Caso Cucchi a processo il Gen. Casarsa ed altri sette carabinieri per depistaggio

ROMA – Otto militari dell’Arma dei Carabinieri, tra cui alti ufficiali, imputati nell’ambito dell’inchiesta sui presunti depistaggi relativi alle cause della morte di Stefano Cucchi sono stati rinviati a  processo  . Si apre adesso il quarto processo che vede sul banco degli imputati la catena di comando dei Carabinieri che secondo la pubblica accusa avrebbe prodotto dei “falsi” per depistare e confondere le indagini della Procura di Roma. La prima udienza è fissata per il 12 novembre.

Gen. Alessandro Casarsa

Tra militari coinvolti, ci sono alti ufficiali come il generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del Gruppo Roma e il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale. Gli otto sono indagati a vario titolo per falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento: il colonnello Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo Carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della stazione di Tor Sapienza, dove Stefano Cucchi venne trasportato dopo il pestaggio subito, Francesco Di Sano, che era in servizio in caserma a Tor Sapienza  quando arrivò il geometra,  ed il carabiniere Luca De Cianni.

Scrive il pm:Casarsa, rapportandosi con Soligo, sia direttamente sia per il tramite di Cavallo, chiedeva che il contenuto della prima annotazione (redatta da Di Sano secondo cui Cucchi lamentava dolori al costato e che non poteva camminare, ndr) fosse modificato nella parte relativa alle condizioni di salute di Cucchi“. Cavallo rapportandosi direttamente sia con Casarsa che con Soligo chiedeva a quest’ultimo che il contenuto di quella prima annotazione fosse modificato”.

Secondo Musarò, il maggiore Soligo,  “veicolando una disposizione proveniente dal Gruppo Roma ordinava a Di Sano, anche per il tramite di Colombo Labriola, di redigere una seconda annotazione di servizio, con data falsa del 26 ottobre 2009 nella quale si attestava falsamente che ‘Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura fredda/umida che per la rigidita’ della tavola del letto ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata per la sua accentuata magrezza omettendo ogni riferimento alle difficoltà di deambulare accusate da Cucchi“.

I carabinieri indagati rispondono di falso anche in merito alla annotazione di servizio, sempre del 26 ottobre del 2009 che venne redatta dal carabiniere scelto Gianluca Colicchio (che non è indagato n.d.r.) , “indotto a sottoscrivere il giorno dopo una nota in cui falsamente attribuiva allo stesso Cucchi ‘uno stato di malessere generale, verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza’, omettendo ogni riferimento ai dolori al capo e ai tremori manifestati dall’arrestato“. Tutto ciò “con l’aggravante di volere procurare l’impunità dei carabinieri della Stazione Appia responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso“.

Gli ufficiali dell’ Arma Sabatino e Testarmata, che avevano ricevuto la delega dalla Procura di Roma ad acquisire nuove carte nell’ambito dell’indagine bis, ebbero modo di rendersi conto (nel novembre del 2015) della falsita’ di queste annotazioni del 2009 ma evitarono di segnalare la cosa all’autorita’ giudiziaria, favorendo cosi’ gli autori degli stessi falsi. Testarmata poi, una volta scoperto che era stato alterato il registro di fotosegnalamento dell’epoca con il nome di Cucchisbianchettato‘, non solo non acquisi’ il documento originale, come gli era stato ripetutamente detto da due colleghi, ma neppure riporto’ la circostanza nella relazione di servizio.

Tra gli otto militari dell’Arma rinviati a giudizio figura De Cianni che in una nota di polizia giudiziaria accuso’ Casamassima, pur sapendolo innocente, di aver fatto dichiarazioni gradite alla famiglia Cucchi a fronte di una fantasiosa promessa di soldi da parte di Ilaria, sorella di Stefano. Casamassima, che per aver collaborato con la magistratura e aver dato un impulso significativo alle nuove indagini ha subito pressioni e ritorsioni, compreso un trasferimento ad altro incarico e relativo demansionamento, gli avrebbe riferito che Cucchi la sera dell’arresto tento’ gesti di autolesionismo e che fu solo schiaffeggiato, non certo pestato. Dichiarazioni false che De Cianni ha confermato anche in un interrogatorio fatto alla squadra mobile.

Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi: “Momento storico grazie a Casamassima”

“Possiamo dire che la decisione del Gup rappresenta un momento storico e significativo per noi. Tutto è cominciato per merito di Riccardo Casamassima (il carabiniere supertestimone che ha fatto riaprire l’inchiesta, ndr)”.  è stato il primo commento, a caldo, di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, appreso il rinvio a giudizio di otto militari dell’Arma per la vicenda legata ai depistaggi. “Dieci anni fa, mentre ci battevamo in processi sbagliati – ha aggiunto Ilaria non immaginavamo neanche quello che stava avvenendo alle nostre spalle e sulla nostra pelle. Oggi poi abbiamo assistito a uno scaricabarile con il generale Casarsa che ha raccontato che le cause della morte di Stefano gli furono dettate dal generale Tomasone“. E non a caso il generale Tomasone non è stato rinviato a giudizio, e quindi prosciolto dalle ipotesi accusatorie.




Il comandante generale dei Carabinieri Nistri : "Sì all'Arma parte civile nel Caso Cucchi"

ROMA – Una vera e propria svolta nel “caso Cucchi“. Lo rende noto il quotidiano La Repubblica, che allega la prima pagina della missiva, datata 11 marzo, con la quale il comandante dei Carabinieri, il generale Giovanni Nistri, si è rivolto a Ilaria Cucchi in una lettera di quattro pagine inviatale quasi un mese fa, scrivendo:

Il Generale Giovanni Nistri

Gentile Signora Cucchi,

ho letto con grande attenzione la lettera aperta che ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Sabato scorso a Firenze, nel rispondere alla domanda di un giornalista, pesavo a Voi e alla Vostra sofferenza, che ho richiamato anche nel nostro ultimo incontro. Pensavo alla Vostra lunga attesa per conoscere la verità e ottenere giustizia. Mi creda, e se lo ritiene lo dica ai Suoi genitori, abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi sia mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà.

La abbiamo perché il Vostro lutto ci addolora da persone, da cittadini, nel mio caso mi consenta di aggiungere: da padre. Lo abbiamo perché anche noi – la stragrande maggioranza dei Carabinieri, come Lei stessa ha più volte riconosciuto, e di ciò la ringrazio – crediamo nella Giustizia e riteniamo doveroso che ogni singola responsabilità nella tragica fine di un giovane sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un’aula giudiziaria.

Proprio il rispetto assoluto della Legge ci costringe ad attendere la definizione della vicenda penale. Non possiamo fare diversamente perché, come vuole la Costituzione, la responsabilità penale è personale. Per questo abbiamo bisogno che sia accertato esattamente, dai giudici, “chi” ha fatto “che cosa“. Nell’episodio riprovevole delle studentesse di Firenze il contesto era definito dall’inizio. C’erano due militari accusati, con responsabilità sin da subito impossibili da negare, almeno nell’aver agito all’interno di un turno di servizio e con l’uso del mezzo in dotazione, quando invece avrebbero dovuto svolgere una pattuglia a tutela del territorio e dei cittadini.

In questo caso abbiamo purtroppo fatti nei quali discordano perizie, dichiarazioni, documenti: discordanze che saranno però risolte in giudizio. Le responsabilità dei colpevoli porteranno al dovuto rigore delle sanzioni, anche di quelle disciplinari. I tre accusati di omicidio preterintenzionale sono già stati sospesi. Non sono stati rimossi, è vero. Ma è vero che, se ciò fosse avvenuto, si sarebbe forse sbagliato. Faccio al riguardo due esempi. Oggi emerge che uno dei tre – secondo quanto egli ha dichiarato, accusando gli altri due – potrebbe essere innocente. Erano innocenti gli agenti della Polizia Penitenziaria, che pure erano stati incolpati e portati in giudizio.

