"VaticanoGate": ecco le carte riservate che rivelano nuovi indizi

ROMA – All’indomani del terremoto giudiziario scoppiato in Vaticano, che vede coinvolto monsignor Mauro Carlino, originario di Lecce che da poche settimane era stato nominato a capo dell’Ufficio Informazione e Documentazione della Santa sede, (e per lungo tempo segretario particolare del cardinale Becciu, già nr. 2 della Segreteria di Stato) , intercettato per settimane, tra i nomi coinvolti dell’ ennesimo scandalo in Vaticano relativo ad una serie di operazioni finanziarie milionarie, negli ambienti vaticani nessuno vuole parlare, commentare.

Unico commento “ufficiale” quello affidato ad  un editoriale diffuso sugli organi di informazione della Santa Sede: “Quanto accaduto sta a testimoniare concretamente che i processi avviati da Benedetto XVI e portati avanti dal suo successore funzionano“.   Circostanza curiosa quella, che fanno notare gli addetti ai lavori, che il decreto non fosse firmato anche dall’altro procuratore di Giustizia da poco promosso dal pontefice, Roberto Zannotti).

La rivelazione dello scandalo  scoperto dal collega Emiliano Fittipaldi del settimanale l’Espresso, riguarda, appunto, un’indagine sulle finanze della Santa Sede, in relazione a delle compravendite immobiliari milionarie effettuate all’estero, un affare da 200 milioni di euro  che riguarderebbe l’acquisto di un immobile alla periferia di Londra, gravato da ipoteche, e spregiudicate operazioni finanziarie compiute nel tempo ed oggetto di denunce depositate dallo Ior e dall’Ufficio del Revisore generale all’ inizio della scorsa estate .

Il settimanale L’Espresso, ha rivelato chenuovi documenti riservati spiegano la genesi dello scandalo. Che potrebbe portare a conseguenze devastanti per dipendenti laici e monsignori di primissima fila. I pm del Papa indagano ora non solo su eventuali irregolarità dell’operazione immobiliare londinese e di quelle della Sicav ma pure su ipotetici giri di denaro che avrebbero arricchito alcuni mediatori e dipendenti vaticani: sono al setaccio trust e depositi sia in Lussemburgo sia in Svizzera, ma è presto per dire se siano stati o meno trovati illeciti“.

I quattro dirigenti sospesi in Vaticano, oltre a monsignor Carlino, sono Vincenzo Mauriello, minutante dell’Ufficio Protocollo, e Fabrizio Tirabassi, minutante dell’Ufficio Amministrativo (due funzionari della Segreteria di Stato)  l’ addetta all’amministrazione Caterina Sansone ed il direttore dell’Aif Tommaso Di Ruzza . Il Corpo della  Gendarmeria di Stato Vaticana guidato da Domenico Giani ha sequestrato documenti e computers per effettuare degli accertamenti sui finanziamenti milionari avallati dall’autorità di vigilanza Aif e dalla Segreteria di Stato, il dicastero della Curia che collabora più da vicino con il Papa e che da agosto 2018 è guidato dall’arcivescovo venezuelano Edgar Peña Parra.

monsignor Mauro Carlino

Monsignor Mauro Carlino, capo dell’Ufficio informazione e Documentazione dell’organismo che ha sede nel Palazzo Apostolico, e Tommaso Di Ruzza  il direttore dell’Aif  come si legge nella nota firmata da Gianipotranno accedere nello Stato esclusivamente per recarsi presso la Direzione Sanità ed Igiene per i servizi connessi, ovvero se autorizzati dalla magistratura vaticana. Monsignor Mauro Carlino continuerà a risiedere presso la Domus Sanctae Marthae“.

