Operazione antimafia dei Carabinieri contro la Sacra Corona Unita. 31 arrestati

TARANTO – All’alba di questa mattina i Carabinieri della Stazione di Lizzano e della Compagnia di Manduria, a seguito di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce,  avvalendosi della collaborazione esecutiva di militari del Comando Provinciale di Taranto, Brindisi e Lecce, del 6° Nucleo Elicotteri di Bari Palese, di unità antidroga del Nucleo Cinofili di Modugno, dell’11° Reggimento “Puglia” e dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Puglia”, hanno dato esecuzione a 31 misure cautelari effettuate nei Comuni di Lizzano, Faggiano, Torricella, Sava, Maruggio in provincia, Prato, Rimini, Caltagirone e Milano. 22 ordinanze di custodia in carcere, 4 agli arresti domiciliari e 5 misure di sottoposizione all’obbligo di dimora nel Comune di residenza e di presentazione alla Polizia Giudiziaria.  Le ordinanze sono state tutte eseguite a carico dei responsabili che sono stati assicurati alla giustizia.

Le ordinanze emesse dal G.I.P. dr. Edoardo D’ Ambrosio del Tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia del medesimo capoluogo salentino relative all’ indagine denominata “Mercurio” inizialmente erano 27,   diventate in seguito 26 poiché un provvedimento era stato spiccato nei confronti di un soggetto in seguito deceduto.

Le altre 5 ordinanze sono state emesse per l’indagine denominata “Satellite dal Gip dr.ssa  Paola Rosaria Incalza del Tribunale di Taranto su richiesta su richiesta del pubblico ministero Remo Epifani della locale Procura della Repubblica. Le persone colpite dalle ordinanze sono ritenute responsabili a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata al traffico di stupefacenti, all’utilizzo di banconote false nonché alla commissione di estorsioni con metodi mafiosi fra cui atti incendiari ai danni di stabilimenti balneari e di altre attività commerciali di Lizzano (Taranto), nonchè per detenzione e porto di armi comuni da sparo e armi clandestine, rapina e lesioni personali. “La presente vicenda – scrive nella sua ordinanza del gip Incalzaaveva preso le mosse da un esposto anonimo pervenuto alla stazione dei carabinieri di Lizzano il 14 dicembre del 2015. Con quella denuncia  era stata segnalata una fiorente attività di cessione a terzi di sostanze stupefacenti. L’attività investigativa seguita a tale segnalazione si era articolata in servizi di osservazione e controllo che sin da subito avevano dimostrato la possibile fondatezza della segnalazione anonima“.

L’attività d’indagine leccese, è stata denominata “Mercurio”  dal nome del “dio” Mercurio, figlio di Zeus, messaggero degli dei, nonchè “dio” protettore dei viaggi, dei viaggiatori e della comunicazione, da qui l’analogia con gli odierni indagati, che si rendevano sul territorio “messaggeri del boss” recluso in carcere  è stata avviata nel Gennaio 2016 mediante indagini tecniche nei confronti di alcuni soggetti tratti in arresto per spaccio di eroina, cocaina e hashish, all’interno di un noto bar di Lizzano, ha consentito di certificare l’esistenza di un sodalizio criminoso organizzato, inquadrato nella più nota associazione mafiosa denominata Sacra Corona Unita e, in particolare, l’operatività di una compagine malavitosa già facente capo ai “boss” Francesco Locorotondo , Giovanni Giuliano Cagnazzo e  Cataldo Cagnazzo, della quale gli indagati hanno proseguito l’azione criminale applicando metodi, scopi e attività, avvalendosi della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento ed omertà.

L’organizzazione prevalentemente dedita al traffico di stupefacenti e all’imposizione del “pizzo” in danno di esercizi commerciali di Lizzano con metodi tipicamente mafiosi, fra cui atti incendiari commessi con bottiglie molotov – era capeggiata da Giovanni Giuliano Cagnazzo attualmente detenuto nella Casa Circondariale di Prato, il quale sovrintendeva alle attività delittuose del gruppo impartendo ordini e direttive ai sodali in libertà con la tecnica dei “pizzini” che faceva recapitare all’esterno della struttura carceraria attraverso Maria Schinai, anche lei arrestata oggi , compagna di Angelo Scorrano , ritenuto fra gli elementi chiave del gruppo criminale.

Il “boss” Cagnazzo (a lato nella foto)  in tal modo si relazionava con Alessandro Scorrano e Pasquale Scurrano  ritenuti entrambi organizzatori, promotori e figure di spicco della compagine malavitosa, attraverso i quali vigilava sugli equilibri interni ed esterni al gruppo dando il proprio consenso all’affiliazione di nuovi affiliati, e nello stesso tempo percepiva e amministrava regolarmente i guadagni derivanti dallo svolgimento delle attività criminose del suo “gruppo”.

Degna di particolare attenzione per gli investigatori è l’affiliazione al gruppo criminale del pregiudicato Antonello Zecca , già appartenente ad altro sodalizio operante sul territorio, cui era stata demandata, su espressa indicazione del “boss”  Giovanni Giuliano Cagnazzo , la gestione operativa del racket delle estorsioni ai danni dei titolari degli stabilimenti balneari della litoranea jonica-salentina. A carico del predetto emergevano gravi indizi di colpevolezza circa gli incendi appiccati nell’estate 2016 in danno degli stabilimenti balneari “La Spiaggetta”, “Bahia del Sol” e “Onda Blu”, e in relazione a un  tentativo di estorsione perpetrato nei confronti del gestore dello stabilimento denominato “L’Ultima Spiaggia”.

 

 

Altrettanta particolare attenzione, per spessore criminale e responsabilità operative in seno alla struttura delinquenziale, è stata riservata dagli inquirenti al ruolo ed operato di altri arrestati come Costantino Bianchini, che ricopriva il ruolo di “gestore” del traffico delle banconote false, individuate in diverse migliaia di Euro, il cui profitto andava a sostenere economicamente il mantenimento in vita del gruppo criminale stesso; di Alessandro Scorrano, promotore, organizzatore e coordinatore di tutte le squadre di “pushers” operanti sui territori di Lizzano, Faggiano, Torricella, Sava e Maruggio. Ogni squadra aveva un “referente” e si occupava dello spaccio al minuto di cocaina, eroina, metadone ed hashish; e di  Francesco (detto Franco) Gualuano, noto pregiudicato lizzanese, responsabile dell’approvvigionamento all’ingrosso dello stupefacente.

Il ricavato delle varie attività illecite  veniva in parte destinato alle spese di giustizia sostenute dagli affiliati ristretti, in parte destinato al mantenimento delle loro famiglie e in parte per retribuire i pushers, alcuni dei quali letteralmente assunti “a libro paga” con un contributo mensile pari a circa sei o settecento Euro. Nel corso dell’intera manovra investigativa, infine sono stati complessivamente sequestrati circa 700 grammi di stupefacente di vario genere (hashish, cocaina, eroina), banconote false e munizioni per armi comuni da sparo; sono emersi responsabilità penali a carico di alcune persone estranee al gruppo criminale (indagine “Satellite” – GIP di Taranto dr.ssa Incalza).

In particolare di due soggetti, oggi rispettivamente sottoposti alla misura della custodia in carcere e agli arresti domiciliari, tutti incensurati, perché ritenuti responsabili di attività di spaccio di stupefacenti in concorso sulla piazza di Torricella; e di altri tre, oggi rispettivamente sottoposti, in due alla misura della custodia in carcere e uno agli arresti domiciliari, ritenuti invece responsabili in concorso tra loro di rapina aggravata, lesioni personali ed estorsione in danno di un giovane di Lizzano.

I complimenti per l’ operazione dei Carabinieri

Il plauso del ministro dell’ Interno Matteo Salvini. “Trenta arresti per mafia a Taranto, in un’operazione in cui sono stati impiegati circa 150 carabinieri e con l’ausilio di un elicottero. Siamo riconoscenti alle Forze dell’ Ordine ed agli inquirenti: ogni giorno facciamo un passo in avanti nella lotta alla criminalità“. Al plauso di Salvini si è aggiunto il ringraziamento del sottosegretario alla difesa Angelo Tofalo: “Un altro duro colpo alla criminalità messo a segno dai nostri carabinieri del comando provinciale di Taranto con il supporto dello squadrone “Cacciatori Puglia” e dei militari del sesto Elinucleo Carabinieri Bari. Ragazzi vi siamo grati per il costante impegno a tutela della legalità

ELENCO NOMINATIVI – INDAGINE “ MERCURIO

In carcere:

  1. BERNARDI Graziano, ventiseienne di Torricella;
  2. BIANCHINI Costantino, trentanovenne di Lizzano;
  3. BIANCO Gregorio, trentunenne di Lizzano;
  4. CAGNAZZO Giovanni Giuliano, sessantacinquenne di Lizzano;
  5. CAVALLO Angelo Antonio, quarantaquattrenne di Maruggio;
  6. CONVERTINI Alfonso, quarantaduenne di Lizzano;
  7. DI PUNZIO Alessandro, ventiduenne di Lizzano;
  8. DI PUNZIO Vito, venticinquenne di Lizzano;
  9. FIORINO Gianfranco, trentaduenne di Lizzano;
  10. GUALANO Francesco, cinquantaseienne di Lizzano;
  11. PETRAROLI Ubaldo, trentaquattrenne di Lizzano;
  12. PETRONELLI Andrea, trentaduenne di Lizzano;
  13. PULIERI Francesco, trentacinquenne di Faggiano;
  14. RIZZO Giuseppe, ventottenne di Lizzano;
  15. RUSSO Pietro Fortunato, ventitreenne di Sava;
  16. SCORRANO Alessandro, trentunenne di Lizzano;
  17. SCURRANO Pasquale, cinquantaduenne di Lizzano;
  18. SUMMA Alessandro, trentatreenne di Maruggio;
  19. ZECCA Antonello, quarantenne di Lizzano

Agli arresti domiciliari:

  1. SCHINAI Maria, quarantatreenne di Lizzano;
  2. ARMENTI Giuseppe, quarantasettenne di Lizzano

ELENCO NOMINATIVI INDAGINE “ SATELLITE

In carcere:

  1. ANTONUCCI Salvatore, trentacinquenne di Torricella;
  2. CALASSO Giuseppe Valentino, ventottenne di Lizzano;
  3. MOTOLESE Giuseppe, trentenne di Lizzano

 

Agli arresti domiciliari:

  1. CARRIERI Antonio, trentanovenne di Lizzano;
  2. VOCALE Emanuele, ventisettenne di Lizzano.




Operazione “Sangue Blu”. I Carabinieri arrestano a Taranto 8 persone per associazione a delinquere e traffico di droga.

TARANTO – Alle prime ore di questa mattina, i Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Taranto guidati dal tenente Massimiliano Croce, con il supporto di unità cinofile antidroga ed antiesplosivo del Nucleo Carabinieri Cinofili di Modugno, hanno dato esecuzione,  a 8 provvedimenti cautelari (2 in carcere e 6 agli arresti domiciliari) emessi dal GIP dr. Michele Toriello del Tribunale di Lecce, effettuata nei Quartieri Tamburi e Paolo VI del capoluogo jonico e nella città di Bari, a seguito dell’ordinanza richiesta dal pm dr. Milto Stefano De Nozza  dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Lecce , nei confronti di altrettante persone, tutte originarie di Taranto, ad eccezione di un arrestato che è residente a Bari, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al traffico, trasporto e detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione illegali di armi.

L’operazione dei Carabinieri è stata convenzionalmente denominataSangue Blu” in relazione al contenuto di una conversazione nella quale uno dei soggetti a capo del sodalizio, fa emergere la propria consapevolezza di essere al “vertice di una famiglia di rango”: “Siamo “una famiglia di SANGUE BLU'”!!!! di SANGUE BLU’!!!! di SANGUE BLU’!!!”.

Le indagini dei Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Taranto e coordinate dalla D.D.A. salentina, sono partire tra il 2014 ed il 2015 ed hanno scoperto un intenso traffico di stupefacenti nella città di Taranto parte del quale proveniente da Torre Annunziata e dalla Provincia di Bari. Le ordinanze di custodia cautelare appena eseguite dai Carabinieri di Taranto, costituiscono la concretizzazione di una secondo parte delle indagini, che aveva già portato all’arresto, nel mese di giugno 2017, di altre 13 persone, ritenuti responsabili a vario titolo dei medesimi reati contestati agli odierni indagati.

Nel corso delle attività investigative effettuate con servizi di osservazione, controllo e pedinamento, nonché mediante il prezioso utilizzo di intercettazioni telefoniche ed ambientali, è emerso che l’organizzazione criminale, nella sua articolazione territoriale localizzata nel quartiere “Tamburi”, gestiva un lucroso traffico di stupefacenti, piazzando sul “mercato” e vendendo cocaina, marjuana, eroina ed hashish, approvvigionandosi dalla provincia di Napoli ed in particolar modo da Torre Annunziata nonché dalla provincia di Bari,  acquistando rilevanti quantità che comportavano un imponente impegno economico .