Comprendiamo l’urgenza e la necessità di giustizia, così come lo strazio di dover attendere ancora. Ma gli ulteriori provvedimenti, che certamente saranno presi, non potranno non tenere conto del compiuto accertamento e del grado di colpevolezza di ciascuno. Ciò vale pre il processo in corso alla Corte d’Assise. E ciò varrà indefettibilmente anche per la nuova inchiesta avviata dal Pubblico Ministero, ora nella fase delle indagini preliminari, nella quale saranno giudicati anche coloro che oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita per quei Valori che fin qui ho richiamato, soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell’essere accostati a comportamenti che non ci appartengono.

Con sinceri sentimenti,

Giovanni Nistri

LETTERA CUCCHI-compresso

Il Comandante Generale si impegna a procedere in via disciplinare. Positivo il commento di Ilaria Cucchi  intervistata da Repubblica, sulla lettera che il Generale Nistri le ha inviato “Bellissima l’ipotesi che l’Arma sia parte civile sul depistaggio. E’ stata per me un momento emotivamente molto forte. Perché è arrivata dopo anni in cui io e la mia famiglia ci siamo sentiti traditi”, adesso “la lettera del generale Nistri è tornata a scaldarmi il cuore. A scacciare il senso di abbandono che ho vissuto in questi nove anni. Oggi finalmente posso dire che l’Arma è con me“.

Ilaria parla anche della possibilità che l’Arma si costituisca parte civile, in un eventuale processo per depistaggio: “So che nulla è ancora deciso. E che in ogni caso bisognerà attendere la richiesta di rinvio a giudizio per gli otto ufficiali indagati per il depistaggio. Ma ne ho parlato con il generale Riccardi, portavoce del Comandante che mi ha assicurato come l’ipotesi sia concreta – spiega -. Sarebbe bellissimo. E soprattutto, vero. Perché, come scrive Nistri, mio fratello è morto ma ad essere lesa, insieme alla sua vita e a quella della mia famiglia, è stata anche l’Arma e i suoi centomila uomini cui la lettera fa riferimento“.

 

 

il pm Giovanni Musarò

È il giorno della verità. Sono passati quasi 10 anni dalla morte di Stefano Cucchi, ma finalmente qualcosa sta cambiando. Ha deposto oggi in aula il vicebrigadiere dei Carabinieri Francesco Tedesco davanti alla prima Corte d’assise di Roma,  il militare brindisino super teste e contestualmente imputato per omicidio preterintenzionale che ha accusato i colleghi (coimputati) nel processo per la morte di Cucchi, dovrà ribadire quanto già affermato nel corso dei tre interrogatori resi nei mesi scorsi davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e al pm Giovanni Musarò.

Tedesco ha anche accettato di essere ripreso televisivamente. Sono cinque i carabinieri sotto processo nel procedimento bis in corso davanti alla prima Corte d’Assise: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Tedesco i quali rispondono dell’imputazione di “omicidio preterintenzionale”. Tedesco risponde anche di “falso” nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e “calunnia” insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della Stazione Appia dei Carabinieri di Roma, dove venne eseguito l’arresto. Vincenzo Nicolardi, anch’egli carabiniere, risponde dell’ accusa di “calunnia” con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso.

Altri otto carabinieri sono indagati nel fascicolo sui presunti depistaggi sul caso, e rispondono di reati che vanno dal falso, all’omessa denuncia, la calunnia e il favoreggiamento. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del Gruppo Roma, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della Stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi venne portato dopo il pestaggio, Francesco Di Sano, che a Tor Sapienza era in servizio quando arrivò il geometra, il colonnello Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo Carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, ed il carabiniere Luca De Ciani.

 

Il pestaggio di Stefano Cucchi

Chiedo scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile” è iniziato così il processo Cucchi-bis con la deposizione davanti alla Corte d’Assise del carabiniere Francesco Tedesco, il supertestimone che a nove anni di distanza ha rivelato che Stefano, 31 anni, venne ‘pestato’ da due suoi colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, imputati come lui di omicidio preterintenzionale. L’imputato-superteste ha raccontato le fasi del pestaggio nella caserma della Compagnia Casilina la notte dell’ arresto di Stefano Cucchi a Roma, avvenuta il 15 ottobre del 2009, dopo essersi rifiutato di sottoporsi al fotosegnalamento.

