Consultazioni di Governo. I partiti al Quirinale, ma manca l’accordo

ROMA – Dopo il nulla di risolto nel vertice di ieri sera, nel centrodestra regna il caos. Nella prima  mattinata di oggi  tutti i leader si sono ritrovati a Palazzo Grazioli da Silvio Berlusconi di Forza Italia affiancato dal presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.  Partecipano al vertice  Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti della Lega, Giorgia Meloni ed Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia . Il tentativo è quello di trovare una soluzione alla mancanza di un Governo nella diciottesima legislatura. E fare il punto in vista dell’incontro al Colle con il presidente Sergio Mattarella per l’ultimo giro di consultazioni.

Forza Italia ribadisce senza mezzi termini la sua contrarietà al nuovo tentativo di Luigi Di Maio di spaccare la coalizione, ribadendo di non essere disponibile a dare un appoggio esterno a un esecutivo Lega-M5S. E dice “no” anche all’ipotesi di un governo del presidente. A ribadirlo stamattina la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ospite del programma “Circo Massimo” su Radio Capital: “Come il centrodestra sta unito nel dire no alla proposta di Di Maio, è unito nel dire no a un governo del Presidente“.

Ieri sera Salvini avrebbe mantenuto la sua posizione contraria ad un “governo del Presidente” spiegando a Berlusconi che senza un governo politico che dia garanzie agli italiani sarebbe meglio andare al voto al più presto. Il leader di Forza Italia avrebbe ribadito al leader della Lega che Forza Italia non intende rimanere fuori da un eventuale governo politico con i M5S, avvertendo che non darà mai il via libera ad appoggi esterni.

Nel frattempo con l’arrivo al Quirinale della delegazione del Movimento 5 Stelle, composta da Luigi Di Maio e dai capigruppo di Camera e Senato Giulia Grillo e Danilo Toninelli, ha preso il via il terzo e ultimo ciclo di consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per la formazione del nuovo governo, al termine del quale il Capo dello Stato potrebbe prendere una sua iniziativa, se le forze politiche si dimostreranno ancora incapaci di dar vita ad una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un esecutivo. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Agi, si è appreso di una telefonata intercosa stamane fra Di Maio e Salvini prima che il segretario della Lega prendesse parte al summit della sua coalizione.

Al termine, Luigi Di Maio ha detto: “Se c’è la volontà si può ancora fare un governo politico. Sono disponibile a scegliere con Salvini un premier terzo con un contratto di governo che preveda condizioni non trattabili che sono il reddito di cittadinanza, l’abolizione della Fornero e una serie di misure anti-corruzione“. Il leader M5s ha aggiunto: “Non siamo disponibili a votare la fiducia a governi tecnici. Se c’è buona volontà si può ancora fare un governo politico” proseguendo: “Se non ci sono condizioni per governo politico, consapevole dei problemi degli italiani e che non faccia solo quadrare i conti, allora per noi si deve tornare al voto nella consapevolezza che sarà un ballottaggio: ora è chiaro che ci sono due realtà politiche che competono per governo di questo Paese e gli italiani sceglieranno” e concluso “Quando dico vogliamo fare un contratto con la Lega stiamo considerando una forza politica: la novità è che siamo disposti a trovare un presidente del Consiglio insieme. Se abbiamo eletto delle cariche istituzionali è bene che continuino a fare le cariche istituzionali”.

 

Sul fronte dei possibili candidati premier di un eventuale governo di “tregua”, in testa alle classifiche figura anche il nome di Carlo Cottarelli, già commissario alla spending review: “Non mi ha chiamato nessuno“, risponde a Circo Massimo. Ma non nega che “sarebbe pronto a prendersi le proprie responsabilità”  ritenendo però che “per mettere al riparo da certi rischi l’economia italiana ci vuole un governo politico. I mercati finanziari al momento sono tranquilli, c’è molta liquidità. Non c’è un’emergenza economica in questo momento. Non serve un esecutivo alla Monti“. E conclude: “Se non c’è qualche choc esterno non mi aspetto un aumento particolare degli spread anche con le elezioni a ottobre“.

Alle 11 sono arrivati  al Colle , i rappresentanti del centrodestra e Salvini si è messo in campo personalmente : “Abbiamo offerto al presidente della Repubblica la mia disponibilità di dare vita a un governo di centrodestra che cominci a risolvere tutti i problemi del Paese. Il Colle ci dia modo di trovare la maggioranza“, afferma dopo l’incontro con il capo dello Stato, confermando una linea comune decisa nel corso di un vertice di coalizione che si è tenuto nella prima mattina a Palazzo Grazioli. Subito dopo i colloqui la distanza fra Lega e M5s è aumentata con una nuova rottura innescata dalle rispettive dichiarazioni incrociate. Di Maio ha affermato: “Salvini non ha i numeri per formare un governo“. Ma  il capogruppo leghista della Camera Giancarlo Giorgetti di rimando replica: Di Maio non conta più un c..., il leader incaricato sarà Salvini”.

Il Partito Democratico intanto osserva da spettatore: “Mi pare che adesso il problema sia di qualcun altro“, ha detto il segretario reggente  Maurizio Martina . Questa mattina al Nazareno per un vertice allargato sono arrivati oltre a Martina, Ettore Rosato, Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Andrea Romano, Matteo Orfini e i ministri Marco Minniti e Carlo Calenda. Atteso Andrea Marcucci. La riunione è allargata anche alle minoranze, sono presenti infatti Dario Franceschini, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo, Antoci (in rappresentanza di Michele Emiliano) prima delle partecipazione delle delegazione Pd alle consultazioni al Quirinale.

