Sentenze aggiustate per 400 milioni: 15 arrestati, anche un magistrato

Sentenze aggiustate per 400 milioni: 15 arrestati, anche un magistrato

Il Gip: ” Il Magistrato svendeva la sua funzione”. Reati contro pubbilca amministrazione. Operazione delle procure di Roma e Messina. Nei mesi scorsi Longo era stato sanzionato dal Csm a seguito di un procedimento disciplinare e poi trasferito il 26 luglio da Siracusa, dove era pm, al Tribunale civile di Napoli come giudice. Una decisione quella del CSM a dir poco discutibile, anche se va riconosciuto che il trasferimento in prevenzione era avvenuto su sua domanda. Pronto a continuare le sue illegalità.

ROMA –  La Guardia di Finanza in una operazione congiunta tra la Procura di Roma e Messina ha effettuato 15 arresti per due associazioni a delinquere dedite alla frode fiscale, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione in atti giudiziari. Tra i fermati anche Giancarlo Longo, ex pubblico ministero della Procura di Siracusa, l’avvocato Piero Amara e gli imprenditore Fabrizio Centofanti e Enzo Bigotti, quest’ultimo già coinvolto nel caso Consip.

Giancarlo Longo, ex pm di Siracusa a “caccia” di cimici

Sono tre le sentenze “aggiustate” contestate dai pm della Procura di Roma all’ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio (oggi in pensione) che avrebbe “pilotato” tre sentenze che hanno inciso favorevolmente per clienti degli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore in concorso con il magistrato.

Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano questa mattina ha effettuato perquisizioni a carico di Massimo Mantovani, ex responsabile dell’ufficio legale di ENI ed attuale dirigente della società, indagato per associazione per delinquere finalizzata ad una serie di reati. Stando all’inchiesta condotta dal pm Laura Pedio, sarebbe l’organizzatore di presunte manovre di depistaggio per condizionare le inchieste milanesi “Eni-Nigeria” ed “Eni-Algeria”. Il filone dell’inchiesta si intreccia con le indagini condotte dalle Procure di Roma e Messina.

la Procura di Roma

In una nota congiunta le due Procure scrivono che le “indagini hanno preso le mosse da distinti input investigativi convergendo sull’operatività dei due sodalizi criminali, consentendo la ricostruzione di ipotesi di bancarotta fraudolenta da parte di soggetti non riconducibili alla struttura delle organizzazioni“. Il gip di Roma ha emesso misure cautelari personali oltre che per Amara, Centofanti e Bigotti anche per Luciano Caruso. Alcuni nomi, in particolare quello di Amara e Centofanti, compaiono anche nell’ordinanza emessa dal gip di Messina che ha disposto il carcere per Longo chiedendo l’applicazione di misure cautelari anche per Alessandro Ferraro, Giuseppe Guastella, Davide Venezia, Mauro Verace, Salvatore Maria Pace, Gianluca De Micheli, Vincenzo Naso, Francesco Perricone e Sebastiano Miano.

I metodi “disinvolti” usati dall’ex pm di Siracusa sono ben esemplificati in uno dei capi di imputazione contestati: quello che riguarda il cosiddetto caso Eni. Longo, su input di Amara, legale esterno dell’Eni, avrebbe messo su un’indagine, priva di qualunque fondamento, su un presunto e rivelatosi falso piano di destabilizzazione della società del cane a sei zampe e del suo amministratore delegato Claudio Descalzi. In realtà, per gli inquirenti che hanno arrestato anche Amara e Calafiore, lo scopo sarebbe stato intralciare l’inchiesta milanese sulle presunte tangenti nigeriane in cui Descalzi era coinvolto.

Gip, “giudice svendeva sua funzione” – L’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, arrestato oggi dalla Finanza, è accusato di associazione a delinquere, corruzione e falso. Il magistrato da qualche mese aveva chiesto il trasferimento al Tribunale di Napoli. “In qualità di pubblico ufficiale svendeva la propria funzione”, si legge nella misura cautelare emessa a suo carico.

Il “metodo Longo” – I magistrati di Roma e Messina che hanno chiesto e ottenuto l’arresto di 15 persone, tra cui l’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo che per per anni avrebbe messo a disposizione la sua funzione giudiziale, in cambio di soldi, per aiutare i clienti dei due avvocati siracusani. I magistrati che ne hanno chiesto l’arresto parlano di “mercificazione della funzione giudiziaria” aggiungendo: “Longo usava le prerogative a lui attribuite dall’ordinamento per curare interessi particolaristici e personali di terzi soggetti dietro remunerazione. Tali condotte vengono riscontrate a partire dal 2013 e perdurano sino ai primi mesi del 2017“.

L’avvocato Giuseppe Calafiore (a sinistra), i pm Giancarlo Longo (al centro) e Maurizio Musco (a destra)

I metodi usati da Longo erano tre: creazione di fascicoli “specchio”, che il magistrato “si auto-assegnava – spiegano i pm che hanno condotto l’inchiesta – al solo scopo di monitorare ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi (e di potenziale interesse per alcuni clienti rilevanti degli avvocati Calafiore e Amara), legittimando così la richiesta di copia di atti altrui, o di riunione di procedimenti; fascicoli “minaccia”, in cui “finivano per essere iscritti – con chiara finalità concussiva – soggetti ‘ostili’ agli interessi di alcuni clienti di Calafiore e fascicoli “sponda”, che venivano tenuti in vita “al solo scopo di creare una mera legittimazione formale al conferimento di incarichi consulenziali (spesso, radicalmente inconducenti rispetto a quello che dovrebbe essere l’oggetto dell’indagine), il cui reale scopo era servire gli interessi dei clienti di Calafiore a Amara“.

