La banda del "Grande Raccordo Criminale" smantellata a Roma dalla Guardia di Finanza

ROMA – A capo dell’ organizzazione di narcotrafficanti alla quale è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso, che è stata smantellata dalla Procura di Roma e dal Gico della Guardia di Finanza, c’era Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà della Lazio morto ucciso lo scorso  7 agosto .

Gli accertamenti svolti e le evidenze investigative emerse grazie al prezioso ed efficace lavoro degli investigatori  delle Fiamme Gialle che hanno condotto l’indagine chiamata “Grande raccordo criminale“, hanno condotto a 50 arresti eseguiti oggi.

Quattrocento militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, con il supporto di elicotteri e unità cinofile, hanno eseguito – nel Lazio, in Calabria e in Sicilia – un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Giudice delle Indagini Preliminari del  Tribunale, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, nei confronti di 51 persone (50 in carcere e 1 ai domiciliari), appartenenti ad un’organizzazione criminale specializzata nel traffico di sostanze stupefacenti, in grado di rifornire gran parte delle “piazze di spaccio” dei quartieri della Capitale, e che aveva messo in piedi una “batteria di picchiatori” composta da persone incaricate che mediante l’impiego della violenza si occupavano esclusivamente dell’esecuzione di attività estorsive per il recupero dei crediti maturati.

All’esito delle indagini coordinate dalla D.D.A. capitolina, gli specialisti del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Roma hanno smantellato uno strutturato sodalizio dedito al traffico di cocaina e hashish, capeggiato dai pregiudicati Fabrizio Piscitelli , classe 1966 ,  il capo ultrà laziale ucciso il 7 agosto scorso al Parco degli Acquedotti, e Fabrizio Fabietti classe 1977.

Nell’ambito delle indagini, svolte nel periodo febbraio-novembre 2018, è stata ricostruita la compravendita di circa kg. 250 di cocaina e kg. 4.250 di hashish, per un valore complessivo stimato “al dettaglio” di circa 120 milioni di euro. L’attività d’indagine ha consentito di evitare contestualmente che parte dello stupefacente (oltre kg. 60 di cocaina e circa kg. 3.800 di hashish) venisse immessa sul mercato. In occasione dei sequestri operati sono state tratte in arresto, in flagranza di reato, 18 persone tra “corrieri” e “fiancheggiatori”.

 

 

L’associazione poteva contare su un flusso costante di droga proveniente dal Sud America (la cocaina da Colombia e Brasile) e dal Nord Africa (hashish dal Marocco), garantito dai fornitori abituali, quali Dorian Petoku (classe 1988), Francesco Maria Curis (classe 1961) e Alessandro Savioli (classe 1961), tutti arrestati a seguito dell’odierna ordinanza.

Se l’operazione delle Fiamme Gialle non ha condotto all’identificazione degli assassini di “Diabolik”, ha però portato alla luce un giro di affari legati al mondo della droga, all’interno del quali  è maturato l’omicidio del capo “ultras della curva nord laziale, sopratutto per il ruolo ricoperto nel tempo da Piscitelli e per il suo modo di agire. Secondo l’accusa della Procura di Roma, infatti, sulle basi delle intercettazioni, erano i suoi stessi amici e complici  a mostrarsi preoccupati per i comportamenti di “Diabolik” e per i suoi atteggiamenti manifestati nei confronti di rivali e debitori, che hanno causato reazioni violente nei suoi confronti.  Una delle persone arrestate oggi, considerato un suo “fedelissimo” in una conversazione intercettata il 13 maggio dello scorso anno diceva: “Non sta bene… lui è Fabrizio Piscitelli… pensa che comunque non ci può essere un matto che prende e gli tira una sventagliata sul portone, non lo capisce…“.

Esattamente un anno e quattro mesi dopo quell’intercettazione Piscitelli è stato ammazzato con un colpo di pistola alla nuca, e secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del pm Nadia Plastina, l’esecuzione di Diabolik è la dimostrazione di un “prestigio criminale” consolidatosi e riconosciuto nella Capitale, che lo aveva indotto a sentirsi troppo convinto di sé, arrivando al punto di commettere azioni ed atteggiamenti imprudenti che preoccupavano, causando timori, i suoi stessi amici e sodali.

Suggestiva l’espressione con la quale il Fabietti manifestava ad un sodale l’influenza esercitata sul mercato illegale capitolino: “…la devo dà a tutta Roma …”. Parallelamente alle attività illecite strettamente connesse al traffico di droga, le indagini hanno consentito di ricostruire il ruolo di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, il quale, comunque coinvolto nella compravendita di stupefacenti, si ergeva a figura di riferimento nel “controllo” del territorio, nonché di garanzia e affidabilità dell’associazione, che si avvantaggiava della sua leadership.

Fabietti, in particolare, si colloca sulla scena criminale quale importante broker del narcotraffico capitolino, dotato di qualificate relazioni sia sul fronte degli approvvigionamenti di droga – risultando in affari con soggetti contigui a organizzazioni di matrice mafiosa della cosca di ‘ndrangheta Bellocco, quali i fratelli Emanuele (classe 1986) e Leopoldo Cosentino (classe 1983), entrambi destinatari del provvedimento cautelare – sia rispetto a un nutrito “portafoglio clienti”.

Piscitelli godeva, infatti, di un particolare riconoscimento nella malavita ed operava avvalendosi di soggetti, alcuni dei quali coinvolti anche nella presente associazione dedita al traffico di droga Ettore Abramo detto “Pluto” (classe 1966), Aniello Marotta (classe 1976), Alessandro Telich (classe 1987), che fanno parte di una frangia ultrà di tifosi della Lazio, di cui “Diabolik” era divenuto il capo.

I fratelli Cosentino rappresentano gli acquirenti all’ingrosso, a loro volta, erano i referenti-responsabili di sotto-gruppi criminali che riforniscono le diverse “piazze” di spaccio di quartiere, esercitando il business della droga sull’intero territorio della Capitale con basi nel quartiere Bufalotta a Roma Nord , nei quartieri San Basilio, Colli Aniene, Tor Bella Monaca e Borghesiana a Roma Est,  nei quartieri Tuscolano e Romanina, a Ovest nei quartieri Ostia e Primavalle a Roma Sud e nei limitrofi comuni di Frascati, Ardea e Artena, secondo una vera e propria logica imprenditoriale di divisione dei compiti.

