Chiude la redazione romana del quotidiano Il Giornale

ROMA – “Da oggi il Giornale è l’unico grande quotidiano nazionale senza una redazione romana. Da oggi giornalisti che seguono la politica, la politica economica e la cronaca della Capitale lo faranno da Milano, con difficoltà facilmente immaginabili e a scapito della qualità delle informazioni che costituiscono il cuore del notiziario di un quotidiano che da sempre segue la politica con grande attenzione”. Così una nota del Cdr del Giornale .

“È opportuno che i lettori sappiano – prosegue la nota – che il Cdr (la rappresentanza sindacale dei giornalisti) si è opposto con forza a questa decisione, che i giornalisti hanno dato disponibilità a trovare forme di risparmio più efficaci e meno traumatiche per la vita dei colleghi di Roma e delle loro famiglie. L’azienda non ha concesso nulla ed è rimasta ferma su una decisione che farà perdere autorevolezza e valore al quotidiano fondato da Indro Montanelli”.

 

Il Cdr “ringrazia i lettori, il mondo della politica, dell’economia e gli esponenti della cultura che hanno espresso solidarietà alla redazione romana. Ringrazia il sindacato dei giornalisti che si è reso disponibile da subito e ha proposto all’azienda un percorso di riduzione dei costi responsabile ed economicamente sostenibile. Appelli tutti caduti nel vuoto. Ancora una volta quindi si è reso inutile ed improduttivo l’intervento del sindacato dei giornalisti.

Il Cdr invita infine “il management e la direzione a gestire in condizioni di parità di trattamento la fase di trasferimento a Milano dei giornalisti fino a ieri basati a Roma, chiede di riaprire quanto prima una redazione nella Capitale e, in subordine, di predisporre al più presto un “presidio giornalistico” in grado di fornire informazioni di prima mano e di qualità. Esigenza tanto più forte per i lettori e l’opinione pubblica in questo momento di grande instabilità politica. Il Cdr invita il management e la direzione a conciliare per quanto possibile, una volta chiusa la fase del trasferimento, le necessità organizzative con le esigenze dei colleghi che finora hanno pagato più duramente le scelte aziendali”.




La Gazzetta del Mezzogiorno sospende le pubblicazioni

BARI – I giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno hanno deciso ieri in assemblea di interrompere il proprio lavoro e quindi di sospendere le pubblicazioni del giornale a partire da domenica 3 marzo  in assenza di risposte dagli amministratori giudiziari nominati  dal Tribunale di Catania sul pagamento degli stipendi e dei versamenti arretrati.

“Una scelta, quella votata oggi dall’assemblea dei giornalisti – scrivono sul sito online del quotidiano barese – che hanno proclamato lo sciopero a oltranza, causata dalla persistente assenza di risposte da parte degli amministratori giudiziari sul pagamento degli stipendi e dei versamenti previdenziali arretrati, nonché sulle incertezze del futuro della testata.

Una situazione che si trascina ormai da mesi, sin da quando il 24 settembre scorso, il Tribunale di Catania ha sottoposto a sequestro le quote societarie dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo, azionista di maggioranza (70%) della Edisud Spa società editrice del quotidiano .

I giornalisti della Gazzetta dopo aver attaccato la gestione editoriale della società editrice (un pò strano che lo facciamo soltanto ora n.d.r.)  in un lungo comunicato scrivono:  “ci congediamo da voi con un arrivederci, confidando, come diceva Eduardo, che questa lunga, buia “nuttata” possa passare presto, anche se, a questo punto, la sua durata non dipende da noi, ma da chi ha in mano le nostre sorti ed evidentemente ritiene di poterle gestire come se fossimo al teatro dei pupi. Vogliamo tornare a lavorare e desideriamo farlo il più presto possibile. Ma con delle risposte certe e chiare. E soprattutto con uno stipendio e con dignità“.

Il Tribunale di Catania il 24 settembre 2018 aveva emesso un decreto di sequestro finalizzato alla confisca dei beni dell’ 86enne Mario Ciancio Sanfilippo azionista di maggioranza (70%) della Edisud Spa società editrice del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, ed il pacchhetto azionario di controllo del quotidiano La Sicilia di cui Ciancio è editore- direttore.  Questo in sintesi  il motivo dei giudici siciliani: “Fondi non giustificati nelle società“. Ed ancora: “Sproporzioni fra entrate e uscite”. Il valore complessivo dei beni finiti sotto sigilli dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale catanese, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, è di almeno 150 milioni di euro.

Il provvedimento ha bloccato conti correnti, polizze assicurative, 31 società, quote di partecipazione in altre sette società e beni immobili.   Il sequestro è relativo ad un’inchiesta che procede in parallelo con il processo per “concorso esterno in associazione mafiosa“. Tra i beni oggetto del nuovo sequestro, è bene ricordare,  ci sono la società Etis, che stampa quotidiani siciliani e nazionali, la società Simeto Docks, concessionaria di pubblicità e affissioni, il 100% della società che edita il quotidiano ‘La Sicilia’, le quote di maggioranza della società EDISUD spa editrice del quotidiano ‘la Gazzetta del Mezzogiorno’ di Bari oltre alle due emittenti televisive regionali siciliane ‘Antenna Sicilia’ e ‘Telecolor’.

Da segnalare e rilevare per dovere di cronaca, che in Sicilia il quotidiano La Sicilia , le cui quote societarie sono oggetto del medesimo sequestro che ha colpito la Gazzetta del Mezzogiorno, esce regolarmente, i giornalisti lavorano, e nessuno sciopera. Sarà forse perchè non ci sono i 34 milioni di perditi e debiti che affliggono la gestione economica del giornale barese ? Infatti incredibilmente La Sicilia vende persino qualche copia in meno della Gazzetta !

Questa mattina si è svolta a Bari presso la sede dell’Associazione della Stampa pugliese una conferenza stampa del segretario generale della Fnsi , Raffaele Lorusso (un ex-“staffista” di Michele Emiliano quando era sindaco al Comune di Bari) insieme al presidente dell’Assostampa di Puglia, Bepi Martellotta (giornalista dipendente della Gazzetta del Mezzogiorno) , ed ai componenti il Comitato di redazione del giornale.

Ai giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno (salvo qualche eccezione….) auguriamo di tutto cuore di poter mantenere il loro posto di lavoro e di ritornare il prima possibile in edicola con il loro giornale, anche tutto questo baccano sindacale secondo noi non giova assolutamente a trovare una soluzione, come i fatti hanno sinora dimostrato. Soluzione che certamente dovrà e potrà passare esclusivamente dalle decisioni dei giudici di Catania, nella legalità più assoluta.

Il CORRIERE DEL GIORNO seppure sia stato ricoperto da offese, diffamazioni e calunnie da parte di una irrisoria “cricca” di giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno (guarda caso tutti impegnati sindacalmente) ha sempre correttamente seguito e scritto  sin dall’ ottobre 2015 sulle vicende giudiziarie degli ultimi anni  di Mario Ciancio di Sanfilippo, che invece  venivano incredibilmente taciute ed occultate dalla direzione del quotidiano barese. Ed in un nostro articolo abbiamo spiegato tutto quello che sinora la Gazzetta non ha rivelato ai propri lettori. Leggere per credere. (vedi QUI)

Tutti gli articoli sul “caso” Ciancio di Sanfilippo editore de La Gazzetta del Mezzogiorno

 




L' opinione del Direttore

ROMA – L’ ’opinione  del nostro Direttore Antonello de Gennaro, all’interno del nostro programma “Sette e mezzo“, trasmesso mercoledì 20 febbraio 2019  in diretta da Roma sulle piattaforme dei socialmedia Facebook, Twitter ed Instagram del CORRIERE DEL GIORNO.

 

 ogni lunedì, mercoledì e venerdì diretta “live” sulle pagine Facebook, Instagram e Twitter del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™

 

 




Iniziato il processo penale a Bari contro l' Assostampa e Raffaele Lorusso

Raffaele Lorusso

ROMA – Si è svolta ieri finalmente, dopo ben tre rinvii la prima udienza preliminare dinnanzi al giudice dr.ssa Cafagna del Tribunale di Bari nei confronti dell’ Assostampa, il sindacato pugliese dei giornalisti ed il suo ex presidente Raffaele Lorusso, attuale segretario nazionale della FNSI. A nulla è valsa la strenua e vana difesa rappresentata in maniera anche fuorviante dall’ Avv. Francesco Paolo Sisto del Foro di Bari, in quanto il pubblico ministero ed il giudice per le indagini preliminari hanno accolto le costituzioni civili della nostra società editrice e del nostro direttore Antonello de Gennaro rappresentati ed assistiti dall’ Avv. Giuseppe Campanelli del Foro di Roma

La difesa di Lorusso ha presentato una memoria con cui, nel consueto stile sindacale dei rappresentanti dell’ Assostampa pugliese, hanno cercato di mistificare i nostri diritti con produzioni documentali peraltro estranee al processo ed infondate. Il giudice ha fissato un’altra udienza per il prossimo 19 marzo per consentire al nostro legale di poter analizzare (e quindi confutare) la produzione documentale dell’ Avv. Sisto.




Di Maio deve essere cacciato dall' Ordine dei Giornalisti. L'unico vero “sciacallo“ è lui !

di Antonello de Gennaro

Leggere le dichiarazioni di un ministro, come il vicepremier Di Maio che coglie l’occasione per sferrare un attacco violento alla stampa: “Il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi” non può lasciarci silenti ed indifferenti, sopratutto quando per puro caso…quel politico è iscritto all’ Ordine dei Giornalisti della Campania, come risulta nel suo curriculum  come “giornalista pubblicista”  grazie alla sua collaborazione con un settimanale locale, Paese Futuro, che ha sede a Pomigliano d’Arco, dove il numero due di Palazzo Chigi vive con la sua famiglia.

Secondo quanto pubblicava il 9 febbraio 2017 il quotidiano IL GIORNALE , Luigi Di Maio figurerebbe nell’elenco dei morosi: sarebbero almeno due le annualità che l’ex vicepresidente della Camera dei deputati che a quella data non avrebbe ancora saldato. Sulla presunta inadempienza, Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, non si sbottonava : “Si tratta di dati sensibili”. Gli stessi “dati sensibili” (poco…)  che invece l’ Ordine dei Giornalisti del Lazio ha rivelato sul sottoscritto ai soliti “amichetti” del sindacato, salvandosi in tribunale da una folle provvedimento di un Gip poco amato e stimato a Milano, “spedito” a Roma, dove evidentemente vuole far parlare di se.

Probabilmente nell’ Ordine dei Giornalisti qualcuno ha paura di Di Maio e del M5S se si permette ad un iscritto all’ Ordine di affermare impunemente ” la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi“.

dall’ edizione online del quotidiano LA REPUBBLICA

Il delirio del vicepremier non si è limitato ai soli giornalisti  mettendo sotto accusa l’intero sistema dei media in Italia: “La vera piaga di questo Paese è la stragrande maggioranza dei media corrotti intellettualmente e moralmente. Gli stessi che ci stanno facendo la guerra al Governo provando a farlo cadere con un metodo ben preciso: esaltare la Lega e massacrare il Movimento sempre e comunque. Presto faremo una legge sugli editori puri, per ora buon Malox a tutti!“.

dall’ edizione online del quotidiano LASTAMPA

A dare manforte a Gigino da Pomigliano d’ Arco, come lo chiama il Governatore campano De Luca, è arrivato Alessandro Di Battista su Facebook che ha definito la categoria: Giornalisti pennivendoli-puttane“. affermando dopo l’assoluzione della sindaca di Roma, Virginia Raggi: “Oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà. Ma i colpevoli ci sono e vanno temuti. I colpevoli sono quei pennivendoli che da più di due anni le hanno lanciato addosso tonnellate di fango con una violenza inaudita. Sono pennivendoli, soltanto pennivendoli, i giornalisti sono altra cosa“.  Ma chi è questo Di Battista per giudicare chi è giornalista e chi no ? Se lo fa spiegare forse da Casalino…?

Le liste di proscrizione dei giornalisti del M5S

Ma i “grillini” non sono nuovi a queste uscite. Infatti tempo fa, quando era ancora in carica il presidente nazionale dell’Ordine Enzo Iacopino il quale sarebbe andato negli uffici della Camera dei deputati, per farsi consegnare dal pubblicista Di Maio l’elenco dei giornalisti che il M5S voleva  mettere al bando. Una visita cui fece seguito il silenzio totale dell’Ordine dei Giornalisti sulla vicenda, fino a quando lo stesso Di Maio non ha diffuso su Facebook i nomi dei giornalisti inseriti nella lista di proscrizione.

dal quotidiano online Huffington Post

“Faccio presente che la lista dei nomi dei giornalisti che secondo noi hanno danneggiato il Movimento Cinque Stelle mi era stata chiesta dal presidente dell’Ordine dei giornalisti attraverso un comunicato apposito” disse  Di Maio. Iacopino  gli aveva replicato: “Confermo, ho chiesto all’onorevole Luigi Di Maio di indicare specifiche responsabilità astenendosi da generalizzazioni che di fatto criminalizzano l’intera categoria giornalistica. Il problema non è la segnalazione all’Ordine di quanti il Movimento ritenga responsabili di un comportamento scorretto. Il problema deriva dalla diffusione dei nomi degli stessi che può, indirettamente, provocare azioni e reazioni che mi piace pensare siano estranee alla cultura del presidente Di Maio ma che i colleghi in troppe occasioni hanno potuto conoscere e hanno sofferto sulla loro pelle“.

Il segretario del Sindacato unitario ( o meglio…unico) dei giornalisti della Campania, Claudio Silvestri, presentò  un esposto al Consiglio di Disciplina dell’Ordine regionale dei giornalisti della  Campania su quanto dichiarato dal  giornalista pubblicista  Luigi Di Maio . Intento dell’esposto era quello di verificare “se con il suo comportamento l’onorevole Di Maio abbia compromesso la dignità, il decoro e la credibilità della professione, considerato che le sue parole sono in chiaro contrasto con il dovere di tutti i giornalisti, sancito dalla legge professionale, di promuovere la fiducia fra la stampa e i lettori“.

Silvestri evidenziava sulla vicenda che “la durezza, la veemenza e i toni con i quali l’onorevole Di Maio si è scagliato contro numerosi colleghi, arrivando a redigere una lista di giornalisti “sgraditi” che ricorda le liste di proscrizione, rappresentano non soltanto un tentativo di esporre alla pubblica gogna i giornalisti che si stanno occupando del “caso” Roma, ma anche un modo per compromettere la credibilità di un’intera categoria agli occhi dell’opinione pubblica“. Con un comunicato il Sindacato dei giornalisti della Campania annunciava che avrebbe verificato se vi fossero gli estremi per ricorrere anche in altre sedi. Come al solito solo tante parole inutili….

L’ Ordine della Campania dopo l’annuncio di una lista di proscrizione, si era attivato e ha convocato in audizione il “giornalista pubblicista” Di Maio per il quale stava valutando l’ipotesi di un deferimento al Consiglio di disciplina. “Le liste di proscrizioni sono inaccettabili“, spiega il presidente campano Lucarelli. che aggiunse “Quelle del nostro iscritto Di Maio sono parole inopportune perché rappresentano una pericolosa invasione del potere politico nella libertà di informazione ma soprattutto perché arrivano da un rappresentante della nostra categoria“. Ma guarda caso non venne preso alcun provvedimento !

Legittimo chiedersi a questo punto cosa aspettano l’ Ordine dei Giornalisti della Campania ed  il Consiglio Nazionale dell’ Ordine dei Giornalisti ad aprire una volta per tutte  un procedimento contro Di Maio e cacciarlo dall’ Ordine dei Giornalisti  (se esiste ancora…) ? Di cosa hanno paura i nostri colleghi eletti all’ Ordine, per rappresentare e tutelare la nostra professione ?

Leggo delle dichiarazioni rilasciate da Carlo Verna, presidente dell’ Ordine Nazionale dei Giornalisti, all’ Agenzia Italia,  a proposito di quanto detto da Luigi Di Maio dopo la sentenza Raggi, nei confronti di giornalisti (“infimi sciacalli“) e rimango allibito: “Mentre da cittadino mi chiedo se sia questo il modo di esercitare un alto mandato, da presidente dei Giornalisti gli chiedo di valutare seriamente la possibilità di lasciare spontaneamente la nostra comunità, nella quale ha diritto di stare, ma in cui chi si comporta così non è assolutamente gradito” . Che ha aggiunto  “I giudizi del ministro  si commentano da soli come è stato già stigmatizzato dai colleghi della Fnsi. Sono espressi nell’esercizio del suo mandato e per questo non prendo iniziativa di trasmetterli al consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Campania cui è iscritto” , aggiunge Verna, per il quale evidentemente un parlamentare è legittimato dal chiamare “sciacallo“, “infame“, “puttana” un giornalista , chiunque esso sia ! Ecco perchè ancora una volta mi vergogno di avere lo stesso tesserino di certi colleghi.

Una volta tanto devo riconoscere di trovarmi assolutamente d’accordo con la FNSI. che ha così commentato “molti di quei cronisti oggi insultati hanno denunciato in anticipo Mafia Capitale e non hanno risparmiato nulla neppure al precedente sindaco, Ignazio Marino. Ieri andavano bene e oggi no?”  “Di Maio e chi, come lui fra i 5 Stelle, sogna un’informazione al guinzaglio – proseguono i vertici della Fnsideve farsene una ragione: non saranno le minacce e neppure gli insulti a impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro. Le sue frasi sono la spia del malessere di chi vede vacillare un consenso elettorale costruito su annunci e promesse irrealizzabili“.

Quanto agli ‘infami’ e agli ‘sciacalli’, concludono  Giulietti e Lorusso  della Federazione Nazionale della Stampa Italiana,  “è sicuro, il vicepremier, di non parlare anche di se stesso, considerato che il suo nome continua a figurare fra quelli degli iscritti all’Ordine dei giornalisti?“.

Assistendo ad un desolante ed imbarazzante comportamento del mio Ordine professionale  ho deciso quindi di presentare una querela nei confronti di Di Maio e Di Battista per “diffamazione” e contemporaneamente ho deciso che questo giornale non pubblicherà mai più una sola parola sul M5S, dando la dovuta attenzione alle inchieste della magistratura su tutti i misfatti di questi “arroganti” incompetenti allo sbaraglio. A partire dall’inchiesta sullo stadio della Roma….

