I problemi del premier Conte nelle trame dei servizi segreti fra Italia e Usa

ROMA – Questa volta non è Matteo Salvini a far stare il premier Giuseppe Conte sotto pressione, ma bensì un vero e proprio “sistema” di poteri forti”, di cui non su conosce la faccia e neanche il nome. Possiamo denominarlo “Deep State“, cioè lo Stato sotterraneo, l’insieme di persone ed apparati che si muovono dietro le quinte o su “pressione” delle classi dirigenti, per lanciare messaggi per soli addetti ai lavori, mandare avvertimenti in codice. Il “Russiagate” sta lentamente mettendo in crisi  il presidente del Consiglio Conte,  costringendolo a renderne conto presentandosi davanti al Copasir .

Tutto questo ha origine  da un gioco di minacce velate e rivelazioni incrociate, che servono a tenere costantemente sotto scacco il governo e chi lo guida. L’hashtag è il solito: #Giuseppistaisereno. Ma stavolta il mittente non è solo Matteo Renzi. Russiagate

Un quadro d’insieme, per ricostruire la vicenda. I “Russiagate” in realtà sono almeno quattro. Due negli Stati Uniti, due in Italia. Negli Stati Uniti il primoRussiagate ufficiale lo apre il procuratore federale Müller che vuole appurare se dietro l’hackeraggio delle mail riservate di Hillary Clinton da parte dei russi, alla vigilia delle presidenziali del 2016, ci sia stato o meno  lo zampino di Donald Trump, intenzionato a sabotare la candidata democratica. Il secondo “Russiagate lo ha aperto lo stesso Trump che  a sua volta vuole istruire una contro-inchiesta, per dimostrare che in realtà quel sabotaggio informatico russo nasconde una congiura contro di lui, ordita proprio dai democratici, intenzionati a sabotare la sua elezione alla Casa Bianca.

La ragione per la quale Trump ha inviato in Europa il suo ministro della Giustizia William Barr è molto semplice e chiara: raccogliere informazioni “riservate” di primo mano dai governi amici. Si arriva così ai due “Russiagate made in Italy“. Il  primo Russiagate tricolore, viene aperto da Conte: nell’agosto durante la crisi del governo gialloverde, senza darne conto a nessuno, il premier ha autorizzato i vertici dei nostri servizi di “Intelligence” (il Generale delle Fiamme Gialle Gennaro Vecchione, attualmente al vertice del Dis, il capo dell’Aise Luciano Carta e quello dell’Aisi Mario Parente) a incontrare per ben due volte Barr ed il procuratore americano John Durham, ed a cedere loro tutte le informazioni di cui hanno bisogno. Resta il fatto che Barr è un esponente politico dell’amministrazione statunitense e quindi bisognerà accertare come mai Conte abbia ritenuto opportuno di assecondare tale richiesta a dir poco anomala.

Sul piano giuridico è un atto legittimo in quanto il premier Conte ha mantenuto per se la delega ai servizi segreti, ma molto discutibile e criticabile sul terreno politico. E non a caso la politica gliene chiede conto e giustificazioni.

Passiamo quindi al secondo Russiagate italiano: ad aprirlo è stato Matteo Salvini, che su questa mancanza di trasparenza del premier Conte lo assedia ed incalza. Quanto sinora accaduto induce ad alcune domande conseguenziali ed importanti  La prima è: perché Conte, che è anche un avvocato,  compie questa imperdonabile leggerezza? Una risposta probabilmente si trova nel tweet cinguettato al mondo da Donald TrumpGiuseppi Conte è un grande, merita di essere confermato alla presidenza del Consiglio” con il quale a fine agosto, all’apice della crisi di governo, il presidente degli USA lo ricompensa della sua obbedienza.

L’ altra domanda è: chi ha fatto filtrare la notizia degli incontri segreti dei nostri 007, con Barr tra agosto e settembre, gestiti ed autorizzati da Conte, e sopratutto perchè è stata fatta trapelare ? La risposta ci riporta come il gioco del Monopoli al punto di partenza: qualcuno del “Deep State”, che non sappiamo e non sapremo mai chi sia, ha voluto lanciare un segnale forte e chiaro a “Giuseppi“, della serie: non ti montare la testa, stai attento a come ti muovi, sei sotto osservazione .

Probabilmente c’è qualcosa che non conosciamo,  e chissà, forse un giorno verrà alla luce . L’audizione convocata per la prossima settimana, davanti al Copasir,  forse attenuerà le polemiche. Ma forse per Conte ed il suo governo tutto ciò è solo una navigazione notturna nel buio e silenzio del mare, dove a volta si può incontrare qualche scoglio sconosciuto alle mappe. E la barca può colare a picco




Sondaggi: Lega in calo, cresce Renzi

ROMA – Gli ultimi sondaggi politici dell’Istituto Ixè ci svelano le intenzioni di voto degli italiani in merito ai vari partiti. Le rilevazioni sono state presentate in anteprima ieri sera nel corso del programma Cartabianca su Rai 3 e dimostrano come la pensano gli italiani in merito ad eventuali nuove elezioni.  I tre partiti principali della nostra politica (Lega, M5s e Pd) tutti hanno perso circa lo 0,2% rispetto alla settimana scorsa.

Il dato più rilevante è senza dubbio il calo della Lega, che scende al 29,7 per cento pur restando il 1° partito. In leggera flessione anche Pd al 21,6% ed  il M5s al 21%. Se ne avvantaggia invece Italia Viva, il nuovo movimento di Matteo Renzi che inaspettatamente cresce di un punto ed arriva al al 3,9%. Sul fronte opposto Fratelli d’Italia mantiene il suo trend in crescita (8,9 per cento), mentre Forza Italia si mantiene stabile al 6,9 per cento.

Praticamente se si votasse alle prossime consultazioni con un sistema maggioritario puro, un’alleanza di coalizione composta da Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico e Italia Viva,  insieme supererebbe il 46 per cento, sorpassando di circa un punto percentuale un’eventuale coalizione di centrodestra composta da Lega, Fdi e Forza Italia. Addirittura se al centrosinistra più M5s si unissero tutte le forze della sinistra, i Verdi e + Europa si arriverebbe al 51,1%.

Ecco nel dettaglio le percentuali raccolte dall’Istituto Ixè  (tra parentesi i risultati della scorsa settimana).

Lega: 29,7 per cento (dal 29,9)
Pd: 21,6 (21,8)
M5S: 21,0 (21,5)
Fdi: 8,6 (8,6)
Forza Italia: 6,9 (6,5)
Italia Viva: 3,9 (2,9)
+Europa: 2,3 (2,7)
La Sinistra: 2,3 (2,7)
Europa Verde: 1,5 (2,0)
Altri partiti: 2,2 (1,4)




Scandalo Csm, Luca Lotti conferma: il complotto c’è stato

Luca Lotti

ROMALuca Lotti, ha le idee chiare. sulla responsabilità individuale dei politici, qualche giorno fa in una lettera pubblica al Foglio: “Di ogni azione il politico risponde non solo a se stesso, ma a un’intera comunità di persone che rappresenta e che gli danno fiducia, lo sostengono, lo incoraggiano”   spiegando i motivi per cui  ha deciso di restare nel Pd  invece di seguire l’amico e mentore Matteo Renzi.

Adesso, è difficile prevedere come gli elettori giudicheranno la sua scelta politica. Né tantomeno come Lotti posizionerà la sua “Base Riformista“, la corrente interna al Pd composta da oltre cinquanta parlamentari della quale è leader insieme a Lorenzo Guerini. E’ molto probabile che molti simpatizzanti fra i quali il segretario Nicola Zingaretti  gli chiederanno spiegazione di alcune sue azioni extrapolitiche,  dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Lotti in un interrogatorio reso in gran silenzio davanti ai pm di Milano qualche mese fa .

L’ex sottosegretario del Governo Renzi è stato travolto lo scorso giugno  dal ciclone che ha destabilizzato il Consiglio superiore della magistratura, quando è stato  intercettato dai finanzieri delegati dalla procura di Perugia mentre chiacchierava con il magistrato Luca Palamara e l’allora deputato-magistrato del Pd Cosimo Ferri,  di nomine di importanti uffici giudiziari .  Lotti s’è dovuto addirittura autosospendere dal partito. “Almeno fino a quando la vicenda non sarà chiarita”.

Il settimanale L’Espresso ha però scoperto che anche i magistrati milanesi hanno cominciato ad indagare seriamente, e che Lotti è stato interrogato da loro  all’inizio dell’estate in gran segreto . I pubblici ministeri Laura Pedio e Paolo Storari della procura di Milano lo hanno convocato per ascoltarlo in merito ad alcune frasi che i colleghi di Perugia avevano considerato rilevanti, e che avevano inviato per i dovuti accertamenti alla procura guidata da Francesco Greco .

Al setaccio della procura milanese sono finiti in particolare quei passaggi in cui Lotti, Ferri e Palamara discutono di alcune “carte dell’Eni” da usare per un dossier contro Paolo Ielo procuratore aggiunto della Procura di Roma,  il magistrato che ha chiesto a fine 2018 il rinvio a giudizio di Lotti per favoreggiamento in merito alla fuga di notizie sul “Caso Consip“, e che aveva dato il via all’inchiesta contro il magistrato Palamara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti, trasmessa poi a Perugia per dovuta competenza.

I due magistrati milanesi Pedio e Storari, coordinati dall’aggiunto Fabio De Pasquale,  hanno contestato in particolare a Lotti che era stato convocato non come indagato ma in qualità di testimone e quindi l’ex ministro aveva l’obbligo di dire tutta la verità, rischiando contrariamente un’imputazione di falsa testimonianza, su un dialogo chiave cioè quello in cui il politico del Pd e Palamara discutono di un esposto che il magistrato capitolino Stefano Fava aveva spedito al Csm, Una denuncia strumentale durissima nella quale Fava che attualmente è indagato a Perugia per “favoreggiamento” e “rivelazione di segreto d’ufficio”  criticava duramente sia l’ ex capo della procura romana Giuseppe Pignatone,  andato in pensione, ma anche l’aggiunto Paolo Ielo, accusandolo di avere un conflitto d’interessi in merito ad alcune inchieste penali per via di alcune consulenze professionali ottenute dal fratello Domenico, avvocato,  che ha lavorato anche con l’Eni.

Come rivelato a giugno dal settimanale L’ Espresso, le intercettazioni erano state spedite a Milano perché Lotti, in una affermazione, aveva coinvolto  l’amministratore delegato dell’ ENI Claudio Descalzi, già imputato a Milano per una presunta corruzione internazionale. L’ex ministro dello Sport, il 21 maggio 2019, mentre parla di Ielo e dell’esposto di Fava con Palamara e Ferri, rivela agli amici che lui ha già le carte sul fratello Domenico Ielo,  aggiungendo che i documenti gli sarebbero stati consegnati proprio da Descalzi in persona.

Davanti ai pm milanesi che gli domandavano il significato delle frasi registrate, Lotti non ha potuto negare le parole cristallizzate dal trojan inoculato dal Gico della Guardia di Finanza nel cellulare di Palamara. L’ex ministro del Pd, secondo quanto risulta all’Espresso, ha dichiarato di aver ricevuto l’indicazione di cercare attraverso l’Eni carte potenzialmente compromettenti su Domenico Ielo, da usare poi contro il fratello Paolo. dallo stesso Palamara, allora “leader” della corrente Unicost , e da Ferri magistrato – deputato eletto anch’egli nelle liste del Pd e da sempre “leader” della corrente di  Magistratura Indipendente.

Lotti in pratica ha confermato ai magistrati che la preparazione di un dossier contro il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo,  fu avviata realmente. Mentre ha tirato in ballo come presunti mandanti del complotto Palamara e Ferri, ha “scagionato” l’Eni e il suo amministratore delegato De Scalzi. L’ex-braccio destro di Renzi ha infatti ammesso a verbale di aver cercato i contratti del fratello di Ielo (risulta abbia contattato Claudio Granata, un dirigente di primo piano estraneo all’inchiesta, ritenuto  “vicinissimo” a Descalzi,  ) ma ha aggiunto che dai piani alti dell’ ENI non gli sarebbe mai arrivato nulla.

 L’ex ministro renziano ha spiegato di aver parlato di Descalzi  che venne nominato amministratore delegato dell’Eni nel 2014 dal governo Renzi, nelle conversazioni intercettate a maggio, in cui sosteneva di avere già in tasca “la carta dell’Eni“solo per mostrarsi influente agli occhi dei suoi sodali. In poche parole, avrebbe compiuto un millantato credito. L’estraneità del top manager del colosso petrolifero al “dossieraggio” su Paolo Ielo ha avuto comunque riscontri indiretti dai controlli della Guardia di Finanza, che ha effettuato i dovuti accertamenti sull’entità effettiva degli incarichi professionali ottenuti dal fratello Domenico Ielo con l’Eni, riscontrando che  le parcelle sono più basse rispetto a quelle riferite da Lotti nell’intercettazione. È quindi ipotizzabile che il gruppetto i veri contratti non li abbia mai avuti in mano.

I congiurati del Csm sembrano avere un vero assillo verso Paolo Ielo . Si parla del magistrato non solo nell’incontro del 21 maggio, ma anche in altre riunioni . Infatti nell’informativa del Gico della Guardia di Finanza viene dedicato un intero paragrafo dei dialoghi sul pm intercettati  : “L’attività di ascolto del colloqui fra presenti della notte del 9 maggio 2019 permetteva di rilevare l’esistenza di un esposto presente alla I Commissione del Csm di interesse da parte dei soggetti presenti“, spiegano gli uomini della Fiamme Gialle.

Per la precisione è della notte in cui Lotti, Ferri, Palamara ed i cinque membri togati del Csm, successivamente dimessisi a seguito della pubblicazione sui giornali delle trascrizioni delle intercettazioni,  discutevano in una saletta riservata dell’anonimo hotel romano “Champagne” adiacente a Palazzo dei Marescailli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura, delle nomine, accordi e cordate per “piazzare” magistrati di fiducia e sopratutto controllabili ai vertici delle procure italiane.

 I “carbonari con la toga” quel 9 maggio pianificavano anche  su come azzoppare il procuratore aggiunto Paolo Ielo del pool anticorruzione della Procura romana, con l’intento dichiarato da favorire una “discontinuità” nella procura della Capitale dove Palamara e compagni speravano potesse “piazzare” Marcello Viola, il procuratore generale di Firenze che per i “carbonari” è l’uomo giusto, da preferire  più degli altri candidati Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi per cambiare la politica di rigore ed indipendenza applicata per anni da Pignatone ed i suoi “fedelissimi”.

Dopo l’esplosione dello scandalo il Csm ha revocato la decisione precedentemente assunta della Commissione che aveva votato la terna, ed adesso per la successione di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma, sono tornati in gioco tutti e tredici i candidati iniziali, compreso l’attuale procuratore aggiunto Michele Prestipino.

da sx, Cosimo Ferri, Luca Lotti e Luca Palamara

Lotti quella sera parlando del dossier anti Ielo interviene più volte e  chiede agli altri “carbonari”  “che cosa deve arrivare al presidente della situazione a Roma“, millantando che le informazioni che screditano il pm grazie a lui possano arrivare direttamente alle orecchie del Capo dello Stato. A notte fonda, l’ex- renziano spiega di nuovo a Palamara: “Luca, la roba che c’è in prima ( cioè la 1a Commissione del Csm, dove il pm Fava ha depositato il suo esposto contro Ielo – ndr)… su Roma… è pesante… sia il Quirinale, sia David (Ermini, il vicepresidente del Csm ndr) lo vogliono affossare… a noi la decisione Luca. Che si fa? Si spinge? Una volta che si è fatto anche gli aggiunti“. E poco dopo, sempre rivolgendosi all’amico Palamara : “Poi il fratello di Ielo… c’ha na consulenza all’Eni“. Ed aggiunge: “Che si fa? Si fa uscire poi? Dopo che s’è fatto gli aggiunti…“. Palamara è d’accordo , spiegando che sarà il magistrato Stefano Fava, con il suo esposto depositato ed agli atti della Prima Commissione (la “disciplinare” n.d.r.) , a fare scoppiare lo scandalo. Ma Lotti teme che il pm possa alla fine fare un passo indietro: “E fai uscire anche un po’ i fratelli… voglio vedé, voglio sentirlo Fava che dice… i fratelli, le cose… non sarà così pazzo“.

Le azioni del gruppetto dei “carbonari” sembrano lontane da qualsiasi regola istituzionale e deontologica, lasciando da parte la rilevanza penale  delle loro azioni che è da comprovare  . Sia   perché Lotti e Palamara potrebbero avere più di un motivo per vendicarsi dell’operato di Ielo, ed anche perché  il magistrato Ferri ,  attualmente  in aspettativa passato alla politica come deputato del Pd, continua ad occuparsi ancora di nomine e poltrone delle procure italiane. Come hanno scritto i pm di Perugia in merito alla denuncia di Fava, il dossier contro Ielo è di fatto meramente strumentale: risulta infatti  inconfutabile  che Ielo quando la Procura di Roma aprì l’inchiesta sull’ ENI, che ha poi portato all’arresto degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore,  dichiarò immediatamente ed in anticipo rispetto ai fatti il potenziale conflitto d’interessi legato agli incarichi professionali del fratello, e con grande tatto e deontologia professionale decise di astenersi dall’occuparsi dell’ indagine sull’Eni.

Analoga decisione adottata per l’inchiesta aperta dalla procura di Roma su Condotte, l’ azienda di costruzioni finita sotto commissariamento,  che si avvale di alcune consulenze dell’ avvocato fratello del magistrato Paolo Ielo  che quell’occasione scrisse una lettera al procuratore capo  Pignatone con la quale spiegava i motivi che lo inducevano a non potersi occupare dei fascicoli.

