Ex Ilva, slitta il ricorso del Governo contro ArcelorMittal. Bloccati alla Camera agli emendamenti per reintrodurre lo scudo penale.

ROMA – Come facilmente prevedibile si complica sempre di più la vicenda per il futuro dell’ex Ilva di Taranto. In Parlamento infatti sono “saltati” gli emendamenti con i quali si stava tentando di re-introdurre lo scudo penale per i managers ed vertici di ArcelorMittal impegnati nel piano ambientale concordato con i commissari dell’ ILVA in amministrazione straordinaria. Anche il ricorso cautelare (ex art. 700) annunciato dal premier Conte e dal ministro Patuanelli con il quale vorrebbero stoppare il recesso della multinazionale, che sta abbandonando lo stabilimento tarantino, non è stato depositato.

Bloccate anche le proposte di modifica per ripristinare lo scudo legale per l’acquirente franco-indiana presentate nell’ambito della conversione del decreto fiscale . Proprio le tutele introdotte e mantenute a suo tempo dai Governi Letta-Renzi e Gentiloni (tutti del Pd) e che dopo numerosi giri di valzer, erano state eliminate prima dal governo Conte “gialloverde” ( M5S-Lega)  ad opera del ministro Di Maio , il quale pentitosi le aveva fatte re-introddure nel Governo Conte “giallorosso” (M5S-Pd-Leu) da cui è conseguita la decisione di ArcelorMittal di lasciare l’ Italia.

Italia Viva e Forza Italia avevano presentato emendamenti in tal senso, mentre il Pd era rimasto alla finestra dando il proprio appoggio formale all’idea senza mai passare ad atti concreti in tal senso. Sullo “scudo penale” si è infine consumato lo strappo tra il premier Conte e il M5s, in una infuocata riunione con gli eletti grillini nel territorio pugliese. Questa mattina è arrivata l’ennesima follia , con lo stop agli emendamenti al dl fiscale presentati da Forza Italia sia quello di Italia Viva che chiedevano la reintroduzione dell’esonero “da responsabilità penale e amministrativa per le condotte di attuazione del Piano ambientale di Ilva“. Un rigetto quello della Commissione Finanze della Camera guidata dalla “grillina” Carla Ruocco che li ha rigettati per “estraneità di materia” anche se le forze politiche ora possono fare ricorso: l’esito dovrebbe arrivare in giornata, ma tutto ciò indubbiamente contribuisce a complicare ancora di più ogni possibile soluzione della vicenda ILVA .

Dura la reazione di Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera, che attacca la presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, Carla Ruocco (M5S) che “con una decisione miope ed estremamente grave, ha dichiarato inammissibile l’emendamento” per ripristinare immediatamente lo scudo penale. “I partiti che sostengono il Conte Bis si comportano in modo irresponsabile e bloccano, senza alcun motivo, quello che poteva rappresentare un primo tassello utile per risolvere la crisi intorno all’acciaieria di Taranto” afferma la Gelmini.

Anche la Lega di Matteo Salvini si era detta pronto a votare l’emendamento. “Lo abbiamo presentato anche noi questo emendamento, se c’è qualcosa che fa bene agli italiani la Lega la vota”. Immediata la replica via Twitter  di Carla RuoccoVergogna! Profonda indignazione per questa indecente speculazione politica sulla pelle dei cittadini di Taranto. Gli emendamenti sono stati presentati per fare un’indegna speculazione politica. Emendamento è inammissibile perché esula dalla materia del decreto fiscale. Punto!”.

L’agenzia d’informazione Agi-Agenzia Itala dà notizia che non sarà presentato nemmeno oggi al Tribunale di Milano il ricorso cautelare urgente, ai sensi dell’articolo 700 del Codice di procedura civile, con cui i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria puntavano a stoppare sia il recesso della multinazionale ArcelorMittal dal gruppo ex Ilva, sia le conseguenze che questo addio determina, su stabilimenti, impianti e dipendenti, sostenendo che  la messa a punto del ricorso cautelare, considerata un’ “operazione complessa”, necessiterà ancora di qualche altro giorno. Solitamente un ricorso cautelare urgente , dovrebbe essere esaminato dal Tribunale nel giro di una decina di giorni dalla data di deposito.

Nel frattempo i legali dell’ Ilva in amministrazione straordinaria presenteranno questa mattina all’Autorità Giudiziaria di Taranto, l’analisi di rischio per AFO2  l’ Altoforno 2 dello stabilimento siderurgico di Taranto oggetto di conflitto con ArcelorMittal che necessita di ulteriori lavori di messa a norma e di sicurezza dopo quelli già effettuati a seguito dell’incidente mortale di giugno 2015 nel quale perse la vita l’operaio Alessandro Morricella, investito da un getto di ghisa (l’uomo ne stava controllando la temperatura) incidente per il quale non si è ancora arrivati ad alcun grado di giudizio.

Il deposito dell’analisi di rischio è il primo passaggio stabilito dall’Autorita Giudiziaria. Ilva in amministrazione straordinaria guidata dai commissari nominati dall’ex-Ministro Luigi Di Maio presenterà poi entro dieci giorni i progetti specifici sempre alla magistratura,  con i relativi ordini per i lavori all’impianto e le nuove macchine da installare sull’altoforno.

Prossimamente verrà invece richiesta  una proroga per un’altra scadenza “tecnica”, anch’essa stabilita dalla magistratura per l’altoforno AFO2  al 13 dicembre. Proprio della vicenda dell’ alfotorno in questione,  il presidente del Consiglio Giuseppe Conte venerdì sera a Taranto aveva avuto un colloquio in Prefettura col procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo .

Inizia la crisi per le aziende dell’ indotto siderurgico di Taranto. Siamo spiacenti comunicare che la scrivente azienda allo Stato è impossibilitata ad erogare in data 13.11.2019 gli emolumenti di ottobre”. È il testo della lettera che questa mattina l’azienda Gamit, dell’indotto-appalto siderurgico ArcelorMittal di Taranto, ex Ilva, ha spedito a Fim, Fiom e Uilm. L’azienda non pagherà gli stipendi di questo mese perché a sua volta non si è vista saldare le fatture da ArcelorMittal per i lavori effettuati nel siderurgico. È la prima azienda che comunica ufficialmente lo stop agli stipendi mentre altre imprese hanno già comunicato ai sindacati la necessità di ricorrere alla cassa integrazione avendo cantieri fermi a causa del disimpegno di ArcelorMittal.




Il M5S litiga anche con Conte. Arcelor Mittal deposita l'atto per il recesso dell' ex Ilva di Taranto

ROMA – Sarebbe stato incandescente l’incontro di oggi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed i parlamentari pugliesi del M5s. Il presidente del Consiglio ha cercato di farli ragionare sulla possibilità di reinserire lo scudo penale, “per togliere ogni alibi ad ArcelorMittal, anche in vista della battaglia legale che ci attende” avrebbe spiegato il premier ai parlamentari grillini  . Ma Barbara Lezzi, ex- ministra nel primo governo Conte, sarebbe stata fermissima sul punto, ed avrebbe detto: “Non lo voterò mai, puoi scordartelo“.

Il premier li aveva convocati insieme al capo politico del M5S Luigi Di Maio, al ministro dello sviluppo economico  Stefano Patuanelli, ed al ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, cioè colui il quale è chiamato gestire la patata bollente in aula. “Siamo di fronte a una situazione estremamente preoccupante  ne va del nostro Sistema Paese. L’immunità è già desumibile dal codice penale, son lo scudo dobbiamo dare un segnale a Mittal e sgomberare il tavolo dagli alibi” questo il senso del ragionamento del presidente del Consiglio .

l’On. Nunzio Angiola (Movimento 5 Stelle)

Conte si illudeva di poter contare sul buon senso dei partecipanti alla riunione, mentre invece ha trovato le barricate,  anche se non tutti  fra la quarantina degli eletti in Puglia del M5S si è detta contraria. “Per principio lo sarei  ma se è utile a risolvere la situazione non possiamo permetterci di non farlo” ha spiegato l’on. Nunzio Angiola, nativo di Taranto ma eletto nella murgia barese. Uno dei partecipanti ha rivelato sotto promessa di anonimato che pochi dei presenti sarebbero più morbidi e condiviso la sua linea, mentre i tarantini ed i salentini sono stati i più intransigenti .

Angiola  è stato duramente contestato dai colleghi Giovanni Vianello e Gianpaolo Cassese, che sono intervenuti uno dopo l’altro mentre la maggior parte degli altri annuiva. Il problema vero, in realtà , quello vero, sono i tredici senatori. Sarebbe inamovibile, una pattuglia una decina di loro guidata da Barbara Lezzi, fino a qualche mese fa partecipe ai Consiglio dei ministri con l’avvocato-premier. Sarà stata la consuetudine di un anno e mezzo, la Lezzi è stata diretta ai limiti della brutalità: “Te lo puoi scordare, non lo voterò mai. Il premier  avrebbe ribattuto“Barbara come fai a non capire la gravità della situazione?”. Ad aggravare la situazione almeno altrettanti colleghi di altre regioni che li seguirebbero sulle stesse posizioni anti-Premier. Il vero problema di Conte è che al momento non ci sono i numeri al Senato .

La riunione indetta dal Premier Conte si è sciolta con un nulla di fatto, con il premier paradossalmente ancor più preoccupato di prima per l’ingarbugliarsi della situazione. Alcuni segnalano un Luigi Di Maio piuttosto defilato. Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha definito “un ricatto” quello di Arcelor Mittal , e ha più volte ribadito una posizione fortemente critica sullo scudo. Eppure è lo stesso che ha dato il via libera nel decreto Salva Imprese al comma che quello stesso scudo ripristinava, e che è stato falciato dalla fronda di Palazzo Madama.

Chi ha incontrato il premier nelle ore successive alla riunione lo descrive su livelli di rabbia mai raggiunta prima. Il problema dei numeri, almeno al Senato, è una vera e proprio frana nella strada da percorrere per portare in sicurezza la questione dell’Ilva. Oltre alla Lezzi, sono otto i deputati grillini pugliesi,  ad aver sottoscritto l’emendamento che ha cancellato le tutele legali ed acceso la miccia che ha portato i franco indiani a far deflagrare la bomba sociale dello stabilimento siderurgico di Taranto ed i problemi connessi alla questione. I firmatari del M5S sono Donno, Romano, Quarto, L’Abbate, Garruti, Pellegrini, Mininno, Dell’Olio. con il rischio che la “truppa” dei congiurati contro Conte,  potrebbe ampliarsi e inglobare colleghi che pugliesi non sono, come   accaduto anche con Gianluigi Paragone. Uno di loro dice: “Se Conte dice che scudo non serve perché lo ripropone? Fa parte di un pacchetto? Ma allora ci sono anche gli esuberi. Perché non ci parla chiaro?”. Un altro invece pone una questione meramente politica: “Cedere al ricatto di un’azienda che ha sottoscritto un contratto con lo stato sarebbe devastante per la tenuta politica del governo”.

Il capo politico del Movimento 5 Stelle sa perfettamente che rischia di perdersi il Movimento per strada. Per questo ai suoi continua a ripetere che su questo tema la linea la deve dare il gruppo, la volontà dei parlamentari non può essere forzata. Una posizione attendista in attesa che il lavorio del premier e di D’Incà per convincere i più riottosi, almeno quelli necessari a non far cadere il governo o a rendere plasticamente necessario trovare maggioranze alternative, faccia breccia. “Alcuni sono più dialoganti – spiega a Huffpost una fonte di governo che si sta occupando del dossier – Potrebbero convincersi che non c’è altra strada”. Il percorso è lungo e accidentato: “Per questo per tutta la settimana si lavorerà in questo senso”.

In gioco è la tenuta del governo, ecco perche Conte vuole salvare l’Ilva ad ogni costo. Il suo problema che lo deve fare senza alterare la maggioranza che lo sostiene. Luigi Di Maio è stato chiaro in proposito: “Se qualcuno forzasse sullo scudo, e passasse con voti decisivi dell’opposizione, la crisi si aprirebbe di fatto”. Il riferimento è chiaramente collegato all’emendamento al decreto fiscale presentato da Italia viva , e alla tentazione che per un istante ha accarezzato il Pd di poter procedere allo stesso modo.

Anche Di Maio è in una strettoia, non è contrario all’immunità, che per altro era entrata nel “decreto Salva imprese” anche con il suo placet, salvo poi essere cancellata dall’ormai famigerato emendamento. E sullo scudo penale non vuole e non può fare alcun braccio di ferro con chiunque, sopratutto per sua convinzione personale. Ma anche perché sa che ne va della tenuta del Movimento. Per questo sono giorni che ripete: “Su questo non possiamo permetterci forzature, decide il gruppo”.

Al momento nell’agenda di Conte non vi è alcun incontro con Mittal, anche se il capo del governo spera che il tempo lavori a suo favore e che avvenga qualcosa. Giovedì in Consiglio dei ministri raccoglierà le proposte per un piano complessivo per il risanamento di Taranto, un tentativo di dare un segnale concreto del lavoro per il risanamento della città in attesa che la matassa si sbrogli. Ma anche un altro modo per dimostrare operatività in una situazione in cui, sul problema dei problemi, ancora non si è capito che pesci pigliare. Una fonte vicina a Palazzo Chigi spiega che un’interlocuzione informale con i vertici dell’azienda sia tessuta lontana dai riflettori incessantemente, ma che finora si sia sempre ritrovata in un vicolo cieco. “Sono certo che il governo tutto saprà lavorare da squadra, con unità e compattezza, per trovare una soluzione concreta per l’Ilva”, dice in una nota Di Maio.

Sa che il Pd si sta schierando dietro il presidente del Consiglio sull’operazione scudo. Il segnale è arrivato con la rinuncia all’emendamento per forzare. “Conte sta lavorando a una soluzione per salvaguardare il polo produttivo”, ha dichiarato Nicola Zingaretti dagli Stati Uniti. Nella nota invece del capo politico del M5S anche un segnale interno: “Tutto il M5s sostiene l’azione di governo”. Un messaggio ambiguo rivolto ai dissidenti, ma anche una maniera per dire a Palazzo Chigi che si procederà anche tenendo conto delle loro posizioni.

Il pontiere è il ministro dello Sviluppo economico Patuanelli che si è recato a Palazzo Madama, per riunisce i senatori di cui è stato apprezzato capogruppo. Si fa latore di una possibile mediazione: “No a uno scudo penale sine die – commenta la proposta il “grillino” Ugo Grassi –  Meglio invece una norma di diritto speciale, una norma ad hoc che potrebbe essere accettabile se avesse una scadenza temporale. Ma affinché questa scadenza sia accettabile, deve essere agganciata a un programma di decarbonizzazione”.  Proprio nelle stesse ore in cui il ministro Patuanelli si aggirava fra gli uffici del parquet del Senato, la Lezzi ostentava un’inusuale presenza nel Transatlantico di Montecitorio.

Si fermava a parlare con De Lorenzis, Cassese e Ermellino, deputati che condividono la sua posizione, in favor di cronisti. Un onorevole vicino a Di Maio commentava: “Guardali là, un consiglio di guerra”. La proposta della senatrice ribelle è nota: chiudere le aree a caldo del polo siderurgico tarantino, riconvertirle in aree a freddo e destinare gli operai alle opere di bonifica. Equivarrebbe a demolire il piano industriale in atto, quello stesso non considerato da Arcelor Mittal redditizio e dal quale proprio oggi ha avviato giuridicamente l’abbandono.

il cortile interno di Palazzo Chigi

Sono oltre quaranta gli “invitati” al vertice di maggioranza sulla manovra che si riunirà a Palazzo Chigi giovedì sera . Da quanto si apprende, la convocazione alla riunione è stata indetta dal premier Giuseppe Conte,  con una email inviata del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, indirizzata a tutti i sottosegretari all’Economia, ai capigruppo dei quattro partiti di maggioranza, ai capigruppo in commissione, ed ai presidenti di commissione a Carla Ruocco e Daniele Pesco. In totale sono 37 i destinatari della missiva, tra deputati e senatori. A loro si uniranno anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e i capi delegazione al governo dei partiti. La riunione inizierà dopo il Consiglio dei ministri convocato alle 16.30, nel quale Conte avvierà la discussione sui progetti per il “cantiere Taranto”.