Sono molto curioso di vedere quanti e quali colleghi, “puttane”, “avvoltoi”, “sciacalli” continueranno a dare attenzione a questa parte della politica che definire “feccia” è sin troppo generoso ed elegante.

Poi però per cortesia, cari colleghi (veri) non lamentatevi…




Il bilancio dell' INPGI in profondo rosso. 175,4 milioni di perdite

ROMA – Un bilancio spaventoso quello dell’ Inpgi, l’ istituto di previdenza dei giornalisti, da far preoccupare non poco per le pensioni da garantire nel futuro. Il grande numero di uscite dal giornalismo attivo (300 nei primi sei mesi del 2018, che si sommano ai 1.000 del 2017 e alle migliaia degli anni precedenti), con una crescita esponenziale dei giornalisti pensionati ha avuto ed avrà un impatto fortissimo sui conti.

Il bilancio di assestamento 2018 chiude con 175,4 milioni di perdite, il bilancio preventivo 2019 stima 181,5 milioni perdite, un rosso pari quasi alla metà di quel che si incassa. Il consigliere  Corrado Chiominto  giornalista dell’ ANSAha espresso giustamente una seria preoccupazione e chiesto chiarimenti sul processo di vendita degli immobili: già perchè l’istituto non riesce a fare fronte al pagamento delle pensioni con gli incassi dei contributi e quindi ha la necessità di smobilizzare il proprio patrimonio.

Per capirci – spiega Chiominto che in consiglio  ha votato contro il bilancio – guardando ai conti 2018  l’Inpgi incassa 390 milioni ma poi ne paga 557 per le pensioni generando una ‘perdita’ di 167 milioni che sale a 175 con le altre spese di gestione (che sono state ridotte con consapevolezza).

Leggendo la relazione del collegio dei sindaci., l ‘obbligo di copertura di 5 annualità è rispettato formalmente (perchè fa riferimento per legge a dati oramai non più attuali) ma in base agli aggiornamenti è sceso sotto i 3 anni: è ora di 2,9 anni, se si guarda all’assestamento 2018, e cala ancora a 2,5 anni nella previsione 2019. I Sindaci chiedono di spingere sulla leva della lotta all’evasione contributiva, diffusissima tra i molti che svolgono attività giornalistica ma vengono inquadrati in altro modo.

Chiominto ha motivato il suo voto negativo  come valutazione politica-sindacale sul passato, quando i conti erano imbellettati con i rendimenti del trasferimento degli immobili ad una gestione esterna e, invece di intervenire in tempo, si mandavano messaggi di grande rassicurazione.

La presidente dell’ INPGI Marina Macelloni, giornalista del SOLE24ORE, durante il consiglio generale, ha parlato di un progetto di allargamento, che è più di un’ipotesi, che prevedrebbe l’iscrizione non solo per i giornalisti iscritti all’albo, ma anche per gli operatori del web e per i cosiddetti ”comunicatori”, previsti da una legge (la 4/2013). E’ una platea di circa 20.000 soggetti che ruotano attorno al mondo della comunicazione.

In realtà, aggiunge Chiominto,   servirebbe un sindacato dei giornalisti con una gestione diversa da quella attuale ed un lavoro di squadra tra Fnsi e istituti di categoria. “Servirebbe un sindacato che non guardi solo al valore che Inpgi e Casagit rappresentano per le proprie casse, ma al valore che questi istituti rappresentano per un settore – quello del giornalismo – che volenti o nolenti è strategico anche per i cittadini e per la tenuta democratica del Paese“.

Purtroppo sin quando l’ INPGI sarà un “poltronificio”, e la gestione immobiliare assurda per non dire inefficace, ed i contributi dei giornalisti utilizzati per mantenere le associazioni sindacali e la FNSI, non si vedono vie d’uscita.

Anche perchè un giornalista-sindacalista non può diventare manager nel giro di qualche giorno, grazie a qualche centinaio di voti “pilotati” dal sindacato. I risultati ora sono sotto gli occhi di tutti.




Stampa, informazione, rispetto delle leggi: due pesi e due misure?

di Antonello de Gennaro

Salvo Palazzolo

leggo le proteste dell’ Ordine dei Giornalisti di cui faccio parte, affiancato dal sindacato a cui non sono iscritto non avendone bisogno e mai mi iscriverò, che esprimono solidarietà al collega Salvo Palazzolo della redazione di Palermo del quotidiano LA REPUBBLICA . Secondo il sindacato “le fughe di notizie e le presunte violazioni del segreto istruttorio non possono essere contestate ai cronisti, il cui dovere è quello di pubblicare tutto quello che ha rilevanza per l’opinione pubblica, non certo quello di nascondere le notizie” teoria su cui dissento completamente. E vi spiego il perchè.

Innanzitutto perchè nella Legge professionale che regolamenta la nostra professione, e nella legge sulla Stampa, non esiste alcuna norma che ci consenta e legittimi il supposto “diritto sindacale” di violare il segreto istruttorio. La Legge è (ed aggiungo io: deve essere) uguale per tutti. Quindi se esiste un’inchiesta coperta da segreto istruttorio, noi giornalisti abbiamo il dovere di rispettarlo. Altrimenti poi con che coraggio, con che faccia possiamo pretendere di avvalerci sul segreto professionale ? Con tali chiamate alle armi per difendere la categoria… perdiamo credibilità, diventiamo ridicoli e facilmente attaccabili dall’opinione pubblica.

Chi vi scrive, oltre dieci anni ha subito una perquisizione da parte delle forze dell’ordine. Non per aver violato il segreto istruttorio, ma per scoperchiato cosa accadeva nel mondo dello spettacolo e dell’informazione milanese, con il tacito assenso di Silvio Berlusconi. La notizia della perquisizione venne data addirittura nei titoli di apertura del TG1, TG2 e Tg3.  Sembrava che avessero scoperto la centrale informativa di Bin Laden ! Sono stato io infatti con dei miei colleghi (fra cui la buonanima di Aldo De Luca del quotidiano il Messaggero) all’epoca dei fatti a rivelare giornalisticamente sul sito Svanityfair.com cosa accadeva dietro le quinte. Un’ inchiesta da  cui è venuta fuori poi l’inchiesta “Vallettopoli” condotta dal pm Henry John Woodcock all’epoca dei fatti in servizio presso la procura di Potenza.

Una perquisizione effettuata dagli uomini del G.A.T. (Gruppo Alta Tecnologia) della Guardia di Finanza di Milano, sollecitata, o meglio imposta da un potente ministro della repubblica del Governo Berlusconi ora caduto in disgrazia , su sollecitazione di una giornalista pugliese, di origine brindisina che nonostante fosse sposata con un giornalista del Gruppo Mediaset, era la sua amante. ed infatti di lì poco venne lasciata dal marito. Subito dopo l’ufficiale che comandava il gruppo dei finanzieri a Milano, e gli operanti delle Fiamme Gialle impegnati nella mia perquisizione domiciliare vennero tutti assunti nella”security” informatica di una grande azienda “pubblica” quadruplicando i propri stipendi.

Dopo qualche anno (bisogna aver pazienza e fede…) la giornalista traditrice in questione è stata licenziata da un importante gruppo editoriale milanese per cui lavorava ed accompagnata alla porta dalla televisione su cui conduceva un programma patetico. Il ministro è letteralmente scomparso dalla politica ed il suo ufficiale di collegamento con la Guardia di Finanza (che era stato premiato con l’elezione “blindata” a deputato) che aveva di fatto ordinato la mia perquisizione, venne arrestato ed è sparito anch’egli dalla politica.

Ma nella mia vicenda personale nè l’ Ordine dei Giornalisti nè tantomeno il sindacato dissero una sola parola. Tutti muti ed allineati. Nel caso del collega Palazzolo a cui la procura di Catania contesta di aver ‘rivelato notizie’ nell’articolo con cui a marzo diede atto della chiusura dell’inchiesta sul depistaggio del pentito Vincenzo Scarantino nell’ambito delle indagini sulla strage Borsellino, si schierano Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Associazione Siciliana della Stampa. La mia solidarietà umana va a Palazzolo esclusivamente per il trauma psicologico che si vive a seguito di una perquisizione, con la quale la propria vita viene scandagliata da cima a fondo e data in pasto a sin troppe persone. Ma Palazzolo si è preso un rischio, ben consapevole di prenderlo, violando la Legge.

“È in corso in tutta Italia – commenta il sindacato – un attacco durissimo contro la libertà di informazione e contro i cronisti liberi che con il loro lavoro garantiscono ai cittadini il diritto ad essere informati. La perquisizione e il sequestro del telefono, oltre che l’accesso ai dati contenuti nel computer, rappresentano una grave violazione del diritto alla tutela delle fonti e del segreto professionale. Le fughe di notizie e le presunte violazioni del segreto istruttorio non possono essere contestate ai giornalisti, il cui dovere è quello di pubblicare tutto quello che ha rilevanza per l’opinione pubblica, non certo quello di nascondere le notizie“. Teoremi questi che non mi trovano d’accordo.  Non esiste una legge infatti , lo ribadisco, che consenta ad un giornalista di violare il segreto istruttorio. Almeno sino a prova contraria.

Il presidente nazionale dell’ Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna (con il quale il sottoscritto ha avuto recentemente un duro scontro dialettico in pubblico presso l’auditorium RAI in occasione di una giornata di aggiornamento professionale) ha dichiarato ieri all’ ANSA quanto segue: “Definire inaccettabile l’ennesima perquisizione a danno di un cronista, nel caso specifico Salvo Palazzolo di Repubblica è il minimo che si possa fare, ma non basta, così come non è sufficiente condividere parola per parola il comunicato della Fnsi e dell’Associazione siciliana della stampa” aggiungendo “Per verificare tutte le iniziative possibili  sarò a Palermo per incontrare Palazzolo il prossimo 25 settembre. Sarà anche l’occasione per parlare ai colleghi della non rinviabile riforma dell’Ordine e dei possibili provvedimenti legislativi a tutela del segreto professionale”. Cosa dire quando un incaricato di pubbliche funzioni, quale è Verna, critica l’operato della magistratura ? Preferisco stendere un velo di imbarazzo da giornalista, anche perchè non mi sento rappresentato da chi legittima un reato previsto dal Codice Penale.

Io invece sono e sarò sempre dalla parte della Legge e della giustizia e non potrò mai giustificare chi viola il segreto istruttorio mettendo a rischio il buon esito delle indagini e del conseguente processo. Si può fare dell’ottimo giornalismo con le proprie inchieste come hanno fatto molti giornalisti che poi finiscono sotto scorta, e contribuire alla giustizia facendo del sano ed ottimo giornalismo, come ad esempio ha fatto la collega ed amica Federica Angeli della redazione romana del quotidiano LA REPUBBLICA, lo stesso giornale di Palazzolo, senza bisogno di violare il segreto istruttorio, rispettando la Legge.

Chi vi scrive ha fatto qualcosa di buono, come ben noto a molti, del sano giornalismo investigativo in Puglia, con il risultato che dopo ben tre avvertimenti con ingenti danni alla mia autovettura, me l’hanno bruciata e poi spedito una busta con un proiettile. Ho subito avuto e continuo ad avere  la vicinanza dello Stato attraverso il prefetto di Taranto il dr. Cafagna e la tutela della mia persona attraverso i controlli e la presenza delle Forze dell’ Ordine, ho ricevuto solidarietà da Autorità, dalla politica, dalle istituzioni, ma non ho ricevuto una sola parola dall’ Ordine dei Giornalisti. E tantomeno dal sindacato.

La FNSI e l’ Assostampa di Puglia “proteggono” un mitomane loro iscritto di Taranto che mi sta perseguitando denunciando ripetutamente il falso, ed hanno sempre chiesto (inutilmente !)  la chiusura di questo quotidiano. Ma a processo per diffamazione al momento è finito soltanto Raffaele Lorusso il segretario nazionale della FNSI. Che troverà presto “compagnia”… seguìto a ruota in altro processo dal suo “pupillo” e da sua moglie. Perchè la Legge è e deve essere uguale per tutti.

Ecco perchè cari amici e lettori,  non stimo minimamente chi pensa di essere al di sopra della Legge soltanto per avere in tasca una tessera di giornalista, che probabilmente non meriterebbe neanche di avere. Nessun grande e bravo giornalista in Italia ha mai avuto bisogno di rivolgersi al sindacato, che purtroppo viene usato solo per fini personali e per fare carriera o ottonere lauti compensi ricoprendo cariche nei consigli di amministrazione dell’istituto di previdenza dei giornalisti, o nella cassa sanitaria. Questa è come dice Marco Travagliola stampa munnezza“.




La Gazzetta del Mezzogiorno in profonda crisi. Chiudono le redazioni di Brindisi, Matera. L'editore Ciancio a processo in Sicilia per concorso mafioso

ROMA – ” Vogliamo ribadirlo al Cdr e vogliamo rassicurare i lettori della Gazzetta del Mezzogiorno.- con questo comunicato la società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno risponde al Comitato di Redazione ed al sindacato regionale, aggiungendo –  La chiusura delle redazioni di Matera e Brindisi non comporterà alcun taglio all’informazione, ai giornalisti, e alle edizioni decentrate del giornale. Gli acquirenti e i lettori brindisini e materani continueranno a sfogliare le pagine delle loro rispettive aree di riferimento, che non subiranno alcuna contrazione. La chiusura delle due redazioni rientra in un programma di contenimento dei costi, programma necessario proprio per il rilancio del giornale. Progetto peraltro già presentato a suo tempo, discusso col Cdr e aggiunto ai decreti del Ministero del Lavoro, che ha autorizzato gli interventi di Cassa Integrazione e prepensionamenti. Lo stesso Cdr riconosce” .

L’editore della Gazzetta del Mezzogiorno aggiunge nella sua nota che” Non si comprende, pertanto, il motivo della dichiarazione dello stato di agitazione, anche perché l’Azienda ha sempre rispettato gli accordi sottoscritti con il Cdr, che prevedono la possibilità di determinati interventi di ristrutturazione“.

L’ assemblea dei giornalisti della Gazzetta  ritiene che “la rinuncia a un presidio fisico che faccia da punto di riferimento per le comunità interessate costituisca una decisione grave che mal si concilia con il ruolo e la storia di un quotidiano intento a celebrare i suoi 130 anni di vita”  sostenendo che ” le poche assunzioni obbligatorie in itinere possono essere considerate come una forma di investimento sufficiente. Gli esigui nuovi ingressi annunciati, peraltro, vengono destinati a un settore, quello del multimediale, sul quale non vi è al momento alcun progetto né relativa organizzazione del lavoro. Scelte, queste, a discapito dei precari storici e dei tanti collaboratori che quotidianamente lavorano per il nostro giornale”.
I giornalisti della Gazzetta ribadiscono che “la testata è un prezioso patrimonio dell’intero territorio, delle comunità di Puglia e Basilicata, dei lettori  (in realtà un pò pochini, scesi a 17mila copie al giorno n.d.r. ) ai quali è rivolto il quotidiano sacrificio di tutte le redazioni. Fanno pertanto appello anche alla Direzione affinché non deroghi mai al proprio ruolo di garante della autonomia della redazione e della qualità del prodotto giornale. Contestualmente, dichiarano lo stato di agitazione”.
E’ sin dal 2013 l’editore de La Gazzetta del Mezzogiorno aveva in progetto la chiusura, delle redazioni della Bat, di Brindisi e di Matera tramite accorpamento, ed il taglio del costo del lavoro del 30% per tutte le otto redazioni giornalistiche tramite l’applicazione del contratto di solidarietà, ed alla fine si optò solo per i contratti di solidarietà, ammortizzatore sociale che peraltro  grava sulle spalle non solo dei dipendenti dall’azienda editoriale, ma anche degli incolpevoli contribuenti.
Una crisi editoriale quella della Gazzetta del Mezzogiorno, che avevamo segnalato in tempi non sospetti ai nostri lettori, verificando (dai dati ufficiali dell’ ADS) l’emorragia continua di copie invendute del giornale barese (ma di proprietà  sicula) , che crolla di circa il 10% di anno in anno. Mentre nel frattempo lo scorso giovedì 31 maggio  è iniziato a Catania il processo a carico di Mario Ciancio Sanfilippo per “concorso esterno” con la mafia, che  potete ascoltare attraverso questo link (clicca QUI) 

Mario Ciancio editore dei quotidiani LA SICILIA e LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Il processo a Mario Ciancio Sanfilippo non sarà una passeggiata, ma secondo la stampa siciliana che segue le cronache giudiziarie “una lunga maratona giudiziaria“. Il fine processuale è quello ormai ben noto: accertare se l’imprenditore ed editore del quotidiano La Sicilia e della Gazzetta del Mezzogiorno abbia favorito, pur non essendone ritualmente affiliato, la famiglia catanese di Cosa nostra. Per uno strano groviglio ed incrocio di date, la prima udienza del processo è coincisa proprio con il giorno in cui, nel 2010, il nome di Ciancio veniva messo nero su bianco nel registro degli indagati da parte della Procura di Catania, a seguito degli accertamenti investigativi effettuati dal ROS dei Carabinieri. 
Otto lunghi anni impossibili da riassumere in poche righe, in cui l’editore catanese è anche passato da una richiesta d’archiviazione e un discusso proscioglimento in udienza preliminare quattro giorni prima del Natale 2015, successivamente annullato con rinvio dalla Suprema Corte Cassazione a seguito del ricorso presentato dalla Procura della Repubblica di Catania e dalle parti offese Dario e Gerlando Montana  fratelli del commissario Beppe Montana, il poliziotto ucciso dalla mafia nel 1985.. Durante la requisitoria in Cassazione il procuratore generale si era spinto oltre, rilevando la “volontà di non fare questo processo.
Sono 47 i faldoni dell’ indagine della Procura di Catania fra i quali ci sono diversi temi cittadini. Il Pua – un mega progetto da realizzare alla Playa  su diversi terreni anche di Ciancio – e l‘intercettazione con l’allora candidato sindaco Enzo Bianco all’indomani della votazione del consiglio comunale etneo sul piano. Ci sono i centri commerciali – come il caso Porte di Catania – e, più in generale, un sistema di terreni agricoli e discusse varianti.
Ma c’è anche la linea editoriale del quotidiano La Sicilia, a lungo monopolista in Sicilia orientale, a cui i magistrati contestano una serie di presunti favori a Cosa nostra. A diventare, infine, di interesse pubblico – dopo la chiusura dell’emittente Antenna Sicilia e i licenziamenti per motivi economici – è anche il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Soldi che costituiscono solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere. Un sequestro antimafia da 17 milioni di euro che costituisce solo una parte del tesoretto di 52 milioni di euro scoperto in Svizzera dagli investigatori del ROS dei Carabinieri di Catania,  a nome dell’imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia  e La Gazzetta del Mezzogiorno .
I sigilli erano scattati  quando i magistrati avevano scoperto che il valore dei titoli stava per essere convertito in denaroda trasferire in Italia. Il tutto due giorni prima dell’udienza preliminare per valutare la consistenza dell’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Mario Ciancio Sanfilippo. Sigilli scattati per un conto bancario estero riconducibile a Ciancio ma aperto tramite una società fiduciaria del Liechtenstein. La Procura di Catania ha stimato l’esistenza di titoli e azioni per un totale di circa 12 milioni di euro. Più cinque milioni in contanti, depositati in una banca di Catania.
Scavando tra i rapporti bancari e il patrimonio dell’imprenditore, i magistrati hanno trovato diversi depositi in Svizzera – alcuni a lui riconducibili attraverso società registrate nei paradisi fiscali -, e movimenti passati al vaglio dei consulenti della procura catanese, la nota multinazionale di revisione  Price Waterhouse Coopers spa.
Ma tutto questo la Gazzetta del Mezzogiorno , il CdR e  l’assemblea di redazione insieme al sindacato pugliese (e nazionali) dei giornalisti si sono ben guardati dallo scriverlo ed informare dovutamente i propri lettori. Per loro evidentemente va tutto bene ed è quindi meglio tacere su queste cose…. ai lettori mentre invece “qualcuno” si prodigava a diffamare a lungo  il CORRIERE DEL GIORNO  e Taranto Buona Sera.
Ma in questo caso si tratta di miserie umane ancor più che giornalistiche o sindacali. Nonostante tutto… infatti, noi ci auguriamo che lo storico giornale pugliese sopravviva ed esca dalla propria crisi, ma sopratutto che i suoi giornalisti (quelli capaci e validi, sia chiaro ! ) possano mantenere il proprio posto di lavoro. Quando un giornalista “vero” cioè capace di fare il proprio lavoro, perde il suo posto di lavoro, spesso per incapacità altrui,  è una sconfitta per tutto il mondo dell’informazione.