Le investigazioni hanno fatto emergere uno spaccato delittuoso che vede il sodalizio di narcotrafficanti evolversi e costituire una “batteria di picchiatori(“…oh gli ho preparato una macchina, li massacriamo tutti eh…”) composta da soggetti appositamente incaricati dell’esecuzione di attività estorsive per il recupero dei crediti maturati nell’ambito del traffico di droga, mediante l’impiego della violenza, non escludendo l’uso delle armi (“…vabbè spariamogli, che dobbiamo fare?…).

Una batteria di picchiatori che agisce in concreto: sono almeno due gli episodi di estorsione con metodi violenti ricostruiti. Il primo episodio estorsivo è ai danni di un vecchio compagno di cella del Fabietti , responsabile di non aver onorato un pregresso debito di droga di circa 100.000 euro, diventa vittima di una brutale aggressione, prima di sottomettersi alle richieste dei vertici del sodalizio.  Il secondo episodio matura, invece, nei confronti di altri due soggetti già noti alle cronache giudiziarie per i loro trascorsi nel settore del narcotraffico. Ancora una volta, dopo le minacce di morte, gli associati riescono a farsi promettere il pagamento di 90.000 euro.

L’operatività del sodalizio veniva garantita e supportata anche attraverso il ricorso a dei sistemi di comunicazione all’avanguardia, che venivano  forniti dall’associato Alessandro Telich, già tratto in arresto nell’ottobre del 2013 per aver favorito la breve latitanza di Piscitelli. TELICH, meglio noto negli ambienti come “Tavoletta”, è un tecnico informatico, titolare di una società con sede a Dubai (Emirati Arabi Uniti), operante nel settore del controspionaggio industriale e delle telecomunicazioni, che esegue bonifiche sulle autovetture e nelle abitazioni degli associati, fornendo avanzati sistemi di comunicazione criptati che mettevano al sicuro i dati informatici trasmessi presso dei server ubicati negli Emirati Arabi, in maniera tale da rendere il sistema ancora più impenetrabile agli investigatori.

 

La costante e immediata disponibilità di rilevanti somme di denaropermetteva all’organizzazione criminale di ottenere condizioni economiche favorevoli nel corso delle trattative promosse con i fornitori dello stupefacente. Potendo pagare con la formula “subito e cash”, il prezzo ottenuto era sempre vantaggioso ed il “giro” si ero allargato a dismisura, anche perché garantiva la consegna “a domicilio” attraverso la partecipazione associativa di  Fabrizio Borghi (classe 1977) e Daniela Viorica Gerdano (classe 1980).

Ad affiancare i promotori del sodalizio, si era affiancata una schiera di acquirenti “all’ingrosso” che, in ragione dello stabile rapporto di fornitura che li lega, sono considerati parimenti degli “associati” all’organizzazione, garantendole costanti disponibilità economiche, fondamentali per la sua esistenza e operatività. Tra questi emergevano i fratelli Nicolas ed Emiliano Pasimovich (entrambi classe 1985), originari del Sudamerica ma residenti sul litorale pontino. I due sono tra i più affidabili acquirenti selezionati dal Fabietti, cui si aggiungevano Adnan Ibrakovic (classe 1981), Stefano Piccioni (classe 1971), Paolo Salvemini (classe 1977), Stefano Coniglio (classe 1983), Adamo Castelli (classe 1967), Angelo Bartocci (classe 1963), Giuliano Cappoli (classe 1993), Roberto Montanaro (classe 1961) e Marco Tripodi (classe 1976),  Abramo Di Guglielmo (classe 1980) e Sabatino Di Guglielmo(classe 1968) , questi ultimi due contigui al “clan Casamonica“.

Nonostante l’elevato numero degli associati (trentadue), l’organizzazione criminale era comunque aperta alle nuove occasioni di profitto generate dai soggetti che ruotano attorno ad essa. Questi ultimi, che siano fornitori occasionali come i fratelli Cosentino o Maurizio Cannone (classe 1973), acquirenti saltuari come Gianluca Almaviva (classe 1979), Marco De Vincentiis (classe 1979), Fabio De Tommasi (classe 1962), Ruben Alicandri (classe 1977), Danilo Perni (classe 1970),  nonchè di  corrieri e factotum arruolabili all’occorrenza come Umberto Scarpellini (classe 1974), Marco Adano (classe 1980) e Luigi Centi (classe 1974), rispettavano l’organizzazione e ne individuano un’opportunità di investimento.

“Si tratta di un gruppo criminale che non ha eguali in altre città italiane che operava a Roma Nord e che coinvolge criminalità sportiva, politica e non solo. Tutto ruotava attorno a Piscitelli, che era indagato prima di essere ucciso“. Così il procuratore facente funzioni di Roma, Michele Prestipino. “Questa operazione ci permette di squarciare il velo rispetto al traffico di droga sulla piazza di Roma, con un’indagine trasversale multilivelli che ci permette di ricostruire in modo verticale come funziona lo spaccio”  ha spiegato il magistrato che ha poi aggiunto: “C’è una vera attività di brokeraggio nel mercato della droga, costituita da coloro che hanno i contatti per l’importazione della droga e tengono i rapporti con i grandi grossisti e a loro volta con le principali piazze di spaccio di Roma“.

Dei 51 provvedimenti emessi dal Gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, 50 sono misure cautelari in carcere mentre nei confronti di una sola persona sono stati disposti gli arresti domiciliari.




Contraffazione: smantellata organizzazione criminale a Roma

ROMA –  I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, coordinati dalla locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, sin dalle prime ore della giornata hanno eseguito, nella capitale e nelle province di Napoli, Pescara e Brescia, 14 misure restrittive della libertà personale nei confronti di un’associazione per delinquere finalizzata alla distribuzione e commercializzazione di capi ed accessori di abbigliamento contraffatti, mentre altri due soggetti destinatari di provvedimento sono attualmente all’estero.

Il sodalizio criminale, organizzato in forma imprenditoriale, monitorato dai finanzieri del Gruppo di Fiumicino, produceva tutte le “parti di prodotto” (etichette, bottoni, lampo, fibbie e pendagli) le quali venivano applicate sui capi ed accessori di abbigliamento che, una volta ultimati, erano venduti al dettaglio all’interno del cosiddetto “mercato parallelo” su gran parte del territorio nazionale in particolare in Lombardia, Campania, Abruzzo e Lazio.