La lettera di Conte ai ministri del suo Governo

Palazzo Chigi potrebbe convocare oggi un nuovo vertice per fare il punto della situazione, che, invece di procedere verso una possibile soluzione ha fatto ulteriori passi nel suo ingarbugliarsi. A sera dalla sede della Presidenza del Consiglio esce un collaboratore del premier Conte. Quando gli si nomina la Lezzi la sua non risposta parla da sè ed è molto più eloquente di mille parole.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in vista del Cdm di giovedì 14 novembre ha scritto ai ministri  per invitarli a contribuire in termini di idee e proposte alla ristrutturazione e alla riconversione dell’area industriale di Taranto, in pericolo  dopo l’annunciato addio di ArcelorMittal dello  stabilimento siderurgico ex Ilva. Questa la lettera, che è stata pubblicata dal quotidiano La Repubblica:

“Gentile Ministro,

durante la mia recente visita a Taranto, ho potuto constatare come la vicenda dello stabilimento industriale ex Ilva costituisca solo un aspetto, seppure di assoluto rilievo, di una più generale situazione emergenziale in cui versa la città e la sua popolazione. Il rilancio dell’intera area necessita di un approccio globale e di lungo periodo. La politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa, che coinvolge valori primari di rango costituzionale, quali il lavoro, la salute e l’ambiente, tutti meritevoli della massima tutela, senza che la difesa dell’uno possa sacrificare gli altri. Per questo, reputo necessario aprire un “Cantiere Taranto”, all’interno del quale definire un piano strategico, che offra ristoro alla comunità ferita e che, per il rilancio del territorio, ponga in essere tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale”.

“I processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture di una determinata area geografica – come dimostrano alcune esperienze in italia e in europa – si portano a compimento solo attraverso politiche coordinate e sinergiche, che coinvolgano tutti gli attori istituzionali – in primis il Governo -, le associazioni di categoria, i comitati locali e tutte le forze produttive del paese. A tal fine, in vista del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre, ti invito, nell’ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee.

La discussione potrà quindi proseguire all’interno della cabina di regia che ho intenzione di istituire con l’obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili. Al riguardo, ti anticipo che il ministro della difesa, onorevole Lorenzo Guerini, mi ha comunicato l’intenzione di promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale, mentre il ministro per l’Innovazione, onorevole Paola Pisano, mi ha rappresentato la volontà di realizzare un progetto di ampio respiro, affinchè Taranto possa diventare la prima città italiana interamente digitalizzata”.

“Confidando nella tua collaborazione, ti ringrazio fin d’ora per il contributo che potrai offrire alla definizione di un progetto che considero prioritario per l’azione di Governo”.

Come ampiamente previsto dal nostro giornale e direttore, Arcelor Mittal va avanti imperterrita nel suo disimpegno dall’ex Ilva. I legali della società hanno depositato in Tribunale a Milano l’atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all’acquisto, dell’ex Ilva,  per l’iscrizione a ruolo . Il documento si trova già sul tavolo del Presidente del Tribunale di Milano Roberto Bichi. Con il deposito, la causa è stata quindi iscritta a ruolo ed ora il presidente Bichi in base a rigidi criteri tabellari dovrà assegnare il procedimento ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.

L’atto di citazione è il documento con il quale la società del Gruppo Arcelor Mittal ha formalizzato l’espressa volontà di recedere dal contratto di affitto che, secondo l’accordo, avrebbe dovuto portare all’acquisto. previsto il primo maggio 2021. Di fronte al passo formale, ed al mancato incontro dei Mittal con il Premier Conte, i sindacati dei metalmeccanici rimarcano che secondo il loro punto di vista non sussistono le condizioni per la rescissione. Fiom, Fim e Uilm, indicando come “urgente l’incontro ed il confronto per discutere sulle prospettive e sul rispetto degli accordi e degli impegni assunti” ed auspicano che la sede sia il Ministero dello Sviluppo.




Italia Viva presente un emendamento per rimettere lo scudo penale sull'ex Ilva

ROMA – La vicenda dell’ ex-ILVA si prende la scena sul palcoscenico  nell’ambito del percorso parlamentare del decreto fiscale, con la presentazione degli emendamenti dei “renziani” di Italia Viva che nella Commissione Finanze della Camera dei Deputati, hanno introdotto e presentato un doppio emendamento nell’ambito della conversione del decreto: la proposta ha di fatto  l’effetto di ripristinare lo scudo penale per ArcelorMittal, quello che metteva al riparo i commissario dell’ amministrazione straordinaria statale ed i manager dai processi per quel che concerne l’attività di esecuzione del piano ambientale dell’acciaieria tarantina.

Una protezione al momento abrogata dal M5S (con voti anche del Pd e di LeU) dopo una serie di cambi d’idee, motivo per cui la multinazionale franco-indiana aveva annunciato e confermato la decisione di abbandonare Taranto e l’ Italia, dove erano presti 4 miliardi e mezzo di investimenti, chiedendo al tribunale di Milano di annullare il contratto successivo alla gara internazionale, grazie alla quale si era aggiudicata l’acciaieria.

Gli emendamenti sul caso-Ilva di Italia Viva sono due: uno valido per il caso di “specie” dello stabilimento di Taranto, ed uno in via generale per le imprese eventualmente impegnate nel contesto di un processo produttivo per realizzare un’opera di bonifica ambientale.

Nel pacchetto di modifiche presentate dai “renziani” vi sono delle misure correttive relative all’articolo 4 (quella limita una ulteriore burocrazia alle imprese, assolutamente non necessaria ), una per l’articolo  39 (quello sui reati tributari), l’accelerazione dei fabbisogni standard per i comuni, il sostegno al settore agricolo, le semplificazioni fiscali, il blocco delle aliquote locali. Le proposte di Italia Viva  sono 58 in tutto: la grande maggioranza di esse si concentra proprio sul fronte dei reati tributari.

I Cinque stelle sono sul piede di guerra e la presidente della Commissione Finanze, la “grillina” Carla Ruocco, sembrava intenzionata a dichiararlo inammissibile. Il guanto di sfida resta però sul tavolo e dagli uomini del Pd – visto il clima – sono partiti degli sms in direzione Movimento5 Stelle per far sapere e rassicurarli che l’emendamento da loro non verrà preso in considerazione.

Gli emendamenti targati Partito democratico sono ancora più numerosi  : ne hanno presentati 200 con l’impegno a scremare a circa 140 le proprie proposte di modifica su cui concentrare l’esame . Da quanto si apprende dall’interno della Commissione, però non è stato presentato dal Pd alcun emendamento per reintrodurre lo scudo penale per ArcelorMittal nella realizzazione del piano per l’ex Ilva. Il Pd inizialmente nel recente passato si era manifestato pubblicamente pronto ad attivarsi per la via parlamentare sul tema, possibilmente con una norma valida per tutti i casi e non “ad hoc” su Taranto.

Oggi pomeriggio il premier Conte dovrebbe nuovamente incontrare a Palazzo Chigi i vertici di Arcelor Mittal per tentare di riaprire la trattativa sull’Ilva di Taranto. Sempre che dopo l’incontro con i Mittal ci sia ancora qualcosa di cui discutere, Conte, avrebbe pianificato anche di incontrare tutti i deputati e senatori grillini del territorio, e quelli capitanati dalla senatrice Barbara Lezzi, che di scudo penale non vogliono sentir parlare e potrebbero far mancare la maggioranza al Governo. Ed a questo punto, qualora venisse posta la fiducia, anche il governo giallorosso, come quello gialloverde entrerebbe a far parte drl libro dei brutti ricordi.




Elezioni in Umbria. Le ragioni del trionfo di Salvini e le cause del "crollo" M5S

ROMA – La vittoria del centrodestra in Umbria è stata netta nei numeri e persino superiore alle aspettative della vigilia, assolutamente incontestabile : Donatella Tesei ha prevalso ottenendo il 57,55 per cento dei voti rispetto al 37,49 per cento racimolato da Vincenzo Bianconi il candidato del patto-compromesso stipulato tra M5S e centrosinistra . Guardando al risultato delle singole liste, è chiara ed evidente anche l’affermazione della Lega di Matteo Salvini che arriva al 37 per cento, mentre per contro il suo ex alleato di governo Luigi Di Maio vede il simbolo delle Cinque Stelle precipitare al 7,41 per cento. Dalle urne, quindi, esce un verdetto che apre tanti interrogativi sullo scenario politico nazionale, con possibili ricadute sul governo e nei rapporti tra i partiti che lo sostengono. Analizziamo in rapida sintesi cosa ha detto, come va interpretato, il voto in Umbria.

Il boom dell’affluenza

Gli elettori umbri hanno cancellato anche un luogo comune, cioè il crescente disinteresse dei cittadini per la politica. Nulla di tutto ciò  è accaduto tra Perugia e Terni,  considerato che l’affluenza è cresciuta del +13 per cento, toccando il 64 per cento, rispetto a cinque anni fa . Evidentemente, c’era negli umbri una grande voglia di cambiamento, o comunque la volontà ef di mandare un segnale forte e chiaro. E gli elettori si sono presentati alle urne per fare sentire la loro voce.

Il trionfo di Salvini

Matteo Salvini ha così “vendicato” la traumatica fine del governo gialloverde. Alle Regionali umbre Salvini ha dedicato il massimo impegno, ha battuto città e paesi per tre settimane, riempiendo ovunque le piazze. Capiva perfettamente di giocarsi molto, soprattutto per cancellare i dubbi di chi gli imputava di essersi fatto sfilare la poltrona di ministro dell’Interno per una ingenuità. Ha imposto la sua candidata e a colpi di comizio, tweet, dirette Facebook l’ha portata al trionfo, espugnando per la prima volta una Regione rossa.

Meloni doppia Berlusconi

Nel campo del centrodestra, detto della forte affermazione della Lega, ha motivo di stappare bottiglie di spuntante anche Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni va in doppia cifra e conquista il 10 per cento arrivando quasi a doppiare Forza Italia (ferma al 5,5 per cento).

Il tracollo di Di Maio

Al contrario, chi esce con le ossa rotte dal confronto elettorale umbro è il Movimento 5 Stelle e il suo capo politico. Il risultato finale è pesantissimo, con quel 7 per cento che vede i pentastellati finire dietro anche Fratelli d’Italia (fino a poche settimane fa , un risultato inimmaginabile). A caldo le analisi portano a ritenere un errore l”alleanza, mascherata da accordo civico, con il Pd, ma approfondendo l’analisi non è difficile rintracciare altri motivi che portano alla clamorosa sconfitta, a partire dalle feroci divisioni interne sempre più evidenti.

“Il Pd ci fa male come la Lega, nello stare al Governo insieme”. Lo ha detto il leader politico del M5S Luigi Di Maio in un’intervista a Skytg24. Quello in Umbria “era un esperimento. Non ha funzionato questo esperimento. Tutta la teoria per cui si diceva che se ci fossimo alleati con un’altra forza politica saremmo stati un’alternativa non ha funzionato”, ha aggiunto parlando di “strada impraticabile” per il patto Pd-M5s.

La clamorosa e pesante sconfitta del M5s in Umbria “brucia”non poco in casa grillina. Il loro movimento ha subito un crollo alle regionali, raggiungendo a malapena il 7,4% dei voti,  risultato pesante, soprattutto se confrontato con le precedenti competizioni elettorali. Infatti il M5S  alle Europee, aveva ottenuto il 14%, cioè esattamente il doppio di quanto ottenuto ieri, un crollo ancora più pesante se si confronta il risultato odierno al voto delle ultime Politiche, in occasione delle quali il movimento guidato da Luigi Di Maio aveva superato il 27%, il che significa aver perso 3 elettori su 4 !

Immediatamente sono arrivate, una ad una, le autocritiche, rivolte in maniera più o meno velata al capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Tra le voci che si levano c’è quella di Barbara Lezzi che su Facebook ha scritto : “Non posso, con rammarico, rivendicare la proposta di convocare un’assemblea del movimento 5 stelle. Tutto il movimento e non solo degli eletti. Ma i colleghi che lo hanno fatto, o intendono farlo, sarebbero coloro che, sempre attaccati alla poltrona (sicuri che regga l’accusa?) non riconoscerebbero il buono di questo accordo. Peccato che non venga riconosciuto neanche dagli elettori”.

“No, non sono affatto contenta del risultato – aggiunge la Lezzi -. Mi addolora, mi fa arrabbiare. Non me lo aspettavo così deludente. In umbria non siamo stati alternativa. Non siamo stati il cambiamento di cui c’è ancora estrema necessità. Siamo sfuggiti alla politica. Questo è un dato di fatto di cui tutti dovremmo farci carico e avremmo il dovere di assecondare la necessità di un confronto costruttivo per individuare alternative, ormai, indispensabili. Ci sono le proposte, ascoltiamoci. Il movimento merita e ha bisogno, ora più che mai, della voce di tutti coloro che ci hanno sempre creduto, che lo hanno costruito e che lo hanno raggiunto negli anni. Nessuno sia escluso”.

Dure critiche alla leadership Di Maio arrivano anche Mario Michele Giarrusso: “Questo non è il Movimento 5 Stelle per cui abbiamo lavorato tanti anni e con tanta fatica”. Il politico punta il dito contro alcuni suoi colleghi, nei cui confronti esprime parole velenosi. “Ogni volta che un attivista vede uno Spadafora, un Buffagni o una Castelli, viene colto da conati di vomito e fugge via disgustato. Dobbiamo dire basta a questi frutti avvelenati ed a chi li ha coltivati, sostenuti e difesi”.

 Al coro degli scontenti si aggiunge Carla Ruocco: “Occorre rimettere in discussione la linea adottata e puntare sulle competenze, che nel M5s ci sono ma non sono utilizzate al meglio”, scrive sul suo profilo Twitter. “Meritocrazia e trasparenza devono essere riportate al centro”, aggiunge la presidente (M5s) della commissione Finanze della Camera.

Il premier Giuseppe Conte commenta la sconfitta in Umbria: “Non amo i tatticismi, rifarei Narni”

In mattinata,  aveva citato la canzone “Meraviglioso” di Domenico Modugno a chi gli chiedeva, mentre faceva il proprio ingresso all’iniziativa di Poste italianeSindaci d’Italia”, se si sentisse messo in discussione dopo la sconfitta in Umbria della maggioranza giallorossa, Conte ha risposto “Ho il cielo, il sole, il mare”, indicando il sole di fronte al centro congressi “La Nuvola” progettato da Massimiliano Fuksas nel quartiere Eur di Roma. Sul risultato elettorale, il premier ha aggiunto che si tratta di “un test da non trascurare affatto” ma “noi siamo qui a governare con coraggio e determinazione, il nostro è un progetto riformatore per il Paese. Un test regionale non può incidere, se non avessimo coraggio e lungimiranza sarebbe meglio andare a casa tutti”.

La batosta del Pd

Anche il Partito democratico certamente non ha proprio nulla da esultare. Ha sempre governato la Regione Umbria ed ora esce ridimensionato dal voto portando a casa un misero 22 per cento. Paga lo scandalo giudiziario sulla sanità umbre che ha portato alle elezioni e che ha visto coinvolta la Presidente uscente. Il Pd sicuramente deve riflettere sulla opportunità di una alleanza  con il Movimento 5 Stelle che gli elettori, almeno quelli umbri, hanno dimostrato di non gradire. I dem, rimangono più possibilisti su patti futuri a livello locale. Il segretario Nicola Zingaretti in un lungo post su Facebook ribadisce come il Pd si sia attestato sul 22,3% nonostante la scissione renziana e rappresenti “l’unico credibile pilastro di un’alternativa alle destre“. Sostiene che l’alleanza sui territori con il M5s vada valutata caso per caso. E rivolge un appello a una maggiore unità della coalizione: “Sin dal primo istante ho ripetuto e confermo: non si può governare tra avversari e nemici. Nessun membro dell’alleanza può augurarsi o lavorare per la distruzione dell’altro”. e conclude: “L’alleanza ha senso solo ed esclusivamente se vive in questo comune sentire delle forze politiche che ne fanno parte, altrimenti la sua esistenza è inutile e sarà meglio trarne le conseguenze”.




