contro camorristi e criminali, lo Stato e i napoletani vinceranno la sfida. Lo Stato risponde con i fatti e non con le parole“. Con queste parole il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato gli arresti effettuati dai Carabinieri ed annunciato che giovedì sarà a Napoli per presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.

“Sono sollevato dall’arresto dell’uomo che ha sparato, ferendo gravemente Noemi. – ha commentato il presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra –  Ed anche di chi gli ha dato protezioneUn sentimento ringraziamento per il lavoro svolto dalle forze dell’ordine e dalla procura di Napoli che hanno lavorato duramente. Ora emergeranno anche i motivi di questo gesto che rimane di una gravità inaudita perché dimostra un senso di impunità che deve essere combattuto senza tregua”. Un ringraziamento alle forze dell’ordine ed alla Procura arriva anche dal Presidente della Camera Roberto Fico che ha scritto su Facebook: “Il nostro pensiero va alla piccola, che da giorni combatte in un letto d’ospedale, e ai suoi cari. Siamo tutti con voi” .

 




E' arrivato il nuovo questore di Taranto

TARANTO – Taranto ha finalmente da ieri un nuovo Questore, a seguito dell’avvicendamento è stato deciso dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza . Si è insediato ieri il Questore  dott. Giuseppe Bellassai, Dirigente Superiore della Polizia di Stato, proviene da Benevento dove ha ricoperto l’incarico di Questore dal 3 ottobre del 2016. La città e provincia di Taranto aveva bisogno di un questore di polso ed esperienza, ed a parlare come sempre saranno i fatti ed i risultati.

La Questura di Taranto

Giuseppe Bellassai è entrato  a far parte della Polizia di Stato nel 1988, frequentando il Corso  di Formazione per i Funzionari della Polizia di Stato, presso l’Istituto Superiore di Roma. Al termine del  predetto Corso di Formazione, con la qualifica di Vice Commissario, viene inviato presso la Scuola Polfer di Bologna. Nel novembre del 1991 viene trasferito presso la Questura di Ragusa, con le funzioni di Funzionario addetto presso la locale Squadra Mobile. Dopo solo un anno, ad assumere la Dirigenza di tale Ufficio sino all’ottobre del 2005. Gli anni trascorsi alla Squadra Mobile sono costellati da numerosissimi successi investigativi: vengono disarticolate ed azzerate le locali cosche mafiose anche grazie all’arresto di tutti i latitanti della provincia.

Nel dicembre del 2005, ottiene la promozione a Primo Dirigente ed il successivo trasferimento, a seguito della frequentazione del relativo Corso Dirigenziale, presso la Questura di Agrigento dove dirigerà la Divisione di Polizia Amministrativa e Sociale e dell’Immigrazione. Sono questi gli anni in cui il Centro di Accoglienza di Lampedusa viene travolto da centinaia di sbarchi di profughi in fuga dai propri territori martoriati da guerre civili. Il Dipartimento della P.S., per questo lo invia in missione, per quattro anni, presso il Centro di Lampedusa, dove gestisce le criticità connesse al fenomeno migratorio. Nel giugno del 2010 viene promosso a Vicario del Questore di Trapani, incarico che ricoprirà fino al 1° agosto 2014 data in cui assume le funzioni di Vicario del Questore di Palermo. In quest’ultima veste, si è segnalato per i delicati servizi di ordine pubblico che ha coordinato e diretto nella complicata realtà del capoluogo siciliano. Nel marzo del 2016, viene promosso a Dirigente Superiore. Dal 3 ottobre dello stesso anno ha ricoperto l’incarico di Questore di Benevento.

Al nuovo Questore di Taranto il benvenuto ed i migliori auguri di buon lavoro dalla Direzione, redazione e collaboratori del CORRIERE DEL GIORNO.

 




Oggi l'interrogatorio degli 8 ragazzi della baby gang fermati per il pensionato morto a Manduria

ROMA – Sono in corso questa mattina gli interrogatori degli otto indagati sottoposti a fermo dalla Polizia nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Antonio Stano, il 66enne pensionato di Manduria morto il 23 aprile dopo aver subito una serie di aggressioni e violenze da più gruppi di giovani.

La Polizia ha sottoposto a fermo due maggiorenni (di 19 e 22 anni) e sei minorenni per i reati di tortura, con l’aggravante della crudeltà, sequestro di persona, violazione di domicilio e danneggiamento. I giovani, secondo le indagini condotte dal pm dr. Remo Epifani,, durante gli assalti nell’abitazione della vittima e per strada si sarebbero ripresi con i telefonini mentre sottoponevano la vittima a violenze con calci, pugni e persino bastoni, per poi diffondere i video nelle chat di Whatsapp. Mentre il  gip dr.ssa Rita Romano, interrogherà in carcere i due maggiorenni, mentre il dr. Antonio Morelli presidente dei gip del Tribunale per i minorenni   di Taranto ascolterà gli altri sei in stato di arresto,  in quanto appunto ancora minorenni.

“Urlava implorando con disperazione: state fermi, state fermi”. ha raccontato il 19enne Gregorio Lamusta uno dei due maggiorenni  degli otto ragazzi coinvolti, sottoposti a fermo dalla Polizia, nell’ambito delle indagini sulla morte di Antonio Stano, il 66enne di Manduria picchiato, rapinato e bullizzato . Lamusta è stato ascoltato dagli investigatori ed ha ammesso di aver partecipato, pur non avendo avuto un ruolo attivo, ad alcune delle aggressioni.  A lui si arrivati grazie all’auto notata dai vicini di casa di Stano durante uno dei raid ai danni del povero pensionato. Il giovane ha descritto tre episodi di pesanti violenze, aggressioni, insulti, contro Stano, riferendo che le prime due sono state filmate con il suo cellulare da un altro indagato e trasmesse on line.
A Manduria i primi a ribellarsi  alle accuse degli inquirenti sono stai  i vicini del pensionato che rivendicano i vani e ripetuti tentativi di portare all’attenzione delle istituzioni quanto avveniva in quella casa al civico 8 di via San Gregorio Magno. Ad esempio,  Cosimo Digiacomo, insieme ad altri abitanti più sensibili, sarebbe quello che si è prodigato più di tutti gli altri per dare un aiuto al povero Antonio. “Chi oggi ci accusa di essere omertosi o peggio ancora di essere responsabili della morte di Antonio, dovrebbe vergognarsi; abbiamo perso il sonno per il nostro vicino e abbiamo fatto quello che le istituzioni avrebbero dovuto fare“, dichiara il cinquantunenne che racconta come si è arrivati all’inchiesta che ha portato ieri al fermo di otto componenti del branco. “Quando abbiamo capito che la telefonata alle Forze dell’Ordine non serviva a niente abbiamo deciso di mettere nero su bianco coinvolgendo anche il parroco della chiesa, don Dario De Stefano che ha firmato anche lui l’esposto. Ogni volta che abbiamo avvertito qualcosa abbiamo sempre chiamato la Polizia o i Carabinieri che a volte passavano ma quando tutto era finito; oppure ci dicevano che non avevano pattuglie“.