In passato prima dell’arcivescovo venezuelano come sostituto per gli Affari Generali, c’era il cardinale Giovanni Angelo Becciu, nominato in quel ruolo il 10 maggio 2011 da Benedetto XVI e diventato pochi mesi fa prefetto per la Congregazione delle Cause dei Santi. Papa Francesco secondo a quanto riporta l’Espresso  è stato avvertito all’inizio dell’estate dai vertici dello Ior e dal Revisore generale di possibili crimini finanziari avvenuti negli ultimi anni” ed è per questo che disposto un’approfondita indagine senza riguardi per alcuno che al momento vede coinvolte cinque persone, tra le quali figura anche monsignor Carlino.

Per la cronaca, non è la prima volta che qualcuno vuole vederci chiaro in Vaticano sul fondo segreto della Segreteria di Stato: tra il 2013 e il 2014 i commissari della Cosea, la commissione voluta dal Papa per mettere ordine tra gli enti economici del vaticano, e in particolare membri come la “papessa” Francesca Immacolata Chaoqui e Jean-Baptiste de Franssu, oggi presidente dello Ior, avevano chiesto le carte riservate dell’operazione immobiliare. Senza mai riuscire, sembra, ad ottenere alcunchè.

Nel capoluogo salentino, la notizia dell’indagine che vede coinvolto monsignor Carlino, ha destato scalpore Ieri alcuni amici leccesi hanno cercato inutilmente di mettersi in contatto con don Mauro, per dimostrargli vicinanza e affetto. Persino l’arcivescovo monsignor Michele Seccia con una nota  ha manifestato “vicinanza a don Mauro e alla sua famiglia“.

Questo autentico “terremoto” giudiziario in Vaticano è stato suggellato dalla nomina di Giuseppe Pignatone    a presidente del Tribunale di prima istanza del Vaticano. L’ex procuratore capo della Procura di Roma sarà quindi chiamato ad occuparsi anche sul fascicolo prodotto dall’inchiesta in corso affidata al promotore di giustizia Gian Piero Milano e all’aggiunto Alessandro Diddi  se e quando gli elementi acquisiti sfoceranno un processo.

Gli inquirenti del Vaticano dovranno accertare e chiarire è se qualcuno ha operato in proprio o se lo faceva sotto  la copertura di personalità ancora più in alto. Già ora si può dire però che l’avere scoperto, come riferisce il collega Emiliano Fittipaldi  dell’ Espresso, che in Inghilterra esiste una società denominata London 60 Sa Limited costituita nel marzo 2019, il cui amministratore è mons. Carlino e la cui direttrice è Caterina Sansone, facente parte dell’amministrazione della Segreteria di Stato ed egualmente nel mirino delle indagini vaticane, esula totalmente dalle funzioni ecclesiastiche di entrambi .

Se qualcuno li ha autorizzati a fare operazioni milionarie sul mercato immobiliare britannico, è pressochè certo che altre teste più importanti dovranno cadere. La prima sensazione è quella che ancora oggi dentro le mora di  Città del Vaticano esistano feudi finanziari indipendenti che non hanno imparato nulla dai disastri del passato. Circostanza questa che ripropone la questione se il famoso Segretariato per l’Economia, un tempo diretto dal cardinale Pell, non debba avere sul serio un controllo preciso sui bilanci e le finanze di tutte le amministrazioni della Santa Sede.

Una nomina come quella di Pignatone non si decide in poche ore, mette in rilievo la decisione rigorosa adottata da Papa Francesco indica la volontà del pontefice argentino di riorganizzare al massimo l’amministrazione della giustizia nello Stato vaticano, improntandola ad un rigore estremo nei confronti di corruzione e malversazioni. Che un protagonista di primo piano della lotta alla mafia e alla ‘ndrangheta, come Giuseppe Pignatone magistrato che conosce molto bene i tentacoli dell’ambiente mafioso-politico di una Capitale così contigua allo stato d’Oltretevere, diventi “giudice papale” è un segnale di indubbia rilevanza.

Pignatone che da procuratore capo di Roma si è già occupato di inchieste che hanno coinvolto il Vaticano, come quelle sullo Ior e sulla scomparsa di Emanuela Orlandi potrebbe essere il presidente della Corte ed in ogni caso sarà lui a decidere chi condurrà il processo. “È un’esperienza del tutto nuova e straordinaria. Ringrazio il Santo Padre per la fiducia che mi onora e mi commuove” ha commentato Pignatone alla notizia della nomina.