Lo stupefacente veniva immesso sulle piazze di spaccio del quartiere “Tamburi” dal quale si rifornivano numerosi consumatori provenienti dall’intera provincia ionica, dalle limitrofe province di Bari e di Brindisi e persino dalla vicina Basilicata. Il denaro ricavato dalla vendita della droga, veniva utilizzato per nuovi approvvigionamenti, oltre che per la remunerazione delle figure “operative” in seno all’organizzazione e cioè i custodi, i corrieri, le staffette ed i spacciatori al dettaglio.

Le dinamiche criminali emerse hanno dimostrato senza alcuna ombra di dubbio la costituzione di un vero e proprio sodalizio criminale, dedito alla perpetrazione dei reati necessari al suo consolidamento, alla riscossione dei proventi, alla predisposizione di strategie utili tanto ad aumentare e a consolidare la forza e la caratura del sodalizio quanto a mantenere l’egemonia sulle piazze di spaccio, come quelle del quartiere Tamburi di Taranto, storicamente crogiuolo di “contese” tra gruppi criminali rivali.

Le indagini hanno quindi rivelato inequivocabilmente tutti i più rilevanti momenti della vita del sodalizio, da quello della cura dei rapporti con i soggetti dai quali il sodalizio si approvvigionava di stupefacente, a quello della concreta acquisizione della droga, da quello dello stoccaggio e del taglio dello stupefacente, a quello dello smercio dello stesso in favore dei vari soggetti che ne curavano la vendita al dettaglio, da quello della creazione delle provviste di denaro necessario a pagare gli approvvigionamenti, a quello dell’incasso dei crediti, il tutto con piena unità d’intenti ed una costante sinergia.

Significativo si è rivelato l’immancabile linguaggio criptico adoperato per indicare lo stupefacente: “ Carne – Lamiere – La Macchina – il Coso – la moto – il caffè”, nonché l’usuale appellare i consociati o elementi contigui al gruppo criminale tramite i “soprannomi” degli adepti.

Gli odierni indagati sottoposti a misure cautelari sono: Cosimo Marino’, Giovanni Romanazzi, Fabio Ferrigni, Ignazio Albano, Giuseppe Beneficio, Francesco Masella, Loris Giudetti e Alessandro Laforgia. ritenuti responsabili di aver fornito un fondamentale contributo per il mantenimento in vita del sodalizio, unitamente ai 13 soggetti precedentemente colpiti da ordinanza di custodia cautelare.  Alessandro La Forgia,  residente a Bari,  durante l’ esecuzione dell’ordinanza dell’ Autorità Giudiziaria , è stato trovato in possesso questa mattina di una pistola calibro 7,65, che era stata ben nascosta dietro ad un mobile del bagno, completa di caricatore e 7 proiettili, di cui uno in canna e quindi pronta ad essere utilizzata per far fuoco.

Nel corso dell’attività sono stati eseguiti numerosissimi “riscontri” con perquisizioni e sequestri a carico di assuntori acquirenti, talora giovanissimi, soprattutto nel quartiere Tamburi; tra questi i più ingenti e significativi sono le precedenti operazioni eseguite dai Carabinieri della Sezione Operativa, che nel novembre 2014, hanno tratto in arresto Cosimo RESTA, classe 1956 e Tommaso DE LEONARDO classe 1962, entrambi “vicini” a Francesco VITALE (che è stato arrestato nella prima tranche dell’indagine), venendo trovato in possesso di 1 un chilo di cocaina. Al successivo arresto del marzo 2015 effettuato dai militari dell’ Arma,  del pregiudicato  Aldo SOLFRIZZI, classe 1992, che venne trovato anch’egli in possesso di 1 un chilo di cocaina, arrivando all’ultimo arresto nel settembre del 2016, sempre a Taranto di Pasquale LA NEVE , classe 1980, che venne trovato in possesso di quasi 600 grammi di cocaina.

Nell’ambito del procedimento, in cui sono indagate complessivamente circa cinquanta persone, il GIP di Lecce dr. Michele Toriello ha emesso otto ordinanze di custodia cautelare per il reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nonché per il reato di detenzione ai fini di spaccio , disponendone la custodia cautelare in carcere a carico di 2 soggetti tradotti alla casa circondariale di Taranto, e di 6 posti agli arresti domiciliari, come di seguito indicati.

 

ELENCO SOGGETTI ARRESTATI

 ASSOCIATI ALLA CASA CIRCONDARIALE TARANTO:

  1. MARINO’ Cosimo, nato a Taranto il 29.03.1993;
  2. ROMANAZZI Giovanni, nato a Taranto il 28.07.1975;

 

SOTTOPOSTI AGLI ARRESTI DOMICILIARI:

  1. FERRIGNI Fabio, nato a Taranto il 29.05.1975;
  2. ALBANO Ignazio, nato a Taranto il 06.03.1989;
  3. BENEFICIO Giuseppe, nato a Taranto il 19.12.1997;
  4. MASELLA Francesco, nato a Taranto il 23.02.1994;
  5. GIUDETTI Loris, nato a Taranto il 13.02.1992;
  6. LAFORGIA Alessandro, nato a Bari il 03.11.1981;



Blitz dei Carabinieri del ROS alla Sacra Corona Unita, 33 arresti

ROMA – Blitz del Ros dei Carabinieri  contro i clan leccesi della Sacra corona unita: 33 gli arresti che i Carabinieri con il supporto del 6° Elinucleo di Bari e del Nucleo Carabinieri Cinofili di Modugno (BA) e su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, hanno eseguito nella provincia di Lecce nei confronti di esponenti di due gruppi criminali federati al clan Tornese di Monteroni (Lecce).

Nell’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip su richiesta della procura distrettuale antimafia di Lecce, si contestano le accuse di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi e altri reati aggravati dal metodo mafioso.

C’è anche un imprenditore di Gallipoli tra le 33 persone raggiunte da ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite oggi dai carabinieri del Ros perchè ritenute componenti di organizzazioni che fanno capo alla Sacra Corona Unita e che avrebbero svolto attività di narcotraffico, riuscendo anche ad infiltrarsi in alcuni settori economici del litorale di Gallipoli, in particolare quello ittico e del servizio di security presso i locali pubblici.

E’ stato accertato dagli investigatori che i due sodalizi criminali federati alla organizzazione di tipo mafioso Sacra Corona Unita del clan ‘Tornese’ sgominati nel Salento nell’ambito dell’operazione “Labirinto” del Ros ,  facevano capo a due pregiudicati: uno a Vincenzo Rizzo, di 54 anni, operante nell’area di San Cesario, San Donato e Lequile, con influenza anche nel comune di Gallipoli, e l’altro a Saulle Politi, di 46 anni, attivo nei comuni di Monteroni, Arnesano, San Pietro in Lama, Carmiano, Leverano e Porto Cesareo, che  è risultato essere personaggio emergente e di rilievo nello scneario criminale mafioso salentino, con consolidati collegamenti con alcuni esponenti della cosca ‘ndranghetista “Mammoliti” di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, che hanno partecipato anche al suo matrimonio, nel marzo 2016.

Politi viene ritenuto dagli inquirenti personaggio di spessore della mafia salentina per via degli stretti contatti emersi con la cosca ‘ndranghetista’ “Mammoliti” di San Luca (RC) la cui presenza gli investigatori dell’antimafia salentina, avrebbero documentato in occasione del suo matrimonio celebrato nel marzo 2016. I Carabinieri del Ros hanno arrestato Politi questa mattina all’alba mentre era in vacanza con la famiglia sulla costiera amalfitana in un albergo di lusso.

I capitali provenienti dalle attività illecite sarebbero stati reinvestiti poi in attività imprenditoriali molto note nel tessuto economico locale, inerenti il servizio di security nei locali pubblici e stabilimenti balneari e soprattutto nella rivendita dei prodotti ittici. Attraverso le sue due frange, il clan Tornese avrebbe quindi operato sinergicamente nel settore del narcotraffico attraverso un canale di approvvigionamento facente capo ad un gruppo di cittadini albanesi.

 

In riferimento al gruppo Rizzo l’indagine ha accertato l’estensione degli interessi criminali nell’aria di Gallipoli attraverso la figura dell’imprenditore Davide Quintana, proprietario della “Ittica Gallipoli srl”, ritenuto il locale referente del clan Padovano. Quintana dovrà rispondere di associazione a delinquere di stampo mafioso.

I proventi dell’attività di spaccio di stupefacenti messa in atto dalla rete che faceva riferimento a Quintana venivano in parte destinati – secondo quanto emerso dalle indagini – anche al sostentamento degli esponenti del sodalizio gallipolino detenuti.

Al gruppo facente capo a Rizzo vengono contestate anche una serie di estorsioni ai danni di attività commerciali di Lequile, San Donato e San Cesario di Lecce, mediante anche l’utilizzo di armi da fuoco. Nonostante i due gruppi criminali operassero in stretta sinergia tra loro, attraverso la presenza stabile sui rispettivi territori di competenza, l’inchiesta ha tuttavia documentato anche una fase di frizione tra i due clan per contrasti sorti in occasione dell’approvvigionamento di stupefacenti, connotata anche da attentati intimidatori.

Gli arrestati oltre a Rizzo ed a Politi sono :   Massimo CosiVincenzo CostaTommaso DaneseAntonio De CarloRodolfo Franco, Ervin Gerbaj, Besian Halka, Marenglen Halka, Marjus Halka, Giuseppino Mero, Davide QuintanaFabio Rizzo, Alessandro Scalinci, Michele Sterlicchio, Gabriele Tarantino, Dhori Tole, Tonio Totaro, per i quali la magistratura ha disposto la detenzione in carcere.

Agli arresti domiciliariVito BollardiAnselmo BrigantiFrancesco Ingrosso, Gianluca Lorè, Antonio Malazzini, Alessandro Quarta, Matteo Rossetto, Gabriella Scagliuzzo.




Il magistrato Alessio Coccioli è il nuovo procuratore aggiunto della Procura di Bari

il pm Coccioli ed il procuratore Motta

ROMA – Il magistrato tarantino Alessio Coccioli è il nuovo procuratore aggiunto della Procura della repubblica di Bari, a seguito della votazione odierna del Consiglio Superiore della Magistratura. Coccioli dal 15.12.1997 è stato sostituto procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale  e poi presso il Tribunale di Taranto; dal 9.9.2009 sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, assegnato alla Direzione Distrettuale Antimafia. dove ha lavorato accanto all’ex procuratore capo Cataldo Motta la cui esperienza ha sicuramente giovato al magistrato tarantino.

Coccioli è  stato eletto con 12 voti a favore, prevalendo di un solo voto sull’altra candidatura, la dr.ssa Patrizia Filomena Laura Rautiis sostituto procuratore della repubblica presso la Procura di Bari nonostante i suoi undici anni di anzianità in più del magistrato tarantino.

Al dottor Coccioli i complimenti le felicitazioni della Direzione e redazione del CORRIERE DEL GIORNO che ha sempre apprezzato la sua serietà e correttezza professionale, e l’ottimo lavoro svolto per debellare la criminalità organizzata in provincia di Taranto

Ecco i documenti ufficiali del CSM:

CSM Coccioli




Altro che isola felice: a Taranto era arrivata la ‘ndrangheta. Arrestato dai ROS il boss Caporosso con 10 affiliati

ROMA -I Carabinieri del R.O.S., unitamente a quelli dei Comandi Provinciali di Taranto, Bari e Pavia hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 13 indagati per associazione mafiosa, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di valori, detenzione e porto abusivo di armi, danneggiamento e rapina aggravati dal metodo mafioso.

I provvedimenti scaturiscono da un’attività investigativa avviata nell’ottobre 2014 nei confronti di una frangia della Sacra Corona Unita operante in provincia di Taranto, con a capo il pluripregiudicato Cataldo Caporosso la cui caratura criminale era già emersa nel corso di una precedente manovra investigativa del ROS che ne aveva evidenziato i contatti con Umberto Bellocco, esponente di vertice dell’omonima cosca ‘ndranghetista di Rosarno (RC) ma anche uno degli storici fondatori della Sacra Corona Unita. In particolare era stato documentato un incontro tra i due, funzionale al ripristino della collaborazione criminale tra le rispettive consorterie, in particolare nel traffico di armi e nel settore commerciale ittico, al termine del quale il boss calabrese conferiva al Caporosso il “padrino”, una delle doti apicali nella gerarchia ‘ndranghetista, riconoscendogli in tal modo il ruolo di principale referente del clan tarantino con le cosche calabresi.

L’inchiesta proviene dall’operazione “Sant’Anna” avviata nel 2014 del reparto anticrimine dei Carabinieri di Reggio Calabria. Umberto Bellocco “patriarca” della ‘ndrangheta di Rosarno, uno dei i fondatori della Sacra Corona Unita, appena uscito dal carcere dopo 21 anni di detenzione, che dopo aver ricevuto ossequiosa visita da Caporosso, lo aveva innalzato al livello di “padrino” con un rito celebrato in casa propria. Intercettato dai Carabinieri diceva  “il nostro braccio è sempre a vostra disposizione” , così autorizzandolo ad operare nei settori economici più redditizi nel suo territorio, a partire da quello ittico operando nel mercato della cocaina con il sostegno e la “protezione” del sodalizio ndranghettista calabrese. Il clan secondo gli investigatori poteva contare su pressanti opere di intimidazione e vincolo di omertà, aveva disponibilità di armi e trattava imponenti partite di droga che viaggiavano da Andria fino ad una palestra di Massafra dove provvedevano a confezionarla.