“Al fotosegnalamento Cucchi si rifiutava di prendere le impronte, siamo usciti dalla stanza e il battibecco con Di Bernardo è proseguito – racconta Tedesco –  Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete‘. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa. Io sentii il rumore della testa, dopo aveva sbattuto anche la schiena. Mentre Cucchi era in terra D’Alessandro gli diede un calcio in faccia, stava per dargliene un altro ma io lo spinsi via e gli dissi a ‘state lontani, non vi avvicinate e non permettetevi più. Aiutai Stefano a rialzarsi, gli dissi ‘Come stai?’ lui mi rispose ‘Sono un pugile sto bene’, ma lo vedevo intontito“.

Le annotazioni sparite del carabiniere Tedesco sul pestaggio di Stefano Cucchi

“Non era facile denunciare i miei colleghi. Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno” ed  aggiunge: “Ho scritto una annotazione il 22 ottobre parlando dell’aggressione ai danni di Cucchi e della telefonata a Mandolini ma non che era stato Nicolardi a consigliarmi di fare questa relazione“. “Ho fatto due originali delle mie annotazioni – ha spiegato  – sono andato in questo archivio al piano di sotto della caserma. Ho protocollato un foglio scrivendoci ‘Cucchi annotazione’, poi ho preso i due fogli e li ho messi nel registro per la firma del Comandante, di colore rosso, che poi era destinata all’autorità giudiziaria. L’altra copia era destinata alla ‘piccionaia’, come la chiamavamo in gergo, dove conservavamo tutti gli atti dell’anno corrente“.

Tedesco ha anche spiegato:Non dissi nulla di questa cosa a nessuno, pensavo di essere convocato da solo. Invece nei giorni successivi andai nel registro e vidi che nella cartella mancava la mia annotazione. Mi sono reso conto che erano state cancellate due righe con un tratto di penna

Cucchi, il verbale già pronto da firmare

“Quando arrivammo in ufficio alla caserma Appia il verbale era già pronto e il maresciallo Roberto Mandolini (imputato per calunnia n.d.r. ) mi disse di firmarlo. Cucchi non volle firmare i verbali“. E ha spiegato: “Mentre stavamo in auto per rientrare alla caserma Appia Cucchi era silenzioso, si era messo il cappuccio e non diceva una parola, chiedeva il Rivotril“. Subito dopo avere assistito all’aggressione di Cucchi, Tedesco ha testimoniato questa mattina di avere chiamato Mandolini l’allora capo della stazione Appia e “gli raccontai cosa era accaduto. Mandolini mi chiese ‘Come sta?’. Io replicai: ‘Dice che sta bene ma è successo questo, questo e questo. Cucchi sentì quella telefonata perchè lo avevo sotto braccio. Quindi salii dietro sul defender con lui, mentre Di Bernardo e D’Alessandro stavano davanti. Cucchi non disse una parola, teneva la testa abbassata, io ero turbato e lui era sotto shock più di me“.

Di Bernardo e D’Alessandro imputati entrambi per omicidio preterintenzionale,  invece “erano tranquilli, non erano spaventati più di tanto. Non erano preoccupati della telefonata che avevo fatto a Mandolini e mi dicevano: ‘Non ti preoccupare parliamo noi con Mandolini’. Arrivati alla stazione Appia, Mandolini chiamò D’Alessandro e Di Bernardo, io stavo con Stefano Cucchi, che era ancora stordito anche se cominciava a parlare un pochino con me” Mandolini poi chiamò me e Cucchi, disse: ‘Fateli venire che bisogna fermare il verbale d’arrestò. Presi il verbale e mi disse: ‘Firmalo che tra un paio d’ore devi andare in tribunale. Io lo firmai senza nemmeno leggere. Con me Mandolini faceva pesare il suo grado. Se dovevo entrare in ufficio io dovevo chiedere permesso, mentre se lo facevano D’Alessandro e Di Bernardo no. Cucchi non voleva firmare il verbale di perquisizione nè il verbale d’arresto“.