Il saluto di “Ultimo” ai suoi uomini: “La mafia protetta dai poteri forti”

Questo il polemico addio del colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, comandante del Noe, ai suoi 200 uomini ben addestrati: “Ho il dovere di ringraziarvi per come avete lottato contro una criminalità complessa, contro le lobby e i poteri forti che la sostengono, senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo di fronte a loro e senza mai nulla chiedere per voi stessi. Da Ultimo , vi saluto nella certezza che senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo e senza mai chiedere nulla per voi stessi, continuerete la lotta contro quella stessa criminalità, le lobby e i poteri forti che le sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere. Onore a tutti i Carabinieri del Comando per la Tutela dell’Ambiente.

Schermata 2015-08-23 alle 12.29.42Il comandante “Ultimo“, questo il suo nome in codice, diresse l’operazione della cattura del capomafia Totò Riina, partecipando inoltre all’arresto di numerosi pesci grossi, tra cui il potente faccendiere Luigi Bisignani trait d’union tra affari e politici. Sua anche l’indagine che ha scoperto l’illecita gestione dei fondi della Lega Nord. Recentemente, De Caprio stava indagando sul rapporto tra mafia-politica e coop. E’ appena di un mese fa la pubblicazione dell’intercettazione dell’imbarazzante telefonata tra Renzi e Adinolfi. Puntuale oggi la sua rimozione dai ruoli operativi del Noe. A suo tempo, condannato a morte dalla mafia, gli fu tolta la scorta, la qual cosa provocò la rivolta dei suoi uomini, che si offrirono di fargliela in servizio volontario raddoppiandosi l’orario di lavoro. Toccare i tasti dolenti del patto Stato-mafia costa caro, a tutti, a lui come a Nino Di Matteo. “Usi obbedir tacendo e tacendo morir” è il motto dell’Arma dei Carabinieri. Ultimo è tipo da “obbedir” e da “morir“, ma non tacendo.

Dopo essere stato trasferito 14 anni fa al Noe, il Nucleo operativo ecologico, capitano Ultimo aveva manifestato più volte il desiderio di tornare al Ros, il reparto in cui per anni ha seminato il panico tra gli uomini d’onore. Rimandandolo al Ros, l’Arma avrebbe fatto tornare un fuoriclasse della lotta alla mafia al suo lavoro, consentendogli al tempo stesso, con un incarico equipollente a quello di comandante provinciale, di maturare quei titoli del tutto formali che gli avrebbero aperto le porte della commissione d’avanzamento. Ma pare che in viale Romania da quest’orecchio non ci sentano, e neanche dall’altro, perché da investigatore navigato qual è, pur avendo una competenza d’indagine limitata ai reati ambientali e un reparto dieci volte inferiore alla struttura anticrimine dell’Arma, anche al Noe Capitano Ultimo è riuscito a portare a termine inchieste di grande importanza, come dimostra il recentissimo caso della discarica di Malagrotta.

Solo ilFattoQuotidiano.it riporta la notizia, seppure in secondo piano, mentre repubblica.it e corriere.it continuano ad ammorbare i lettori con la storiella dei funerali sfarzosi di Casamonica, poi di una sparatoria in Francia, di una possibile eterna guerra tra le due Coree, delle città dove si fanno più corna, dell’angoscioso quesito se s’ingrassa di più mangiando in piedi o seduti e altre amenità del genere. Il potere politico finanziario in Italia è davvero forte, e i grandi giornali appartengono a quel potere. Di mafia si può parlare solo a livello di manodopera, i capi non si toccano.

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di Pino Corrias

Astutamente nascosta nelle pieghe più calde dell’estate una lettera del Comando generale dei carabinieri datata 4 agosto spazza via il colonnello Sergio De Caprio, nome in codice Ultimo, dalla guida operativa dei suoi duecento uomini del Noe, addestrati a perseguire reati ambientali, ma anche straordinari segugi capaci di scovare tangenti, abusi, traffici di denari e di influenza. Uomini che stanno nel cuore delle più clamorose inchieste di questi ultimi anni sull’eterna sciagura italiana, la corruzione.