una delle finestre dell’ abitazione di Stano danneggiata da bastonate e lancio di grosse pietre

“Vagnù, i video di lu pacciù no li faciti vede a nisciunu perché sta giranu” (dal dialetto manduriano: “Ragazzi, i video del pazzo non li fate vedere a nessuno perché stanno girando“): è questo uno dei messaggi presenti nella chat della “comitiva degli orfanelli” scritto da un indagato l’8 aprile scorso, cioè tre giorni dopo il ricovero di Antonio Stano.  “Sta girunù sti video. Casomai vanno a finire a persone sbagliate” (trad. “Stanno girando questi video. Casomai finiscono nelle mani di persone sbagliate”) scriveva un altro indagato, mettendosi d’accordo con un coetaneo di “non recarsi più dalla vittima“. timoroso di essere coinvolto nell’inchiesta: “speriamo di no“.

da sinistra il Procuratore Capo del tribunale per i minori di Taranto, dr.ssa Pina Montanaro ed Procuratore capo della Repubblica di Taranto dr. Carlo Maria Capristo

“Aver visionato decine e decine di video – ha raccontato in conferenza stampa il procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo non è stata operazione semplice. C’è voluto l’ausilio della Polizia scientifica perchè avevamo e abbiamo il dovere individuare i protagonisti di quelle che io ho chiamato ‘bravate criminalì e attribuire loro i reati in maniera specifica. Le contestazioni che sono state mosse con i fermi, a firma congiunta della procura ordinaria e della procura minorile, sono pesanti e riflettono quelle che sono le immagini dei video sui quali abbiamo lavorato e sui quali abbiamo delle certezze“. Il procuratore Capristo ha esternato anche delle giuste riflessioni  sulla “smania di questi giovani violenti per noia, che filmano le loro bravate criminali e subito le postano sul web perchè per loro è un motivo di soddisfazione. Si provano nuove emozioni, si raccolgono in chat tutta una serie di osservazioni, di plausi. Non vogliamo generalizzare perchè ci sono tanti altri giovani che vivono la loro vita nel rispetto delle istituzioni e della famiglia, ma ci sono queste sacche che vanno individuate ed estirpate».

Fermo immagine del video della Polizia in cui si vede chiaramente come  la baby-gang di otto ragazzi  faceva irruzione nella casa del pensionato con i bastoni in pugno ed i volti nascosti da maschere.

 

“La vittima si è trovata a subire queste incursioni criminali in uno stato che tecnicamente si definisce di minorata difesa” ha continuato Capristo –  Questo è un elemento ancor più grave che si riflette sul comportamento di questi giovani. Mi preme sottolineare l’aspetto della solitudine del povero Antonio Stano. Un uomo che  dopo aver lavorato una vita nell’Arsenale militare, è stato lasciato solo, con le sue paure, i suoi stati d’ansia, con le sue depressioni“. Capristo ha definito il fenomeno delle baby gang come “una piaga sociale ormai in crescita esponenziale. Da Taranto a Milano, a Roma, in tutte le città  si registrano episodi dove vengono aggrediti i barboni fuori dalle stazioni, dove vengono aggrediti giovani di colore per motivi razziali, dove vengono stuprate giovani donne. Allora ci dobbiamo interrogare seriamente perchè tutti siamo bravi a diagnosticare o ad approfondire le problematiche, ma ora ci dobbiamo interrogare su quelle che devono essere le prognosi da adottare. Tutti siamo chiamati a dare un contributo non solo diagnostico, ma anche di definizione di intervento“.
“C’è stata sicuramente un’assenza totale di controllo sociale. Queste condotte sono il segno di una profonda crisi educativa”  ha aggiunto a sua volta il Procuratore Capo del tribunale per i minori di Taranto, dr.ssa Pina MontanaroQuesti episodi   hanno determinato l’intervento tempestivo delle procure per la gravità dei fatti ma anche per le esigenze di carattere investigativo. Più gruppi di ragazzi erano interessati a questo fenomeno e c’è tanto materiale in fase di valutazione. Ma è ovvio che, da Autorità Giudiziaria, da procura per i minorenni, è nostro compito e nostro dovere, forse anche supplendo a quell’assenza sociale di cui abbiamo parlato, considerare questo del processo penale in cui si dovranno accertare le responsabilità specifiche un momento, me lo auguro, attraverso il quale fornire a questi ragazzi una possibilità, tramite gli strumenti che la legge ci consente, di rieducazione e di recupero. Solo così  e attraverso il coinvolgimento dell’intera comunità credo si possa in qualche modo affrontare un fenomeno di tale portata“.
Alcuni degli otto giovani sottoposti a fermo nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Antonio Stano – secondo fonti della difesa – “si sono dichiarati dispiaciuti” per le loro condotte, si sono riconosciuti nei video acquisiti dagli inquirenti ed hanno precisato il loro ruolo.
Sino ad ora  sono stati interrogati i due maggiorenni dal gip dr.ssa Rita Romano del Tribunale Penale ordinario di Taranto  e quattro dei sei minorenni coinvolti da gip dr.ssa  Paola Morelli del Tribunale per i minorenni del capoluogo jonico.
Tutti hanno risposto alle domande dei magistrati e sempre, secondo  quanto riferito dagli avvocati della difesa, sarebbero apparsi “molto provati“. I due gip adesso dovranno decidere mediante un’ ordinanza se convalidare i fermi e stabilire se le misure cautelari disposte dal pm dr. Remo Epifani vadano confermate, revocate o ridotte.
Il più grande del gruppo Antonio Spadavecchia di 23 anni  ha ammesso di aver partecipato a una sola “incursione” nell’abitazione del pensionato, documentata anche da uno dei video acquisiti dagli inquirenti, negando le accuse di aver avuto un ruolo attivo ai vari raid. Anche uno dei minori interrogati, a quanto si apprende, ha negato di aver partecipato ad atti di violenza.

Agli atti dell’inchiesta vi è anche anche una deposizione testimonianale della fidanzata sedicenne di uno dei componenti della baby-gang indagati che il 12 aprile scorso si è presentata spontaneamente al Commissariato di P.S. di Manduria, affermando di essere a conoscenza di alcuni fatti che potevano risultare utili ai fini delle indagini ed, alla presenza della madre, ha affermato di essere in possesso di due filmati in cui si vedeva Stano picchiato e vessato da un giovane.

Qualche giorno dopo, per la precisione il 17 aprile la giovane ragazza è stata nuovamente convocata ed ascoltata dai poliziotti, che le hanno fatto visionare altri filmati, dai quali ha riconosciuto anche il suo fidanzato tra i giovani ripresi  ed altri tre suoi conoscenti. La ragazza ha anche riferito anche che lo zio di uno degli aggressori stava cercando di contattare gli altri componenti della baby gang intimando loro di non fare il nome del nipote alla Polizia, nel tentativo di depistare le indagini nei suoi confronti.