Come ben noto i dem al momento sono gli unici intenzionati a sostenere un eventuale governo tecnico. “Noi pensiamo che a questo punto sia urgente dare una soluzione alla crisi. Basta traccheggiare, basta con il gioco dell’oca. Supporteremo l’iniziativa del Presidente della Repubblica fino in fondo. Bisogna fare tutti un passo avanti, il Paese viene prima di tutto”, ha dichiarato il segretario reggente del Pd Maurizio Martina al termine delle consultazioni, facendo appello alla responsabiltà di tutte le altre forze politiche.

Dal portavoce di Matteo Renzi era arrivata la smentita di contatti con Luigi Di Maio: “A differenza di quanto riportato ancora oggi da alcuni quotidiani, Matteo Renzi non ha mai incontrato né si è mai sentito con Luigi Di Maio. Tra i due non ci sono stati dopo il 4 marzo né contatti, né trattative, né sms“.

Nel pomeriggio, a partire dalle 16, intervallate di 20 minuti, le udienze con Leu, Autonomie Senato, Gruppi Misti di Senato e Camera. Quindi alle 17.30 e alle 18 gli incontri con i presidenti della Camera, Roberto Fico, e del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Al momento scompare all’orizzonte la prospettiva di un governo “di tregua” che, nelle intenzioni del Quirinale, sarebbe dovuto durare fino a dicembre per proteggere l’Italia da alcune tegole, incominciando dall’aumento dell’Iva al 25 per cento quale conseguenza dell’impossibilità di approvare in tempo la manovra finanziaria 2019. Ma alla alla luce delle dichiarazioni rilasciate, dopo i colloqui al Quirinale, da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sulla base dei numeri parlamentari le possibilità di questo tipo di governo sono pressochè inesistenti.

Negli ambienti del Quirinale la parola è cambiata. Al posto dell’esecutivo “di tregua” adesso si parla esplicitamente di governo “elettorale“. cioè necessario  esclusivamente ad accompagnare il paese alle urne, il più in fretta possibile (compatibilmente con le ferie estive). Negli ultimi giorni qualcuno immaginava che questo compito lo avrebbe potuto tranquillamente svolgere Paolo Gentiloni, senza bisogno di mettere in campo altre personalità. Ma negli ultimi giorni pare sia prevalsa l’esigenza di affrontare il voto-bis con figure più “indipendenti” del pur equilibrato ed apprezzato Gentiloni, specialmente se l’attuale presidente del Consiglio dovesse correre per il Pd quale “candidato premier”.

Non sarebbe in fondo una prima volta. Già nel 1979 il quinto governo Andreotti fu creato apposta per portare l’Italia alle urne, e così il sesto gabinetto Fanfani, nel suo caso correva l’anno 1987. Più ci si addentra nella ipotetica “Terza Repubblica”, e più ci accorgiamo che in realtà somiglia sempre di più alla Prima.

(notizia in aggiornamento)




Direzione Pd. Martina: “Con M5s capitolo chiuso”. La riunione si è conclusa con un voto unanime. Lunedì ultime consultazioni al Quirinale

ROMA – Chiusura netta e chiara alle “proposte” indecenti del M5s ma anche ad accordi con il Centrodestra, stop agli odi all’interno del Pd e si paventa il rischio non più tanto difficoltoso di un ritorno alle elezioni. Sono stati i punti cardinali dell’intervento  del segretario ” reggente” Martina nel corso del suo intervento in direzione. “Supporteremo l’operato del presidente Mattarella, a cui vanno la nostra stima e fiducia. Anche lunedì alle consultazioni da noi ci sarà un atteggiamento costruttivo- Ribadiremo i nostri capisaldi irrinunciabili quali una crescita equa contro le diseguaglianze e un rinnovato impegno per la nuova europa“.

“Quella del 4 marzo è stata una delle più gravi sconfitte nella storia del centrosinistra” ha aggiunto Martinala nostra discussione deve ripartire da qui perchè non possiamo rimuovere quello che è accaduto. Dobbiamo riflettere, analizzare e capire per cambiare“. Attualmente l’ipotesi più possibile è la conclusione della direzione con un voto come ha detto Orfini, ma ancora non è prevedibile se si arriverà ad una rottura interna, o se esiste ancora un margine perché il reggente provi a ricucire.

Fino all’ultimo si è tentato di mediare “La direzione si chiuderà con un voto” così è iniziata con le parole del presidente del Pd  Matteo Orfini la riunione al Nazareno, mentre prima dell’inizio della direzione Pd con la sala piena al terzo piano, a quello inferiore continuavano le riunioni dei leader con il reggente Maurizio Martina proprio per evitare la conta e quindi  lavorare ad un ordine del giorno condiviso. L’area della minoranza che fa capo ad Andrea Orlando, che si è riunita precedentemente alla Camera, non vuole che tutto finisca con un compromesso al ribasso e quindi ha lanciato un messaggio forte e chiaro: “Sì alla fiducia a Martina ma soltanto se sarà fatta chiarezza. Non è possibile che si faccia finta che Renzi non abbia mai parlato da Fazio”.

