Rapporto DIA: La criminalità organizzata pugliese e lucana

Rapporto DIA: La criminalità organizzata pugliese e lucana

La Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia

ROMA – Il ritratto della criminalità organizzata pugliese, così come emerge dalle più importanti indagini concluse durante il semestre, propone un modello che, in generale, sembra accelerare il processo evolutivo di omologazione ai modelli e alle condotte delle storiche organizzazioni mafiose italiane, in particolare camorra e ’ndrangheta, nelle quali – come ampiamente testimoniato dagli esiti giudiziari dell’operazione “Pandora” – essa affonda le proprie radici, replicando la tradizione del familismo mafioso ed i suggestivi ed arcaici riti di affiliazione. Tale indagine ha avuto il merito, tra l’altro, di fornire un’analitica descrizione della natura delle associazioni criminali pugliesi, facendo emergere, come novità assoluta, l’esistenza di collegamenti tra diversi gruppi criminali della provincia di Bari, nonchè tra questi e le consorterie operanti nel resto della Regione.

Ciò, nonostante permanga, di fondo, quella frammentarietà strutturale da sempre peculiare delle consorterie delinquenziali locali. Sembrerebbe in atto un avvicinamento tra camorra barese, mafia foggiana e Sacra Corona Unita, al punto che, in alcuni casi, la cerimonia di affiliazione di sodali baresi è stata celebrata alla presenza di un rappresentante della SCU. Una circostanza che assume, anche sul piano simbolico, un valore non trascurabile. Le tre menzionate organizzazioni mafiose pugliesi, pur riconoscendosi come autonome, specie nel controllo militare del territorio, sembrano proiettate, sotto l’egida delle famiglie dominanti, alla realizzazione di una sinergica struttura multi-business, con una mentalità criminale più moderna e “specializzata”, che consente loro di spaziare nei vari ambiti dell’illecito (come quello delle scommesse illegali on-line) e di affermare una tendenza espansionistica verso i settori in crescita dei mercati legali. In tale prospettiva, le associazioni criminali si dimostrano capaci di attuare efficaci strategie d’infiltrazione nell’indotto economico-finanziario gestito dagli enti locali, in particolare nel settore dei rifiuti.

Il grafico evidenzia i reati sintomatici di criminalità organizzata registrati in Puglia nel primo semestre del 2018

Questa mafia degli affari, proiettata verso obiettivi di medio-lungo termine, utilizza il potere di assoggettamento per condizionare non solo gli Enti locali492, ma anche il tessuto imprenditoriale. In tali ambiti, la corruzione diventa il grimaldello per permeare la Pubblica Amministrazione. Lo spaccato analitico in argomento emerge anche dalle interdittive antimafia, emesse nel semestre dalle Prefetture-UTG pugliesi e lucane ex artt. 91 e 100 del Decreto Legislativo n. 159/2011494, che confermano l’inserimento delle organizzazioni criminali nei rapporti economici tra Pubblica Amministrazione e privati. Ad essere, in via preventiva, considerate non affidabili per infiltrazioni mafiose sono risultate, nel semestre, società attive nei settori merceologici dell’edilizia, del mercato ittico, commercio di legname, pastorizia, servizi funebri, raccolta e trasporto nettezza urbana, servizi di assistenza per richiedenti asilo e per soggetti vulnerabili, gestione impianti sportivi ed altro. Nel periodo in esame, peraltro, si è assistito allo scioglimento di 3 Amministrazioni comunali pugliesi per infiltrazioni mafiose, ai sensi dell’art. 143 TUOEL: – Mattinata (FG), sciolto con DPR del 19 marzo 2018; – Surbo (LE), sciolto con DPR dell’11 maggio 2018; – Sogliano Cavour (LE), sciolto con DPR del 29 giugno 2018.

Per quanto riguarda il comune di Mattinata (FG), la decisione è stata disposta sulla scorta delle risultanze compendiate nella relazione della Commissione di accesso, che ha evidenziato l’ipotesi di un collegamento di amministratori e dipendenti comunali con la criminalità organizzata del luogo. Tale radicamento avrebbe determinato uno stato “cronico” di assuefazione alla forza di assoggettamento della criminalità, tale da non richiedere necessariamente azioni intimidatorie che, se poste in essere, il più delle volte non sono denunciate. Nel leccese, l’accesso ispettivo disposto dal Prefetto nei Comuni di Sogliano Cavour e di Surbo è scaturito dagli esiti dell’operazione “Contatto”, conclusa nel 2017 ed in conseguenza della quale sono stati sciolti.

L’indagine aveva delineato la presenza e l’operatività nella provincia di Lecce di un’articolata associazione di tipo mafioso, operante in clan e gruppi anche autonomi, finalizzata ad assumere il controllo del territorio, sia in relazione alle attività illecite (traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, usura), sia in relazione ai centri di potere politico-amministrativo, attraverso la corruttela di pubblici amministratori. In questo modo, l’organizzazione offriva ai propri affiliati e sostenitori una sorta di “protezione”, garantendo agevolazioni economiche, concessione di sovvenzioni pubbliche per non abbienti (nell’ambito delle politiche sociali dei comuni), assunzioni e informazioni su eventuali indagini di polizia giudiziaria, comunicate da appartenenti alle forze dell’ordine compiacenti.