Gratteri: “Abbiamo bisogno di fatti e verità, basta giornalisti innamorati dei pm »

ROMA – “Abbiamo bisogno che voi raccontiate il nostro lavoro. Ma non fate i piacioni, non “innamoratevi” di questo o quel pubblico ministero, perché vedo che spesso operazioni serie vengono più o meno boicottate e altre meno importanti vengono esaltate. I magistrati devono essere giudicati solo sulla base dei risultati che ottengono“. Da un magistrato del valore di Nicola Gratteri simbolo dell’antimafia non ci si poteva sicuramente aspettare un intervento banale né delle “sviolinate” per il giornalismo italiano . Gratteri ha inoltre detto e messo in evidenza che  “oggi è più difficile bloccare le notiziegrazie alle testate online, una volta bastava raggiungere due o tre canali informativi per nascondere fatti scomodi per il potere“.

Doveva essere un primo maggio “storico”, quello voluto dalla Fnsi, che ha scelto di organizzare la sua prima Festa del lavoro a Reggio Calabria, che è stata scombussolata da un intervento di dieci minuti, quelli del Procuratore capo della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri nei quali non ci sono stati “sconti” né riguardi particolari per la categoria dei giornalisti né per gli editori. Un Primo Maggio quello organizzato a Reggio Calabria dalla Federazione nazionale della stampa italiana che è andato sicuramente di traverso ai giornalisti presenti .  Che i giornalisti debbano fare da “cane da guardia del potere”, di tutti i poteri, inclusa la magistratura, era una “missione” che in questi anni molti giornalisti avevano abbandonato.

Gratteri ha fatto chiaramente capire che il giornalismo checopia e incolla le ordinanze dei magistrati e cha passa ore nelle di loro sale d’attesa non va  bene“.Sul rapporto tra il precariato e la “disponibilità” alla corruttela, però, il magistrato non ha convenuto con le analisi ascoltate sul palco di Reggio Calabria. “Non ci si fa corrompere per fame – ha detto –. Accade perché negli ultimi decenni abbiamo abbassato i nostri standard di morale e di etica. Siamo più corruttibili e permeabili anche perché, pur essendo meno ricchi, non abbiamo rinunciato al tenore di vita che avevamo 15 anni fa e, per mantenerlo, siamo disponibili a prendere mazzette. Non ci si fa corrompere per bisogno  ma per ingordigia”.

Il discorso del procuratore di Catanzaro si è allargato alle famiglie: “Siamo stati pessimi genitori; non sappiamo educare i nostri figli perché non gli insegniamo l’etica ma furbizia e scorciatoie. I nostri ragazzi entrano nel mondo del lavoro con la cultura del consumismo, è questo il problema, perché l’onestà e la disonestà non passano dall’avere o non avere soldi“. 
Gratteri parlando della lotta al precariato,  uno dei temi della giornata, non ha risparmiare una stoccata ad alcuni editori: “Spesso è gente ricca che viene intervistata dai media e parla di morale quando sa che nei propri giornali ci sono persone che vengono pagate 10 euro per un articolo. Ma come fanno a passare per educatori ?“. Un appello quello del procuratore Gratteri esteso, anche al sindacato dei giornalisti : “C’è bisogno di qualcuno che esca pubblicamente e ricordi loro queste cose. Cerchiamo di essere tutti più coraggiosi. Altrimenti tutti i “dobbiamo fare” e “dobbiamo protestare” che sentiamo in giornate come questa diventano litanie“.

Carlo Verna

Il Presidente del Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti Carlo Verna  ha esortato a festeggiare il Primo Maggio come lavoratori, altro che “casta” ricordando “la perdita di oltre 3 mila posti di lavoro giornalistico negli ultimi cinque anni in Italia, a fronte di una polverizzazione del numero di testate. E’ importante che questo discorso lo si faccia al Sud, che ha due esigenze in comune con il giornalismo: lo sviluppo e la legalità. Nel mondo del giornalismo c’è tantissima illegalità, e spesso gli editori sono, essi stessi, vittime di un sistema basato sullo sfruttamento del lavoro“.

Il presidente della Casagit, la cassa di assistenza sanitaria dei giornalisti, Daniele Cerrato nel suo intervento ha evidenziato come “tra le tante professioni, quella dei giornalisti sia molto invecchiata e questo perché non ci sono stati nuovi ingressi. Una situazione che è paradossalmente alimentata dalla grande e diffusa aspirazione di molti giovani verso questa professione. Afflusso che alimenta il mercato, ma ci mette in grandissime difficoltà. E noi siamo costretti ad inseguire quel sistema, ancor più gravato dal web che con la polverizzazione delle testate ha ridotto le garanzie dei giornalisti. Serve un cambio radicale della legge sul sistema dell’editoria. Una legge superata dal tempo, che risale al 1963, e che va superata per risolvere i problemi strutturali. Una necessità che chiama in causa tutti gli Enti di categoria“.

Il consigliere nazionale Fnsi con delega alla legalità, Michele Albanese  ha parlato nel suo intervento dei tanti ‘paradossi’ della professione . Da anni sotto scorta, per le minacce ricevute dalle cosche della ‘ndrangheta, Albanese ha definito un “paradosso” lo stesso suo mandato deontologico all’interno della Fnsi in un sistema di sfruttamento e di precarietà nel quale lui stesso è ancora costretto a “subire minacce ed angherie per svolgere una professione che è da uomini liberi. Una condizione in cui onore e passione che ci guidano, rischiano di scomparire. E allora c’è la necessità di fare qualcosa. Anche i ritardi sul rinnovo del contratto collettivo di lavoro sono preoccupanti e c’è la necessità del recupero e del ripristino di logiche di responsabilità collettive“.

Quello del lavoro si badi bene è un  diritto,  non un un privilegio o un’opportunità concessi su base geografica o per conoscenza“. ha ricordato Carlo Parisi segretario generale aggiunto della Fnsi, , “Quella odierna  è un’iniziativa di grande respiro, aperta ai cittadini, alle istituzioni, a tutte le forze politiche e sociali, senza privilegiare alcuna bandiera” ed aggiunto “Perché, se è vero che i giornalisti soffrono a qualunque latitudine, sotto lo scacco delle minacce e dei soprusi a vario titolo, è altrettanto innegabile che è al Sud che la sofferenza si fa più acre. È al Sud che il lavoro richiede, a tutt’oggi, i sacrifici più grandi.  Lo dico soprattutto ai giovani, a quelli che guardano ancora con speranza e ammirazione alla professione giornalistica e non solo: abbiate il coraggio di difendere il vostro diritto al lavoro, la vostra dignità, non chinate la testa davanti al prepotente di turno. E, soprattutto, non lasciate le porte socchiuse, che tanto piacciono alla criminalità“.

Il procuratore Gratteri nel concludere il suo intervento ha criticato anche il sistema dello scioglimento dei comuni. “I Comuni – ha detto  – vengono sciolti per mafia nel 99% dei casi quando la procura, a conclusione delle indagini, invia gli atti alla prefettura e quindi, dopo l’istruttoria, si procede e viene nominato un ufficiale prefettizio. Il problema, in alcuni casi, è che il commissario si reca in Comune poche volte a settimana. Quindi sostanzialmente l’amministrazione viene congelata per due anni. La popolazione mediamente pensa che era meglio quando c’era il sindaco, che riuscita almeno a dare risposte”.  Ed ha concluso : “Occorre modificare la norma, il Commissario prefettizio deve stare al Comune sciolto per mafia sette giorni su sette“.




Michele Emiliano: “smemorato” di professione o “furbetto del quartierino” ?

di Antonello de Gennaro

Il governatore pugliese Michele Emiliano si è fatto ospitare ieri sera nel programma ‘Faccia a faccia‘ di Giovanni Minoli  su La 7 cercando il palcoscenico mediatico annunciando ancora una volta una sua ipotetica candidatura alla segreteria  del Pd affermando  “”Se qualcuno si prende la briga di aprire il Congresso è possibile che mi candidi. Di certo non starò a guardare“. Perchè parlare solo di ipotesi ? Semplice.  Perchè Emiliano anche questa volta dimostra di non conoscere lo statuto del Partito Democratico, dove un congresso non si può convocare solo perchè lo vuole la minoranza o qualcuno come lui. che è minoranza all’interno di quella stessa minoranza congressuale.  Il “furbetto di Bari”  ha aggiunto che caso di vittoria terminerebbe il suo mandato da presidente, confermando il suo attaccamento alla poltrona, che lo ha sempre contraddistinto.

Ecco il “teatrino” di Michele Emiliano a La7 con Giovanni Minoli 

 

 

 

Ma Emiliano ha dimenticato qualcosa….e cioè che prima di Lui c’è Roberto Speranza, l’ex capogruppo della Camera dei Deputati, braccio destro di Pierluigi Bersani, ed il governatore della Regione Toscana Rossi che ha un seguito nel Pd sicuramente di molto superiore a quello del governatore pugliese che probabilmente ha capito che alle prossime regionali gli elettori lo spediranno a casa.

Emiliano dice di essere pronto a sfidare Renzi: “Potrei candidarmi“, ma il presidente della Regione Puglia anche in questo dimentica…che soltanto la  scorsa settimana dopo aver aveva annunciato ai suoi l’intenzione di candidarsi alla segreteria del partito, lui stesso aveva smentito seccamente una possibile sua auto-candidatura dichiarando  “Cosa ho imparato da segretario regionale? Che da solo non si va da nessuno parte, mi auguro che questo sia compreso da tutto il Pd“.

 

 

Emiliano chiaramente non si è fatto mancare le solite punzecchiate contro l’ex premier Matteo Renzi  aggiungendo: “Renzi al Sud non arriva, è troppo complicato per lui. E’ abituato in Toscana dove se uno si candida con il Pd viene eletto. Non capisce il Sud perché in Toscana e Emilia il Pd vive naturalmente la sua dimensione. Nel Sud doveva scegliere le persone con cui interloquire. Scegliere delle persone per bene”.

Michele lo smemorato. Emiliano dimentica quante ne ha combinate mentre era segretario regionale del Pd. Allora gliele ricordiamo noi. partiamo dal famoso “Patto del Nazareno” stipulato a livello nazionale da Forza Italia (Berlusconi) e Partito Democratico (Renzi) dinnanzi al quale nessuno ricorda una sola parola di critica dell’ex-magistrato, probabilmente perchè in quel periodo (siamo nel 2014)  era sotto procedimento disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura che aveva aperto un procedimento contro di lui che, infischiandosene delle norme che regolamentano l’attività ed il ruolo di magistrato da circa 10 anni faceva politica, violando le normative che impediscono le due attività parallele.. Emiliano era diventato segretario regionale del Pd pugliese dal febbraio 2014 ed in questo ruolo svolgeva con carattere di continuità attività politica. Una condotta che per norma sarebbe incompatibile con il suo ruolo di magistrato. Ai magistrati infatti non è consentita l’iscrizione ai partiti politici. E le limitazioni valgono anche per gli ex-magistrati come Michele Emiliano, che per fortuna   ormai sono fuori ruolo della giustizia.

Ma Emiliano alle porte della sua candidatura alle primarie del Pd per candidarsi alla carica di Governatore della Regione Puglia,   minacciò ferro e fuoco nei confronti del vertice del Pd di Taranto che avevano replicato il “Patto del Nazareno” alleandosi a Forza Italia e vincendo insieme  le elezioni della Provincia di Taranto. L’ex-segretario regionale del PD annunciò (a chiacchiere) inutilmente dei fantomatici provvedimenti disciplinari contro gli esponenti tarantini che erano entrati nella giunta delle larghe intese. Chiaramente non accadde mai nulla anche perchè già in quell’occasione Emiliano dimostrò di non conoscere lo statuto del Pd che consente alle segreterie provinciali la totale autonomia, dovendo loro rispondere alla segreteria nazionale, a non quella regionale.

Ebbene anche quest’ anno si è ripetuta l’alleanza , alla Provincia di Brindisi, ma questa volta Emiliano si è ben guardato dal proferire parola, forse perchè stava leccandosi ancora le ferite della sconfitta elettorale del suo candidato indicato e sostenuto alla guida del Comune di Brindisi, uscito sconfitto da una lista civica sostenuta dall’ area di centro. Candidato sbagliato ?

No, perchè Nando Marino è una persona per bene ed un imprenditore capace e noto per le sue qualità, ma il Pd locale non lo ha voluto e sostenuto sino in fondo, solo perche non voleva farsi mettere i mettere i piedi in testa dalla nota arroganza di Emiliano, punendolo  e dirottando al ballottaggio la bellezza del 12% dei voti sull’altro candidato. Risultato: il Pd a Brindisi ha perso le elezioni per il sindaco, ma il Partito Democratico sicuramente ha manifestato e dimostrato la propria dignità ed indipendenza dall’arrogante “baricentrismo” galoppante del governatore regionale.

Sentire oggi Emiliano accusare Renzi ” Nel Sud doveva scegliere le persone con cui interloquirefa a dir poco ridere. Sopratutto quando pur di vincere le primarie ed essere eletto alla guida della Regione Puglia, Emiliano ha fatto patti con il diavolo, candidando nelle sue liste per le regionali  ex fascisti, indagati e berlusconiani, promettendo posti ed incarichi a chiunque gli potesse portare qualche voto.  Il web dovrebbe aiutare a ricordare qualcosa, che venne raccontato dai colleghi dell’ Huffington Post:

Il caso più eclatante è quello di Eupreprio Curto, candidato nella lista dei Popolari, uno che da giovane aveva la Fiamma nel cuore, e dunque la tessera del Movimento Sociale. Poi, da adulto, Alleanza Nazionale nelle cui fila arrivò a Palazzo Madama. Quando Curto venne beccato per aver fatto assumere 22 tra amici e parenti in un concorso pubblico a Francavilla Fontana, la sua città, lui si difese dicendo che i suoi parenti erano “meno del dieci per cento”. Un’altra volta, sollecitato in tv da un finto faccendiere, si mise a disquisire serenamente di tangenti. Ora sostiene Emiliano“. Nelle liste di EmilianoA Foggia c’è Pippo Liscio, anche lui ex Msi e ex An, così come Antonio Martucci che invece è candidato a Taranto. Mentre a Lecce è candidato Paolo Pellegrino, che viene dalla destra, ma stava con Fini in Futuro e Libertà, di cui era coordinatore”. 

Sempre a proposito delle  persone scelte da Emiliano  l’ Huffington Post  scriveva che  “a portare pesanti interessi ecco la carica dei “riciclati” di Forza Italia. Il coordinatore delle liste civiche di Emiliano, nella Provincia Bat (Barletta-Andria-Trani) è Francesco Spina, che fino a qualche tempo fa era con Forza Italia e ora è iscritto all’Udc. E fin qui sembra il classico “riciclo”. Ma Spina non è uno qualunque. Mentre coordina le civiche a sostegno di Emiliano è sindaco di Bisceglie in carica (con una coalizione di centro destra) e presidente della Provincia Bat, sempre col centrodestra. E già così è più ardita. Ma poiché Spina è un vero campione del trasformismo, va oltre. E oltre a sostenere Emiliano (mentre governa col centrodestra), nella stessa tornata elettorale a Trani e Andria, dove si vota per le comunali, sostiene i candidati del centrodestra. Per Emiliano è tutto normale. Anzi, è tutto nobile, tutta una questione di alti valori e princìpi”

Al comune di Molfetta il sindaco Paola Natalicchio, una di sinistra,  che continua l’  Huffington Post     “non ha capito come funziona ormai, si è infuriata, anche pubblicamente, con Emiliano quando ha visto candidato a suo sostegno Saverio Tammarco, che a Molfetta faceva il capogruppo di Forza Italia, all’opposizione (prima sempre Tammarco era stato consigliere provinciale del Pdl in provincia dei Bari). Altro pezzo pesante del centrodestra passato con Emiliano è Fabrizio D’Addario. Consigliere comunale a Bari nel 2009 nella lista di Simeone di Cagno Abbrescia, nel 2010 si candida nella lista “I Pugliesi” con Rocco Palese. La folgorazione sulla via di Emiliano (e del centrosinistra) avviene quando – ancora consigliere comunale di centrodestra – D’Addario diventa direttore generale di una municipalizzata del comune di Bari che gestisce la rete gas, l’Amgas. È una folgorazione analoga a quella che ha colpito tal Giacomo Oliveri, che nel 2005 era consigliere regionale di Forza Italia e oggi è il leader dei Moderati, per cui – anche non essendo candidato – va in tv, concede interviste, partecipa ai tavoli delle candidature. La folgorazione è legata alla nomina di presidente della Multiservizi, la municipalizzata di Bari, nomina avvenuta ad opera di Michele Emiliano“.