Gli articoli venivano contraffatti grazie all’utilizzo di macchinari professionali con all’interno matrici in grado di imprimere marchi con le stesse caratteristiche dei modelli originali, tanto da ingannare anche i consumatori dall’occhio più esperto. Le Fiamme Gialle di Fiumicino hanno complessivamente sequestrato oltre 1.500.000 di pezzi tra capi di abbigliamento e materiale necessario per il confezionamento, 5 macchinari e plotter e 25 cliché in ferro riproducenti, tra gli altri, i marchi Gucci, Adidas, Nike, Louis Vuitton, Michael Kors, evitando così che l’illecita merce potesse invadere il mercato nero nazionale.

 

 

Le articolate indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma, hanno permesso di fare piena luce sui singoli ruoli dei soggetti impegnati nella filiera del falso, anche grazie ad indagini di natura tecnica, pedinamenti ed attività di osservazione. Gli articoli sequestrati, qualora immessi in commercio, avrebbero fruttato all’organizzazione oltre tre milioni di euro. In particolare, i promotori del gruppo criminale vendevano i capi d’abbigliamento ad un prezzo non inferiore ai 30 euro ciascuno, incrementando di gran lunga l’illecito utile dell’associazione.

L’operazione, che ha visto la partecipazione di circa 50 finanzieri, si inserisce nel più ampio dispositivo operativo a contrasto della contraffazione marchi predisposto e coordinato dal Comando Provinciale di Roma.




Guardia di Finanza. maxi operazione antidroga a Roma. In carcere anche un Casamonica

ROMA – Dalle prime luci dell’alba militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma e dello S.C.I.C.O. il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata stanno eseguendo una vasta operazione antidroga, coordinata dal pm Giovanni Musarò e dal procuratore aggiunto dr. Michele Prestipino della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, nei confronti di un gruppo criminale dedito al traffico internazionale di cocaina.Tra i 5 soggetti colpiti dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. dr. Nicolò Marino del Tribunale di Roma vi è Salvatore Casamonica, un elemento di spicco dell’omonimo clan sinti.

I destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare sono Salvatore Casamonica (classe 1976), attualmente in carcere; Silvano Mandolesi (classe 1968), attualmente agli arresti domiciliari; Tomislav Pavlovic (Montenegrino, classe 1979); Dorian Petoku (Albanese, classe 1988); Marcello Schiaffini (classe 1966), quest’ultimo destinatario della misura degli arresti domiciliari.

“Ti ho portato uno di questi telefoni che sono criptati, nessuno può entrare nel nostro sistema perché è a uso militare, invece tu lo devi accendere per parlare con noi… questo non è rintracciabile, si paga 1.500 euro ogni sei mesi per i messaggi, questi si cancellano dopo sette giorni in automatico”  così  Salvatore Casamonica, che sostituiva nei grandi traffici il padre e il fratello entrambi ristretti in carcere , parlava con il “francese”, un collaboratore di giustizia, infiltrato nell’organizzazione di narcotrafficanti. dalla procura che ha reso possibile scoprire i dettagli del piano.

La mente del gruppo era  Salvatore Casamonica, il suo braccio operativo era Pavlovic recatosi più volte in trasferta in Brasile per l’organizzazione logistica e per curare i rapporti con gruppi criminali locali e quindi trovare i funzionari doganali da corrompere, mentre l’ albanese Petoku si relazionava con lui per preparare i carichi, . Schiaffini avrebbe fatto in più occasioni da “pizzino” , portatore dei messaggi del Casamonica  destinati agli altri complici, in modo da evitare contatti diretti tra gli indagati e minimizzare il rischio di essere intercettati. Tutti gli incontri tra gli agenti sotto copertura e Salvatore Casamonica sono stati osservati dai militari dello S.C.I.C.O. della Guardia di Finanza che hanno effettuato anche sofisticati impercettibili pedinamenti da Ciampino a Frascati fino agli hotel romani.

In un’intercettazione con il francese, presente nell’ordinanza di custodia cautelare notificata ieri, Casamonicache non aveva problemi e poteva contare sugli uomini a Ciampino”, spiegava i dettagli dell’operazione. “Siamo a 25mila euro a cassetta” ossia al chilo ma si lamentava anche dei controlli “adesso è tutto fermo, con questo terrorismo hanno bloccato tutto quanto”.  I piani dei narcotrafficanti vanno avanti da aprile 2017 a luglio 2018. Il carico della cocaina doveva avvenire a Santo Domingo, in quanto che l’agente infiltrato dalla DEA l’  agenzia federale antidroga americana, aveva detto di non voler prendere la coca in Bolivia, dove per le tensioni politiche sarebbe stato più controllato, e arrivare a Ciampino dove l’organizzazione aveva ottimi agganci. “Non serve niente, basta che scendono con i bagagli. Li prende e li porta con lui… noi siamo più del 100 per cento, intendo noi lo possiamo fare“.

I primi quattro tutti pluripregiudicati, mentre il primo recentemente colpito da un provvedimento coercitivo nell’ambito della nota operazione “GRAMIGNA” per il delitto di associazione mafiosa – sono indagati, a vario titolo, per essersi fatti promotori di un “cartello” di gang operanti nel settore del narcotraffico, consorziatesi allo scopo di finanziare e organizzare l’acquisto di ingenti partite di droga, destinate ad alimentare le piazze di spaccio romana e napoletana. In tale contesto, il Casamonica ha svolto un ruolo di primissimo piano, intrattenendo, con il contributo del suo luogotenente Silvano Mandolesi, contatti con narcos sudamericani, con i quali stringeva accordi per l’importazione in Italia dell’intera produzione annua di cocaina loro riferibile, stimata in circa 7 tonnellate. I trasporti dei carichi di droga dovevano avvenire utilizzando un aereo privato, sul quale sarebbe stata stivata circa 1 tonnellata di droga per viaggio.