La lettera che liquida Ultimo è perentoria. La firma il generale Tullio Del Sette, il numero uno dell’Arma. Stabilisce che da metà agosto il colonnello De Caprio non svolgerà più funzioni di polizia giudiziaria, manterrà il grado di vicecomandante del Noe, ma senza compiti operativi. Motivo? Non specificato, normale avvicendamento. Anzi: “Cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”. Cioè? Frazionare quello che fino ad ora era unificato: il comando delle operazioni. Curiosa l’urgenza. Curioso il metodo. Curioso il momento, vista la quantità di scandali e corruzioni che il persino presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito “il germe distruttivo della società civile”.

Scontata la reazione di De Caprio che in data 18 agosto, prende commiato dai suoi reparti con una lettera avvelenata contro i “servi sciocchi” che abusando “delle attribuzioni conferite” prevaricano “e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere”. Lettera destinata non a chiudere il caso, ma a spalancarlo in pubblico.

Eventualità non nuova nella storia dell’ex capitano Ultimo, quasi mai in sintonia con le alte gerarchie dell’Arma che non lo hanno mai amato. Colpa del suo spirito indipendente, della sua velocità all’iniziativa individuale. Di quella permanente difesa dei suoi uomini e dei suoi metodi di indagine da entrare in collisione con i doveri dell’obbedienza e della disciplina. Già in altre occasioni hanno provato a trasformarlo in un ingranaggio che gira a vuoto. Fin dai tempi remoti dell’arresto di Totò Riina – gennaio 1993 – che gli valse non una medaglia, ma la condanna a morte di Cosa nostra, poi un ordine di servizio che lo estrometteva dai Reparti operativi, poi un processo per “la mancata perquisizione del covo” da cui uscì assolto insieme con il suo comandante di allora, il generale Mario Mori. Per non dire di quando provarono a metterlo al caldo tra i banchi della Scuola ufficiali, a privarlo della scorta – anno 2009 – riassegnatagli dopo la rivolta dei suoi uomini che si erano raddoppiati i turni per proteggerlo.

Ripescato dal ministero dell’Ambiente, messo a capo del Noe, Sergio De Caprio ha trasformato i Nuclei operativi ecologici a sua immagine, macinando indagini, rivelazioni. Oltre a molti e sorprendenti arresti, da quelli di Finmeccanica ai più recenti per gli appalti de L’Aquila. L’elenco è lungo come un film. Si comincia dai conti di Francesco Belsito, quello degli investimenti della Lega Nord in Tanzania e dei diamanti, il tesoriere del Carroccio che a forza di dissipare milioni di euro come spiccioli, ha liquidato l’intero cerchio magico di Umberto Bossi. Poi Finmeccanica. Con il clamoroso arresto di Giuseppe Orsi, l’amministratore delegato del gruppo e di Bruno Spagnolini di Agusta, indagati per una tangente di 51 milioni di euro pagata a politici indiani per una commessa di 12 elicotteri. E ancora. L’arresto di Luigi Bisignani indagato per i suoi traffici di informazioni segrete e appalti per la P4, coinvolti gli gnomi della finanza e della politica, spioni, e quel capolavoro di Alfonso Papa, deputato Pdl, che aveva un debole per i Rolex rubati.