“Dire che ebbi paura è poco Ero letteralmente terrorizzato. Ero solo contro una sorta di muro – ha raccontato Tedesco –  Sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione di servizio, un fatto che avevo denunciato. Ero solo, come se non ci fosse nulla da fare. In quei giorni io assistetti a una serie di chiamate di alcuni superiori, non so chi fossero, che parlavano con Mandolini. C’era agitazione. Poi mi trattavano come se non esistessi. Questa cosa l’ho vissuta come una violenza”.




Carabiniere imputato ammette il pestaggio a Stefano Cucchi, ed accusa due colleghi."Colpito in faccia anche quando era per terra"

ROMA – Un vero e proprio di scena quello di oggi all’udienza del processo che vede cinque carabinieri imputati per la vicenda della morte di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto la settimana dopo all’Ospedale Pertini di Roma .  Il carabiniere Francesco Tedesco ha ammesso il pestaggio   accusando i suoi colleghi  Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo della violenta aggressione. “Il muro è crollato” ha commentato Ilaria Cucchi su Facebook. “Il muro è stato abbattuto. Ora sappiamo e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla famiglia Cucchi“. che ha aggiunto “Ci sono voluti 9 anni ma finalmente oggi la verità che noi sosteniamo da sempre entra in un aula di giustizia ed entra con le parole di uno degli stessi imputati, che racconta il massacro di Stefano e tutto ciò che è accaduto nei giorni successivi e cioè le coperture che ci sono state“.

 Tutto sarebbe iniziato a poche ore dal fermo di Cucchi, la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, con un battibecco tra il giovane appena arrestato e uno dei due carabinieri. All’uscita dalla sala del fotosegnalamento della Compagnia Casilina, dopo una serie di insulti arriva lo schiaffo di Di Bernardo e parte il pestaggio: “un’azione combinata“, durante la quale Stefano perde l’equilibrio e cade sul bacino per un calcio di un carabiniere e una violenta spinta dell’altro. Infine “una botta alla testa, tanto violenta da far sentire il rumore” – si legge nel verbale – e l’ultimo colpo sferrato da D’Alessandro con un calcio in faccia a Cucchi mentre questi è a terra.

Sotto processo ci sono i carabinieri Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo,  e lo stesso Francesco Tedesco, tutti imputati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, Roberto Mandolini di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi di calunnia.

Il pestaggio dei Carabinieri nei confronti di Stefano Cucchi sarebbe avvenuto nei locali della Compagnia CC Roma Casilina. “Fu un’azione combinata. – ha raccontato il carabiniere Tedesco nella sua deposizioneCucchi e Di Bernardo ricominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi, per cui Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con un schiaffo violento in pieno volto. Allora D’Alessandro diede un forte calcio a Cucchi con la punta del piede all’altezza dell’ano. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro, poi ci fu una spinta di Di Bernardo in senso contrario, che lo fece cadere violentemente sul bacino. Il giovane battè anche la testa, in modo violento, ricordo di aver sentito il rumore“.

Il carabiniere Tedesco prosegue nella sua deposizione:Io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela, che c.. fate, non vi permettete’. Ma Di Bernardo aveva proseguito nella sua azione, con la spinta a Cucchi e la sua caduta a terra. Io spinsi via Di Bernardo, ma prima che potessi intervenire D’Alessandro colpì Cucchi con un calcio in faccia (o in testa) mentre era sdraiato in terra“.