Sul fronte giudiziario, nell’ambito del procedimento penale relativo all’operazione “Attila 2”, il 28 maggio 2018 è stata emessa dal Gup presso il Tribunale di Bari la sentenza (n.12414/16 RG-PM, n. 15426/16 RG GIP e n. 1132/18 RG SENT) nei confronti di appartenenti al clan DI COSOLA, ritenuti responsabili di direzione, organizzazione e partecipazione ad associazione di tipo mafioso nonché di scambio elettorale politico-mafioso in concorso e coercizione elettorale in concorso. Dall’analisi delle fonti probatorie emergono “modalità di approccio nei confronti degli elettori marcatamente aggressive la cui portata intimidatoria era sicuramente accresciuta dalla caratura criminogena degli imputati conosciuti nei rispettivi ambiti territoriali di appartenenza”.

L’infiltrazione criminale nell’economia legale pugliese si registra anche nel comparto agroalimentare, in particolare nel territorio del foggiano. La domanda massiva di manodopera e l’opportunità di assoldare a basso costo braccianti stranieri ha visto in quel territorio una crescita esponenziale del fenomeno del cd. caporalato e di tutto l’indotto sommerso ed illegale connesso al settore. Nel territorio del Tavoliere delle Puglie, il caporalato, oltre a favorire le finalità dei gruppi criminali che si occupano del trasporto dall’estero e dell’ingresso clandestino in Italia di immigrati, ha contribuito alla formazione di sacche sociali di stranieri completamente sconosciuti alle istituzioni locali e nazionali, gestiti senza scrupoli dalla criminalità del posto.

Nel settore dell’agricoltura e zootecnia pugliese emerge un’evidente contaminazione tra due interessi: da una parte la forte spinta economica per le aziende del posto ad inserirsi nel mercato internazionale delle esportazioni dei prodotti alimentari italiani, considerati un’eccellenza a livello mondiale, e dall’altra la tendenza delle consorterie locali a sfruttare sempre più i braccianti stranieri con pratiche illegali finalizzate a massimizzare i proventi economici.

Le indagini concluse nel semestre rendono necessario richiamare, inoltre, l’attenzione sulla capacità delle donne, soprattutto pugliesi, nella gestione del malaffare: mogli e parenti dei boss rivestono ormai da tempo compiti di primo piano in seno alle organizzazioni criminali, con i variegati ruoli di reggenti, cassiere ed emissarie dei rispettivi clan, abili anche nel garantire continuità alle attività illecite gestite dai capi detenuti, ottemperando alle disposizioni recepite con pizzini, lettere o durante i colloqui in carcere. Nel mese di aprile, ad esempio, in esecuzione di un ordine di carcerazione, è stata arrestata nel brindisino la compagna di un boss della Sacra Corona Unita a capo del clan BUCCARELLA, condannata per il ruolo ricoperto nell’organizzazione e per le attività estorsive perpetrate ai danni delle aziende attive nell’affaire fotovoltaico sviluppato in quella provincia.

Tra le attività di contrasto concluse nel semestre dalla DIA, l’operazione “Shefi” ha confermato, ancora una volta, le connessioni operative tra gruppi criminali organizzati albanesi e pugliesi, acclarate – dal maggio 2016 al gennaio 2017 – mediante il ricorso alla cooperazione giudiziaria internazionale delle squadre investigative comuni. A conclusione dell’indagine, è stata eseguita in Italia, Albania e Romania una misura cautelare nei confronti di 43 soggetti italiani e albanesi, ritenuti responsabili a vario titolo di associazione finalizzata al traffico internazionale di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente, sull’asse Albania-Puglia, destinati all’approvvigionamento dell’intero territorio nazionale. L’inchiesta ha confermato come le coste pugliesi rappresentino uno dei principali punti di approdo dello stupefacente in Italia, da dove viene poi smerciato verso i mercati campani e calabresi, verso quelli del nord Italia e all’estero.

L’adesione di alcuni esponenti di vertice dei clan pugliesi a programmi di collaborazione proposti dagli organi di giustizia, soprattutto nei contesti criminali operanti nel territorio del capoluogo di regione e relativo hinterland, ha consentito, da un lato di acquisire maggiori informazioni sul funzionamento interno alle consorterie criminali, dall’altro ha comportato le reazioni dei sodali, che in alcuni casi si sono uniti al clan contrapposto. Anche la Basilicata appare esposta a fenomeni di recrudescenza criminale e, soprattutto, di infiltrazione del territorio ad opera delle organizzazioni criminali provenienti dalle regioni limitrofe, in ragione dei molteplici interessi economici che insistono su quel territorio, dallo sfruttamento di risorse naturali, al turismo, all’agricoltura, alla cultura, alla zootecnia, all’imprenditoria artigianale ed industriale. La regione si pone all’attenzione anche per quel che riguarda le percezioni di finanziamenti comunitari, nazionali, regionali e comunali nei settori turistico ed agricolo.

 

Particolare rilevanza riveste la città di Matera, “Capitale europea della cultura” per il 2019, che a breve rappresenterà, quindi, una meta turistica internazionale, per la quale sono previsti cospicui finanziamenti pubblici connessi all’organizzazione dell’evento, che potrebbero attirare gli interessi della criminalità organizzata, da sempre sensibile al settore dei contributi pubblici.

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