All’esterno del Nazareno nonostante la pioggia vi è una vera e propria selva di telecamere ed “agguati” dei cronisti ai membri della direzione Pd che arrivavano per la riunione. Non mancano i soliti contestatori alla ricerca di protagonismo mediatico: sono gli stessi militanti che si oppongono all’ipotesi di un accordo con M5s, ma anche altrettanti militanti che, con un cartello in mano, criticano duramente l’ipotesi di un eventuale accordo con Silvio Berlusconi. Tra i più bersagliati, l’esponente della sinistra interna Gianni Cuperlo, protagonista di un incandescente botta e risposta con un contestatore. Uno dei contestatori, contrario all’accordo con M5s, è stato bloccato e fermato dagli agenti.

All’interno a fronteggiarsi vi sono due raggruppamenti, anche se gli spazi dei “neutrali” non mancano. I renziani che pur aprendo nelle ultime ore ad un riconoscimento formale della leadership di Martina, dicono “no” a qualsiasi ipotesi di accordo con i 5Stelle mentre dall’altra parte  quelli che vorrebbero avviare quantomeno un dialogo con il Movimento guidato da Luigi Di Maio. Un fronte variegato che spazia dal “club dei ministri” guidato da Franceschini e Orlando, fino agli esponenti della minoranza come Cuperlo e Emiliano ed agli amministratori locali come Nicola Zingaretti e Bonaccini) che ritiene nelle parole pronunciate da Matteo Renzi a ‘Che Tempo che Fa’  (RAIUNO) “una ingerenza nei confronti di una decisione che spetta alla direzione del partito“.

Il rapporto sulla linea politica da adottare nei confronti dei 5Stelle è di fatto solo un pretesto. Il Pd deve decidere a chi affidare il bastone del comando della “linea politica”. I “numeri” in direzione sembrano dar ragione all’ex segretario Matteo Renzi . Gli schieramenti, secondo i renziani, sono 125 contro 80; ma fonti “governiste” riducono la forbice a 112 contro 96. Il fronte degli oppositori interni vorrebbe provare a fare un vero e proprio “ribaltone” sancendo con un voto formale la fiducia al reggente Martina ed il conseguente passaggio di Renzi in minoranza. Una ipotesi che gli uomini vicini al segretario tendono a scongiurare: “Martina non è in discussione, gode della fiducia di tutto il partito“, dice Lorenzo Guerini.   La strategia del “Giglio Magico” in caso di contrapposizione, è chiara: la richiesta di convocare un’assemblea del Partito per eleggere un nuovo segretario  già dalla prossima settimana.

L’ex segretario e attuale senatore del Pd Matteo Renzi è arrivato in treno alla stazione Termini di Roma per partecipare alla direzione del partito, chiamato al confronto dopo le polemiche interne sulla posizione da tenere nelle trattative per la formazione del nuovo esecutivo.

La direzione Pd si è conclusa con una tregua . Alle 20 la relazione conclusiva del segretario reggente, Maurizio Martina, è stata votata all’unanimità dai membri della direzione. L’intesa di compromesso è stata trovata sull’accantonamento dei diversi ordini del giorno: da una parte quello dei renziani, dall’altra quello della sinistra interna. Chiusura verso il M5s e il centrodestra, stop agli odi all’interno del Pd e un rischio non più velato di ritorno alle urne. Questi sono stati i passaggi basilari del discorso di Martina. E poi la promessa di un impegno a sostegno dell’operato del presidente Mattarella con la dichiarazione “lunedì alle consultazioni da noi ci sarà un atteggiamento costruttivo“.

Nella relazione conclusiva di Martina c’è stato anche il passaggio sul mandato pieno al segretario reggente fino all’assemblea ma ancora non definita la data, che non è ancora stata decisa. Il premier Paolo Gentiloni prova a valorizzare lo sforzo unitario: “Più forza al Pd per affrontare i passaggi difficili delle prossime settimane“, commentando alla fine con un tweet

Il capo dello Stato Sergio Mattarella concede ancora alcune ore di tempo alle forze politiche per verificare “se i partiti abbiano altre prospettive di maggioranza di governo“. Venti minuti a delegazione. Tutte quante di nuovo convocate al Colle. Consultazioni lampo però, in una sola giornata, lunedi prossimo. Il calendario sarà reso noto nel pomeriggio di oggi . Ultima chance per verificare, come dice Sergio Mattarella, “se i partiti abbiamo altre prospettive di governo” prendendo atto che in due mesi “le posizioni di partenza sono rimaste invariate“.

Esiste realmente un gruppo di “responsabili” alle Camere disponibili a dare appoggio ad un governo di centrodestra guidato da Matteo Salvini? Se così è Mattarella auspica di poterlo verificare nelle consultazioni di lunedi al Quirinale. Anche perchè compare un altro scenario all’orizzonte politico: una spaccatura nei 5 Stelle per sganciarsi da Di Maio e favorire la nascita di un governo.

Mattarella  si avvia a verificare tutte queste varie ipotesi finora circolate solo in modo sotterraneo. Il Governo “tecnico” del Presidente è ormai l’ultima spiaggia.




Elezioni, Renzi si dimette: “Sconfitta chiara. Ora nuova pagina del Partito Democratico”

ROMA – “Come sapete e come è doveroso, mi pare che abbiamo riconosciuto con chiarezza che si tratta di una sconfitta netta, una sconfitta che ci impone di aprire una pagina nuova all’interno del Pd“. Lo ha detto ieri pomeriggio Matteo Renzi segretario del Pd  al Nazareno che annuncia le dimissioni da segretario del Partito Democratico. “E’ ovvio che io debba lasciare la guida del partito democratico“, ha aggiunto.