Il limite dei due mandati non si tocca. Casaleggio avverte Di Maio

di Alberto Ferrigolo (AGI)

“Il limite massimo dei due mandati non è modificabile, abbiamo sempre detto che la politica non è un mestiere”. Così si esprime Davide Casaleggio, figlio ed erede di Gianroberto, fondatore con Beppe Grillo e gran guru del Movimento 5 Stelle scomparso nell’aprile del 2016, in un passaggio – quello principale – di un ritratto di ben due pagine dedicato dall’edizione cartacea del parigino Le Monde al Movimento grillino e all’”Invenzione del populismo 2.0” in Italia, terza puntata d’una serie di sei dedicata all’Europa e alla “democrazia in crisi” alla vigilia del voto di domenica prossima. Passaggio che il quotidiano francese legge chiaramente come un messaggio diretto “destinato a Luigi Di Maio, che ha espresso la volontà di far saltare una limitazione che lo riguarderà in prima persona alla fine dell’attuale legislatura”.

L’arma in più di Salvini

Articolo ripreso anche dall’edizione cartacea de La Stampa di Torino, che così commenta: “Questa fase di caotica rissa quotidiana tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma non lo è. Sullo sfondo del conflitto sceneggiato a favore delle urne c’è sempre, sia nella Lega sia nel M5S, il retropensiero della regola aurea dei due mandati che rende i 5 Stelle azzoppati nella competizione con i leghisti”.

Per il quotidiano sabaudo, questa discrepanza sui mandati tra 5Stelle e Lega “è l’arma in più di Salvini”, ovvero quella che “potrebbe usare per scatenare la crisi, o per scongiurarla costringendo i grillini a subire la sua agenda. A seconda di quale sarà la convenienza. È un margine di vantaggio indiscutibile, che Di Maio ha ben presente. E nei calcoli che il capo politico sta facendo da mesi, in uno scenario fosco di probabile rottura della maggioranza, è un fattore che viene tenuto in grande considerazione”.

Nel passaggio del colloquio con Le Monde, Casaleggio ricorda anche che Di Maiodovrà fare i conti con lui dopo la sicura sconfitta elettorale che si profila” mentre il quotidiano sottolinea “Casaleggio vuole poter nominare il successore di Di Maio mentre questi tenta di emanciparsi e di perpetuare il proprio potere”. Parole dure, se confermate, nella versione che ne dà il quotidiano parigino.

Osserva oggi La Stampa:Quando dai vertici del M5S, a fine 2018, filtrò l’indiscrezione che si stava ragionando su possibili deroghe che avrebbero frantumato il divieto di andare oltre i due mandati, il ragionamento del leader era proprio questo: ‘Se Salvini vorrà capitalizzare il suo consenso lo farà sapendo che noi potremmo non avere la possibilità di ricandidarci e quindi che, a differenza loro, vogliamo restare a tutti i costi al governo’”.

Chiosa ancora il giornale sabaudo: “È, come si diceva, un punto debole, perché agli occhi dei grillini consegna a Salvini un potere di ricatto politico. Se il leghista decidesse di andare al voto sarebbe la decapitazione dei vertici M5S al governo. E ricordare, proprio oggi, a tre giorni dal voto, come ha fatto Casaleggio, che questa regola c’è ed è intoccabile, non è una mossa che avvantaggia Di Maio. Anzi”.

I nomi illustri a rischio

E in effetti, per il Movimento potrebbe essere un traumaOttantatre risultano all’Agi essere infatti, tra deputati e senatori, gli esponenti grillini già al secondo mandato che – secondo le regole e lo statuto del Movimento, che ora Di Maio vorrebbe cambiare -, non potranno ricandidarsi in parlamento su un plafond di 2.868 “politici eletti nel Movimento 5 stelle o nominati nelle giunte comunali” come si può leggere sul sito Open Polis secondo una ricerca che porta la data del 19 marzo scorso. Che azzarda un’ipotesi:  “Eliminare la regola dei due andati può aiutare il M5S a formare una classe dirigente”. Ma se le regole cambiassero potrebbero correre invece per le elezioni locali. E tra questi ci sono figure di spicco del Movimento. Vediamole.

Cinquantasei sono pertanto i deputati già al secondo mandato che dovrebbero fare ritorno a casa lasciando lo scranno di Montecitorio. Tra i nomi più noti, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il viceministro per l’Economia Laura Castelli, lo stesso Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri, il Presidente della Camera Roberto Fico, il ministro senza Portafoglio Riccardo Fraccaro, la ministra della Salute Giulia Grillo, e poi Carla Ruocco, Giulia Sarti, Carlo Sibilia, sottosegretario agli Interni.

Ventisette sono invece i senatori che dovrebbero lasciare Palazzo Madama. Tra i nomi più in vista, il sottosegretario Vito CrimiElena FattoriMichele GiarrussoElio Lanutti, la ministra per il Sud Barbara LezziPaola Nugnes, la vicepresidente del Senato Paola Taverna, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.




Di tutto di più …

L’esponente del M5s Alessandro Di Battista  parlando dell’inchiesta delle Iene che ha scoperto un lavoratore in nero nella ditta dello stimato papà Vittorio, fiero fascista

(Sospiro iniziale) “Ci tengo a raccontarvi una cosa. Ho chiesto a mio papà, ma è tutto a posto con le assunzioni? Mi ha detto di no, e mi sono incazzato come una bestia” (fonte: diretta Facebook)

Leggiamo dall’account ufficiale del partito, @LegaSalvini, che rilancia la proposta avanzata in un articolo di AffariItaliani.it

Salvini paciere dei mari. La proposta: dargli il NOBEL PER LA PACE

La parlamentare Teresa Manzo (Movimento5 Stelle) nata in provincia di Napoli, 32 anni, diploma di istituto tecnico commerciale e impiego presso un patronato: durante un singolo intervento alla Camera è riuscita ad infilare una raffica-record di strafalcioni, stabilendo un nuovo primato

È tutto un POPULARSI di opinioni”, “Avete favorito i truffatori e non avete tutelato i truffati. Ricordatelo! Ricordatelo!”, “Se ne sono dovuti andare per trovare maggiore ricchezza e maggior DETTAGLIO in un altro Paese“, “Non vedremo più politici che incassano il vitalizio a SBAFFO!“, “Toglieremo i giovani da quel divano che erano stati messi lì A PARCHEGGIO. Volevate che fossero a parcheggio, ma non è così con la manovra del cambiamento!“, “Il jobs act ha PRECARIATO milioni di giovani”

Intervistata dal Corriere del Mezzogiorno, l’onorevole pentastellata Teresa Manzo ha provato a mettere una pezza sull’intervento alla Camera, divenuto oramai virale, incappando però in un nuovo svarione lessicale (e non solo)

Sentivo questo alito di responsabilità di intervenire davanti al Governo. Ad un certo punto ho visto tutto bianco e non ho avuto più salivazione, era completamente azzerata. Consideri che io non vengo dalla politica. Sono un cittadino. Noi 5 stelle non siamo incompetenti, ma inesperti. Prima di iniziare la nostra attività parlamentare abbiamo seguito un corso preparatorio. Io non sono una economista, ma mi sono fatta una infarinatura del bilancio statale. Mi piacerebbe essere ricordata come quella che disse popularsi, ma ho mantenuto le promesse, contribuendo a fare dell’Italia un paese AUTORITARIO” (autorevole, magari, ndr)

Lucio Dattola consigliere comunale di Forza Italia risponde con il SALUTO ROMANO alla segretaria del Consiglio Comunale di Reggio Calabria, durante l’appello

Dattola Lucio…”. Ed il consigliere forzista, con il braccio teso: “A noi!

Diego Fusaro filosofo anticapitalista ed intellettuale di riferimento del governo gialloverde

Gheddafi cercava di sottrarsi alla presa mortifera del colonialismo europeo, morì da combattente eroico come CHE GUEVARA” (L’Aria che Tira – La7)

Il commento imbarazzante e volgare di Manlio Di Stefano sottosegretario 5 Stelle agli Affari esteri, espresso sul Premier francese

Macron ha la sindrome del pene piccolo” (fonte: Facebook e Il Fatto Quotidiano)

Il candidato alla segreteria Pd Francesco Boccia in un video su Facebook

Pronti? Io con il monopattino sto andando al circolo per votare il nuovo segretario Pd. Gli altri con le corazzate, le macchine, i macchinoni, e noi col monopattino: è veloce e non inquina!

La parlamentare Fdi Daniela Santanchè a “Non è L’Arena“, su La7

Non si può andare in Rai a dire che esistono generi diversi. In natura chi ha la vagina è femmina, chi ha il pene è maschio. Lei Vladimir ha il pene, e quindi è un uomo. Io ho la vagina quindi sono femmina“. E la Luxuria: “Ma non mi parli di natura proprio lei, che ha fatto più interventi chirurgici di me… sei più trans di me, Daniela!

Il leader M5s Alessandro Di Battista su Facebook

MENO MALE CHE C’È PUTIN. Per la pace a livello mondiale una Russia forte politicamente è fondamentale (…)

L’ex consigliere leghista Renzo Bossi detto il Trota, in posa con la seguente citazione

‘Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere‘ (Dalai Lama)” (fonte: Instagram)

Il premier Giuseppe Conte ospite in Piazza Affari a Milano, ha suonato la tradizionale campanella che dà avvio alle contrattazioni

Devo suonare ancora? Ma voi volete Fra Martino campanaro…

Luca Morisi  braccio destro di Matteo Salvini  

Ma quanto è straordinariamente bravo il Capitano questa sera da Floris??? Pure con standing ovation finale tra il pubblico! Meno male che c’è Salvini! 🔝🔝🔝(fonte: Facebook)

Il giornalista @FedeMello ha pubblicato l’elenco di tutte le persone bullizzate dal nostro ministro dell’Interno Matteo Salvini, in soli 8 mesi di governo

PERSONE ATTACCATE DA MATTEO SALVINI DAL PRIMO GIUGNO A OGGI: Gad Lerner; Roberto Saviano; Laura Boldrini; Gino Strada; Padre Zanotelli; don Paolo Tofani parroco di Pistoia; Matteo Renzi; Maria Elena Boschi; Aboubakar Soumahoro; Eugenio Scalfari; Elsa Fornero; Alan Friedman; JAx; Emanuel Macron; Luigi De Magistris; Enrico Rossi; il settimanale Left; Leoluca Orlando; Maurizio Martina; Claudio Baglioni; Massimo Cacciari; Famiglia Cristiana; Luciano Canfora; Mario Monti; Heater Parisi; Susanna Camusso; Francesca Re David; il prof. Alex Corlazzoli; Fabio Fazio; Morgan; Carlo Lucarelli; l’Associazione Nazionale Partigiani; la Cgil; l’Arci; Piero Sansonetti; Valentina Nappi; Giuseppe Genna; Marco Minniti; Pamela Anderson; Gonzalo Higuain; Frankie Energy; i Pearl Jam; Beppe Sala; Jean-Claude Juncker; Tito Boeri; Armando Spataro; Mario Draghi; monsignor Galantino; l’Unicef; Mimmo Lucano; Virginia Raggi; Roberto Fico; Mario Balotelli; il rapper Gemitaiz; Asia Argento; Fiorella Mannoia; Nina Zilli; Ghali; Oliviero Toscani; Chef Rubio; Michele Riondino; Don Biancalani; il sindaco di Latina Damiano Coletta; Pif; il rapper francese Nick Conrad; l’Associazione Nazionale Magistrati; il ministro del Lussemburgo Jean Asselborn; Spike Lee; Ugo De Siervo; Pierre Moscovici; Gianluigi Donnarumma; Giovanni Malagò; il rapper Salmo; Michela Murgia; la preside della scuola elementare Anita Garibaldi di Terni; la Cina; Avvenire; Hezbollah; il vescovo di Caltagirone; , il ministro francese Nathalie Loiseau; Marco Damilano; Vauro; Yanis Varoufakis; Repubblica; Giampiero Mughini; il sindaco di Barcellona Ada Colau; Martin Schulz; Federico Fubini; Reinhold Messner; Lello Arena; Valeria Fedeli; Udo Gumpel; il Roma Pride; Emma Bonino; Fabrizio Corona; la Coca-Cola… 

Il tweet su Salvini di Isabella Zani fondatrice della sezione traduttori editoriali (Strade) della Cgil

Non voglio che si dimetta. Non voglio che perda l’incarico. Non voglio che finisca in galera. Io lo voglio MORTO

Sul profilo Facebook dell’associazione Anpi Rovigo compare un post delirio-negazionista sulle foibe

Eh sarebbe bello spiegare ai ragazzi delle medie che le foibe le hanno inventate i fascisti, sia come sistema per far sparire i partigiani jugoslavi, che come invenzione storica. Tipo la vergognosa fandonia della foiba di Basovizza…”. (Antonella Toffanello, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di Rovigo: “È un intervento scritto non so neppure da chi, ma ne prendiamo le distanze. Non rappresenta il nostro pensiero”)

L’annuncio del Cav. Silvio Berlusconi a social unificati

“‘L’Italia è il Paese che amo’. 25 anni fa mi rivolsi agli italiani con queste parole per chiedere di unirsi a me per salvare l’Italia. E con queste parole mi rivolgo a voi ancora oggi. Torno in campo perché il nostro Paese lo merita, gli italiani lo meritano, i nostri figli lo meritano. Forza Italia!

L’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero e la pensione

“Passo le mie giornate così, leggo, studio, dialogo. E quando posso vado in campagna, dove ho un orto. Ora coltivo degli spinaci e delle rape, poi d’estate mi crescono i pomodori e le patate. (…) La mia unica debolezza? Le creme per il viso, sì, ci sta, però non ho mai fatto ’punturine’. Mio marito mi dice: comprati la Nivea, spendiamo meno!” (fonte: Un Giorno da Pecora -Rai Radio 1)

Pochi giorni fa il ministro del Lavoro Luigi Di Maio evocava un nuovo boom economico, nel frattempo l’Italia è entrata ufficialmente in recessione tecnica

Il premier Conte: “Mi aspetto una ulteriore contrazione del Pil nel quarto trimestre, il dato positivo è che non dipende da noi

Quando i 5 Stelle eBeppe Grillo celebravano Maduro 

Ooops Sorry, but the page you are looking for doesn’t exist”, scusa, ma la pagina che stai cercando non esiste. La pagina in questione, che pure era parte integrante del blog di Beppe Grillo, rimandava a un post in cui il 3 luglio del 2015 l’allora capo assoluto del Movimento esaltava l’attacco frontale che il presidente del Venezuela aveva sferrato all’Unione europea. “Maduro attacca l’Europa e manda un messaggio ai greci”, twittava il comico genovese dal suo account. Il tweet è rimasto, la pagina è sparita… (fonte: Corriere della Sera)

L’ex premier Silvio Berlusconi su Twitter

Qualcuno dice che i grillini sono “scappati di casa, ma c’è anche chi come lo skipper M5S Mura è scappato in barca!