Claudio De Scalzi

Gli agenti nigeriani  . Nel settembre scorso la collaborazione tra le Procure di Messina e Milano aveva fatto venire fuori che contro l’ad di Eni Claudio Descalzi in realtà la congiura era assai presunta. Lui era infatti indagato dai magistrati Greco e De Pasquale per corruzione internazionale in Nigeria; implicato pure l’ex vertice della compagnia petrolifera di Stato, Paolo Scaroni.

L’ipotesi degli inquirenti è che, per accreditare la tesi di un Descalzi vittima di trame oscure, sarebbero state in qualche modo “utilizzate” le Procure di Trani e Siracusa, destinatarie di esposti anonimi e “testimonianze” – come quella di Gaboardi – che avevano suggerito trame complesse quanto fumose, la presunta azione coordinata portata avanti da 007 nigeriani e imprenditori iraniani, l’asserito ruolo di complottisti di un pool di avvocati Telecom legati all’ex presidente Franco Bernabè, al petroliere (attuale banchiere di Carige) Gabriele Volpi e all’imprenditore Marco Bacci, indicato nelle carte come “vicino” all’ex premier Matteo Renzi.

L’obiettivo di scippare o depistare la Procura di Milano fallì miseramente. Secondo la ricostruzione dei finanzieri, il pm Longo, “pilotato” dall’avvocato Amara, consulente legale di Eni, avrebbe cercato di far credere che Descalzi e Scaroni fossero stati bersaglio dei loro avversari interni all’Eni, i consiglieri Luigi Zingales e Karina Litvack, ma pure di Umberto Vergine, ad della controllata Eni Saipem, che sarebbe stato interessato a subentrare a Descalzi. Sul finire del 2016 il fascicolo era passato di mano e da Siracusa era andato alla sua sede naturale, cioè la Procura di Milano, grazie all’intervento del procuratore Giordano. Amara e Ferraro erano finiti indagati (con Gaboardi) per associazione a delinquere, messa su – sostiene l’accusa del capoluogo lombardo – per realizzare un “vero e proprio depistaggio, intralciando lo svolgimento dei processi in corso a Milano contro Eni e i suoi dirigenti” diffamando e screditando Zingales, che si era dimesso, e Litvack, prima allontanata e poi richiamata dal gruppo.

Mentre la Procura di Trani con il procuratore Carlo Maria Capristo, aveva finito col cedere il passo, quella di Siracusa “si sarebbe chiamata in causa” sulla base di un presunto traffico di pietre preziose provenienti dalla Nigeria, che si sarebbe svolto proprio nella città siciliana. Come nelle fiction televisive , in pieno agosto del 2015 , Ferraro  sarebbe stato sequestrato per alcune ore da due agenti nigeriani e da un italiano: dopo la sua denuncia, Longo, data l’assenza per le ferie del procuratore Francesco Paolo Giordano e del suo aggiunto, Fabio Scavone, si sarebbe autoassegnato il relativo procedimento, cosa che gli costerà la contestazione disciplinare e il trasferimento. In realtà lo scopo ultimo sarebbe stato quello di fingere di approfondire per acquisire le carte altrui e cercare di archiviare poi tutto.

Ma a dare un nuovo impulso alle indagini sul “comitato d’affari” diretto da Amara è stato un esposto firmato da 8 degli 11 sostituti della Procura di Siracusa nei confronti del collega Longo, che aveva il sospetto che stessero indagando su di lui. Per questo commissionò a un privato che lavorava con la Procura di effettuare una bonifica all’interno del suo ufficio per verificare l’eventuale presenza di microspie. Con il tecnico si giustificò dicendo che ad indurlo in allarme era stata la “visita” dei finanzieri inviati dalla Procura di Messina che, in effetti, stavano indagando sul collega.

La bonifica non diede frutti ma Longo qualche giorno dopo trovò le “cimici” da solo. Una telecamera piazzata nella stanza lo riprende infatti mentre sale sulla scrivania per perlustrare l’ufficio. Per accertare chi gli avesse dato la “dritta”‘, gli inquirenti decisero di sequestrargli il cellulare e andarono in Procura, ma l’ex pm non c’era. Ad avvertirlo era stato un collega, anche lui già indagato e condannato per vicende analoghe, Maurizio Musco. A quel punto, Longo si precipitava rientrando in ufficio e dichiarando: “Non ho al seguito il cellulare contraddistinto in quanto, lo stesso, si è rotto. Preciso, altresì, che tale apparato telefonico si trova presso la mia abitazione di Mascalucia“. Ma chiaramente a casa dell’ex pm del telefonino non c’era traccia. Longo l’aveva fatto sparire.

Nei mesi scorsi Longo era stato sanzionato dal Csm a seguito di un procedimento disciplinare e poi trasferito il 26 luglio da Siracusa, dove era pm, al Tribunale civile di Napoli come giudice. Una decisione quella del CSM a dir poco discutibile, anche se va riconosciuto che il trasferimento in prevenzione era avvenuto su sua domanda. Pronto a continuare le sue illegalità.

La posizione di Eni  .Eni conferma – si legge in una nota – che nella giornata di oggi la polizia giudiziaria ha proceduto ad acquisire presso la società documentazione e supporti informatici nell’ambito di una inchiesta della Procura di Milano in merito a un presunto falso complotto costruito ai danni dei propri vertici aziendali. Eni confida nella correttezza dell’operato del proprio management nell’ambito della vicenda e avvierà come in ogni altra circostanza analoga le opportune verifiche interne. Eni, non indagata, auspica che si faccia quanto prima chiarezza sui fatti oggetto di indagine“.

 

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