Contemporaneamente l’ albanese PETOKU si relazionava con taluni narcotrafficanti brasiliani per reperire ulteriori quantitativi di stupefacenti, supportato dal sodale Pavlovic, il quale si recava, a più riprese in Brasile, nella città di San Paolo, per curare gli aspetti logistici dell’illecito traffico, adoperandosi – con l’ausilio di gruppi criminali autoctoni – nel tentativo di corrompere funzionari doganali in servizio presso lo scalo aeroportuale della metropoli brasiliana, allo scopo di eludere eventuali controlli. Marcello Schiaffini risponde, invece, del reato di favoreggiamento personale, per essersi fatto latore, in più circostanze, di messaggi del Casamonica indirizzati agli altri sodali, onde evitare contatti diretti tra gli indagati e minimizzare, conseguentemente, il rischio di essere intercettati.

 

 

Le indagini di tipo “tradizionale” sono state accompagnate da una strutturata “operazione speciale”, avviata dagli investigatori del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria e dello S.C.I.C.O. attraverso l’infiltrazione nell’organizzazione criminale di agenti “undercover”, che sono riusciti a entrare in contatto con Casamonica, conquistandone la fiducia e ottenendo dal pregiudicato compiti di assoluta delicatezza, fondamentali ai fini del perfezionamento delle importazioni di droga, fino al reclutamento del pilota e dell’aereo a bordo del quale sarebbe stata trasportata la droga. A tal fine, si è rivelata preziosa la collaborazione con l’agenzia federale americana D.E.A. statunitense, che ha messo a disposizione dell’Autorità giudiziaria italiana un proprio agente e un aeromobile.

Successivamente, considerato che gli indagati avevano mutato i propri progetti delittuosi, individuando nell’aeroporto della cittadina svizzera di Sion il luogo di arrivo in Europa dello stupefacente, veniva intrapresa, tramite la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, una proficua attività di cooperazione internazionale con la Polizia di Ginevra. che  disponeva anch’essa l’impiego di un proprio agente under cover, che si fingeva funzionario doganale in grado di garantire l’uscita “sicura” del narcotico.

L’importazione della cocaina  il cui quantitativo, già disponibile in Sud America, è stato stimato tra i 500 e i 1000 Kg, a fronte di un “investimento” da parte dell’associazione per delinquere pari a circa 4,5 milioni di euro – non si concretizzava atteso che, nel luglio del 2018, Salvatore Casamonica veniva arrestato, in applicazione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Roma, all’esito della citata indagine “GRAMIGNA”.

Tale circostanza determinava l’interruzione dei contatti tra gli indagati e gli agenti sotto copertura e, in definitiva, l’abbandono dell’ambiziosa iniziativa criminale, venuto meno il principale “promotore” e finanziatore. Ciò nonostante, le granitiche fonti di prova raccolte hanno consentito all’Autorità Giudiziaria di emettere l’odierno provvedimento di cattura. L’operazione è in corso nel Lazio e in Toscana, nonché in territorio albanese, dove, in collaborazione con le locali autorità di polizia, attivate dal Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia del Ministero dell’Interno in sinergia con il II Reparto del Comando Generale della Guardia di Finanza, si sta procedendo alla cattura di Dorian Petoku.

 




Ostia, nuovo colpo al clan Spada: la Guardia di Finanza sequestra beni per 19 milioni,

ROMA – I militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma stanno dando esecuzione a cinque decreti di sequestro di beni per 19 milioni , emessi dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale nei confronti di altrettanti esponenti di spicco del clan Spada. Tra gli immobili e beni mobili sequestrati oggi al “clan Spada” c’è anche la Femus Boxe, la palestra che fu teatro nel novembre scorso della testata di Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi della trasmissione “Nemo” (RAIDUE) .

L’ operazione coordinata dal Procuratore Aggiunto dott. Michele Prestipino Giarritta della  Direzione Distrettuale Antimafia di Roma è stata eseguita dalla Guardia di Finanza che ha posto i sigilli di sequestro a diciotto società, quattro ditte individuali, quote societarie, sei associazioni sportive di Ostia, quattro immobili e poi auto, moto, conti correnti, rapporti assicurativi, azioni.

Un patrimonio assolutamente ritenuto ingiustificato e sproporzionato rispetto agli irrisori redditi dichiarati. Tra i beni finiti sotto sequestro anche un distributore di benzina all’idroscalo di Ostia dove nel novembre 2016 si consumò il tentato omicidio di Carmine Spada, meglio noto come  “Romoletto” , ed una villa in stile liberty del valore di 800mila euro in cui viveva lo stesso boss.

Secondo quanto ricostruito dalle fiamme gialle, i beni sottoposti a sequestro,  sono riconducibili al clan Spada  anche se in gran parte erano intestati ad altre 47 persone ( tutti prestanome) apparentemente estranee al contesto criminale. Le azioni delle forze dell’ordine per contrastare il potere del clan del litorale romane proseguono da giorni . Martedì scorso era stata anche sequestrata la casa popolare che occupavano i familiari di Vincenzo Spada membro della famiglia, e fratello del “boss” Carmine, che si trova adesso agli arresti. Sulla porta di ingresso al posto dello spioncino era stata installata una mini telecamera,   con la quale si poteva controllare prima di aprire chi stava arrivando .

 

Alcune donne, tra cui la madre di Silvano Spada, hanno inveito contro le forze dell’ordine e contro i giornalisti presenti sul posto urlando nuovi insulti rivolti nei confronti della nostra collega Federica Angeli, cronista della redazione romana del quotidiano La Repubblica, che giovedì scorso in occasione del precedente sgombero dell’appartamento di Carmine Spada era già stata oggetto delle minacce da parte delle donne del clan, che sono state denunciate dalla Polizia di Stato

Lo scorso gennaio la Dda di Roma nel corso di una complessa operazione aveva posto in arresto 32 persone tra appartenenti e affiliati al clan Spada, tra i quali anche Roberto Spada, già in carcere per aver picchiato con l’aggravante del metodo mafioso il giornalista Piervincenzi colpevole di aver fatto il suo lavoro.

“Grazie! Notizie come questa fanno cominciare bene la giornata”. E’ stato questo  il commento del ministro dell’Interno Matteo Salvini all’operazione delle Fiamme Gialle.




Mafia. Operazione Alba Pontina: 25 arrestati del clan Di Silvio, cugini dei Casamonica a Roma e Latina

ROMA –  L’indagine dello S.C.O. e della Squadra Mobile della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, ha portato alla luce numerose estorsioni, effettuate con metodi molto violenti e vessatori, proprio come avviene nelle mafie tradizionali, in cui veniva sempre speso il nome del “clan Di Silvio” per imporre un potere di intimidazione, attraverso il riferimento alla destinazione del denaro richiesto al sostentamento dei carcerati e delle loro famiglie, o richiamando episodi cruenti risalenti alla guerra criminale del 2010, quando le famiglie Rom si imposero a Roma sui altri gruppi criminali.