La Polizia di Stato esegue 8 provvedimenti di fermo nei confronti della “Comitiva degli Orfanelli” di Manduria

ROMA – Ad esito delle indagini condotte dal pm dr. Remo Epifani della Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Taranto, coordinate dal Procuratore Capo dr.  Carlo Maria Capristo, e della Procura della Repubblica per i Minorenni, guidata dalla Procuratrice Pina Montanaro, il personale della Polizia di Stato della Questura di Taranto ha dato esecuzione ad otto provvedimenti di fermo di “indiziato di delitto” nei confronti di altrettanti soggetti (6 minori di 17 anni e due maggiorenni  Gregorio Lamusta di 19 anni  ed Antonio Spadavecchia di 23 anni) ritenuti a vario titolo e gravemente indiziati in concorso dei reati di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona aggravati. Altri sei minori restano indagati in stato di libertà.

I provvedimenti di fermo sono collegati  sulla triste vicenda che ha visto vittima il povero Antonio Cosimo Stano, il pensionato 65enne ex-dipendente dell’ Arsenale M.M. di Taranto deceduto lo scorso 23 aprile per “shock cardiogeno” presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale Giannuzzi di Manduria.

L’uomo era diventato il divertimento della “baby gang”. Si piazzavano davanti la porta di casa sua e lanciavano pietre alle finestre, davano calci alla porta per aprirla, e lo picchiavano, filmando tutto e condividendone il video sul gruppo WhatsApp. Nel frattempo, tutti gli abitanti di Manduria sapevano di questa situazione, ma nessuno faceva nulla, interveniva per proteggere ed aiutare il povero pensionato.

Alcuni vicini di casa di Stano e anche Don Dario, parroco della Chiesa di Don Bosco ubicata proprio di fronte alla sua abitazione, avevano denunciato alle forze dell’ordine l’incubo che stava subendo l’uomo. Lo scorso 6 aprile, alcuni vicini di casa avevano allertato le forze dell’ordine perché non vedevano l’uomo da parecchi giorni. L’uomo era stato trovato dalla Polizia di Stato del commissariato di Manduria barricato dentro casa timoroso persino di aprile la porta ai poliziotti. Era stato immediatamente trasportato in ospedale dove è deceduto due settimane dopo il ricovero a causa dei traumi subiti dall’ultimo pestaggio. I vicini di casa udivano spesso anche le sue urla con richiesta di aiuto  in piena notte, provenire davanti alla sua abitazione , e per questo avrebbero sporto denuncia contro ignoti.

La finestra della casa di Antonio Stano, vittima di violenze da parte di una baby gang che lo aveva più volte assalito in casa 

“Tutti zitti, in un silenzio assordante“, così ha commentato il prefetto Vittorio Saladino, uno dei tre commissari prefettizi del Comune di Manduria, amministrazione comunale che è stata sciolta e commissariata  per infiltrazioni mafiose. “Se i bulli invece che con quel pover’uomo se la fossero presa con un cane, ci sarebbe stata la rivolta popolare. Stano è stato chiuso e isolato in una casa, in una strada, in una comunità: un essere umano che abitava davanti a una parrocchia lasciato solo. Il prete ha detto di essere intervenuto più volte, ma perché non ha segnalato subito ai servizi sociali?”. Parole pesanti come pietre che riecheggiano come un monito di fronte all’omertà dei manduriani. “Le colpe le ha una comunità distratta, chiusa – aggiunge il prefetto Saladinocoi giovani bombardati dai media e da episodi negativi”.

 

 

Pamela Massari maestra della scuola elementare dove alcuni dei ragazzi hanno studiato, , accusa le famiglie: “Questi ragazzini vivono in un contesto di impunità sin da piccoli grazie a genitori pronti a difenderli sempre e comunque, pur davanti a evidenze vergognose. Mamme e papà che si sentono in diritto di inveirti contro perché hai osato rimproverare l’alunno”. La madre di uno dei ragazzini il cui nome compare nell’inchiesta, intervistata dall’Adnkronos, ha detto: “Mi sento responsabile io dell’assenza di umanità dimostrata da mio figlio anche solo per aver condiviso un video girato da altri. In casa viviamo male, non dormiamo. “Perché?” mi chiedo, dove ho sbagliato? Non abbiamo mai fatto passare liscia a nostro figlio una marachella, una mancanza di rispetto, una parolaccia in casa. È stato sempre un ragazzino timido, all’apparenza ancora più piccolo della sua età. Perché mio figlio si è divertito anche solo a vedere quelle scene raccapriccianti?

 

Un 17enne membro della “comitiva degli orfanelli”,  ha ammesso che tutti perseguitavano Antonio Cosimo Stano, ma ha anche aggiunto che i loro genitori non sapevano assolutamente nulla di quello che facevano quando erano fuori casa e che, soprattutto, nulla sapevano del fatto che importunassero pesantemente l’uomo. Una delle madri dei membri del branco, in lacrime, ha dichiarato di vivere il proprio “fallimento come genitore” non essendo stata capace di inculcare al figlio l’abisso di differenza e valori intercorrente tra il bene ed il male. Al contrario di un altra madre che invece giustificava il proprio figlio perchè” i ragazzi a Manduria non hanno niente da fare“.

Le misure cautelari adottate sinora non comprendono l’ipotesi di “omicidio preterintenzionale” in quanto la Procura di Taranto è in attesa del attende il responso dal medico legale Liliana Innamorato sull’autopsia eseguita per stabilire l’eventuale connessione di causalità tra le violenze subite ed il decesso, o se le percosse abbiano aggravato lo stato di salute di Stano al punto tale da cagionarne il decesso.
L’intervento della Polizia di Stato è avvenuto a seguito di una denuncia,  la prima ed unica  inoltrata al Commissariato di Manduria nonostante la popolazione del paese sapesse da tempo che il povero pensionato Stano era vittima di violenze e soprusi da parte della baby-gang. Come confermato dalla circostanza che i video girati dai ragazzini e diffusi tramite due chat – “Gli orfanelli” ed “Arancia meccanica”  stati condivisi e commentati  in realtà siano  anche da altre persone, compresi molti adulti, come è emerso dai primi riscontri investigativi sui telefoni sequestrati ai quattordici indagati.
L’ ufficio stampa centrale della Polizia di Stato ha diffuso da Roma,  tre  dei video delle aggressioni compite dalla baby gang  di Manduria al 66enne Antonio Stano, nelle cui immagini riprese dallo smartphone di uno dei gli indagati, il pensionato cercava di difendersi gridando “Polizia“, “Carabinieri“, mentre i farabutti divertiti lo deridevano cercando di colpirlo con calci al corpo. E tutto ciò nell’indifferenza del vicinato che non poteva non sentire.