Emiliano ha accusato Renzi, sostenendo che  “Nel Sud doveva scegliere le persone con cui interloquire. Ma lui, il Michelone “barese” quello che annaspava nel pesce custodito nella sua vasca da bagno, dono di suoi amici con qualche problemino…penale cosa ha fatto di sinistra alle regionali del 2015 ? ce lo racconta sempre l’ Huffington Post:

È lungo l’elenco degli azzurri a sostegno di Emiliano. Tra i nomi più importanti quello di Tina Fiorentino, ex assessore col centrodestra ora candidata nella lista civica “La Puglia con Emiliano”. E soprattutto Anita Maurodinoia, la casalinga di Triggiano diventata miss preferenze al Comune di Bari lo scorso anno grazie al sostegno di Schittulli, oggi competitor di Emiliano. Raccontano nel Pd locale: “Schittulli la considerava una pupilla, ha litigato col mondo per farla eleggere alla città metropolitano. Ora è passata al nemico del suo padre politico. E noi abbiamo gli estranei in casa”. Ci sono anche quelli che vennero candidati nella lista “Puglia prima di tutto”, di Tato Greco, che divenne famosa per aver candidato nelle proprie liste Patrizia D’Addario, la escort dei primi scandali sessuali di Silvio Berlusconi. Come Natalino Mariella, che ha trovato ospitalità nella lista i Popolari (per Emiliano). A Foggia per Emiliano corre Luigi Damone, figlio dell’ex consigliere regionale Cecchino Damone che della Puglia prima di tutto era capogruppo“.

Lo schema Emiliano prevedeva che i “riciclati” vanno a ingrossare le liste civiche per mietere messe di voti mentre gli indagati sono nel Partito democratico, che sarà il più penalizzato. Ecco che nelle liste del Pd si trovavano candidati l’ex deputato leccese del Pds Ernesto Abaterusso, chiamato a candidarsi da Emiliano al posto del figlio Gabriele Abaterusso, condannato a due anni per bancarotta. Indagato in due procedimenti penali anche il consigliere uscente Michele Mazzarano (finanziamento illecito ai partiti  da cui è salvato con la prescrizione, e per millantato credito e tangenti) . Secondo il gup della Procura di Bari, Sergio Di Paola, che nel settembre 2014 ne ha disposto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta su Gian Paolo Tarantini per finanziamento illecito ai partiti, l’esponente politico massafrese avrebbe ricevuto 70 mila euro da Tarantini: diecimila per pagare il concerto di chiusura della campagna elettorale del Pd a Massafra per le elezioni politiche dell’aprile 2008 e altri 60 mila per il tramite di un imprenditore che, secondo l’accusa, si sarebbe aggiudicato un appalto da 600 mila euro alla Asl proprio per il tramite del politico. A mettere nei guai Mazzarano è stato lo stesso Tarantini. Il processo è cominciato a dicembre 2014, e quindi Mazzarano si è salvato solo grazie alla prescrizione.

Risultato ? Mazzarano eletto  capogruppo del Pd alla Regione Puglia, il quale appena insediatosi ha assunto nel gruppo (a spese del contribuente) lo “storico” segretario-ombra di Michele Emiliano, Gianni Paulicelli e come addetto stampa tale Michele Mascellaro, un giornalista finito nelle intercettazioni della Procura di Taranto (leggi QUI) , allorquando dirigeva un quotidiano tarantino  del pomeriggio  (di cui ancora oggi è alle dipendenze) si prestava ai giochi “sporchi ” e relative corrutele economiche del factotum dell’ Ilva Girolamo Archinà.

nella foto Michele Emiliano e Michele Mascellaro

Mascellaro dopo due anni dall’apertura del procedimento a suo carico continua a rifiutarsi di presentarsi dinnanzi al Consiglio di Disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia adducendo di volta in volta certificati medici e giustificazioni prive di alcuna legittimità. Ma di tutto questo l’ Ordine dei Giornalisti di Puglia ed il sindacato nazionale dei giornalisti, retto da un ex-collaboratore di Emiliano, tale Raffaele Lorusso  non fiatano . Anzi ci vanno  amabilmente a braccetto !

Ma forse c’è un caso che dice tutto di Michele Emiliano e su come ha amministrato e gestisce la sua “fabbrica” del consenso prezzolato. Ad Altamura, provincia di Bari, Emiliano concesse a Luigi Lorusso, un candidato sindaco, di usare a sostegno la sua lista “Puglia con Emiliano”. Niente di strano, si dirà. Se non fosse che il suo avversario, Antonello Stigliano è del Partito democratico.

Emiliano ed i suoi sostenitori hanno forse dimenticato il caso di Gianni Filomeno, della lista civica appoggiata dal Pd dove si sente una donna al telefono che, attraverso Facebook, recluta ragazzi “per sostenere il nostro candidato” e dice “portati la tessera elettorale, abbiamo bisogno del riscontro del tuo voto” e anche di quello “della famiglia” ???  Ha dimenticato quel Gianni (o Giovanni) Filomeno, suo candidato a Bari per la lista civica “La Puglia con Emiliano”, parlare davanti alla telecamera (nascosta): “Sono 30 euro. Ma non è voto di scambio, è un rimborso spese“. Attività questa scoperta e denunciata pubblicata dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale ? Noi non lo abbiamo dimenticato….

nella foto Michele Emiliano e Natale Mariella durante la campagna elettorale per le regionali 2015.

E cosa dire dei voti della malavita barese comprati in favore di Emiliano ? Esponenti di un potente clan malavitoso barese avrebbero minacciato e costretto gli elettori a votare il candidato alle regionali pugliesi Natale Mariella, candidato nei Popolari per Emiliano Presidente , in cambio di 70mila euro in parte versati e in parte promessi da un referente di Mariella,  tale Armando Giove.  Attenzione, cari lettori. Questa non è una diceria. E’ quanto accertato dai Carabinieri nel corso delle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari . Di fatto, secondo i pm Carmelo Rizzo e Federico Perrone Capano, il clan avrebbero pesantemente “condizionato” le elezioni regionali del 2015 che consentirono al Centrosinistra di portare l’ex-magistrato Michele Emiliano sulla poltrona che, in precedenza, era stata di Nichi Vendola.

Per concludere….Emiliano dovrebbe ricordare quanto appurato dalla Commissione antimafia e alla fine l’organismo parlamentare presieduto da Rosy Bindi che divulgo  i nomi degli “impresentabili” pugliesi . Ma chi c’era fra questi candidati pugliesi impresentabili  che, in base al codice etico dei loro partiti o dei partiti al cui candidato sono collegati non avrebbero potuto presentare la loro candidatura ? Il primo di loro era l’imprenditore Fabio Ladisa della lista «Popolari con Emiliano» che appoggiava il candidato del Pd ed ex sindaco di Bari , Michele Emiliano. La Commissione parlamentare precisò  che “è stato rinviato a giudizio per furto aggravato, tentata estorsione (e altro), commessi nel 2011, con udienza fissata per il 3.12.2015″ . E  Michele Emiliano, “preso atto della comunicazione della Commissione nazionale Antimafia“, fu costretto a chiedere pubblicamente  al coordinatore della lista Udc, Realtà Italia, Centro democratico di ritirare la candidatura di Ladisa.

E cosa dire delle sue frequentazioni…. quando era Sindaco di bari con la famiglia di imprenditori baresi De Gennaro (che nulla hanno a che fare per mia fortuna con la mia famiglia !) coinvolti nell’inchiesta su alcuni appalti realizzati a Bari negli ultimi anni.che  portò agli arresti i domiciliari i fratelli Daniele e Gerardo De Gennaro (quest’ultimo consigliere regionale del Pd), due professionisti e tre dirigenti comunali e regionali e dalla quale emerse una notevole capacità di condizionamento della famiglia di imprenditori sull’amministrazione comunale retta all’epoca dei fatti da Emiliano, sindaco di Bari ?  Nel maggio 2015  vi è stato il patteggiamento delle cinque società del gruppo Degennaro di Bari coinvolte nel procedimento sui presunti appalti truccati per la realizzazione dei parcheggi interrati di piazza Giulio Cesare e piazza Cesare Battisti nel centro del capoluogo pugliese. La Dec Spa e altre quattro aziende del gruppo De Gennaro  hanno definito quindi il procedimento in cui rispondevano di illeciti amministrativi con una sanzione pecuniaria di poco più di 100mila euro e la confisca di un profitto pari a 3,75 milioni di euro. Il processo per i De Gennaro “amici” e sodali di partito di Michele Emiliano è iniziato lo scorso 1 dicembre 2016 .

Alla luce di tutto questo, ascoltare oggi Emiliano  che cerca di dare “lezioni” a  Renzi su come “scegliere le persone con cui interloquire è adir poco imbarazzante, o meglio  ridicolo. Come la stragrande maggioranza delle boutade politiche, del novello ambientalista last-minute, il quale adesso dopo Brindisi sta cercando di danneggiare  il Pd anche a Taranto, stringendo alleanze oscure ed imbarazzanti con liste piene di esponenti della massoneria “ciellina”, “faccendieri” e “predoni” di denaro e cariche pubbliche, nel tentativo di portare sulla poltrona di sindaco un magistrato in pensione, candidatura auspicata e sostenuta dal vescovo di Taranto mons. Filippo Santoro. Una candidatura  con molti scheletri nell’armadio e tante carte scottanti nei nostri archivi giornalistici, che non mancheremo di pubblicare al momento opportuno.

Così come del governatore Emiliano in conclusione fanno molto ridere certi suoi messaggi pubblicati sulla sua pagina Facebook, salvo no accettare le critiche ed impedire  bloccando i commenti contrari ai suoi post “fantozziani” . Ma è questo il significato di “democrazia” di Emiliano ?  E’ questo il suo rispetto per la libertà di opinione ed il diritto di critica ? O soltanto un arrogante brama di potere ? Ma in definitiva cari lettori, cosa ci si può aspettare da uno come Michele Emiliano  che proviene da una famiglia barese che come raccontano fonti  baresi  più che attendibili ha origini ben poco democratiche….?

Giovanni Minoli un esempio di buon giornalismo per tutti noi , questa volta mi ha deluso. Quante domande ha dimenticato di fare ad Emiliano. Eppure sarebbe bastato poco per documentarsi meglio. Gli anni passano…




Stop alla devastazione giornalistica nei confronti degli imputati

di Ruben Razzante*

schermata-2016-10-13-alle-02-44-32La giustizia può sbagliare, i giudici sono esseri umani ed è per questo che il sistema giudiziario prevede tre gradi di giudizio affinché possa esserci la dovuta ponderazione prima di una sentenza che rischia di mettere in gioco la libertà personale e la dignità di un imputato. Questo sacrosanto principio in Italia si depotenzia un po’, sia per i numerosi casi di giustizia politicizzata – peraltro ammessi nei giorni scorsi dallo stesso ministro della Giustizia, Andrea Orlando – sia per la piaga dei cosiddetti “processi mediatici”.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una successione di assoluzioni di personaggi politici accusati di vari reati e sottoposti a quella che comunemente viene definita gogna mediatica. Alemanno, Bertolaso, De Luca, Podestà e, da ultimo,Marino e Cota: tutti esponenti di primo piano, ai vertici di città-capoluogo o di province o di regioni, prima costretti a uscire di scena, ora scagionati da ogni addebito. Solo il governatore campano De Luca è ancora in sella, peraltro in un ruolo di maggiore responsabilità istituzionale (all’epoca dei fatti contestatigli 18 anni fa era sindaco di Salerno). Si tratta di vicende giudiziarie assai diverse l’una dall’altra, anche per colore politico, ma accomunate da un elemento tutt’altro che irrilevante: il cortocircuito tra le inchieste e la mediatizzazione dell’attesa di una sentenza, che si è trasformata negli anni in un calvario mediatico.

In un momento in cui il governo Renzi sembra aver accantonato i buoni propositi di mettere mano alla riforma della giustizia perché teme di non avere il consenso necessario per condurla in porto, storie come quelle di Marino, De Luca, Bertolaso o Cota ci confermano quanto siano a rischio le nostre libertà democratiche, tra cui il diritto sacrosanto di non rimanere illimitatamente stritolati nel tritacarne mediatico per poi uscirne puliti ma devastati umanamente e sul piano reputazionale.


schermata-2016-10-13-alle-02-47-03I più importanti quotidiani italiani spesso si trasformano
in plotoni d’esecuzione, gli studi televisivi in ring dove si combattono veri e propri incontri di “pugilato verbale” tra innocentisti e colpevolisti. Sono i cosiddetti “processi mediatici”, vietati da un codice di autoregolamentazione proposto dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e sottoscritto nel maggio 2009 da tutte le emittenti radiotelevisive, dall’Ordine dei giornalisti, dalla Fnsi e da tutti i soggetti coinvolti nella filiera informativa.

Nessuno, però, lo fa rispettare e nessuno si indigna di fronte alla devastazione mediatica della dignità dei soggetti indagati o imputati. L’assoluzione dei tribunali diventa una magra consolazione per quanti hanno visto distrutta, nel frattempo, la propria immagine pubblica a causa di una vera e propria barbarie mediatica.

  • docente diritto d’informazione



Scontro LaPresse-FNSI. La parola ai magistrati

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nella foto Marco Durante (Agenzia La Presse)

Questo  il testo della nota diramata da Marco Durante, editore e presidente dall’ agenzia LaPresse :

La Federazione nazionale della stampa italiana, l’Associazione Stampa Subalpina, l’Associazione Stampa Romana e l’Associazione Lombarda dei Giornalisti ieri pomeriggio hanno diffuso un comunicato denunciando una presunta violazione delle regole contrattuali e pretese situazioni di concorrenza sleale da parte della nostra agenzia.

Si tratta di un’iniziativa molto grave, sia perché è totalmente infondata, sia perché – in palese violazione di tutte le regole – è stato emanato senza alcuna preventiva informazione e condivisione dello stesso con il direttore e con il comitato di redazione. Dato quest’ultimo che, prima di ogni altro, dimostra che l’iniziativa non è stata motivata, come invece vorrebbe farsi apparire, da esigenze di tutela dei giornalisti della nostra agenzia, ma da tutt’altre e non meglio chiarite finalità.

La FNSI in data 30 maggio scorso ha inoltrato alla FIEG  (Federazione Italiana Editori Giornali) una richiesta di apertura di un tavolo sindacale facendo riferimento a un inesistente accordo aziendale “con il quale si fronteggia la crisi aziendale con la riduzione di alcuni istituti economici contrattuali”.

La società (La Presse n.d.r.) ha risposto alla FIEG in data 13 giugno chiarendo che la società non è in crisi e che, come palesato con la documentazione prodotta, non è stato raggiunto alcun accordo collettivo aziendale, bensì un insieme di accordi singolarmente sottoscritti dai giornalisti a titolo individuale. Accordi, raggiunti con n. 51 giornalisti art. 1 su n. 52 giornalisti in forza, che prevedono un aumento retributivo, nella forma di un superminimo mensile ad personam assorbibile, di Euro 100,00 lordi mensili a tutti i redattori. Un aumento che, rinnovando precedenti intese relative alle maggiorazioni di cui agli articoli 10 e 19 del CNLG che erano state “congelate”, è venuto incontro ai giornalisti riconoscendo – nell’ambito di una forfettizzazione delle relative maggiorazioni – un aumento e, al contempo, rinnovando l’impegno dell’editore al mantenimento dei livelli occupazionali.

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E’, a dir poco incredibile, che la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) ricevuta la predetta risposta in data 14 giugno, due giorni dopo si sia spinta a diffondere un comunicato falso, oltre che giuridicamente privo di fondamento. Un comunicato a cui il direttore e il Comitato di redazione hanno già risposto in modo perentorio ieri sera, denunciando la falsità dello stesso e la sua lesività per la loro dignità e professionalità.

E’ gravissimo, e l’editore ha già dato mandato ai propri legali di assumere tutte le più opportune iniziative in tutte le sedi competenti, che la FNSI si sia, inoltre, spinta ad affermare che “C’è motivo di ritenere che tale accordo non sia scaturito da una libera contrattazione tra azienda e Comitato di redazione, ma da un ricatto messo in atto in confronto dei lavoratori”.

Niente di più falso, considerato che la proposta dell’editore è stata direttamente formulata ai giornalisti, previa la necessaria condivisione con il direttore e il Comitato di redazione, tramite quest’ultimo.

La FNSI, non paga di quanto precede e ben conoscendo che 51 giornalisti su 52 hanno siglato accordi individuali con l’editore, afferma nuovamente il falso quando dice “è ancora più grave il fatto che i lavoratori che si sono rifiutati di sottoscrivere l’accordo sono stati vittime di comportamenti professionalmente discrimatori”. Nessun comportamento discriminatorio è stato posto in essere nei confronti di chicchessia.

Vista la palese falsità delle notizie diffuse con il comunicato sindacale di ieri, gli autori si assumeranno in tutte le sedi competenti le loro responsabilità“.

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La FNSI per voce del suo attuale segretario nazionale  Raffaele Lorusso ,  che per dovere di cronaca è stato da noi già querelato-denunciato per diffamazione nel settembre 2014, e che verrò ulteriormente denunciato nuovamente nei prossimi giorni , con il suo stile arrogante e provocatorio ha dichiarato:

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nella foto Raffaele Lorusso

L’annunciata querela per diffamazione ci darà infatti l’opportunità di dimostrare in un’aula di giustizia la fondatezza dei rilievi mossi nei confronti di un editore che, come si evince dai toni e dal contenuto, a tratti esilaranti, del comunicato diffuso, ha una concezione dell’impresa editoriale degna di quella di un padrone delle ferriere”. “E’ inequivocabile, oltre che facilmente dimostrabile, quanto sostenuto dal sindacato ossia che l’editore de La Presse ha costretto i propri giornalisti ad accettare trattamenti peggiorativi rispetto a quelli riconosciuti dal contratto nazionale di lavoro. E’ dovere del sindacato denunciare questa situazione e chiedere l’intervento delle istituzioni pubbliche, considerato che l’editore in questione usufruisce dei benefici di una convenzione con il governo. L’editore, che ha sempre rifiutato il confronto con il sindacato, sarà chiamato a rispondere del proprio atteggiamento nelle competenti sedi giudiziarie, nelle quali sarà denunciato per comportamento antisindacale”.