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini durante una diretta su Facebook

“Oggi ho scoperto online che l’amico Di Maio ha nominato Lino Banfi nella commissione Unesco. Per carità, gusti… a me Lino Banfi piaceva un sacco come attore. Oronzo Canà, ‘Occhio malocchio prezzemolo e finocchio’, chi non si ricorda queste perle del cinema? Poi io preferivo Calà, Smaila, Pozzetto… Ma avrei dirottato l’attenzione su Andrea Bocelli. De gustibus… stasera magari se trovo un’oretta mi guardo l’Allenatore nel pallone

Silvia Pantano chirurgo plastico, già direttrice del distretto sanitario piacentino della Valtidone ed ex presidente del consiglio provinciale, con trascorsi leghisti. Su Facebook, in riferimento ai migranti trasferiti dal Centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto a bordo di alcuni pullman, ha così commentato:

Il BESTIAME non viaggia sui pullman superlusso…

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini  in conferenza stampa ad Afragola

Cosa dice Valentina Nappi? Che l’ho stuprata? Ah, era ironica… Comunque ho un alibi: quel giorno ero con Roberto Saviano

Il colpo di genio dell’eurodeputato 5 Stelle Piernicola Pedicini

Ho chiesto a Draghi se abbia intenzione di AZZERARE il meccanismo dello spread, purtroppo non ho ricevuto risposta”

Convegno sulla Shoah a Montecitorio, dall’indirizzo mail di Carla Ruocco  Presidente della commissione Finanze di Montecitorio parte la seguente richiesta (staff)

Buongiorno, per la Presidente On. Carla Ruocco è stato riservato un posto tra le Autorità? Gradirei essere informato al 349…

Joe Formaggio il sindaco-sceriffo Fdi di Albettone

“Il Duce avrebbe risolto subito la questione Sea Watch con i 47 migranti, non facendo nemmeno partire la nave. Salvini un poco ci assomiglia a Mussolini, ah-ah-ah!(fonte: La Zanzara,- Radio 24)




La regola del doppio mandato ora rischia di “smontare” il M5s

ROMA – Durante la scorsa campagna elettorale nell’estate 2017  Luigi Di Maio, in un comizio a Gela, riceveva applausi su applausi dopo aver proferito questa affermazione: “Da noi vale la regola dei due mandati e vale anche per me. Nel Movimento 5 stelle chi pensa di fare un terzo mandato è fuori” . Un concetto ripetuto persino a due giorni dal voto: “Il tema del limite del doppio mandato è fondamentale per noi e si basa su un concetto importante: non esistono politici di professione“.

Ma nel M5S questi principi sembrano essere stati dimenticati, pronti ad essere calpestati e modificati all’occorrenza. Negli ambienti grillini si espande sempre di più l’incubo per molti di dover presto ritornare alla vita quotidiana lontana dal palcoscenico della politica.Non a un caso a dire “vaffa……”  ai principi istitutivi e basilari del Movimento 5 stelle, guarda caso sia proprio uno dei deputati che rischia di tornare all’ anonimato, e cioè il deputato Carlo Sibilia che da per scontata l’ipotesi di un terzo mandato per il candidato premier Di Maio ed ha dichiarato: “Sulla deroga al secondo mandato ci rifletteremo con la dovuta ragionevolezza“.

Non sono lontani i tempi in cui Beppe Grillo ricordava sul suo blog che «una delle regole fondanti è quella dei due mandati elettivi a qualunque livello. Consigliere comunale, sindaco, consigliere regionale, parlamentare nazionale ed europeo. Questa regola non si cambia né esisteranno mai deroghe ad essa” . Era soltanto un anno fa, per la precisione marzo 2017 quando Di Maio per dare maggior importanza al comunicato citava una frase emblematica di Gianroberto Casaleggio: “Ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli». Il vero problema è che adesso per i “grillini” il vero rischio è quello di doversi cancellare politicamente da soli. Infatti se si ritornasse alle urne, una nutrita schiera di deputati e  senatori rischierebbe di dover abbandonare il titolo ed il lauto stipendio di parlamentare. Ed il primo sarebbe proprio Luigi Di Maio.

 

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Come elenca il quotidiano LA STAMPA non sarebbero più candidabili e quindi rieleggibili i deputati Giulia Grillo, Manlio Di Stefano, l’attuale presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, Riccardo Fraccaro, Marta Grande, Carla Ruocco, Giulia Sarti, Angelo Tofalo, giusto per citarne qualcuno. Anche al Senato i grillini perderebbero diversi volti noti  a partire dal saccente e presuntuoso capogruppo Danilo Toninelli, che si vantava in televisione di essere tra “i killer di Berlusconi“, alla vicepresidente Paola Taverna passando per i “fedelissimi” Vito Crimi e Nicola Morra, fino ad arrivare ad Andrea Cioffi, Michele Giarrusso, Elio Lannutti (ex senatore dell’Italia dei Valori con Antonio Di Pietro), Barbara Lezzi e Alberto Airola.

Verrebbero spazzati via anche  il senatore Stefano Patuanelli, già consigliere comunale del Movimento 5 Stelle a Trieste; il senatore Gianluca Perilli, già consigliere della Regione Lazio; Stefano Buffagni, deputato ed ex consigliere regionale della Lombardia; Antonio Federico, ex consigliere regionale del Molise e Alvise Maniero, per cinque anni sindaco di Mira (Venezia)  e poi eletto alla Camera. Un vero e proprio tsunami. Una vera e propria ghigliottina che taglierebbe le teste più mediatiche e di peso all’interno del Movimento stesso. Persone che verrebbero costrette a ricominciare una nuova (vecchia) vita. Persone che sicuramente che finirebbero al massimo per ricollocarsi come alter ego di Alessandro Di Battista, ex parlamentare, attualmente “girovago” di professione,  libero di sparare contro gli avversari politici senza di fatto dover rendere conto a nessuno.

Con l’unica sostanziale differenza che per tutti gli altri sarebbe una scelta forzata che li obbligherebbe, nella maggior parte dei casi, alla disoccupazione. E col paradosso che lo scrittore “berlusconiano” Alessandro Di Battista (400mila euro per il suo libro)  , avendo saltato un giro visto che non si è candidato alle Politiche, potrebbe invece tornare in pista.

l’ironia del sito Lercio.it su Alessandro Di Battista ed i suoi rapporti economici con Berlusconi

Ma l’ impostazione di Di Maio  si poggia su un assunto: la sua leadership non è in discussione, resterà candidato premier. E lo stesso varrà per i portavoce eletti. Si prevede dunque una deroga a una delle ultime regole tabù del M5s: il limite dei due mandati. Lo ha ammesso, pur nicchiando, il fedelissimo di Di Maio Alfonso Bonafede: il limite ai due mandati “non è un punto all’ordine del giorno“. Anche se al Fatto Quotidiano il capo “grillino” ha liquidato la questione, assicurando: “Su questo dovrà decidere il garante, Beppe Grillo”. Una svolta che ha o avrebbe il sapore di rivoluzione nell’universo pentastellato e su cui pesa come un macigno uno degli aforismi di Gianroberto Casaleggio: “Ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli“. E che come ogni rivoluzione presenta rischi.

A questo punto, Di Maio, Casaleggio e Grillo sono  davanti a un bivio: esibirsi nell’ennesima “capriola” politica rinunciando ai principi fondanti del M5s oppure rispettare quelle stesse regole che loro ha sottoscritto. E per Di Maio il rischio di tornare a fare lo steward allo stadio San Paolo di Napoli.




Il grande abbraccio della gente per Fabrizio Frizzi : "Uno di noi. Portava allegria nelle case"

di Federica Gagliardi 

Il profondo cordoglio della gente comune, dei suoi amici, colleghi per la morte di Fabrizio Frizzi, nella triste giornata di ieri, si è manifestato  oggi nella camera ardente allestito presso la sede Rai di viale Mazzini scelta per ospitare l’ ultimo omaggio al presentatore, scomparso all’età di 60 anni. Dalle 10 di questa mattina, nella sala hanno sfilato amici e colleghi, ma è stato impressionante soprattutto il tributo della gente comune, del popolo, a un personaggio televisivo presente e radicato nei  loro cuori.

Una triste sensazione generale di sconforto per aver perso un “vero” amico, una persona semplice ed umile comune, dai modi educati,  sempre sorridente, che emanava un allegria spontanea e contagiosa. Uno stile di vita, dei comportamenti  semplici in linea  a quella umana simpatia ed allegria che lo aveva fatto conoscere ed apprezzare dal grande pubblico sin dal proprio esordii nei programmi pomeridiani televisivi per ragazzi.

le condoglianze del Premier

Un vero fiume umano di “amici” dalle 10 del mattino, tutti in coda per Fabrizio, circa 900 ogni ora , che viene calcolato in circa diecimila persone passate nella camera ardente, , tanto da prolungare l’orario di chiusura. Nella sala ad accogliere le persone più care di Fabrizio Frizzi , sua moglie Carlotta Mantovan  ed il fratello Fabio. Fabrizio non avrebbe potuto riconoscere i volti di tutte quelle persone, molte non le conosceva , ma era consapevole dell’affetto del pubblico televisivo nei suoi confronti  grazie allo schermo televisivo.

Quanto abbiamo visto in queste ore in viale Mazzini  non era un atto di presenza ma bensì un un vero e proprio reciproco saluto sincero  . Dai commenti della gente semplice che si è messa in coda per salutare Fabrizio le frasi più significative: “Era una persona semplice e lo è sempre stato. Ci mancherà la sua semplicità“, “Sorridiamo anche oggi, perché Fabrizio sorrideva sempre e portava così l’allegria nelle nostre case“. 

Significativa ed emozionate  la testimonianza di una grande foto nelle mani di Vincenzo Pellegrini, 48 anni, uno dei 1666 licenziati di Almaviva.  Si è presentato questa mattina alle 6 davanti alla sede Rai di viale Mazzini tenendo fra le mani una grande foto in cui si vedeva lui da bambino accanto a un giovanissimo Fabrizio Frizzi.Era il 1983 – ricorda Vincenzo ai giornalisti  – e Fabrizio era all’inizio della sua carriera. In questa occasione stava premiando noi ragazzini al termine di una manifestazione sportiva svoltasi al San Giuseppe Calasanzio, la stessa scuola che lui aveva frequentato”.

 Sono cresciuto a pane e Frizzi, tra Il barattolo e Tandem – racconta Vincenzo – e non l’ho mai considerato un personaggio famoso, era uno di noi. Oggi qui ci sono tutte queste persone perché lui era esattamente come loro e il testamento che ci ha lasciato è la sua semplicità, la sua spontaneità. In seguito l’ho incrociato più volte, ho partecipato ad alcune sue trasmissioni anche come pubblico e, avendo seguito tutta la sua carriera, posso dire che era rimasto quella che già era nella foto che conservo gelosamente. Una persona semplice e sorridente. Ho iniziato a seguirlo che ero bambino e ho finito oggi che sono un uomo“.

Luca Cordero di Montezemolo

Numerose le personalità che hanno reso omaggio nella camera ardente di Fabrizio Frizzi ,  da Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Fondazione Telethon della quale il conduttore tv scomparso è stato sempre un protagonista di primo piano, se non l'”anima” della campagna,  il Presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, il comandante generale della Guardia di Finanza Gen. Giorgio Toschi,  il presidente del Coni Giovanni Malagò, il direttore di Repubblica, Mario Calabresi,  i fratelli Beppe e Rosario Fiorello, Flavio Insinna,  Luca Giurato, il direttore del Tg5 Clemente Mimun, il direttore del TgLa7 Enrico Mentana, il sindaco di Bergamo (ex direttore di Canale5) Giorgio Gori, la sindaca di Roma Capitale Virginia Raggi, visibilmente commosso anche il direttore generale della Rai, Mario Orfeo, Roberto Giacchetti, Gianni Letta, Enrico Brignano, Amadeus,  Cristina Parodi, Bruno Vespa, Stefano D’Orazio dei Pooh, Emilio Carelli, Andy Luotto, Riccardo Rossi, Giulio Scarpati, Federico Moccia, Neri Marcorè, Gigi Marzullo, Luca Zingaretti, Veronica Pivetti, Massimo Giletti, Marisa Laurito, Roberto Giachetti, Carla Ruocco, Walter Veltroni, Massimo Giannini, Emanuela Aureli, Alba Parietti, Amedeo Minghi. .




Le Iene mettono online il servizio sullo scandalo “caso rendiconti” del M5S che coinvolge dieci parlamentari.

ROMA – Bloccati in tv i responsabili del programma televisivo “Le Iene(Italia 1) con una giocata strategica  hanno  deciso di mandare in onda sul loro sito  una prima parte del servizio sul Movimento Cinque stelle  in cui si parla dei due parlamentari M5S ricandidati nonostante gravi irregolarità nelle restituzioni, e gravi lati oscuri nelle documentazioni. Ma questo è solo è la parte iniziale di quanto è in possesso del programma   che riguarda “almeno una decina di altri parlamentari“.

Lindiscrezione è uscita nel primo pomeriggio di domenica, dopo che nella serata di sabato e per tutta la mattinata di eiri, la messa in onda tv era stata di fatto bloccata, con un’interpretazione assai restrittiva della norma sulla “par condicio”. La norma chiaramente non vieta l’informazione, ma “Le Iene” non è un programma tecnicamente giornalistico, cioè sotto il controllo e responsabilità di una testata giornalistica, e quindi sono meno protetti. I responsabili del programma volendo applicare fino in fondo una propria filosofia di trasparenza, hanno quindi deciso di pubblicare il servizio sul sito, che è stato comunque visto da oltre cinque milioni di persone, e che non è sottoposto alle normative televisive.

Nel servizio online sui deputati grillini “distratti”…. due faccia a faccia con i due parlamentari al centro del caso, Andrea Cecconi e Carlo Martelli, realizzati prima che esplodesse la vicenda, e ben prima che il blog delle stelle se ne occupasse per cercare di mettere una pezza. Nel servizio della “Iena” Filippo Roma potrete vedere in che modo i parlamentari grillini abbiano tentato di spiegare il problema addirittura negandolo inizialmente, con modalità molto assai diverse tra i due. Vi è anche  una prima parte di un’intervista a Luigi Di Maio, che è stato seguito da altri due inviati della trasmissione nella campagna elettorale, che in questi giorni stava facendo in Puglia, con un Di Maio che nel servizio appare in seria difficoltà.

Nel suo tour Di Maio percorre la Puglia assieme ad altri due candidati grillini, e Le Iene hanno provato a domandargli se il candidato premier è in grado di garantire per i candidati M5S che lo accompagnano.Nel servizio pubblicato online  Le Iene hanno rivolto una domanda precisa su Barbara Lezzi e Maurizio Buccarella. La Lezzi in serata, replica in stile “grillino” su Facebook: “Domani mattina andrò in banca per farmi rilasciare la documentazione che accerta che tutti i bonifici che ho effettuato in questi anni non sono stati revocati” . La domanda fa fermare il giovane leader di Pomigliano, che avrebbe risposto “questo dovete chiederlo a loro“.

L’ammanco secondo il Mise è di circa 220mila euro, ma secondo i fuoriusciti del Movimento potrebbe essere ben maggiore.  Riccardo Nuti, l’ormai quasi ex onorevole siciliano che nel frattempo ha fatto causa a Grillo per il nome e il simbolo ed  il senatore Giuseppe Vacciano, che ha abbandonato i 5 Stelle senza però riuscire a dimettersi, hanno detto che se la tabella certifica tutti i versamenti, allora vi sono pure quelli degli espulsi che hanno continuato a versare lì: anche lui ha versato 20mila euro nel 2017. Ma non si sa se la tabella tiene o meno conto di chi è uscito nel M5S Dopo la messa online dell’inchiesta integrale della Iene sarà quindi più facile verificare se tutte le indiscrezioni sono corrette.

“Ieri abbiamo fatto le verifiche, si tratta solo di un problema di contabilità del Ministero dello Sviluppo (Mise) e quello dell’Economia (Mef). – sostiene Di Maiogli ultimi bonifici li stiamo facendo in questi giorni non per correre ai ripari, ma perché stanno scadendo le ultime rendicontazioni: non sono ancora stati accreditati ma risultano sul sito Internet“. In poche parole la “difesa” del M5S  è questa : “Abbiamo restituito 23 milioni di euro, che siano 23,1 o 23,2 è un problema di contabilizzazione, e abbiamo dimostrato che se c’è qualcuno che fa il furbo noi lo mettiamo fuori“. Luigi Di Maio cerca così di spegnare il fuoco di polemiche della vicenda della restituzione dei rimborsi del Movimento 5 Stelle, una questione che agita da giorni la campagna elettorale del candidato premier.