Nel corso della conferenza stampa odierna tenutati questa mattina la procuratrice capo della Procura dei minori di Taranto,  dr.ssa Pina Montanaro, ha evidenziato che “la violenza è figlia di un uso distorto del web per esaltare, condividere, diffondere le loro nefandezze. La violenza aumentava in maniera esponenziale contemporaneamente alla diffusione dei video sul web” aggiungendo “Stano invocava aiuto e le sue urla sono rimaste inascoltate. –  ha aggiunto la Montanaronon spetta a noi affermare se Manduria è stata omertosa non è compito nostro giudicare ma riscontriamo che non c’è stato controllo sociale“.
A sua volta dr. Carlo Maria Capristo  Procuratore capo della Procura della repubblica di Taranto, ha commentato “Chi ha visto, chi ha sentito, non ha avuto la sensibilità di lanciare l’allarme” spiegando che  “Il nostro lavoro è solo all’inizio. Una prima risposta a cui seguiranno ulteriori indagini approfondite. Non lasceremo nulla al caso, compresi i silenzi che a volte uccidono” aggiungendo “Una piaga sociale in crescita esponenziale, quella delle baby gang. Da Taranto a Milano a Roma si registrano episodi di aggressione. E per viittime barboni, immigrati, giovani coppie



Poliziotto uccide la moglie e si suicida

RAGUSASimone Cosentino, 42 anni  assistente capo della Polizia di Stato in servizio alla Sezione Volanti della Questura di Ragusa,  la scorsa notte ha ucciso con la propria pistola d’ordinanza sparando tre colpi alla nuca della moglie Alice Bredice, torinese di 33 anni , mentre dormiva, e dopodichè  il poliziotto si è suicidato. Tutto è accaduto a Marina di Ragusa nell’abitazione dove viveva la coppia che aveva due figlie, di 6 e 7 anni.  Il poliziotto prima di uccidere sua moglie  ha lasciato un messaggio sul suo profilo Facebook: Ti ho dedicato tutta la mia vita. Ti amo. La donna sarebbe stata uccisa nel sonno.

A dare l’allarme è stata una delle due figlie che ha telefonato a un parente. Immediatamente è stata attivata la procedura prevista da Dipartimento della Pubblica Sicurezza, per fornire ogni utile supporto psicologico ai familiari delle vittime. Il vero dramma quello delle due bambine rimaste orfane, che non dimenticheranno mai il risveglio odierno.

 

ecco quella che aveva postato lo scorso 24 aprile Alice Bredice sulla sua pagina Facebook

La squadra mobile di Ragusa diretta da Antonino Ciavola sta indagando  coordinata dal pm Giulia Bisello della procura locale per cercare di ricostruire la causa scatenante, allo stato incomprensibile, dell’omicidio-suicidio. Al momento investigatori si starebbero concentrando sul messaggio lasciato su Facebook da Cosentino prima di uccidere la moglie Alice : “Ti ho dedicato tutta la mia vita. Ti amo”. Forse un messaggio d’addio ?

Simone Cosentino viene descritto dai colleghi come un uomo allegro, una persona senza problemi e molto innamorato della moglie, come conferma anche il messaggio postato su Facebook prima di spararle ed ucciderla con la pistola d’ordinanza. La moglie Alice Bredice era tornata da qualche giorno da Torino, dove aveva trascorso le feste di Pasqua portando con se le figlie, come testimoniano le fotografie ancora presenti sulla sua pagina Facebook..

La coppia si era sposata otto anni fa dopo essersi conosciuta in Piemonte località dove la coppia si era conosciuta quando il poliziotto prestava in passato servizio presso il compartimento piemontese della Polstrada.  Solo 48 ore fa i due si scambiavano sui social altri messaggi. Lei soltanto 20 ore prima di morire nel sonno, aveva scritto: “Evviva quelli che ridono con gli altri e non degli altri. Evviva quelli che urlano per qualcuno e non contro qualcuno. Evviva le persone belle, quelle che sanno colmare vuoti, quelle che cercano di farti ridere anche quando non c’è nulla da ridere, quelle che quando non ci sono manca qualcosa. Qualcosa di bello“. Lui le avrebbe risposto con un “like”, un cuoricino e queste parole: “Quando manchi tu, manca qualcosa di bello“.

Ed adesso all’improvviso il commento del poliziotto è scomparso.




Baby gang a Taranto sequestra un anziano in casa e lo picchia a morte

ROMA – L’anziano uomo 66enne, Antonio Stano di Manduria (Taranto), ex dipendente dell’Arsenale M.M. , soffriva di disagio psichico, era stato costretto a rinchiudersi in casa e a non alimentarsi per giorni è deceduto tre giorni fa in ospedale, in seguito alla feroce violenza subita.  Una “baby-gang” composta da 14 giovanissimi, 12 dei quali minorenni, alcuni dei quali come si suol dire “di buona famiglia” che ora sono indagati avrebbero prima assaltato più volte la casa dell’ uomo, per rapinarlo ed aggredirlo. Poi, nel corso dell’ultimo assalto, lo avrebbero segregato in casa e picchiato a sangue fino ad ucciderlo.

A soccorrere il pover’uomo sono stati gli agenti  della Polizia di Stato del Commissariato  di Manduria (Taranto) , lo scorso 6 aprile  chiamati ad intervenire sul posto dai vicini di casa , che lo hanno trovato legato a una sedia.  I baby criminali non solo lo avrebbero seviziato e picchiato a sangue , ma addirittura avrebbero anche girato alcuni video fatti messi in circolazione su Whatsapp, che sono adesso al vaglio degli investigatori.

I particolari che parlano di crudeli violenze vengono descritti dal quotidiano online  “La Voce di Manduria” diretto dal nostro amico e caro collega Nazareno Di Noi , che parla di abusi commessi in stile “Arancia Meccanica“. Il pensionato manduriano  che sembra avesse problemi psichici, pare che da tempo fosse finito nelle mire di quel gruppo di ragazzi, lo chiamavano “il pazzo del Villaggio del Fanciullo“, dal nome dell’oratorio che si trova proprio davanti alla casa dell’uomo. Uno degli educatori dell’oratorio Roberto Dimitri, racconta  su Facebook  di come personalmente avesse “ripreso tante volte i ragazzi che bullizzavano il signore, chiamato le forze dell’ordine e chiamando i genitori, ma senza risultati“. Ora  aggiunge “provo dispiacere per l’uomo, ma anche per i ragazzi che, ahimè hanno perso l’occasione di vivere serenamente la propria età come tanti altri. Mi piacerebbe che da queste occasioni i centri come l’oratorio, le strutture di aggregazione sociale, potessero avere una rivalutazione da parte delle famiglie che devono sentirsi scomodate nel bene e per il bene dei propri figli“.

L’anziano uomo si era barricato in casa in stato di indigenza e degrado, letteralmente in stato di terrore a seguito delle reiterate rapine ed di violenza subìti. Per paura non voleva aprire la porta di casa neanche agli agenti del commissariato di P.S. di Manduria, che si sono dovuti impegnare a fondo per farsi aprire la porta e convincerlo che erano lì soltanto per aiutarlo. Gli agenti hanno chiesto l’intervento sul posto del personale del 118 e con grande spirito umanitario si sono preoccupati di acquistare acqua e qualcosa da mangiare per il pensionato 66enne  il quale si è rifiutato di mangiare. nonostante i ripetuti appelli ed inviti, probabilmente deciso ormai a lasciarsi morire.

foto tratta dal quotidiano La Voce di Manduria

Durante l’intervento di soccorso all’anziano, i poliziotti sono riusciti a farsi raccontare le diverse rapine subite durante il mese di marzo da parte di un gruppo di giovani delinquenti locali privi di alcuno scrupolo che gli avrebbero sottratto anche 300 euro in contanti. A seguito del suo ricovero presso l’ Ospedale Giannuzzi di Manduria , le sue condizioni sono peggiorate, venendo sottoposto a due interventi chirurgici per ferite interne all’addome.