A questo punto resta da capire qualcosa: ma la FNSI e Lorusso chi si credono di essere degli intoccabili ?  L’editore di questo quotidiano online è solidale con l’editore de La Presse.




L’INPGI è in crisi, i giornalisti continuano ad andare in pensione a 58 anni, ed i sindacalisti hanno la pancia “piena”….

Schermata 2016-05-28 alle 11.49.50L’Inpgi ha i conti in rosso e nel giro di qualche anno potrebbero non esserci più i soldi per pagare le pensioni. Oltre agli scandali giudiziari, alcuni privilegi dei giornalisti, come la possibilità di andare in pensione a 58 anni, hanno aggravato la situazione. Senza contare le centinaia di milioni di euro usciti negli ultimi sei anni da Inpgi per pagare la crisi degli editori italiani.

 Il possibile futuro fosco dell’Inpgi è già realtà al Fondo Fiorenzo Casella, la cassa di previdenza complementare dei poligrafici: lo scorso anno tutti gli iscritti si sono visti improvvisamente dimezzare la pensione. I soldi in cassa sono finiti eppure fino a poco tempo fa il Fondo Casella aveva a disposizione oltre novanta milioni di euro.

 

Che fine hanno fatto questi soldi? Ne parlerà la trasmissione REPORT (RAITRE) domenica sera.

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Gianni Dragoni, ha scritto anche un ebook sull’Ilva di Taranto per l’editore CHIARE LETTERE.

Inpgi, il gran pasticcio dei soldi al sindacato

di Gianni Dragoni *

Anche quest’anno l’Inpgi verserà soldi di tutti i giornalisti italiani nelle casse delle venti Associazioni regionali della stampa e della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti. Si tratta di una somma pari a circa 2,5 milioni di euro che di fatto verrà pagata, ancora una volta, da tutti i giornalisti che versano contributi all’Inpgi, anche da quelli – e sono la grande maggioranza – non iscritti al sindacato.

Inpgi Futuro ha più volte sollevato il problema dell’opportunità e della legittimità di questi finanziamenti, visto anche il dissesto dell’Inpgi. Adesso però ci sono nuovi fatti che fanno emergere ulteriori interrogativi sulla trasparenza e la correttezza delle erogazioni, che ufficialmente dovrebbero essere il rimborso dei costi per “servizi resi”.

Per comprendere meglio la vicenda, è bene fare una breve ricostruzione dei rapporti tra l’Inpgi, le Ars (associazione regionali sindacali) e la Fnsi. Fino al 2010 l’Inpgi pagava queste somme come atto di liberalità, non soggetto ad alcun controllo contabile. Si invocava la giustificazione che, non disponendo l’Inpgi di uffici regionali né provinciali, i soldi servissero a pagare il costo degli uffici di corrispondenza che l’Inpgi, per mantenere un rapporto con tutti i giornalisti, aveva presso le Associazioni regionali della stampa.

Nel 2010 il cda dell’Inpgi, sollecitato dal collegio sindacale, ha stabilito di modificare le convenzioni con le Ars e la Fnsi in vigore dal 1996, di adottare la forma di un contratto a prestazioni corrispettive, cioè di pagamento in cambio di servizi e rimborso dei costi sostenuti. E si decise di assoggettare le erogazioni a un rendiconto annuale, per controllare le spese effettive sostenute a fronte di questi versamenti. L’Inpgi quindi adottò nuove convenzioni scritte sia con le venti Associazioni regionali sia con la Fnsi. Due anni dopo il collegio sindacale è intervenuto nuovamente, segnalando “l’esigenza di acquisire per ciascuna Associazione i giustificativi dei costi sostenuti per ciascuna voce di spesa”.

Il 27 marzo 2016 il cda dell’Inpgi ha fissato i massimali dei fondi erogabili quest’anno, dopo che gli uffici hanno certificato la “regolarità del processo amministrativo di verifica svolto sulle quote rimborsate a ciascuna Associazione in considerazione dei costi effettivamente sostenuti per la gestione annuale della propria struttura”. Nella seduta del cda si è preso atto che “le somme erogate dall’Inpgi sono state impiegate per svolgere le attività relative alla gestione dei rapporti tra gli iscritti e l’istituto”. Ed è stato affermato che “le somme sono quelle risultanti dai bilanci delle singole Associazioni regionali di stampa che, nella maggior parte dei casi, sono certificati da apposite società di revisione“.

Ma leggendo i bilanci del 2015 sia dell’Fnsi sia dell’Associazione lombarda dei giornalisti (Alg) sorgono dei dubbi. Nel bilancio consuntivo della Fnsi a pagina 9 è iscritta un’entrata di 280.195 eurorelativa alla Convenzione Fnsi-Inpgi 01/01/1996”. “La convenzione stipulata in data 01/01/1996 in base all’art. 4 dello statuto dell’Inpgi è scritto nel bilancioassegna alla Fnsi una somma a titolo di liberalità. Nel 2014 il contributo Inpgi era stato pari a 280.195 euro. Si registra, quindi, nel 2015, per questa voce, lo stesso importo“.

Facciamo notare che questa frase contiene due errori, perché:

  1. La Convenzione del 1996 è stata annullata e sostituita nel 2010.
  2. Dal 2010 le regole sono cambiate, l’Inpgi non può più fare erogazioni liberali alla Fnsi, può solo pagare somme come rimborsi in base a un rendiconto analitico di quanto speso a favore dell’Inpgi.

Nel bilancio 2015 dell’Alg ( Associazione Lombarda Giornalisti)  viene impropriamente riportata tra le entrate la somma di 385.232 euro (identica all’anno precedente) come “forfait Inpgi”. Invece non si tratta di un “forfait”, ma di un contributo commisurato all’effettiva attività svolta in favore dell’Inpgi dall’ufficio di corrispondenza di Milano, che è ospitato in un appartamento per il quale l’Inpgi paga, a parte, l’affitto alla stessa Alg.

Nel cda Inpgi del 26 maggio 2016 è emerso un altro fatto grave. La direttrice generale dell’Inpgi, Mimma Iorio, ha fatto ammenda, spiegando di avere commesso un errore nella scrittura della relazione allegata alla delibera del cda del 27 aprile scorso che ha dato il via libera al finanziamento di associazioni regionali e Cda.

Vediamo di che si tratta. In aprile la direttrice aveva in sintesi sostenuto non solo che ogni euro di spesa certificato da Ars e Fnsi poteva essere rendicontato, ma che le somme di cui si tratta sono risultanti da bilanci certificati da società di revisione. Nel cda del 26 maggio Iorio ha dovuto correggersi, affermando che non di bilanci accertati da società di revisione si tratta, quanto di bilanci verificati dai collegi sindacali eletti in seno alle varie associazioni e alla Fnsi. Una differenza non da poco.

In conclusione, non c’è forse da chiedersi come abbia fatto l’Inpgi a “certificare” un mese fa “la regolarità del processo amministrativo di verifica svolto sulle quote rimborsate a ciascuna Associazione in considerazione dei costi effettivamente sostenuti per la gestione annuale della propria struttura”?

A noi sembra che sia il caso di fare piena luce e rendere trasparente un capitolo importante di spesa dell’Inpgi che presenta opacità.

  • giornalista ed inviato del Sole24Ore –  membro Commissione Bilancio Inpgi



Tanto per dileggio: cronaca quasi comica dei 4 giorni di assise “sindacale” per eleggere Lorusso alla FNSI

di Fred Stand *

Nel 70esimo anniversario della Liberazione di Auschwitz, circa 500 giornalisti iscritti, senza nessuna colpa, alla FNSI sono stati trasferiti a Chianciano per accondiscendere al XXVII congresso, lungamente atteso dai baroni delle province che volevano “defrancosiddizzare” la Segreteria nazionale. Nella depauperata località termale in provincia di Siena, durante i giorni della Merla, non girava nessun essere umano indigeno e le terme erano chiuse. Il paese, adeguatamente inospitale, lo avevano scelto gli indefessi organizzatori romani per evitare le fughe di piacere dei delegati che, indeboliti dal freddo e privati dello shopping, erano ormai persuasi a seguire i lavori.

I giornalisti hanno fruito della sistemazione in ordine di importanza. 1) I maggiorenti nel Grand Hotel Excelsior, dove c’era la sala convegni e si mangiava il prosciutto crudo a punta di coltello. 2) I votanti stavano rinchiusi ne ‘Le Fonti’, albergo aperto per l’occasione dopo tre anni di abbandono, con stanze meno panoramiche e fievolmente riscaldate. 3) Gli ospiti, ovvero quelli che non contano mai nulla, sono finiti oltrecortina all’hotel Moderno, 200 metri più in basso dell’acropoli. Fatto l’accreditamento, ogni invitato ha ricevuto preziosi doni: ai grandi elettori spettava un sacco di tessuto nero con volume sulla ‘civiltà delle acque in terre di Siena e di Maremma’ più una seconda borsa in similpelle, da regalare al primo malcapitato incontrato nel ritorno a casa. Per gli accompagnatori, il Touring Club aveva riservato, gratuitamente, la mappa stradale della Val d’Orcia e Val di Chiana e una scontatissima offerta delle Terme Sensoriali.

Mancando due ore alla prima cena, era necessario nominare il presidente del Congresso. La scelta è ricaduta sul “compagno” Giovanni Rossi, per due motivazioni essenziali: la prima, per separarlo dall’altro Giovanni Rossi, segretario Sigim che appariva molto più giovane e bello. La seconda, per evitare di scambiarlo con l’omonimo Giovanni Rossi, di anni 98, morto nello stesso giorno nella vicina Montepulciano, ancora fresco di sepoltura. Dopodiché, il vecchio -ma vivente- presidente Giovanni Rossi ha passato la parola al segretario Franco Siddi, per un breve saluto ai convenuti, non considerando che il segretario uscente avrebbe tenuto un’ultima radunata.

Conforme al suo stile antiargomentativo e antisillogistico, Siddi si è esibito in una filatessa di tragiche metafore: Shoah, Charlie Hebdo, i kalashnikov, un pensiero di Anna Frank…facendole sembrare come i tristi presagi della sua imminente uscita dalla scena. Ma non c’era più il tempo per piangere a dirotto. Grazie a Dio, vigeva l’obbligo di mangiare dalle 20 alle 21, ognuno nel proprio albergo, sapendo che non si sarebbero trovati negozi alimentari aperti fino a Perugia. Così, dopo la ribollita, la pasta al sugo e il pollo arrosto ognuno si è ritirato nelle propria stanza, immaginando quel che sarebbe successo l’indomani.

Mercoledì 28 gennaio

Dalla sera prima, già circolava la “voce” che Siddi avesse scritto 60 cartelle. Con un calcolo verosimile di 2 minuti a cartella, più i sospiri, le pause e le digressioni si sarebbe consumato tutto il tempo, dalla colazione al pranzo. C’era chi voleva darsi una revolverata in testa, chi chiamava i parenti, mentre i giovani più focosi avevano pensato bene di chattare con l’amante. I gaudenti più intraprendenti, invece, hanno organizzato la prima gita fuori porta: a Pienza, meraviglioso borgo rinascimentale costruito da Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, ricordato nelle Facoltà di Lettere per la sua cultura umanistica e le conclamate avventure ‘sentimentali’. I fuggiaschi, in questo modo, sono riusciti a visitare la piazza con il famoso Duomo, a passeggiare lungo il belvedere dal quale si ammira il Monte Amiata e, importunando il sindaco comunista della meravigliosa cittadina, a visitare l’antica residenza dei Priori, (l’attuale Municipio).

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nella foto, Svaldi il direttore del giornale che non c’è

Infine, si sono impegnati nel doveroso rifornimento di salame toscano e pecorino di Pienza, prima del gran finale nella trattoria ‘Latte di Luna’, nella quale con pochi denari si degustano le pappardelle al cinghiale, cacciagione varia, dolci tipici della Toscana. In seguito, si sarebbe scoperto che l’unico giornalista a sentire per intero l’asfittica autobiografia di Siddi è stato Gianni Svaldi, ex direttore del Corriere del Giorno di Taranto, il quale dopo tanto stress aveva assunto le fattezze di Barabba nell’iconografia cristiana.

Nel pomeriggio, per avviare il libero dibattito è salito sul podio il tribuno della Calabria: Carlo Parisi, fisico corpulento e una pelata scintillante come quella di Joel Edgerton in Ramses, ha debuttato con una dichiarazione fashion: “non sono venuto con il cappello in testa, né con il cappello in mano”; praticamente si stava presentando come un eroe scappellato, che sfidava il freddo esterno e i pregiudizi verso la sua terra d’origine. “La Calabria vanta 882 iscritti in più che pagano 80 euro”. “Mentre in altre parti le redazioni chiudono, noi abbiamo le sale stampa che aprono…e mandiamo le ispezioni nelle aziende, perché il giornalismo si paga”. Carlo Parisi, accompagnato e benedetto dal collega in clergyman Don Strangio, posava da profeta del giornalismo calabro.

Dopo Ramses, altri oratori hanno sprigionato una massa sonora e vibrante di ipotesi demoniache: il presidente dei Cronisti italiani Guido Columba ha scandito un “No! a Giulietti”, colpevole di diversi mandati parlamentari. Daniele Bungaro, in preda alla disperazione esistenzialista, ha chiesto ai garantiti di non abbandonare i freelance. Massimo Zennaro, radiocronista apologista di Chievo e Verona, ha fatto per primo il nome di Raffaele Lorusso come segretario. Altri, con cuore sincero, hanno invocato la riforma della RAI, lodato la professionalità degli uffici stampa, innalzato le mani al cielo, annunciato “chiude il giornale Europa, avendo zero debiti”.

La disputa sindacale si stava trasformando in una potente geremiade: solidarietà dei tutelati verso i precari, un contratto più leggero per tutti, informazione libera e sostenibile, una FNSI federalista, dignità del lavoro, unità sindacale, libertà d’espressione, Lorusso segretario, sindacato aperto ai precari, Lorusso segretario, servizi dalla FNSI come le associazioni regionali, la legge 150 durante i suoi 15 anni utile quanto le vittorie di Pirro…sospirava Tartaglia, Serventi Longhi sognava di avere 40 anni in meno. Infine, La Toscana che dà soldi agli editori se assumono, che ha introdotto il voto elettronico, che gradiva per la sua rettitudine Raffaele Lorusso segretario.

Alle ore 20, la tribù di giornalisti si è ridivisa in tre tronconi, per fame e non per argomenti. Era l’ora della pappa al pomodoro. “Gli ultimi avranno i primi” diceva san Matteo. Infatti, all’Hotel Moderno dove erano schierati gli ospiti che hanno i doveri della riverenza, due simpatiche vecchiette stavano mettendo a tavola i pici con il ragù e l’acquacotta, in grande quantità. E decalitri di “sanguis jovis”, il divino Sangiovese che scruta nel cuore, arrossisce la faccia e macchia le viscere.

Giovedì 29 gennaio

La visita ufficiale della Camusso, stillante benevolenza per chi era già in partenza, ha provocato un’altra defezione dei giornalisti in sala. Un sostanzioso gruppo si è diretto a Montepulciano, luogo natio del poeta Poliziano e capitale del famigerato vino rosso ‘Nobile’. Nel frattempo, gli smartphone sparsi dentro e fuori il congresso comunicavano che Giulietti aveva accettato la nomina a Presidente FNSI, poi l’aveva ritirata, poi l’aveva accettata, poi l’aveva ritirata. Constatato il tormento di Giulietti, i vertici dell’Usigrai avevano deciso di puntare su Santo Della Volpe, una vecchia e robusta pianta con la radice dei giusti.

Dopo aver ingrassato le agenzie con le brevi sugli ospiti nazionali intervenuti, i proletari della comunicazione hanno ripreso a mietere grano e loglio. Una proposta intelligente ha tentato di risolvere un’incongruenza semantica: non vivendo più di sola “Stampa”, forse sarebbe opportuno ribattezzare la FNSI con un titolo più ammodo, per esempio Federazione Nazionale Giornalisti Italiani.

In ogni riunione sindacale, la zizzania cresce soprattutto nell’animo dei ‘pensionati’ che, lo dice la parola stessa, sono quelli “nati con la pensione” (gli altri sono i pensio-morti). Questi beneficiati dell’INPGI sono sempre più terrorizzati dall’onesto Camporese, che continuamente dimostra come il granaio si stia svuotando. Cosa fare, dunque? Bisogna alzare l’età pensionabile? O sospendere la pensione a chi lavora? Tutti vorrebbero andare incontro alla morte con INPGI e CASAGIT in salute, ma come possono i giovani lavorare per garantire le pensioni se i pensionati continuano a lavorare? Iacopino da Todi, il poeta futurista inventore del ‘Toc Toc’, perché non dà il buon esempio, ritirandosi da Fiuggi o a Fiuggi? Insomma, come aiutare i senza tetto del giornalismo?

Giovanni Rossi Junior, nelle Marche ha dichiarato di pagare la partita IVA a chi fattura sotto gli 11mila euro, Martellotta da Bari ha sostenuto la presenza dei professionisti anche nei siti. Ed ecco che sono emersi altri scongiuri: bisogna aumentare la vigilanza per l’evasione contributiva, organizzare i disorganizzati, l’ennesimo ‘Lorusso segretario’ (dal Veneto), urge la tutela legale dei precari da parte della FNSI, l’equo compenso deve diventare prassi, è ora di inchiodare un giornalista nel consiglio di amministrazione delle aziende editoriali, aumentino i sindacalisti preparati nel proselitismo e nell’assistenza, un categorico farsi carico di chi è indietro, uscire fuori dal tunnel con l’unità sindacale. In conclusione il Trentino, che presentava la delegazione più colorita, ha invocato per tre volte Lorusso come segretario. Ed ecco che l’uomo di Conversano si è presentato.