Con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso 25 persone appartenenti alla famiglia Rom sono finite in manette questa mattina nell’ambito di un’operazione della polizia di stato, un vero e proprio “scacco matto” al clan Di Silvio. Tra gli arrestati anche Armando Di Silvio, detto “Lalla“, considerato il capo dell’organizzazione, e insieme a lui sono stati arrestati anche Genoveffa Di Silvio, moglie del boss Armando Di Silvio, e Sabina De Rosa.

L’indagine contro i vertici del clan Di Silvio, parenti dei Casamonica, è stata avviata grazie alle rivelazioni del pentito Renato Pugliese che nel corso di varie audizioni ha spiegato quanto il clan fosse radicato sul territorio e totalmente autoctono, e slegato da gruppi criminali siciliani, calabresi o campani.

Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal procuratore aggiunto della Dda di Roma, Michele Prestipino e dall pm Barbara Zuin della procura di Roma e dai loro colleghi Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro della Procura di Latina, vengono contestati ai Di Silvio i reati di traffico di droga, estorsione, violenza privata, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e reati elettorali, tutti aggravati dalle modalità mafiose.

“Quello di oggi è un risultato importante frutto di due anni di indagine. Contro il clan Di Silvio – ha detto il procuratore aggiunto della DDA Prestipinoabbiamo lavorato in modo serio. Da sempre il territorio del sud Pontino è un territorio difficile, dal 2010 i Di Silvio sono diventati i capi indiscussi di Latina. L’iniziativa non resterà episodica, continueremo a lavorare”.

Nella vasta operazione sono stati utilizzati elicotteri della Polizia e oltre 250 agenti e gli arresti sono stati eseguiti tra Roma e Latina e . Alcuni uomini del clan Di Silvio hanno gestito la propaganda elettorale in favore di alcuni candidati alle elezioni comunali di Latina, ricevendo in cambio denaro. Le indagini hanno portato alla luce un quadro preoccupante: la compravendita dei voti. Alcuni tossicodipendenti di zona, infatti, erano costretti dal clan dietro minacce a votare i candidati preferiti dal clan.  I Di Silvio venivano pagati anche dai politici locali per acclamare i candidati durante i loro comizi elettorali. Gli accordi stabiliti prevedevano il pagamento di 30 euro per voto.

Il candidato della Lega, Francesco Zicchieri, e i manifesti elettorali 

Francesco Zicchieri

Tra i partiti per i quali il clan Di Silvio ha effettuato nel 2016 propaganda elettorale a Latina con l’affissione dei manifesti elettorali c’è anche la lista legata a Matteo Salvini. Durante un controllo, infatti, nell’auto di Matteo Lombardi, considerato uomo “vicino” al clan,  sono stati trovati numerosi manifesti riguardanti i candidati. Per Latina: Elsa Calandrini Lungo, della “Lista Cuori Italiani”; e il candidato Francesco Zicchieri per la “Lista Salvini” . Per Terracina invece Gianluca Corradini, Gina Cetrone, e Tramentozzi della “Lista Si Cambia”. Ad aprile scorso Francesco Zicchieri è stato nominato vicepresidente della Lega alla Camera dei deputati.

 

Raid della Romanina. Le motivazioni del Riesame: “Aggressione vile e brutale” 

La vile aggressione dello scorso primo aprile con cui Antonio Casamonica e Vincenzo, Alfredo ed Enrico Di Silvio hanno aggredito e brutalizzato una cliente disabile ed una coppia di rumeni titolari del “Roxy Bar” nel quartiere Romanina di Roma, come emerso dalla visione delle immagini registrare all’interno dell’esercizio è stata “particolarmente brutale“, ma anche “vigliacca e vile”.

 

La peggiore era quella commessa da Alfredo Di Silvio “che non si è minimamente controllato e, pur avendo sentito dire dalla cliente di essere in condizioni fisiche debilitate, ha insistito nel picchiare una donna indifesa e inferma, dimostrando di essere un individuo pericolosissimo e predisposto alla violenza” come scrive il Tribunale del Riesame di Roma che ha confermato le misure cautelari nei confronti dei quattro arrestati, tre in carcere e uno ai domiciliari, con le accuse, a vario titolo, di lesioni personali, violenza privata e tentata minaccia aggravate dall’utilizzo del metodo mafioso e danneggiamento.

Secondo i giudici del Riesame, “i CasamonicaDi Silvio hanno operato una forma di intimidazione in progressione ed hanno aspettato il momento in cui dare sfogo alla propria carica aggressiva, in funzione dell’obbiettivo iniziale di allontanare i cittadini romeni, colpevoli di essersi presi la libertà di gestire un’attività imprenditoriale nella ’loro zona’“.

Per il collegio giudicante i filmati confermano infatti quanto messo a verbale dalle vittime dell’aggressione alla Polizia di Stato e non ci sono dubbi sui caratteri “mafiosi” del metodo utilizzato dagli indagati che hanno agito allo scopo di “esercitare una particolare coartazione psicologica con i caratteri propri dell’intimidazione derivante dall’organizzazione criminale”. Da ricordare quanto stabilito dalla Suprema Corte di Cassazione, affinchè sussista questa aggravante giudiziaria, non è necessaria l’esistenza di un’associazione di stampo mafioso, ma è sufficiente “il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso”.