Immediatamente sono scattate le indagini ed i sospetti si sono subito concentrati intorno a una banda composti da ragazzi, nati per la maggior parte tra il 2001 e il 2002. Gli agenti della Polizia hanno ascoltato anche i vicini di casa, i quali hanno confermato le circostanze che alcuni giovanissimi si erano introdotti in casa dell’anziano in più occasioni  per derubarlo e  quindi come si è scoperto sottoporlo a violenze e sevizie. Gli investigatori hanno sequestrato i cellulari dei ragazzi e alcuni indumenti che adesso sono al vaglio della Polizia Scientifica.

Il procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale dei minori di Taranto dr.ssa Pina Montanaro ed il pubblico ministero dr. Remo Epifani della Procura della Repubblica jonica,  hanno aperto dei fascicoli d’indagine per i reati di omicidio preterintenzionale, stalking, lesioni personali, rapina, violazione di domicilio e danneggiamento. E stato affidato l’incarico al medico legale di Bari dr.ssa Liliana Innamorato di svolgere tutti gli accertamenti ed esami del caso per fare luce sulle cause che hanno portato al decesso dell’uomo dopo 18 giorni di agonia.  L’esame potrebbe essere eseguito già oggi stesso nell’obitorio dell’ospedale di Manduria dove si trova la salma.

L’esame autoptico accerterà se la morte del sessantaseienne è stata causata dai traumi subiti ripetutamente dall’uomo o dall’esito di fattori patologici propri, magari aggravati dallo stato di profonda prostrazione in cui era caduta la vittima costretta a non uscire da casa per timore di incontrare i suoi aguzzini.I due indagati maggiorenni, L.G. di 19 anni e A.S. di 22, sono rispettivamente difesi dai legali  Armando Pasanisi il primo e da Lorenzo Bullo e Gaetano Vitale il secondo. Il collegio difensivo dei minorenni è invece composto dagli avvocati Davide Parlatano, Antonio Liagi, Cosimo Micera, Antonio Carbone, Lorenzo Bullo e Dario Blandamura.

Il vice premier e ministro dell’ Interno  Matteo Salvini (Lega), apprendendo della notizia del 66enne di Taranto che sarebbe stato picchiato a morte da una banda di giovanissimi, ha commentato “Se confermati colpevoli, pene esemplari per tutti, anche per i minorenni, che devono essere trattati (e puniti) come tutti gli altri. Di fronte a simile violenza, per me non esiste la distinzione fra minorenni e maggiorenni“. Sulla stessa linea anche il Vicepremier e Ministro Luigi Di Maio (M5S) che in una nota dice ” Bullizzato, rapinato, segregato in casa e picchiato fino alla morte. È inaccettabile quanto successo al 66enne di Manduria, un fatto vergognoso che non può passare in secondo piano. La morte di Antonio deve farci capire che la sicurezza dei nostri cittadini deve essere la priorità di questo Governo. E dobbiamo lavorare per garantire maggiore sicurezza anche ai nostri anziani, troppo spesso abbandonati. Una cosa è certa: questi soggetti la pagheranno“.

Speriamo che non siano solo slogan di campagna elettorale.




Operazione "Ultimo Avamposto" nel Foggiano, 17 arrestati dalla Polizia di Stato

ROMA – Dieci persone tra i quali anche “boss” ed esponenti di primo piano della criminalità organizzata e mafiosa garganica, accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, sono state arrestate  raggiunte da misure cautelari eseguite questa mattina dagli agenti delle Squadre Mobili di Foggia e Bari e dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, coordinati nelle indagini dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Secondo gli investigatori, gli indagati agivano tra i territori di Foggia, Manfredonia, Vieste, San Giovanni Rotondo, Pescara e Francavilla al mare.

L´indagine è partita nell´estate 2017 a seguito dei gravissimi fatti di sangue avvenuti tra luglio ed agosto dello stesso anno sul Gargano, ovvero l´omicidio di Omar Trotta  avvenuto a Vieste (FG) ed il quadruplice omicidio di Mario Luciano Romito, di suo cognato e di due agricoltori in agro di San Marco in Lamis. Le attività tecniche avviate permettevano di accertare che, un nuovo “capo” aveva preso in mano le redini del gruppo criminale, avviando un copioso traffico di cocaina che interessava le piazze di Foggia, Manfredonia e Pescara. “Di importanza fondamentale – ha evidenziato Eugenio Masino dello S.C.O. di Roma – si sono rivelate le risultanze investigative raccolte con questa attività, che ci hanno permesso di acclarare contatti e collegamenti tra elementi e referenti della criminalità organizzata di Vieste, Manfredonia e Foggia. Una vera e propria “joint venture” tra criminali”.“

 

Come hanno illustrato in conferenza stampa questa mattina presso la Questura di Foggia , il Questore Mario Della Cioppa, affiancato del Dirigente della Squadra Mobile di Foggia Roberto Pititto, del dr. Eugenio Masino dello S.C.O. e del dr. Pasquale Testini Dirigente della Squadra Mobile di Bari, Claudio Iannoli ritenuto il nuovo “capo” di quest’associazione malavitosa-mafiosa sfruttando le sue importanti conoscenze, in particolare, con il pregiudicato foggiano Luciano de Filippo (vicino alla consorteria criminale dei Sinesi-Francavilla) ed il pregiudicato manfredoniano, Gaetano Renegaldo vicino alla consorteria criminale dei “Libergolis”, avviava un fiorente traffico di stupefacenti finalizzato a realizzare profitti illeciti fuori dalla cittadina viestana.  Il manfredoniano Renegaldo, grazie all’intermediazione svolta dallo Iannoli, entrava in affari col sodalizio foggiano, iniziando a rifornirlo di cocaina, come confermato e comprovato nel corso dei numerosi incontri monitorati dalla Polizia di Stato ed avvenuti prevalentemente tra il manfredoniano ed il Mastrorazio, (un fedele “adepto” del De Filippo), prevalentemente destinata al mercato pescarese. L’approfondimento investigativo effettuato nei confronti del Renegaldo ha permesso poi di ricostruire la rete di fiancheggiatori del pregiudicato manfredoniano, il quale poteva contare sul prezioso apporto del cognato Antonio Balsamo.

Lo sviluppo delle indagini ha consentito di accertare che lo stupefacente acquistato dal gruppo veniva destinato, oltre che all´area garganica, nel tentativo di ampliare e massimizzare i profitti illeciti, anche al mercato pescarese. Difatti, i territori maggiormente coinvolti dal fenomeno del traffico di cocaina sono risultati essere i comuni di Foggia, Manfredonia, San Giovanni Rotondo, Troia, Vieste, Pescara, Montesilvano e Francavilla a Mare. L’indagine ha permesso di contestualizzare e meglio qualificare due importanti sequestri di marijuana operati dalla polizia a Vieste e Peschici.