Luca Lotti esce dalla Procura di Roma

E’ molto probabile che adesso i verbali dell’interrogatorio di Lotti vengano trasferiti a Perugia, dove  i magistrati qualche giorno fa hanno chiesto una proroga dell’indagine che, partita per una presunta corruzione di Palamara e di Centofanti, ha finito per devastare tutta la magistratura italiana.

La questione Lotti potrebbe creare delle ripercussioni anche sulla politica: è notizia di qualche giorno fa  che il capocorrente Lotti, ha annunciato di lavorare costantemente all’organizzazione ed espansione “su tutto il territorio nazionale”  della corrente Base Riformista interna al Pd, abbia anche ammesso ai magistrati milanesi nel corso del suo interrogatorio-testimonianza di aver provato a ottenere documenti per danneggiare un  magistrato (cioè Ielo)  che aveva richiesto il suo rinvio a giudizio. “Su indicazione”, ha aggiunto, “di Palamara e Ferri, quest’ultimo fuoriuscito dal Pd e passato qualche giorno fa con  “Italia Viva” il movimento fondato da Matteo Renzi .

Un’ammissione che sicuramente verrà fatta “pesare” da più di uno dei vertici del Pd . Il tesoriere Luigi Zanda a giugno fu durissimo con Lotti, mentre il segretario nazionale Nicola Zingaretti lo ringraziò  “per essersi autosospeso dal partito, un gesto non scontato che considero di grande responsabilità“, ma eticamente inaccettabile per i nuovi “soci” di governo del Movimento 5 Stelle. che presto dovranno occuparsi della riforma della giustizia insieme al Pd ed i renziani . E tutta questa vicenda difficilmente non avrà peso sugli equilibri del governo giallorosso.




Eni, Enel, Leonardo, Poste, servizi segreti e altre 400 poltrone: tutti i nomi in ballo nell'abbuffata delle nomine

di Emiliano Fittipaldi*

La pazza estate della politica italiana, conclusasi con un clamoroso ribaltone e la nascita del Conte 2 a trazione giallorossa, ha mandato in ambasce mezzo Paese. Dai parlamentari di ogni partito all’opinione pubblica, dalle cancellerie internazionali ai media, i colpi di scena a catena e le capriole dei leader (ultima quella di Matteo Renzi, uscito dal Pd) hanno logorato per un mese protagonisti e osservatori più o meno interessati.

Ma tra le vittime che hanno subito più danni dallo “stress da crisi” vanno annoverati, senza dubbio, gli inquilini dei palazzi del potere. Amministratori delegati delle partecipate di Stato, dirigenti influenti delle authority, boiardi in cerca di riconferma e civil servant smaniosi di un posto al sole, tutti concentrati da mesi sulla grande stagione delle nomine 2019-2020. Un deep state che – dopo essersi dovuto riposizionare sulla Lega dopo il trionfo di Salvini alle elezioni europee di maggio – è stato costretto, all’improvviso, a fare un doppio carpiato con repentina marcia indietro.

Così da due settimane manager e funzionari che affollavano l’anticamera della sede leghista di via Bellerio hanno mollato i leghisti per precipitarsi (di nuovo) in direzione del Nazareno e della Casaleggio Associati, i quartier generali del Pd e del M5S. E chiedere udienza e raccomandazioni ai referenti dei partiti di maggioranza che si spartiranno gran parte delle 400 poltrone da assegnare nei prossimi mesi, contando multinazionali, spa controllate dai ministeri, organismi indipendenti enti economici vari.

Per vincere la partita delle nomine pubbliche i vari candidati dovranno sudare sette camicie. Perché i pretendenti e le ambizioni sono sterminati. E perché a banchetto parteciperanno, oltre ai plenipotenziari di Luigi Di Maio e di Nicola Zingaretti, altri due pezzi da Novanta della Terza Repubblica. Cioè Giuseppe Conte, che da Palazzo Chigi ha già fatto intendere di volere gestire un pacchetto considerevole da intestarsi personalmente. E il redivivo Matteo Renzi, che con il suo nuovo partito Italia Viva farà contare, anche sulla battaglia delle nomine, la golden share sul governo che lui stesso a contribuito a far nascere.

 

LE PARTITE ENI ED ENEL

Partiamo dalla polpa. Cioè dalle nomine delle grandi utilities dai fatturati miliardari e dal poderoso peso politico e strategico, come Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e Poste, tutte previste per la primavera del prossimo anno. Renzi, in un passaggio dell’intervista a Repubblica con cui annunciava l’uscita dal Pd, ha già fatto capire indirettamente che farà le barricate se qualcuno pensa di toccare l’amministratore delegato del colosso elettrico, Francesco Starace.

Il manager è stato nominato a capo dell’Enel proprio dal governo del rignanese, e riconfermato nel 2017 da quello retto da Gentiloni. Ottimi rapporti con il Giglio Magico (conosce bene Marco Carrai dai tempi in cui era ad di Enel Green Power, mentre nel cda siede l’avvocato Alberto Bianchi, amico di Matteo ed ex presidente della Fondazione Open: con Salvini era considerato sicuro uscente, con il ribaltone una sua riconferma nel board è più che probabile, al lordo degli sviluppi dell’inchiesta della procura di Firenze che l’ha indagato qualche giorno fa per traffico di influenze), Starace è tra i registi dell’operazione Open Fiber, e da anni gira allo Stato dividendi monstre.

Non solo: investendo in tempi non sospetti sulle energie rinnovabili, sembra l’uomo giusto per quel “green new deal” annunciato prima dalla neonata Commissione Europea di Ursula von der Leyden e poi dal premier Conte nel suo discorso di fiducia alle Camere. Salvo sorprese, il manager (che ha buone entrature anche con Conte, che sul dossier delle partecipate chiederà più di un consiglio al suo mentore Guido Alpa) dovrebbe rimanere inchiodato alla sua poltrona.

“Starace? Lascerà l’Enel solo in caso di una sua promozione all’Eni”, dicono i ben informati da Palazzo Chigi. I manager del colosso petrolifero, in effetti, appaiono assai più traballanti dei cugini dell’elettrico. Claudio Descalzi, pur considerato da tutti un oilman più che capace, in primavera rischia di scontare gli scandali che hanno costellato il suo regno, iniziato nel 2014 grazie all’esecutivo Renzi.

Già imputato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano per alcune presunte tangenti in Nigeria, il manager è finito nella bufera anche per i denari (oltre 310 milioni di dollari) che il gruppo Eni ha girato a una cordata di aziende africane che un’inchiesta dell’Espresso ha dimostrato essere state costituite, attraverso una società anonima di Cipro, dalla moglie (di cittadinanza congolese) di Descalzi stesso .

Non solo. I grillini imputano all’ad di essersi avvicinato troppo a Salvini, (secondo alcuni anche favorendo l’assunzione di giovani nel gruppo al fine di evidenziare la bontà del decreto Quota 100, fortemente voluto dal leghista), mentre gli uomini di Zingaretti non dimenticano le altre inchieste che hanno inguaiato alcuni fedelissimi su cui Descalzi cui aveva puntato moltissimo. Come Massimo Mantovani, coinvolto nell’indagine sui tentati depistaggi dell’indagine milanese portati avanti dal gruppo di faccendieri capitanati dall’ex legale dell’Eni Piero Amara.

Il manager e l’azienda hanno sempre respinto ogni addebito e ogni accusa, compresa qualsiasi partecipazione al Russiagate di Gianluca Savoini o alle trame di Lotti e Palamara contro il pm Paolo Ielo. Eppure – al netto dell’esito giudiziario dei procedimenti – una riconferma di Descalzi, come pure quella del presidente Emma Marcegaglia, sembra in salita.

Se la promozione di Starace appare un’ipotesi percorribile (per la poltrona di ad dell’Enel, a quel punto, potrebbe avere qualche chance il numero uno della multi utility bresciana A2A, Luca Valerio Camerano), altri decisori di peso stanno invece pensando a una soluzione “interna” all’azienda.

Esattamente come accaduto con Descalzi, che fu promosso amministratore delegato dopo essere stato capo della divisione Exploration & Production, i cacciatori di teste della maggioranza hanno cerchiato in rosso i nomi di alcuni profili che vengono dalla “scuola” dell’Eni. In particolare, quelli di Alessandro Puliti e di Luca Bertelli. Il primo, geologo con natali fiorentini, è da poco a capo della fondamentale divisione “Upstream”, ed ha ereditato deleghe importanti un tempo appannaggio dell’ex braccio destro di Descalzi Roberto Casula, anche lui imputato per l’affaire nigeriano, e di Antonio Vella, in uscita per pensionamento.

Pure Bertelli, numero uno dell’Exploration Officier, è nato in Toscana ed è laureato in geologia. E, come Puliti, ha scalato posizioni in azienda tenendosi lontano da scandali e polemiche. Ma Bertelli è anche l’uomo che è stato capace di individuare, grazie all’aiuto del suo team e di un super-software sviluppato dal colosso petrolifero, alcuni tra i più grandi giacimenti di gas del mondo scoperti degli ultimi decenni. Ultimo successo di Bertelli è arrivato nel 2015 quando nello specchio d’acqua di fronte a Zohr, in Egitto, è spuntato fuori – in un’area studiata per anni dalle multinazionali rivali – il più grosso giacimento del Mediterraneo.

“Manager come Starace o come Marco Alverà di Snam, pur bravissimi, di petrolio non sanno nulla. Meglio continuare con uno dei nostri“, sostiene chi all’Eni vuole continuità in azienda. Vedremo. Se la scelta cadesse su un interno, però, è probabile che il presidente sia un garante della nuova maggioranza politica. E tutti indicano Franco Bernabé, già all’Eni negli anni ’80 e ’90, come l’uomo che potrebbe tutelare al meglio sia la nuova cosa renziana Italia Viva (Bernabè è stato socio di Carrai), sia il Pd, sia il M5S.

Già: da sempre considerato vicino ai democratici, Bernabé è uno dei pochi finanzieri a cui Davide Casaleggio chiede consigli spesso e volentieri. I rapporti tra i due sono di antica data: “Bebè”, come lo chiamano i nemici, ha conosciuto bene il padre Gianroberto ai tempi in cui guidava Telecom, e la stima reciproca si è cementata nel tempo. Ospite di Sum, la kermesse che Davide organizza per ricordare il padre, Bernabé era addirittura dato qualche settimana fa in pole position come possibile presidente del Consiglio “terzo”, in caso non si fosse trovata la quadra su Conte.

LA GRANDE ABBUFFATA

Oltre alle utility dell’energia, la grande abbuffata interesserà altre big di peso. Fabrizio Palermo, ad della potentissima Cassa depositi e prestiti, non è in scadenza. Anche se non è amato dal Pd, difficilmente il M5S, suo grande sponsor, a partire da Stefano Buffagni, ne permetterà un defenestramento. Potrebbe però restare anche il suo competitor, il presidente Massimo Tononi, l’uomo delle fondazioni bancarie che qualcuno dava in uscita per gli scontri continui (in tema di spoil system sulle controllate) con Palermo.

Tononi spera adesso di poter fare proficuamente sponda con il nuovo inquilino del Mef, lo zingarettiano Roberto Gualtieri, che da ministro politico avrà un peso specifico assai maggiore rispetto a quello che aveva il suo predecessore Giovanni Tria. Presto – giurano dal governo e dal Pd, dove il deputato Claudio Mancini ha confessato a qualche suo amico di avere già la fila fuori di lobbisti che vogliono accreditarsi con il partito – potremmo così assistere alla fumata bianca su Sace. Una spa di Cdp attiva nell’assicurazione dell’export, i cui vertici sono scaduti da mesi, e il cui rinnovo (che era voluto da Tria senza se e senza ma) è stato bloccato per mesi da Palermo, che chiedeva invece un rinnovamento totale in salsa gialloverde.

A marzo vanno certamente rinnovati i vertici di Leonardo. L’ad Alessandro Profumo era considerato debole prima del ribaltone, ma non sembra che il cambio di maggioranza gli gioverà più di tanto. Mentre un nuovo rinnovo del presidente Gianni De Gennaro, ex poliziotto e nemico giurato dei grillini, dimostrerebbe in maniera plastica la metamorfosi del Movimento da partito di lotta a movimento pronto a collaborare con i poteri forti del Paese. A Fincantieri (che Renzi ha detto di sognare di “fondere” con Leonardo) rischia invece di continuare l’epopea di Giuseppe Bono, da ben 17 anni in sella al gigante della cantieristica che costruisce navi da crociera e militari.

Presidente dell’azienda è (e dovrebbe essere ancora) Giampiero Massolo, proveniente – come De Gennaro – dagli apparati di sicurezza dello Stato. Un altro settore che il nuovo governo potrebbe terremotare prima del previsto.

Al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, non tutti sono infatti contenti del comando del generale Gennaro Vecchione, scelto solo un anno fa da Conte in persona. Finito qualche giorno fa (per fortuna senza conseguenze gravi) con la sua auto di servizio contro i dissuasori in acciaio che proteggono l’ingresso della nuova sede dei servizi a Piazza Dante a Roma, l’operato di Vecchione ormai è messo in discussione anche dal premier, che – è cosa nota – ha mantenuto le deleghe sulle nostre barbe finte. L’ipotesi più accreditata è quella di un suo spostamento a Palazzo Chigi in veste di consigliere personale dell’ex avvocato del popolo, con la conseguente promozione di un interno (come Bruno Valensise, da poco nominato vicedirettore vicario) a nuovo numero uno.

Ma c’è un’altra opzione che non dispiacerebbe né a Conte né al Quirinale: lo spostamento del capo dell’Aise Luciano Carta (generale stimato dall’intero arco costituzionale) al Dis, e il contestuale avanzamento, come nuovo padrone della nostra sicurezza esterna, di Giovanni Caravelli. L’uomo che da anni gestisce le deleghe del complicatissimo dossier libico.

All’Aisi, il nostro servizio interno, si lavora invece da tempo al successore di Mario Parente. Qualcuno dava in vantaggio l’attuale vicedirettore (ed ex cacciatore di boss casalesi latitanti) Vittorio Pisani, ma il suicidio politico di Matteo Salvini – che lo stimava molto – potrebbe indebolire la sua candidatura.

Il ritorno di Renzi come protagonista assoluto della politica nazionale rafforza invece quella di Valerio Blengini: dato solo qualche settimana fa verso il pensionamento, lo storico dirigente del servizio potrebbe giocarsi ora più di una fiches per la poltrona che coronerebbe la sua carriera. Su ogni nomina dei servizi, come quella degli apparati di sicurezza dello Stato, Polizia in primis, i partiti e il premier dovranno sempre fare i conti con Sergio Mattarella e i suoi consiglieri, che intendono esercitare tutta la loro moral suasion in caso di candidati considerati dal Quirinale non all’altezza del compito.

Tornando alle partecipate, Invitalia potrebbe essere ancora casa del potente Domenico Arcuri, l’amministratore delegato in scadenza ma molto amato da Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha apprezzato anche il modo con cui il manager ha gestito, ad inizio anno, la partita del Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata: grazie al Cipe e all’abilità di Arcuri, per la provincia di Foggia così cara al premier sono arrivati ben 280 milioni di euro, tutti a favore di Comuni e imprese locali.

Anche Matteo Del Fante, ex renziano di ferro convertitosi al salvinismo, sta tentando di convincere il nuovo governo giallorosso a confermarlo ad di Poste spa. Un lavoro di persuasione affidato anche a Giuseppe Lasco, ex Guardia di Finanza che segue come un’ombra Del Fante dai tempi in cui i due erano insieme a Terna: già direttore delle relazioni istituzionali e del personale, Lasco è da qualche mese pure vicedirettore generale del gruppo. Per qualche osservatore malizioso, è lui il vero uomo “forte” di Poste.

Lust but not least, tra le nomine da sbrogliare con urgenza c’è quella dell’Anac (improbabile che a Raffaele Cantone succeda il numero due della procura di Roma Paolo Ielo, che non sembra disponibile) e quelle dei nuovi vertici del Garante della Privacy e dell’Agcom. Qui, all’authority per le Comunicazioni, si parla con insistenza del piddino Antonello Giacomelli, ma in lizza per la presidenza resta anche Vincenzo Zeno-Zencovich, che tanto piace al centrodestra. Il grillino Emilio Carelli – l’ex direttore di Sky che ha perso la battaglia dei sottosegretari – potrebbe invece sedersi nel board come consigliere. A quel punto, difficile ce la facciano altri due candidati forti della vecchia maggioranza gialloverde. Ossia la dirigente del Mise Laura Ria, che comunque vanta un curriculum più che adeguato, e l’avvocato Tommaso Paparo. Un outsider che ha buoni rapporti con il Movimento, qualche entrature nella Chiesa e pure nella comunità ebraica: siede infatti nel collegio sindacale della Fondazione Museo della Shoah.

La grande abbuffata è solo all’inizio. Ma i piatti in tavola sono così golosi che in tanti scommettono che il Conte bis, nato debole e già terremotato dalla mossa di Renzi, sopravviverà. Almeno finché tutti i territori del risiko delle nomine non saranno stati spartiti tra i nuovi padroni dell’esecutivo.

*articolo tratto dal settimanale L’ESPRESSO




Csm: Riaperti i giochi per la guida della Procura di Roma

ROMA – Il Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di azzerare il precedente voto di maggio e riavviare la procedura per la nomina del nuovo procuratore di Roma, a seguito dello “scandalo Palamara” grazie al quale sono venute alla luce le manovre illecite per manipolare le importanti nomine ai vertici degli uffici giudiziari delle Procure prive di guida, l’ organo di autogoverno dei giudici, i cui equilibri correntizi sono stati letteralmente “ribaltati” nel peso ed equilibrio delle correnti interne.