L’intervento di Lorusso

Grazie a Siddi per i 7 anni. Sento di dover salvaguardare l’occupazione e l’inclusione” (che separate danno l’occlusione), ha esordito Don Raffele, “dico Sì al contratto che verrà”. Poi, dedica un pensiero ai colleghi adulti e precari o precari perché adulti. Immagina il nuovo patto per il lavoro e una nuova cabina di regia per la FNSI. Dichiara di voler salvaguardare le esperienze regionali e si infiamma per l’ingiusta assenza dei colleghi napoletani. Esige per i giornalisti il diritto d’autore come in altri paesi d’Europa, dà il pieno sostegno ai colleghi della RAI, invita a leggere un misterioso rapporto ONU come guida salda alla conoscenza, infine si abbatte sui qualunquisti con Franco Antonicelli, antifascista saggista parlamentare piemontese con il padre di Gioia di Colle.

Lorusso, al solito, è atteso dai fedelissimi per le sue eccentriche citazioni. A Bari aveva precettato gli accidiosi con Salvemini: “Compito della classe dirigente è trasformare la protesta in riforma”. A Castellaneta, aveva disseppellito Christian Jacq, un egittologo francese: “Quando soffia forte il vento contrario, c’è chi innalza muri e chi costruisce mulini”. A Chianciano, ora si stava conquistando la pole position con la scritta in ebraico letta sul frontespizio dell’Università di Tel Aviv: “Direttamente ai fatti”.

Venerdì 30 gennaio

È il grande giorno. I delegati sono pronti per le urne, ma prima, per la terza volta, parlerà Franco Siddi. Tutti sono imprigionati nella sala e per addomesticarli alla presenza e alla sopportazione hanno offerto loro 1.000 Ferrero Roché. Ebbene, l’ultima allocuzione di Siddi diventerà memorabile: “Torno al mio giornale…” seguita dall’unica pausa azzeccata in tre giorni di tentativi falliti. Ma non c’è stato un solo giornalista sano di mente che ha creduto all’adempimento della sua promessa.

Siddi coltiva Mandela, un mito della storia: “Vincitore è un sognatore che non si arrende mai!”. Ringrazia Serventi Longhi per l’unità del “piccolo, ma grande sindacato”. Ha due sentimenti contrastanti: tanta fermezza contro Feltri e Berlusconi, che sovente lo hanno attaccato; una contenuta commozione per le tenerezze di Barbagallo della CISL. Farfuglia qualcosa sullo sciopero del 3 ottobre 2009, conferma la portata della crisi: “Sono solamente 15.600 i giornalisti occupati”. A spizzichi e bocconi, spiega che siamo in una tempesta, non in un temporale. Riprende l’autodenuncia “non sono un boss, non ho correnti, gli ultimi due anni sono stati un calvario; molti aspettavano questo congresso. Ho resistito con l’aiuto di Roberto Natali e Rossi; non ho ricchezza, né maggiordomi, faccio la spesa il sabato…”.

Vorrebbe beneficiare gli ascoltatori con Sant’Agostino preso in porzione da dessert, ma non trova il foglio e un energumeno scostumato gli grida “Abbi pietà!” nel senso di smettere di parlare. Siddi accetta l’esortazione e continua per altri 20 minuti; dichiara per chi voterà…e saluta tutti, senza saper uscire di scena tra gli applausi. Ruvido e ormai appartato lascia una lacrimuccia sulla spalla di un amico.

A tarda sera, con 213 voti su 309 Raffaele Lorusso ha preso il suo posto. Ripete il motto del suo mandato “direttamente ai fatti” e dà l’abbraccio più sentito a Enrico Ferri, from Padova, soprannominato ‘Oriali’ per la sua straordinaria capacità di difendere, impostare il gioco e vincere le sfide finali.

(A.d.G) Ecco cari lettori chi è la FNSI il sindacato unitario ( o meglio “unico”) dei giornalisti….Ma serve a qualcosa ?

tratto dal blog  Sindacati Regionali di Stampa “Il nuovo blog delle sindacaliste e dei sindacalisti delle Associazioni regionali di stampa della Fnsi




L’ Ordine dei Giornalisti sospende un giornalista-sindacalista. La FNSI protesta. A Roma indagato dalla procura un giornalista sindacalista pugliese

La Giunta nazionale della Fnsi ritiene grave e inaccettabile che il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti del Molise abbia sospeso Giuseppe Di Pietro, presidente dell’Associazione Stampa del Molise e componente della stessa Giunta nazionale.  L’Ordine nazionale dei Giornalisti ricorda che chi ricopre ruoli di responsabilità negli enti di categoria ha maggiori doveri, non maggiori diritti, di tutti gli altri iscritti e in ogni caso non beneficia di alcuna impunità.
Il Consiglio territoriale di Disciplina ha offerto al collega Di Pietro di argomentare le sue ragioni in una audizione. L’invito non è stato accolto e l’incolpato ha preferito presentare una memoria difensiva. Di Pietro aveva accusato il consigliere nazionale Enzo Cimino di essere docente di Educazione musicale in una scuola pubblica; di essere portavoce e addetto stampa della Provincia di Campobasso e di essere stato “tutor” del praticantato d’ufficio concesso dall’OdG del Molise al collega Domenico Bertoni.
Cimino ha chiarito che non ricopre l’incarico di docente di Educazione musicale; che non è mai stato addetto stampa della Provincia di Campobasso ma portavoce del presidente Rosario De Matteis, incarichi tutti comunicati all’Ordine; di non avere avuto alcun ruolo nell’iter procedurale del riconoscimento del praticantato a Bertoni. Un autonomo esposto era stato presentato contro Di Pietro dal giornalista Bertoni il quale confermava che Cimino non era mai stato il suo “tutor” all’interno della tv privata “Teleisernia”, praticantato che gli è stato riconosciuto per la sua attività di direttore responsabile della testata.
Bertoni faceva notare che era falsa un’altra affermazione del Di Pietro relativa alla mancata revisione degli elenchi degli iscritti, precisando che dal 2013, in tutti i Consigli svoltisi, l’argomento è stato all’ordine del giorno. Tentare di accreditare queste accuse, tutte dimostrate non corrispondenti al vero, come attività sindacale è un ulteriore atto di violenza alla verità che ora i colleghi conoscono.
Il Consiglio territoriale di Disciplina del Molise è organismo autonomo. L’autentico rispetto nei confronti degli organi di categoria impone al Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti di non aggiungere altro. Il Consiglio nazionale invita infine il Consiglio territoriale di Disciplina, una volta notificata all’interessato la motivazione dei due procedimenti, a rendere pubblica sul sito dell’OdG del Molise, tutta la documentazione.
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Ma non è finita. Infatti la Procura della repubblica di Roma, grazie alle indagini svolte dalla Polizia Postale delle Comunicazioni ha iscritto nel registro degli indagati per “diffamazione” un giornalista-sindacalista tarantino che aveva diffamato nell’agosto 2014  il nostro quotidiano online tramite un comunicato stampa sindacale apparso sul sito internet dell’ Assostampa di Puglia. arrivando persino a chiedere l’intervento della Magistratura per chiuderci ! Ed adesso qualche sindacalista-giornalista di Puglia dovrà risponderne presto in Tribunale



Vatileaks, la Questura di Roma vieta presidio dell’Fnsi davanti al tribunale vaticano

di Valentina Taranto

La Questura di Roma ha deciso di proibire il presidio che si sarebbe dovuto riunire nei pressi della stazione San Pietro per poi spostarsi davanti all’ingresso del Perugino, il varco dello Stato vaticano più vicino al tribunale dove si svolgerà il processo Vatileaks 2 che riprende con una tensione di alto livello , sopratutto per l’attesa per le preannunciate dichiarazioni che Francesca Immacolata Chaouqui, l’ex consulente del Vaticano alla sbarra insieme al monsignore Lucio Vallejo Balda per la fuga di documenti, che annunciato di voler rilasciare domani davanti ai giudici vaticani . A tutto ciò si è aggiunta la tensione relativa ad una manifestazione, organizzata da Fnsi, Usigrai e Articolo 21, per esprimere solidarietà agli altri due imputati, i giornalisti Emiliano Fittipaldi dell’Espresso e Gianluigi Nuzzi di Mediaset.

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nella foto da sinistra Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi

La Federazione della stampa, il sindacato giornalisti Rai e l’ associazione Articolo 21 avevano deciso di far sentire la propria voce in difesa dei giornalisti accusati di aver pubblicato nei loro libri – “Avarizia” di Emiliano Fittipaldi e “Via Crucis” di Gianluigi Nuzzi – i documenti relativi agli affari e agli scandali economici della Santa Sede. “Il diniego dell’autorizzazione da parte della Questura – osservano dalla Fnsi, e dall’Usigrainon può far venir meno il dovere di essere vicini a due colleghi coinvolti in un processo sbagliato e ingiusto“. Articolo 21  ha reso noto di aver appreso con “stupore e indignazione la decisione della Questura di Roma“, precisando che neanche la richiesta di concordare una collocazione più distante rispetto alla sede vaticana è stata accolta  “nonostante avessimo chiarito che saremmo restati in territorio italiano e che la nostra presenza avrebbe avuto, ovviamente, la forma più tranquilla e pacifica“. Ma i rappresentanti delle associazioni  fanno sapere che “Ci saremo lo stesso“, ricordando che Fittipaldi e Nuzzi rischiano una condanna fino a otto anni “per aver svolto semplicemente il diritto/dovere di dare notizie che hanno quel requisito di ‘rilevanza sociale e di pubblico interesse’ e che, peraltro, giorno dopo giorno si dimostrano talmente fondate da vedere aperto un fascicolo presso la stessa procura vaticana sui fatti ricostruiti“.

A destra Francesca Chaouqui, imputata nel processo Vatileaks 2

A destra Francesca Chaouqui, imputata nel processo Vatileaks 2

Ad essere ascoltata domani davanti ai giudici del vaticano sarà Francesca Immacolata Chaouqui, protagonista di uno scambio di accuse con monsignor Balda e pronta ora, secondo quanto ha anticipato su Facebook, a rivelare la verità sulle confidenze che il presule, già segretario della prefettura Affari economici della Santa Sede, le aveva rivelato nella fase in cui i due erano amici.




I retroscena e la verità sullo scontro fra il giornalista Luigi Abbate e l’on. Michele Pelillo

di Antonello de Gennaro

Era il 24 luglio 2014 ore 09:54. ed il giornalista  Luigi Abbate così scriveva in un suo sms  inviato sul telefono dell’ on. Michele Pelillo, messaggio che abbiamo visto e letto personalmente:

Ho bisogno di parlarti. Stanno per licenziarmi da Blustar, vorrei un tuo intervento su Cosimo (  editore di Blustar Tvn.d.a.)  Ti giuro che tra me e non ci saranno più scontri. Richiamami appena puoi!


Schermata 2015-11-01 alle 00.55.19Pelillo
non richiamò Abbate e tantomeno contattò l’editore di Blustar Tv.  “Un politico non deve mai caldeggiare l’operato indipendente di un editore o di un giornalista“, ci dice Pelillo. Quarantotto ore dopo (e cioè  il 26 luglio 2014) a quel messaggio, che rimase privo di alcun riscontro ed effetto,  il giornalista Luigi Abbate venne licenziato dall’emittente televisiva Blustar Tv.  Ne abbiamo lette e sentite delle belle. Abbate che faceva la “vittima” di una “persecuzione politica” . Ma per accertare la verità, occorre ricostruire sino in fondo la vicenda, per restituire il dovuto “onore” a Pelillo, e sbugiardare Luigi Abbate, il quale anche se è un giornalista come chi vi scrive, non può godere della nostra stima, sopratutto alla luce dei suoi comportamenti e manie di protagonismo e “vittimismo” .

I FATTI. Un anno prima dell’ SMS inviato da Abbate all’ on. Pelillo, l’editore di Blustar Tv aveva avviato la procedura di mobilità nei confronti di 5 giornalisti della tv tarantina, a causa della dalla crisi che ha investito l’intero settore dell’emittenza televisiva privata ed Abbate non era uno di loro, circostanza questa che basta a smentire il suo vittimismo e sopratutto le solite accuse campate in aria contro la politica.

Schermata 2015-11-01 alle 00.58.00I fatti sono ben diversi da come ve li hanno raccontati sinora. Ed il Corriere del Giorno, è in grado ancora una volta e  come sempre documentalmente di rivelarveli. Una dei 5 giornalisti licenziati da Blustar TV, e cioè Alessandra Abbatemattei, impugnò il licenziamento ricevuto per il mancato rispetto delle quote rosa tra i “superstiti” dinnanzi al Tribunale del Lavoro di Taranto, ottenendo a seguito del suo ricorso una sentenza a lei favorevole con il reintegro immediato nella redazione della tv tarantina. A quel punto l’azienda televisiva della famiglia Quaranta, per rispettare la sentenza applicò un turn-over all’interno della redazione. Venne quindi riassunta la Abbatemattei, ed al suo posto venne invece licenziato Luigi Abbate.

La legge prevede la possibilità di fare questo, ma non è un obbligo. Si può anche non fare – dichiarò Abbate  al Fatto Quotidiano aggiungendo e poi perché io?  (ma nessuno gli chiese: e perchè un altro ? n.d.a.) Mi viene il dubbio di essere scomodo a qualcuno. Me lo chiedo. Sono scomodo alla grande industria? Sono scomodo a qualche politico? Voglio la verità”.

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nella foto Raffaele Lorusso

Immediatamente insorse l’ Assostampa Puglia, il sindacato dei giornalisti pugliesi, che come sempre strilla, annuncia battaglia, senza ottenere o risolvere pressochè mai nulla . “Non ci sono licenziamenti di serie A e di serie B a seconda delle convenienze politiche del momento – dichiarò a suo tempo il giornalista-sindacalista-presidente Raffaele Lorusso –  è evidente che i rapporti tra grande industria e informazione a Taranto, sono ancora inquinati”.

Purtroppo… per Lorusso, una successiva sentenza del Tribunale del lavoro del capoluogo jonico, taciuta dalla stampa tarantina (e sopratutto dai suoi “sindacalisti”) che venne pubblicata esclusivamente da questo quotidiano (leggi QUI) , ha provato l’esatto contrario delle fantasiose teorie prive di alcun fondamento manifestate sia dell’ Assostampa che dello stesso Abbate.

Immediatamente il circuito “pennivendolo-sindacalista-ambientalista” tarantino si attivò…. Ecco quello che scriveva (dietro ispirazione…locale) e raccontava il Fatto Quotidiano (leggi QUI) che di seguito riportiamo testualmente per vostra comodità:

Angelo Bonelli, leader dei Verdi, incalza, centrando il cuore del pensiero comune.A me viene più che un dubbio sul fatto che ci sia una pressione politica dietro questa scelta. Ci sono state pressioni da parte di qualcuno? Era un giornalista scomodo da eliminare? Attendiamo che sia la proprietà di Blustar a rispondere”. Risposta che è arrivata a stretto giro, rigettando le accuse “infondate e pervase di dietrologia”. “Nessuna persecuzione – chiarisce Blustar ma solo l’applicazione della sentenza del Tribunale del Lavoro di Taranto che ha reintegrato, nel luglio 2014, un’altra giornalista costringendo al licenziamento di chi aveva i requisiti stabiliti dalla legge 223/91”. E ad averli era proprio Abbate. Ma tanto non è bastato. La teoria di Bonelli è avvalorata da Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink. “Abbate è scomodo alla politica perché mostrava l’esistenza di due verità. Da una parte quella sostenuta da noi che, con le nostre ecosentinelle pronte a fotografare i fumi dei camini, con i nostri analizzatori, pari a quelli dell’Arpa Puglia, dimostravamo che le emissioni, fuori controllo, contengono cancerogeni. Dall’altra quella dei politici che davanti a quei dati non battevano ciglio”. 

Sulle sopra riportate dichiarazioni dei soliti ambientalisti a caccia di protagonismo e visibilità,  non vi era nulla che avesse a che fare con il licenziamento di Luigi Abbate,  sul quale come nostro consueto stile e scelta editoriale, stendiamo il solito veto pietoso evitando qualsiasi commento. I fatti hanno dimostrato ancora una volta, che certe persone danno voce alla bocca senza in realtà saper o rendersi conto di quello che dicono e di cosa stiano parlando !  Il Fatto Quotidiano così continuava nel suo articolo sulla vicenda:

Nessun nome. Ma negli stessi minuti, l’associazione ambientalista, pubblica un video su Youtube. È la puntata del 30 maggio della trasmissione condotta da Abbate, ospiti in studio i parlamentari Gianfranco Chiarelli e Michele Pelillo. La discussione si incentra, ancora una volta, sul decreto Ilva allo studio del Parlamento e sui dati forniti dalle associazioni e ritenuti poco attendibili. Quando il conduttore decide di far intervenire in diretta telefonica il presidente del Fondo Antidiossina Onlus Fabio Matacchiera, Pelillo sbotta: “L’editore lo sa? Domani parlerò con l’editore. Voglio sapere se anche lui è d’accordo”. La discussione la conclude Abbate: “Siamo una televisione libera. Il Pd nella campagna elettorale ha fatto figli e figliastri, forse non siamo nelle vostre grazie e per questo diamo fastidio”. Il deputato democratico raggiunto dalla redazione de ilfattoquotidiano.it non intende rilasciare dichiarazioni a riguardo. Stando a voci bene informate, sarebbe arrivato sulle scrivanie dei magistrati tarantini del materiale a sostegno della tesi delle pressioni politiche. Starà a loro, ora, stabilire la verità. Intanto, il telefono di Luigi Abbate scotta. Sono in tanti a manifestargli, in queste ore, solidarietà. Tra questi nessun politico

Ebbene oggi, in molti dovrebbero recitare un mea culpa, basato proprio sugli atti della magistratura tarantina. Infatti non si trattava  come sosteneva erroneamente il Fatto Quotidiano e cioè che secondo  “voci bene informate, sarebbe arrivato sulle scrivanie dei magistrati tarantini del materiale a sostegno della tesi delle pressioni politiche. Starà a loro, ora, stabilire la verità“. I magistrati in realtà si sono occupati della vicenda,  esclusivamente  sulla base  di una querela-denuncia presentata da Luigi Abbate nei confronti dell’ on. Michele Pelillo, querela che per sommo dispiacere dei soliti pennivendoli-sindacalisti-ambientalisti e di Luigi Abbate  è stata archiviata dalla Procura della Repubblica di Taranto, in quanto non vi era alcun presupposto di reato.