Il primo, avvenuto nel marzo 2017 a Vieste, con l’arresto di due cittadini albanesi, che avevano il compito di fare da guardiani della droga, i quali vennero sorpresi dalla Polizia di Stato in uno stabile in costruzione in località Tomarosso, a Vieste, in possesso di  570 Kg di marijuana, oltre ad una pistola Beretta calibro 9 mm corto, dalla matricola abrasa, ed una pistola Beretta calibro 7,65 anch’essa con matricola abrasa completa di caricatore ed otto cartucce 7,65. Alla vista della polizia (che operò in borghese n.d.r.), i due per evitare rappresaglie con altri eventuali clan si erano qualificati “Siamo amici di Claudio . Cioè di Claudio Iannoli.

Il successivo 15 giugno dello stesso anno era stato individuato a Peschici, uno stabile in costruzione, utilizzato come probabile deposito di droga, . Nel corso della perquisizione mirata vennero recuperati 950 kg di marijuana , ripartita in numerose buste di plastica di diverse dimesioni. Sul posto sopraggiunse subito dopo Raffaele De Noia, proprietario dell’immobile utilizzato come deposito, il quale venne immediatamente   arrestato. Sulla base di alcuni riferimenti fatti dai due cittadini albanesi, nel corso del primo sequestro, “Siamo amici di Claudio”, vennero avviate attività tecniche investigative su Claudio Iannoli, (a lato nella foto) ritenuto un elemento di primo piano della criminalità viestana, il quale faceva parte della consorteria criminale guidata da Girolamo Perna.      

Nel tentativo di aumentare i propri illeciti profitti, il gruppo facente capo al duo Iannoli – De Filippo, che si avvaleva della piena compartecipazione della compagna Wanda Campaniello, aveva installato a Pescara una vera e propria base logistica, potendo contare sull’apporto dei sodali Caldarelli e Scaglione. Le attività investigative effettuate hanno  consentivano infatti di individuare uno dei canali di approvvigionamento dello stupefacente del gruppo criminale, a conferma dell’accordo malavitoso raggiunto tra i foggiani ed il manfredoniano Gaetano Renegaldo per la fornitura della cocaina da mettere in vendita nel  territorio abruzzese, assicurandogli elevati profitti . Nel mese di dicembre 2017, monitorando gli spostamenti dello Iannoli, gli investigatori della Polizia  sono riusciti ad identificare il Renegaldo, pregiudicato particolarmente attivo nello spaccio di droga nella città di Manfredonia, che si avvaleva di una capillare rete di spaccio al dettaglio che raggiungeva anche i comuni limitrofi.

L´ acquisizione di consistenti elementi probatori a carico dei soggetti facenti parte del sodalizio criminoso in questione, trovava riscontro nell’ arresto in flagranza di quattro persone e nel sequestro di un laboratorio per la lavorazione ed il confezionamento della cocaina, nonché di gr. 300 di hashish. Il gruppo criminale, inoltre, si avvaleva della piena collaborazione di una donna, la quale aveva impiantato a Pescara una vera e propria base logistica, potendo contare sull´apporto di altri due soggetti. Emergeva anche un vero e proprio accordo per la fornitura della cocaina da smerciare in territorio abruzzese, tra i foggiani ed il manfredoniano; tra i fiancheggiatori di quest´ultimo si distingueva, per il prezioso contributo, il cognato Antonio Balsamo, incaricato in numerosissime occasioni di fargli da autista.

L´operazione odierna si pone in continuità con quella denominata “Agosto di Fuoco”, in realtà protrattasi per cinque mesi, da giugno a novembre 2018, con cui la Polizia di Stato, in tre distinte operazioni, tutte coordinate dalla DDA di Bari, ha complessivamente arrestato, per traffico di droga aggravato dal metodo mafioso, diciassette malavitosi. Questi i loro nomi:

Antonio Balsamo (classe 1972, nato a Manfredonia), Stefano Caldarelli (classe 1982, nato a Pescara),Wanda Campanello (classe 1986, nata a  Foggia), Luciano De Filippo (classe 1971, nato a Foggia), Claudio Iannoli (classe 1976, nato a Carate Brianza), Alessandro Mastrorazio (classe 1978, nato a Foggia), Gaetano Renegaldo (classe 1978 , nato a Manfredonia),  Andrea Scaglione (classe 1994, nato ad Atri in provincia di Teramo), Christian Serra (classe 1975,  nato a Chieti) e Ivan Ventura (classe 1981 nato a Foggia).

 




Privacy, le nuove regole: vanno rimossi dopo 25 anni i dati su condanne dalla banca dati delle forze dell' ordine

di Antonello de Gennaro

Al Ministero dell’Interno  stanno riscrivendo il regolamento che disciplina il funzionamento ed utilizzo del C.E.D.: è il centro elaborazioni dati interforze, gestito dalla Direzione centrale della Polizia Criminale,  il “cervellone” centrale che amministra le varie informazioni presenti nello S.D.I., il Sistema d’indagine, cioè il software dove la  Polizia di StatoCarabinieri e Guardia di Finanza  inseriscono informazioni su soggetti attenzionati a vario titolo dagli investigatori: chi incontrano, chi frequentano, dove soggiornano e con chi sono imparentati.  Uno strumento importantissimo soprattutto per le indagini più complesse e datate: dalla mafia, al terrorismo fino alle stragi.

Nel 1981 era stato istituito presso il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno un centro elaborazione dati (meglio noto come “C.E.D.“) che raccoglie i vari archivi istituiti dalla varie forze di polizia (il legislatore nel 2017 ha contato almeno 64 le banche dati che trattano dati personali!). La legge obbliga peraltro da tempo tutte le forze di polizia a far confluire nel Centro Elaborazione Dati del Dipartimento della pubblica sicurezza informazioni e dati destinati all’analisi e alla valutazione, nonché alla loro successiva disponibilità da parte delle medesime forze di polizia (art. 6, primo comma, lett. a), l. n. 121/1981).

In particolare, per disposizione degli artt. 6/ 1 lett. a) e 7/ 1 della l. 121/81, e per effetto dell’obbligo introdotto nel nel 2001  per tutte le Forze di Polizia, di alimentare, con completezza e tempestività, il CED (art 21 L. 128/2001), oggi nel CED sono conservati i dati e le informazioni

  1. ricavati da indagini di polizia, ovvero
  2. risultanti da documenti della pubblica amministrazione o
  3. da sentenze provvedimenti dell’autorità giudiziaria.
  4. acquisite durante attività amministrative
  5. o nell’attività di prevenzione o repressione dei reati.

Il senso è ovviamente quello di rendere immediatamente consultabili e utilizzabili anche da parte delle Forze di Polizia che non le hanno originate le informazioni confluite nel CED. Non è questa la sede per qualche considerazione sulla creazione di banche dati di “sorveglianza globale” , contenenti oltretutto giudizi sulla stima e la reputazione degli interessati, notizie sulle relazioni familiari ed amichevoli, e notizie “atte a lumeggiare la figura dell’interessato“, con una proliferazione eccessiva e conservazione stabile dalla sola Arma dei Carabinieri di un numero enorme di pratiche permanenti (circa 95 milioni!, come rilevava nel 2001,  un allarmato Garante per la protezione dei dati personali ).