La Commissione Incarichi Direttivi del Csm, quattro mesi fa aveva indicato con 4 voti su 6 il procuratore generale di Firenze Marcello Viola. Mestre si aspettava della la del plenum del Consiglio  s’ è scoperto che Viola era il candidato della “cricca” che disegnava strategie venendo intercettata con la microspia inoculata nel telefono dell’ormai ex pm romano Luca Palamara il quale aspirava a diventare procuratore aggiunto, prima di essere indagato per corruzione. Insieme ai magistrati della “cricca” guidata da Palamara si attovagliavano nelle cene e riunioni carbonare notturne  anche il magistrato-deputato del Partito Democratico Cosimo Ferri  che nei giorni scorsi ha seguito Matteo Renzi nella scissione, ed il deputato-imputato Luca Lotti almeno per ora rimasto nel Pd, insieme a cinque componenti togati del Csm delle correnti di Magistratura indipendente ed Unicost che una volta diventati pubblici i loro incontri segreti ed i rispettivi comportamenti poco etici, hanno ben pensato prima di auto-sospendersi e poi di dimettersi.

La commissione  che nel frattempo ha cambiato il presidente dimissionario, ha deciso ieri di revocare le proprie proposte del maggio scorso e quindi in corsa non ci sono più soltanto Marcello Viola ed i procuratori di Palermo Franco Lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo, i quali avevano ottenuto un voto ciascuno dalla  Commissione Incarichi Direttivi ma bensì si ritorna all’ originale elenco di 13 candidati. Tra i quali figura anche l’attuale procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, che  sta svolgendo il ruolo di reggente dell’ ufficio dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone del maggio scorso.

Il presidente Mattarella ed il vice presidente CSM David Ermini

È molto probabile che la commissione questa volta prima di votare  decida di ascoltare nelle audizioni i progetti dei candidati,  richiesta che in passato il vicepresidente del Csm David Ermini aveva sollecitato anche a nome del capo dello Stato, non venendo ascoltati dai consiglieri del Csm (ora fuoriusciti) che miravano solo e soltanto agli scopi ed interessi personali venuti a galla dalle intercettazioni della Guardia di Finanza delegata in tal senso dalla Procura di Perugia.

Ieri sono arrivate in commissione le indicazioni per la guida della Procura di Torino, rimasta vacante dal dicembre scorso dopo il pensionamento di Armando Spataro. Questo il risultato della votazione: Salvatore Vitiello attuale procuratore capo di Siena  ha ricevuto 4 voti, il procuratore aggiunto Anna Maria Loreto soltanto 2. Fra gli incarichi di prestigio rimasti scoperti ed a disposizione vi è anche la Procura generale della Suprema Corte di Cassazione, rimasta vacante dopo l’abbandono ed uscita di Riccardo Fuzio anch’egli coinvolto nello “scandalo Palamara“. Al momento i candidati più autorevoli sono il procuratore generale della Corte di Appello di Roma Giovanni Salvi e quello di Venezia Antonello Mura .




Scissione Pd. Renzi accelera sul nuovo partito: gruppi parlamentari autonomi prima della Leopolda

ROMA – “Serve un partito del Pil, pro business e pro crescita, un partito che porti alta la bandiera delle riforme e che guardi anche ai tanti moderati che non vogliono seguire Forza Italia nell’abbraccio con il sovranista Matteo Salvini. Va benissimo il sostegno al governo Conte, ma noi non moriremo grillini“. Le settimane che hanno portato alla formazione e alla messa in sicurezza del Conte Bis, la cui strada è stata aperta proprio dal via libera di Matteo Renzi a un governo istituzionale con il M5s per arginare le velleità dei «pieni poteri» del leader leghista, non hanno fatto cambiare idea all’ex premier ed ex leader democratico.

Nelle ultime ore il progetto di un partito autonomo dal Pd, a partire dai gruppi parlamentari, ha subito un’accelerazione: la “dead line” è la decima kermesse della “Leopolda” in agenda a Firenze dal 18 al 20 ottobre.

Naturalmente non è in discussione il sostegno al governo, che  ha completato la sua squadra con la nomina dei 42 sottosegretari tra cui alcuni considerati “vicinissimi” a Renzi come Anna Ascani e Ivan Scalfarotto . Ma certo tutta l’operazione non potrà non avere conseguenze, oltre che sull’assetto futuro del centrosinistra, anche sulla navigazione del governo.

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti

Da una parte la nascita di un nuovo gruppo parlamentare alla Camera (gli aderenti del Pd saranno poco oltre i 20, numero minino per fare un gruppo), dall’altra lo “scisma” – per riprendere l’espressione usata ironicamente nelle scorse ore dal segretario dem Nicola Zingaretti – di una decina di senatori a Palazzo Madama, dove non è possibile formare gruppi nuovi: gli interlocutori del premier Giuseppe Conte passeranno da due a tre. Oltre a Zingaretti e al leader politico del M5s Luigi Di Maio, anche Renzi potrà dire ufficialmente la sua sulle scelte dell’esecutivo dei prossimi mesi (e anni, se si arriverà, come molti osservatori scommettono, all’elezione del successore di Sergio Mattarella nel 2022).

Renzi e i suoi sono consapevoli che la decisione di prendere il largo proprio nel momento in cui tutto il Pd è infine unito nell’appoggio al governo giallo-rosso è rischiosa. “L’unica cosa che non si capisce è quali motivi possano esserci alla base di un fatto lacerante“, ha commentato Zingaretti mettendo le mani davanti. Contrari al “movimentismo” di Matteo Renzi sono anche tanti suoi ex-compagni di corrente: a partire dal neoministro della Difesa Lorenzo Guerini e dall’ex braccio destro Luca Lotti, con il quale l’ex premier ha avuto un’accesa discussione in proposito solo qualche giorno fa. Secondo Guerini e Lotti, ma anche per il capogruppo alla Camera Graziano Delrio, invece, occorre presidiare il fronte riformista dall’interno.

Renzi al contrario da tempo è convinto che serve qualcosa di nuovo, fuori dal Pd anche se in prospettiva di alleanza e vicinanza con il Pd dove stanno per rientrare gli ex-scissionisti Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani – si fa notare in casa renziana – e dove hanno infine prevalso le posizioni più legate alla storia del Pds in negazione della stagione riformista dei governi Renzi-Gentiloni. Sotto tiro anche il tentativo della dirigenza di Largo del Nazareno di trasformare l’attuale alleanza di governo in un’ alleanza strutturale, a partire dalla prossime regionali. “Non moriremo grillini, dobbiamo restare alternativi, siamo un’altra cosa”, continua a dire in queste ore Renzi ai suoi: una cosa è un’alleanza di governo nata da un’emergenza democratica, ben altra cosa invece sono delle alleanze pre elettorali ovunque sul territorio.




Conte incassa la fiducia al Senato. Scontro con Salvini. I Cori dai banchi dei leghisti: 'Vergogna'

ROMA – Il Governo Conte bis, dopo la fiducia alla Camera, ha incassato questa sera anche quella del Senato. I voti a favore sono stati 169, 133 i contrari e 5 gli astenuti. Durante il dibattito Matteo Salvini è andato all’attacco del premier chiamandolo “Conte-Monti” e accusando un governo di ‘affamati di poltrone’.  Dura la replica del premier.

Dopo il “match” del 20 agosto scorso, Palazzo Madama oggi è tornato ad essere teatro di un nuovo duello dialettico fra Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Il leader leghista ha attaccato il premier in aula, accusandolo di “poltronismo” e di subalternità all’Europa, oltre che di mancanza di stile. Conte gli ha risposto, rinfacciandogli l’arroganza per aver chiesto i “pieni poteri” con l’idea di portare il Paese alle elezioni un maniera unilaterale.

Prima di intervenire in aula, Salvini si era concesso ai giornalisti appena fuori commentando la notizia ufficiale di Paolo Gentiloni neo commissario europeo agli Affari economici: “È la conferma che Conte ha fatto il  patto col diavolo, con Macron e Merkel. È l’ennesimo tradimento del signor Conte e anche dei 5 stelle: mandano un vecchio uomo del Pd, come Gentiloni, a Bruxelles”, ha detto il leader della Lega.

“Poi con calma nelle prossime settimane spiegherete al Paese cosa ci sia di dignitoso in tutti i repentini voltafaccia che ci sono stati in poche settimane” – ha detto Salvini attaccando Conte, aggiungendo –  “Senza onore!“. Così alcuni senatori leghisti hanno urlato interrompendo più volte la replica del Presidente del Consiglio, che aveva parlato della decisione presa dalla Legaunilateralmente” l’8 agosto di ‘avviare’ la crisi di governo. Sono seguiti cori: “Dignità, dignità!”, scanditi battendo le mani sui banchi.

Il leader della Lega ha scritto le ultime note in aula, poco prima di intervenire nel corso del dibattito che ha preceduto il voto. Tra gli appunti si distingue la frase “differenza di stile”, riferita al premier Conte, accusato di “sussurrare nell’orecchio di Merkel”

“Evocate spesso il concetto di dignità: è molto importante anche sul piano giuridico, diritto fondamentale della persona. Ma la dignità per quanto riguarda il ruolo e le funzioni del presidente del Consiglio non possono essere riconosciute o meno a seconda che lavori al vostro fianco o meno. Ero l’alfiere degli interessi nazionali fino a ieri e oggi scopro che non lo sono mai stato. La dignità mi può derivare solo dal fatto di servire con disciplina, onore, massimo sforzo e determinazione gli interessi del mio Paese”.

Quando ragioniamo di un taglio del cuneo fiscale a totale vantaggio dei lavoratori – ha detto ancora il premier – è perché non vogliamo prendere in giro gli italiani e siamo consapevoli che le risorse in manovra, puntando noi a bloccare l’aumento dell’Iva, scarseggeranno, ma in prospettiva ci auguriamo di avere maggiori risorse anche a favore delle imprese“.

“Non la invidio presidente Conte-Monti – aveva detto Matteo Salvini parlando a nome della Lega – . Si vede uno quando ha il discorso che gli viene da dentro e quando uno deve eleggere un compitino a cui non crede neanche lui. Siete passati dalla rivoluzione al voto di Casini, Renzi, Monti“. “Torno a casa con una poltrona di meno, ma con tanta dignità in più. Lascio voi – aggiunge – a giudicare se questa operazione è di verità, e di coscienza: milioni di italiani non la pensano così”.

Poi Salvini ha attaccato Conte sulle trattative in corso nella maggioranza in merito a una nuova legge elettorale di tipo proporzionale: “Chi prende un voto in più governa. Se voi andate avanti su questo tema raccoglieremo le firme. Con questa legge vogliono garantire l’inciucio a vita“. Rivolto infine a Conte ne ha criticato lo stile: “Noi siamo in Europa, i miei figli cresceranno in Europa, ma la vogliamo diversa. E vogliamo un’Italia a testa alta: l’immagine dell’uomo che sussurrava alla Merkel non fa bene al Paese. A proposito di  stile…alla faccia. Lo stile è sostanza, non apparenza, non dipende solo dalla cravatta, dalla pochette e dal capello ben pettinato“.

Le replica di Conte

“Molte dichiarazioni sono rimaste ferme all’8 agosto. Con una certa arroganza qualcuno unilateralmente ha deciso di portare l’Italia alle elezioni da ministro dell’Interno e sempre unilateralmente e arbitrariamente di concentrare definitivamente nelle proprie mani tutti i poteri: pieni poteri. Se questo era lo schema, l’obiettivo e il progetto è comprensibile che tutti coloro che lo hanno ostacolato per senso di responsabilità e nel rispetto della costituzionesiano diventati nemici”, ha risposto Conte nella sua replica in Senato, tra le proteste dai banchi della Lega. E ha proseguito: “Assegnare ad altri le proprie colpe non è da leader”. Per tutta risposta i senatori leghisti gli hanno intonato in coro “Dignità, dignità“.

Durante il dibattito parlamentare ci sono stati momenti di bagarre dopo che la senatrice leghista Borgonzoni ha mostrato una maglietta che faceva riferimento a Bibbiano. La presidente Elisabetta Casellati ha sospeso la seduta, che è ripresa poco dopo. Fibrillazioni anche al primo intervento di una senatrice grillina. Cori “elezioni, elezioni” e “Bibbiano, Bibbiano” hanno subito accompagnato l’intervento del dem Dario Stefàno. Anche Conte è stato appellato in aula dal coro “traditore, traditore”.

(in aggiornamento)




Il Governo Conte chiede la fiducia al Senato. Salvini attacca: "Conte è un nuovo Monti"

ROMA – Ricevuta la fiducia pressochè scontata alla Camera, il governo Conte oggi attende il giudizio del Senato, dove è in corso il dibattito generale sulla fiducia. I giallo-rossi sulla carta contano 169 voti, ma sono possibili defezioni dell’ultima ora.

Il premier Giuseppe Conte è entrato nell’aula, dove è stato accolto da urla da parte di alcuni senatori leghisti e dal coro “traditore, traditore” . Vi sono stati momenti di tensione con l’Aula sospesa per alcuni minuti quando Lucia Borgonzoni senatrice della Lega rivolgendosi al premier Conte si è tolta la giacca ed ha mostrato una maglietta bianca con la scritta “Parliamo di Bibbiano” .

A Conte poco prima aveva chiesto attenzione dicendogli: “Lei è distratto, mi può ascoltare”. La presidente Casellati ha chiesto alla senatrice di rimettersi la giacca tra applausi dei leghisti e proteste dei Dem. “Ho conosciuto per mesi – è andato all’attacco Matteo Salvini parlando con i giornalisti al Senato – quello che sembrava un Presidente del Consiglio. Poi non so che cosa è cambiato, cosa gli hanno promesso. Da un premier mi aspetto un’idea per l’Italia, non insulti continui. E’ un uomo organico al potere, senza dignità. Abbiamo scoperto un nuovo Monti, un nuovo Gentiloni. Chi si somiglia, si piglia“.

la diretta TV dal Senato della Repubblica

Del ‘nuovo’ Conte, Salvini dice: Si è smarcato dai Cinque stelle, Si vergogna dei Cinque stelle,  è un uomo organico al potere: un nuovo Monti, un nuovo Gentiloni. Dopotutto chi si assomiglia, si piglia. Lo lascio alla sua poltrona, noi lavoriamo già al prossimo governo“. Salvini non risparmia neanche Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Del Cavaliere dice: “Io allargo. Non c’è problema a fare un tavolo comune in Parlamento. Ma un conto è fare opposizione e un conto è costruire il futuro. Non possiamo essere quelli del 94“. Dell’altro ex premier dice di “avere sempre la foto in salotto”.

Mi accingo a esprimere fiduciosa un voto favorevole a questo governo, ha detto la senatrice a vita Liliana Segre intervenendo in Aula al Senato nel corso del dibattito sulla fiducia al nuovo Esecutivo.  Il voto di oggi si intreccia comunque con la partita ancora aperta della nomina dei viceministri e dei sottosegretari. Una parziale risposta è arrivata ieri con il ritiro di Roberto Chieppa dalla candidatura di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il segretario generale di Palazzo Chigi è stato stoppato dal no di Luigi Di Maio e così Riccardo Fraccaro resta l’unico sottosegretario alla presidenza.

Sulla carta Pd, grillini e Leu, più altri del Misto, potrebbero toccare quota 172. Ma dei quattro grillini espulsi, solo Paola Nugnes ha già annunciato il suo voto favorevole. E quindi si scende a quota 169. Ha parlato anche Gregorio De Falco, ma non ha rivelato come voterà. Inoltre Gianluigi Paragone è già schierato per il “no” mentre si temono i malumori del no Tav Alberto Airola e di Mario Giarrusso e Ciampolillo.

Comunque la somma dei voti di M5s e Pd, al netto dei dissensi espressi e delle assenze, toccherebbe quota 154. A questi si aggiungerebbero i tre voti degli iscritti al gruppo delle Autonomie e i quattro voti di Leu. Quindi quota 161 sarebbe raggiunta. E superata grazie ai voti dei senatori a vita Monti, Cattaneo e Segre. La senatrice a vita, che compie oggi 89 anni, lo conferma in aula il suo sì. Come l’ex premier che dice: “oggi voto la fiducia, giudicherò in futuro atto per atto“.

Verso le 14.30 prenderà la parola il leader della Lega Matteo Salvini, mentre al momento non è previsto che intervenga in Aula il senatore Pd Matteo Renzi. Il premier Conte interverrà nell’Aula del Senato intorno alle 15.30. quando prenderà la parola in replica al dibattito generale sulla fiducia che dovrebbe concludersi intorno a quell’ora.

Seguiranno le dichiarazioni di voto e il voto di fiducia che dovrebbe concludersi intorno alle 18.




Il presidente Mattarella vigilerà sulla scelta dei quattro ministeri "chiave" del Governo Conte

ROMA – Ieri più di qualcuno si aspettava e prevedeva che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarebbe uscito dalla sala delle consultazioni e facesse una dichiarazione anche lui nella loggia alla Vetrata , dopo il discorso d’investitura pronunciato dal premier incaricato Giuseppe Conte . In realtà è più probabile, secondo fonti ufficiose del Quirinale che il capo dello Stato potrebbe concedersi una dichiarazione pubblica agli italiani  per spiegare quanto è successo,  martedì o mercoledì, cioè quando si prevede che Conte sciolga la riserva, se riuscirà a mettere d”accordo i turbolenti esponenti politici della nuova maggioranza,  consegnandoli la lista dei ministri.

Parlare prima di questo passaggio avrebbe potuto alimentare l’equivoco , e c’era già qualcuno pronto a strumentalizzare le sue parole, sostenendo che il governo che si cerca di mettere in piedi,  sarebbe un governo del presidente, mentre si tratta di un governo politico. Del quale “l’Elevato” (cioè Conte) come l’ha raffigurato Beppe Grillo, ha piena responsabilità, e questa volta senza doverla condividere con due vicepremier rissosi, assumendo le vesti di un notaio che si limitava a fare il garante di un contratto (altra anomalia della politica italiana) stipulato da altri.

Ora tocca te, cammina sulle tue gambe cerca di costruire un progetto alto e convincente… non sarà facile, ma puoi farcela, È questa la chiave di lettura necessaria per interpretare l’incitamento dopo un’ora di colloquio fatto dal presidente  Mattarella al premier dimissionario-incaricato Conte, Un saluto antiemotivo e  laconico e, com’è ormai consolidato nello stile presidenziale.