Poi le ore di confessioni di Ettore Gotti Tedeschi il potente banchiere dello Ior, interrogato sulle operazioni più riservate della banca vaticana dietro le quali i magistrati ipotizzavano il reato di riciclaggio. Le indagini sul tesoro di Massimo Ciancimino seguito fino in Romania; quelle su una banda di narcotrafficanti a Pescara, e persino quelle recentissime su Roberto Maroni, il presidente di Regione Lombardia, accusato di abuso di ufficio per aver fatto assumere due sue collaboratrici grazie a un concorso appositamente truccato. Per finire con le inchieste sulla Cpl Concordia, la ricca cooperativa rossa che incassava appalti in mezza Italia, distribuiva consulenze, teneva in conto spese il sindaco Pd di Ischia, Giosi Ferrandino, e per sovrappiù comprava vino e libri da un amico speciale, l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Inchieste in cui compaiono anche due sensibilissime intercettazioni, tutte pubblicate in esclusiva dal Fatto lo scorso 10 luglio.

La prima – 11 gennaio 2014 – è quella tra Renzi e il generale della Gdf Adinolfi, nella quali l’allora soltanto leader del Pd svelava l’intenzione di fare le scarpe a Enrico Letta per spodestarlo da Palazzo Chigi. La seconda – 5 febbraio 2014 – è quella relativa a un pranzo tra lo stesso Adinolfi, Nardella (allora vicesindaco di Firenze), Maurizio Casasco (presidente dei medici sportivi) e Vincenzo Fortunato (il superburocrate già capo di gabinetto del ministero dell’economia) in cui si faceva riferimento a ricatti attorno al presidente Napolitano per i presunti “altarini” del figlio Giulio. Tutto vanificato ora per il “cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”. Motivazione d’alta sintassi burocratica che a stento coprirà gli applausi della variopinta folla degli indagati (di destra, di centro, di sinistra) e la loro gratitudine per questa inaspettata via d’uscita che riapre le loro carriere, mentre chiude quella di Sergio De Caprio.

Eventualità non del tutto scontata, visto il malumore che in queste ore serpeggia dentro l’Arma, e vista la reazione (furente e non del tutto silenziosa) dell’interessato che trapela dalla lettera inviata ai suoi uomini, una dichiarazione di guerra, travestita da addio.

* da il Fatto Quotidiano del 21 agosto 2015

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Vaticano, con Papa Francesco calano le operazioni “sospette” allo Ior

Grazie all’avvento di quella straordinaria persona che è Papa Francesco in Vaticano sono calate le attività finanziarie sospette ed illecite . La notizia proviene dal Rapporto 2014 dell’ AIF, l’ Authority finaziaria vaticana che,  “ha ricevuto 147 segnalazioni di attività sospette“, delle quali “141 dagli enti vigilati, 4 dalle autorità della santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano e due da altri enti“. “Dal numero e qualità delle segnalazioni emerge – dichiara il Rapporto – un graduale e complessivo consolidamento dei meccanismi di segnalazione, una maggiore consapevolezza degli obblighi di prevenzione e contrasto delle attività finanziarie da parte dei soggetti vigilanti e una crescente efficacia del sistema nel suo insieme“. Nel 2011 le segnalazioni erano state 2, diventate 6 nel 2012, ben 202 nel 2013 . L’anno scorso, l’ammontare delle operazioni sospese è di 561.574,89 euro.

CdG ior-11

Il picco del 2013 – spiegano i dirigenti riconoscendo la svolta legalitaria innescata all’indomani dall’elezione a Papa di Jorge Mario Bergoglioera legata al lavoro all’interno dello Ior per la revisione e la chiusura di rapporti e conti“. Allo stato attuale, ha sottolineato in proposito ai giornalisti,  Tommaso Di Ruzza il direttore dell’ AIF,    “ci sono un buon grado di dialogo e di reciproca fiducia con la Banca d’Italia e speriamo, tra non molto tempo, di formalizzare la cooperazione e gli scambi di informazione” . L’attività dell’AIF è necessaria, si legge nel Rapporto, “qualora vi sia “fondato motivo di sospettare un’attività di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo”, l’AIF trasmette i rapporti all’ufficio del Promotore di giustizia (pm) presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano, e nel 2014 l’AIF “ha trasmesso sette rapporti all’ufficio del promotore di giustizia” e “nella maggior parte dei casi le optesi di reato presupposto sullo sfondo sono potenziali casi di frode o l’evasione o elusione fiscale“.