Cari Di Maio e Di Battista, chi sono le puttane?

di Ferruccio Sansa

C’è soprattutto disprezzo in quella parola, “puttane”, usata da Di Battista. Per i giornalisti, ma anche per le prostitute. Per le persone in generale. Un modo di esprimersi misero e inadeguato. Prima ancora che grave. Non voglio difendere i giornalisti. Abbiamo le nostre colpe. Tanti sono stati servili in questi anni, invece che vigili. Hanno preferito la dipendenza alla libertà. Come gli italiani, del resto, che hanno osannato prima Berlusconi, poi Monti, poi Renzi e ora Salvini e Di Maio. Come la nostra classe politica peraltro. E qui verrebbe da fare qualche domanda al duo di statisti Di Maio-Di Battista.

Sono puttane solo i giornalisti o anche quelli che per anni hanno soltanto detto “”, piegando il capo agli ordini del grande capo?

Sono puttane solo i giornalisti oppure anche i politici che per tenersi una poltrona sotto le chiappe tacciono di fronte alle dichiarazioni razziste del loro alleato?

Sono puttane soltanto i giornalisti oppure anche chi dopo aver difeso a parole l’ambiente propone condoni per prendersi quattro voti?

Sono puttane solo i giornalisti oppure anche quelli che approfittano perfino delle tragedie come il ponte di Genova per cercare voti e consenso?

Sono puttane solo i giornalisti oppure anche quelli che dopo aver criticato per anni un politico vanno a scrivere libri per le sue case editrici?

Povere puttane, in fondo, usate per esprimere disprezzo. Almeno loro si sporcano le mani. Fanno un lavoro. Non stanno a pontificare dal Guatemala. Non governano un Paese con un curriculum che alla gente comune magari non basta per fare il corriere.

*opinione tratta da IlFattoQuotidiano.it




Ponte Morandi: no, cari Salvini e Di Maio, non si fa propaganda a un funerale

di Ferruccio Sansa*

Povera nostra Genova, è diventata la città del dolore. Le alluvioni, poi il crollo della torre piloti del porto e adesso il ponte. Speriamo di riuscire a risollevarci, di non perderci. Questo ci chiediamo oggi che siamo pieni di dolore, di rabbia e confusione.

Ogni città ha il suo modo di soffrire. Il nostro è schivo, quasi ruvido, senza retorica. Silenzioso. Ma in questi giorni non ci hanno lasciato soffrire. Non passa ora che qualche politico non arrivi, non si faccia vedere vicino alle rovine del ponte per propinarci promesse roboanti, per provocare polemiche, per accendere la rabbia.

Dovevate esserci ai funerali delle vittime. Nel salone della fiera c’era una Genova smarrita, che pregava e applaudiva. Che piangeva e urlava. Una Genova irriconoscibile. In quel momento abbiamo visto arrivare Matteo Salvini e Luigi Di Maio, scesi insieme dalla scala delle autorità. Accolti da un applauso, salutavano la gente. No, non sembrava un funerale.

Ma soprattutto dopo la messa era proprio impossibile non farci caso. Non provare disagio: Di Maio e Salvini che hanno aspettato di essere gli ultimi a lasciare la scena. Loro, i protagonisti, più dell’innocuo Giuseppe Conte. Più del discreto e misurato, lui sì, Roberto Fico. Perfino più del presidente Sergio Mattarella.

Ecco Di Maio che si allontana stringendo mani, che alla fine si ferma e lancia addirittura proclami: “Ve lo prometto, quella gente non metterà più le mani sulle nostre autostrade”. Per carità, lungi da noi l’idea di difendere i Benetton e Autostrade: se emergeranno responsabilità nella tragedia siamo i primi che chiedono la revoca della concessione.

Luigi Di Maio ai funerali di Stato a Genova : è qui la festa…?

Ma si è reso conto, ministro Di Maio… a 20 metri da lei c’erano delle bare, delle madri e dei padri che piangevano! Poi tocca a Salvini, ed è perfino peggio. Si dirige verso la folla che lo aspetta, stringe mani, arrivano fotografie, abbracci, battute, RISATE. Una passerella interminabile di dieci minuti. ADDIRITTURA ECCO SALVINI CHE SI METTE IN POSA PER I SELFIE ?

No, cari Salvini e Di Maio, non si fa così ai funerali. Genova non è fatta così. Vuole soffrire con dignità e non si deve approfittare del suo smarrimento, del suo bisogno disperato di promesse e futuro. Se vorrete aiutarla dimostratelo con i fatti. Adesso non abbiamo bisogno di polemiche, di quella rabbia che ha portato a contestare a un funerale il segretario del partito vostro avversario (ed è stato un miracolo che Mattarella ne sia uscito indenne).

La vostra campagna elettorale permanente tenetela per voi. Lasciateci soffrire in pace.

*blogger e giornalista del Fatto Quotidiano