La magistratura tarantina, ha fatto quindi il proprio dovere, applicando la Legge. Avranno adesso, tutti questi giornalisti (o presunti tali…) e pennivendoli d’assalto molti dei quali senza un giornale o un editore vero,  il coraggio di dire “ho sbagliato” e di chiedere scusa all’ on. Michele Pellilo dopo averlo diffamato ?  Conoscendoli, ne dubitiamo fortemente.

la "bufala" giornalistica de Il Fatto Quotidiano

nella foto sopra, la “bufala” giornalistica de Il Fatto Quotidiano

Qualcuno, i soliti “corvi“, quelli specializzati in lettere anonime, che da tempo cercano di mettere in piedi anche a Taranto una “macchina del fango” nei miei confronti,  a questo punto, se va bene vi diranno: “de Gennaro è amico di Pelillo”  ! O ancora peggio,  vi diranno “de Gennaro è sul libro paga di Pelillo“. Nel primo caso hanno ragione, in quanto non ho mai nascosto la mia  ultradecennale amicizia familiare con Michele Pelillo e la sua consorte, i quali mi onorano da sempre della loro amicizia.  Nel secondo caso, purtroppo per voi, vi diranno solo delle clamorose falsità !

A tal proposito invito tutti voi ad andarvi a leggere un mio vecchio articolo del 2011 (leggi QUI) , dalla cui lettura difficilmente mi si potrà scambiare per un “portavoce” o  “fiancheggiatore” di Michele Pelillo e del suo gruppo politico. O se preferite,  chiedete pure qualcosa sul sottoscritto al consigliere regionale del Pd Michele Mazzarano (molto vicino al gruppo dell’ on. Pelillo)  e fatevi raccontare quanto gli ho detto pubblicamente recentemente,  e dinnanzi ad una ventina di testimoni, fra cui tutti i consiglieri regionali tarantini di ogni partito .

Il sottoscritto, cari amici e nemici, ha una grande fortuna e forza: sono libero e non ho mai timore di dire quello che penso. Sempre e comunque. A chiunque.

Ma per fortuna le persone intelligenti e serie, e ce ne sono tante, non hanno bisogno di alcuna spiegazione. Ai diffamatori di professione, i “pennivendoli”, gli esperti di “fango”  ed i celebro-limitati,  invece non presto alcuna attenzione. Per il semplice fatto che non la meritano. Di questa gentaglia, se ne occupano i miei legali, e le forze dell’ordine su delega della magistratura.

Mimmo Mazza

nella foto Mimmo Mazza sotto la sede di BlustarTV

Concludendo permettetemi di raccontarvi qualcosa di personale. Lo “strombazzamento” dell’ Assostampa contro chi vi scrive,  messo in atto oltre un anno fa, da una ristretta di “cricca” di giornalisti sindacalisti tarantini, i quali nonostante gli uffici dell’ Assostampa a Bari, fossero chiusi per ferie (e ce lo riferì proprio Mimmo Mazza),  ed il loro presidente regionale  Raffaele Lorusso fosse in viaggio in America,  mi accusarono con uno squallido e vergognoso comunicato sindacale  di un “plagio” inesistente di fatto ed anche di diritto (cioè per Legge) auspicando la nostra chiusura.

Adesso questi giornalisti-sindacalisti-diffamatori sono tutti iscritti nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Roma, mentre noi continuiamo a fare seriamente il nostro lavoro, riconosciuto ed apprezzato dal crescente numero di lettori che quotidianamente ci segue ed aumenta di giorno in giorno sempre più numeroso, mentre qualche “giornalista-sindacalista” porta lo stipendio a casa soltanto grazie agli ammortizzatori sociali o ai contratti di solidarietà. Ma non si sa fino a quando…

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Qualcuno si chiederà: ma perchè stiamo pubblicando e raccontando tutto ciò ? La risposta è molto semplice: per amore di verità. Quell’ amore che ci spinge ogni giorno a raccontarvi storie e fatti che altri preferiscono ignorare o chiudere nei cassetti per trarne qualche vantaggio personale. Taranto ha bisogno di una stampa al “servizio” dei cittadini , utile al loro diritto d’informazione, e non una stampa che sia “serva” al “servizio” di qualcuno o per un proprio tornaconto personale e carriera sindacale!

*  *  *  *  *  *  *  *  *

Eccovi le sentenze del Tribunale del Lavoro di Taranto, che provano inconfutabilmente che il licenziamento di Luigi Abbate avvenne solo e soltanto per una scelta dell’editore e peraltro dettata dalla causa di lavoro intrapresa dalla sua collega Alessandra Abbatemattei:

Allegato 1) sentenza ricorso Abbatemattei/ BlustarTv  

                       Abbatemattei Tribunale-Taranto_Ordinanza-05122013

Allegato 2) rigetto ricorso Luigi Abbate/ BlustarTv   

                      Decreto di rigetto Abbate




Riforma Inpgi, la Federazione Italiana Editori Giornali dice no al piano di Camporese

di Marco Ginanneschi

La risposta ufficiale è arrivata venerdì 24 luglio nel tardo pomeriggio, con una lettera a firma del presidente della Fieg, Maurizio Costa, indirizzata ad Andrea Camporese il presidente dell’Inpgi, , ed a Raffaele Lorusso il neo-segretario generale della Fnsi,. Ma già il giorno prima era stata anticipata a voce ai due dirigenti . Sulla riforma delle pensioni proposta dal Consiglio di amministrazione dell’Istituto dei giornalisti, gli editori non hanno per ora intenzione di esprimere un giudizio. Chiedono all’Inpgi di ricevere dati attuariali prospettici, sull’impatto delle misure sui futuri bilanci dell’Ente e sulla sostenibilità a medio e lungo termine.

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Andrea Camporese, il “sindacalista” presidente dell’ INPGIrinviato a processo per truffa all’ INPGI !

La domanda è ora una sola: che cosa deciderà il Cda convocato per le 10 di oggi lunedì  27 luglio? Varerà la riforma senza il parere (consultivo) della Fieg e con il solo giudizio positivo (a maggioranza) della Giunta della Fnsi o rinvierà il voto a dopo l’estate? E che cosa si rischia, nell’uno e nell’altro caso?

Quella degli editori guidati da Costa non è stata in effetti una scelta semplice . Per giungere ad una decisione condivisa, dopo la presentazione a voce degli interventi previdenziali tenuta in via Nizza nel pomeriggio del 9 giugno e il successivo invio di 13 pagine di schema il 18 giugno, ci sono voluti due Consigli di presidenza e varie riunioni allargate. In un primo momento sembrava che la Fieg fosse orientata a pronunciare un , pur condizionato alla possibilità di maggior controllo sul futuro dell’Inpgi, in particolare con l’ingresso di propri rappresentanti nel Collegio dei sindaci (in cui non sono oggi presenti).

Invece la lettera di Costa ha invece più il significato di un no forte e chiaroa meno che l’attuario non rassicuri sulla possibilità che le misure ipotizzate, proiettate nei prossimi anni in base alla reale situazione dell’editoria e del suo mercato del lavoro, siano in grado di riportare l’equilibrio nei conti previdenziali e mantenerlo nel tempo. Proiezioni che sembravano esistere, a leggere la delibera della Giunta Fnsi, ma che in effetti non sono mai state prodotte dall’attuario. L’unica parvenza di dati prospettici, che hanno evidentementeconfuso la gran parte dei dirigenti dell’organo di gestione del Sindacato e dei responsabili delle Associazioni regionali di stampa, è rappresentata dai conti sui risparmi futuri per ogni singolo intervento proposto, che si basano però su una fotografia dell’attuale situazione, cristallizzata nel decennio successivo.

Un errore che la Fieg non ha ripetuto. Ma su cui qualcuno probabilmente contava. Ecco perché l’anticipazione di giovedì, confermata venerdì nero su bianco, ha di fatto colto di sorpresa i vertici dell’Inpgi e del Sindacato. Non a caso la notizia non ha ancora trovato il modo di arrivare alle migliaia di iscritti all’Inpgi, come invece era avvenuto praticamente in tempo reale nel caso del (a maggioranza) della Giunta Fnsi. I sindacalisti preferiscono sempre nascondere le sconfitte.

L’attenzione è adesso tutta concentrata sul Cda di oggi 27 luglio,  in cui i rappresentanti degli editori, il vicepresidente Fabrizio Carotti e il consigliere Francesco Cipriani, non potranno certamente votare a favore della riforma, dopo la presa di posizione ufficiale della propria organizzazione. E dove neanche i consiglieri nominati dai ministeri vigilanti potranno esprimere un parere, visto che le misure saranno soggette alla valutazione dei dicasteri. I rappresentanti dei giornalisti, insomma, si troveranno di fronte al dilemma di un’approvazione a maggioranza oppure di un rinvio a data da destinarsi.

La prima scelta li porrebbe in contrapposizione netta con la Fieg, con cui dall’autunno si dovrebbero aprire le trattative per il rinnovo del contratto che scade nel marzo 2016. E su cui si punta anche per ampliare la platea dei contrattualizzati (e quindi del gettito previdenziale). Certo, qualcuno potrebbe sostenere che il Cnlg lo discute la Fnsi e non l’Inpgi, ma sappiamo tutti benissimo come sono andate le ultime due tornate contrattuali e quale peso abbia avuto l’Istituto e il suo presidente nell’andamento del confronto. Inoltre, seguendo questa logica, dovrebbe quantomeno astenersi il rappresentante in Cda della Fnsi, ovvero lo stesso segretario Lorusso.

Il rinvio, invece, “salverebbe” le relazioni con gli editori in vista del rinnovo contrattuale, ma farebbe saltare tutti i tempi previsti per l’approvazione definitiva della riforma da parte dei ministeri. Con il rischio più che concreto che l’ok arrivi, se arriverà, a 2016 già iniziato.Spostando la data di avvio delle nuove misure. E soprattutto andando a ridosso della scadenza naturale degli organismi dell’Inpgi e delle nuove elezioni, previste a febbraio.

Lunedì sapremo che cosa decideranno Camporese e gli altri giornalisti che siedono nel Cda dell’ Inpgi. E, c’è da augurarsi che spieghino anche il perché.




Inpgi-Sopaf: Inpgi non si costituisce parte civile. Chi si meraviglia ? Noi no.

Secondo le indagini della procura di Milano, oltre all’Inpgi , l’ istituto di previdenza dei giornalisti, la cui gestione è da sempre “pilotata” dal sindacato, sarebbero coinvolti in questa mega truffa anche Enpam e la Cassa ragionieri dello Stato. Tre enti previdenziali che allo stato dei fatti sono parti lese. Negli ultimi dieci mesi, nel corso dei quali le indagini di inquirenti e magistratura sono andate avanti per accertare responsabilità e colpevoli su quanto accaduto,dentro gli uffici dell’ Inpgi vige e regna il silenzio più totale ha fatto da padrone .  Il Presidente dell’  Inpgi , il giornalista-sindacalista Andrea Camporese, iscritto nel novembre 2014 nel registro degli indagati, con l’accusa di “truffa aggravata”, ha rilasciato nei giorni scorsi una dichiarazione, pubblicata chiaramente sul sito della FNSI, difendendo a 360 gradi il suo operato di Presidente e respingendo ai mittenti ogni ipotesi di accusa.

I finanzieri hanno accertato una distrazione di oltre 100 milioni di euro dal patrimonio della Sopaf, società in regime di concordato preventivo. L’inchiesta in corso della procura di Milano ha acceso i riflettori su dei fatti e comportamenti che possono pregiudicare le casse dell’Istituto e non solo l’ “immagine” dell’ Inpgi . La somma investita dal fondo previdenziale Inpgi2 ammonta a 30 milioni nell’acquisto di quote Fip, (Fondo immobili pubblici dello Stato) a fronte dei quali la società Sopaf dei fratelli Magnoni (che avevano una grande amicizia e sintonia con Camporese) avrebbe avuto, secondo la Gdf e la Procura di MIlano , un illecito guadagno di circa 7,6 milioni dalla singola operazione.

Nell’attesa che i magistrati  milanesi accertino la verità dei fatti e stabiliscano eventuali responsabilità e colpevoli, dopo mesi e mesi di riserbo più totale  l’Inpgi ha finalmente ammesso di essere “parte lesa“, ma guarda caso….non si costituisce parte civile nel processo contro i fratelli Magnoni. esattamente il contrario di quanto hanno fatto più correttamente ed onestamente l’ Enpam e la  Cassa ragionieri dello Stato.

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nella foto Ruggero Magnoni (SOPAF)

 

 

I giornalisti e consiglieri della FNSI, Paolo Corsini, Federica Frangi e Pierangelo Maurizio, hanno sottolineato alcuni aspetti importanti di questo scandalo: “non è chiaro perchè il Cda dell’Inpgi non si è costituito parte civile, cioè come parte attiva nel processo a piena tutela dell’Istituto e dei suoi iscritti: il che e’ ben diverso, come tutti i colleghi sanno e in particolare chi si è occupato per anni di giudiziaria, come Silvana Mazzocchi, membro del Cda e che con grande enfasi ha annunciato la novità della presenza dell’Istituto come parte lesa al processo.‎ Al contrario invece l’Enpam, l’ente dei medici, non ha avuto alcuna difficoltà a costituirsi parte civile”. Come mai? Forse perché a differenza dell’Inpgi, i vertici attuali non sono gli stessi che conclusero nel 2009 l’operazione Sopaf? “

Diverse le domande prive di risposta dall’ INPGI. Affidiamoci quindi ai magistrati milanesi a cui è stato delegato il compito di accertare come si siano svolti i fatti e giungere ad una verità ed individuare le responsabilità .

Nel frattempo pubblichiamo una lettera del giornalista Pierluigi Rossler Franz (contro il quale l’ex-Presidente INPGI Gabriele Cescutti,  il nostro Direttore ha vinto un processo con sentenza definitiva)  il quale, con un raro gesto di onestà intellettuale, riconosce l’assoluta fondatezza degli interrogativi  posti sulla vicenda Sopaf, interrogativi ai quali se ne sono aggiunti altri e si sono aggiunti dati di fatto di una gravità inaudita nell’incredibile comportamento di chi dovrebbe gestire i soldi della previdenza giornalistica. Quelle domande furono poste a maggio 2014 in una  conferenza stampa organizzata da Pierangelo Maurizio, da Fabrizio de Jorio e Paolo Corsini e da altri colleghi due settimane dopo che era esploso lo scandalo della presunta truffa per 7,6 milioni all’ Inpgi, con l’arresto dei fratelli Magnoni e di altri indagati. La lettera è doppiamente importante perché Franz, che è un sindaco revisore dei conti dell’Istituto, a distanza di dieci mesi ritiene essere stato turlupinato, rendendo noto che gli sono stati nascosti documenti fondamentali come la consulenza fornita dall’avv. Marani consegnata il 5 marzo scorso e di cui è venuto a conoscenza solo 15 giorni dopo. E’ lunga, ma vale la pena. Buona lettura

Lettera aperta

Al Vice Presidente Vicario INPGI
Dott. Paolo Serventi Longhi

e p.c.

Ai Consiglieri di Amministrazione INPGI

Ai Consiglieri Generali INPGI

Ai Componenti del Comitato Amministratore INPGI

Al Collegio Sindacale INPGI

Ai Colleghi

Nicola Borzi (Plus – Il Sole 24 Ore)

Fabrizio de Jorio (Rai)

Pierangelo Maurizio (News Mediaset)

Al Direttore Generale INPGI Dott.ssa Mimma Iorio

Oggetto: Ulteriori chiarimenti a supporto della richiesta di convocazione di una seduta straordinaria del Consiglio Generale dell’Istituto: se fosse esatta la ricostruzione dei fatti contenuta nella Relazione del 5 marzo scorso dell’Avv. Andrea Marani, legale esterno di fiducia dell’INPGI, il Sindaco Pierluigi Roesler Franz avrebbe fatto la figura del cosiddetto “peracottaro” ed avrebbero perfettamente ragione quei colleghi che erano stati finora ingiustamente sbeffeggiati, cioé Nicola Borzi (Plus – Il Sole 24 Ore), nonché Fabrizio de Jorio (Rai) e Pierangelo Maurizio (News Mediaset), che da tempo sostenevano l’esistenza di gravi irregolarità nelle operazioni di acquisto da parte dell’INPGI 2 delle 225 quote del Fondo FIP cedute dalla SOPAF del Gruppo Magnoni.

Roma, 21 marzo 2015

Caro Vice Presidente,

Cari colleghi,

circa 10 mesi fa si tenne a Roma una conferenza stampa sulla vicenda SOPAF cui non partecipò il Presidente INPGI Andrea Camporese che vi era stato invitato per chiarire i termini dell’operazione che gravava sulle casse dell’Istituto. Ad organizzare l’incontro erano stati i colleghi Fabrizio de Jorio (RAI) e Pierangelo Maurizio (News Mediaset) della corrente sindacale romana di “Giornalisti in movimento”. Il resoconto fu riportato nell’articolo dal titolo: “Caso Sopaf: Inpgi parte lesa, “Giornalisti in Movimento” attende spiegazioni dal Presidente Camporese”, pubblicato da Marco Chinicò, cliccare su http://www.chinicsnews.it/…/602-caso-sopaf-inpgi-parte-lesa…

Nel corso della conferenza stampa furono rivolte all’INPGI le seguenti 4 domande alle quali ovviamente nessuno dette allora una risposta ufficiale. Eccole:

1) E’ vero che il 23 febbraio 2009 il presidente Camporese per conto dell’Inpgi firmava un contratto con la Sopaf per l’acquisto di quote Fip, “pari ad euro 30 milioni” a prezzo “immodificabile”, senza che nel contratto vi fosse “alcuna indicazione del valore della quota”, ma solo con l’indicazione dell’ammontare complessivo dell’investimento?”

2) E’ vero che il 31/12/2008 la Sopaf aveva stipulato un contratto con la società austriaca Immowest per l’acquisto di quote Fip al valore di 100 mila euro ciascuna?”

“3) E’ vero che il 6/3/2009 l’Inpgi anticipava alla Sopaf 30 milioni di euro in unico bonifico per l’acquisto delle quote Fip che la Sopaf, di fatto, ancora non deteneva?

“4) E’ vero che solo pochi giorni dopo, cioè il 12/03/2009, la Sopaf con la somma anticipata dall’Inpgi perfezionava l’acquisto da Immowest delle quote Fip a 100 mila euro ciascuna rivendendole all’Inpgi ad un prezzo di circa 130 mila euro ciascuna?”