Avevamo detto no a un governo con gli estremisti, non abbiamo cambiato idea. Non c’è nessuna fuga. Terminata la fase dell’insediamento del Parlamento  – ha detto ancora – e della formazione del governo, io farò un lavoro che mi affascina: il senatore semplice, il senatore di Firenze, Scandicci, Insigna e Impruneta“.  Serve “un congresso che a un certo punto permetta alla leadership di fare ciò per cui è stato eletto. Non un reggente scelto da un ‘caminetto’, ma un segretario scelto dalle primarie”, ha aggiunto.

Matteo Renzi annuncia le sue dimissioni da segretario del Pd

“Diciamo tre no: no agli inciuci, no ai caminetti: l’elemento costitutivo del Pd sono le primarie, no agli estremisti“. Renzi precisa subito che resterà in carica fino alla composizione delle Camere e alla nascita del nuovo governo. Una ipoteca “pesante” sul futuro del partito. Sarà proprio l’attuale segretario a guidare le consultazioni al Colle. E Renzi avverte: “Saremo all’opposizione, il Pd non sarà mai il partito-stampella di un governo di forze anti-sistema”. E ancora: “Da Di Maio e Salvini ci dividono tre elementi chiavi: il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l’odio verbale che hanno avuto contro i militanti democratici“, aggiungendo, “nessun inciucio, il vostro governo lo farete senza di noi. Provate se ne siete capaci, noi faremo il tifo per l’Italia“.

Renzi ha rivendicato i successi del governo di centrosinistra: “Siamo orgogliosi dei nostri risultati, ora riconsegnamo le chiavi convinti che di aver contribuito a creare un Paese migliore. Il nostro errore è stato non votare nel 2017″. Pone anche paletti per la scelta del prossimo segretario dem: “Non deve essere espressione di caminetti ristretti” e chiede nuovamente le primarie. “Poi cosa farò io? Il senatore semplice“.

 

La parabola politica di Matteo Renzi

Quindi dimissioni, ma congelate fino al nuovo governo. O a nuove elezioni. Nel partito è esploso il dissenso manifestato dal capogruppo dem al Senato Luigi Zanda: “La decisione di Matteo Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide di darle, si danno senza manovre. Quando Veltroni e Bersani si sono dimessi lo hanno fatto e basta. Un minuto dopo non erano più  segretari“. Analoga l’opinione di un’altra ex-big del partito, Anna Finocchiaro: “Le dimissioni si danno, non si annunciano”. E Gianni Cuperlo: “Da Renzi, coazione a ripetere gli errori. Chiedo l’immediata convocazione della direzione“.

Renzi è stato circondato in giornata da pochi fedelissimi: Guerini, Orfini, Lotti, Bonifazi. A un certo punto è arrivata da Bolzano una raffreddata Maria Elena Boschi, tra i pochi “big” a poter vantare la propria vittoria nel collegio grazie al sostegno massiccio della Svp, che si è infilata in ascensore ammettendo che sì, per il Pd «è stata una sconfitta netta». Nella sala ingombra di telecamere, presenti anche tanti cronisti stranieri, nessun esponente del partito da dove sono presto arrivate le critiche.

Sul fronte renziano, intervengono in difesa del segretario dimissionario Anna Ascani che dice”Zanda vuole inciuci e caminetti o vuole candidarsi a segretario” seguita da Michele Anzaldi che aggiunge “Da Zanda una polemica senza senso“. Per il coordinatore, Lorenzo Guerini: “Nessuna dilazione, le dimissioni di Renzi sono verissime. Lo ha detto chiaramente in conferenza stampa: il Pd è all’opposizione, in coerenza con quanto detto in campagna elettorale da tutto il Pd. E nessuna gestione solitaria dei prossimi passaggi: lunedì prossimo faremo la Direzione nazionale e quello sarà il luogo e il momento per aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati“.  Ed il presidente, Matteo Orfini: “Alla luce delle dimissioni del segretario, ho convocato la direzione per lunedì alle 15. E dopo la direzione fisserò la data di convocazione dell’assemblea nazionale che, come previsto da statuto, dovrà recepire le dimissioni e avviare gli adempimenti conseguenti. Questo prevede il nostro statuto, che come sempre rispetteremo“.

Scende in campo anche Andrea Orlando, ministro della giustizia ancora in carica, il principale oppositore di Renzi alle ultime primarie. Ed il suo commento è chiaramente durissimo: “Di fronte alla sconfitta più grave della storia della sinistra italiana del dopoguerra mi sarei aspettato una piena assunzione di responsabilità da parte di un segretario che, eletto con il 70% al congresso, ha potuto definire, in modo pressoché solitario, la linea politica, gli organigrammi e le candidature. Invece siamo alla ormai consueta elencazione di alibi e all’individuazione di responsabilità esterne. Lo stesso gruppo dirigente che ci ha condotto alla sconfitta oggi si riserva il compito di affrontare, senza nessuna autocritica, questa travagliatissima fase per il Pd e per il Paese. Noi siamo, tanto quanto Renzi, contro i caminetti ma anche contro i bunker.