Le indagini, supportate dallo svolgimento di attività di intercettazione e di pedinamento, hanno consentito di comprovare la piena operatività del   Caporosso in seno al sodalizio criminale pugliese e la sua pervasiva capacità di infiltrazione nel fiorente settore ittico tarantino, sia attraverso l’estromissione – con tipiche modalità mafiose – di altri operatori commerciali, sia attraverso l’acquisizione di società fittiziamente intestate a prestanome, utilizzate anche per riciclare i proventi delle attività illecite,.

Nel corso delle indagini sono emersi chiari ed inequivocabili elementi  in ordine all’esistenza di un sodalizio criminale avente connotazioni tipiche mafiose, influente sul territorio di Massafra (TA) ed aree limitrofe i cui sodali hanno dimostrato di essere pienamente consapevoli della loro appartenenza ad una consorteria strutturata gerarchicamente al cui vertice era il citato Caporosso.

il gruppo Putignano

 

Significativi, al riguardo, gli elementi raccolti nel corso delle indagini che hanno consentito all’ Autorità Giudiziaria  di ritenere sussistenti tutti gli elementi tipicamente costitutivi dell’associazione mafiosa armata. Di particolare interesse, relativamente alla capacità intimidatrice del sodalizio capeggiato dal Caporosso il tentativo di fornire sostegno elettorale, in occasione del rinnovo del Consiglio Regionale della Puglia nell’ anno 2015, ad Antonio Scalera  un candidato tarantino dell’ Udc , risultato poi non eletto in quelle consultazioni amministrative regionali del maggio 2015, con il chiaro intendimento di poter elevare il livello di pervasività del gruppo attraverso un potenziale referente politico;

Il clan faceva ricorso ad azioni violente di danneggiamento e rapina all’interno del mercato ittico di Taranto, ricorrendo persino ad una motosega di grosse dimensioni per causare danni al magazzino per la vendita di prodotti ittici della Starfish s.r.l. a seguito dei dissidi sorti tra CaporossoMichele Boccuni, altro indagato nei confronti del quale il quale il GIP non ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza dell’appartenenza al medesimo sodalizio criminale necessari all’emissione di misura cautelare  a seguito dell’estromissione del primo dalla citata società; il tentativo di recuperare dei preziosi oggetto di furto, unitamente a Tommaso Putignano , da un esercizio commerciale del luogo, attraverso condotte intimidatorie.

Caporosso era arrivato ad intervenire persino nei confronti di alcuni imprenditori per incidere nel rapporto di lavoro di una conoscente ricorrendo alla propria influenza criminale, ed a recuperare un motociclo rubato ad un suo parente, semplicemente attraverso l’evocazione del proprio cognome  e la minaccia di “dare la caccia” agli autori del furto.

Nel corso dell’attività sono emerse inoltre fonti di prova utili a dimostrare cointeressenze criminali tra il gruppo riconducibile al Caporosso e quello diretto dal Putignano, residente nel vicino comune di Putignano (BA) ove quest’ultimo era, all’epoca delle indagini, sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di P.S..In particolare è stata documentata l’esistenza di una fiorente attività di traffico e spaccio al dettaglio di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente del tipo cocaina, commercializzata da una fitta rete di pusher, grazie a periodici rifornimenti di stupefacente da un altro gruppo criminale del posto capeggiato da Riccardo Sgaramella , detto “Salotto” operante nella vicina città di Andria (BAT).

 

Attraverso le attività investigative dei Carabinieri del ROS  è stata altresì accertata la disponibilità da parte della consorteria di un considerevole patrimonio economico, foraggiato proprio dagli introiti delle attività illecite poste in essere da utilizzare per le quotidiane esigenze organizzative (acquisto di telefonini, schede, ricariche telefoniche, carburante, etc.) e per le eventuali spese legali sostenute degli affiliati. Sulla scorta delle anzidette risultanze investigative e degli accertamenti patrimoniali condotti sul tenore di vita degli indagati e dei soggetti ad essi vicini rispetto ai redditi dichiarati, contestualmente all’esecuzione delle misure personali, il G.I.P. del tribunale di Lecce , accogliendo le richieste degli inquirenti, ha disposto anche il sequestro preventivo di un’attività commerciale di onoranze funebri, quattro veicoli e diversi rapporti finanziari bancari e postali attivi per circa 100mila euri , riconducibili a Cataldo Caporosso ed ai suoi familiari.

Nell’inchiesta sono coinvolte a  vario titolo e responsabilità penale 28 persone. Il gup di Lecce Edoardo D’Ambrosio ha ordinato la custodia in carcere per Ivano Andresini, Cristiano Balsamo, Cataldo Caporosso, Pietro Damaso, Gianvito Gentile, Valentino Antonio Laterza, Massimiliano Lovero, Mario Miolla, Michele Monaco, Tommaso Putignano, Riccardo Sgaramella. Agli arresti domiciliari è finito Emanuele Pignatelli, obbligo di firma alla polizia giudiziaria per Alberto Caporosso.

 

 

 




Il Csm sceglie Leone De Castris per sostituire Motta a Lecce. Sfumano le aspettative dell’ aggiunto Argentino in scadenza a Taranto

La quinta commissione del Consiglio Superiore della Magistratura ha scelto all’unanimità  tra i dei candidati alla successione di Cataldo Motta, andato in pensione dallo scorso 31 dicembre, alla guida della Procura della Repubblica di Lecce e della Direzione Distrettuale Antimafia salentina, indicando il nome del dr. Leonardo Leone De Castris 57 anni, originario di Bari, attuale procuratore capo di Foggia . Adesso la decisione  presa  dovrà passare al vaglio del plenum del CSM, i cui componenti dovranno votare pro o contro. A rafforzare la candidatura del dr. De Castris la sua esperienza sinora maturata alla guida di ben due Procure, prima  quella di Rossano Calabro e successivamente quella di Foggia, preceduta dal passaggio alla Dda di Lecce e alla Procura di Brindisi, dove fra le numerose altre indagini, ha diretto quella sul naufragio della Kater Rades  avvenuto il 28 marzo del 1997,  e sull’omicidio dello scafista contrabbandiere Vito Ferrarese (13 giugno 1995).

De Castris è uno dei quindici magistrati da mesi in corsa per la poltrona di vertice degli inquirenti leccesi, insieme ad altri sei salentini tra cui il procuratore aggiunto Antonio De Donno, ( a destra nella foto) attuale reggente della Dda ma contestualmente in lizza per la guida della Procura di Brindisi (che per l’imminente pensionamento di Marco Di Napoli,  dovrà presto essere coperta da una nuova nomina, e Maria Cristina Rizzo, a capo della Procura presso il Tribunale dei minori di Lecce-Brindisi-Taranto.

Tra gli auto- candidati al “dopo-Motta” figuravano, tra gli altri, la procuratrice Maria Teresa Principato, aggiunta a Palermo, Giorgio Lino Bruno e Renato Nitti attualmente in servizio a Bari, Giovanni Bombardieri a Catanzaro,  e persino Pietro Argentino attuale procuratore aggiunto a Taranto , il cui incarico semi-direttivo  è in scadenza il prossimo 8 maggio 2017 avendo  già raggiunto il tetto massimo di 4+ 4 anni.   

Infatti proprio oggi pomeriggio alle 15  Argentino (a sinistra nella foto)  dovrà comparire dinnanzi alla Commissione Disciplinare del CSM . dove saremo anche noi a seguire l’udienza pubblica per un procedimento a suo carico, il quale oltre ad avere dei procedimenti giudiziari in corso a Catanzaro per delle reciproche querele con dei magistrati del Tribunale e della Procura di Potenza, Argentino ci risulta aver presentato domanda anche per le procure di Trani e Matera, ma ha più di qualche problema… e secondo fonti autorevoli del Consiglio Superiore della Magistratura ha ben poche possibilità di una promozione a procuratore capo. Quindi rischia seriamente di tornare a fare il sostituto, e difficilmente accetterà di restare a Taranto dopo 8 anni da procuratore aggiunto.



Concluse indagini su tre gruppi criminali,50 indagati. Accuse di mafia a droga

CdG pm Alessio CoccioliSi sono concluse ieri le indagini condotte dal sostituto procuratore della repubblica dr. Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce nei confronti di 50 persone, 37 delle quali il 21 giugno scorso vennero sottoposte a provvedimenti cautelari , coinvolti nell’inchiesta che ha smantellato tre associazioni mafiose attive operanti a Taranto e provincia, grazie ad una brillante operazione della Polizia di Stato.

Il primo “clan” farebbe riferimento al boss Cosimo Di Pierro, di 61 anni, ritenuto anni fa uno degli elementi di spicco del gruppo mafioso capeggiato dai fratelli Riccardo e Gianfranco Modeo.

Gli altri due “clan” erano guidati rispettivamente  rispettivamente dai pregiudicati Gaetano Diodato e Nicola Pascali. Nei loro confronti sono contestati a vario titolo  reati di associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsione, rapina aggravata, spaccio di droga, detenzione illecita di armi clandestine, ricettazione e danneggiamento, e  grazie alle intercettazioni ambientali sono stati filmati e documentati  anche i riti di affiliazione.

CdG affiliazione malavita

Il Di Pierro era stato “innalzato” da Ignazio Taurino,  boss  indiscusso col grado più alto a Taranto, inizialmente al grado di “santa” e poi di “vangelo” , ed in una intercettazione si vantava con i suoi sottoposti dicendo: “La città è nostra“.

Il procuratore antimafia Cataldo Motta spiegò che  “La mafia tarantina non è Sacra corona unita ma usa riti della ndrangheta“.

Uno spaccato inquietante della criminalità – commentarono il procuratore antimafia Motta e il procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristoche dimostrano come trent’anni dopo le sanguinose guerre di mala non sia cambiato molto e sia ancora necessario fare prevenzione“. “Escono dal carcere troppo velocemente – commenta Mottasi lasciano dimagrire in carcere per ottenere i domiciliari per motivi di salute“. Spesso i medici che diagnosticano improbabili mali sono sempre gli stessi. E si arricchiscono, girando per Tarano con auto lussuose.

ECCO COME I QUOTIDIANI LOCALI HANNO DATO LA NOTIZIA

(ESCLUSIVAMENTE IL LANCIO DELL’AGENZIA ANSA)

 

 




"Operazione Feudo". La Guardia di Finanza sequestra una catena di supermercati del valore di oltre 4 milioni di euro

CdG operazioni GdFTARANTO – Nelle giornata di ieri, i finanzieri del Comando Provinciale di Taranto, hanno eseguito nel capoluogo jonico e nei comuni di Statte, San Giorgio, Grottaglie, Pulsano e Crispiano il sequestro di un centro di distribuzione di prodotti alimentari ( Primo Cash & Carry – gruppo Pascar) e non, con 13 unità locali di vendita per un valore di oltre 4.000.000 di euro. Il sequestro è stato disposto dal Tribunale del Riesame di Lecce che ha accolto l’appello proposto dalla Procura della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, formulato nell’ambito delle indagini denominate operazione “FEUDO”, che portò, nel giugno scorso, allo smantellamento di un agguerrito gruppo criminale organizzato che operava nel capoluogo jonico e nei comuni di Statte e Massafra, per cui furono eseguite, 38 ordinanze di custodia cautelare, delle quali 30 in carcere ed 8 ai domiciliari oltre al sequestro di beni mobili ed immobili ed aziende.

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La Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce nei giorni scorsi, in relazione a tale operazione, ha emesso l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di nr. 87 indagati, molti dei quali devono rispondere di associazione di tipo mafioso e traffico illecito di sostanze stupefacenti




Retata antidroga a Taranto della Direzione Antimafia di Lecce. 5 arrestati dalla Polizia

nella foto il pm Coccioli ed il procuratore Motta

nella foto il pm Coccioli ed il procuratore capo Motta

Accuse di traffico di droga ed estorsioni sono le contestazioni su cui si fonda dell’inchiesta “Terra mia” condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Lecce le cui indagini abbracciano un arco temporale che va dal gennaio 2012 al marzo 2013. 

Alle prime ore di questa mattina mattina, a seguito dell’ordinanza disposta dal Gip presso il Tribunale di Lecce,  gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Taranto con l’ausilio del Reparto Prevenzione Crimine di Lecce hanno eseguito un‘ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di cinque persone tutte ritenute a vario titolo responsabili di “associazione a delinquere finalizzata alla illecita detenzione“, “trasporto, commercio, vendita e distribuzione di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti”.

I dettagli dell’operazione sono stati forniti nel corso di una conferenza stampa tenutasi questa mattina presso la Questura di Taranti alla presenza del Procuratore Capo della DDA di Lecce dr. Cataldo Motta e del sostituto procuratore Alessio Coccioli.

nella foto Antonio Lacava

Cinque gli arrestati finiti in carcere:  Antonio Lacava  41 anni ( nella foto a sinistra),   Michele Lillo  38anni,  Michele Masella  51anni,   Roberto Merico 29anni,  Francesco Vitale  64anni. Oltre ai cinque destinatari dell’ordinanza di carcerazione, sono state indagate altre 20 persone

Nel corso delle articolate indagini, i poliziotti della Squadra Mobile di Taranto  hanno avuto modo di accertare l’esistenza di una associazione ramificata ed estesa nella zona orientale della provincia jonica, dedita  all’approvvigionamento ed alla successiva vendita di sostanze stupefacenti.