 

Il problema per il M5S sarebbe che i due portavoce parlamentari hanno registrato sul sito tirendiconto.it dei bonifici mai effettuati o altrimenti effettuati e subito dopo annullati, ma non si comprende come i due siano stati “beccati”; non certo grazie alle pezze d’appoggio fornite dal M5S visto che la dicitura “bonifico richiesto” – che permette di annullarlo successivamente – è presente in molte rendicontazioni dei parlamentari grillini (anche in quelle di Di Maio).

Il fatto che i grillini abbiano deciso soltanto oggi   e soltanto dopo la pubblicazione della vicenda di effettuare controlli accorgendosi del problema conferma ancora una volta l’assoluta incapacità di controllo e verifica di quanto accade dentro il partito di Di Maio, e fa sorridere che chi non controlla i suoi ha anche l’ambizione di guidare un Paese !

Ma c’è dell’altro ancora. La collega Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera scrive che esiste un altro dato che emerge dalle rendicontazioni: quello di cui si è parlato per tanto tempo online, ovvero l’aumento dei costi di vita e lavoro per alcuni deputati e senatori, che ha avuto un’impennata nel 2017.  Negli ultimi sei-nove mesi, infatti, un 10%-15% del gruppo parlamentare ha restituito soltanto la parte d’indennità “dovuta” o poco di più . Si tratta di al massimo poche centinaia di euro. I bonifici versati al fondo spesso collimano al centesimo proprio con la cifra legata all’indennità. Nulla di illegale, sia chiaro, ma un atteggiamento molto lontano dalle promesse agli elettori e  che stride con un Movimento che si autodefiniva “francescano”.

Questo 10-15% di pentastellati ha avuto spese sempre tali da assorbire tutta la quota dedicata ai rimborsi. Solo per citare qualche nome  ci sono esponenti Cinque Stelle che hanno lasciato il Movimento come Chiara Di Benedetto , parlamentari che non sono stati ricandidati (come Roberto Cotti) o a rischio rielezione (Paolo Bernini e Cosimo Petraroli), ma anche big ortodossi che hanno avuto un buon riscontro alle Parlamentarie come Manlio Di Stefano e Carla Ruocco.

Persino il Fatto Quotidiano , giornale molto “vicino” al M5S contesta  che finora non c’è stato alcun controllo sullo strumento principe della trasparenza, cioè il sito in cui ogni mese i parlamentari rendicontano le loro spese e allegano copia del bonifico con cui restituiscono il dovuto. Altrimenti, per esempio, la senatrice Enza Blundo avrebbe dovuto ricevere da tempo una richiesta di chiarimenti da parte del gruppo: da marzo 2014 a settembre 2015 sul sito non risulta nessuna copia di bonifico allegato, nonostante lo status del suo profilo sia verde (cioè in regola con le restituzioni). La Blundo ha spiegato che probabilmente l’errore è da attribuirsi al suo collaboratore “all’epoca se ne occupava lui” e che non ha “nessun problema”a dimostrare i versamenti fatti in quei 18 mesi di buco.

Alessandro Di Battista

Alessandro Di Battista intervenendo nel programma “Che tempo che fa” su Rai 1, cerca di andare in soccorso difendendosi  dalle accuse rivolte al M5s sulla gestione non corretta della restituzione di parte dello stipendio da onorevole “In questi 5 anni ho restituito 220 mila euro di stipendio. Tutti i deputati M5s fanno questo e oggi si assiste ad un attacco sui rendiconti da chi si prende i vitalizi e non restituisce nulla perché un paio di deputati non hanno ancora restituito mi sembra un paese alla rovescia.”

Una fonte al vertice del M5S ha spiegato ieri al collega Ilario Lombardo della Stampa che l’impazzimento di voci “è dovuto ai molti ritardi nella rendicontazione“. Alcuni grillini sono in arretrato di quattro o cinque mesi e sono stati invitati a mettersi in regola. Le pressioni dallo staff ai vertici sono aumentate proprio nei giorni in cui Cecconi e Martelli hanno confessato le loro mancanze. L’1 febbraio, incastrati dalle Iene, i due hanno capito di essere stati scoperti e si sono rivolti alla Casaleggio per chiedere scusa e rimediare.

La storia inizialmente è stata tenuta nascosta dal M5S che sperava che il servizio delle Iene grazie alla par condicio non vada in onda. Dal 2 febbraio però consultando il sito tirendiconto.it i bonifici sono incredibilmente aumentati a conferma che più di qualcuno aveva fatto il “furbetto” a conferma che le indicazioni partite dal vertici hanno raggiunto l’obiettivo: “Mettetevi in regola. Siamo in campagna elettorale“anche perché fanno leva sul timore di chi è in arretrato di attirare altri sospetti.

Se, come sembra certo, le “furbate” si sono scoperte grazie alle fonti aperte, ancora una volta toccava al Movimento 5 Stelle vigilare,  non l’hanno fatto e si sono ritrovati con i casi Cecconi e Martelli. i quali verranno sicuramente eletti in Parlamento e poi, successivamente secondo quanto hanno dichiarato al momento, rinunceranno al seggio come Dessì anche se non esiste alcuna procedura automatica e quindi le loro dimissioni dovranno essere eventualmente votate dall’Aula parlamentare in cui i 5 Stelle non avranno la maggioranza assoluta. Infatti, tecnicamente, essendo eletti  Cecconi e Martelli avranno così completato la loro esperienza politica nel MoVimento 5 Stelle  e non dovrebbero avere quindi un’altra (teorica) chance per un altro mandato a un altro livello elettivo. La loro esperienza politica terminerà dopo l’elezione del 5 marzo. È il caso di dire che finirà a capo chino.




Finita l’era Virginia Raggi. Pronta l’espulsione dal M5s. Lei resiste ma le mancano i numeri per governare il Campidoglio

Il sipario della politica sta per calare definitivamente  su Virginia Raggi ed i guai giudiziari. BeppeGrillo è stato asserragliato nella sua stanza all’hotel Forum di Roma, Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi, i responsabili della comunicazione Movimento 5Stelle. alla camera e Senato gestita dalla Casaleggio Associati, ma con i soldi pubblici dei rispettivi gruppi parlamentari,  raccolgono tutta la sua furia e la sua rassegnazione: “Perdere in questo modo Roma…” , ” Non possiamo perdere così Roma” ripete continuamente come un’invocazione  al cielo. Anche perché il comico genovese è letteralmente terrorizzato dall’avviso di garanzia per abuso d’ufficio per le nomine in Campidoglio, in particolare per l’illegittima promozione di Salvatore Romeo, capo della segreteria politica che a giorni  potrebbe raggiungere la sindaca.  Sarebbe la fine del Movimento 5Stelle.  Per questa ragione Grillo è sul punto mollarla, Davide Casaleggio invece esita. Forse è la fine.

All’alba di questa mattina alle cinque e mezzo, Grillo è uscito dall’hotel Forum nei pressi del Colosseo, per dribblare i giornalisti e le telecamere che durante il giorno circondano l’albergo, diretto alla stazione Termini per prendere il primo treno per Genova partito alle 6.  Per il comico genovese’ stata una lunga notte insonne quella passata a Roma. Ieri sera alle 23, la sindaca Virginia Raggi capita l’aria che la circonda dentro il Movimento che sta per scaricarlaha convocato i consiglieri pentastellati in Campidoglio . Partita la conta: chi è con me, chi contro di m. In Campidoglio, i numeri sarebbero contro di lei. Ma sul blog di Grillo, organo ufficiale del M5S di fatto il post  di annuncio è praticamente già pronto: il Movimento5Stelle toglie il simbolo alla giunta romana, e la Raggi viene sospesa dal movimento .


Decisione questa che potrebbe decretare la fine
dell’amministrazione guidata dai 5 Stelle a Roma. Portando dritto a nuove elezioni. Dopo l’arresto di Raffaele Marra per corruzione, tre giorni dopo le dimissioni dell’indagata Paola Muraro,   sarebbero 10 i consiglieri pentastellati  pronti ad abbandonare la sindaca.  A livello nazionale il Movimento, praticamente lo ha  già fatto.

I parlamentari più in vista e rappresentanti del M5S  come Roberto Fico che, come ha reso noto via Twitter Maria Latella, oggi diserterà L’Intervista su SkyTg24), Luigi Di Maio, Roberta Lombardi, Nicola Morra, Carla Ruocco, Paola Taverna e qualche consigliere romano capitanato dal capogruppo Paolo Ferrara, si sono confrontati ed hanno discusso su cosa fare, ma questa volta, il fondatore del Movimento ha deciso di dare retta alla linea dura avanzata da Fico, Ruocco, Lombardi, Taverna che sin dai tempi della notizia di Paola Muraro indagata, contestavano al vertice che  a Roma qualcosa non andava per il verso giusto  funzionando. Lamentando che intorno alla sindaca Raggi vi erano troppe anomali. Luigi Di Maio la cui leadership è stata fortemente messa in discussione e ridimensionata, è l’unico a tacere . Incredibilmente il “grillo” Alessandro Di Battista che interviene e pubblica in rete qualsiasi cosa, questa volta si è dileguato  scomparendo per un giorno intero. Questa volta non scrive, non posta, non twitta, non va in tv né raggiunge Grillo in hotel. Letteralmente “scomparso.

Ma cosa è successo ieri nel Movimento 5 Stelle ?   Grillo ieri mattina, appena sceso dalla macchina con cui era arrivato a Roma e con cui avrebbe dovuto proseguire per Siena assieme a due pullman imbottiti di parlamentari per a manifestare davanti a Monte Paschi di Siena, ha provato a concedere alla Raggi l’ultima possibilità, dicendole duramente al telefono  “Te l’avevo detto Virginia. La situazione adesso è davvero grave…e sarà complicato uscirne”.  La Raggi gli avrebbe risposto con voce ferma “Lo so Beppe ti chiedo scusa, avevi ragione tu ” ma ribadisce a Grillo che si fidava di Marra. “Hai sbagliato – le ha controbattuto Grillo  – devi ammetterlo e chiedere scusa pubblicamente“.

La Raggi lo ha fatto in una delle sue anomale conferenza stampa leggendo un comunicato frutto di una trattativa con Grillo e lo staff di comunicazione della Casaleggio, ma senza rispondere domande. Sicuramente un comportamento poco trasparente ed istituzionale. Ha ceduto alle richieste dei vertici M5S ma non completamente, dicendo orgogliosa al vicesindaco Daniele Frongia che la accompagna davanti ai giornalisti: “Sono io ad avere l’ultima parola su quello che dico. Tanto lo so: vogliono le mie dimissioni. Ma io vado avanti lo stesso, al massimo possono togliermi il simbolo“. Arrogante, fredda, determinata con un tono quasi di sfida, usa solo avverbi nelle sue scuse in Campidoglio:  “probabilmente” e persino un plurale, “abbiamo sbagliato”, che non piace alle orecchie di tutti gli esponenti del M5S.

I social network diventano un vero e proprio inferno di proteste. L’ala “dura” del Movimento5Stelle usa una citazione di Martin Luther King “Prima o poi bisogna prendere una posizione perché è quella giusta” pubblicata da Roberta Lombardi, la nemica giurata di Raggi, la deputata che definì a suo tempo Marra come del “virus che sta infettando il M5S” e che  ha presentato denuncia tre settimane fa contro di lui.

Non solo i militanti, ma anche i deputati  vogliono le dimissioni della sindaca. Subito. Il web è diventata una piazza piena di rabbia, una sorta di ghigliottina “virtuale” usata contro chi ha costruito un partito sul web. La Taverna è furente: “Le scuse non bastano“. La Lombardi si gode la sua rivincita su Di Maio e Di Battista che hanno a lungo protetto la Raggi: “Sono Fiera di stare dalla parte giusta”dice dopo aver scherzato nei corridoi della Camera dei Deputati sulle sue passate uscite: “Diciamo che sono brava a scovare virus…“. Grillo  guardando proprio la Lombardi  ammette davanti a tutti nella sua suite in albergo, di aver sottovalutato chi lo aveva messo in guardia, e  chiede notizie sull’imminente avviso di garanzia per Raggi. Gli rispondono in molti preoccupati : “Beppe sarebbe la catastrofe“.

Il padre-fondatore-proprietario del Movimento5Stelle convoca anche i consiglieri comunali romani. Vuole sentire le loro opinioni, capire cosa è successo, ma soprattutto accertare se sono pronti a non darle la fiducia come fecero precedentemente i consiglieri Pd per far cadere il sindaco Ignazio Marino. Ipotesi molto vicino a quanto accadrà nelle prossime ore,  il vero e proprio incubo di Virginia Raggi, che lo sa bene e dice ai suoi collaboratori:”Tutto dipenderà da loro” . Infatti l’ipotesi di andare avanti senza il simbolo M5S nell’amministrazione di Roma Capitale non piace assolutamente a due nomi di spicco della politica grillina romana come  il presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito e il capogruppo del Movimento Paolo Ferrara.

nella foto Daniele Frongia e Virginia Raggi in consiglio comunale

Beppe le dirà di dimettersi o le toglierà il simbolo spiffera un deputato dell’ex direttorio M5S che  chiede l’ anonimato  e spiega: “Aspettate e vedrete: la sta mollando. In conferenza ha dato mezze scuse. Se non lascia sarà la magistratura a fare piazza pulita“. Una nuova riunione di maggioranza del M5S in Campidoglio è prevista questo pomeriggio. Una consigliera ammette: “Stiamo approfondendo la situazione. Non prenderemo decisioni a caldo, stiamo riflettendo“. La sindaca Raggi davanti all’azzeramento proposto all’hotel Forum, avrebbe accettato di rimuovere tutti tranne il suo fedelissimo  vice Daniele Frongia ( a cui è particolarmente legata non solo “politicamente”) anche lui ex consigliere comunale M5S durante l’era Marino .Frongia rinunciò a a candidarsi come candidato sindaco nelle primarie interne del M5S  portandole in dote le sue preferenze. Frongia viene additato ed accusato dall’ala dei parlamentari “duri” del M5S, decisi ad arrivare a una resa dei conti rapida per segnare una discontinuità, di aver condiviso e sostenuto   l’amicizia pericolosa della Raggi con Marra, e viene considerato uno dei responsabili politici del potere acquisito negli ultimi mesi da Marra in Campidoglio.

(notizia in aggiornamento)




Esclusiva dell’ Espresso. Roberta Lombardi denunciò Raffaele Marra: ecco l’esposto contro l’uomo della Raggi

di Emiliano Fittipaldi 

Il tifone giudiziario che ha investito il Campidoglio dopo l’inchiesta dell’Espresso e l’arresto del fedelissimo Raffaele Marra da parte della procura di Roma rischia di trasformarsi, nelle prossime ore, in un dramma politico. Non solo nel partito romano, ma per l’intero Movimento Cinque Stelle nazionale.
“L’Espresso” ha scoperto infatti che il 22 novembre 2016, un mese dopo dopo la pubblicazione dell’ultima inchiesta del nostro settimanale , il deputato pentastellato Roberta Lombardi si è presentata in procura per depositare una durissima denuncia-querela proprio contro Marra, braccio destro della sua compagna di partito. Un esposto di una decina di pagine di fuoco, in cui la deputata grillina chiede senza giri di parole ai magistrati di indagare sulla casa acquistata dalla moglie di Marra dalla Fondazione Enasarco (quella per cui è stata individuata la corruzione tra Marra e Scarpellini), sui rapporti tra Marra e l’altro costruttore Fabrizio Amore (oggi imputato in Mafia Capitale), sui possibili episodi illeciti della gestione delle emergenze abitative quando Marra era dirigente del dipartimento della Casa.

Non solo: la Lombardi – che si è in passato occupata dei temi dell’emergenza abitativa, compreso la dismissione degli immobili Enasarco – mostra dubbi persino sulla legittimità di Marra a coprire ruoli dirigenziali in Campidoglio, ipotizzando che il concorso a cui partecipò nel 2006 fu caratterizzato da un «quadro inquietante di collusioni e favori».