 

 




Riciclaggio: chiesto processo per Gianfranco Fini e la famiglia Tulliani

ROMA Chiesto il rinvio a giudizio per l’ex presidente della Camera, Gianfranco Fini, accusato di riciclaggio dalla Procura di Roma . L’inchiesta condotta dal pm Barbara Sargenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, coinvolge anche l’ex parlamentare Amedeo Labocetta ed Alessandro La Monica ed Arturo Vespignani, i quali si sono alternati al posto di Laboccetta come procuratori per l’Italia dell’Atlantis World Giocolegale Ltd (successivamente trasformata in  B Plus Giocolegale Ltd ed adesso Global Starnet Ltd) ha riguardato anche la vicenda della compravendita dell’appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale dalla contessa Annamaria Colleoni . L’immobile, secondo quanto accertato, sarebbe stato acquistato da Giancarlo Tulliani grazie ai soldi di Corallo attraverso le società offeshore Printemps Ltd, Timara Ltd   costituite “ad hoc” per l’operazione. Un’acquisto immobiliare di poco superiore ai 300mila euro nel 2008,  mentre la successiva la cessione dell’immobile nel 2015 fruttò un milione e 360mila dollari.

la famiglia Tulliani e Gianfranco Fini (foto: settimanale OGGI)

I magistrati della DDA di Roma hanno attribuito a Fini altri tre episodi di riciclaggio più uno di impiego di denaro di provenienza illecita assieme alla compagna Elisabetta ed al “fratellino” Giancarlo Tulliani: le somme di denaro ricevute dal conto acceso presso la FCIB e poi bonificate da Baetsen, sarebbero state destinate “all’acquisto dell’appartamento di Montecarlo, già di proprietà di An, di cui erano divenuti i proprietari occulti. E dopo che, l’immobile era stato rivenduto, il 15 ottobre del 2015 dalla Timara Ltd, compivano ulteriori transazioni bancarie con le quali impiegavano, sostituivano e trasferivano la somma di denaro pari a 1,2 milioni di euro, derivata dalla compravendita, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa, utilizzando diversi conti correnti anche esteri“.

il procuratore aggiunto Michele Prestipino

Il procuratore aggiunto Michele Prestipino e la pm Barbara Sargenti, hanno chiesto il processo oltre all’ex leader di An,  anche per la sua compagna Elisabetta Tulliani, per il padre e il fratello di quest’ultima, Sergio e Giancarlo (attualmente libero su cauzione a Dubai dopo il suo clamoroso arresto-autogol ) e per il “Re delle slot” Francesco Corallo.  Secondo l’ipotesi dei pm, al fine di commettere “una serie di reati di peculato, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e appropriandosi di ingenti somme di denaro (oltre 85 milioni di euro) corrispondenti al mancato pagamento dei tributi erariali, dovuti dalla società concessionaria Atlantis World Group of Companies per l’attivazione e la conduzione operativa della rete, per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi da divertimento o intrattenimento”, il sodalizio avrebbe “trasferito tra il 2004 e il 2007 la liquidità così illecitamente accumulata (oltre 50 milioni di euro) dai conti correnti della concessionaria (stabile organizzazione in Italia di Atlantis/BPlus) verso conti correnti esteri olandesi, ed inglesi di altre società del Gruppo Corallo, e successivamente, verso un conto corrente di società offshore acceso a Saint Maarten (Antille Olandesi), sempre riconducibile al promotore e capo dell’associazione, Francesco Corallo, in modo da ostacolarne l’identificazione della provenienza delittuosa e di poterla definitivamente impiegare in acquisizioni immobiliari ed attività economiche e finanziarie“.

La Procura di Roma a seguito del recente interrogatorio reso a piazzale Clodio dall’ex leader di An, che Giancarlo Fini ed Elisabetta Tulliani, titolari delle società offshore Printemps Ltd, Timara Ltd e Jayden Holding Ltd, resta convinta alla luce delle risultanze investigative che abbiano “messo a disposizione i conti correnti di tali società per ricevere ingenti somme di denaro dal conto corrente acceso presso la First Carribean International Bank e intestato alla Dawn Properties, riconducibile a Corallo con cui Fini aveva stretto intesa, e su cui era delegato ad operare in qualità di director Rudolf Baetsen, con la consapevolezza della provenienza delittuosa, consentendo la realizzazione del segmento finale del flusso di denaro tra Italia, Olanda, Antille Olandesi, Principato di Monaco e Santa Lucia“. Il coinvolgimento di Fini nell’ inchiesta è legato infatti proprio al suo rapporto con Corallo. Un rapporto, per la procura, che sarebbe alla base del patrimonio dei Tulliani.

Giancarlo Tulliani

I pm ritengono anche che Giancarlo Tulliani abbia ricevuto il 5 novembre 2015 sul proprio conto corrente presso la Caisse d’Epargne-Costa Azzurra, filiale francese di Beausoleil, un bonifico di 1,2 milioni di euro, disposto da uno studio notarile, in merito a una vendita immobiliare. E che, successivamente, da tale rapporto avrebbe trasferito sul proprio conto corrente italiano presso il Monte dei Paschi di Siena la somma di 140mila euro (l’11 novembre 2015), di 145mila (il 20 novembre) e 560mila (il 9 settembre 2016). Elisabetta Tulliani, dal canto suo avrebbe ricevuto sul conto corrente acceso presso Mps , tra il 24 novembre e il 10 dicembre 2015, 290mila euro e poi 449mila euro, bonificate in suo favore dal fratello, con la causale “‘prestito infruttifero”, sempre dal conto Mps di Giancarlo Tulliani che era alimentato esclusivamente, fin dalla sua apertura, dal conto Caisse d’Epargne.

I reati contestati agli indagati, secondo il gip Simonetta D’Alessandro che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare di dicembre 2016 “avrebbero connotato un’intera fase politica, toccando in profondità l’ordinamento economico dello Stato”. L’ “intesa” stretta da Gianfranco Fini con Francesco Corallo, il “re delle slot”,  accusato di non aver pagato allo Stato italiano 85 milioni di euro di tasse erariali, e il non essersi dissociato dalla posizione della compagna Elisabetta Tulliani , sta portando l’ex presidente della Camera verso un’aula di Tribunale.  Fini in una sua nota-stampa sostiene che “la richiesta degli inquirenti era prevedibile, ribadisco la mia innocenza e confermo piena fiducia nell’operato della magistratura”.




Operazione antidroga a Roma dei Carabinieri smantella organizzazione napoletana 18 arresti e perquisizioni

 

ROMA – Operazione antidroga dei Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Frascati,  in corso dalle prime luci dell’alba, per dare esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma nei confronti di 18 persone, appartenenti a un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico, radicata nella Capitale, con base operativa e logistica in località Borghesiana, un territorio “cuscinetto” tra le storiche borgate di Tor Bella Monaca e Tor Vergata, autonomamente gestita da due fratelli di origine partenopea.