Il  presidente della Regione Puglia Michele Emiliano oppositore di Renzi con la sua minicorrente di Fronte democratico, dice “Dalle sconfitte, anche quando sono annunciate e pesanti, bisogna sempre trarre insegnamento per rilanciare la propria battaglia per il bene comune. La comunità del centro sinistra esiste, è smarrita e ha bisogno di ritrovarsi e rifondarsi. Renzi punta alla sua autoconservazione, sta pensando a come rientrare in partita, non a come far rientrare il Paese in partita. Per questo finge di dimettersi“. In realtà dovrebbe dimettersi proprio Emiliano dopo la sconfitta del Partito Democratico in Puglia, che è una sua inequivocabile responsabilità




Ecco tutti i candidati del Pd nei collegi di tutt' Italia

di Giovanna Rei

ROMA – Ecco le liste ufficiali che verranno depositate questa mattina, con i candidati del Partito Democratico. “Combatteremo. Il Pd deve vincere qualunque sia stata la decisione presa, anche se non nel modo giusto”. E’ alle 4 di notte di ieri che anche il “vero” leader della minoranza Andrea Orlando, sfidante Renzi alle ultime “primarie”, lasciando il Nazareno, ha confermato il malumore ma per ora ha preferito chiudere la polemica sulle liste, rese note ufficialmente all’alba.

candidati-PD-2018

Le parlamentari “dem” emiliane dopo la presentazione delle liste, hanno scritto a Renzi lamentando il non rispetto delle quote rosa, con il ministro Claudio De Vincenti recuperato in extremis nel collegio di Sassuolo rifiutato da Gianni Cuperlo che ha dichiarato: “Spero che ci sarà un candidato che di quei luoghi si sentirà parte. Molto più di me” .

Molti candidati provengono dalla società civile, e correranno in diversi collegi. L’imprenditore Riccardo Illy , ad esempio, sarà in un collegio senatoriale a Trieste, Paolo Siani, il fratello del giornalista Giancarlo, ucciso dalla Camorra, sarà candidato a Napoli. E mentre Lucia Annibali sarà in lizza a Parma (più diverse circoscrizioni), Francesca Barra scenderà in pista a Matera. Poi ci sono Flavio Corradini a Macerata, e l’avvocatessa Lisa Noja, impegnata sul fronte sociale, a Milano.

 Quanto ai “fedelissimi”,  il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, è capolista in Emilia Romagna 01 (Forlì-Cesena-Rimini) ed è candidato nel collegio uninominale di Ferrara per la Camera. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando è capolista nel listino Emilia Romagna 04 (Parma-Piacenza Reggio) mentre Matteo Orfini, presidente del Pd, è capolista nel collegio Lazio 1-02 (Roma Ovest) ed è candidato nel collegio uninominale alla Camera di Roma zona Torre Angela. Maria Elena Boschi è candidata nel collegio uninominale di Bolzano e “sarà capolista anche a Taormina, dove ha organizzato il G7 donne”,

Luca Lotti  ha avuto il ‘suo’ collegio di Empoli, sempre alla Camera e Valeria Fedeli che sarà a Pisa per il Senato. Anche Graziano Delrio correrà in casa alla Camera, Reggio Emilia, nel listino, mentre Marianna Madia affronterà una sfida nel collegio Camera Roma2 e poi spazio nei listini in Calabria e nelle Marche. Anche il ministro Pier Carlo Padoan ha un collegio a Siena, e un listino a Torino, dove è capolista, mentre nell’uninominale di Massa è stato scelto l’ex magistrato e sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, che corre anche come capolista nel listino Toscana 04 (Arezzo, Siena, Grosseto). Ieri Renzi ha ringraziato Marco Minniti, responsabile del Viminale, impegnato a gestire la complessa macchina delle operazioni elettorali, che ha accettato la candidatura nel collegio di Pesaro, e sarà candidato anche in due liste plurinominali.

Matteo Renzi rimanda le critiche ai mittenti: “Abbiamo messo in campo la squadra più forte. Abbiamo idee vincenti e convincenti. Abbiamo restituito al Paese la possibilità di provarci, uscendo da una crisi devastante”, sostenendo il suo pensiero diffuso sui socialnetwork o in tv. Renzi, si sforza di fare il realista, prendendo effettivamente in prestito un pezzetto del modo di fare del premier Paolo Gentiloni. La corsa per “il premier che verrà” a questo punto è più aperta che mai,  anche, se parlando in termini realistici, la strategia su cui contano Pd e Forza Italia è sempre quella delle larghe intese. La grande  verità inconfessabile della campagna elettorale.

Il segretario dem ha ringraziato anche il premier Paolo Gentiloni (che correrà nel collegio uninominale Camera 1 del Lazio, e sarà capolista nelle Marche 01 Ascoli-Macerata e in Sicilia 2-02) e i ministri. Un ringraziamento anche a Cesare Damiano, per aver accettato collegio di Terni, da sempre complicato per la sinistra. E poi c’è Teresa Bellanova che sfiderà Massimo D’Alema nel collegio pugliese: “Speriamo di poter dire dopo il 4 marzo che quello è il collegio di Bellanova e non più di D’Alema”, ha affermato il segretario.




Per fare le scissioni ci vuole coraggio e coerenza, quindi Michele Emiliano resta nel Pd.

Il governatore pugliese Michele Emiliano ha deciso: resta nel Pd scaricando Speranza e Rossi,  ed ha partecipato oggi alla direzione sulle regole al Nazareno, per sfidare al congresso Matteo Renzi .

Una scelta quella di Emiliano, di cui i  “bersaniani” non condividono le modalità, e per questo molto criticata.Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza ed i parlamentari della loro area non hanno cambiato idea come il governatore pugliese: non hanno partecipano alla direzione di oggi sul congresso del Pd e di fatto ormai sono usciti dal Partito Democratico .