 

Dopo le botte subite dai militari Stefano Cucchi sarebbe rimasto in silenzio, in evidente stato di choc. Il carabiniere Tedesco nell’interrogatorio di luglio, dinnanzi al pm Francesco Musaro’ aveva dichiarato : “Mi avvicinai a Stefano, lo aiutai ad alzarsi e gli chiesi come stesse, lui mi rispose ‘sto bene, io sono un pugile’. Ma si vedeva che era stordito“. La deposizione a verbale proseguiva : “Dopo aver nuovamente diffidato Di Bernardo e D’Alessandro, dicendo loro di stare lontani da Cucchi, con il mio cellulare chiamai il maresciallo Mandolini e gli raccontai quello che era successo“.

“Durante il viaggio di ritorno in caserma io e Cucchi eravamo seduti nuovamente dietro – ha aggiunto Tedescomi sembrava che gli animi si fossero calmati, Cucchi non diceva una parola e in quella occasione mi resi conto che era molto provato e sotto choc: aveva indossato il cappuccio, teneva il capo abbassato e non diceva una parola“. Al momento non è ancora chiaro se negli interrogatori resi davanti al pm il carabiniere Tedesco abbia ammesso di aver partecipato al pestaggio con i due colleghi, ma quel che è certo è che, per la prima volta, uno degli imputati dichiara che quanto ricostruito dalla procura, a cominciare dal pestaggio del giovane, è realmente accaduto.

Tedesco: “Mi chiesero di mentire, temevo ritorsioni” Quando dovevo essere sentito dal pm, il maresciallo Mandolini (che Tedesco riferisce di aver informato subito dopo il pestaggio di Cucchi, ndr) non mi minacciò esplicitamente ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno. Mentre ci recavamo a piazzale Clodio, io avevo capito che non potevo dire la verità e gli chiesi cosa avrei dovuto dire al pm anche perché era la prima volta che venivo sentito personalmente da un pm e lui rispose: ‘Tu gli devi dire che stava bene, quello che è successo, che stava bene, che non è successo niente….capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare’“. “All’inizio avevo molta paura per la mia carriera – ha dichiarato a verbale il carabinieri Tedesco –  temevo ritorsioni e sono rimasto zitto per anni, però successivamente sono stato sospeso e mi sono reso conto che il muro si sta sgretolando e diversi colleghi hanno iniziato a dire la verità” aggiungendo di aver “avuto molta paura per la mia carriera, temevo ritorsioni e sono rimasto zitto per anni, però successivamente sono stato sospeso e mi sono reso conto che il muro si sta sgretolando e diversi colleghi hanno iniziato a dire la verità“.

Nel corso degli atti istruttori, ha spiegato il pm  Musarò in udienza, Tedesco ha chiamato in causa tutte le persone imputate nel processo: “Secondo quanto messo a verbale da Tedesco, Roberto Mandolini sapeva fin dall’inizio quanto accaduto, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro furono gli autori del pestaggio su Cucchi e Vincenzo Nicolardi, quando testimoniò nel primo processo, mentì perché sapeva tutto e ne aveva parlato in precedenza con lui».   Inoltre è emerso il dettaglio della annotazione di servizio redatta dallo stesso Tedesco il giorno della morte di Stefano Cucchi, e da egli inviata alla Stazione Roma Appia dei Carabinieri. Il documento “assolutamente importante per la ricostruzione dei fatti, è stato sottratto” e non vi è più alcuna traccia.

Il pm Giovanni Musarò ha reso nota un’attività integrativa di indagine dopo che uno dei carabinieri imputati, Francesco Tedesco, in una denuncia ha ricostruito i fatti di quella notte ed ha “chiamato in causa” due dei militari imputati per il pestaggio. E’ stata trovata infatti un’annotazione di servizio in cui Tedesco riferiva del fatto, nota che sarebbe sparita. “Il 20 giugno 2018 – ha detto il pm – Tedesco ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio“. Il legale dell’accusa ha aggiunto che “sulla base di questo atto, è stato iscritto un procedimento contro ignoti nell’ambito del quale lo stesso Tedesco ha reso tre dichiarazioni“.

“In sintesi  ha ricostruito i fatti di quella notte – ha aggiunto il pm Musarò e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto”. I successivi riscontri della procura hanno portato a verificare che “è stata redatta una notazione di servizio – ha detto il pubblico ministero – che è stata sottratta e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza“.