Incitamento e parole questa che il premier ha interpretato con orgoglio, con un manifesto programmatico di Governo molto apprezzato dal capo dello Stato, che l’ha seguito e condiviso in diretta tv nel suo studio al Quirinale. A partire dall’autodefinizione finita nei titoli di tutti i siti, in cui mutuava un concetto caro al Quirinale: “Il mio non sarà un governo contro, ma un governo per“», ricordando che questo “è il momento del coraggio“, sopratutto il suo, seguendo quindi sino in fondo il senso dell’augurio del presidente Mattarella . Nel discorso di Conte rincorrevano parecchi altri concetti del capo dello Stato, come che fossero stati dei di suggerimenti dall’alto:  l’atlantismo da confermare, il rapporto con l’Europa da riannodare  e l’emergenza sui conti pubblici. Così come anche il passaggio su alcuni temi divisivi come l’ immigrazione, le grandi opere e le autonomie differenziate, sembrava provenire dai consigli di prudenza di chi ha lunga esperienza.

Riferimenti e omissis di un programma di Governo che il premier incaricato Conte ha già cominciato ad approfondire con il Movimento 5 Stelle ed il  Partito Democratico, “con la consapevolezza  delle difficoltà ma determinato“, come l’hanno descritto sul Colle. I veti contrapposti, le pretese e richieste e le compensazioni fra i du partiti emergeranno dalla composizione finale della compagine ministeriale, sulla quale vi sarà una ferrea sorveglianza da parte di Mattarella, al quale spetta  la decisione finale secondo i poteri conferitigli dalla Costituzione  . In questo momento delicato i ministeri di peso e quindi “critici”, sui quali Mattarella è pronto e disponibile ad offrire pareri anche preventivi, sono  la Difesa, l’Economia, gli Esteri,  e l’Interno.

L’ “avvocato del popolo” Conte dovrà invece risolvere da solo il problema del vicepremier, sul quale circola una doppia versione (cioè com’era nel governo Lega-M5S ), un solo vice o addirittura senza vicepremier. In questo caso, una certa responsabilità è nelle mani  capo politico grillino Luigi Di Maio, sopratutto per la gestione delle possibile conseguenza del referendum sulla piattaforma Rousseau (che a sua volta dipende molto da come verranno posti i quesiti alla base grillina) , tutto è appeso alle smanie del  e alle capacità negoziali del premier incaricato.

Quindi come emerge chiaramente la scommessa di Conte è piena di ostacoli ed incognite. Senza escludere un rischio davvero pericoloso, e cioè  che alla prova del voto di fiducia in Aula , che il Quirinale ha ipotizzato per per venerdì prossimo, ed il giorno precedente il giuramento dei ministri,  ci sia chi possa conquistare o condizionare il voto contrario di qualche dissidente. Che non sono pochi.  In una pazza crisi nella quale Matteo Salvini lancia minacce con un “non vi libererete di me”, convocando una manifestazione di piazza a Roma, allora come sempre in politica tutto è possibile.

Come in tutti i casi misteriosi, è dal finale che si capisce realmente la trama. In questo caso, il finale è rappresentato dal crescendo di “endorsement”, cioè dichiarazioni pubbliche di favore, che hanno sostenuto Conte nella sua risalita al Quirinale. Quelle di Donald Trump  aggiuntesi a quelle più scontate europee di Angela Merkel e di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, hanno ampiamente contribuito a scrivere il finale glorioso del nuovo premier descritto come “uomo circondato dal rispetto internazionale”. Ma quanto valgono realmente queste lodi?

Un tweet che loda con un errore di spelling un “Giuseppi Conte”, la dice lunga sul grado di conoscenza fra i due leader, in realtà non è granché come riconoscimento. E’ uno strumento per altro su cui Trump si sfoga personalmente e spesso casualmente, contraddicendosi come capita, anche su temi serissimi, come la Corea del Nord e la guerra dei dazi con la Cina. Le lodi andrebbero in realtà alla bravura del nostro ambasciatore Varricchio a Washington e al diplomatico Eisenberg, che rappresenta gli Usa a Roma. Ma è un nostro sospetto. L’Italia e Conte vengono citate insieme a Germania e Commissione Ue. Ed anche in questo caso vanno fatti complimenti ai comunicatori di Palazzo Chigi, e  bisogna riconoscere merito al sempre bistrattato Rocco Casalino, che allo stato dei fatti è l’unico autore del Conte bis. Come si vede quello di Trump  si tratta di un vero e proprio make-up per il premier in pectore.

La “piccola” Italietta in politica ha sempre cercato e sfruttato il “riconoscimento” dei leader stranieri. Un riflesso condizionato, senso mai curato di nostra inferiorità nell’Occidente del dopoguerra, che ci accompagna dai comunisti dei tempi d’oro, che nonostante il riconoscimento di Berlinguer dell’ “ombrello Nato” in una intervista rilasciata nel 1976  a Giampaolo Pansa, dovette sudarsi il rapporto con Washington, passando per Andreotti, Craxi. Passione per i riconoscimenti condivisa da due super nemici – Enrico Letta e Matteo Renzi – che non hanno mai smesso di lavorare a questo consenso.

Il consenso internazionale oggi intorno a Conte non è quindi esattamente un abbraccio che ci impressiona. Emerge in tutte queste lodi, la prova di un disegno politico, che parte dall’Europa. Nella nuova Europa post elezioni, Merkel e von der Leyen, eletta presidente grazie  ai voti di M5s e Pd, guidano un diverso approccio, una operazione a trazione tedesca, costruita a tavolino, per arginare il fronte sovranista tanto caro a Salvini ; una strategia internazionale mirata a favorire l’affermazione in Italia di un Governo moderato, e a maggiore ispirazione sociale.

Conte, col suo carisma di provincia, e la sua estrema adattabilità politica e psicologica, la sua mancanza di ideologia  tutte attitudini queste che lo hanno portato a navigare da “garante” della Lega a simpatizzante della sinistra dell’ultima ora.  Il suo discorso in Senato contro Salvini è il perfetto strumento per il nuovo passaggio politico che l’Europa e le classi dirigenti euronazionali vogliono per l’Italia.  La sua gloriosa salita al Quirinale di ieri mattina dell’ormai ex “Avvocato del popolo” , ed il favore dello spread che l’ ha accompagnata, è solo la conclusione, il sigillo di questo percorso.

Chi  ha sperato e  fin qui tifato per il voto invece che per l’accordo, è ancora sempre di più convinto che le urne sarebbero state un passaggio migliore per creare una svolta in Italia. I partiti avrebbero potuto contare le loro reali forze, e avrebbero soprattutto condiviso con i cittadini italiani il peso di una trasformazione di fase così incerta. E avremmo avuto un premier “vero”, invece di un Avvocato arrivato al bis senza mai essere stato votato dagli italiani.




Crisi di governo: Zingaretti e Di Maio: trovata l'intesa. Conte convocato al Colle.

ROMA –  Il premier dimissionario Giuseppe Conte è stato convocato per questa mattina, alle 9,30, al Colle, dopo che  Pd e M5S hanno annunciato l’accordo tra le due forze politiche.  “Abbiamo riferito al presidente di aver accettato la proposta del M5s di indicare in quanto partito di maggioranza relativa il nome del presidente del Consiglio dei ministri. Questo nome ci è stato indicato dal M5s nei giorni scorsi”, ha detto al termine delle consultazioni il segretario del Pd Nicola Zingaretti .

la delegazione Pd al Quirinale a colloquio con il Presidente Mattarella

“Abbiamo altresì confermato risolutamente l’esigenza ora di costruire un governo di svolta e discontinuità, ha aggiunto Zingaretti. “Sia chiaro che non c’è alcuna staffetta da proseguire e non c’è alcun testimone da raccoglie ma semmai una nuova sfida da cominciare“. Il nuovo governo porterà, ha concluso il segretario, “l’inizio di una nuova stagione, civile, sociale e politica”.

Dopo Zingaretti, è stata la volta della delegazione di Forza Italia a salire al Colle. Il presidente Silvio Berlusconi ha sottolineato la necessità di andare al voto.

la delegazione di Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi al Quirinale

Conferma l’intesa il leader M5s, Luigi Di Maio: C’è un accordo politico cn il Pd per Conte premier'” . “Siamo sempre stati un movimento post ideologico” ha aggiunto Di Maio, al termine dell’incontro con il presidente della Repubblica “abbiamo sempre pensato che non esistano schemi di destra o sinistra ma solo soluzioni. Ci hanno accusato dell’essere dell’una o dell’altra parte. Questi schemi sono ampiamente superati” .

“Il ruolo di Giuseppe Conte ci fa sentiti garantiti sulle politiche che vogliamo realizzare”, ha proseguito Di Maio.  “Si sono alimentate tante polemiche sulla mia persona – ha rilevato – e mi ha sorpreso che in una fase così delicata qualcuno abbia pensato al sottoscritto piuttosto che al bene del Paese. La Lega mi ha proposto di propormi come premier per il M5s e mi ha informato di averlo comunicato anche a livello istituzionale. Li ringrazio con sincerità ma con la stessa sincerità dico che penso al bene di questo Paese e a non me“. A proposito dell’apprezzamento espresso da Trump a Conte, Di Maio ha detto: “Ci indica che siamo sulla strada giusta”.

Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri

“Lasciatemi dire infine che i cittadini hanno assistito a un dibattito poco edificante su ruolo e cariche. Come capo politico del M5S – ha aggiunto – chiederò che il percorso di formazione del nuovo governo parta dalla redazione di un programma omogeneo. Solo dopo si potrà decidere chi sarà chiamato a realizzare le politiche concordate e su questo chiediamo che si rispettino alle prerogative del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio“.

Salvini: “Mattarella metta fine a questo spettacolo indecente” . “Il mio un errore? E’ così se lo si considera in base alle logiche della vecchia politica. Io non pensavo che ci sarebbero stati dei parlamentari renziani che invece di andare alle elezioni avrebbero votato anche per il governo di Pippo e Topolino“. ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in serata intervenendo in uno speciale sulla crisi del governo, in onda sul Tg1 aggiungendoIl presidente del Consiglio l’hanno trovato a Biarritz su indicazione del G7. E sta arrivando il Monti bis. Non ci hanno permesso una manovra coraggiosa fondata sulla flat tax”.

il capo dello Stato Sergio Mattarella ed il premier Giuseppe Conte

Sarà una corsa in salita quella del governo Conte bis. Soprattutto per le problematiche interne che stanno mandando in fibrillazione i due partiti di governo, alle prese con seri problemi interni e schiere di elettori che faticano ad accettare un accordo con chi, fino a poche ore prima, ha spesso usato parole durissime al limite dell’insulto. Conte chiederà al capo dello Stato qualche giorno di tempo, verosimilmente fino a lunedì, per sciogliere la riserva. Poi a metà della prossima settimana presterà giuramento, per la seconda volta in 15 mesi, nelle mani di Sergio Mattarella.

Ci sono innanzitutto da definire la futura squadra di governo. Sembra che Conte sia orientato verso un unico vice Pd – o addirittura a non avere proprio vice – per spegnere le ambizioni di Luigi Di Maio. Al Pd dovrebbero andare due dicasteri importanti e “pesanti” come Interni ed Economia. E per il capo politico del Movimento, oltre alle fronde interne, ci sarà da affrontare anche il responso della piattaforma Rousseau che dovrà dare l’ok al programma del nuovo esecutivo giallo-rosso.

Acque agitate anche nel Pd, dopo il polemico addio di Carlo Calenda ed il “no” in direzione all’alleanza con il M5S di Richetti. Ma il segretario Zingaretti prova a rassicurare tutti: “Vogliamo costruire un governo di svolta e discontinuità. Non c’è alcuna staffetta da proseguire e nessun testimone da raccogliere, semmai una nuova sfida da cominciare”. Dichiarazioni rassicuranti anche quelle di Matteo Renzi, in un post su Facebook: Questo Governo nasce sulla base di una emergenza: evitare che le tasse salgano e che l’Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Tutto è cominciato perché qualcuno ha chiesto ‘i pieni poteri’. Il potere non è sostantivo: il potere è un verbo, poter cambiare le cose. Mettiamoci a servizio provando a dare senza chiedere. E tutto sarà più semplice“.

Non è stato affrontata l’altra questione che ha suscitato una ridda di voci, retro-pensieri e interpretazioni, ovvero il voto sulla piattaforma Rousseau, a consultazioni finite e quando sarà in via di composizione la squadra e il programma. E se venisse bocciato il tutto? E se fosse un sistema per mettere sub iudice, attraverso uno strumento parlamentare, l’intero percorso istituzionale? Non sembra che al Quirinale vivano con angoscia l’evento, in fondo ci sono partiti che fanno le direzioni classiche e altri che hanno diversi strumenti di confronto interno, chiamiamolo così. Ed è presumibile piuttosto che il quesito aiuterà  a far digerire l’accordo a una base piuttosto perplessa. Difficile che sarà chiesto un polemico “siete favorevoli a spartirvi le poltrone col ’partito di Bibbiano?”, più probabile un quesito tipo “siete favorevoli a continuare, per realizzare i nostri obiettivi, a un nuovo governo Conte?”. E’ noto il doppiogiochismo del M5S nel porre le domande in maniera tendenziosa ai suoi 100 mila iscritti.

La tesi che in serata Beppe Grillo affida un post, suggerendo un governo di personalità fuori dalla politica, per dimostrare che “le poltrone non valgono nulla”. Il che consentirebbe a Zingaretti di sviluppare lo stesso ragionamento che pure ha in mente. La suggestione dura il tempo di una telefonata con Luigi Di Maio, prontamente resa pubblica, in cui si fa sapere che quello di Grillo è un “paradosso”, ma che “Di Maio è il capo, dunque spetta a lui decidere la squadra”. Il che fa capire il livello di tensione dentro i Cinque stelle su un’operazione che, a cascata, sta mettendo in discussione un assetto consolidato di leadership e di potere. L’incarico all’ex premier dell’era gialloverde è l’unico dato acquisito.




Crisi di governo: il M5s insiste su per Conte premier. Oggi nuovo vertice col Pd

ROMA – E’ terminato, dopo circa quattro ore, intorno alle 2 di questa notte l’incontro tra le delegazioni del Pd e di M5s svoltosi a Palazzo Chigi, sede insolita per una trattativa politica fra due partiti . Vi è un punto rigida in questa “trattativa” che è andata fino a notte fonda, senza produrre(ancora) un accordo, perché “c’è ancora molto da fare sui programmi”. In realtà il vero problema trovare un accordo sulla  figura del premier, perché la posizione di Di Maio appare come un diktat: prima il sì a Conte, poi si discute dell’esito. Una posizione che il Pd non condivide. Un nuovo vertice dovrebbe tenersi stamani alle 11.

Fonti del Partito Democratico hanno commentato:”Strada in salita su programma e contenuti. Sulla manovra finanziaria emergono differenze. Oggi si continua“: mentre dal M5S commentano : “E’ un momento delicato e chiediamo responsabilità, ma la pazienza ha un limite. L’Italia non può aspettare, servono certezze. Aspettiamo una loro posizione ufficiale su Conte” . Una sola cosa è certa, e cioè che il segretario nazionale del Pd Nicola Zingaretti non entrerebbe in un ipotetico governo M5s-Pd, restando alla guida della Regione Lazio.

il capigruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ed alla Camera Graziano Delrio. Al centro il vicesegretario Andrea Orlando

Ma cosa è successo ieri ? Nel pomeriggio si è svolto un primo incontro interlocutorio tra Zingaretti e Di Maio. Fonti del MoVimento facevano trapelare che “si va verso il Conte bis“. Ma Zingaretti, dopo aver ascoltato Di Maio,  si è recato al Nazareno per un ulteriore confronto con i capigruppo del Pd al Senato ed alla Camera Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Non ci sono veti, vogliamo parlare di contenuti“, ha spiegato Marcucci all’uscita dalla riunione sull’ipotesi di Conte premier di un governo M5s-Pd.

Casa Pd

Il segretario Zingaretti.  intercettato dai giornalisti davanti alla sede del partito al Nazareno, a sua volte ha detto “Credo che siamo sulla strada giusta. Avevamo chiesto che si partisse su idee e contenuti e stasera continueremo ad approfondire, sono ottimista” aggiungendo “Sono e rimango convinto che serva un governo per questo paese, un governo di svolta. Voglio difendere l’Italia dai rischi che corre che vuol dire anche difendere le idee, la dignità i valori e la forza del Pd. Bisogna ascoltarsi a vicenda, le ragioni degli uni e degli altri e mi auguro che nelle prossime ore ci sia la possibilità di farlo, finora non era avvenuto”. Ma Zingaretti ribadisce che servono “elementi di discontinuità sia sui contenuti sia su una squadra da costruire“.

Matteo Renzi nella sua e-news scrive Adesso la crisi di governo è nelle mani dei segretari di partito. Io come tutti auspico che prevalgano la saggezza e la responsabilità, da parte di tutti. Dire ‘prima gli italiani’ oggi significa dire: mettiamo a posto i conti e garantiamo un governo” dimenticando tutti i suoi proclami anti-M5S spesi nell’ultima campagna elettorale per le recenti Elezioni Europee.

Una riunione della Direzione Nazionale del Partito Democratico è stata convocata dal presidente del partito, Paolo Gentiloni, per martedì alle 18 con all’ordine del giorno, la “crisi di Governo” e varie ed eventuali.