Michele Emiliano intervenendo in direzione al Pd ha detto L’avrei voluto fare in assemblea ma il rispetto che ho per Rossi e Speranza non me l’ha consentito. Oggi vi ribadisco che mi candiderò alla segreteria del Pd. Questa è casa mia, casa nostra e nessuno può cacciarmi o cacciarci via” aggiungendo  “Con Rossi e Speranza abbiamo condotto una riflessione comune – ha detto Michele Emiliano annunciandola sua candidatura alla leadership del Pd -, Enrico e Roberto sono persone perbene, di grande spessore umano che sono state offese e bastonate dal cocciuto rifiuto ad ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione“.

 Bersani, Rossi e Speranza da quanto si apprende,sono così fuori dal partito e dissentono dalla scelta di Michele Emiliano di sfidare Renzi alle primarie. “È una scelta personale“, sottolineano, mentre il “clan Emiliano” parla di “continui contatti con Rossi e Speranza“. “Ogni ragionamento condiviso”, spiega il suo entourage con “la volontà di andare avanti insieme“.  Ma in realtà così non è.

Infatti Roberto Speranza, interpellato dall’Ansa dopo la giravolta di Emiliano, ha detto: “Prendiamo atto della scelta di Michele Emiliano, quella di candidarsi nel PdR“, il Partito di Renzi” aggiunge l’esponente della minoranza Pd che, con Enrico Rossi e Michele Emiliano, aveva animato la kermesse degli scissionisti al Testaccio.Ognuno ha il suo carattere, il suo modo di comportarsi. Con Emiliano ci saremmo dovuti risentire oggi, invece non l’ho sentito, il che evidentemente era un segnale di quello che poi è successo. Per me non sarebbe un comportamento normale” questo il giudizio di Enrico Rossi, ospite in serata di Lilli Gruber a “Otto e mezzo”.

La Direzione nazionale del Partito Democratico si è riunito oggi pomeriggio a Roma, nella sede nazionale di via S. Andrea delle Fratte, con all’ordine del giorno  l’elezione della commissione nazionale per il Congresso. Roberto Speranza, e con lui la componente “bersaniana” dei dem, e il governatore della Toscana Enrico Rossi non hanno partecipato alla riunione della direzione, rinunciando – di conseguenza – ad avere un uomo di fiducia all’interno della commissione di garanzia per il congresso, organismo che mira a tutelare le ragioni di tutti i candidati alla segreteria.

In questo momento, da parte mia, – confessa Speranza,  non ci sono le condizioni per stare nel congresso”, mentre Rossi ammette si sentirsi già “fuori dal Pd”.   E’ di fatto scissione.

Pierluigi Bersani in serata, a DiMartedì (La7) ha un tono pesante: “Non me la sento di rinnovare la tessera del Pd, non mi interessa partecipare a questo congresso, anche se rimango nel centrosinistra. Non è più la ditta, non è il Pd. Si è spostato. Noi non abbiamo fatto nessuno strappo, abbiamo chiesto questa discussione nei tempi normali”. Aggiunge: “Sostengo il governo, lo sosterrò sempre ma chiederò di correggere qualche cosa, come sul lavoro e la scuola“. Ed aggiunge: “Dal primo giorno ho capito che con Renzi non mi sarei preso. Io con pochi voti ho vinto. Se questi qui con il 40% fanno vincere la destra li vado a cercare

Indicata commissione congresso in direzione – Questi gli esponenti Pd che Matteo Orfini ha proposto in direzione per comporre la commissione Congresso:  Silvia Fregolent, Martina Nardi, Mauro Del Barba, Ernesto Carbone, Alberto Losacco, Caterina Bini, Tommaso Ginoble, Emilio Di Marzio, Teresa Piccione, Roberto Morassut, Roberto Montanari, Claudio Mancini, Micaela Campana, Michele Bordo, Andrea De Maria, Paolo Acunzo, Antonio Rubino. A questi si aggiunge il vicesegretario Lorenzo Guerini. Nomi approvati al termine della direzione, con un solo voto contrario e otto astenuti. Adesso la commissione dovrà essere integrata da un rappresentante di Emiliano. “La commissione che abbiamo composta, con criteri di pluralismo e rappresentanza, fotografa lo stato attuale del Partito Democratico. Avevo invitato alcuni aspiranti candidati al congresso a partecipare a questa discussione, hanno deciso di non partecipare, ma abbiamo lo strumento per integrare la commissione” in futuro, ha detto il presidente del Pd, Matteo Orfini, alla direzione.

Boccia, che è schierato con Emiliano, chiede l’integrazione della commissione congressuale, apprezzando l’estremo vano tentativo di mediazione di Gianni Cuperlo di far slittare le primarie a luglio, che in realtà è stato già respinto  dal vertice del Pd.

“Se qualcuno vuole lasciare la nostra comunità – è il messaggio del segretario dimissionario Renzi  – questa scelta ci addolora, ma la nostra parola d’ordine rimane quella: venite, non andatevene. Tuttavia è bene essere chiari: non possiamo bloccare ancora la discussione del partito e soprattutto del Paese. È tempo di rimettersi in cammino“.

“Mentre gli organismi statutari decidono le regole del Congresso – continua Renzi io sono in partenza per qualche giorno per gli Stati Uniti. Vi racconterò sul blog.matteorenzi.it il mio diario di bordo dalla California dove incontreremo alcune realtà molto interessanti. Priorità: imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo del digitale, nel mondo dell’innovazione “. “Personalmente ho giurato a me stesso che non sarò mai il leader di qualche caminetto – ha ribadito  Renzimesso lì da un accordo tra correnti: si vince prendendo i voti, non mettendo i veti. Per settimane intere gli amici della minoranza mi hanno chiesto di anticipare il congresso, con petizioni online e raccolte firme, arrivando persino al punto di minacciare “le carte bollate . Quando finalmente abbiamo accolto questa proposta, ci è stata fatta una richiesta inaccettabile: si sarebbe evitata la scissione se solo io avessi rinunciato a candidarmi. Penso che la minoranza abbia il diritto di sconfiggermi, non di eliminarmi”.