Al termine dell’udienza del processo bis, Ilaria Cucchi ha commentato: “Ci sono voluti 9 anni, ma finalmente oggi la verità che noi sosteniamo da sempre entra in un aula di giustizia ed entra con le parole di uno degli stessi imputati, che racconta il massacro di Stefano e tutto ciò che è accaduto nei giorni successivi e cioè le coperture che ci sono state.

 Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, dopo le rivelazioni di oggi, afferma: “Sorella e parenti sono i benvenuti al Viminale. Eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa devono essere puniti con la massima severità, ma questo non può mettere in discussione la professionalità e l’eroismo quotidiano di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi delle forze dell’ordine”. Gli fa eco il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: “Quanto accaduto è inaccettabile“. Il legale della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo ha fatto sapere che “Ilaria Cucchi è disponibile a incontrare il ministro dell’Interno Matteo Salvini .  Ilaria è certamente disponibile, anche se in passato il ministro ha usato parole durissime nei confronti della famiglia” aggiungendo “Vedremo cosa succede, la palla sta al ministro è lui che deve chiamare e se lo farà la famiglia lo incontrerà“.

Esprime soddisfazione anche Riccardo Casamassima, l’appuntato dei Carabinieri che grazie alla sua testimonianza fece riaprire l’inchiesta sul decesso di Stefano Cucchi. “Immensa soddisfazione, la famiglia Cucchi ne aveva diritto. Mi è venuta la pelle d’oca nell’apprendere la notizia. Il militare aveva raccontato quanto riferito da alcuni suoi colleghi a proposito del “massacro” subito dal giovane dopo l’arresto. Per le sue dichiarazioni Casamassima subì minacce e venne trasferito. “Per aver fatto il mio dovere – aveva accusato –  come uomo e come carabiniere per aver testimoniato nel processo relativo Cucchi, morto perché pestato dai miei colleghi, mi ritrovo a subire un sacco di conseguenze“. Fino alla svolta di oggi. Tutti i dubbi sono stati tolti” E rivolgendosi a Salvini: “ Signor Ministro io sono un vero carabiniere. L’Italia intera ora aspetta i provvedimenti che prenderà sulla base di quello che è stato detto durante l’incontro. Sempre a testa alta. Bravo Francesco, da quest’oggi ti sei ripreso la tua dignità” scrive l’appuntato  dei Carabinieri su Facebook.

 

 

Riccardo Casamassima, l’appuntato dei carabinieri che con la sua testimonianza fece riaprire l’inchiesta sul decesso di Stefano Cucchi, in un video postato sulla sua pagina Facebook a giugno,  Casamassima si rivolgeva “ai ministri Salvini e Di Maio e al presidente del Consiglio Conte: mi ascoltino”. Casamassima fu infatti trasferito alla scuola allievi ufficiali. “Sarò allontanato e demansionato e andrò a lavorare a scuola dopo essere stato per 20 anni in strada. È scandaloso. Ho subito minacce, nessuno mi ha aiutato. Mi appello alle cariche dello Stato, ai ministri Salvini e Di Maio e al presidente del Consiglio Conte: è giusto che una persona onesta debba subire questo trattamento? Mi stanno distruggendo”. Incredibile ma vero. Invece di premiare un “vero” carabiniere come Casamassima che si prodiga per l’accertamento della verità, lo si punisce ! Chi gli chiederà scusa per tuto quello che sta passando ?

Sotto indagine del pm Musarò ci sono anche i diversi episodi di falso tra cui spiccano quello che chiama in causa il carabiniere, Gianluca Colicchio, all’epoca in servizio alla Stazione Carabinieri Roma Tor Sapienza, e le due annotazioni redatte dal carabiniere scelto, Francesco Di Sano.   Su entrambi gli episodi sono in corso verifiche e indagini da parte dei magistrati romani che dopo quelle affermazioni hanno dovuto aprire un fascicolo a parte sui due militari dell’Arma che di fatto in udienza hanno ammesso di aver dichiarato il falso.