I numerosi episodi ricostruiti nel corso delle indagini e puntualmente riscontrati con arresti e sequestri di droga, hanno permesso, così, di delineare l’organizzazione malavitosa che, in maniera collaudata, era dedita al traffico di cocaina, marijuana ed hashish.

CdG Francesco VitaleGli investigatori hanno accertato che a capo del sodalizio criminale erano Antonio Lacava  e Francesco Vitale (a destra nella foto)  che, periodicamente, rifornivano di sostanze stupefacenti i loro complici per la successiva immissione nel mercato, i quali  oltre ad avere la disponibilità di numerose auto e moto usate per il trasporto, aveva a disposizione anche diverse “basi logistiche” situate prevalentemente nelle campagne della provincia dove depositavano, occultavano e confezionavano in maniera indisturbata la droga.

Nel corso dell’operazione sono state anche recuperate e poste sotto sequestro due piante di cannabis .

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Le indagini, hanno permesso di accertare
 che il denaro con il quale veniva acquistata la sostanza stupefacente proveniva soprattutto dall’attività crimiosa del cosiddetto “cavallo di ritorno” collegata ai numerosissimi, i furti di auto e di motociclette compiuti dalla “banda” nella parte orientale della provincia jonica, che si estende da San Giorgio Jonico arrivando a Torricella.

 




Operazione Alias. Con il rito abbreviato condanne per 111 anni alla “mafia” tarantina

Schermata 2016-02-25 alle 02.21.38Come ampiamente raccontato da questo quotidiano nell’ottobre 2014 la Polizia di Stato coordinata dal sostituto procuratore dr. Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce  conclusero una vasta operazione antimafia (leggi QUI)  , effettuando l’arresto di 52 persone responsabili a vario di titolo dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi. Il gruppo criminale operava su Taranto con articolazioni a Verona e Sassari dove si trovavano confinati Orlando D’ Oronzo e Nicola De Vitis che erano  capo dell’organizzazione. Il Gip  Vincenzo Brancato, accogliendo la richiesta del rito abbreviato presentata da alcuni imputati per ottenere l’applicazione di 1/3 della pena prevista dal Codice Penale, ha emesso una sentenza con 9 assoluzioni e 11 condanne per un totale di 111 anni e 7 mesi.

Questi i condannati: 

Cosimo Buzzacchino: 3 anni di reclusione 6.000 euro di multa, ed interdetto dai pubblici uffici per la durata di 5 anni

tutti gli altri elencati di seguito sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici in  stato di interdizione legale durante le rispettive pene da scontare:

Nicola De Vitis:  20 anni di reclusione
Orlando D’Oronzo:  16 anni di reclusione
Gaetano Diodato: 10 anni di reclusione
Francesco Lattarulo : 8 anni di reclusione
Fabio Marcucci : 6 anni di reclusione
Fabio Murianni: 8 anni di reclusione
Michele Natale: 8 anni e 8 mesi di reclusione
Gaetano Ricciardi: 7 anni di reclusione
Roberto Ruggieri: 8 anni di reclusione
Giuseppe Zacometti: 8 anni e 8 mesi di reclusione

Questi gli assolti:

Cosimo Appeso,  Luca Borgia, Andrea Di  Carlo, Pasquale Giannotta ,  Carmine Eramo,  Angelo Pizzoleo,   Salvatore Scarci,  Manuel Soru,  Sandro Soru.

Lunedì 28 invece si terrà la 1a udienza del processo regolare, e verrà deciso il collegio giudicante.

 




Il prefetto di Taranto “blocca” la festa dei 50 anni di un “boss” della provincia. I retroscena

E’ stato il bravo collega ed amico Guido Ruotolo a raccontare oggi  sul quotidiano La Stampa di Torino, come a Taranto sia stato evitato in extremis dal Prefetto di Taranto dr. Umberto Guidato un “bis” del “caso Casamonica” di Roma. Infatti un sorvegliato speciale, Angelo Soloperto aveva organizzato per domani (cioè domenica) un mega festeggiamento per il suo 50° compleanno che si sarebbe dovuto svolgere a San Marzano di San Giuseppe in provincia di Taranto, chiedendo addirittura il pagamento di un biglietto di 3 euro per chi volesse partecipare al concerto in piazza per la festa del “boss”.

CdG LASTAMPA_SANMARZANO

Ad accorgersi immediatamente di quanto stava per accadere ed a segnalarlo alla Prefettura di Taranto,  in realtà è stato l’attento Questore di Taranto dr. Mongini (trasferito per meriti di servizio a Verona proprio nei giorni scorsi) che ha ricevuto la segnalazione dai suoi uomini sul territorio che non hanno mai “mollato” il controllo su  Soloperto. Giustamente il collega del quotidiano La Stampa si chiede “Quanti cittadini erano pronti a ribellarsi, a impedire una festa pubblica per uno boss mafioso” ? Ed aggiungiamo noi: ed i politici locali ???

nella foto Angelo Soloperto

nella foto Angelo Soloperto

” Angelo Soloperto, sorvegliato speciale – scrive La Stampa  – domani compirà 50 anni. Voleva organizzare una festa in grande, indimenticabile, nel suo paese, San Marzano di San Giuseppe, provincia di Taranto, paese agricolo dove i vecchi parlano ancora arberesche, il vecchio albanese – prima con uno spettacolo a pagamento (tre euro a biglietto) con il cantante neo-melodico Nino Fiorelli, poi con i festeggiamenti veri e propri, e c’è da scommettere, pure con i fuochi d’artificio”

Adesso – scrive Ruotolola Procura di Taranto vorrà capire chi aveva dato tutte le autorizzazioni al concerto in piazza Palladio, dietro le case popolati della “167”, e chi aveva organizzato il “concerto”. Insomma verificare se e che in termini vi siano state complicità dentro la macchina comunale e a quale livello. Se solo amministrativo-burocratico o anche politico“.

Sulla “mafiosità” del festeggiato Angelo Soloperto che compirà cinquant’anni domani, La Stampa (giustamente,  aggiungiamo noi !) non ha “nessun dubbio” in quanto “è il capo di un clan di mafia già arrestato per estorsioni ed appalti truccati. Finì in carcere nel 2004 , e con lui anche l’assessore regionale del governatore Raffaele Fitto,  Pietro Franzoso, Forza Italia, che fu anche sospettato di aver fatto assumere il fratello del boss Angelo in una impresa”. Ruotolo aggiunge che “secondo gli inquirenti, il clan era in grado di controllare un pacchetto di novecento preferenze“. Nel luglio 2004 infatti,  numerosi esponenti del clan Soloperto vennero condannati dal Tribunale di Taranto in primo grado, che ha riconosciuto la “natura mafiosa dell’organizzazione“.

Naturalmente succede solo in questo Paese” aggiunge La Stampa, raccontando  “che un bravo penalista è riuscito a far scarcerare (il 17 dicembre scorso) Angelo Soloperto rivolgendosi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha confermato la violazione italiana della direttiva che impone degli spazi minimi dove i detenuti devono essere ristretti. Spazi che nel caso di Soloperto, risultavano molto al di sotto della direttiva. E che per questo fu risarcito con 2352 euro “per il trattamento carcerario inumano e degradante subito“”.

In realtà è stato Il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto, in data 17.12.2014 a scarcerare Angelo Soloperto, leader del clan mafioso che porta il suo cognome, accogliendo un’istanza dell’avvocato Alessandro Cavallo, un penalista di Sava (Taranto) , che dimostrava che il suo assistito ha dovuto espiare una pena in una condizione di sovraffollamento, motivo per cui sulla base di tale argomentazione il Magistrato di Spoleto ha ridotto la pena inflitta al Soloperto ordinandone la immediata liberazione e gli ha persino riconosciuto, a titolo di risarcimento una somma pari ad euro 2.352,00.

Dalla vicenda che portò in carcere dieci anni il Soloperto e Pietro Franzoso (successivamente deceduto) sono passati dieci anni. E quindi è bene rinfrescare ai lettori le idee, utilizzando anche il lavoro di altri colleghi, come Giovanna Bruno del Corriere della Sera.

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La vicenda in questione venne approfondita abbastanza bene anche dall’ inviato Davide Carlucci del quotidiano La Repubblica  (leggi QUI dall’archivio )  il 19 dicembre 2014, che riportiamo “integralmente” di seguito:

Franzoso, le relazioni pericolose

LECCE  19 dicembre 2004 – Ieri mattina, da una cella del carcere di Lecce, ha professato la sua innocenza. Ha raccontato ai giudici la sua storia di politico di lungo corso che non avrebbe mai avuto bisogno di stringere sodalizi con i clan. Ma Pietro Franzoso, l’ assessore regionale ai Trasporti arrestato giovedì dalla Dda ( la Direzione Distrettuale Antimafia – n.d.r. CdGdi Lecce per un’ ipotesi di voto di scambio con il clan criminale dei Soloperto, deve fare i conti con le intercettazioni e i riscontri che corroborano l’ ordinanza di custodia cautelare firmata da Enzo Taurino. E che disegnano un quadro preoccupante – se confermato – degli intrecci tra malavita e politica nel Sud Tarantino. Uno scenario così inquietante da motivare – per la prima volta, forse, almeno in Puglia – la necessità dell’ arresto proprio ora, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale, con la «sussistenza di un concreto pericolo di reiterazione» del reato. Una necessità che l’ avvocato Pasquale Corleto contesta: «Dopo quasi cinque anni dall’ episodio contestato, il chiarimento dato oggi dall’ uomo in manette poteva tranquillamente essere fornito senza ricorrere alla cattura». «E i voti di chi~ No! Ma mò gli devo dire pure il fatto di Franzoso! Devo dire il fatto di Franzoso!». La serie di intercettazioni in mano alla Dda inizia così, con la presentazione del tema, come si faceva nelle novelle medievali. I personaggi che entrano in scena sono Angelo Soloperto e sua moglie Stefania Cantarone, reclusi nella casa circondariale di Taranto. Nella loro conversazione in cella dell’ ottobre 2003 si materializza così “il fatto di Franzoso”. Un episodio isolato – l’ assunzione, il 24 maggio 2000, di Pietro Soloperto, fratello del boss, nella Iris di Franzoso in cambio di un pacchetto di voti da parte dei clan – ma inserito in un contesto fitto di “relazioni pericolose”.

«Ah, Eh, ha detto Franco (il fratello di Angelo, ndr), ha raccontato il fatto~ Eh! è andato in cassa integrazione!», dice la signora Cantarone. Risponde il marito: «L’ hanno fatto licenziare apposta, no?». E la moglie: «Non si sa per che cosa!». Angelo Soloperto ritorna sul “fatto di Franzoso“. E la moglie commenta: «Ah! Lo sai che ha detto Franco? “Lo vogliono rovinare proprio!».

«No, è la verità», replica il marito. Ma il “fatto”, sembra di capire, è anche qualcosa che non è ancora ben emerso: un appalto. «Moh, oggi viene Franz (l’ avvocato Pesare difensore di Soloperto, ndr) e glielo dico, il fatto di Franzoso, il fatto della gara d’ appalto che vincemmo».

C’ è poi un riferimento a un altro episodio “elettorale”. Dice la donna: «Ho detto di dirgli pure: “Che fece avere il posto a mio fratello! Il posto per le votazioni, fece avere il posto a mio fratello Franco» (Un nome quest’ ultimo, che però non compare nella trascrizione della Polizia).

E ancora: «Vedi che quelli, Franco e Sergio si sono mossi per il fatto delle votazioni, per mezzo mio!». E si tira in ballo, “Giacchetta“, ovvero Pasquale Lonoce, cognato di Ciro Intermite, ex vicesindaco di San Marzano di San Giuseppe ed esponente di Forza Italia. Sarebbe stato lui a fare da intermediario e a ricompensare Franzoso con un contributo di 5 milioni di lire. Particolare, quest’ ultimo, recisamente negato da Lonoce.

Soloperto fu assunto subito dopo le elezioni. Una carriera rapida: manovale, dopo sei mesi ottiene il contratto a tempo indeterminato, poi diventa autista di secondo livello, infine è promosso al terzo. Quando i Carabinieri interrogano la moglie sulle modalità di assunzione, l’ assessore segue con “partecipazione” l’ audizione e s’ informa su chi la sta interrogando: «Ma chi sta? Sto capitano qua?». L’ ordinanza accenna anche al conflitto d’ interesse di Franzoso: mentre partecipava, a nome della Provincia o della Regione, alle sedute del comitato portuale del porto di Taranto nelle quali si affidavano lavori, la sua azienda otteneva un subappalto da 640 milioni di lire. Ma l’ accusa principale riguarda il successo “anomalo” alle elezioni. Da attribuire all’ assunzione di Pietro Soloperto, già arrestato per rapina e denunciato per detenzione e porto illeciti d’ arma, “esplosione in luogo pubblico”. Ma soprattutto, fratello di Angelo. «A San Marzano era il sindaco – lo descrive Lonocetutto quello che voleva era un ordine».