Va però ricordato come oltre ad un numero di fascicolo eccessivo (!), lo stesso Garante aveva altresì rilevato una eccessiva ampiezza delle informazioni inserite e l’eccessivo numero dei soggetti abilitati alla consultazione: pensate che nel 2005 il sistema informativo del CED annoverava un numero elevato di soggetti legittimati alla sua consultazione, complessivamente superiore a 130.000 unità abilitate presso circa 12.000 uffici, con un volume giornaliero medio superiore a 650.000 accessi da parte di circa 8.000 soggetti abilitati, con 47 profili differenziati di autorizzazione che vanno dalla sola abilitazione alla consultazione fino ad un utilizzo particolarmente ampio dello S.D.I .

Nonostante il tempo passato con mutamento del quadro normativo in materia di riservatezza dei dati, sia a livello sovranazionale con il Regolamento UE 2016 679 e la Direttiva (UE) 2016/680, che a livello nazionale col D.lgs. 196/2003, D.lgs. 51/2018 e al D. Lgs. 101/18), e nonostante i plurimi interventi anche del Garante, la tendenza di far confluire nel CED più informazioni e autorizzando sempre più soggetti alla consultazione è purtroppo proseguita. Il legislatore non a caso è intervenuto recentemente con la L. 1 dicembre 2018, n. 132 (pubblicato sulla  Gazzetta Ufficiale  n. 281  del 03/12/2018, ampliando sia la tipologia di dati da inserire estendendolo ai nominativi dei conducenti di autonoleggio) che la platea dei soggetti legittimati alla consultazione (corpo e servizi di polizia municipale in comuni superiori a 100.000 abitanti), laddove inizialmente  l’art. 9 della stessa legge consentiva l’accesso ai dati e la loro utilizzazione agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti alle forze di polizia, agli ufficiali di pubblica sicurezza, ai funzionari dei servizi di sicurezza e all’autorità giudiziaria per gli accertamenti necessari per i procedimenti in corso e nei limiti stabiliti dalle vigenti leggi processuali, specificando che è vietato l’uso dei dati per finalità diverse da quelle inerenti alla tutela dell’ordine, della sicurezza pubblica e della prevenzione e repressione della criminalità.

Essendo un database in cui sono archiviate migliaia di informazioni personali, il C.E.D. dipende ovviamente dai controlli del Garante della privacy. E le nuove regole europee potrebbero presto variare l’utilizzo della banca dati da parte degli investigatori. Tutto, appunto, in nome della privacy.  Il nuovo regolamento sul funzionamento del C.E.D., attualmente in fase di stesura, sarà tenuto a recepire le indicazioni contenute nel decreto del Presidente della Repubblica del 15 gennaio 2018.

È il Dpr che recepiva la direttiva europea del 2016 sul trattamento dei dati personali – in vigore dal 29 marzo 2018  – da parte delle autorità ai fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzioni di sanzioni penali. Adesso seguendo quel decreto i tecnici del Viminale stanno scrivendo le nuove regole per l’utilizzo del C.E.D. che spesso e volentieri fa acqua e non è aggiornato.

E vi spieghiamo il perchè:  quando qualcuno deposita una querela-denuncia nei confronti di chiunque, l’ufficiale di polizia giudiziaria che ricevere e ratifica la querela, la inserisce a sistema nel Ced. Dopodichè quei dati vengono trattati dall’ Autorità giudiziaria, solo che quando la persona querelata o denunciata, risulta innocente ed ottiene l’ archiviazione, una sentenza di proscioglimento, o una sentenza di assoluzione da parte del Tribunale, nessuno aggiorna d’ufficio il dato trattato nel Ced e rimuove quel dato trattato, che rimane a disposizione delle forze dell’ordine e della magistratura, che conseguentemente spesso e volentieri sostengono precedenti inesistenti . E quindi la rimozione ed aggiornamento di questi dati ricade a carico della persona che deve affrontare un vero e proprio calvario burocratico previsto da qualche “genio”…poco pensante del Ministero dell’ Interno.

Occorre rilevare che l’inserimento nel CED  con successiva consultazione ed utilizzo investigativo e processuale delle denunce o querele  subite,  non appare del tutto in linea con quanto autorevolmente statuito dalla Corte costituzionale, (sentenza 466/2005 che richiama anche le  sentenze 78/2005 e 173/97) che ha affermato a più riprese  come la denuncia “è atto che nulla prova riguardo alla colpevolezza o alla pericolosità del soggetto indicato come autore degli atti che il denunciante riferisce“, per cui non è possibile far derivare dalla sola denuncia conseguenze pregiudizievoli per il denunciato, in quanto essa comporta soltanto l’obbligo degli organi competentia verificare se e quali dei fatti esposti in denuncia corrispondano alla realtà e se essi rientrino in ipotesi penalmente sanzionate, ossia ad accertare se sussistano le condizioni per l’inizio di un procedimento penale” .

La permanenza nell’archivio CED di dette informazioni di polizia anche dopo l’archiviazione / assoluzione sono peraltro in contrasto con quanto affermato dalla CEDU, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha sancito che “lo Stato convenuto sia andato oltre il margine di apprezzamento di cui dispone in materia, in quanto il regime di conservazione, nello schedario in questione, delle impronte digitali di persone sospettate di avere commesso dei reati ma non condannate” condannandolo per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU; MK vs. Francia, 2013, cfr. infra).

Il  Dpr prevede un termine massimo oltre il quale le informazioni su una persona che ha commesso un reato, o che è stata condannata ed eventualmente  detenuta, devono essere rimosse, quindi cancellate. “Spero che si tenga conto che la cancellazione di dati sensibili può pregiudicare l’efficacia di possibili investigazioni su omicidi e stragi di mafia e terrorismo. Fatti imprescrittibili in relazione ai quali l’importanza di un dato può rivelarsi essenziale anche a distanza di decenni”, sostiene Nino Di Matteo, pm della Direzione Nazionale Antimafia, esperto delle indagini sulle stragi.

“Il frutto di anni di indagini, controlli e procedimenti penali ad oggi conservati nella banca dati interforze Sdi, verrebbero definitivamente cancellati senza nessuna possibilità di recupero degli stessi, causando l’impossibilità di ricostruire eventi delittuosi, carriere criminali o collegamenti tra organizzazioni malavitose, aggiunge  Giuseppe Tiani, segretario del sindacato di polizia Siap. che  ha scritto al Viminale per segnalare il “rischio tabula rasa” conseguente per la banca dati delle forze di polizia. I termini di cancellazione delle informazioni presenti in archivio sono esplicitati dall’articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica.

Chiunque sia stato sottoposto ad una misura interdittiva o cautelare, ed è stato poi  condannato, dopo 20 anni dalla cessazione di tali misure non avrà più elementi relativi a quel precedente nello Sdi. In pratica se un soggetto commette un reato all’età di vent’anni e viene condannato a dieci anni di carcere, a 50 di fatto vedrà completamente “ripulita” la sua scheda negli archivi informatici del Ced. Lo stesso potrebbe accadere quando un giovane di 20 anni è colpito da una misura di prevenzione che dura, per esempio, tre anni: 25 anni dopo quell’informazione sarà eliminata dallo Sdi, quindi a  48 anni gli investigatori non avranno alcuna notizia su quel precedente.

