Siri e l'altalena giallo-verde

Siri e l'altalena giallo-verde

Lega e M5S sono divisi da (quasi) tutto il resto. Insediamento sociale, radicamento territoriale, priorità programmatiche, tradizioni politiche e via elencando. Non c’è nulla che leghi, seguendo un minimo di filo logico

di Marco Follini

Sia detto con tutto il dovuto riguardo. Il sottosegretario Siri non è l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. Dunque, se alla fine un taglio netto dovesse porre termine alla sua avventura governativa, come pare, la cosa non sarebbe paragonabile allo sparo di Sarajevo che nel 1914, uccidendo l’arciduca d’Austria, dette inizio alla prima guerra mondiale.

Ora, nessuno intende sottovalutare la partita politica simbolica che si sta giocando in queste ore. Conte vuole dimostrare che esiste. Di Maio vuole dimostrare che ha una morale. E Salvini vuole dimostrare che difende i suoi. Imprese non semplicissime, almeno le prime due. Che spiegano per l’appunto la crudezza dello scontro in atto.

Ma la vera questione va molto oltre. E riguarda l’affinità e la compatibilità tra i due pilastri della maggioranza giallo-verde. Che ogni giorno litigano selvaggiamente su tutto, e ogni altro giorno si ritrovano invece ad andare avanti così come sono, immortalati da quel “contratto” che segna, insieme, la differenza che li divide e il vincolo che li unisce.

Ora, io non credo che questa altalena sia solo una (reciproca) furbizia dei due dioscuri di governo. Semmai, essa nasconde un dilemma più profondo. E quel dilemma, io credo, riguarda le forze di opposizione non meno che quelle di maggioranza.

Lega e M5S sono cementati dal racconto populista. Una volte deciso di proporsi come forze antisistema, la loro alleanza ne discende con una sorta di inesorabilità. Se il tema è il popolo (tutto insieme, indistinto) contro le elites, la gente contro l’establishment, la “novità” contro quelli di prima, è inevitabile che Salvini e Di Maio continuino a governare assieme. Per quanta insofferenza ci sia tra di loro, il mastice di una narrazione così largamente comune, li tiene assieme e promette/minaccia di durare ancora un bel po’, a dispetto di tutto e di tutti.

Ma di contro, Lega e M5S sono divisi da (quasi) tutto il resto. Insediamento sociale, radicamento territoriale, priorità programmatiche, tradizioni politiche e via elencando. Non c’è nulla che leghi, seguendo un minimo di filo logico, la flat tax proposta dagli uni e il reddito di cittadinanza proposto dagli altri. e non a caso, lo snocciolarsi dei problemi concreti suscita sempre, immancabilmente, un moto di contrasto tra di loro.

Dunque si incrociano due partite. Una oppone la piazza al palazzo, in blocco, secondo una rappresentazione un po’ mitologica del paese e della politica. L’altra oppone Lenin a Rousseau (copyright Lucio Caracciolo). La prima dà un senso, per così dire, a questa maggioranza. La seconda gliene priva. La prima autorizza a credere che il governo possa durare. La seconda esprime il diffuso vaticinio che stia lì lì per cadere.

E’ ovvio che questo stesso dilemma si ripropone, tale o quale o quasi, sul versante delle opposizioni. Perché è chiaro che se la sfida è populisti contro il resto del mondo, il resto del mondo dovrebbe giocare a ranghi compatti, per quanto gli è possibile. Ma se invece la sfida oppone progetti e partiti, ognuno con i propri caratteri specifici, neppure l’opposizione può pensare di essere una sorta di falange macedone, compatta e indifferenziata. Anzi, all’opposto, deve riscoprire tutte le più diverse identità che la attraversano.

Forse dobbiamo capire meglio i nostri avversari per capire meglio noi stessi. E magari, prima o poi, venirne a capo.

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