Casa M5S

Nel frattempo  in un appartamento del centro storico di Roma , si è svolta una riunione dei vertici dei Cinque stelle, movimento che notoriamemte non ha una sede propria,  per decidere sul governo. All’incontro ha partecipato Luigi Di Maio che è stato a Palazzo Chigi prima di dirigersi all’appuntamento, con i capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli e gli altri esponenti di spicco del Movimento da Roberto Fico ad Alessandro Di Battista, da Paola Taverna a Davide Casaleggio. Alla riunione non c’è il “garante” Beppe Grillo che ieri ha avuto una “vivace” telefonata con Di Maio che teme di essere oggetto di un cambio in corsa che Grillo cerca e Casaleggio più o meno subisce. E martedì alle 19, da quanto si apprende, si terrà l’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari del M5S.

Duro attacco della Lega

Chi ha paura del voto non ha la coscienza pulita ha detto Matteo Salvini in una conferenza stampa tenuta al Senato, chiarendo che “non stiamo facendo appelli alle piazze. Continuo a garantire stabilità a questo Paese. La via maestra è il voto”.

Sta per nascere un Governo conun gioco di palazzo contrario alla maggioranza silenziosa del popolo italiano che ha votato da due anni a questa parte, un ribaltone pronto da tempo”, ha detto ancora Salvini: “”Rifarei tutto era un governo fermo, era un Parlamento fermo, era inutile tirare a campare. Ora viene il dubbio che questo essere fermi fosse telecomandato“. “Dico a Pd e M5S che da giorni si stanno trascinando nella contrattazione di ministeri e poltrone: fate in fretta, state perdendo giorni su giorni e non trovano accordo su ministeri, non su progetti, ma sulle poltrone. Sembra di tornare ai tempi della Prima Repubblica, ai tempi di De Mita e Fanfani”. Così su Facebook il leader della Lega, Matteo Salvini.

“Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto per l’Italia e per gli italiani – ha aggiunto il Ministro dell’Interno – “Qualcuno per il patto per le poltrone vuole smontare quello che abbiamo fatto finora. Sta vincendo il partito delle poltrone“. Conte – commenta Salviniè la riedizione del Governo Monti, preparava la manovra su suggerimento dei suoi amici Merkel e Macron“. Per settimane – aggiunge il leader della Lega – i Cinque Stelle ci hanno sfidato a votare il taglio dei parlamentari, ci sono anche per farlo domani. Ci sono, va bene, si può fare: è un segnale di serietà e di rispetto del contratto di governo e di altra promessa mantenuta. Bisogna preparare una manovra economica importante che tagli le tasse“.    Leggo che Di Maio vuole fare il ministro dell’Interno. Vai, io sono pronto a darti consigli per un mestiere difficile ma entusiasmante: affidarmi questo ministero è la cosa più bella che Dio e gli italiani potessero farmi”, ha concluso Salvini

Il “valzer” delle poltrone

Dietro il complicato confronto ufficiale tra Pd e M5S sui “programmi e sulle idee”, anche in questa crisi di governo di agosto spunta una febbrile trattativa sulle poltrone di governo. Con uno scambio progressivo di proposte e controproposte sull’organigramma approfondito fino tarda sera nell’incontro tra Di Maio e Conte da una parte del tavolo e Zingaretti e Orlando dall’altra.

La poltrona del Premier visto che sta prendendo corpo un Conte Bis, è quella più chiara anche se per rispetto verso il Quirinale il segretario del Pd Zingaretti continuerà,  a ripetere in pubblico che il “nodo non è sciolto”, almeno fino a domani quando sarà ricevuto dal capo dello Stato. Il “totoministri” diventa subito un rebus se si passa alla questione dei vicepremier : il Pd chiede che ci sia una sola poltrona di vicepremier da assegnare ad Andrea Orlando (o a Dario Franceschini), mentre il M5S vuole i gradi di vice anche per Di Maio, destinato a conquistare la delega del Viminale sinora ricoperta da Matteo Salvini. Qualcuno dei suoi l’ha anche avvertito dei rischi: “Occhio, Luigi, quella del ministero dell’Interno è poltrona che scotta. Non potrai fare la politica di Salvini sull’immigrazione. E, soprattutto, dal giorno dopo diventerai il bersaglio mediatico numero uno di Salvini stesso“. Per il Ministero dell’ Economia, poi, sarebbero in corsa Antonio Misiani (Pd), l’uscente Giovanni Tria ed anche Pier Carlo Padoan (Pd) visto che è caduto il veto sugli ex .

Verso il Viminale potrebbero spuntare altre soluzioni: il ritorno di Marco Minniti (Pd), o il capo della polizia Franco Gabrielli), Pd e M5S vorrebbero dividersi i tre ministeri che hanno una sfera d’azione internazionale. Possibile la conferma alla Difesa per l’anti-salviniana Elisabetta Trenta (M5S) ma per questa nomina ci sono richieste per Emanuele Fiano del Pd. da definire anche il nuovo Ministro degli Esteri che potrebbe essere Paolo Gentiloni o la riconferma di Enzo Moavero Milanesi (M5S) , le Politiche comunitarie potrebbero finire alternativamente a Roberto Gualtieri ed Enzo Amendola, il primo attualmente eurodeputato, il secondo ex sottosegretario agli Esteri.

Per il Ministero della Giustizia in ballo tra l’uscente Alfonso Bonafede e l’ex Andrea Orlando (con outsider l’ex magistrato Pietro Grasso di Leu): Bonafede è un nome talmente in cima ai desiderata di Di Maio da essere stato indicato per primo. Zingaretti, che non entrerebbe al governo perché se lo facesse dovrebbe lasciare la guida della Regione Lazio, vuole nella squadra di Conte anche la sua vice Paola De Micheli per la guida del Ministero dello Sviluppo Economico,  e dal Nazareno spunterebbero anche i profili dei renziani Teresa Bellanova (Lavoro), Ettore Rosato (Difesa), Roberto Cingolani (Istruzione). Senza contare che Lorenzo Guerini (Pd) dovrà lasciare la presidenza del Copasir (il Comitato parlamentare sui Servizi Segreti, che viene affidato per prassi consolidata ad un rappresentante dell’opposizione di Governo) a un leghista e, quindi, anche per lui si profila un ingresso nel governo.

Il pacchetto di nomine dei 5 Stelle al governo, oltre a Di Maio, comprenderà Riccardo Fraccaro (Rapporti con Parlamento e delega alle Riforme) con l’occhio puntato al taglio dei parlamentari, forse Giulia Grillo (ancora Salute) e Sergio Costa (Ambiente). La poltrona delle Infrastrutture sembra ritagliata per Graziano Delrio (Pd) che sarebbe un ritorno alla guida del Ministero o per l’ingegnere triestino Stefano Patuanelli, attuale capogruppo M5S al Senato. Altro punto di discontinuità nella continuità rispetto al Governo Conte dimissionario (M5S-Lega) , viste le tensioni con Salvini, Vincenzo Spadafora, già sottosegretario alle Pari opportunità prossimo alla riconferma, sarebbe in odore di promozione.

Per concludere c’è la partita di Bruxelles. Nel totonomi che si è appena aperto c’è anche quell’appendice comunitaria, sulla scena delle prove generali del governo Conte entra Matteo Renzi che  alle 18.20 commenta : “Io commissario europeo? Guardate, piuttosto mi iscrivo al partito di Bersani e D’Alema”  cedendo la pole position per i galloni da commissario a Paolo Gentiloni.

 

 

 

 

Le consultazioni del Capo dello Stato si svolgeranno in due giorni.  Martedì il capo dello Stato sentirà al telefono l’ex-presidente Giorgio Napolitano, poi alle 16 riceverà il presidente del Senato Elisabetta Casellati e alle 17 il presidente della Camera Roberto Fico. A seguire i partiti, con il M5s ultimo gruppo ad essere ascoltato mercoledì alle 19.




Di tutto di più

Giuseppe Conte durante il durissimo discorso al Senato,  contro il suo ministro Salvini, elogiando i tanti risultati dell’esecutivo

Abbiamo anche stabilito che il prossimo 26 ottobre sia la giornata nazionale dedicata alle tradizioni popolari e folkloristiche”

Luca Morisi l’uomo che cura “La Bestia” social di Salvini, su Twitter, ad ogni intervento del vicepremier

Avete ascoltato l’intervento del Capitano al #Senato??? Magistrale, unico, eclatante: un fuoriclasse assoluto! Questo è un leader!!!”; “State seguendo??? Discorso STRATOSFERICO del Capitano”

La senatrice Pd Maria Elena Boschi, in bikini dalla spiaggia, con le amiche di sempre dedica un selfie a Salvini 

#CapitanFracassa Salvini dice che io sono una mummia: un saluto a tutti dal mio sarcofago” (fonte: Twitter)

Matteo Salvini in aula, nel giorno delle dimissioni del premier Conte

Per il popolo Italiano chiederò la protezione del Cuore Immacolato della Vergine Maria finché campo! Ne sono ultimo e umile testimone, l’ultimo degli ultimi!… Voi citate Saviano, io cito Papa Giovanni Paolo II. Ognuno è libero di rifarsi alle parole, alle opere, ai miracoli di chi meglio crede. San Giovanni Paolo II diceva: la fiducia non si ottiene con le sole dichiarazioni o la forza, bisogna meritarsela con i gesti concreti”

Il Senatore del Pd Matteo Renzi, interviene in aula nella discussione sulle dimissioni del premier Conte

Signor ministro Salvini, rispetto la sua fede religiosa, la condivido, ma le ricordo di dare un occhio, ogni tanto, al capitolo 25 del Vangelo, ovviamente SECONDO MATTEO… ‘Avevo freddo, e mi avete accolto; avevo fame, e mi avete dato da mangiare…’”

Il commento di Denis Verdini su Salvini raccolto da Aldo Cazzullo

Matteo (Salvini, ndr) non è ancora mio genero, e poi mi ascoltavano di più Berlusconi e l’altro Matteo…” , (fonte: Corriere della Sera)

A Palazzo Madama spunta pure il mitologico “responsabile” Domenico Scilipoti 

Dovrebbero fare tutti come me, anteporre l’interesse pubblico a quello personale…” (fonte: Corriere.it)

Il direttore del quotidiano  Libero Vittorio Feltri su Roberto Saviano 

Saviano vuole che Salvini vada in galera. Esagerato. Noi saremmo già felici se lo scrittore andasse affanculo” (fonte: Twitter )

Matteo contro Matteo : il tweet del senatore Pd

Salvini ha fatto un intervento di 10 minuti e mi ha citato 13 volte. Renzi, Renzi, Renzi… O è innamorato o è ossessionato. O tutti e due. #CapitanFracassa”

Pd, botte da orbi sui social: Calenda contro Scalfarotto

Calenda: “Scalfarotto 15 giorni fa: ‘Costretto a ribadire che dove c’è il M5S, non ci sono io“. Scalfarotto: “Calenda qualche tempo prima, ad aprile: ‘Serve un governo di transizione con Pd, M5S, Lega’. Ps: Carlo, te lo dice un amico. Smettila. Non stai facendo una gran figura

Sandro Gozi e la sua foto con Giorgio Almirante

L’ex sottosegretario Pd e attuale responsabile per gli Affari Europei del governo francese commenta così la foto rispolverata dal Primato Nazionale – giornale online vicino a Casa Pound – che lo ritrae, giovanissimo, accanto a Giorgio Almirante, storico leader Msi:  “Avevo 16 anni, il mio migliore amico era il segretario locale del Fronte della Gioventù: un po’ per amicizia e un po’ per curiosità mi sono avvicinato e ho subito capito che non era roba per me. Venivo da una famiglia di centrosinistra, e in un certo qual modo è stato un atto di ribellione. D’altra parte mi pare che Salvini frequentasse il centro sociale Leoncavallo…”. Replica il Primato Nazionale: “Gozi fu tesserato almeno fino al 1990, quando aveva 22 anni e frequentava l’università. Dunque una militanza durata almeno 6 anni e ben oltre l’adolescenza

La parlamentare Daniela Santanchè (Fdi)  fa il punto politico dalla spiaggia del Twiga, con un video su Instagram . Ma tutti sono distratti dallo sfondo…

Alle spalle di Daniela Santanchè si vede un uomo intento a farsi la doccia, sciacquandosi anche nelle zone intime…” (fonte: Corriere.it)

Il calciatore Luca Toni campione del mondo a Germania 2006 intervistato 

No all’inciucio, andiamo al voto!”. Salvini rilancia l’intervista sui social e commenta: “Grande bomber!” (fonte: La Verità )

La vicepresidente della Camera Mara Carfagna deputata di Forza Italia commenta su alcune “presunte rivelazioni”

Non ho cenato con Matteo Renzi, né ho mai pregato Silvio Berlusconi di salvaguardare la mia posizione personale. Sono chiacchiere da comari, degli stessi che hanno ridotto Forza Italia al 6%

L’ex parlamentare forzista Antonio Razzi star di “Ballando con le stelle” intervistato :

Il 15 settembre partirò per la Corea del Nord, incontrerò tutti i grandi capi nordcoreani. Glielo consiglio io come fare con Trump. Poi ho una chicca in serbo, a settembre uscirò con un nuovo libro, ‘Te lo dico da Nobel’. Lei si ricorda che io ho proposto Trump e Kim Jong-un per il Nobel? Il libro parla di quello, e non solo” (fonte: il Tempo)

Emanuele Filiberto su Facebook : “Italiani mi chiamano”  

Lo faccio alla Salvini… Sto ricevendo milioni di messaggi di italiani stufi di questa Repubblica delle banane e del comportamento ridicolo dei suoi politici… Che facciamo????” ( fonte: AdnKronos)




Crisi di governo, le dimissioni del premier Conte: "Il governo finisce qui

ROMA –  “Non possiamo, se amiamo le istituzioni e i cittadini, affidarci a espedienti, tatticismi, giravolte verbali che faccio fatica a comprendere. Io apprezzo la coerenza logica e la linearità d’azione. Se c’è mancanza di coraggio, non vi preoccupate, me ne assumo io la responsabilità io davanti al Paese – ha detto il premier Giuseppe Conte nella replica al dibattito in Aula al Senato soffermandosi sul ritiro della mozione di sfiducia da parte della Lega -. Questa è la conclusione, unica, obbligata, trasparente. Vi ringrazio tanto, io vado dal Presidente della Repubblica. Prendo atto che al leader della Lega Matteo Salvini manca il coraggio di assumersi la responsabilità dei suoi comportamenti“.

È una scelta di coerenza con l’apertura fatta in Aula da Matteo Salvini. Se tieni una porta aperta non puoi tenere la sfiducia“. Con queste parole fonti leghiste spiegano la decisione di ritirare la mozione di sfiducia a Giuseppe Conte. “La mozione, d’altronde” si ricorda “era stata presentata per parlamentarizzare la crisi. E le comunicazioni di Conte e il suo annuncio di dimissioni l’hanno resa non più necessaria”.

Il presidente del consiglio ha lasciato il Quirinale dopo pochi minuti dove ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il Presidente della Repubblica ha preso atto delle dimissioni e ha invitato il Governo a curare il disbrigo degli affari correnti.

Il capo dello Stato avvierà le consultazioni domani, mercoledì 21 agosto, alle ore 16 con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati: poco prima sentirà al telefono il Presidente emerito Giorgio Napolitano che non si trova a Roma, alle 16.45 il presidente della Camera Roberto Fico. Dalle 17.30 e fino alle 19 il gruppo per la autonomie i gruppi misti di Camera e Senato e, infine, Liberi e Uguali. Giovedì alle 10 è il turno di Fratelli d’Italia, alle 11 il Partito Democratico, alle 12 Forza Italia, alle 16 la Lega e con il Movimento 5 Stelle  alle 17 si chiuderanno le consultazioni  .

Sergio Mattarella

Il calendario delle consultazioni al Quirinale, rapide e rese note senza indugio, convocate per le prossime 48 ore, è indicativo. Rivela la ferma volontà da parte di Sergio Mattarella di mettere un punto fermo e chiaro in questa crisi, a tratti surreale, perché il paese non può permettersi traccheggiamenti e tempi infiniti che sposterebbero ancora più in avanti, in pieno inverno, la nascita di un nuovo governo chiamato ad affrontate l’annunciata emergenza economica.

 Questi i tempi: primo giro entro giovedì sera, poi, se i partiti chiederanno qualche giorno per approfondire e definire uno schema serio di accordo, sarà concesso, altrimenti varerà un “governo elettorale” che abbia l’unico scopo di portare in modo ordinato il paese al voto. In poche parole, come si diceva a scuola: la “ricreazione è finita”. Ed è chiaro che il capo dello Stato non si metterà a orchestrare manovre per arrivare a un governo istituzionale, esercitando un ruolo non di arbitro, ma di regista di una operazione politica, per la quale mancano condizioni oggettive e convinzioni soggettive. Punto.

Il suo vero unico punto fermo è evitare un bis del 2018: consultazioni eterne, fatte di giochi tattici, finte aperture, trasformando il Quirinale nel set un infinito “doppio forno”, con Di Maio che inizia aprendo al Pd, poi si consuma il primo tentativo, poi magari procede a un nuovo tentativo con Salvini, una volta smaltito il trauma dell’intervento di Conte. Ipotesi neanche tanto peregrina, che pure aleggia tra i Cinque stelle.

Salvini:  “adesso capisco tutti quei no”  ha detto il vicepremier Matteo Salvini uscendo dal Senato. “C’era un tentativo di inciucio fra Renzi e Grillo che evidentemente partiva da lontano e come Lega abbiamo avuto la dignità, la forza e il coraggio di portarlo in Parlamento per spiegarlo chiaramente agli italiani. Chiedo il voto al Presidente Mattarella. La via maestra sono le elezioni” ha ribadito. “Ho sempre avuto fiducia in Mattarella, ha sempre detto che o c’è un governo serio per fare le cose..”. Così il vicepremier Matteo Salvini ai cronisti al Senato. “In aula ho capito che c’è un’avversione della sinistra e di parte dei 5 Stelle a Salvini, punto – ha aggiunto -. Quindi non penso che l’Italia meriti un governo contro. Fanno un governo tutti insieme contro Salvini? Io propongo un governo per, per tagliare le tasse, le grandi opere, per l’autonomia“.