L’organizzazione strutturale fortemente gerarchizzata, prevedeva l’impiego di pusher, articolati in turni di servizio e giovani vedette. Il ricavato dell’attività di spaccio veniva poi consegnato quotidianamente ai due promotori che, in caso di rendicontazione errata, infliggevano vere e proprie punizioni corporali. In una circostanza è stato accertato come uno dei promotori, per un ammanco non rilevante di denaro, si è portato presso l’abitazione di un pusher aggredendolo violentemente, con il chiaro intento di dare un monito sia a lui che agli altri “colleghi”; il giovane, nel corso di un controllo eseguito a distanza di qualche giorno, è stato notato effettivamente con il volto ancora tumefatto per l’aggressione subìta.

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Frascati hanno accertato che con telefoni dedicati , i pusher inviavano ai vari clienti messaggi pubblicitari firmati “gli amici di Finocchio”, aggiornandoli sulla diponibilità di stupefacente, cocaina, o su offerte per nuovi prodotti. Lo smercio era organizzato in modo tale da risultare “itinerante”, e quindi maggiormente imprevedibile, con il fine di rendere più complessi i controlli delle Forze dell’Ordine. L’organizzazione prevedeva anche l’assistenza legale dei propri sodali in caso di arresto durante l’attività di spaccio e consentiva loro guadagni consistenti, direttamente proporzionali al ruolo rivestivo in seno all’organizzazione. A riprova di ciò, e quindi dell’evidente interesse a lavorare per il sodalizio, è stato documentato come in una circostanza uno dei pusher, arrestato in flagranza nel corso dell’attività, abbia ripreso a spacciare subito dopo essere stato messo in libertà, a distanza solo di pochi giorni.

 

 

Nel corso delle indagini sono già state arrestate 12 persone per spaccio nella flagranza del reato ed è stato recuperato un quantitativo di cocaina pari a circa 1000 dosi. Le perquisizioni, tuttora in atto, hanno consentito di rinvenire e sequestrare una pistola rivoltella cal.38, perfettamente funzionante e con relativo munizionamento, provento di un furto in abitazione consumato a Roma nel 2014. L’arma è stata rinvenuta nella disponibilità di uno degli arrestati che nella circostanza è stato denunciato per la detenzione abusiva e la ricettazione.




Mafia in Sicilia . 37 arresti fra i quali un avvocato e due carabinieri

ROMA – Trentasette gli arrestati disposti con le operazioni “DRUSO” e “EXTRA FINES” condotte dalle Direzioni distrettuali antimafia di Roma diretta dal procuratore  Giuseppe Pignatone e quella di Caltanissetta diretta dal procuratore Amedeo Bertone , ed effettuati  in Sicilia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Germania oltre al sequestro di beni e società per oltre 11 milioni di euro. Questo il bilancio di una  maxi operazione antimafia coordinata dalla Procura nazionale antimafia ed antiterrorismo guidata dal procuratore nazionale Franco Roberti  che ha colpito nella sua articolazione territoriale il “clan Rinzivillo,  una potente famiglia mafiosa di Gela in Sicilia, alleato con i Madonia di Caltanissetta, e che ha insediamenti ben radicati nel milanese . In particolare il loro referente sarebbe Giuseppe “Piddu” Madonia e tramite questi la parte di Cosa Nostra fedele ai “Corleonesi” di Bernardo Provenzano.

Nel Lazio la famiglia Rinzivillo è stata coinvolta in diverse inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Roma, con un coinvolgimento che la DNA definisce la conferma della presenza di Cosa Nostra nella regione.  La complessa ed articolata attività investigativa svolta nell’ambito dei due distinti procedimenti penali alla sede di Caltanissetta e Roma e concentrata su soggetti appartenenti al gruppo Rinzivillo – quest’ultimo operante principalmente nel mandamento di Gela, ma con articolazioni anche nel Lazio, in Lombardia e pure in Germania – ha permesso di acquisire molteplici elementi che consentono di affermare come al vertice dell’associazione mafiosa continuino ad esservi, nonostante la detenzione al regime di cui all’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, i personaggi storici di riferimento del sodalizio, vale a dire i fratelli AntonioCrocifisso Rinzivillo, assumendo  Salvatore Rinzivillo, qualche tempo dopo la sua scarcerazione, avvenuta nel 2013, il ruolo di reggente.

nella foto un momento della maxi operazione contro il clan mafioso Rinzivillo in Italia e Germania

Tra i 37 arrestati vi sono anche un avvocato romano Gianfranco D’ Ambra e di due carabinieri. L’accusa nei confronti dei due militari Marco Lazzari e Cristiano Petrone, è di accesso abusivo alle banche dati delle forze dell’ordine: in pratica i militari infedeli avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan, che è alleato da sempre della famiglia Madonia e con i corleonesi. L’avvocato sarebbe invece stato il collegamento tra i mafiosi ed i professionisti utilizzati dalla mafia per riciclare i propri profitti illegali. Tra gli arrestati di oggi c’è anche Salvatore Rinzivillo, 57 anni, scarcerato nel 2013 dopo aver scontato una condanna per mafia, e da tempo residente a Roma.

Ben dieci  delle 37 misure cautelari eseguite dagli 600 operatori di polizia, appartenenti al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, alla Questura di Caltanissetta, al Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma nonché alla Polizia Criminale di Colonia (Germania),   nei confronti di presunti appartenenti al clan mafioso Rinzivillo a Gela, portano la firma del Gip del tribunale di Roma che, su richiesta della Dda, ha disposto l’arresto, tra gli altri, anche del boss gelese Salvatore Rinzivillo, residente da tempo  nella Capitale, per intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali, traffici di droga sull’asse Germania – Italia, destinati a rifornire il mercato romano ed un grave episodio estorsivo, aggravato dalle modalità mafiose.

Le numerose fondamentali intercettazioni ambientali e telefoniche hanno consentito agli investigatori di effettuare  una serie di verifiche di natura economico-patrimoniale e quindi  documentare tutte le fasi dell’estorsione compiuta a carico della famiglia Berti, che gestisce il Cafè Veneto, rinomato locale nella centralissima via Veneto. Rinzivillo, sollecitato dal co-mandante gelese Santo Valenti, assistito da un nutrito numero di compartecipi, con il ruolo di “ambasciatori” delle richieste estorsive, aveva posto in essere anche delle chiare minacce di stampo mafioso, con l’intento di a condizionare la gestione di forniture nell’ambito del mercato ortofrutticolo di Roma.