La Lombardi, insieme a big del movimento come Roberto Fico, Paola Taverna e Carla Ruocco, ha mosso critiche alla Raggi e al suo staff fin dall’inizio dell’avventura della sindaca (dopo le inchieste de “L’Espresso” definì Marra « un virus che sta infettando il movimento »), ma nessuno sapeva finora che era andata dritta in procura a denunciare il consigliere della “sua” sindaca.

Un fatto politico clamoroso: non sappiamo se l’esposto della Lombardi è poi confluito nel filone d’indagine già aperto dalla procura che ha portato agli arresti odierni del dirigente di Virginia. Di certo la notizia di una battaglia giudiziarie tra Lombardi e uomini della Raggi aprirà una faglia ancora più larga tra gli “ortodossi” del Movimento che da mesi consigliavano a Virginia di obbligare i sui fedelissimi a un passo indietro, e i seguaci della linea di Luigi Di Maio, che credevano che la sindaca andasse difesa a spada tratta contro tutto e contro tutto. Questi ultimi, dopo gli eventi di stamattina, sono politicamente molto più deboli di prima.

L’Espresso ha realizzato negli ultimi mesi inchieste che hanno svelato i segreti scomodi del dirigente del Comune di Roma e fedelissimo della prima cittadina. Ma la sindaca del Movimento 5 Stelle invece di rimuoverlo lo ha prima difeso e poi promosso. Adesso dovrà scontare le sue scelte politiche

Raffaele Marra è stato arrestato . Il sindaco ombra di Roma, fedelissimo di Virginia Raggi, è accusato di corruzione. Non conosciamo ancora tutti i dettagli dell’inchiesta dei carabinieri, ma sembra che l’ex finanziere sia caduto per l’italico vizietto di comprarsi case a quattro soldi, e possibilmente pagate da altri.

L’Espresso lo aveva già scritto. A settembre avevamo scoperto che Marra nel 2010 aveva comprato, quando era un dirigente vicinissimo a Gianni Alemanno, un attico dall’immobiliarista Sergio Scarpellini ottenendo uno sconto di mezzo milione di euro. In pieno conflitto di interesse: Scarpellini è un costruttore che affitta uffici al Campidoglio, Marra era il capo del dipartimento della Casa che gestiva i suoi contratti: oggi sono stati arrestati entrambi.

A ottobre avevamo aggiunto che nel 2013 la moglie di Marra aveva acquistato una casa di 160 metri quadrati dalla Fondazione Enasarco. Un ente controllato dal Ministero del Lavoro, che nel 2008 ha dismesso il suo patrimonio immobiliare. Chiara Perico è riuscito a comprare l’appartamento con il 40 per cento di sconto, per poco più di 300 mila euro. Scoprimmo pure che in quell’appartamento non ci vive lei, ma proprio Marra: l’attico acquistato da Scarpellini a prezzo di favore, infatti, l’ha affittato per aumentare il reddito. La Perico intanto si è trasferita a Malta.

L’Espresso ha poi scoperto che Marra, da capo del dipartimento della Casa, affidò a trattativa privata al costruttore Fabrizio Amore un contratto da milioni di euro per l’affitto di un residence per le emergenze abitative in città. Quasi 150 appartamenti in periferia, pagati da Marra circa 2.500 euro al mese l’uno. Una follia. Amore oggi è imputato nel processo Mafia Capitale.

Virginia Raggi non è indagata, e non è coinvolta in nessun modo dalle accuse rivolte al suo braccio destro. Ma in questi mesi, nonostante le inchieste del nostro settimanale e le polemiche politiche interne al Movimento sulla figura di Marra, ha sempre difeso a spada tratta il suo consigliere prediletto. Lo ha persino promosso a capo del Personale del Comune. Contro ogni evidenza, contro documenti obiettivi del Catasto e della Camera di Commercio che abbiamo pubblicato, contro le richieste di maggiore trasparenza arrivate da un pezzo del Movimento (Roberto Fico, Carla Sibilia, Paola Taverna e soprattutto Roberta Lombardi ) che chiedeva alla sindaca di mollare il suo fedelissimo perché incompatibile con i principi dei Cinquestelle.

La Raggi per Marra (e per il segretario Salvatore Romeo) si è immolata. Restano un mistero i motivi di questa scelta. Ma è chiaro che ora sia lei sia l’intero M5S pagheranno un prezzo politico carissimo per scelte e decisioni scellerate.

* articoli tratti dal settimanale L’ ESPRESSO



Buon voto a tutti !

di Michele Santoro

Non smetterò di ragionare. Né mi fermeranno gli insulti. Ho parlato al telefono con Massimo Bottura, lo chef italiano al primo posto nel mondo. Era terrorizzato dalla violenza che si è scatenata sul Web dopo la sua dichiarazione di voto per il . Oltre ai soliti riferimenti ai soldi, ha ricevuto minacce tipo “ti veniamo a prendere sotto casa”. È ignobile.

A me tocca l’accusa di essermi “venduto”, naturalmente senza indicare quando, come e perché. Ho invitato Grillo e Carla Ruocco a venire a controllare di persona i nostri conti. Non lo hanno fatto. Quindi non saprete mai la verità su di me. Ma sappiamo di sicuro che loro sono dei vigliacchi, peraltro coinvolti in quella cloaca massima delle accuse che è il sito TzeTze. Insultare gratuitamente chi non la pensa come te è, fra l’altro, un’offesa alla Costituzione che considera sacra la libertà d’opinione. Julie Conegliaro parla di “presidenzialismo” a proposito della riforma Boschi che, a suo dire, avrebbe portato a termine l’opera di Gelli e di Berlusconi. E mi rinfaccia, dopo aver avversato la P2, di aver cambiato radicalmente idea.

schermata-2016-12-04-alle-12-34-41Purtroppo per lui, anche i più accaniti critici della riforma evitano di definirla presidenzialista. Il Presidente del Consiglio, nel caso la riforma venisse approvata, riceverà la fiducia dalla Camera dei Deputati, e non per elezione diretta; e la Camera dei Deputati potrà togliergliela quando lo riterrà necessario, come avviene in una democrazia parlamentare. In realtà a difendere la Costituzione così com’è, oltre a una schiera di prestigiosi costituzionalisti, di artisti e giornalisti, c’è un mare di gente che nei valori fondamentali che professa non ci crede. Il ripudio del razzismo, l’avversione per il fascismo e la fiducia nella democrazia rappresentativa non mi sembrano cavalli di battaglia di Salvini, della Meloni e di Grillo. Saranno loro determinanti quando si tratterà di tradurre in politica l’esito del referendum.

Liberi di pensare che basterà togliere di mezzo Renzi per aprire la strada a un futuro radioso. Io non lo penso. E aspetto che i Cinque Stelle ci dicano cosa faranno dopo l’eventuale vittoria del No. Alcuni di voi non lo ritengono necessario e giustificano il loro silenzio, insulti e calunnie a parte. Ho sentito Di Maio dichiarare che loro una proposta di legge elettorale ce l’hanno e sono pronti a presentarla. Ma se gli altri non fossero disponibili a votarla, loro si siederanno con gli altri partiti per trovare una soluzione?

Poi ci sono i pentiti di aver votato a sinistra che mi considerano un nostalgico, come se mi fossi innamorato di Sofia Loren 50 anni fa e non mi facessi una ragione del fatto che la sua bellezza è sfiorita, mentre, sottinteso, apparivano sulla scena i grandi seduttori Di Battista, Di Maio, Meloni e Salvini. Io non ne subisco il fascino ma li aspetto alla prova dei fatti. Li trovo preparatissimi a parlare di scrofe ferite ma incapaci di farci comprendere quali bestie si propongono di allevare in alternativa. A meno che la Raggi, oltre a sfoggiare un inglese perfetto, stia rivoltando Roma come un calzino senza che me ne sia accorto. Intanto non capisco di quale incoerenza sarei colpevole. Berlusconi vota NO, ma chiunque conosca veramente la mia storia sa che sono stato sempre favorevole a cambiare la seconda parte della Costituzione, che non nei principi fondamentali ma nella parte attuativa risente di essere nata quando c’era ancora l’Unione Sovietica e la principale forza d’opposizione non era legittimata a governare. Quindi la necessità di percorsi più tortuosi per legiferare serviva anche a tener conto del Partito Comunista Italiano. Il bicameralismo perfetto oggi indebolisce i governi in carica, li costringe a defatiganti negoziazioni e alla decretazione d’urgenza, che non è il modo migliore per tener conto del Parlamento.

Le mie trasmissioni in passato raramente hanno potuto contare sulla sinistra, dalla quale non sono mai stato premiato. Invece hanno dato voce al movimento referendario di Mario Segni e Marco Pannella che imposero il superamento del perverso sistema delle preferenze a cui era molto affezionata la mafia. Riguardo alle regole fondamentali su cui si basa una società e alla lotta alla criminalità non ho mai distinto tra destra e sinistra ma tra battaglie giuste e sbagliate. Dunque distinguere i poteri del Senato da quelli della Camera non è sbagliato, non è sbagliato avere un Senato che non sia eletto alla stessa esatta maniera della Camera. Se avessero la stessa fonte di legittimazione non si potrebbe lasciare soltanto ai deputati il potere di dare e togliere la fiducia al governo. Ma ho sempre avversato l’Italicum perché pretendo di essere io a scegliere chi mi deve rappresentare.

Renzi ha compiuto errori abissali, ha personalizzato questa campagna oltre ogni limite, ma si è impegnato a cambiare la legge elettorale con un consenso ampio. Mi auguro che si scelga la strada dei collegi uninominali dove si possa scegliere il candidato migliore per rappresentare un territorio. Se Renzi dovesse vincere non ci saranno dittature ma libere elezioni. Il Movimento Cinque Stelle, Berlusconi e Salvini potranno batterlo con un programma credibile. Se invece perderà non sappiamo cosa accadrà perché nessuno ha voluto dircelo. Si tratta di scegliere, non tra l’abisso o il fallimento delle banche, e la continuità senza scosse, ma di decidere per quale strada la nostra democrazia possa uscire più forte e autorevole. Grillo vuole che votiate con la pancia, con la rabbia, col disprezzo per i vostri avversari, io vi auguro di votare con la testa. Come farò io. In modo da poter controllare successivamente l’esito del vostro voto e comprendere se avete sbagliato o avete visto giusto.

In alternativa sarebbe meglio votare col culo, lanciando in aria una monetina, così almeno potremo prendercela con la cattiva sorte. Buon voto a tutti!




Grillo: “Adesso Virginia dovrà chiarire”. Frattura tra il “direttorio” Cinque Stelle e la Raggi. I retroscena

di Ghino di Tacco

Un secondo dopo aver ascoltato in streaming  il sindaco grillino di Roma Virginia Raggi ammettere che era a conoscenza delle indagini su Paola Muraro, l’unica domanda che tutti si fanno è: “Ma il direttorio sapeva oppure no?” . Il primo a farla in  Commissione Ecomafia è  stato il Sen. Andrea Augello, un ex-AN da sempre in rotta con il gruppo che girava intorno all’ex-sindaco Gianfranco Alemanno.

Augello ha chiesto alla Raggi: Ha informato i vertici del M5S?“Sì certamente” è  stata la risposta della “sindaca”. Qualche minuto prima  invece circolava  una versione del direttorio ben differente: “Non ne sapevamo nulla”. In pratica la Muraro e Raggi erano a conoscenmza dell’indagine avviata dalla Procura di Roma, ma non avrebbero detto nulla a nessuno. Tutti erano all’oscuro: da Beppe Grillo a  Davide Casaleggio, da Luigi Di Maio, al “minidirettorio” romano guidato da Paola Taverna. Invece la sindaca Raggi sostiene il contrario. Chi mente fra i 5Stelle ? Certamente qualcuno. La versione della Sindaca  a tarda serata  nel corso della parte secretata dell’audizione quando ammette: “Non ho informato GrilloDi Maio, ma solo Taverna e Vignaroli del minidirettorio”  stona ed è poco credibile.

I deputati e i senatori della commissione sospettano di trovarsi tra la prima parte in streaming dei colloqui e la seconda a telecamere spente di fronte ad una ricostruzione “corretta” a cause delle ire del direttorio. Fonti dello staff pentastellato alla Camera dei Deputati ribadiscono “il senso di stupore” in cui sarebbero  sprofondati i membri del direttorio. Di Maio ha cercato conferma se qualcuno fosse stato perlomeno preallertato. Persino Grillo al telefono ha fatto lo stesso. Identiche le domande: “Chi sapeva?“.  Ma c’è qualcosa di controverso da tenere in considerazione. Il fatto che la Raggi avrebbe confidato a suoi fedelissimi di avere la prova (una mail) che certifica come abbia informato i vertici grillini della procedura penale a carico della Muraro.

CdG M5S direttorio

Di Maio&Co. assicurano di non saperne nulla. Ma sembra quasi impossibile. Il 2 agosto scorso, infatti, il Direttorio (Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia) s’è incontrato con la Raggi e il suo vice Daniele Frongia. L’argomento della serata era proprio la posizione della Muraro, attaccata su tutti i fronti per il milione di euro di consulenze ottenuti nel tempo da Ama (la municipalizzata romana dei rifiuti), per i suoi rapporti con Franco Panzironi e Giovanni Fiscon (entrambi imputati in Mafia Capitale) e con l’ex ras dei rifiuti romani, Manlio Cerroni.

Nessuno di noi Beppe” gli è stato risposto da un membro del direttorio. In realtà tra Alessandro Di Battista e Di Maio,  che sono stati gli unici fino a ieri a difendere la Raggi  con la solita litania del “comploto dei poteri forti” , Carla Ruocco e Roberto Fico, che invece  hanno preso  le dovute distanze teatralmente con il loro silenzio, l’ammissione della Raggi sembra essere stata una doccia gelida. La Ruocco, che era già furente a seguito delle dimissioni di Marcello Minenna, questa volta non si autocensura e  di suo pugno twitta: “Preciso di non conoscere la dott.sa Muraro e che apprendo da fonti giornalistiche le sue vicende giudiziarie“.  Della serie: ora cara Virginia te la vedi tu….

Di Maio invece come al solito cerca di fare il pragmatico, cercando ( o facendo solo finta ?)   di valutare attentamente la situazione. Questa volta  vuole capire dalla Raggi quale sarà la sua autodifesa e cercare di evitare i contraccolpi al Movimento sempre più in crisi di crescita e di equilibrio interno. Anche perché il Sindaco di Roma non solo ha nascosto la verità al “direttorio”, ma addirittura mina la loro credibilità.

Mentre il direttorio prova a fare fronte comune, lo staff reagisce a caldo “Non può venirci contro così” e qualcuno si ingegna e pensa a cosa dichiarare: “Sui giornali già si parlava delle indagini. Ma non sapevamo della richiesta del 335 al Tribunale “.  Il direttorio sostiene di esser stato messo all’oscuro che la Muraro aveva chiesto la certificazione dell’ eventuale (avvenuta) iscrizione nel registro degli indagati. “Adesso basta,  Virginia dovrà chiarire” concordano Grillo, Di Maio e la Ruocco mentre Carlo Sibilia, il membro del direttorio solitamente più defilato riservato , questa volta è l’unico a rilasciare dichiarazioni alle agenzie: “Personalmente non ne sapevo nulla. Ma da quanto ho capito non c’è stato un avviso di garanzia»”

CdG direttorio M5S

I vertici del M5S hanno ben chiaro che a Roma la situazione  è a di poco drammatica. Ed i danni causati dalla Raggi ed il suo giro di “furbetti” sta creando delle  conseguenze facilmente prevedibili sul tentativo di ascesa di Di Maio verso Palazzo Chigi . Una cosa è dover gestire il caso di un’assessora indagata, e ben più grave venire estromessi dalla verità dalla sindaca grillina di Roma. Lo stesso imbarazzano che provano adesso gli assessori “esterni” come Paolo Berdini, all’Urbanistica praticamente  a un passo dall’addio, dopo Minenna e la Raineri.