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Pietro Franzoso  fu “premiato” ed eletto deputato di Forza Italia. Successivamente nel 2011 è deceduto  dopo un incidente, venendo travolto dalla pesante struttura del  cancello dello stabilimento della società Iris di Torricella (di proprietà della moglie), che aveva perso le guide dei binari. Il nome di Franzoso compare nelle intercettazioni sulla vicenda giudiziario “Ambiente Svenduto” sull’ ILVA , che potete ascoltare con le vostre orecchie attraverso un dossier sempre del quotidiano La Repubblica, cliccando QUI

CdG archina franzoso

C’è da augurarsi a questo punto, che venga fatta chiarezza, senza che dei  fascicoli pendenti presso la Procura della Repubblica di Taranto non si perdano…anche questa volta  (come raccontano in ambienti giudiziari)  sopratutto quando vedono coinvolti un avvocato ed un giornalista indagati per favoreggiamento.  Anche perchè loro questi posti ed il luogo della festa “bloccata” dal Questore e Prefetto di Taranto, dovrebbero conoscerli bene…




I Carabinieri di Taranto hanno eseguito trenta di ordinanze di custodia cautelare della DDA di Lecce per traffico di stupefacenti.

CdG Carabinieri-cinofili

Alle prime ore del mattino di oggi, i Carabinieri della Compagnia di Massafra, coadiuvati dai militari del Reparto Operativo del capoluogo Jonico, sotto la direzione della D.D.A. la Direzione Distrettuale Antimafia  di Lecce, hanno dato esecuzione a 30 provvedimenti cautelari (20 in carcere e 10 agli arresti domiciliari) emessi dal GIP presso Tribunale di Lecce dott. Vincenzo Brancato, su richiesta dei Sostituti Procuratori dr. Alessio Coccioli della D.D.A. di Lecce e dalla dott.ssa Giovanna Cannarile della Procura di Taranto, nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili di reati in materia di sostanze stupefacenti, di cui 16 di Palagiano (Ta) dei quali 4 rintracciati rispettivamente 1 in Trieste, 1 a Staranzano (GO), 1 a Francavilla Fontana (BR) ed uno a Lecce; 6 di Massafra (Ta), 4 di Taranto, 1 di Lizzano, 1 di San Marzano di San Giuseppe, 1 di Castellaneta (Ta) ed 1 di Santa Maria la Carità (Na). Numerose perquisizioni sono state effettuate con l’ausilio di cani antidroga.

In particolare, nei confronti di 23 indagati l’accusa è aver preso parte, a vario titolo, ad un’associazione per delinquere, avente disponibilità di armi, finalizzata al traffico di cocaina, hashish e marjuana, operante con carattere di prevalenza sulla piazza di spaccio di Palagiano.

nella foto , Giovanni Carmelo Putignano,

L’indagine, avviata ad agosto 2011 dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Massafra e diretta dalla D.D.A. salentina, con l’applicazione di un Sostituto della Procura jonica, ha il suo epicentro in Palagiano (Ta) e si è sviluppata sulle spoglie di un’associazione di tipo mafioso, storicamente promossa e diretta da Putignano Carmelo, detto Minuccio, capo indiscusso dell’omonimo clan palagianese, duramente colpita dal N.O.R. di Massafra nel luglio del 2012, con l’operazione “ARTEMIDE, nel corso della quale era stato tratto in arresto l’anziano boss che è ancora in atto detenuto. L’attività investigativa si è incentrata su un sodalizio criminale, riorganizzato, promosso e diretto dai figli di Carmelo Putignano: il 31enne Fiore Liberato, e il 38enne Giovanni Carmelo detto Carmine, dedito alla gestione dello spaccio di hashish e marijuana in Palagiano, attraverso una fitta rete di spacciatori, tutti in posizione subalterna rispetto ai due germani, fra cui anche alcuni soggetti all’epoca dei fatti minorenni, la cui posizione sarà vagliata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Taranto e quindi non colpiti in atto da misure.

nella foto, Ivan Cavallo

Il canale di approvvigionamento della droga, con riferimento alla marijuana,è stato individuato in due persone della provincia di Taranto,  Ivan Cavallo ed Antonio Felice , residenti rispettivamente in Lizzano e San Marzano, entrambi destinatari dell’odierna misura cautelare, mentre i periodici e rilevanti rifornimenti di hashish erano assicurati al sodalizio da un pregiudicato residente a Torre Annunziata, Antonio Casciello, anch’egli attinto dall’odierno provvedimento restrittivo. Al reperimento dell’hashish avevano partecipato anche  Domenico Attorre e  Domenico Petruzzelli (quest’ultimo padre dell’omonimo Domenico, perito nella strage del 17 marzo 2014 in Palagiano) facenti parte del clan Putignano, entrambi assassinati nell’agguato occorso il 9 maggio 2011, nelle campagne di Palagiano. E’ stato determinante, per focalizzare il ruolo di alcuni personaggi di spicco ed il loro coinvolgimento illecite dell’indagine, è risultato il contributo investigativo e probatorio apportato dalle attività di intercettazione eseguite in merito al duplice omicidio di Attorre e Petruzzelli e all’ Operazione “Artemide” sopra citata.

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nella foto, Antonio Casciello

Nel corso dell’indagine, è stata – altresì – documentata l’esistenza di una seconda associazione dedita al traffico di cocaina in Palagiano, i cui capi e promotori sono stati individuati in alcuni pregiudicati di Taranto, dei quartieri Paolo VI e Lido Azzurro, che faceva capo a Leonardo TaurinoNicola Perrini e  Giuseppe Portulano. Quest’ultimo “gruppo” costituiva il canale di approvvigionamento privilegiato dello stupefacente che veniva immesso sul mercato, avvalendosi del contributo di  Francesco Di Chio ed  Onofrio Resta, di Palagiano, i quali provvedevano alla capillare diffusione della cocaina sulla piazza cittadina, previo “benestare”del clan Putignano, che facevano valere la loro posizione predominante sul territorio.

CdG Fiore Liberato Putignano,

nella foto , Fiore Liberato Putignano,

Nel corso delle attività, numerosi sono stati i riscontri operativi con 10 persone tratte in arresto, in flagranza del reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, ed il sequestro di circa due chili e mezzo di droga del tipo hashish e cocaina. Molto importante l’arresto di Fiore Liberato Putignano, sorpreso in possesso di circa 330 grammi di hashish e per il reato di maltrattamenti nei confronti della sua ex convivente, a seguito del quale la direzione dell’associazione veniva assunta dal fratello Giovanni Carmine Putignano, a cui il recluso faceva pervenire direttive inerenti alla prosecuzione del traffico di stupefacenti, anche mediante lettere inviate a terze persone.

L’episodio che ha portato all’arresto di  Fiore Liberato Putignano è scaturito da un’inquietante intercettazione ambientale, all’interno della sua autovettura, nel corso della quale emergeva che era in atto una brutale aggressione nei confronti della compagna. L’efferata violenza, messa in atto dall’uomo, era stata scatenata da alcuni comportamenti ritenuti “irrispettosi” posti in essere dalla donna alla presenza dei suoi sodali e per i quali la stessa doveva essere punita. Nel corso delle successive attività di perquisizione, estese anche ad un’abitazione che il Putignano aveva adibito a luogo di deposito, taglio e confezionamento della sostanza stupefacente, veniva rinvenuto il rilevante quantitativo di hashish di cui si è detto.

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nella foto, Giuseppe Santoro,

In alcune missive, opportunamente sequestrate, al Fiore Liberato Putignano sebbene detenuto, forniva poi precise indicazioni ai suoi sodali sulle modalità di contatto con pregiudicati della provincia di Bari, dai quali aveva in animo di acquistare grosse partite di eroina destinate al mercato del capoluogo jonico. Inoltre, dal rapporto epistolare con i suoi associati, suffragato dagli esiti delle attività di intercettazione, emergeva la figura del massafrese Giuseppe Santoro, anch’egli attinto dall’odierna misura ed in atto già detenuto per altra causa, con cui, nel corso di un periodo di comune detenzione, il capo del gruppo criminale avrebbe stretto un “patto di sangue” in forza del quale lo stesso Santoro, al momento della sua scarcerazione, avrebbe dovuto fornire il proprio contributo per le finalità dell’associazione, cosa che effettivamente si concretizzava con l’attività di intermediazione, per l’acquisto di variabili quantitativi di droga, svolta dal Santoro. Infine, nel corso dell’indagine veniva documentato anche il reato di spaccio di banconote false da 100 euro, acquistate al prezzo di 35 euro cadauna per essere poste in circolazione in numerose attività commerciali di Taranto e Massafra.

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La conferenza stampa del dr. Motta capo della D.D.A. di Lecce

L’ operazione odierna ha colpito al cuore lo storico sodalizio palagianese del Putignano già in passato qualificatosi come associazione mafiosa, sul cui sfondo sono peraltro maturati i contrasti fra Cosimo Orlando, che aveva militato nello stesso con il rango di semplice “soldato” e Giovanni Di Napoli , all’epoca soggetto di elevata posizione in seno al clan, sfociati nella strage di Palagiano del 17 marzo 2014, nella quale decedeva anche il piccolo Domenico Petruzzelli di soli trenta mesi. Proprio il rimprovero di non averlo sostenuto durante la carcerazione aveva infatti indotto Cosimo Orlando a mancare di rispetto – definendolo finanche “infame” – a Di Napoli , la cui posizione sovraordinata nel clan – nei passati tempi della comune militanza – avrebbe dovuto comportare, secondo l’ Orlando, un’azione di supporto durante la propria carcerazione iniziata nel 1998. Per tali motivi, Nino Di Napoli, il 16 marzo scorso, è stato arrestato quale presunto mandante del triplice omicidio ed è tuttora sottoposto a custodia cautelare in carcere, confermato dalla decisione di venerdì scorso del Tribunale del Riesame .

Il sodalizio dei Putignano, era stato già colpito nell’anno 1996, con l’ “operazione DIANA”, condotta dal Reparto Operativo dei Carabinieri di Taranto, come detto, è lo stesso gruppo del quale facevano parte, inoltre, Domenico Attorre  e Domenico Petruzzelli, omonimo genitore del piccolo Domenico, assassinati il 9 maggio 2011, in Palagiano. L’odierna attività costituisce, quindi, la naturale prosecuzione del lungo ed intenso lavoro investigativo condotto dall’Arma tarantina su Palagiano, finalizzato al contrasto dell’ “ambito criminale” nel quale è anche maturato l’eccidio del 17 marzo 2014.

L’esecuzione dell’ordinanza ha visto l’impiego di circa 150 Carabinieri della Compagnia di Massafra, del Reparto Operativo di Taranto e delle Compagnie di Taranto, Manduria, Martina Franca e Castellaneta, con il supporto di un elicottero del 6° Elinucleo Carabinieri di Bari Palese ed unità cinofile antidroga del Nucleo Carabinieri Cinofili di Modugno

Questi i nomi di tutti gli arrestati.

1. PUTIGNANO Fiore Liberato, nato a Massafra 21.08.1984
2. PUTIGNANO Giovanni Carmelo, nato a Massafra 31.01.1977
3. PALMISANO Antonio, nato a Acquaviva delle Fonti 23.09.1991
4. CAVALLO Ivan, nato a Taranto 18.05.1988
5. FELICE Antonio, nato a Grottaglie 30.05.1976
6. CASCIELLO Antonio, nato a Gragnano 20.03.1986
7. TAMBORRINO Fabio, nato a Mottola 14.11.1980
8. PREITE Domenico, nato a Taranto 28.08.1991
9. TITO Marco, nato a Mottola 12.04.1990
10. MARCHIONE Samuele, nato a Massafra 21.08.1985
11. INTINI Giuseppe, nato a Massafra 30.10.1986
12. SANTORO Giuseppe, nato a Vignola 17.06.1986
13. RISPOLI Giovanni, nato a Castellamare di Stabia 02.07.1992
14. PERRINI Nicola, nato a Castellaneta 22.12.1981
15. PORTULANO Giuseppe, nato a Taranto 02.10.1976
16. TAURINO Leonardo, nato a Taranto 07.10.1963
17. MINGOLLA Claudia, nata a Taranto 10.11.1977
18. DI CHIO Francesco, nato a Cerignola 01.10.1974
19. RESTA Onofrio, nato a Mottola 29.04.1971
20. DI MITO Leonardo, nato a Massafra 07.11.1993
21. CRISTIANO Giuseppe, nato a Massafra 08.01.1968
22. ALOISIO Michelangelo, nato a Gioia del Colle 10.03.1982
23. MARCHIONE Vittorio, nato a Palagiano 31.10.1960
24. PALUMBO Gianpaolo, nato a Mottola 20.10.1985
25. POTENZA Paride, nato a Palagiano 13.02.1972
26. MARTUCCI Giulio, nato a Torino 16.04.1972
27. MONTEMURRI Antonio, nato a Maglie 04.07.1978
28. TAMBORRINO Davide, nato a Castellaneta 24.07.1991
29. BARNABA’ Valeria, nata a Tricase 14.10.1975
30. LAVINO Vincenzo, nato a Palagiano 20.11.1980




Ecco chi sono i commercianti e l’imprenditore rinviato a giudizio per “favoreggiamento” ai mafiosi dell’inchiesta “Alias”.