A queste 4 domande ha ora risposto affermativamente l’avvocato Andrea Marani, legale esterno di fiducia dell’INPGI. Insomma, sarebbe tutto vero (vi é solo un piccolo – ma ulteriormente peggiorativo lapsus per l’Istituto perché la data esatta sulla 3a domanda é il 3, e non il 6, marzo 2009). Pertanto, secondo quanto riportato nella Relazione di 19 pagine dell’avv. Marani, i colleghi Fabrizio de Jorio e Pierangelo Maurizio avrebbero perfettamente ragione.

Ma avrebbe pienamente ragione e gliene dò ora pubblicamente atto, scusandomi molto con lui per averlo persino duramente e ingiustamente contestato, anche il collega Nicola Borzi, de “Il Sole – 24 Ore”, che ben prima ancora, il 17 febbraio 2012 ed esattamente in vista delle elezioni per l’INPGI cui si era candidato con il n. 8 nella lista “PROFESSIONISTI PER L’INPGI”, sostenuta dalla corrente sindacale milanese di SenzaBavaglio, aveva scritto un articolo intitolato: “Quell’affare (per chi?) delle quote di FIP vendute tre anni fa all’INPGI”.

Vi si legge, tra l’altro: “Scopriamo soprattutto che nelle prime settimane del 2009, appena prima della cessione di quote di FIP a INPGI, Sopaf aveva acquistato dalla società austriaca IMMOWEST del gruppo IMMOFINANZ (troverete allegati i bilanci) 800 quote del fondo FIP (una partecipazione pari al 6% del totale del Fondo) al valore di 80 milioni di euro, con un prezzo unitario per quota di 100mila euro. Operazione stranissima, questa, perché il gruppo austriaco IMMOFINANZ aveva comprato quella stessa partecipazione del 6% di FIP, anni prima, per 100 milioni. Com’è che la vendette a inizio 2009 a SOPAF con uno “sconto” (cioè, per gli austriaci, una perdita secca) di 20 milioni? E com’è che SOPAF vendette subito dopo le quote a INPGI? A quale prezzo? Al prezzo di carico delle quote acquisite all’avvio del FIP (126.667 euro l’una) o a quello a cui le aveva avute “a sconto” dagli austriaci (100mila euro l’una). Se SOPAF le avesse vendute su una base di carico nel proprio bilancio di 100mila euro l’una, avrebbe realizzato, su 30 milioni di ricavi, ben 7 MILIONI E MEZZO DI UTILE, cioè un profitto del 33% pagato ovviamente dall’INPGI e da tutti i suoi iscritti. Allora com’è che nella delibera di acquisto del presidente Camporese si presenta l’affare come lucroso per l’istituto, si parla di “sconto” del 4,39% e si dice che il valore unitario certificato delle quote FIP era di oltre 140mila euro l’una? Non pare essere sicura questa valutazione se si considera che il valore unitario della quota del Fondo, pubblicato ufficialmente da FIP, al 31 dicembre 2008 era pari a 138.552,563 euro. Perché, nonostante la stampa economica e internazionale ne avesse parlato diffusamente (allego gli articoli del Sole 24 Ore e di altre testate internazionali), nessuno a quanto pare dentro l’INPGI si dedicò a capire come mai, appena poche settimane prima di cedere quote di FIP a INPGI, SOPAF avesse acquistato dal gruppo austriaco quote di FIP per un valore inferiore del 20% a quello pagato dagli austriaci e comunque inferiore di oltre il 33% al prezzo pagato dall’INPGI a SOPAF solo pochi giorni dopo? Dunque nell’acquisto di quote di FIP per 30 milioni, il 19 febbraio 2009, con una delibera firmata dal presidente Camporese, chi ha fatto l’affare: l’INPGI o la SOPAF che avrebbe guadagnato 7,5 milioni su 30 di ricavi?”

Due anni dopo, il 13 maggio 2014, all’indomani dell’arresto a Milano dei fratelli Magnoni, Nicola Borzi scrisse: “L’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani (Inpgi) ha la sfrontatezza di dire che non si sente truffato (come, invece, affermano i magistrati) dai fratelli Magnoni e dai loro soci di Sopaf (sette arresti e un mazzo di avvisi di garanzia) per l’acquisto delle quote del Fondo immobili pubblici (Fip) avvenuto nel febbraio 2009. La motivazione per cui Inpgi non si sente truffato? “Perché l’investimento ha prodotto un rendimento positivo”, rispondono. La risposta è risibile, rivolta a un pubblico, quello dei giornalisti (che versano la loro pensione all’Inpgi), trattato come se fosse composto da imbecilli. Perché? Perché Sopaf acquistò le quote Fip pochi giorni prima di rivenderle all’Inpgi pagandole il 30% in meno della somma che sborsò l’Istituto previdenziale dei giornalisti. Il quale continua a dire di aver fatto un affare. Dunque, facciamo un esempio: se io compro una casa che vale 100 mila euro – diciamo un valore a caso – e invece la pago oltre 130 mila – sempre a caso -, poi la affitto e incasso ogni mese la pigione e nel frattempo il valore della casa sale, io posso continuare a ritenere di aver fatto “un affare”, perché’ il rendimento combinato dell’affitto e della rivalutazione della casa é positivo. Ma la verità è e resta il fatto che io quella casa l’ho strapagata (oltre il 30% in più). Se non l’avessi pagata così tanto, coi soldi risparmiati (30mila euro) avrei potuto magari comprare anche un box e affittare pure quello, oppure dei BoT, o metterli in un conto di deposito. Ora, se l’avessi fatto, il rendimento del mio investimento – e il mio patrimonio – sarebbero assai più alti. Ho scritto 100 mila e 130 mila euro non a caso. Sono i valori ai quali Sopaf acquistò (100mila euro) ciascuna quota del Fip e la rivendette (a 130 mila e rotti euro) a Inpgi. Su 250 quote Sopaf lucrò in pochi giorni un guadagno di 7,5 milioni di euro a spese dell’Inpgi.
Perché l’Inpgi si chiude a riccio e non ammette l’errore? Ci sono due spiegazioni plausibili:
1 – dolo: secondo i magistrati (che vogliono verificare la condotta dei vertici dell’Inpgi stesso), l’Istituto previdenziale dei giornalisti è stato truffato, cioé raggirato, indotto a credere falsamente che l’operazione di acquisto delle quote Fip (per un valore totale di 30 milioni di euro) fosse “un affare”, mentre é dimostrato che il vero affare lo fece Sopaf, lucrando per pochi giorni di compravendita ben 7,5 milioni (su 30!);
2 – incompetenza: gli organi dirigenti e di controllo dell’Inpgi del 2009 (quelli in carica all’epoca dell’operazione FIP) non si accorsero della antieconomicità dell’investimento.
In entrambi i casi, l’Inpgi (cioé tutti i giornalisti italiani che versano all’Istituto i loro fondi previdenziali) hanno subito un danno. E i vertici dell’Inpgi sanno che, una volta acclarato il danno, la Procura della Repubblica è tenuta a inviare una segnalazione di questo danno alla Corte dei Conti, la quale controlla (solo formalmente) i bilanci dell’Inpgi e può chiedere a tutti i componenti degli organi dirigenziali e di controllo dell’Istituto previdenziale in carica nel 2009 i danni – pro quota – che i loro errori hanno causato all’Istituto stesso. Ecco perché oggi gli amministratori dell’Inpgi si affannano a dichiarare che “l’Istituto è parte terza” e non “vittima di truffa” (come invece scrivono i magistrati): perché c’é chi teme di essere chiamato a rifondere, pro quota, i 7,5 milioni sborsati in eccesso dall’ Inpgi stesso. Alcuni di coloro che erano ai vertici dell’ Inpgi nel 2009, quando l’operazione FIP fu fatta (come lo stesso presidente Camporese, che firmò la delibera di investimento) siedono ancora ai vertici dell’Istituto: mi pare chiaro perché minimizzano e parlano di “operazione fruttuosa“. Ma la verità nuda e cruda è questa”.

Come sindaco INPGI gli risposi che l’INPGI 2, avendo sempre sostenuto di aver pagato un prezzo per le 225 quote FIP inferiore a quello di mercato e di aver tratto un buon guadagno da questa operazione (circa il 38% di rendimento netto in 5 anni), non avendo subito un danno, non poteva costituirsi parte lesa.

Ma mi replicò subito Borzi: “Il fatto che Inpgi 2 abbia acquistato le quote FIP “sotto il loro valore di mercato” non toglie che la SOPAF le avesse acquistate pochi giorni prima pagandole 7,5 milioni in meno, dunque con un valore ancora più basso: non era un valore “di mercato”, essendo quello pagato per una compravendita, anche quello? Il fatto che le quote FIP abbiano reso non cancella quei 7,5 milioni con i quali Inpgi avrebbe potuto acquistare e far rendere, magari, altri investimenti, magari proprio un numero maggiore di quote FIP”. Quanto al fatto che io sostenessi che l’Inpgi 2 non era stato truffato mi contestò: “Spiegalo ai magistrati, perché sono loro a ritenere che truffa ci sia stata e ad avere usato questo termine, indicativo di un’ipotesi di reato ben precisa”.

 In pratica sarei stato completamente depistato e tratto in inganno, perché proprio sulla base di quelle tranquillizzanti affermazioni avevo difeso l’operato dell’Istituto prendendo apertamente posizione a suo favore. Pertanto – anche se in perfetta ed assoluta buona fede e con la coscienza a posto – avrei, invece, sbagliato facendo comunque la cosiddetta figura del “peracottaro”. Me ne rammarico molto, chiedendo di nuova scusa ai colleghi Fabrizio de Jorio (RAI), Pierangelo Maurizio (News Mediaset) e Nicola Borzi (Plus24 – Il Sole 24 Ore).

In conclusione, sarei stato bellamente preso in giro e turlupinato dagli Uffici INPGI, essendomi fidato delle sole carte che mi sono state mostrate e della rassicurazioni verbali avute (molte altre carte mi sono state, invece, nascoste, come la Relazione dell’avv. Marani).

Poiché, però, c’é in ballo soprattutto l’immagine di un Istituto previdenziale prestigioso, come l’INPGI, che ha alle spalle una gloriosa storia di quasi un secolo e che rischia di uscire a pezzi da questa brutta storia, è tassativamente necessaria l’assoluta trasparenza e chiarezza verso tutti gli iscritti che hanno pieno diritto di sapere per filo e per segno come sono andate realmente le cose e se vi siano state eventuali responsabilità gestionali ed amministrative. Insomma, é necessaria una ricostruzione, esatta al mille per mille, della delicata vicenda.

Per questo Vi invito cortesemente a voler richiedere, ai sensi dell’art. 11, primo comma, dello Statuto INPGI, la convocazione motivata di una seduta straordinaria del Consiglio generale (bastano solo 18 vostre firme). Vi ricordo, peraltro, che il Consiglio Generale si sarebbe già dovuto riunire tra breve per modificare lo Statuto INPGI (fra appena 3 giorni, martedì 24 marzo, come forse saprete, si terrà la riunione forse finale dell’apposita Commissione) al fine di contenere i costi di gestione, riducendo il numero dei consiglieri generali e ammettendo la possibile rielezione del Presidente Camporese nella primavera 2016 per altri 4 anni fino al 2020 (sarebbe così questo il suo terzo mandato quadriennale, mentre oggi é vietato perché lo Statuto ammette la rielezione del Presidente solo per 2 mandati consecutivi).

Resto a Vs. completa disposizione per ogni eventuale chiarimento.

Cordialità

Pierluigi Roesler Franz

Sindaco INPGI

 

P.S. Quello che Franz dimentica è che anche l’agenzia di stampa ADGNEWS24 con sede a Roma, diretta dal nostro direttore  Antonello de Gennaro, si era ampiamente occupata del problema. Questi sono i link:

Articolo del 17 maggio 2014 :  http://www.adgnews24.it/2014/05/17/crack-sopaf-gli-affari-con-l-inpgi-solo-adgnews24-il-fatto-quotidiano-ed-il-sole24ore-ne-parlavano/

Articolo del 3 giugno 2014 : http://www.adgnews24.it/2014/06/03/quello-strano-silenzio-del-presidente-dell-inpgi-a-report-sara-forse-per-la-perquisizione-subita/

Articoli del 3 dicembre 2013 : http://www.adgnews24.it/2013/12/03/camporese-inpgi-al-fatto-attacco-personale-piccoli-mastropasqua-crescono/

http://www.adgnews24.it/2013/12/03/inpgi-il-presidente-dell-ente-incassa-sempre-di-piu-l-ente-meno/

Articolo del 26 agosto 2012 : http://www.adgnews24.it/2012/08/26/la-sopaf-sullorlo-del-fallimento-e-quegli-strani-affari-con-linpgi/

Articolo del 14 agosto 2012 :  http://www.adgnews24.it/2012/08/14/ecco-chi-sono-i-soci-consulenti-degli-investimenti-inpgi/

Articolo del 8 giugno 2012 : http://www.adgnews24.it/2012/06/08/ecco-che-fine-hanno-fatto-i-partners-finanziari-dell-inpgi/




Così la Puglia è diventata un modello nell’universo informazione?

(riceviamo e volentieri pubblichiamo)

di Gaetano De Monte

“Da oggi non sono più un giornalista pubblicista. L’Ordine mi ha infatti comunicato di aver cancellato il mio nome dall’albo dei pubblicisti. Motivo? Non ho scritto con continuità e in maniera retribuita nell’ultimo biennio”, comincia così un lungo post pubblicato su Facebook da un giovane pubblicista, che ci spinge a riflettere sulla condizione in cui si trova chi lavora nel mondo della comunicazione, ma più in generale sullo stato in cui versa l’universo dell’informazione in Puglia specialmente.

informazione bisGià, perché, così continua la lettera: “ nell’Italietta in cui il mercato editoriale è in sofferenza cronica e l’accesso alla professione è ancorata a retaggi corporativi di epoca fascista come l’Ordine scopriamo che il problema siamo noi. Noi che dopo qualche anno di gavetta e soldi spesi ci ritroviamo con il nulla in mano perché l’Ordine dei Giornalisti di Puglia ha pensato bene di adottare una delibera retroattiva e folle nell’indifferenza generale”.

Si tratta del provvedimento di revisione degli albi dove è stabilito che chi non riesca a dimostrare di aver svolto attività giornalistica retribuita e continuativa negli ultimi due anni venga cancellato dall’Ordine dei Giornalisti di Puglia. Di fatto, indiscriminatamente, senza alcun piano di verifica individuale degli iscritti. Così, nei prossimi giorni saranno diverse migliaia i giornalisti pugliesi che si troveranno in questa situazione. Senza che l’ Associazione per la Stampa di Puglia o la Fnsi, cioè la Federazione Nazionale Stampa Italiana avessero prodotto, perlomeno, un comunicato stampa. Di che meravigliarsi. Se è vero che negli ultimi cinque anni hanno conquistato di più, in termini di tutele, i diversi coordinamenti di giornalisti precari nati in diverse regioni italiane (Carta di Firenze, legge sull’equo compenso ecc. ) sostenuti, si deve dirlo, dalla notevole sensibilità mostrata dal presidente nazionale dell’ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino. Una mosca bianca, in verità.

Nella stessa giornata di ieri, un’ulteriore occasione per riflettere sullo stato dell’informazione pugliese, ci è data dalla conferenza stampa che si è tenuta nella Sala Guaccero del Consiglio Regionale della Puglia in cui è stato presentato il 1° Festival della Comunicazione e dell’Informazione in Puglia. Organizzato dal Consiglio Regionale pugliese, dal Co.Re.Com Puglia, in partnership con l’Ordine dei Giornalisti e l’Associazione della Stampa di Puglia, l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari e la Fiera del Levante.

la conferenza stampa

la conferenza stampa del Festival della Comunicazione e dell’ informazione

Un’ iniziativa sicuramente meritevole, con un vasto cartellone fatto di seminari, workshop, un ricco parterre di ospiti: circa 60 tra giornalisti, professori universitari e comunicatori istituzionali. Uno spazio “dove aziende editoriali, agenzie di comunicazione e uffici stampa illustreranno le loro attività e metteranno a confronto le specifiche esperienze, in cui saranno illustrate le best practices della comunicazione d’impresa” si legge nel materiale diffuso durante la conferenza stampa. Nel corso della quale si è fatto riferimento più volte all’esistenza di un presunto modello pugliese dell’ordine professionale in questione.

Lo stesso Ordine regionale dei giornalisti che – a due anni di distanza dall’emersione di un vero e proprio caso di deontologia professionale ignorata e calpestata che ha riguardato alcuni giornalisti di Taranto in relazione a loro rapporti con la proprietà dell’ILVA – ancora non riesce a far luce sulla gravosa vicenda, perché a loro dire, del Consiglio di disciplina dell’Ordine: “ l’inchiesta è resa meno spedita per la mancanza di documentazione, mancherebbero gli atti della Procura, nonostante le richieste avanzate” ( sul punto – si permetta l’autocitazione – si veda il saggio Il conflitto ambientale nell’agenda mediatica. Il caso ILVA, pubblicato nell’ultimo numero della rivista http://siba-ese.unisalento.it/index.php/h-ermes/article/view/14495/12627).

CdG Festival InformazioneSarebbe questo, dunque, il modello pugliese? In una Regione in cui negli ultimi tre anni troppe aziende editoriali hanno chiuso. Solo nella provincia di Taranto, nell’ultimo anno, hanno chiuso i battenti: un settimanale, una tv, ed un quotidiano con 30 anni di attività alle spalle. Dove i giornalisti operano in città difficili, spesso sono soli, senza alcuna tutela di fronte alle intimidazioni e alle querele. Mentre per i giovani cronisti ottenere un contratto rappresenta ormai solamente un miraggio.

È un modello la Puglia nell’universo dell’informazione? Ci piacerebbe rispondere di sì. Se non altro per rispetto a tutti coloro che negli anni hanno battuto ogni singola stradina pugliese, rimettendoci in molti casi soldi, salute e non solo, pur di raccontare in maniera autonoma e indipendente le problematiche che affliggono i diversi territori. Ai colleghi che facendosi le ossa in contesti impervi, hanno poi reso onore ad un mestiere, a una scelta di vita, e alla Puglia intera, lontano da qui. Affermandosi a livello nazionale ed oltre. Valga su tutti un nome di un giornalista nato e cresciuto professionalmente a Taranto, Stefano Maria Bianchi. Ma ne potrei fare altre decine. Loro sì che rappresentano un vero e proprio modello pugliese nell’universo informazione.