In realtà dovrebbe essere scongiurato il rischio che le informazioni sugli indiziati per reati gravi venga cancellato in tempi più o meno brevi . Lo prevede infatti lo stesso decreto del presidente della Repubblica che all’articolo 4 del Dpr,  aumenta dei due terzi i termini di conservazione per i dati relativi a tutta una serie di reati gravi: l’associazione a delinquere di stampo mafiosoterrorismopedofilia a pedopornografia, prostituzione minorile, accesso abusivo a sistema informatico, intercettazione abusiva, frode informatica, devastazione, saccheggio e strage, omicidio, rapina, estorsione, sequestro di persona.

Per tutti questi reati  i dati sui soggetti condannati vanno eliminati dopo 34 anni e non dopo 20, mentre quelle sulle indagini dopo 41 anni. Un limite più alto, certo, ma che potrebbe non bastare in un Paese che non ha mai chiuso le indagini sulle stragi di 40 o 50 anni fa. E che soprattuto non fa i conti con chi è riuscito a rimanere nell’ombra per anni dopo aver avuto un ruolo in delitti efferati. Il rischio è che nonostante l’aumento dei due terzi per i reati gravi gli investigatori possano avere seri problemi nelle indagini. È per questo motivo che Procure e uffici di Polizia Giudiziaria attendono di capire con ansia come verrà scritto il nuovo regolamento. E come sempre nessuno si preoccupa invece dell’aggiornamento dei dati a carico di persone che non hanno più pendenze con la Legge,




Lotta alla criminalità organizzata. Smantellato clan mafioso: 16 arrestati

CATANIA – Dalle prime ore del mattino, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia etnea, i Carabinieri del Comando Provinciale e la Polizia di Stato di Catania stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 16 soggetti, ritenuti organicamente inseriti nel clan mafioso operante in Biancavilla. Il clan, storicamente denominato “Tomasello-Mazzaglia-Toscano”, oggi diretto dalle famiglie Amoroso e Monforte e legato alla “famiglia” mafiosa catanese “Santapaola-Ercolano” operante a Biancavilla, nel Catanese.

I 16 arrestati sono ritenuti responsabili a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti ed al porto e alla detenzione illegale di armi. Dei sedici indagati, sei sono stati arrestati nel blitz della notte scorsa, mentre dieci si trovavano già ristretti in carcere. Per altri due il gip non ha concesso la misura cautelare perché raggiunti da un’altra ordinanza di custodia cautelare per reati cosiddetti “a catena”.

L´operazione, denominata “Città blindata”, costituisce l´esito di tre distinte attività investigative, poi confluite in un´unica richiesta cautelare, condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Catania e Compagnia di Paternò e dai poliziotti della Squadra Mobile di Catania e del Commissariato di Adrano mirate a far fronte ad una escalation di violenza che ha visto come centro del conflitto il comune di Biancavilla e causata dalla smania di comando e predominio territoriale del clan mafioso capeggiato dai fratelli Amoroso e, da ultimo da un altro arrestato.

L´attività investigativa prese avvio a seguito di due gravissimi fatti di sangue verificatisi in rapida successione temporale a Biancavilla nel gennaio 2014, quando furono uccisi un pregiudicato ed un altro soggetto. I servizi di intercettazione ambientale e telefonica hanno consentito di accertare che Amoroso aveva affiancato il fratello nella reggenza del clan, tanto che, quotidianamente, riceveva la visita di molti affiliati, che si premuravano di aggiornarlo sugli sviluppi della situazione criminale.

Le intercettazioni hanno permesso di ricostruire la smania di comando e predominio territoriale del clan mafioso capeggiato dai fratelli Amoroso e, da ultimo, da Alfio Ambrogio Monforte. A fare scattare l’indagine due omicidi commessi a Biancavilla: il 13 gennaio 2014 il pregiudicato Agatino Bivona venne ucciso a colpi di pistola, e due giorni dopo fu assassinato Nicola Goco, detto “u picciriddu”. Dalle indagini è emerso che Giuseppe Amoroso, inteso “l’avvocato”, dopo che gli erano stati concessi gli arresti domiciliari, nel marzo 2014, a casa dei genitori, iniziò a ricostruire il clan per affermare il proprio ruolo egemone a Biancavilla, avendo allacciato rapporti anche con personaggi di rilievo di altre organizzazioni criminali per il traffico di sostanze stupefacenti e la vendita di armi.

Nel corso di questa prima fase delle indagini, che si sono protratte sino al 2015, sono emersi dei precisi elementi di responsabilità  di associazione di tipo mafioso a carico dei fratelli Amoroso, e di loro altri sodali. A riscontro dell´attività investigativa svolta nell’ aprile 2015, sono stati sequestrati nel corso di uno specifico servizio anche 100gr di cocaina, nonché numerose munizioni di fucile calibro 12 e di pistola calibro 7.65 Browning, custodite in una casa di campagna nella disponibilità del clan malavitoso degli Amoroso.

Le indagini sul clan mafioso operante in Biancavilla sono proseguite anche per tutto l´anno 2016, condotte dai Carabinieri della Compagnia di Paternò a partire dal tentato omicidio ai danni di uno dei fratelli Amoroso, verificatosi a Biancavilla nel gennaio 2016. Nel corso di tale attività investigativa sono stati monitorati i fratelli Amoroso, ed altri soggetti ed il 9 giugno 2016 è stato rinvenuto un vero e proprio arsenale composto da una mitraglietta calibro 7,65, una pistola marca “Glock”, 4pistole a tamburo di vario calibro, nonché numerosissime munizioni, tutte armi occultate in un appezzamento di terreno incolto sito nel Comune di Biancavilla.

 

Successivamente, il reggente del clan ed il suo fedelissimo furono arrestati , il 19 Settembre 2016 in flagranza di reato per estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni del titolare di un bar. Nel dicembre 2016 a Biancavilla, i Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Paternò, nell´ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “Onda d´urto“, arrestarono 12 soggetti, parte dei quali appartenenti al clan mafioso di Biancavilla, per il delitto di estorsione pluriaggravata anche dal metodo mafioso ai danni dei titolari di una ditta di pompe funebri di Biancavilla.

Infine, ad aprile 2017, sempre a Biancavilla, nell´ambito dell´operazione denominata “Reset“, vennero arrestate 6 persone, ritenute responsabili, a vario titolo, di estorsione tentata e consumata, con l’aggravante delle modalità mafiose. A tali articolate e complesse attività di indagine deve poi aggiungersi l´esito delle indagini effettuate sino alla prima metà del 2017, sempre su delega della Procura Distrettuale, dai poliziotti della Squadra Mobile di Catania e del Commissariato di P.S. di Adrano, grazie alle quali non solo venivano acquisiti nuovi elementi di prova a carico di vari indagati per il delitto di associazione di tipo mafioso, ma si riusciva a provare l’ appartenenza al citato clan mafioso anche di altri due odierni indagati.