CdG D Oronzo_De VitisNotificati gli avvisi di conclusione delle indagini , ex- art. 415 bis agli esponenti della criminalità organizzata tarantina che lo scorso anno vennero coinvolti ed arrestati nell’ operazione “Alias” condotta dalla Polizia di Stato sotto il coordinamento della Direzione distrettuale Antimafia di Lecce . Coinvolti nell’inchiesta “boss” della malavita come Orlando D’Oronzo  e Nicola De Vitis ,  elementi di spicco della malavita che controllano tutte le attività illegali a Taranto e provincia, nonostante si trovassero in soggiorno obbligato in Sardegna e nel Veneto .

CdG LordE’ stato  grazie alle intercettazioni telefoniche che gli investigatori della Questura di Taranto diretti dal dottor Roberto Giuseppe Pititto sono riusciti ad identificare gli appartenenti all’ organizzazione di stampo mafioso che imponeva il “pizzo” a imprenditori e commercianti della città. L’ operazione è quella che ha portato in carcere anche l’imprenditore-politicante (del Nuovo PSI)  Fabrizio Pomes, finito arrestato in carcere insieme agli altri .

L’avviso di garanzia è stato notificato anche a tre noti imprenditori della città, fra cui Giovanni Geri  titolare del noto negozio di abbigliamento  “Lord ” presidente della Federmoda-Confcommercio di Taranto  che recentemente è stato sottoposto a dei controlli fiscali da parte della Guardia di Finanza durati tre settimane,  ed a Giovanni Perrone membro della famiglia Perrone proprietaria della “Ferramenta Perrone”, famiglia di cui fa parte Angelo Perrone,   a cui la Confcommercio di Taranto aveva affidato  la Presidenza della categoria “ferramenta & bricolage” .

CdG procu Motta DDA LecceSia Geri che Perrone,  sono stati accusati di favoreggiamento all’organizzazione mafiosa, reato punito con la reclusione fino a quattro anni. Il terzo rinviato a giudizio è un imprenditore, Vladimiro Viola titolare della ditta della ditta F.lli Viola. Non sbagliavamo quindi quando a suo tempo (leggi QUI) raccontavamo le pesanti accuse mosse dal Procuratore Distrettuale Antimafia di Lecce dr. Cataldo Motta il quale aveva accusato pubblicamente , in occasione della conferenza stampa per l’ “operazione Alias“, commercianti, imprenditori e politici tarantini, per non aver collaborato alle indagini  svolte dagli investigatori della Polizia di Stato.

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Accuse non infondate quindi quelle degli investigatori della Polizia di Stato, che hanno infatti indotto il pubblico ministero dr. Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia  presso la Procura della Repubblica di Lecce –  a richiedere il processo anche per i tre commercianti rinviati a giudizio.

Schermata 2015-03-16 alle 19.18.17Per  accuse del dr. Motta, e da noi quindi solo riferite,  qualcuno ha pensato di denunciarci per cercare di metterci a tacere, ma inutilmente ! Questi “faccendieri” non hanno ancora capito che alla fine la verità viene sempre a galla, e non basta organizzare dei convegni ed invitare qualche ufficiale delle forze dell’ ordine tarantine, per poter parlare a pieno titolo di legalità.

Questo l’elenco dei destinatari (oltre i 3 commercianti) dei provvedimenti cautelari, a carico dei quali è stata richiesto dalla Procura della Repubblica di Taranto il processo:

Cosimo Appeso, 41anni; Egidio Bianchi, 44 anni; Calogero Bonsignore, 52anni; Raffaele Brunetti, 62anni; Christian Buzzacchino, 27anni; Cosimo Buzzacchino, 55anni; Sergio Cagali, 60anni; Pietro Cetera, 46anni ; Giuseppe D’Andria, 51anni; Francesco D’Angela, 28anni; Orlando D’Oronzo, 56anni; Michele De Vitis, 55anni; Nicola De Vitis, quarantasei; Andrea Di Carlo, 34anni; Gianpiero Di Carlo, 35anni; Gaetano Diodato, 45anni ; Davide Forti, 35anni; Graziano Forti, 42anni; Mahmoud Gabsi, 29anni; Pasquale Giannotta, 41anni; Francesco Lattarulo, 34anni; Carmelo Lazzari, 42anni; Francesco Leone, 28anni; Pietro Leone ; Tommaso Lugiano 60anni ; Fabio Marcucci 36anni ; Leo Mollica 52anni; Fabio Murianni, 34anni; Michele Natale 36anni; Polo Bladimir Josè Oduver, 38anni; Giovanni Peluso, 53anni; Angelo Pizzoleo, 39anni; Vincenzo Fabrizio Pomes, 48anni; Fabio Raimondi, 35anni; Gaetano Ricciardi 41anni; Moreno Rigodanzo, 36anni; Roberto Ruggieri, 51anni; Massimiliano Salamina, 44anni; Giorgio Saponaro, 32anni; Francesco Scarci, 52anni; Salvatore Scarcia, 47anni; Manuel Soru, 33anni; Sandro Soru 32anni; Riccardo Vallin, 42anni; Giuseppe Zacometti, 44anni; Gaetano Ziccardi, 29anni; Vincenzo Basile 43anni; Angelo Di Carlo, 45anni; Cosimo D’Oronzo, 36anni.

Il collegio dei legali difensori è composto, tra gli altri, dagli avvocati Angelo Casa, Fabio Nicola CervelleraLuigi DanucciSalvatore MaggioAntonio Mancaniello,Franz PesareEnzo Sapia,  Gaetano Vitale,  del foro di Taranto.




Il Sindaco scrive al Prefetto. Inutilmente…

Questa la “letterina” inviata dal Sindaco di Taranto Ippazio Stefàno al Prefetto di Taranto dr. Guidato :   “Le scrivo per manifestarLe il mio più vivo apprezzamento per aver condiviso, nel recente incontro avuto con Lei sul tema del futuro dell’ILVA, la necessità che vi sia un costante aggiornamento sulla realizzazione del cronoprogramma fissato dall’AIA sui temi dell’ambientalizzazione della fabbrica, ma anche sulla salvaguardia dei posti di lavoro nonché sulla tutela della imprenditoria dell’indotto e per essa anche le sue maestranze. E’, dunque, fortemente avvertita la necessità di costanti confronti delle istituzioni locali con il Commissario Gnudi affinchè siano partecipate ed aggiornate costantemente sugli sviluppi degli aspetti di cui sopra che, con particolare attenzione e preoccupazione, vengono vissuti dai nostri cittadini. Dando vita a questo tipo di rapporto, è facile immaginare esso non potrà che giovare alla collettività potendo contare su una corretta e tempestiva informazione sui programmi in atto e per quelli futuri, attraverso Lei con un filo diretto col Governo, essere partecipi e possibilmente spettatori non più passivi. Confidiamo, dunque, che attraverso il suo interessamento il Governo impegni la gestione commissariale a maggiori confronti con il nostro territorio dando in questo senso, da subito, tangibili segnali di confronto

In pratica il Sindaco pretende di poter essere aggiornato dal Commissario Pietro Gnudi sullo stato della vicenda ILVA, dimenticando però che il Commissario risponde solo al Governo , e che delle trattative con gruppi  imprenditoriali e multinazionali prevedono sempre la massima riservatezza. Pretendere di sapere qualcosa di “riservato” è un pò troppo per un Sindaco. Il primo cittadino di Taranto farebbe meglio ad occuparsi del degrado della città, delle collusioni comunali con la criminalità organizzata come dichiarato dal dr. Motta, procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, competente su Taranto. Occasione in cui stranamente il primo cittadino ha taciuto…..

 




Mafia: traffico internazionale di stupefacenti, estorsioni, usura, gioco d’azzardo ed infiltrazioni nella pubblica amministrazione. In carcere 26 esponenti e 52 indagati di rilievo della Sacra Corona Unita.

I Carabinieri del R.O.S. e del Comando Provinciale di Lecce hanno eseguito, in provincia di Lecce ed in altre località del territorio nazionale, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. di Lecce, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, nei confronti di 26 indagati, appartenenti a vari clan mafiosi della frangia leccese dell’organizzazione denominata Sacra Corona Unita, ritenuti responsabili, a vario titolo, di “associazione di tipo mafioso”, “associazione finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti”, “spaccio di sostanze stupefacenti”, “introduzione nello Stato, porto e detenzione illegale di armi anche da guerra”, “tentato omicidio”, “estorsione”, “usura”, “esercizio abusivo di attività finanziaria”, “intestazione fittizia di beni”, “violazione degli obblighi della sorveglianza speciale”, “falsità materiale ed ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atto pubblico”, “abuso d’ufficio” e “corruzione per un atto d’ufficio”, molti dei quali in “concorso” fra i vari indagati ed “aggravati dalle modalità e finalità mafiose”.

CdG operazione RosI provvedimenti cautelari scaturiscono da due distinte attività d’indagine, condotte nel periodo 2008- 2012, riunite in un unico procedimento, condotte dal R.O.S. (Indagine VORTICE) e dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Lecce (Indagine DEJA’ VÙ), nei confronti di esponenti di rilievo della frangia leccese della Sacra Corona Unita, operanti nell’area geografica posta a nord della provincia di Lecce (comprendente i comuni di: Squinzano, Campi Salentina, Trepuzzi ed altri). Oltre ai 26 destinatari delle misure cautelari, risultano indagate altre 52 persone (per un totale di 78), fra cui anche tre pubblici amministratori, i quali ultimi rispondono di plurimi reati di corruzione, falso e abuso d’ufficio.

Nel corso dell’odierna operazione è stato sottoposto a sequestro preventivo in Squinzano anche un immobile riconducibile ad uno degli arrestati. Nel dettaglio, le investigazioni hanno documentato le attività illecite gestite dal clan Pellegrino (capeggiato da PELLEGRINO Francesco, detto “Zù Peppu”, nato a Squinzano LE il 07.08.1953, ergastolano, e retto da NOTARO Sergio e dai fratelli PELLEGRINO Patrizio e Antonio, quest’ultimo scarcerato 18.03.2010 per espiazione pena), nonché l’influenza esercitata nell’area dallo storico boss Giovanni DE TOMMASI, capo indiscusso della SCU leccese, attraverso direttive impartite nel corso dei colloqui carcerari con la moglie SAPONARO Ilde. Il sodalizio è risultato attivo nei settori delle estorsioni, dell’usura, dello spaccio di stupefacenti e del gioco d’azzardo.

Schermata 2014-11-13 alle 02.13.28In particolare, è emerso un fiorente traffico internazionale di cocaina, hashish e marijuana approvvigionati in Francia, tramite i contatti mantenuti dall’indagato SAVARY Cyril Cedric con fornitori colombiani e spagnoli.

  • le contrapposizioni, in territorio squinzanese, tra il clanPELLEGRINO”ed il gruppo capeggiato da MANCA Marino, già affiliato al clan “DE TOMMASI”, culminate nel tentato omicidio (perpetrato da MILITO Salvatore, nato a Campi Salentina (LE) il 12.05.1972 ed INTERMITE Michele, nato a Taranto (TA) l’08.04.1976, arrestati dai Carabinieri del Nucleo Investigativo rispettivamente il 26.09.2012 ed il 17.11.2012) di quest’ultimo e di un altro affiliato (GRECO Luca, nato a Squinzano (LE) il 05.04.1972), ad opera di NOTARO Sergio, SAVARY Cyril Cedric e di altri tre indagati. Il contrasto tra i due gruppi ha registrato il verificarsi di ulteriori episodi intimidatori di un gruppo verso l’altro che ha rischiato di sfociare in una vera e propria guerra di mafia per il controllo delle attività criminali nei comuni di Campi Salentina, Squinzano, Trepuzzi e Casalabate;
  • i ristabiliti rapporti, al termine di un cruento contrasto, tra il clan “DE TOMMASI e quello dei “TORNESE” di Monteroni di Lecce (LE), finalizzati alla gestione di lucrose attività di narcotraffico. Il contrasto tra i due clan, in essere sin dagli anni ottanta e protrattosi nel decennio successivo, era stato caratterizzato da numerosi episodi delittuosi. Il primo in tal senso è datato 12.08.1989, allorquando venne ucciso DE TOMMASI Ivo, fratello del citato boss Giovanni, per mano di SANTOLLA Francesco, nato a Collepasso (LE) il 16.03.1953,personaggio di spicco del clan TORNESE. A tale omicidio conseguirono diversi episodi violenti, tra i quali figura l’omicidio, verificatosi a Veglie (LE) in data 18.05.1996, di SANTOLLA Romualdo, allora 17enne, estraneo a dinamiche criminali, figlio del citato Francesco;
  • le collusioni del clan “PELLEGRINOcon i responsabili dell’Amministrazione comunale di Squinzano (LE), funzionali a favorire l’organizzazione mafiosa attraverso diversificate condotte illecite, tra cui l’assegnazione indebita di alloggi popolari ed altre utilità.