Io l’ho saputo solo dai giornali” confessa Adriano Meloni, assessore allo Sviluppo economico. Ed il sindaco non ne ha mai parlato anche con i 29 consiglieri pentastellati, riunitisi come i “carbonari” nelle vicinanze dal Campidoglio . “Non ci ha mai detto nulla, ma con Virginia parleremo – dice Alisia MaraniDubito che confermeremo la fiducia alla Muraro“.

I retroscena. Le stanze e i corridoi del Campidoglio ne hanno viste e sentite di belle, nell’agosto di fuoco culminato con le dimissioni a catena del capo di gabinetto Carla Raineri, dell’assessore al Bilancio Marcello Minenna, dell’amministratore unico di Ama Alessandro Solidoro, dei vertici dell’Atac Marco Rettighieri ed Armando Brandolese. Urla, minacce, rimozioni, sotterfugi, sgambetti. Di tutto e di più. E voce sempre più ricorrente che dietro alla crisi che sta mettendo in serio pericolo la giunta capitolina di Virginia Raggi sia colpa della la sua eminenza “occulta”: Raffaele Marra.

nella foto Marra

nella foto Raffaele Marra

L’attuale vice capo di gabinetto,  ex ufficiale della Guardia di Finanza, 44 anni, aveva collaborato precedentemente con il sindaco Gianni Alemanno ancor prima quando costui era ministro dell’Agricoltura, entrandoci in rotta di collisione , venendo dirottato alla Regione Lazio, sotto la presidenza di Renata Polverini. Erano stati proprio questi legami con il centrodestra , a costituire un passato molto contestato dagli stessi grillini, ma la Sindaca ha fatto di Marra il baricentro della sua “corte dei fedelissimi”.

Un episodio che lo riguarda sembra sia stato in particolare la ragione reale della fuga dei 5 tecnici dal Comune, dovute anche all’insofferenza per il suo strapotere ostentato e manifestato in ogni occasione. Ma ritorniamo allo scorso agosto quando in Comune  vi fu uno scontro durissimo tra  MarraLaura Benente all’epoca dei fatti responsabile delle Risorse umane, stimata ed apprezzata integerrima dirigente torinese, che era distaccata a Roma già con Marino sindaco, e riconfermata con il commissario prefettizio Tronca.

nella foto la 1a giunta "grillina" Raggi

nella foto la 1a giunta “grillina” di Virginia Raggi

Marra pretendeva che la Benente firmasse l’autorizzazione per fargli frequentare un master a Bruxelles, a spese dell’amministrazione comunale, per partecipare al quale dovrà fare domanda a ottobre. In passato ne aveva ottenuto uno, di 2 anni, tutto a spese del Comune di Roma e voleva farne un altro, ma la Benente voleva valutare bene  l’opportunità sospendendo la decisione. Nel corridoio del Campidoglio i commessi raccontano la rabbia esplosa e manifestata di Marra, che si sia rivolto al capo del personale urlando: “Io troverò tra suoi atti qualcosa che la metterò nei guai”. Andando subito dopo dalla Raggi a chiederne l’ epurazione. Nel frattempo la Benente se ne va una settimana in ferie, la Sindaca Raggi senza comunicarle nulla dispone il suo rientro immediato all’Inps di Torino, da dove ha avuto il trasferimento pro-tempore nella Capitale. Al suo ritorno a Roma, troverà gli scatoloni già pronti ed imballati che l’attendono fuori dalla porta del suo ex-ufficio

Ma Marra approfittava della sua assenza per favorire un altro della “corte dei fedelissimi“. Un attivista grillino, Salvatore Romeo impiegato del Comune di Roma  da sempre ombra della Raggi, nominato capo della segreteria politica , il quale si confeziona una delibera su misura che gli triplica lo stipendio da 40 a 120 mila euro all’anno, 18mila più del capo dello staff dell’ex-sindaco Marino. Il dipendente comunale ci prova: si mette in aspettativa, per poi essere riassunto a tempo determinato, con un compenso ben superiore a quello suo precedente

A firmare la delibera pro-Romeo è stato il vice della Benente, Gianluca Viggiano, molto “vicino” a Marra con cui è stato nella Guardia di Finanza, usando un fine escamotage: mentre nelle altre delibere  il compenso viene indicato in chiaro, per la promozione di Romeo si usa una formula difficile da interpretare, cioè l’ adozione del trattamento economico annuo lordo parametrato alla terza fascia di dirigente, senza però scrivere la cifra. Alla faccia della trasparenza “grillina”.

Marra e Romeo, uniti nella loro manovra studiata a tavolino, hanno quindi aspettato che il capo del personale se ne andasse in vacanza, ben consapevoli che avrebbe sollevato certamente delle giuste dovute obiezioni. Adesso che lo scandalo in Campidoglio è inarrestabile e le polemiche anche nel M5S crescono di minuto in minuto, il capo della segreteria della Raggi cerca con sfacciataggine di fare marcia indietro, senza la più minima vergogna e dice: “Nella delibera c’è un errore, il compenso sarà abbassato“.

Ecco perchè la  Ranieri, Minenna e gli altri che seguiranno hanno capito che da certa gente è meglio stare lontani. Le indagini della procura crescono con il passare dei giorni. Infatti nel pomeriggio la procura di Roma ha aperto un fascicolo per fare luce sulla nomina di Carla Raineri, magistrato di Corte d’Appello, a capo del gabinetto della giunta di Roma. Iniziativa che arriva a seguito dell’esposto presentato lo scorso 2 settembre da Fratelli d’Italia in merito alla vicenda della nomina della Raineri (che si è dimessa nei giorni scorsi) e del suo compenso, con la deliberazione del 5 agosto 2016 prevedeva un compenso per la dirigente di 193.000 euro annui. Secondo a quanto riportato nell’esposto, “l’amministrazione capitolina, nella deliberazione 14/2016” sarebbe “incorsa nel vizio di legittimità in violazione” di alcune decreti legislativi e del Regolamento sull’ordinamento degli Uffici e servizi dell’Ente”, oltre che “nel vizio di motivazione dell’atto amministrativo ex articolo 3 legge numero 241/1990“.

Tali presunte violazioni,  come riportato nell’esposto, avrebbero procurato “un danno erariale quantificato in una quota non individuata dell’indennità ad personam riconosciuta alla consigliera Raineri ed ad una quota aggiuntiva pari al 20% del compenso attribuitogli, nella parte in cui questo non risulta collegato e non collegabile agli eventuali risultati positivi raggiunti dalla stessa professionalità nello svolgimento dell’incarico».

E chi attendeva la prima puntata di Politics su Raitre per conoscere la posizione di Luigi Di Maio resterà deluso, perché non si presenterà. In perfetto stile “grillino”….




I compensi dei “grillini” al Comune di Roma. Da disoccupati a benestanti…

Sono questi  i compensi che  i collaboratori della giunta di Virginia Raggi percepirebbero dalle casse comunali della Capitale . Il documento è stato presentato nel corso di una riunione avuta  in Campidoglio tra i ventinove consiglieri grillini dell’assemblea capitolina e la Sindaca.

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La richiesta dei consiglieri del M5S al Sindaco, è quella di abbassare il tetto degli stipendi a 76mila euro lordi. Esclusi quindi, dal conteggio del compenso massimo, i contributi versati dall’azienda (cioè quelli compresi nel calcolo della prima colonna, alla voce “costo aziendale“). Sarebbero quasi la metà a subire il taglio . Dal conteggio vanno esclusi  l’ex-capo di gabinetto dimissionario Carla Raineri e lo staff del dimissionario assessore al Bilancio Marcello Minenna. Ben al di sopra della soglia si colloca il capo della segreteria politica della Raggi,  Salvatore Romeo, il cui stipendio arriva a sforare i 111mila euro lordi. Meno male che si accontentano di poco….

Il tetto – riporta la  nota – sarebbe limitato a un solo collaboratore per assessorato”, mentre per gli altri componenti di ogni singolo staff i compensi andrebbero tagliati gradualmente di almeno 1/5. Gli stessi consiglieri grillini come scrivono,non si sentono sicuri  dell’esattezza delle cifre. Nel caso, si chiede chiarezza e trasparenza. E meno male che sono loro a governare Roma Capitale….

Virginia Raggi e Beppe Grillo

nella foto Virginia Raggi e Beppe Grillo

Beppe Grillo lunedì sarebbe dovuto venire a Roma. I  suoi “portavoce-cittadini” del Movimento 5 Stelle hanno chiesto l’intervento del padre fondatore per invertire la rotta della macchina “politica” romana che potrebbe schiantarsi trascinando nel ridicolo l’intero Movimento nazionale e le sue vane speranze di governo. Grillo, letteralmente “bombardato” dalle telefonate è stato costretto a tornare dalle ferie mentre scorazzava sugli yacht milionari che lo ospitavano in Costa Smeralda. Dopo ha cambiato idea. Raccontano del comico genovese che sia arrabbiato di fronte al riproporsi di un film già visto tre anni fa: scontrini, diarie, faide, veleni.

nella foto Carla Ruocco e Paola Taverna

nella foto Carla Ruocco e Paola Taverna in Campidoglio

Beppe dobbiamo fare qualcosa contro questi, ci portano alla rovinagli hanno detto telefonicamente Paola Taverna e Carla Ruocco , e gli hanno “affidato” i loro sfoghi contro Virginia Raggi e il suo giro di “sodali” assediati nel fortino del Campidoglio.  La soluzione che il direttorio stava preparando inizialmente con gli addetti alla  comunicazione era “da ora in poi la sindaca fa le sue scelte e si prende le sue responsabilità“. Per il resto sarebbe partito il martellamento sul “pressing delle lobby” per sviare le attenzioni sulla crisi della 1a giunta grillina della Capitale, sostenendo che “vogliono condizionare il Campidoglio“. Ma non è credibile. Addirittura si sarebbe parlato per la prima volta di togliere alla sindaca Raggi il simbolo del M5S. La deputata romana Roberta Lombardi, da sempre in disaccordo con la Raggi,  ha ribadito quello che andava sostenendo da tempo: “Abbiamo dei valori e un metodo. E lei non li rispetta“. Lo stesso pensiero di un numeroso gruppo di consiglieri romani.

CdG Beppe Grillo telefonoGrillo ha chiamato il sindaco per farsi dare la sua ricostruzione personale dei fatti, senza nasconderle la delusione per quello che sta accadendo e per l’immagine di una città non amministrata, ostaggio di liti trasversali interne al Movimento5Stelle. Quello che ha fatto arrabbiare Grillo è stato ritrovare al centro delle cronache e dei problemi il nome di Raffaele Marra, il dirigente in precedenza collaboratore di Gianni Alemanno in Campidoglio e di Renata Polverini alla Regione Lazio, ancora al suo posto e persino nominato a “vicecapogabinetto”  , nonostante lo stesso Grillo avesse sollecitato ripetutamente di mandarlo via. Il comico genovese non capisce le resistenze delle Raggi, si chiede chi sia in realtà questo Marra. Ma queste sono anche le stesse domande che si pone Luigi Di Maio, l’unico del “direttorio” ad aver difeso sino  ieri sera pubblicamente la sindaca Raggi : “Stanno provando a farci cadere in tutti i modi: ma non ci riusciranno. Raggi ha tutta la nostra fiducia. Non arretreremo di un millimetro“.  Fumogeni che non funzionano. Anche perché non è certo una lobby quella dei consiglieri 5 stelle al Comune di Roma: eppure sono loro ad esser sul piede di guerra da settimane, con una crisi che corre parallela a quella interna alla giunta.

In vari colloqui telefonici intercorsi tra la Casaleggio Associati ed i vertici pentastellati  romani si è cominciato a fare qualche calcolo. Ieri si è parlato di sondaggi: “IPotremmo aver perso 5 punti percentuali” è stato ipotizzato . Ma quanto pesa, invece, questo sostegno incondizionato alla Raggi ?  Appare chiaro e lampante che la sindaca romana sta sgomitando per conquistare il suo spazio di autonomia. Dopo aver di fatto esautorato l’assessore  Marcello Minenna ed il magistrato-capo di gabinetto  Carla Raineri, si è liberata dei due nomi più “pesanti” in Campidoglio, che erano messi lì proprio dal direttorio. Ma secondo quanto sostengono gli avversari interni della Raggi ,  comincia ad emergere ed affermarsi altre ipotesi che dalla base dei militanti arrivano sino alla Taverna e la Ruocco. Virginia ed il suo vice Daniele Frongia sono al secondo mandato in consiglio comunale, e quindi non possono più essere rieletti. Ecco perchè stanno sfruttando il momento per fare quello che vogliono“.

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Ma tutti i vertici del M5S, dal direttorio in giù sanno che questa situazione sta danneggiando sempre di più di giorno in giorno  la corsa del movimento a Palazzo Chigi. Decidere cosa fare diventa molto difficile: far finta di nulla nella speranza che si torni alla normalità, o prenderne le distanze come avvenuto con il Sindaco di Parma Federico Pizzarotti? Quanto si riteneva impossibile in soli due mesi , sta prendendo piede largo nelle liti interne di una parte del direttorio: degradare Raggi a sindaca senza il movimento alle spalle, levandole persino l’utilizzo del simbolo. Questa al momento è la decisione più pesante, ma se ne parla soprattutto nelle “chat” degli attivisti più in vista nella Capitale, vicini alla cordata del presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito e della deputata Lombardi.

Sarebbe affidata a Beppe Grillo, in quanto leader e garante, l’ultima decisione. Quindi se la Raggi insisterà a fare di testa propria, i vertici del Movimento potrebbero abbandonarla al suo destino, confermando ufficialmente quel disappunto generale che sta crescendo dietro la convinzione di chi ritiene ed afferma che “Virginia non si comporta più come una 5 Stelle”.

“Ovviamente le due cose sono collegate”, ha detto Carla Romana Raineri, l’ormai ex capo di gabinetto della sindaca Virginia Raggi, parlando delle sue “dimissioni irrevocabili” e di quelle, altrettanto definitive, dell’assessore al Bilancio Marcello Minenna – che poi a cascata hanno provocato quelle dell’amministratore di Ama, appena nominato, Alessandro Solidoro. E questa però è l’unica cosa che è stata chiara da subito, nella prima crisi della giunta capitolina.

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Carla Romana Raineri non ha voluto dire di più , chiedendo un paio di giorni per “riordinare le idee” e tornandosene subito nella sua Milano, dopo aver messo in scatola le poche carte accumulate in neanche due mesi di lavoro. Ha fatto capire però che la bocciatura dell’Anac della delibera sulla sua nomina è stata solo l’ultima goccia, e ha detto: “Credevo di esser stata chiamata per garantire la legalità ma la verità è ben altra”. Un’accusa pesantissima lanciata così, senza spiegare.

Un’accusa che sta scuotendo i 5 stelle, a Roma e non solo. Perché bisogna capire cosa c’è dietro il disastroso rientro dalle vacanze, se il Movimento5Stelle stia pagando la scarsa esperienza amministrativa e la completa mancanza di una sua classe dirigente (solo la Raggi e i consigliere Stefàno e De Vito erano già entrati in Comune, ma solo per tre anni e dall’opposizione, e mancano completamente dirigenti di area) o se – e questo sì, sarebbe persino più disastroso – il Movimento debba fare i conti con chi, come dicono alcuni consiglieri e la deputata Lombardi, “si sta comportando come i vecchi partiti”.

Da Parma è questa l’analisi anche di Federico Pizzarotti: “Tempo fa“, scrive il Sindaco di Parma su Facebook  “rilanciando l’idea di un meetup nazionale, ovvero di un’assemblea nazionale tra cittadini e portavoce, scrissi pubblicamente a Beppe Grillo queste testuali parole: “Ti chiedo: la volontà è quella di lasciare che le varie correnti del Movimento lo logorino dall’interno?“. Piaccia o no, lo accettiate o no, è quello che sta avvenendo”.

Nel frattempo a Cernobbio nei corridoi di villa d’Este, ieri mattina  il premier Matteo Renzi manifestava un certo ottimismo: “Lasciamola fare. Alla fine i risultati sono sotto gli occhi di tutti…“. Come dargli torto ?




Quello che i “grillini” non raccontano sui loro scontrini a 5 stelle…..