 Chi ha una certa conoscenza del Colle è certo che Sergio Mattarella coltiva un certo “disincanto”, anche alla luce della giornata di oggi. La verità è che non c’è ancora uno schema definito in campo che attesti l’esistenza di un negoziato degno di questo nome. Anzi, è già caduta l’ipotesi di un Conte bis, illusione questa molto coltivata e radicata nei  Cinque Stelle. La pietra tombale è in quelle poche righe che il segretario del Pd ha affidato alle agenzie, appena finito il discorso del presidente del Consiglio, che pure si era “offerto” alla sinistra rimuovendo, come se calasse da Marte, “l’anno bellissimo” che ha certificato la sua subalternità a Salvini (vedi: migranti e sicurezza): “Discorso autoassolutorio”.

Nicola Zingaretti, segretario del Pd

Due parole che spiegano molto bene  la posizione su cui Nicola Zingaretti chiederà mercoledì mattina mandato alla direzione del suo partito prima di recarsi al Colle, riassumibile anch’essa in due parole. Queste: “Profonda discontinuità”. In sintesi: il Pd, preso atto del fallimento dell’esperienza gialloverde, senza rimuovere quel che è accaduto – i dati economici, la regressione civile del paese, i provvedimenti varati – è disponibile a verificare se ci sono le condizioni per un governo con i Cinque stelle, a patto che si fondi su una rivoluzione copernicana delle logiche seguite finora.

Detta in maniera chiara ed inequivocabile: non un “contratto”, sostitutivo di quello appena stracciato, col Pd che si limita a sostituire, con i propri ministri, i leghisti nella compagine di governo: o si riesce a fare un “patto politico” serio fondato su una cesura nei programmi e negli uomini, bene, altrimenti, se i Cinque stelle non sono disponibili, si vota. Si sarebbe detto una volta: non governo a tutti i costi, non voto a tutti i costi.

 Quindi se Conte, inizialmente garante di quel contratto prima del “regolamento di conti” odierno senza alcun pentimento (“non rinnego nulla di quel che ho fatto sui migranti”) non può essere la persona indicata per Palazzo Chigi ed è chiaro che il “rinnovamento” dovrà riguardare anche il resto della compagine di governo che ha governato con Salvini. Ecco uno dei punti che già logora sin dalla partenza l’ipotesi di negoziato. L’altro punto, nient’affatto irrilevante, è il “fattore Renzi”, che della nuova maggioranza deterrebbe la “golden share” numerica in Parlamento e politica. Il suo discorso in aula, il suo ritrovato protagonismo mediatico, la sua accusa pesante di “connivenza” con Salvini di una parte del suo partito, spiega che  il Matteo di Firenze pur non entrandoci,  sarebbe il dominus dell’eventuale nuovo governo, in grado di deciderne durata di vita e di influenzarne l’azione, avendo i numeri in Parlamento per condizionarne l’operato e la sopravvivenza.

E’ questa l’origine dello scetticismo che aleggia sempre di più dentro il Movimento, alimentato dalle parole di Salvini su Renzi, la Boschi, Banca Etruria, cioè gli “Arcinemici” con cui i Cinque stelle vorrebbero allearsi e gli scandali che attesterebbero la definitiva perdita dell’anima. Arrivati al capolinea, Di Maio e grillini vari, hanno capito quanto sia rischioso fare un patto col “diavolo” (Renzi)  che già si muove come un soggetto politico autonomo. In molti si chiedono: e  se Renzi , tra qualche settimana, attivasse la sua scissione dal PD ? Succederebbe che il suo partito diventerebbe il terzo socio della maggioranza, con Renzi leader e magari la Boschi capogruppo seduta ai vertici col Pd e Cinque stelle. Ecco spiegato il perché il il Presidente Mattarella ha fissato un calendario così stringente. E’ consapevole che altrimenti il “gioco” rischia di diventare infinito.

notizia in aggiornamento




Di tutto di più

Alberto Airola Il senatore 5 Stelle, intervenendo in aula durante la discussione generale sulla Tav, crolla in una confusione numerica totale: la senatrice grillina alle sue spalle prova a correggerlo continuamente ma, presa dalla disperazione, si mette le mani tra i capelli…

I francesi pagheranno per i loro… ehm… 45 chilometri qua… un miliardo, più o meno… mentre noi per, cioè loro per 12,5 chilometri pagheranno… ehm… un miliardo. Noi… ehm… no, scusate, è il contrario: 45 milioni, no chilometri, sono italiani e l’Italia paga due terzi 4 miliardi… scusate, 45 chilometri sono francesi, e l’Italia… scusate, i dati sono molti, vi prego di avere pazienza

Stefania Giovinazzo consigliera “grillina” del Comune di Genova evoca Piazzale Loreto, per poi cancellare il post su Facebook e scusarsi

Attento caro ‘Ruspa’, la storia ci insegna che passare dall’avere le piazze gremite di persone che applaudono a finire a testa in giù, è un attimo

Crisi di Governo. L’abbronzatura dei senatori al centro del dibattito sul calendario, a Palazzo Madama

Salvini, dopo Twiga, Beach tour e tantissima spiaggia: “Invidio alcune abbronzature che vedo tra i banchi dell’opposizione…”. E Marcucci, Pd: “I dati estetici sono incontrovertibili, ministro Salvini: lei qui dentro è sicuramente il più abbronzato!”

Il rientro forzato dalle ferie: alcune meste dichiarazioni di senatori a cui Salvini ha rovinato le vacanze

Ciao ragazzi, sembra ieri che la Casellati ci ha augurato buone vacanze. Ah, già: era ieri”…”Io in vacanza non ci sono ancora andata, dovrei andare in Croazia”…”Io sono arrivata direttamente dalla Croazia. Prometto che per l’aula tornerò ad avere un look più istituzionale” ( fonte: Il Messaggero )

Massimo Casanova 48 anni, da pochi mesi europarlamentare della Lega, amico fraterno di Salvini e proprietario del Papeete Beach di Milano Marittima 

Casanova, il suo Papeete è la nuova Villa Certosa dell’era berlusconiana. Milano Marittima sta al potere come un tempo era Portocervo. “Non è un caso. La Lega è il Papeete. E il Papeete è la Lega”. In che senso? “È un posto democratico, il Papeete è il posto leghista per eccellenza (…)”. La fotografia di Salvini tra il mojito e una cubista in bikini ha fatto il giro del mondo. Non crede non sia una posa istituzionale? “Ma no, è un modo di divertirsi dopo tanto lavoro. E poi se mi sta chiedendo se ci piacciono le donne certo che ci piacciono (…). Tutti devono sapere che Matteo Salvini è un uomo umile, una persona straordinaria, che dedica la sua vita al popolo” ( fonte: La Repubblica)

Un selfie con Salvini: reportage dal Beach Tour salviniano in Calabria. 

In fila per il selfie. Siamo a destra, come ci ha chiesto Matteo: “Mettetevi a destra, dalla parte giusta, e non preoccupatevi. Non mi muovo finché l’ultimo non avrà fatto la foto con me”. E Repubblica: “In questi giorni di campagna elettorale on the beach Matteo Salvini e il suo apparato di comunicazione, la cosiddetta Bestia, hanno raggiunto il nuovo primato di produttività: 1.500 selfie al giorno, con punte di duemila”, scatti che si propagano sui social generando una pubblicità impagabile (fonte: il Fatto Quotidiano)

Beppe Grillo sul suo “sacro” blog, che ormai non legge più nessuno

Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari”

Matteo Salvini durante una tappa del suo Beach tour, a Sabaudia

Ci credono dei trogloditi, solo loro sanno scrivere e leggere tanti libri, ma io dico sempre: non è importante leggere tanti libri, l’importante è capirli! Qui magari c’è gente che legge un libro di meno, ma lo capisce!

A volte ritornano… il senatore Pd Matteo Renzi in conferenza stampa

Matteo Salvini si dimetta da ministro dell’Interno e torni ai suoi mojiti, nelle forme e nelle modalità che riterrà più consone alla sua vita da senatore

La senatrice Fdi Daniela Santanchè dal Twiga Beach Club di Flavio Briatore (di cui era socia) , scatenata ai piatti con tanto di outfit leopardato/maculato 

Altroché Papeete… Twiga!!!” (fonte: Instagram)

L’imprenditore Flavio Briatore scende in politica 

“Se Salvini mi chiamasse al governo potrei dire di sì, a patto di essere messo nelle condizioni di fare le cose. Lui è uno dei più preparati, è un bravo comunicatore”. E su Facebook, il giorno dopo: “In questo momento così critico e confuso per il Paese Italia, ormai alla deriva, mi faccio avanti con una proposta forte e concreta: Il Movimento del Fare, che nasce per essere al completo servizio dei cittadini. E lo faremo completamente GRATIS” ( intervista: quotidiano Il Foglio)

Il direttore di Libero Vittorio Feltri sulla crisi

Mattarella sta zitto non perché è riservato, ma perché non sa che cazzo fare” (fonte: Twitter )

Claudio Borghi parlamentare leghista e presidente della commissione Bilancio della Camera 

Se facessi uscire oggi il mio libro su questo governo farei un milione di copie e mi ‘pagherei gli stipendi’ di dieci anni da deputato. Fortunatamente per qualcuno (che non ne uscirebbe bene) non ho bisogno di soldi. In futuro quando le acque si saranno calmate vedremo…” (fonte: Twitter )

Igor De Biasio 42 anni, membro del cda Rai, si indigna sui giornalisti 

Questa cosa mi ha fatto davvero vergognare: com’è possibile che un giornalista Rai, nel caso specifico Valter Rizzo, scriva su Facebook che Salvini preferisce spiegare ai giovani come sbronzarsi e pippare di cocaina anziché promuovere i valori sociali? Ma dove siamo finiti?” (intervista: quotidiano Libero)

L’ex europarlamentare leghista, Mario Borghezio, che non è stato ricandidato, ricompare abbronzatissimo in Transatlantico 

Che ci faccio qui? Sono venuto per gufare. Se il governo cade è per merito mio, non dell’opposizione. Salvini lo sa” (fonte:  Corriere della Sera)

Roberta Lombardi capogruppo 5 Stelle alla Regione Lazio  

L’alleanza con il Pd è possibile? “Io dopo aver governato con la Lega penso di poter andare d’accordo anche con Belzebù” (intervista: La Repubblica)

Davide Barillari  consigliere 5 Stelle in Regione Lazio twitta e poi cancella

Che bello, cade il governo! È quello che sperano e annunciano da un anno, ogni giorno, giornali e disperati personaggi come Zingaretti. Tranquilli… rosicate, mangiate i vostri popcorn e state a guardare che succede. Questo governo non casca”. Poche ore dopo, il comunicato ufficiale di Salvini con cui apre la crisi di governo

Salvini può vincere le prossime elezioni? Il pensiero del segretario Pd Nicola Zingaretti

È come se uno riuscisse a mettere fuori dalla porta tre lupi e poi facesse rientrare dentro casa un lupo che lo sbrana“. Che ?! (fonte:   Radio Capital )

L’ex magistrato Antonio Ingroia, su tutte le furie, minaccia azioni legali 

Renzi non usi Azione Civile, il nome è mio!”. E gli attivisti ingroiani: “Tentano di scippare il nostro nome, è una notizia che ci indigna e scandalizza. Renzi e i suoi ‘comitati’ tengano giù le mani da Azione Civile!” (fonte: Corriere della Sera)




Perché questa non è solo una normale crisi di governo

di Marco Damilano*

Buone vacanze, ha augurato ai colleghi la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, e l’auspicio è risuonato come la battuta finale di un copione avvilente: il suggello della progressiva trasformazione del Parlamento nel set degli Occhi del cuore, la fiction melodrammatica che provano a portare a termine i protagonisti della serie tv cult Boris. Attori narcisisti e inutili, fronti vanamente spaziose, incapacità di leggere e scrivere e fare di conto, come il povero senatore del Movimento 5 Stelle Alberto Airola che scivola sui numeri della Tav, lui che a suo tempo era già caduto su un congiuntivo («se ci trovaressimo»).

Mercoledì 7 agosto è andato in scena l’ultimo atto della legislatura. Caotico e violento. Agitato dalla volontà di Matteo Salvini, dopo oltre due mesi di esitazioni, di recidere il legame con il Movimento 5 Stelle. La Ruspa che distrugge il fragile edificio della maggioranza gialloverde è stata azionata con cinismo e ferocia. Fino a quando, per dichiarare il parere di governo sul voto, insieme al sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Vincenzo Santangelo (M5S) è intervenuto a sorpresa il leghista Massimo Garavaglia e ha espresso l’indicazione del suo partito, “a favore della Tav e contro chi blocca il Paese“, cioè gli alleati del Movimento. È lì, in quel momento, che, al di là dei passaggi formali, il governo del cambiamento presieduto da Giuseppe Conte ha cessato di esistere come soggetto politico.

Se ci trovaressimo, diceva Airola, quando era un simpatico senatore dell’opposizione. Bene, ora ci si sono trovati. Fino al collo.

Matteo Salvini ha fatto in un solo anno quello che Matteo Renzi non era riuscito a compiere in cinque: uccidere il Movimento 5 Stelle, nella posizione di alleato, tagliare la testa a Luigi Di Maio, che dal voto del 2018 era uscito come un Golia elettorale con il 32 per cento e ora ha concluso l’avventura impaurito e nevrotizzato. In questo disastro i Cinque stelle non sono riusciti a salvare nulla dell’identità originale, ma non hanno neppure assunto l’unico nuovo ruolo possibile, una funzione di argine rispetto alla crescente aggressività del killer politico che si trovavano seduti accanto nei banchi di governo.

Dopo le elezioni europee da M5S sono diventati MSM, Movimento Sangue e altra nobile materia, secondo l’antica lezione del maestro socialista Rino Formica sulla franca materialità dell’azione politica, scoperta all’improvviso ancora una volta dal purissimo senatore Airola a Palazzo Madama, ma non sono stati conseguenti con questa nuova consapevolezza, che poi richiede pragmatismo, rapporto con la realtà, tutto quello che il Movimento ha perso.

La scena della fine in un’aula parlamentare del governo del Cambiamento andrà ricordata come altri momenti della storia repubblicana. Nel 1987 il capogruppo alla Camera della Dc Mino Martinazzoli invitò il suo partito ad astenersi su un governo monocolore composto solo da democristiani, votato invece dai socialisti che lo volevano tenere in piedi, e lo fece con queste parole: “Se la commedia già mediocre è diventata intollerabile e rischiosa, conviene calare il sipario. Per questo sono costretto a chiedere ai deputati della Democrazia cristiana di astenersi dal voto sulla fiducia al governo”.

Tra i deputati democristiani che quel giorno di più di trent’anni fa attraversarono quel passaggio stretto e difficile da spiegare c’era anche Sergio Mattarella, alla sua prima legislatura. Era la crisi di un governo, la fine di una legislatura, ma cominciava anche a incrinarsi un sistema politico durato decenni, quell’astuzia che serviva a replicare alla furbizia altrui era il segno di un tramonto che sarebbe arrivato a compimento cinque anni dopo, con le inchieste di Tangentopoli. Toccherà a Mattarella, al presidente della Repubblica, per prerogativa costituzionale, dichiarare conclusa o no la legislatura, dopo neppure diciotto mesi. Anche in questo caso non è soltanto la crisi di un governo. Perché un anno e mezzo dal voto del 2018 non è servito a realizzare le riforme necessarie per il Paese, ma in compenso è bastato per cambiare in profondità la cultura, le istituzioni, la politica.

Due giorni prima della resa dei conti sull’Alta velocità, si è consumata nella stessa aula del Senato una rottura istituzionale che mira a strappare l’Italia dalla tradizione liberaldemocratica e catapultarla verso altri sistemi, quando con un voto di fiducia è stato approvato senza troppi problemi il cosiddetto decreto sicurezza bis.

Un doppio strappo, un doppio sbrego, come diceva qualche era geologica fa il politologo leghista Gianfranco Miglio. Il primo è lo strappo con cui l’Italia viene portata contro la sua storia di paese di migranti e la sua geografia di luogo di frontiera. Con la punizione verso chi fa soccorso in mare, le indagini e le intercettazioni nei confronti delle Ong considerate in blocco potenziali complici degli scafisti, le multe da un milione di euro per il comandante di un’imbarcazione che non obbedisce al divieto di ingresso, transito, sosta, nel mare territoriale dello Stato italiano. Una norma anti-Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, subito minacciata da Salvini contro l’Open Arms con 121 persone a bordo, ma anche contro le ragioni di umanità e il rispetto dei diritti umani che sono alla base della Costituzione repubblicana, come hanno detto, tra gli altri, gli uomini di Chiesa.

Il secondo sbrego è, sul piano istituzionale, l’articolo del decreto che attribuisce al ministro dell’Interno i pieni poteri. Tocca a lui, in qualità di Autorità nazionale di pubblica sicurezza, nell’esercizio delle funzioni di coordinamento dei controlli sulla frontiera marittima e terrestre dello Stato, nonché nel rispetto degli obblighi internazionali, il “potere di limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale“, in concerto con il ministro della Difesa e delle Infrastrutture e Trasporti e informato il presidente del Consiglio. La responsabilità si accentra sul Viminale e si fotografa così l’egemonia del ministro Salvini sui suoi colleghi di governo e sul premier, in sordo conflitto con l’articolo 95 della Costituzione: “Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”. Salvo che, naturalmente, non sia Salvini a spostarsi a Palazzo Chigi: in quel caso, è certo, il nuovo ministro dell’Interno sarebbe di nuovo ridimensionato nei suoi poteri e competenze, essendo un suo sottoposto.