Per Renzi però la partita è chiusa: le primarie, afferma Guerini, saranno “ad aprile. Il segretario vorrebbe il 9 aprile ma se Orlando e Franceschini lo chiederanno si potrebbe arrivare al 7 maggio, non oltre, per chiudere presto la discussione interna e fare la campagna per le amministrative. E il governo? La finestra del voto a giugno è di fatto chiusa e Renzi ha ribadito sostegno a Gentiloni. Ma certo, osservano i renziani, se dopo la scissione la sinistra si mettesse di traverso in Parlamento potrebbe assumersi la responsabilità di far cadere il governo: la linea dell’esecutivo non si farà condizionare dagli ‘scissionisti‘, affermano, se servirà sui singoli provvedimenti sarà messa la fiducia. 

 




Renzi ha vinto contro Bersani, D’ Alema, Rossi ed Emiliano: congresso subito e voto dopo l’estate

Dopo cinque ore di riunione nel centro Alibert vicino piazza di Spagna a Roma,  assediato da cronisti e fotografi, agenti anti-sommossa  è apparso un  Matteo Renzi un po’ diverso dal solito è riuscito ad ottenere ieri quello che maggiormente desiderava, cioè le primarie del Partito Democratico entro aprile,  ma senza umiliare in modo plateale i suoi avversari interni,  evitando di stuzzicarli come in passato con nomignoli. Una buona prova di stile che in realtà preannuncia un acceso duello dialettico sulla minacciata scissione della minoranza. La Direzione del Pd era convocata per decidere su due punti: il primo, sule modalità e data del congresso del partito,ed il secondo sulla  durata della legislatura e dunque del Governo.

Al termine di una riunione svoltasi in un clima teso ma questa volta senza scivolate di stile da entrambe le parti, Renzi è riuscito a far passare con 107 voti a favore e soltanto 12 contrari,  un documento rispettando i vari passaggi previsti dallo Statuto, apre la strada ad un congresso del Pd che culminerà nella sfida finale delle Primarie, quasi certamente il 30 aprile.

Nelle intese raggiunte dietro le quinte con Dario Franceschini  ministro dei Beni Culturali a capo di un cospicuo gruppi di parlamentari e senatori, l’altra decisione strategica: quella di rinunciare all’ipotesi di elezioni anticipate a giugno.  La decisione di convocare in tempi accelerati il congresso spetta a fine settimana formalmente  all’ Assemblea nazionale del Pd, dinnanzi alla quale Matteo Renzi si presenterà dimissionario, ma questo è solo un dettaglio procedurale.

Nei prossimi giorni e mesi conterà molto il dibattito che si è svolto ieri nella direzione, che era stata convocata fuori sede, in cui Matteo Renzi ha cercato di  volare alto: partendo dalla ribadita autocritica per il risultato negativo del 4 dicembre . “Parlano di rivincita ma il referendum era una finale secca e purtroppo l’ho persa” dice Renzi ma anche nell’impostare le sfide del partito “Improvvisamente è scomparso il futuro dalla narrazione politica italiana, l’Italia sembra rannicchiata nella quotidianità”.

Più di sostanza l’annuncio che “si chiude un ciclo alla guida del Pd“, così come gli attacchi in codice a Massimo D’Alema  quando Renzi ha auspicato una Commissione d’inchiesta sulle banche: “Per mesi si è parlato solo di due o tre banche toscane» quando secondo per il segretario del Pd altrettanto interessanti sono i casi di Antonveneta, della Popolare di Vicenzaaggiungendo dei chiari riferimenti alla disastrosa privatizzazione di Telecom Italia, così come “qualcosina” è arrivata anche a Emiliano con il riferimento all’ex Banca121 (Banca del Salento) e la Banca Popolare di Bari  .

Puntuale la rivendicazione del consuntivo politico a scopo congressuale : “Ho preso un Pd che aveva il 25 per cento e nell’unica consultazione politica lo abbiamo portato al 40,8“.  Adesso per Renzi la vera “partita” si gioca nella capacità di mantenere dentro il Pd l’ala “post-comunista”, perderla sarebbe uno smacco e solo per questo motivo  il segretario ha descritto in termini paradossali i recenti zig-zag della minoranza: “De Luca ha detto che siamo dei masochisti, io non posso essere sadico: va bene tutto ciò che serve per creare un clima per sentirsi a casa, ma quando si ha paura di confrontarsi con la propria gente, io credo che l’ennesimo passo indietro non sarebbe capito neanche dai nostri“.

Durante il dibattito il governatore della Regione Toscana Enrico Rossi non ha ancora sciolto la “riserva” alla propria candidatura, mentre il suo collega pugliese Michele Emiliano non aspettava altro, pur potendo contare a stento su due deputati e qualche consigliere regionale, uno dei quali peraltro sotto processo. Ma anche Emiliano avrà qualche difficoltà, a partire da quella dovrà fare la sua campagna elettorale con un macigno sulle spalle, e cioè il procedimento dinnanzi al Consiglio Superiore della magistratura richiesto dal Procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione, rinviato grazie allo “stratagemma” procedurale di Emiliano di cambiare difensore.