CdG RosUno degli arrestati, SAVARY CYRIL Cedric, gestiva direttamente i rapporti in Francia con i fornitori colombiani e spagnoli dai quali si approvvigionava di ingenti quantitativi di cocaina che immetteva in Italia per il successivo spaccio nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto, ed insieme a  Saida BRUNI e  Fhati RAHAMANI ” responsabili del reato di cui agli articoli 110 c.p. e 73 DPR n. 309/90 per avere, in concorso tra loro, importato dalla Francia ed introdotto nel territorio italiano una partita di cocaina per un prezzo corrispettivo di euro 55.000; in particolare, SAVARY dalla Francia forniva lo stupefacente consegnandolo a BRUNI e RAHMANI che in auto lo trasportavano in Italia, consegnandolo a … e … che provvedevano a smerciarlo. ( accaduto a Taranto, il 5.11.2012).

A rispondere di attività illecite commesse a Taranto vi sono anche  TRAMACERE Giovanni e CANDITA Gianluca, responsabili del reato di cui agli articoli 110 c.p. e 73 D.P.R. n. 309/90 per avere, in concorso tra loro, detenuto e ceduto a … e …  in Taranto il 2 e 3.11.2012  una partita di cocaina per un prezzo corrispettivo di euro 10.000 per il successivo smercio nel capoluogo tarantino.

Schermata 2014-11-13 alle 02.18.22Gli odierni filoni investigativi conferma l’attuale operatività dei sodalizi mafiosi salentini, evidenziandone la propensione all’infiltrazione dei settori economici localmente più rilevanti. Fra gli arrestati  due pregiudicati operanti prevalentemente su Taranto e cioè  Gaetano DIODATO , nato a Salerno il 4.09.1969  (il quale è già coinvolto nell’altro filone d’inchiesta denominata “ALIAS” della D.D.A. di Lecce)  ed  Angelo DI PIERRO , nato a Taranto il 25.10.1991 . Entrambi rispondono dei reati di traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti ed Associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti

Gli amministratori. Tra gli indagati in libertà figurano anche tre amministratori locali di Squinzano per i rapporti intrattenuti, tra l’altro, con la famiglia mafiosa Pellegrino. Si tratta dell’ex sindaco Gianni Marra, dell’attuale presidente del Consiglio comunale Fernanda Metrangolo, e dell’ex comandante dei vigili urbani Roberto Schipa. Le ipotesi di reato sarebbero di abuso d’ufficio, corruzione e falso.

Secondo Cataldo Motta procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce,  in questa indagine, desta stupore anche l’avvicinamento della Sacra Cor0na Unita agli esponenti non affiliati della mafia tarantina: “La Sacra corona unita storicamente non è mai andata oltre Manduria. Diciamo che oggi, in nome degli affari, i rapporti sono di reciproca sopportazione”. Basti pensare, ha aggiunto Motta, all’avvicinamento tra i clan De Tommasi e De Vitis, quest’ultimo particolarmente radicato nel capoluogo jonico. In ogni caso, ha osservato ancora Motta, “questa indagine ci ha dato diverse indicazioni sulle dinamiche interne ai clan tradizionali. È emerso in modo chiaro, ad esempio, il controllo del territorio da parte di De Tommasi anche dal carcere, tramite moglie e figlia“.




L’ Antimafia attacca il Comune. Fabrizio Pomes arrestato per “concorso esterno in associazione mafiosa”

Nella lista delle 52 le persone arrestate nell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, che in collaborazione con la Squadra Mobile di Taranto che ha sgominato il ricostituito (ed ora sgominato) “clan” D’Oronzo-De Vitis compare l’imprenditore Fabrizio Pomes, ex segretario provinciale del Nuovo Psi, ex consigliere comunale ed ex consigliere circoscrizionale tarantino, e recentemente presidente del “Centro Sportivo Magna Grecia” ,  il quale negli ultimi tempi era molto “vicino” alla lista Puglia per Vendola , accusato dagli inquirenti di “concorso esterno in associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni”.  Il Procuratore capo della DDA di Lecce, dr. Cataldo Motta, illustrando i dettagli dell’inchiesta, ha criticato fortemente anche il comportamento dell’amministrazione comunale, che ha consentito la gestione alla cooperativa da parte del  Pomes, non procedendo ai dovuti accertamenti e nonostante “episodi di morosità”.

Sono ancora in corso delle indagini degli uomini della Squadra Mobile su alcune anomalie nell’assegnazione della gestione del “Magna Grecia“. Il Comune di Taranto in un primo momento adempiendo alle norme di Legge aveva indetto un bando pubblico per l’affidamento della struttura sportiva. Bando che all’improvviso come per incanto è stato abbandonato, venendo trasformato in una prosecuzione provvisoria dell’ affidamento della cooperativa creata dal Pomes, di cui facevano parte due pregiudicati condannati per associazione mafiosa. Uno stop improvviso del bando pubblico del Comune di Taranto, che il procuratore Motta ha etichettato “inusuale e poco limpido” e in merito al quale “si sta attualmente indagando, in quanto al momento non vi sono delle responsabilità dell’ Amministrazione pubblica conclamate e certificate“.

 Schermata 2014-10-06 alle 17.37.54Secondo le accuse, Pomes avrebbe partecipato dall’esterno alle attività dell’organizzazione guidata dal “boss” Orlando D’Oronzo, costituendo delle cooperative di cui facevano parte anche due pregiudicati condannati per associazione mafiosa, una delle quali ha gestito  la struttura comunale  sportiva “Magna Grecia” . La gara d’appalto avviata a suo tempo dal Comune di Taranto venne bloccata e trasformata in “proroga del servizio“. Pomes, commentando l’assegnazione alla Coop Falanto di un appalto comunale per la pulizia di giardini , intercettato, diceva che “è stata posta la prima pietra”, e poi rivolgendosi al telefono al boss  D’Oronzo aggiunge  “che la coop deve assumere purtroppo 35 operai della vecchia ditta incaricata che sono ‘teste calde’”. D’Oronzo gli rispondeva “tu digli a chi è intestata la coop e poi vediamo se sono teste calde”.

Giuseppina Pasqua Castellaneta (AT6)

nella foto Giuseppina Pasqua Castellaneta (AT6)

Nell’ordinanza si legge “che gli interessi economici dell’associazione diretta dal duo De Vitis-D’Oronzo in stretta correlazione con gli ambienti della pubblica amministrazione siano ancora esistenti ed anzi in progressiva ascesa è dimostrato anche dal gravissimo, recentissimo episodio  che ha visto l’intimidazione di un rappresentante locale della pubblica amministrazione posta in essere sulla pubblica via (nella zona vecchia di Taranto) da un gruppo di quattro persone che hanno invitato caldamente il Consigliere Comunale a non mancare al prossimo consiglio comunale nel quale sarebbero stati affrontati argomenti che interessavano D’Oronzo”. A questo episodio fece seguito la presenza nell’aula consiliare il 23 giugno 2014 nel corso del consiglio, di Michele De Vitis , fratello di Nicola e marito del consigliere Giuseppina Pasqua Castellaneta eletta nelle liste di AT6 la lista civica guidata da Mario Cito, figlio di Giancarlo Cito.

La vicinanza del Pomes ad alcuni politici della   lista “Puglia per Vendola” l’abbiamo riscontrata anche personalmente nel backstage dell’evento “Battiti Live” organizzata nello scorso mese di agosto sul lungomare di Taranto, dove Pomes (ignaro di essere pedinato e filmato) circolava alticcio a braccetto con i consiglieri comunali Cosimo Gigante (eletto nelle liste del PSI),  Filippo Illiano e l’assessore comunale Cisberto  Zaccheo (questi ultimi tre estranei all’inchiesta), ed in quella occasione abbiamo assistito ad una situazione paradossale in cui i consiglieri comunali protestarono vivamente nei confronti degli organizzatori, in quanto il servizio di sicurezza della manifestazione aveva avuto l’ardire di invitare ad uscire dal backstage l’allegra brigata di consiglieri comunali e delle rispetti consorti in quanti privi dei “pass” d’accesso all’area riservata al backstage. In quell’occasione il consigliere comunale Filippo Illiano (titolare di una videoteca in cui vengono venduti anche filmini hard) si scagliò verbalmente contro gli organizzatori dicendo in dialetto tarantino “Voi non sapete chi sono io, come vi permettete, questa è casa mia, io vi stacco la luce e vi caccio tutti quanti“. Salvo poi andare insieme al Pomes a caccia di autografi e selfie…mentre il vicesindaco Lonoce presente ai fatti, riuscì a ricomporre la squallida diatriba. Per la gioia delle consorti dei consiglieri, che se ne restarono comodamente sedute nel nackstage, continuando a sentirsi delle “vip” !




Operazione Alias. 52 arresti per mafia a Taranto

Dall’alba di questa mattina la Squadra Mobile di Taranto della Questura di Taranto diretta dott. Giuseppe Pititto,  sta conducendo una vasta operazione antimafia a Taranto denominata “Alias” , coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce che ha disposto l’arresto di 52 persone coinvolte a vario di titolo dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi. L’operazione, coinvolge dei presunti appartenenti a organizzazioni collegate ai clan D’Oronzo – De Vitis che vengono accusate di associazione mafiosa, traffico di droga, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi.

Schermata 2014-10-06 alle 11.58.55Tutto ha avuto inizio verso la fine dell’anno 2012 a seguito della scarcerazione, dopo oltre venti anni, dei due noti esponenti della malavita tarantina Orlando D’Oronzo e Nicola De Vitis, entrambi già condannati nel noto processo “Ellesponto” per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. Per gli inquirenti e le forze dell’ ordine  appariva forte difatti il rischio che gli stessi volessero ricostituire lo storico “clan” D’ORONZO-DE VITIS-RICCIARDI che, negli anni ’90, imperversò a Taranto, in piena alleanza con il boss Antonio Modeo detto  “il Messicano”, in contrapposizione con i tre fratelli Gianfranco, Riccardo e Claudio Modeo, dal cui scontro scaturì una guerra di malavita con oltre un centinaio di morti.

Orlando D’Oronzo e Nicola De Vitis, detti  “fratello grande” e “fratello piccolo“, tenuti in semi-libertà e soggiorno obbligato rispettivamente a Sassari e Verona, puntavano da tempo a tornare i padroni della città, come negli anni in cui si schierarono accanto ad Antonio Modeo nella sanguinosa guerra di mala contro i suoi fratelli. “Erano pronti a scatenare una nuova guerra – ha commentato il procuratore antimafia Cataldo Mottae desiderosi di vendicarsi di chi negli anni della reclusione gli ha voltato le spalle e non li ha aiutati sostenendo spese legali ed aiutando i familiari, così come vuole il codice mafioso“. Il clan aveva ripreso vecchi e nuovi collegamenti, aveva teste di ponte a Verona, mani nel racket delle estorsioni, nello spaccio di droga ed ampia disponibilità di armi. Le estorsioni venivano gestite nel “vecchio stile”, ma questa volta orientandosi a negozi ed imprenditori benestanti. Nel mirino negozi di lusso che non hanno mai denunciato, ma anche imprese di costruzioni ed amministratori pubblici come l’ex presidente dell ‘Amiu Gino Pucci, minacciato per ottenere l’assegnazione di un bar in un’area mercatale.

L’indagine ha preso il via da una lettera dell’avvocato Carlo Taormina alla Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato in cui il legale denunciava di aver ricevuto minacce telefoniche da Nicola De Vitis, un suo assistito nel processo per l’omicidio di Cosima Ceci, madre dei fratelli Modeo. “Il prestigio lo dobbiamo tenere noi qua” diceva al telefono D’Oronzo commentando la sua trattativa, poi fallita, per l’acquisto del noto ristorante Il Gambero. Il clan ricostituitosi “voleva rinnovare anche look ed atteggiamenti” ha spiegato il procuratore Motta, “la loro strategia è di allontanare l’indignazione sociale dalle attività, quasi che pagare il pizzo diventi un rischio di impresa da accettare in silenzio“. 
 

CdG confstampaLe indagini svolte hanno consentito di accertare l’effettiva ricostituzione del sodalizio criminoso D’Oronzo-De Vitis  che, hanno potuto contare rispettivamente,  su una nutrita schiera di alleati e complici sostanzialmente riconducibili a persone dei rispettivi nuclei familiari; nonché  per quanto riguarda il De Vitis,  un separato (solo logisticamente)  gruppo di pregiudicati  prevalentemente di origini pugliesi e siciliane,  residenti anche a Verona. E’ stato  accertato attraverso alcuni sequestri effettuati  la disponibilità del gruppo criminale di armi sia su Taranto  che su Verona.

Forte è stato l’interesse dimostrato dalla compagine delinquenziale nell’attività di traffico e spaccio degli stupefacenti, allacciando in particolare una serie di contatti ed affari con elementi malavitosi di origine calabrese, sarda e veronese. Accertate e  documentate dalle indagini della Polizia di Stato le attività messe in piede da parte del gruppo criminale di numerose estorsioni, effettuate in danno di imprese che operavano nel campo della edilizia stradale; che nei confronti di titolari di esercizi commerciali, cui i componenti del gruppo criminale si avvicinavano facendo valere la propria pericolosità mafiosa.