Sono i segni di un equilibrio che sta saltando. Qualcosa di più preoccupante di una semplice crisi di governo, come se ne sono viste tante. In un anno e mezzo è stato indebolito il Parlamento, già sfiancato da decenni di riforme mancate e di leggi elettorali finalizzate a ridurre il potere di scelta degli elettori sui parlamentari, provocando una perdita di ruolo e di autorevolezza dei rappresentanti del popolo. Il governo si è come dissolto, le sedi del potere si sono trasferite verso il Viminale o, addirittura, verso il Papeete Beach.

Palazzo dei Marescialli, sede del CSM

L’opposizione è in un angolo, per responsabilità sua, certo, ma anche perché nel nuovo sistema che si immagina non è ammessa la possibilità di progettare un’alternativa: chi lo fa va diffamato, delegittimato, infangato a mezzo social. In questa situazione gli apparati dello Stato, i servizi di sicurezza, le forze di polizia e di ordine pubblico, si mettono in proprio. La magistratura si è indebolita per il gravissimo scandalo delle nomine nel Csm e poi è finita sotto l’attacco del ministro Salvini che ha accusato i giudici non allineati con i desideri dell’esecutivo di essere anti-popolari, sgraditi al popolo. La stampa, a corto di credibilità e di fiducia per mancanze sue, è stata un bersaglio facile su cui trasferire pulsioni, risentimenti, frustrazioni. Lo abbiamo visto nel caso dell’aggressione del capo leghista contro il videomaker di Repubblica Valerio Lo Muzio che aveva osato filmarlo e contraddirlo. E anche noi dell’Espresso siamo finiti sotto tiro, oggetto di una grottesca inchiesta sull’inchiesta, a proposito di Russiagate. Qualcosa di simile a quanto avviene in altri paesi. I primi a chiederci quali fossero le nostre fonti, infatti, furono organi di stampa legati alla Russia.

Si disegna dunque in Italia un sistema simile a quello preannunciato da Vladimir Putin per l’intero Occidente. La democrazia, intesa come possibilità di votare per i governanti, è slegata, sganciata dal liberalismo, che è invece il potere di controllarli e di limitarli. Ancora una volta, come trent’anni fa, l’Italia è un paese laboratorio. Nel 1989, quando cadde il muro di Berlino, il presidente della Repubblica dell’epoca Francesco Cossiga osservò che in Germania c’era un muro di mattoni, in Italia un muro immateriale ma altrettanto solido. Era stata l’Italia, dopo la Germania, il paese europeo più segnato dalla guerra fredda e dagli accordi di Jalta del 1945. La caduta del muro il 9 novembre fu anticipata da una lunga transizione democratica in alcuni paesi dell’Est, lo abbiamo raccontato in queste settimane sull’Espresso nella serie di storie raccontate da testimoni, protagonisti, scrittori, giornalisti (a pagina 84 la puntata conclusiva: l’Unione sovietica di Wlodek Goldkorn). La Polonia e l’Ungheria, in particolare, anticiparono il cambiamento e oggi sono alla guida dell’ondata sovranista nell’Unione europea.

Se si prende in considerazione l’estrema debolezza della fiducia nei confronti delle istituzioni della democrazia parlamentare e delle élites politiche (ritenute corrotte e inefficienti), si vede emergere nella società una base per un potere forte che non sia soggetto a costrizioni da parte dei contropoteri dello Stato di diritto. Insieme al disincanto nei confronti della democrazia, il secondo impulso favorevole alla deriva illiberale o autoritaria è il nazionalismo. L’alter ego della sovranità popolare è la sovranità nazionale, che il potere forte deve proteggere sia dalle ingerenze della Ue sia dall’ondata migratoria“, scrive il politologo ceco Jacques Rupnik in “Senza il muro” (Donzelli) in cui analizza questa parabola. “Nel 1989 pensavamo che l’Europa fosse il nostro avvenire. Oggi pensiamo di essere noi l’avvenire dell’Europa”, ha rivendicato il premier ungherese Viktor Orbán, citato da Rupnik.

Per questo l’Italia, come nel 1989, è il paese dell’Europa occidentale simbolo del nuovo muro. Provò a dirlo a modo suo l’incauto Gianluca Savoini, nel preambolo politico che aprì la ormai famosa colazione dell’hotel Metropol a Mosca, il 18 ottobre 2018. Prima di parlare di affari, l’uomo di fiducia di Salvini si lasciò andare a una visione: la nuova Italia guidata dalla Lega costruirà una nuova Europa che sarà a fianco della nuova Russia. Il giorno prima Salvini, nei dodici minuti di intervento pubblico alla riunione di Confindustria Russia, prima di sparire nel nulla, disse che si sentiva più a suo agio a Mosca che in alcune capitali dell’Unione europea. Uno spettacolare capovolgimento di quanto aveva detto molti anni prima (era il 1976!) il segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer, intervistato da Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera diretto da Piero Ottone: da comunista mi sento più sicuro a fare politica in un paese della Nato.

Il Russiagate è un’ipotesi di corruzione internazionale, su cui sta indagando la procura di Milano. Ma è anche un’idea di relazioni internazionali: la sicurezza nazionale di un paese trema quando un leader afferma di voler cambiare sistema di alleanze. Ancora di più: è la rappresentazione di un modello di società e di rapporto tra chi detiene il potere e i suoi controllori.

La sfida va portata a questa altezza. In Italia la democrazia è più forte dell’autocrazia, la lealtà costituzionale non è minoritaria, c’è la possibilità di costruire un’alternativa democratica che va rivitalizzata e organizzata. C’è un tessuto civile che non si arrende al nuovo potere o all’idea, per ora soltanto mimata, per fortuna, di una specie di guerra civile, dove gli avversari politici non esistono e si parla solo a quelli del tuo campo. Per questo il tentativo di Salvini di salire un altro gradino verso il potere deve coincidere con un risveglio democratico, ben visto anche in Europa. A vigilare su questo nuovo drammatico passaggio, non soltanto una banale crisi di governo, c’è il garante del Quirinale.

*direttore del settimanale L’ESPRESSO




Di tutto, di più …

Una selezione del peggio dell’informazione tratta dai media, social network e televisione. Questa settimana Serena Grandi che sceglie Matteo Salvini, Marielena Boschi e Paola Taverna se le suonano e Mario Borghezio “amico” di Savoini: leggetele tutte e poi scegliete la vostra dichiarazione preferita. Buon divertimento

Gianluca Savoini “Già giornalista all’Indipendente e alla Padania, poi portavoce di Bobo Maroni, oggi a capo dell’associazione Lombardia-Russia”, intervistato dichiara…

Mistificazione, inganno, falsità, mascalzonata, ecco cos’è! Oggi come oggi non serve molto per manomettere un file, tagliare frasi, alterare la voce. Io ero lì che bevevo un caffè insieme ad altra gente, c’erano 10-15 persone, non so neanche bene di cosa parlassero. Comincio a pensare sia una trappola contro Salvini: qualcosa di losco c’è, guarda caso arriva Putin in Italia ed ecco qua…” ( fonte: La Repubblica )

Il vicepremier Matteo Salvini sul caso scoperchiato dall’Espresso e rilanciato in questi giorni dal sito americano BuzzFeed

Mai preso un rublo, un euro, un dollaro o un litro di vodka di finanziamento dalla Russia!”…”Da Mosca io ho sempre portato a casa matrioske, Masha e Orso per mia figlia… solo matrioske, Masha e Orso!”

Gianluca Savoini intervistato questa volta dal quotidiano La Stampa

Lei stava al Metropol di Mosca, si sente la sua voce che parla con imprenditori italiani, russi, tutti impegnati a discutere di affari, forniture di carburante. “Erano persone che avevo incontrato poche ore prima al convegno organizzato dalla Confindustria alla quale era presente anche Salvini. Nella hall dell’albergo mi hanno riconosciuto e ci siamo messi a parlare. Se c’era da discutere di qualcosa di veramente riservato secondo lei ce ne stavamo nella hall o saremmo andati in una sala riservata? Gli imprenditori parlavano di affari, facevano pressioni, citavano percentuali, tutte cose di cui io non capisco nulla. Non so nemmeno la differenza tra diesel e benzina (ride, ndr). Io come presidente dell’Associazione Lombardia-Russia mi occupo di cultura”

La Lega su Savoini 

Mai stato con noi nella delegazione”, ma in foto a Mosca è al tavolo di Salvini  (I due compariranno insieme in molte altre foto scattate in Russia) ( fonte: La Repubblica )

Tre uomini e un ufo” Mattia Feltri riassume per  l’incredibile trama del Russia-gate in salsa padana…

Trama: ex gestore dei bagni Ondina di Laigueglia ed ex giornalista definito da due suoi direttori un ‘nazionalsocialista’ e un ‘nazista’, si ritrova nella hall del Metropol di Mosca insieme a un avvocato cacciato dalla Serenissima Gran Loggia d’Italia per comportamenti non consoni al Rito Scozzese Antico (qualsiasi cosa voglia dire). Stanno cercando di far avere del denaro illecito a un partito italiano il cui leader e ministro, il giorno prima, insieme all’ex gestore nazista dei bagni Ondina, ha partecipato a un summit del governo russo. Poco tempo dopo lo stesso leader e lo stesso ex gestore nazista dei bagni Ondina condividono con il presidente russo il tavolo di un pranzo ufficiale. Il leader del partito italiano nega di avere invitato l’ex gestore nazista dei bagni Ondina all’uno e all’altro summit. Salta però fuori che a invitarlo è stato un ex assessore di Sesto San Giovanni – secondo il quale le cancellerie nascondono le prove della venuta degli extraterrestri fra di noi e vogliono condurre l’intero continente all’omosessualità – e nel frattempo salito al ruolo di consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del leader e ministro del primo partito italiano (…)” (fonte: La Stampa)

Lo storico ministro leghista Giancarlo Pagliarini  intervistato su “Moscopoli

Pagliarini, se lo sarebbe mai aspettato? “Macché. In tutti gli anni in cui sono stato nella Lega le uniche volte in cui ho sentito citare la parola Russia è stato per le GNOCCHE” (fonte: Il Fatto Quotidiano )

L’esponente leghista Mario Borghezio intervistato su Savoini

Savo è un mio vecchio amico, un soldato della Lega, delle nostre idee. Se pure ha assistito a una trattativa di questo genere sono certo che non ha chiesto neanche un caffè. Fosse un intrallazzatore, non sarebbe mio amico. È molto competente in geopolitica” ( fonte: Corriere della Sera )

La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati boccia con queste parole le interrogazioni parlamentari delle opposizioni sul caso Russia-Lega

Il Senato non può essere il luogo del dibattito che riguarda PETTEGOLEZZI GIORNALISTICI

L’ex premier Pd Enrico Letta su Twitter

MINCHIA! Mai ricevuti tanti #vaffa da account #anonimi. Un delirio da quando ho detto, come tanti altri, che #MinistroInterni se mente platealmente su un suo collaboratore, si deve dimettere. Mi sa che stavolta si sente davvero puzza di bruciato. #Salvini”

L’ex stagista Monica Lewinsky ha risposto ad un sondaggio che circolava su Twitter: qual è il peggior consiglio professionale che tu abbia mai ricevuto?

E la Lewinsky: “Uno stage alla Casa Bianca sarà fantastico per il tuo curriculum 😳”

Nicola Morra  presidente 5 Stelle della Commissione parlamentare antimafia, su Twitter

“Non c’è soddisfazione più grande che togliere alla mafia la #roba, pirandellianamente parlando”. Ma la citazione in realtà è di Giovanni Verga

Luca Morisi  “digital-philosopher e social-megafono” che si occupa della “comunicazione del Capitano” Salvini commenta

La ‘ricca, bianca e tedesca’, ‘comandante’ Carola, vuole censurare i social del Capitano facendoli sequestrare 😂😂😂😂😂😂” (fonte: Twitter)

Dalla querela presentata da Carola Rackete comandante della nave  “Sea-Watch”  al ministro dell’Interno Salvini per “diffamazione aggravata” e “istigazione a delinquere” 

Da Salvini, leggiamo nelle 14 pagine della denuncia, Carola Rackete viene definita “ricca comunista tedesca delinquente”, “mercenaria”, “sbruffoncella”, “fuorilegge”, “comandante criminale”, “potenziale assassina”. (fonte: Open)

Annalisa Chirico opinionista del Foglio intervistata da Libero

Salvini è un superfemminista. Crede nella parità tra uomo e donna al punto che tratta le donne alla pari, nel bene e nel male. Chiamando Carolasbruffoncella‘ l’ha elevata a interlocutrice politica, insomma le ha fatto un regalo

Mariaelena Boschi (Pd)

Se evitiamo la procedura di infrazione è perché i nostri progetti di fatturazione elettronica e fisco digitale hanno portato altri 2.9 miliardi di euro, salvando l’Italia” (fonte: Facebook)

La deputata Boschi Pd e la Taverna vicepresidente del Senato M5s se le “suonano” online

Boschi: “L’ad di Fincantieri dice che mancano 6mila ragazzi per fare lavori manuali, come il saldatore. E lui è pronto ad assumerli. Forse il Governo dovrebbe concentrarsi su questo anziché sul reddito di cittadinanza. I ragazzi hanno diritto a trovare un lavoro, non a ricevere un sussidio”. Replica  la Taverna: “Il sistema del Reddito è già partito. Adesso ci stiamo occupando del taglio di 345 Parlamentari. Le consiglio di inviare il cv come saldatrice. Oppure c’è il #Rdc con cui le proponiamo dei lavori, se rifiuta due volte la mandiamo nella sua Bolzano. Ci pensi!”. E la Boschi: “Io faccio l’avvocato. Ma non troverei nulla di male a fare il saldatore. Nella prossima legislatura credo di avere i voti per restare in Parlamento. In caso contrario farò la professione per cui ho studiato. Lei non so. Magari mandi il curriculum a suo cugino, quello dei vaccini” (fonte: Twitter)

Il senatore Pd Matteo Renzi su Instagram

Cosa c’è meglio di un’amaca la domenica mattina? Nulla. Buona giornata a tutti”

Andrea Scanzi  giornalista del Fatto Quotidiano, su Facebook

‘BASSO’ IO? SONO ALTO 1.88, BABY – Sono dieci anni (da quando faccio tivù) che mi dicono: “Oh, ma lo sai che in tivù non sembri mica così alto???”. Dieci anni. Una cosa INSOPPORTABILE. E aggiungono sempre più: “Ma lo sai che dal vivo sei molto meglio? Sei più giovane e più magro!”. Che fa anche piacere, ma vuol anche dire che in tivù mica vengo benissimo. Per questo pubblico questa foto, nella mia Arezzo. Vi sembro basso, porca di una miseria ladra? BASTA con questa storia! Una volta per tutte: sono alto 1.88 cm, peso 73 chili, il mio record sul Cooper (proprio tre giorni fa) è 3080 metri e per avere l’infinità di 45 anni non mi lamento. Certo, non ho lo charme di Orfini, ma – buon Dio, donne! – c’è di peggio. D’ora in poi, per chi scriverà “sei basso” scatterà il ban immediato mentre per chi me lo dirà dal vivo scatterà qualcos’altro. Però garbato. E sempre agile. (Pubblico queste foto solo per ripulire la pagina da bacchettoni e non-ironici e, ovviamente, per avere una babele di complimenti femminili. Possibilmente sconci, sboccati e sadomaso. Daje)

Leggiamo il solito smemorato Luigi Di Maio. Poverino….

Un grande risultato raggiunto dopo settimane di lavoro intenso”, queste le parole di Luigi Di Maio dopo il via libera ad Atlantia come partner per comporre il consorzio per la newco per la nuova Alitalia. Alcune settimane fa, ospite di Porta e Porta, il ministro del Lavoro diceva: “Atlantia dentro Alitalia? Andrà a picco, farà precipitare gli aerei!” (fonte: Corriere.it)

Il ministro Alberto Bonisoli a “Un Giorno da Pecora” 

Che tipo di musica ascolta il Ministro della Cultura? “Mi piacciono gli Ac/Dc, che canto sotto la doccia. Ma il concerto più ‘estremo’ che ho visto è quello di Bob Marley, a San Siro nel 1980. Vi dico solo che ad aprire il concerto c’era Pino Daniele. Ricordo ‘No Woman No Cry’ cantata in mezzo a 100mila persone“. Salvini è uomo di cultura? “Ha una sua cultura, come ognuno di noi. Ad esempio ho visto che gli piace Vasco Rossi” (fonte: Rai Radio 1)

L’ultima, grande “battaglia” di Giorgia Meloni leader di Fdi 

Cosa sarebbe accaduto se lo avessero fatto con Obama, Hilary Clinton, la Merkel o Macron? Scommetto che sarebbe successo un finimondo. La vergognosa doppia morale dei buonisti”. In foto, lo scopettino per il water con il volto di Donald Trump, acquistabile in rete per 6 euro (fonte: Twitter)

Lega Toscana

“- PRI-MA-I-TOS-CA-NI!”  I consiglieri regionali della Lega protestano ma SBAGLIANO la divisione in sillabe. Lo strafalcione è apparso sulle t-shirt indossate per manifestare contro una proposta di legge per l’assistenza ai migranti . (fonte: Repubblica.it)

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini sui propri canali social

Un boccale di ottima birra, alla salute di chi vuole male all’Italia! Io non mollo

Serena Grandi la  “Monella” di Tinto Brass intervistata da Libero

Ho votato Salvini e ho fiducia in lui, spero non mi deluda. Credo che stia cercando di dare nuovamente dignità al nostro paese e ne avevamo bisogno. Sono stata craxiana perché anche Bettino cercava di dare una dimensione internazionale al nostro paese…”

 




Perché ArcelorMittal potrebbe lasciare l’Italia. E il danno sarebbe enorme

di Paolo Bricco

Questa è la settimana in cui sull’Ilva non può più cambiare niente e in cui, allo stesso tempo, può cambiare tutto. I Cinque Stelle sono stati coerenti con la loro idea della inconciliabilità di salute e lavoro. La Lega non ha avuto la forza per tutelare gli interessi della sua antica base elettorale, il Nord che usa l’acciaio.