Un Emiliano imbarazzante nel suo intervento,  che a un certo punto implora Renzi: “Matteo, non mi guardare con la faccia che facevi con Bersani, fammi un’altra faccia…. Il Movimento 5 Stelle della Puglia ha chiesto le dimissioni del presidente della Regione, Michele Emiliano, che “candidandosi alla segreteria nazionale del Pd ha tradito tutte quelle persone che avevano creduto in lui e ha tradito il suo mandato da governatore”. “E ciò che è peggio – hanno aggiunto i dirigente pugliesi pentastellati  in una nota – ha di nuovo tradito le sue stesse parole Come farà Emiliano a condurre una campagna elettorale occupandosi al tempo stesso dei problemi della sanità pugliese, della xylella, dell’acqua pubblica, dell’emergenza rifiuti, dei disoccupati, di famiglie che non arrivano alla fine del mese? E se venisse eletto, chi si occuperebbe dei pugliesi?”. Secondo i consiglieri regionali pugliesi del  Movimento 5 Stelle  “questa Regione ha bisogno e merita una vera possibilità. Una terra incantevole, meravigliosa ma con tanti tanti problemi da risolvere che attende solo di essere governata da persone che – hanno concluso – la amino sinceramente e si dedichino anima e corpo a lei senza pensare unicamente alle proprie ambizioni personali”.

 

 


Il Renzi vero viene fuori alla fine.
Nelle repliche, quando si butta alle spalle le premure usate nell’intervento inziale: non erano da lui. Ed infatti Renzi dopo aver ascoltato Bersani con espressione di sufficienza,  sicuro dell’asse con Dario Franceschini, fa il Renzi. Della serie: “O la va o la spacca“: così, dopo due mesi di tentennamenti. Ed attacca così: “Non siamo soli a rappresentare il Pd. Ci sono centinaia di migliaia di iscritti e la chance per un loro coinvolgimento è il congresso. Dopo due mesi che avanziamo proposte, salvo il giorno dopo cambiare posizione, un punto va messo. Non io, non noi ma l’assemblea. Abbiamo cambiato linea una volta alla settimana per le esigenze di tutti… Abbiamo proposto il congresso e ci è stato risposto: no. Abbiamo proposto la conferenza programmatica ed è stato no. Le primarie no. C’è un limite a tutto. De Luca ha detto che siamo un po’ masochisti”.

Il governatore campano De Luca ha spezzato una lancia a favore di Renzi, ed almeno per ora non si è fatto convincere dal cantico delle sirene del suo collega meridionale Emiliano: “Dico no all’interdizione del segretario eletto di esprimere la sua posizione..”. , e  dopo il suo intervento se ne va non senza aver dato volutamente una pacca sulla spalla per Renzi. Il resto è la “conta”. Si è votato due documenti diversi e completamente opposti. C’è quello “renziano” a prima firma del senatore Franco Mirabell   un “fedelissimo” di Dario Franceschini. E’ il documento che chiede il congresso subito: breve, non esplora altri temi, né il governo, né la data del voto. E dopo arriva il documento della minoranza riunita intorno a Pierluigi Bersani , Massimo DAlema (che evidentemente non ha ancora trovato un volo per Bruxelles dopo aveva promesso di rintanarsi dopo il referendum) , e la “new entry” Michele Emiliano che con un piede si è già auto-candidato al congresso ma acconsente a fare squadra con gli altri per frenare il segretario e celebrare l’assise in autunno.

“Caro Pier Luigi, se qualcuno vuole usare il congresso -la risposta di Renzi a Bersani  – per decidere la linea sulle elezioni lo faccia. Io lo ritengo irrispettoso verso il presidente della Repubblica, il governo e i parlamentari…”,  e neanche il tema di aspettare la legge elettorale può frenare il congresso: “Anche nel 2013 non c’era la legge elettorale, c’era appena stata la sentenza della Consulta sul Porcellum come oggi sull’Italicum e io cominciai la campagna congressuale da Bari”, è la frecciata a Emiliano che allora lo faceva il “renziano” dimenticando oggi lo scambio di cortesie al vetriolo con D’ Alema.

Nessuna scissione. E Renzi aggiunge: “Non voglio nessuna scissione: se deve essere, sia una scissione sulle idee, senza alibi, e non sul calendario. Agli amici e compagni della minoranza voglio dire: mi dispiace se costituisco il vostro incubo, ma voi non sarete mai il nostro avversario, i nostri avversari sono fuori da questa stanza. Non possiamo più prendere in giro la nostra gente“.

Congresso come l’ultima volta. Quindi, tornando sul congresso, conclude, senza annunciare apertamente le sue dimissioni, ma facendole sottintendere Renzi ha detto : “Facciamo il congresso, non sarò il custode dei caminetti. Usiamo le regole dell’ultima vota – cioè quelle del congresso in cui si sfidò con Gianni Cuperlo n.d.a. – ma torniamo alla politica“. E ricorda i suoi successi: “Ho preso un partito al 25% e l’ho portato al 40,8%. Ho dato una casa europea al Pd, inserendolo nel Pse. Ma ora si chiude il ciclo. E chi perde rispetta l’esito del voto. Io non dico andate, dico venite, confrontiamoci, vediamo chi ha più popolo“.

Le elezioni. Per Renzi non c’è urgenza di andare al voto: “Il congresso del Pd non si fa per decidere quando si fa alle elezioni politiche: prima o poi si andrà a votare. Il congresso serve per essere pronti quando ci sarà il voto”.