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L’accoppiata D’Oronzo-De Vitis ha costituito un essenziale punto di riferimento per i vertici delle compagini delinquenziali presenti su Taranto, sia quando intendevano avviare  alcune attività illecite richiedendo il “placet”  sia quando sorgevano particolari problematiche che potevano essere risolte solo grazie ad un intervento carismatico come quello dei due che avevano raggiunto una fratellanza criminale . L’alleanza malavitosa oltre a ricostituirsi, aveva scelto di operare con un profilo basso, senza episodi tali da allarmare le forze dell’ordine, come è stato spiegato dai dirigenti della Polizia di Stato “allontanare  l’indignazione sociale verso il fenomeno mafioso”.

L’ ordinanza di arresto è stata notificata questa mattina anche al pregiudicato Salvatore Scarcia, di Policoro (Matera), ritenuto responsabile nell’ambito dell’ inchiesta della detenzione di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, con il chiaro fine di venderla sul mercato della tossicodipendenza. Le ordinanze di arresto e carcerazione sono stati emessi dal gip Alcide Maritati del Tribunale di Lecce   su richiesta del pm Alessio Coccioli. 

Schermata 2014-10-06 alle 12.04.41Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile, hanno accertato che il gruppo criminale operava su Taranto con articolazioni a Reggio Calabria, Brindisi, Matera, Verona e Sassari. Attualmente solo due persone risultano irreperibili. Al momento è stato possibile soltanto sapere che fra gli arrestati dalla Squadra mobile di Taranto compare il nome di  Nicola De Vitis, noto pregiudicato tarantino già condannato con sentenza definitiva a 25 anni di carcere per l’omicidio di Cosima Ceci, la madre dei fratelli Claudio e Riccardo Modeo, il noto clan malavitoso che  a cavallo degli anni’80 e gli inizi del ’90 spadroneggiava nel malaffare a Taranto e provincia.  

La madre dei Modeo venne uccisa con cinque colpi di pistola, perchè avrebbe cercato di impedire ai due fratelli Giovanni e Salvatore Pascalicchio di vendere le cozze in una zona situata nei pressi della sua abitazione. Il De Vitis che attualmente si trovava  in regime di semilibertà dopo aver scontato 18 anni di carcere, in questa inchiesta viene accusato di essere stato  il mandante dell’omicidio di Tonino Santagato, avvenuto  in via Mazzini il 29 maggio del 2013 , per il quale erano già stati condannati con il rito abbreviato i fratelli  Pascalicchio a 30 anni di carcere .

POLITICA, AFFARI E MAFIA

Fabrizio Pomes

nella foto Fabrizio Pomes

Tra le persone arrestate nell’inchiesta che ha sgominato il ricostituito clan mafioso  D’Oronzo-De Vitis figura l’imprenditore-politicante Fabrizio Pomes, ex- gestore del Centro sportivo Magna Grecia ed ex segretario provinciale del Nuovo Psi, il quale dovrà rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Secondo le indagini ed accertamenti degli investigatori, il Pomes sarebbe stato un fiancheggiatore dell’organizzazione capeggiata dal boss Orlando D’Oronzo, creando per la gestione della struttura comunale cooperative di cui guarda caso facevano parte anche due pregiudicati condannati per associazione mafiosa. La gara d’appalto venne bloccata e trasformata in proroga del servizio. Ma adesso qualcuno dovrà spiegare queste connivenze. La formula giuridica scelta della Cooperativa non era casuale. Infatti i soci delle Cooperative possono essere verificabili solo presentando il libro soci. Non a caso Il procuratore di Lecce, dr. Cataldo Motta, nel commentare ed illustrare i dettagli dell’inchiesta, ha censurato anche il comportamento del Comune di Taranto che ha consentito la gestione alla cooperativa riferita a Pomes, non procedendo ai dovuti accertamenti e nonostante “episodi di morosità”.

Schermata 2014-10-06 alle 17.37.54Sarà divertente adesso vedere dove andranno a nascondersi quei giornali, giornaletti.  giornalisti e pennivendolo, che protestavano per il cambio di gestione al Centro sportivo Magna Grecia  deciso dal Comune di Taranto, che decise di mettere all’asta la concessione per la gestione della struttura pubblica sportiva Il Pomes era considerato negli ambienti politici locali molto vicino ai consiglieri comunali Filippo Illiano e Cosimo Gigante (quest’ultimo eletto nelle liste del PSIi quali sono entrambi estranei all’inchiesta giudiziaria in corso.

AGGIORNAMENTO Questa sera alle 20:45 siamo stati contattati  telefonicamente dall’ Assessore allo sport del Comune di Taranto, Francesco Cosa che è un dipendente della Polizia di Stato , ex-sindacalista ( S.I.L.P. per la CGIL) eletto nella lista civica SDS  emanazione del sindaco Ippazio Stefàno. Dobbiamo dargli atto che è assessore alo Sport soltanto da due mesi  e quindi ogni precedente responsabilità è da addebitare ai suoi predecessori sia di questa giunta che di quella che l’ha preceduta. L’ assessore Cosa ci ha manifestato la sua disponibilità e trasparenza legale che gli fa onore personalmente ed anche per la divisa di poliziotto che ancora indossa (è in servizio al Commissariato di P.S. di Martina Franca n.d.r.)  e quindi presto riceveremo le documentazioni amministrative inerenti alla vicenda del circolo sportivo Magna Grecia che essendo una struttura pubblica comunale, è assolutamente diritto conoscere, sia per i cittadini e contribuenti della città di Taranto che dei giornalisti (quelli che vanno a fondo nelle notizie) .

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Assolutamente inutile e tempo perso,  invece, riuscire a parlare con il Sindaco Ippazio Stefàno che è fuori Taranto e tantomeno con il “fantomatico” ufficio stampa dell’ amministrazione comunale che viene svolta, da un addetto che non è neanche iscritto all’ Ordine dei Giornalisti, in violazione quindi delle norme previste dalla  Legge 150/2000 (con il regolamento-dpr 422/2001) . L’articolo 9 della legge 7 giugno 2000 n. 150 (Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni)  inquadra sul piano normativa l’Ufficio stampa e prevede che “le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, possono dotarsi, anche in forma associata, di un ufficio stampa, la cui attività è in via prioritaria indirizzata ai mezzi di informazione di massa. Gli uffici stampa sono costituiti da personale iscritto all’albo nazionale dei giornalisti. Tale dotazione di personale è costituita da dipendenti delle amministrazioni pubbliche, anche in posizione di comando o fuori ruolo, o da personale estraneo alla pubblica amministrazione in possesso dei titoli individuati dal regolamento di cui all’articolo 5, utilizzato con le modalità di cui all’articolo 7, comma 6, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni (1), nei limiti delle risorse disponibili nei bilanci di ciascuna amministrazione per le medesime finalità“. Ma tutto ciò a Taranto non viene rispettato….. quindi come meravigliarsi del silenzio ed indifferenza del  Comune di Taranto alle accuse dell’ Antimafia

I COMMERCIANTI TAGLIEGGIATI

 

CdG LordIl clan D’Oronzo-De Vitis era anche molto attivo nel campo delle estorsioni e aveva preso di mira grosse attività commerciali come il negozio ‘Lord’  in via Di Palma, ed il centro ‘Ferramenta Perrone” sulla strada per S. Giorgio Jonico. Gli inquirenti hanno accennato anche all’installazione di pannelli fotovoltaici da parte di una impresa del Nord che aveva chiesto consiglio ed informazioni  ( “Chi comanda a Taranto ?”  ) ad un legale per identificare le persone a cui poter affidare il servizio di sorveglianza (assegnato poi a persone “vicine” al clan mafioso), venendo intercettati  e peraltro ricevendo inizialmente un’ informazione sicuramente poco affidabile. Il Procuratore della Dda di Lecce dr. Cataldo Motta nella sua conferenza stampa odierna, ha fatto notare che i commercianti taglieggiati non avevano riferito nulla alle forze dell’ordine, e la cosa più grave, aggiungiamo noi, è che il titolare dei negozi Lord, è anche il rappresentante di settore  all’ interno di Confcommercio Taranto.

 

I COMPLIMENTI DEL CAPO DELLA POLIZIA

 

Alessandro Pansa capo della Polizia

nella foto il prefetto Alessandro Pansa capo della Polizia di Stato

Per l’esecuzione delle ordinanze sono stati impiegati oltre 250 uomini tra personale della Polizia di Stato della Questura di Taranto e delle Questure di Verona, Bergamo, Sassari, Matera, Bari, Lecce, Brindisi, Foggia, Napoli e Reggio Calabria. Sono intervenuti anche 24 equipaggi del Reparto Prevenzione Crimine Puglia, due unità cinofile antidroga della Questura di Bari ed un elicottero del Reparto Volo di Bari.

CdG procu Motta DDA LecceIl Capo della Polizia, Prefetto Alessandro Pansa, ha telefonato questa mattina al Questore di Taranto Enzo Giuseppe Mangini per esprimere la propria soddisfazione e complimentarsi sopratutto con il personale della Polizia di Stato impegnato nell’attività investigativa che ha condotto la brillante esecuzione, ed ha telefonato e ringraziato  personalmente anche il Procuratore della Dda di Lecce dr. Cataldo Motta.

Questi tutti i nomi delle persone arrestate oggi:

 

 

CdG arrestati PS Alias

APPESO Cosimo nato a Taranto di anni 41;

BIANCHI Egidio nato a Taranto di anni 44;

BONSIGNORE Calogero nato a Taranto di anni 52;

BRUNETTI Raffaele detto “Gigetto” nato  a Taranto di anni 62;

BUZZACCHINO Christian nato a Taranto di anni 27;

BUZZACCHINO Cosimo detto “Pippo Baudo” nato a Taranto di anni 55;

CAGALI Sergio residente a Verona di anni 60;

CETERA Pietro nato a Taranto di anni 46;

D’ANDRIA Giuseppe nato a Taranto di anni 51;

D’ANGELA Francesco nato a Taranto di anni 28;

D’ORONZO Orlando nato a Taranto   di anni 56;

DE VITIS Michele nato a Taranto di anni 55;

DE VITIS Nicola nato a Taranto di anni 46;

CdG arrestati PS Alias

DI CARLO Andrea nato a Massafra (TA), residente a Taranto di anni 34

DI CARLO Gianpiero nato a Taranto di anni 35;

DIODATO Gaetano nato a Salerno, residente a Taranto di anni 45;

FORTI Davide nato a Mesagne (BR), residente provincia di Verona di anni 35;

FORTI Graziano nato a Brindisi, residente a Verona di anni 42;

GABSI Mahmoud nato in Tunisia, residente a Verona di anni 29;

GIANNOTTA Pasquale detto “Pasqualino” nato a Taranto di anni 41;

LATTARULO Francesco nato a Taranto di anni 34;

LAZZARI Carmelo nato a Brindisi di anni 42;

LEONE Francesco nato a Taranto di anni 28;

LEONE Pietro nato a Taranto di anni 57;

LUGIANO Tommaso nato a Taranto di anni 60;

MARCUCCI Fabio nato a Taranto di anni 36;

MOLLICA Leo nato in provincia di Reggio Calabria di anni 52,

MURIANNI Fabio nato a Taranto di anni 34;

NATALE Michele nato a Taranto di anni 36;

CdG arrestatiB PS Alias

ODUVER POLO Bladimir Josè nato in Colombia, residente a Verona di anni 38;

PELUSO Giovanni a Taranto di anni 53;

PIZZOLEO Angelo nato a Taranto di anni 39;

POMES Vincenzo Fabrizio nato a Taranto di anni 48;

RAIMONDI Fabio nato a Brescia residente a Villafranca di Verona (VR) di anni 35; RICCIARDI Gaetano nato a Taranto di anni 41; RIGODANZO Moreno nato a Verona, ivi residente di anni 36anni; RUGGIERI Roberto nato a Taranto di anni 51; SALAMINA Massimiliano nato a Torino, residente a Taranto di anni 44; SAPONARO Giorgio nato a S.Pietro Vernotico (BR), residente a Buttapietra (VR) di anni 32; SCARCI Francesco nato a Taranto di anni 52; SCARCIA Salvatore nato a Taranto di anni 47; SORU Manuel nato a Porto Torres (SS), ivi residente di anni 33; SORU Sandro nato a Porto Torres (SS), ivi residente di anni 32 ; VALLIN Riccardo nato a Verona, e ivi residente di anni 44 ZACOMETTI Giuseppe nato a Taranto di anni 44; ZICCARDI Gaetano nato a Napoli residente in provincia di Verona di anni 29

Tre soggetti sono sfuggiti alla cattura e sono attivamente ricercate uno dei quali si trova attualmente in Inghilterra, l’altro risiede a Verona, mentre per altre tre persone sono stati disposti gli arresti domiciliari:

BASILE Vincenzo nato a Taranto di anni 43; DI CARLO Angelo nato a Taranto di anni 45; D’ORONZO Cosimo nato a Taranto di anni 36.