Dunque, questa settimana una cosa non può più cambiare: lo scudo giuridico per reati compiuti prima dell’arrivo di Arcelor Mittal a Taranto è stato eliminato. Allo stesso tempo, questa settimana può cambiare di tutto. Perché Arcelor Mittal, di fronte alla cancellazione definitiva dello scudo giuridico che è intrinsecamente unito alla possibilità di fare funzionare un impianto tecnicamente sotto sequestro, può scegliere come comportarsi: rimanere esponendo, in caso di problemi, i suoi azionisti e i suoi manager alle valutazioni della magistratura; andarsene giudicando insostenibile il mutamento del quadro giuridico che, a sua volta, ha modificato in misura radicale l’assetto contrattuale. E, a quel punto, succederebbe un’altra cosa: l’eco di una uscita di Arcelor Mittal sarebbe enorme e lederebbe la reputazione del nostro Paese in tema di capacità di respingere – più che attrarre – gli investimenti.

Punto primo: l’eliminazione dello scudo giuridico, che garantisce fino al 6 settembre ad Arcelor Mittal la non punibilità, è appunto cosa fatta. Come ha scritto più volte Carmine Fotina , la tecnica parlamentare e i tempi dell’attività legislativa ne impediscono una rimodulazione. A meno che dalla prossima settimana la Lega non compia una scelta dirompente, magari pressata in particolare dagli acciaieri del Nord e in generale dagli imprenditori manifatturieri di tutto il Paese che adoperano l’acciaio di Taranto per realizzare infrastrutture, grandi ponti, componenti per l’automotive industry e per gli elettrodomestici.

Questa scelta dirompente consisterebbe nella definizione di un’altra misura che cancelli quella attuale. Il problema è che il dossier Ilva, come dimostra la formazione a testuggine guidata ieri da Luigi Di Maio a Taranto, è per i Cinque Stelle strategica. E, dunque, la costruzione di una maggioranza politica diversa dall’attuale avrebbe esiti tutti da chiarire. Potrebbe essere: se Salvini decidesse di aprire il Governo come una confezione di tonno, l’Ilva sarebbe l’apriscatole giusto.

Punto secondo: da questa settimana in avanti, tocca ad Arcelor Mittal muovere. Arcelor Mittal ha detto che non accetterà passivamente questa situazione. Lo può fare: ha in affitto l’Ilva, ne diventerà proprietaria soltanto nel luglio 2021. C’è l’obbligo di acquisto. Ma con l’eliminazione dello scudo è cambiato tutto. I costi sostenuti sono finora minimi: i costi operativi più i 15 milioni di euro di affitto al mese, pagati anticipatamente per sei mesi. La situazione in acciaieria non va bene: secondo più di un osservatore, Arcelor Mittal perderebbe in Italia un milione di euro al giorno. Più di quanto avesse preventivato.

i resti dell’ex stabilimento siderurgico di Bagnoli (Napoli)

Punto terzo: se Arcelor Mittal andasse via, Taranto rischierebbe di diventare come Bagnoli. Non è terrorismo psicologico. In questa situazione occorre essere razionali. E la razionalità insegna che lo Stato italiano è uno stato con la s minuscola. Debole, fragile, umbratile. Ad esso, toccherebbe un’opera di bonifica straordinaria dell’impianto e dell’ambiente circostante. Inoltre, la mano pubblica – non facciamo distinzioni fra Stato e Governo – oltre all’immane problema ambientale, dovrebbe occuparsi di trovare una nuova specializzazione produttiva a Taranto, a lungo capitale industriale del Sud.

La diversificazione produttiva di Taranto è un grande classico della politica italiana, buono per tutte le stagioni. I politici di ogni orientamento, anche favorevoli al mantenimento della acciaieria, l’hanno prospettata. Il più convinto fu Renzi. Ma anche Gentiloni ha perseverato. È un meccanismo tipico delle nostre drammatiche crisi nazionali: prendi soldi già stanziati, li impacchetti, gli dai un nome diverso e li destini ad attività plurime. L’attuale Governo ha fatto lo stesso.

Quarto e ultimo punto: se Arcelor andasse via, sorgerebbe appunto il dubbio sulla capacità dello Stato italiano di bonificare l’acqua, la terra e il mare di Taranto e di migliorare le condizioni di salute di cittadini – italiani – che soffrono l’impatto durissimo di una delle più dure industrie di base del Novecento. Se Arcelor andasse via, con la eliminazione delle condizioni giuridiche precontrattuali di una gara d’asta internazionale, ci sarebbe invece una certezza: nessun investitore internazionale verrebbe più in Italia. Non c’è molto altro da dire.

*tratto dal quotidiano SOLE24ORE




Lotti: "Non sapevo dell’indagine Consip, non potevo rivelare niente"

ROMA – “Era dal dicembre del 2016 che attendevo questo momento” ha affermato oggi dall’ex sottosegretario Luca Lotti  ha aggiunto il parlamentare lasciando la cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, dopo l’udienza a porte chiuse davanti al Gup Forleo del Tribunale di Roma nel procedimento sulla fuga di notizie relativa alla vicenda Consip che lo vede imputato di favoreggiamento.

“Finalmente ho potuto chiarire la mia posizione”  ha aggiunto Lotti che ha dichiarato “Non dobbiamo mai avere paura della verità e la verità è che all’allora amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, il 3 agosto del 2016 non ho detto nulla dell’inchiesta perché non potevo riferire ciò che non sapevo”.

Un  passaggio importante nel bel mezzo di una vera e propria bufera giudiziaria sulle nomine nelle procure, in cui Lotti compare nelle indagini della Procura di Perugia per alcuni incontri avuti “notturni” con il pm Luca Palamara. “Non mettevo bocca sulle nomine nelle procure – ha dichiarato LottiHo letto sui giornali che c’erano relazioni con la Procura di Roma, ma queste non ci sono mai state, tanto è vero che la richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti è stata fatta ed abbiamo iniziato l’udienza preliminare

Il procedimento sulla Consip, distribuito  in tre filoni d’inchiesta , vede imputate sette persone accusate, a seconda delle posizioni, di rivelazione del segreto d’ufficio, millantato credito, falso e depistaggio. Procedimento che vede coinvolto anche Tiziano Renzi, padre dell’ex presidente del Consiglio, per il quale la Procura ha sollecitato l’archiviazione e sulla quale si deve ancora esprimere il gip.

Nel corso dell’udienza la difesa di Lotti ha chiesto che venga acquisito agli atti il fascicolo disciplinare nei confronti del pm della Procura di Napoli, Henry John Woodcock, uno dei magistrati che avviò l’inchiesta. La Procura ha ribadito oggi la richiesta di rinvio a giudizio, così come formalizzato nel dicembre scorso.

Generale Tullio Del Sette

A rischiare il processo anche il generale Tullio Del Sette ex comandante generale dell’ Arma dei Carabinieri, , Gian Paolo Scafarto ex ufficiale dei Carabinieri del Noe, il quale secondo le accuse della Procura avrebbe riferito, pressochè in tempo reale, al Fatto Quotidiano le prime iscrizioni nel registro degli indagati, in particolare quella dello stesso generale Del Sette, nel procedimento avviato dalla procura di Napoli nel dicembre del 2016.

Nel filone relativo alla fuga di notizie, il pm Palazzi della Procura di Roma, contesta il favoreggiamento anche al generale Emanuele Saltalamacchia, comandante della Legione Toscana dei carabinieri mentre il depistaggio è attribuito, anche all’ex colonnello dei Carabinieri Alessandro Sessa, oltre che a Scafarto . Filippo Vannoni presidente di Publiacqua, società partecipata del Comune di Firenze, all’epoca dei fatti,  viene accusato di favoreggiamento.

Era stato Marroni a tirare in ballo l’ex ministro ed il generale Saltalamacchia , secondo il quale erano stati i due a riferirgli che vi  era in corso un’indagine sulla società. Del Sette, invece, avrebbe rivelato all’allora presidente Consip, Luigi Ferrara, che c’era una indagine in corso sull’imprenditore Alfredo Romeo con l’invito ad essere cauto nelle comunicazioni.

L’ imprenditore Carlo Russo rischia di finire a processo  per millantato credito, nella tranche di indagine che coinvolgeva il padre dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi.




Indagini sui finanziamenti milionari della Regione Puglia alla Ladisa Ristorazione

ROMA – Non è un buon momento per il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sopratutto dal lato giudiziario, dopo aver ricevuto un avviso di proroga delle indagini preliminari nell’ambito dell’ inchiesta sulla nomina di Francesco Spina, ex sindaco di Bisceglie, a consigliere di amministrazione dell’agenzia regionale Innovapuglia. con un compenso da 20mila euro l’anno.
Al centro della prima inchiesta che  ha coinvolto il governatore Michele Emiliano indagato ad aprile per “abuso d’ufficio” e “induzione indebita a dare o promettere utilità“, reato questo contestato anche al capo di gabinetto del presidente della giunta, Claudio Stefanazzi, e agli imprenditori Vito Ladisa (della società Ladisa di Bari) Giacomo Mescia (della società Margherita di Foggia)  e Pietro Dotti, titolare dell’agenzia di comunicazione pubblicitaria Eggers di Torino.
Il punto di partenza da cui sono state avviate le verifiche è quella dei presunti illeciti nel finanziamento della campagna elettorale per le primarie del Pd nel 2017, in cui Michele Emiliano sfidò Matteo Renzi e Andrea Orlando nella corsa per la segreteria nazionale. La creatività della sua campagna di comunicazione del costo 64 mila euro venne affidata alla società Eggers di Torino, di proprietà dell’imprenditore pubblicitario Pietro Dotti, il cui intervento ed operato venne contestato dal governatore pugliese che probabilmente cercava un alibi alla figuraccia fatta alle primarie.
Chiaramente l’agenzia Eggers voleva essere pagata per il suo lavoro , mentre Emiliano non voleva pagare, e per questo motivo Pietro Dotti ottenne dal Tribunale un decreto ingiuntivo nei confronti di Emiliano, come lo stesso imprenditore torinese ha confermato e documentato in un interrogatorio subito dopo le perquisizioni di aprile. Il debito di Emiliano secondo la Procura  venne saldato per 59 mila proprio dalla Ladisa per 24 mila euro dalla Margherita di Mescia.
E’ proprio per quella fattura della società Eggers, che  Ladisa afferma invece di avere pagato per una propria campagna di comunicazione, costituirebbe la chiave di volta per accertare se i rapporti fra il Presidente della Regione Puglia e l’imprenditore barese di fatto siano il corrispettivo di un accordo . Gli investigatori ipotizzano che mentre Ladisa avrebbe estinto il debito personale di Michele Emiliano ,  in cambio la Regione avrebbe garantito sostegno finanziario con fondi “pubblici” , grazie all’acquisizione di commesse pubbliche  che nell’erogazione di contributi e finanziamenti pubblici.

La Ladisa era una delle aziende candidate all’ aggiudicazione del mega-appalto per le mense ospedaliere del valore complessivo di 260 milioni di euro , successivamente bloccato e provvisoriamente sostituito con gare ponte delle singole Asl. Non è un caso che nel decreto di perquisizione eseguito lo scorso 9 aprile, la Procura della Repubblica avesse dato ampio mandato alle Fiamme Gialle di cercare in casa di Vito Ladisa e nella sede aziendale anche documenti relativi “ai procedimenti amministrativi svolti o in corso di svolgimento e all’emissione, da parte della Regione, anche di finanziamenti e contributi“. Pochi mesi dopo la campagna per le primarie del Pd, grazie a una delibera della giunta regionale approvata su proposta del presidente il 5 aprile 2018 arrivarono all’azienda non pochi contributi e finanziamenti.

La  Guardia di Finanza ha acquisito  dal Dipartimento Sviluppo Economico della Regione Puglia il documento  che diede il semaforo verde al finanziamento da 12 milioni di euro con fondi Por Fesr per il “progetto RE-Star” della Ladisa nella zona industriale di Bari , che riguardava la ” ristorazione 4.0″, con un investimento da 27 milioni, 12 dei quali di fondi europei .
L’indagine è condotta dalla Guardia di Finanza di Bari, coordinata dal procuratore aggiunto Giorgio Lino Bruno e dalla pm Savina Toscani con la supervisione del procuratore capo Giuseppe Volpe, che ha avocato a sé il fascicolo sulla fuga di notizie, che grazie ad una soffiata di uno dei tanti giornalisti baresi suoi “sodali”, consentì a Emiliano l’ 8 aprile scorso di conoscere  in anticipo della imminente perquisizione, che era stata programmata per l’11 aprile.



Di tutto di piu’

Il parlamentare Vittorio Sgarbi rivolgendosi a Maryshtell Polanco sulle famose “cene eleganti” di Arcore

Non si capisce di cosa devi essere pentita, di una scopata? Di un pompino dici? Non te l’ha imposto nessuno il pompino, lo hai scelto tu! Sei stata pagata, l’hai fatto, va benissimo! Questi processi sono la vera Inquisizione! Senza processo tu non eri qui, prendevi cazzi ed eri contenta! Sei una puttana pentita! Eri felice e ora ti lamenti!” (fonte: Non è l’Arena,  La7)

Matteo Salvini Il ministro-climatologo 

Finalmente oggi splendeva il sole: c’hanno spiegato per mesi che c’era il riscaldamento globale e abbiamo passato un maggio con l’ombrello, il passamontagna e i guanti di lana… (fonte: Non è l’Arena,  La7)

Vincenzo De Luca Il governatore Pd della Campania, e Salvini 

Salvini mi è anche simpatico, mi piace sfotterlo. Gli ho detto che si presenta come un primitivo, lui è l’erede del Neanderthal, che viene prima dell’homo sapiens(fonte: Lira Tv )

La “fassinata” del senatore Pd Matteo Renzi, a poche ore dal boom elettorale della Lega 

Salvini è arrivato velocemente e altrettanto velocemente se ne andrà. Il conto alla rovescia per lui è già iniziato: è come accendere una candela su entrambi i lati, si scioglie molto velocemente” (fonte:  TV Svizzera)

La leader Fdi Giorgia Meloni contro il M5S al Governo

Dopo Conte che rinuncia ai fucili per finanziare borse di studio per la pace e Trenta che destina la parata del #2giugno all’inclusione, Fico dedica la Festa della Repubblica a ‘migranti e rom’. Il M5S al governo è un’offesa per lo Stato, le Forze Armate e l’Italia intera!(fonte Twitter)

Silvio Berlusconi dal parlamentino romano di casa propria a Palazzo Grazioli

La Meloni la vedrei bene in questo governo, visto che faceva la baby sitter di Fiorello

Il “discorso alla Nazione” del Premier Giuseppe Conte parte immediatamente con una gaffe, alla prima parola

SABATO scorso è stata la Festa della Repubblica” (In realtà, il 2 giugno cadeva di domenica, il giorno antecedente alla conferenza del premier)

Le riflessioni di Luigi Di Maio  sui “record” alcuni giorni dopo la batosta del M5S alle Elezioni Europee,

Sono appena stati pubblicati i risultati della votazione sulla fiducia a me come capo politico. Con 56.127 voti e l’80% di consensi, su Rousseau abbiamo segnato il RECORD ASSOLUTO di partecipazione a una votazione M5s. Ed è anche il RECORD MONDIALE per una votazione online in un singolo giorno per una forza politica. Vi ringrazio tutti e vi voglio bene! NON MI MONTO LA TESTA, questo è il momento dell’umiltà (…)(fonte Facebook )

Anche per Virginia Saba, l’amore è cieco….

Dal quotidiano La Nuova Sardegna: “Virginia Saba incita Di Maio: ‘Anche Aristide tornò ad Atene’. La compagna del leader M5S paragona il vicepremier al politico greco e lo incita dopo la sconfitta europea

Un retroscena sulle esternazioni di Alessandro Di Battista durante un’assemblea 5 Stelle. 

Il mattatore Di Battista, sospettato di voler indebolire Di Maio per andare al voto e farsi rieleggere, fa un intervento che innervosisce la platea. Si percepisce il gelo attorno a lui, soprattutto tra i nuovi eletti che sussurrano sarcastici: “È arrivato il profeta”    (fonte: La Stampa )

I dissidi mentali del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio

Dopo due giorni e due notti di commenti sull’apocalittica, catastrofica, epica, spettacolare disfatta dei 5Stelle, mi è improvvisamente passata la voglia di criticarli, sopraffatta da quella di difenderli”

La riflessione del direttore di Libero, Vittorio Feltri 

Il contrasto anche linguistico tra Nord e Sud è insanabile. A Milano il pene è chiamato uccello, a Napoli pesce” (fonte: Twitter )

L’onorevole Laura Ravetto non è stata invitata al Comitato di presidenza di Forza Italia dopo il “flop” elettorale del partito azzurro

“È arrivato il momento che in Forza Italia scorra il sangue! Basta supercazzole!(fonte: Libero)

Il senatore Pd Matteo Renzi rivendica il merito di aver scongiurato un’intesa con i 5Stelle 

Ha sempre negato di aver pronunciato la frase sui pop corn rispetto alla nascita del governo gialloverde (“ora tocca a loro e intanto pop corn per tutti”) ma oggi Matteo Renzi rivendica quella strategia: “La tattica del POP CORN dà una nuova chance al Pd e dimostra l’inconsistenza del M5s”  (fonte: La Repubblica)

La senatrice 5 Stelle Paola Taverna intervistata da Panorama

Cosa non sopporta dei renziani? “So’ degli sfigati”

Alberto Bagnai senatore leghista e “mente economica” del partito 

La Lega non sfonda. Vi sfonda. 👋”  (fonte: Twitter)

L’eurodeputato della Lega Antonio Maria Rinaldi festeggia con “classe”…. la propria elezione

“Non vi nascondo che mi diverto moltissimo nel leggere qualche ROSICONE dopo la mia elezione! Le farmacie stanno facendo affari d’oro vendendo pomate LENITIVE...😁😁😁” (fonte: Twitter)