Schermata 2015-11-25 alle 02.56.50Il ritardo nell’aggiornare le note spese poteva costare l’espulsione dal Movimento 5 Stelle . In realtà, soltanto 38 parlamentari 5 stelle su 127 sono in regola con la rendicontazione. Lo si scopre consultando i dati presenti sul sito  tirendiconto.it , la piattaforma online su cui gli eletti “pentastellati” sarebbero tenuti – per regolamento interno – a riportare i dettagli dei “costi” di mandato ed a restituire le eventuali eccedenze. In realtà non lo fa praticamente quasi nessuno !

Se ne è occupato anche il settimanale L’ESPRESSO che ha scoperto che la maggior parte dei parlamentari, 61, non aggiorna la propria posizione dal maggio scorso. Tra loro anche due big membri del “direttorio” del M5S : il vice presidente della Camera Luigi Di Maio e il presidente della Commissione vigilanza Rai Roberto Fico. Un po’ più fresca, invece, fra le new entry è la scheda della deputata Carla Ruocco, che ha presentato le fatture soltanto fino al mese di luglio scorso. Cioè sino a 4 mesi fa.

Gli unici puntuali tra i “dirigenti” al momento sono Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia, i quali  hanno rendicontato fino a settembre che è il mese più recente consultabile sul sito. Tutti gli altri parlamentari aggiornano in ordine sparso: tre sono fermi addirittura a febbraio, cinque a marzo (tra cui Nicola Morra,Michele Giarrusso e Serenella Fucksia), tre a giugno, cinque a luglio e dodici ad agosto.

Schermata 2015-11-25 alle 02.56.26Se parte dell’indennità viene puntualmente versata nel fondo di garanzia per il microcredito (quasi 2mila euro a testa), sulla diaria e sugli altri rimborsi si può chiudere un occhio. Sono in molti a spendere quasi tutti i soldi messi a loro disposizione dalle Camere, più o meno dai 7 ai 10 mila euro al mese cadauno. Ma come viene investito il denaro che ogni mese arriva nelle tasche dei grillini eletti? Il settimanaleL’ESPRESSO  ha preso in esame le ultime rendicontazioni per ogni parlamentare del Movimento 5 stelle.

Un tetto confortevole

Una delle voci di spesa più importanti, ovviamente, è quella per la casa. Un affitto a Roma, si sa, costa molto, soprattutto se vuoi alloggiare vicino al Parlamento. I rappresentanti 5 stelle spendono in media 1.500 euro a testa. Una cifra che tiene conto dello stile austero di Luigi Di Maio, che per alloggio più utenze ha pagato 706 euro a maggio, ma anche dell’approccio meno sobrio di alcuni suoi colleghi.

Sono 22, infatti, i rappresentanti grillini che sborsano (ma i soldi sono dei contribuenti) più di 2mila euro al mese per un tetto nella Capitale. Tra questi, l’onorevole Marta Grande (2.271 euro, dato di maggio) e il senatore Nicola Morra (2.155 euro, dato di marzo). I più spendaccioni sono: il piemontese Carlo Martelli, che a giugno ha rendicontato 2.527 euro e il sardo Roberto Cotti, 2.448 euro sempre a giugno. Cifre che generalmente comprendono sia il canone mensile che il costo per le utenze e le pulizie.

Schermata 2015-11-25 alle 03.03.09Gli affamati

Ma uno dei dati più interessanti riguarda il cibo. Il vitto, infatti, è rimborsato dal Parlamento e anche sotto questa voce di spesa si registrano atteggiamenti diversi a seconda dell’eletto. C’è chi dichiara 30 euro di spesa al mese e chi invece si abbuffa a dismisura. Il più ingordo di tutti è il deputato campano Salvatore Micillo, che a maggio è riuscito a spendere ben 2.937 euro. E non sotto la voce “pranzi istituzionali” o “cene di rappresentanza”, ma sotto quella “alimentari”. Praticamente i cittadini italiani hanno pagato la spesa al supermercato dell’onorevole. Per molto meno, a Roma, il partito di Grillo ha chiesto le dimissioni dell’ex sindaco Ignazio Marino.

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nella foto Alessandro Furnari e Vincenza Labriola

Al secondo posto di questa speciale classifica si piazza il pugliese Francesco Cariello (1.566 euro a maggio) che li ha spesi quasi tutti per “pranzo/cena/bar”. Ma tra i migliori classificati, a sorpresa si piazzano tre volti molto noti del Movimento: la senatrice Serenella Fucksia (1.120 euro a marzo), il capogruppo alla Camera Federico D’Incà (1.013 a settembre) e il suo senatore Michele Giarrusso (994 euro sempre a marzo). In tutto, sono una quindicina i parlamentari in grado di spendere più di 900 euro al mese solo per mangiare.

A proposito di “affamati”…come non ricordare i due (ex) grillini, ex illustri disoccupati,  Alessando Furnari e Vincenza Labriolaselezionati, candidati ed eletti a Taranto dal Movimento 5 Stelle, i quali appena eletti in Parlamento hanno onorato con coerenza le loro promesse… passando subito al Gruppo Misto,  pur di non rinunciare ai loro circa 20 mila euro al mese ? Per conoscere il loro impegno in favore degli elettori tarantini bisognerebbe chiamare la Sciarelli a “Chi l’ha visto ?” !!!

Consulenze varie e “altre spese”

Schermata 2015-11-25 alle 02.29.45Poi c’è il capitolo dei soldi destinati a consulenze di varia natura e alle nebulosissime “altre spese”. Per quest’ultima voce non è presente alcuna giustificazione ulteriore, quindi non è dato sapere di che si tratti. Ma almeno sappiamo chi si è guadagnato la pole position assoluta in questa gara: il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia Luigi Gaetti. Ad agosto, il senatore mantovano ha pagato 3mila euro per “consulenze varie” e 2mila per “altre spese”, 5mila euro in un sol colpo senza specificazioni aggiuntive. Vacanze ? Secondo classificato, il capogruppo della Commissione Industria al Senato Gianni Girotto, che a luglio ha speso 3.947 euro, di cui 2.420 in non meglio precisate “consulenze varie”. Dietro di lui, ma solo di un passo, si piazza il deputato lombardo Alberto Zolezzi: 2.474 euro di “consulenze varie” e 1.046 euro di “altre spese” a luglio (a giugno per le stesse voci aveva speso rispettivamente 2.767 e 1.033 euro).

Anche Barbara Lezzi, salita agli onori delle cronache per aver assunto come portaborse la figlia del compagno, si è guadagnata un buon piazzamento coi suoi 3.250 euro spesi a maggio soprattutto per “consulenze di natura legale”. E tra coloro che hanno investito cifre importanti spuntano anche Roberta Lombardi (1.352 euro per consulenze informatiche ad agosto), Alessandro Di Battista (1.575 per consulenze legali settembre) e Carlo Sibilia (1.658 “consulenze varie” a settembre). Almeno 22 parlamentari hanno speso più di mille euro.

Eletti in Movimento

Schermata 2015-11-25 alle 02.46.16Taxi, treni, aerei, rimborsi chilometrici. Gli spostamenti dei parlamentari gravano ovviamente sul bilancio dello Stato. Come, del resto, tutte le attività che organizzano su territori di provenienza. E i portavoce 5 stelle stanno molto in giro. Roberto Fico, ad esempio, ha ricevuto rimborsi per 3.104 euro rendicontati alla voce “spese logistiche per partecipazione ad eventi”. Attivissimi sui territori anche Carla Ruocco, che ha speso 2.374 euro a luglio per “missioni non ufficiali” e il senatore Sergio Puglia, 2.637 euro a maggio soprattutto per “stampa di materiale informativo”. Poi c’è chi prende spesso il taxi, come Nunzia Catalfo, che a marzo ha rendicontato 819 euro, e chi chiede i rimborsi chilometrici come Marco Brugnerotto (926 euro a settembre). Luigi Di Maio, quasi sempre francescano, nel mese di maggio per i trasporti ha speso 1.280 euro, tra taxi, carburante, noleggio auto, pedaggi e parcheggi.

La fabbrica degli assistenti 

Schermata 2015-11-25 alle 03.06.28Un ultimo sguardo lo merita il capitolo “collaboratori. I parlamentari impiegano somme diverse per pagare i propri aiutanti. Si va dai mille ai 5mila euro, a seconda dei casi. Ma ci sono anche esempi eclatanti. Il primo gradino del podio spetta senza dubbio al deputato Paolo Romano che a maggio ha speso 8.329 euro. Poco più di quanto ha sborsato Silvia Benedetti che con i suoi 7.833 euro a febbraio si piazza al secondo posto. Sul terzo gradino, infine, sale l’ex capo gruppo alla Camera Alessio Villarosa che a maggio ha pagato 6.316 euro.

Le spese allegre dei sindaci “grillini” 

Schermata 2015-11-25 alle 02.34.31A Parma sotto la guida del Sindaco del M5S Pizzarotti al Comune succede anche di tagliare i servizi alla persona e spendere 100.000 per la musica elettronica. Il sindaco grillino prometteva di fermare l’inceneritore, ma ha preferito invece di occuparsi di musica progettando di spendere tutti questi soldi per un concerto musicale di Capodanno. A Bagheria in Sicilia il sindaco grillino Patrizio Cinque ha distribuito consulenze a tutta forza a partenti ed “attivisti” del Movimento 5 Stelle  40mila euro assegnati a tre consulenti (un parente di un assessore, al padre di un consigliere comunale ed a un attivista del M5S).

Schermata 2015-11-25 alle 03.55.40E possiamo non ricordare quanto accaduto a  Sedriano, il primo comune della Lombardia sciolto per mafia. Che il 15 novembre è andato al voto, che vedeva i ‘grillini’ dati per favoriti. Ma nella lista spicca un nome che rischia di diventare ingombrante. E’ quello di Gabriele Panetta, classe 1965, calabrese. Al quale il senatore Luigi Gaetti, vicepresidente ‘grillino’ della Commissione Antimafia al Senato, sentito da ilfattoquotidiano.it, chiedeva di valutare l’opportunità “di un passo indietro a tutela di tutti”. A scoprirlo il Fatto Quotidiano, diretto dal collega Marco Travaglio, notoriamente “vicino” ed in linea con le posizioni e battaglie del M5S. Panetta “arriva al nord da ragazzo e, dopo qualche anno a Garbagnate Milanese, si trasferisce a Bareggio, dove conosce Rocco Musitano, capo dell’omonima famiglia mafiosa. Il 23 marzo del 1983 il boss della ‘ndrangheta esce dal bar ‘Jesi’ di via Manzoni, si dirige all’ingresso del vicino Luna Park, saluta Panetta e sale sulla sua A112. Percorre pochi metri, quando un’auto lo affianca e un uomo gli scarica addosso una raffica di mitra, mentre un altro scende e lo finisce con due colpi alla testa, esplosi da una calibro 38. Panetta è giovanissimo, ancora non ha compiuto 18 anni. I carabinieri lo interrogano come testimone e non sarà mai indagato. Il suo nome finisce nelle carte dell’inchiesta Nord-Sud, uno dei primi maxiprocessi degli anni Novanta sulla ‘ndrangheta nel milanese, e la sua deposizione permette di ricostruire la dinamica di un omicidio che avviene in Lombardia, ma viene concepito in Calabria. “Nel contesto della cosiddetta faida Musitano-Marando, che ebbe inizio – si legge nella sentenza della Corte d’Assise di Milano l’11 giugno del 1997 – con l’uccisione di Luigi Marando, avvenuta a Platì il 19 ottobre 1979 a opera di esponenti della famiglia Musitano per una questione di spartizione di illeciti proventi di una rapina. Il cadavere del Marando fu gettato in una discarica: gesto che provocò un maggior risentimento della famiglia, che decise di sterminare i Musitano”. Ecco chi seleziona e candida il Movimento  5 Stelle !

Il Movimento “NoTav” viaggia in alta velocità

Schermata 2015-11-25 alle 02.46.28Una pagina del socialnetwork Facebook, ha pubblicato una serie di esponenti del Movimento 5 Stelle, il cui leader Beppe Grillo è ampiamente noto per le sue battaglia “NO-TAV”, comodamente seduti sulle poltrone dei treni dell’ Alta Velocità, dormendo piacevolmente…Da Grillo a Vito Crimi fotografati dormivano beatamente, a Casaleggio che “navigava” con il suo tablet viaggiando in FrecciaRossa grazie all’ Alta Velocità ferroviaria. “Sposteremo gli uffici parlamentari presso le case e le aziende che vogliono espropriare per costruire il Tav: dovranno passare sul nostro corpo” era l’appello pubblicato sul blog di Beppe Grillo (che intasca personalmente  tutta la ricca pubblicità che ospita) diceva il senatore M5S Vito Crimi a Il Fatto Quotidiano  annunciando la mobilitazione generale in difesa dei proprietari delle zona di Calcinato in provincia di Brescia.”Espropri di case, cascine, terreni e aziende agricole”, diceva il parlamentare grillino, “con offerte di denaro per rinunciare a una vita e ripartire da zero. Sono queste le condizioni per realizzare l’inutile grande opera della linea Alta velocità Milano-Venezia, che passerà anche da Brescia”.

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fotomontaggio tratto da Il Fatto Quotidiano del 3 giugno 2015

Secondo il Movimento 5 stelle il Tav , cioè l’ alta velocità è un’opera inutile perché non terrebbe conto delle “reali esigenze dei pendolari”. “Ogni giorno”, conclude il post di Crimi sul blog grillino , “viaggiano 3 milioni di passeggeri, contro i soli 70mila delle “frecce. I turisti che usano le linee locali sono 22 milioni in tutta l’area gardesana. Infine sono stati investiti circa 6 miliardi di euro per risparmiare 20 minuti di tempo fra Milano e Venezia”.  A Taranto invece gli attivisti ed esponenti “grillini”, la stragrande maggioranza formata da fuoriusciti da altri partiti e movimenti o di gente alla ricerca di uno stipendio, di un incarico “pubblico”, si lamentano perchè l’ Alta Velocità non arriva ! Ah benedetta corenza….!!!

Tutti in “famiglia”

Schermata 2015-11-25 alle 02.54.00Sonia Toni, oltre ad essere una “grillina” della prima ora, è  sopratutto la prima moglie di Beppe Grillo, con il quale ha avuto due figli, e con cui nonostante la separazione, mantiene buoni rapporti. Quando il suo nome ha iniziato a girare tra i possibili candidati a Rimini, ne è nato un vero “caso” interno al Movimento5Stelle,  come racconta il Corriere della Sera.

Nel Comune romagnolo si voterà in primavera e la base 5 Stelle è in pressing per le liste e perché si trovi a breve il candidato che sfiderà il pd Andrea Gnassi, in corsa per il bis. Sonia Toni nei giorni scorsi ha confermato: “Forse sarò uno dei nomi in lista, ma non come candidata a sindaco“. La sua candidatura ha creato non pochi problemi. Tra i primi a polemizzare, Gianluca Tamburini, attuale capogruppo M5S al Comune di Rimini: “Mai vista alle riunioni, noi non la conosciamo”, ha dichiarato al quotidiano il Resto del Carlino . Dando vita a un botta e risposta anche sui social. “Il mio nome viene fuori perché a pochi mesi dal voto perdete tempo su rotonde, parcheggi, fondazione Fellini”, replica l’ex-signora Grillo.

Concludendo, cari lettori, tutte queste notizie a Taranto non le troverete nè sui siti internet che hanno paura di perdere qualche “click” o qualche squallido “mi piace” sui socialnetwork, nè tantomeno su qualche quotidiano stampato, i cui giornalisti lavorano grazie ai contratti di solidarietà (altrimenti avrebbero già chiuso) pagati anche grazie ai soldi dei contribuenti.

Come sempre a verificare quello che accade, a raccontarvi e documentarvi quello che ogni cittadino e lettore è tenuto a sapere è il Corriere del Giorno, quotidiano online che non richiede e riceve contributi pubblicità,  e sopratutto dal 1 agosto 2014 vi informa ogni giorno gratis, senza padroni e padrini  alle spalle !