Al centro del “business” dei Rinzivillo vi sarebbe  infatti la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli. I Rinzivillo sono stati coinvolti nelle indagini sulle presunte infiltrazioni mafiose al mercato ortofrutticolo di Fondi, che ha portato alla richiesta di scioglimento del Comune laziale. Infatti proprio intorno agli affari del mercato ortofrutticolo di Fondi vi sarebbe un collegamento operativo fra Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, che attraverso la famiglia Rinzivillo permetterebbe la connessione con il mercato ortofrutticolo di Vittoria. E sempre i Rinzivillo sarebbero in affari con i Casalesi e con i Santapaola-Ercolano.

Gli interessi del clan in Germania  .

L’ operatività della famiglia Rinzivillo si era estesa in Germania, dove Salvatore Rinzivillo aveva riattivato una cellula criminale, operante nelle città di Karlsruhe e di Colonia, nei land tedeschi di Baden-Wüttemberg e della Renania Settentrionale-Westfalia, per  l’organizzazione e realizzazione di più traffici di droga ovvero la verifica della possibilità di realizzare articolati investimenti in Germania nei settori storicamente d’interesse della famiglia Rinzivillo, quali le costruzioni e quello alimentare.

Salvatore Rinzivillo ed il clan omonimo non limitava l’attività illecita solamente all’Italia, ma  grazie all’appoggio di Ivano Martorana (nato a Gela, ma radicato in Germania) e di Paolo Rosa anche lui emigrato – aveva esteso le attività criminali anche all’estero. Le attività illecite consistevano non solo nel traffico di droga, ma anche in quello delle costruzioni e dell’alimentare. I contatti del clan in Germania venivano amplificati dalla conoscenza con Antonio Strangio, noto ’ndranghetista e gestore del ristorante Da Bruno” a Duisburg, luogo della strage di Ferragosto (agosto 2007).

Nel maggio 2015, la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha avviato una complessa attività rogatoriale, dapprima con la Procura di Karlsruhe, assistita dalla locale Polizia Federale, e poi, dal gennaio 2016, con la Procura di Colonia, assistita dalla locale Polizia Criminale – Commissariato nr. 23. Le citate attività investigative, svolte in collaborazione con la Polizia tedesca, consentivano di riscontrare l’illecita operatività della cellula mafiosa, intenta a riattivare importanti traffici di droga direttamente in Germania e sull’asse Germania –Italia

 

 

Approfittando  dei rapporti intercorrenti con due infedeli “uomini di Stato”, come i carabinieri Marco Lazzari e Cristiano Petrone, che venivano utilizzati dal boss per acquisire illecitamente notizie sulla vittima attraverso l’abusivo accesso alle banche dati in uso alle forze di Polizia.  Il carabinieri Lazzari, si prestava anche per l’effettuazione di sopralluoghi presso il Cafè Veneto, dove Rinzivillo e Valenti, spalleggiati da pregiudicati e non come i romani Angelo Golino, deputato alla consegna dei ‘pizzini’ minatori, e Salvatore Iacona, che aveva la disponibilità di armi, ed il siciliano Rosario Cattuto, responsabile di diretti atti intimidatori e minacce verbali, compivano atti diretti ad estorcere alla famiglia Berti, indebitamente, la somma di 180.000 euro.

Aldo Berti la vittima dell’estorsione,  da un lato, aveva presentato una denuncia contro gli estorsori e, dall’altro, per cercare di dirimere la controversia, si era rivolto a sua volta al pregiudicato mafioso palermitano Baldassarre Ruvolo, già appartenente alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra dei Galatolo dell’Acquasanta di Palermo, inizialmente diventato “collaboratore di giustizia” e successivamente estromesso dal programma di protezione .

Il ruolo dell’avvocato Giandomenico D’Ambra . La figura del legale del Foro di Roma costituisce il prototipo dell’esponente della cosiddetta “area grigia”:, cioè un professionista che addirittura si serve della criminalità organizzata e di cui quest’ultima, a sua volta, si avvale in un chiaro e diretto rapporto dare-avere . Infatti secondo quanto riporta l’ordinanza di arresto l’ avvocato  D’Ambra su richiesta e per conto di Salvatore Rinzivillo, ha intessuto affari illeciti di interesse comune, ha incontrato altri affiliati del clan operanti in Lombardia, come Rolando Parigi e Alfredo Salvatore Santangelo, nonché, per propri fini, non ha esitato ad avvalersi dei “servizi” che gli appartenenti all’organizzazione criminale risultavano in grado di dispensare con il metodo dell’intimidazione arrivando ad incaricare Rosario Cattuto di effettuare un’aggressione fisica ai danni di una persona per asportagli, con violenza, un orologio “Philip Patek” del valore di circa quarantamila euro.

I commenti dei procuratori Roberti e Pignatone  

È stato assicurato alla giustizia il reggente della famiglia Rinzivillo, Salvatore che aveva due fratelli al 41 bis. Mi preme mettere in luce il collegamento perfetto tra le forze di polizia di Roma e Caltanissetta, ma anche la polizia di Colonia. “, ha spiegato alla stampa il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti aggiungendo “Abbiamo assicurato alla giustizia l’intero clan mafioso”

Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha affermato: “Rivendichiamo l’importanza di un metodo di indagine. Il lavoro di intesa, lo scambio continuo di informazioni concordate per non rovinare l’uno l’indagine dell’altro” .

nella foto, il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone

Pignanone ha aggiunto: “Vale la pena citare Giovanni Falcone, è importante soprattutto nel mondo di oggi dove le mafie non sparano come una volta, ma bisogna seguire e rintracciare i beni oltre che arrestare le persone. Ringrazio il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Roma“. Pignatone ha poi citato una frase del boss mafioso Salvatore Rinzivillo intercettata tramite un’ambientale: “Il mondo così è. È nato corrotto e corrotto morirà. Nessuno riesce a sistemare il mondo“.

Alle operazioni odierne hanno fornito un rilevante apporto in fase esecutiva anche le Squadre Mobili di Roma, Milano, Monza, Bergamo, Varese, Brescia, Piacenza, Novara, Sassari, L’Aquila, Palermo, Trapani, Ragusa e Catania, nonché i Comandi Provinciali della Guardia di Finanza di Roma, Palermo, Trapani, Catania, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Siracusa, Ragusa, Milano, Novara, Sassari e del Reparto Operativo Aeronavale di Civitavecchia.