Michele Santoro presenta al carcere di Poggioreale il docufilm “Robinù” sui babyboss

Michele Santoro presenta al carcere di Poggioreale il docufilm  “Robinù” sui babyboss

Le telecamere di Santoro, che ha scritto e diretto il documentario insieme a Maddalena Oliva e Micaela Farrocco, hanno incontrato le vere facce dei “babyboss” con il racconto della loro storia narrata in maniera “diretta” e senza alcuna mediazione: ragazzi che hanno i denti devastati dalla droga e che non parlano italiano, ma che esprimono sentimenti e passioni di una forza sconosciuta al Paese “normale”.

CdG michele santoro veneziaL’atteso film-documentario “Robinù”  di Michele Santoro sui babyboss della camorra verrà proiettato in anteprima assoluta domani nel carcere di Poggioreale a Napoli dove è stato girato oltre che nell’Istituto penale minorile di Airola . Dopo essere stato presentato alla 73esima Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia, “Robinù”  uscirà nelle sale il 6 e 7 dicembre prossimi . Le telecamere di Santoro, che ha scritto e diretto il documentario insieme a Maddalena Oliva e Micaela Farrocco, hanno incontrato le  vere facce dei “babyboss” con il  racconto della loro storia narrata in maniera “diretta” e senza alcuna mediazione: ragazzi che hanno i denti devastati dalla droga e che non parlano italiano, ma che esprimono sentimenti e passioni di una forza sconosciuta al Paese “normale”.


Come Michele, 22 anni e altri 16 da scontare
nei padiglioni di Poggioreale, protagonista di Robinù”  che ha assistito seduto accanto al Ministro di Giustizia Andrea Orlando alla proiezione del film assieme ad altri 120 detenuti, tutti tra i 20 e i 30 anni d’età . Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con un messaggio video  si rivolgerà direttamente  ai “giovani adulti” detenuti nel carcere presenti all’anteprima , che è stata preceduta da un saluto video del Capo Stato Sergio Mattarella.



“ROBINÙ”

CdG santoro RobinuuA Napoli, negli ultimi due anni, bande di adolescenti si combattono, a colpi di kalashnikov, in una guerra dimenticata che è arrivata a contare oltre 60 morti. La chiamano “paranza dei bambini”: giovani ribelli che sono riusciti a imporre una nuova legge di camorra per il controllo del mercato della droga. Una paranza che da Forcella si insinua nei Decumani, e scende giù fino ai Tribunali e a Porta Capuana: il ventre molle di Napoli, la periferia nel centro, tra turisti che di giorno riempiono le strade e gente che di notte si rintana nei bassi trasformati in nuove piazze di spaccio, il vero carburante capace di far girare a mille il motore della mattanza.

 

I veri volti dei babyboss, dei loro familiari devastati dal dolore, il loro racconto diretto e senza alcuna mediazione descrivono – per la prima volta sullo schermo – la storia di un intero giovane popolo ridotto a carne da macello. Sotto gli occhi indifferenti delle istituzioni, hanno evaso qualunque obbligo scolastico, non parlano italiano, hanno i denti già devastati dalla droga, ma esprimono chiaramente sentimenti e passioni di una forza sconosciuta a quella parte di Paese definita “normale”. Il 15 giugno 2016 il Tribunale di Napoli ha condannato oltre 40 imputati – per la maggior parte ragazzi – riconoscendo per la prima volta l’esistenza di un cartello criminale formato dai giovanissimi Sibillo e dagli eredi del vecchio “boss” Giuliano.

 

 

CdG arresto polizia_carcereC’era una volta Loigino Giuliano, “re” incontrastato del quartiere Forcella dalla metà degli anni ’70. Con lui regnava l’ordine camorristico e, grazie alla droga e al contrabbando, il clan Giuliano incassava miliardi su miliardi ogni anno. I fratelli Giuliano erano così ricchi da aver fatto installare nella loro “residenza reale”, incastonata tra i palazzi lesionati dal sisma, una vasca da bagno a forma di conchiglia, la stessa in cui Diego Armando Maradona andava a divertirsi, tuffandosi tra donne nude e cocaina.

Oggi i nipoti di quei Giuliano sono dei giovanissimi Robin Hood, che rifiutano l’autorità di quei capi che prima si arricchiscono e poi si pentono. Quei vicoli in rovina, apparentemente inconsistenti e marginali, continuano ad essere centro di controllo decisivo per il rifornimento di cocaina di una metropoli così estesa, la stessa metropoli che ospita la popolazione più giovane d’Europa che tuttavia è del tutto sottomessa a quei ribelli che a soli 16 anni non conoscono più regole né limiti e sono pronti ad usare senza nessuna remora il kalashnikov.

Un anno fa, in via Oronzio Costa, a pochi metri dalla Cattedrale, dalla strada dei presepi, dal Cristo velato e da vicoli meravigliosi, è morto colpito al torace da un proiettile il 19enne Emanuele Sibillo, nuovo “re” del centro storico che, da latitante, sparava da giorni contro il portone dei Buonerba, colpevoli di essersi troppo allargati nel quartiere. Come in tante altre zone, i Sibillo erano soliti chiedere l’estorsione al parcheggio di Porta Capuana, dove da vent’anni lavorava abusivamente Ciro. Salvatore, uno dei quattro figli di Ciro e amico stretto dei Buonerba, decide di fargliela pagare: “Hanno mangiato loro, ora dobbiamo tornare a mangiare noi. I soldi a mio padre non si devono permettere di chiederli”. È in momenti come questo che vengono decise a tavolino quelle spedizioni punitive, quelle stese con i motorini e persino quegli omicidi che fanno scoppiare la faida della paranza dei bambini che insanguina il centro storico e riempie di ragazzini le carceri di Napoli.

È questa la storia di Salvatore che a 24 anni già rischia l’ergastolo e adesso è a Poggioreale, rinchiuso nel padiglione di massima sicurezza. Ed è anche la storia di Michele, suo fratello, detto Michelino, un “babyboss” che sta scontando una condanna a 16 anni per tentato omicidio e rapina a mano armata che non ha mai voluto sottostare alle regole di nessun clan…

I PROTAGONISTI

MICHELE “MICHELINO” Michele M. sta scontando una condanna a 24 anni, 16 anni con rito abbreviato per tentato omicidio, lesioni, rapina, detenzione illegale di armi. A leggere l’inchiesta che lo riguarda, “Michelino” avrebbe seguito la “carriera” del babyboss in tutti i suoi passaggi: prima, rapinatore; poi, passa a sparare (contro i poliziotti per ben due volte e la seconda mentre era in permesso premio dal carcere minorile) e, fattosi notare per «le palle e la mano ferma», riceve la chiamata del Sistema. Si mette inizialmente al servizio di Salvatore Marino e Massimo Castellano, personaggi di spicco del clan Mazzarella, nel rione Forcella. Poi, l’arresto. Da babyboss “maturo” – ha compiuto 22 anni nel carcere di Poggioreale – non riconosce nessuno dei gruppi della paranza dei bambini attualmente in lotta nel suo rione.

 MARIANO Mariano A., secondo i magistrati, avrebbe fatto parte della paranza di fuoco dei D’Amico, il clan che controlla la periferia orientale di Napoli. L’accusa è quella di aver ucciso insieme a un altro ragazzo Raffaele Canfora, 25 anni, esponente del clan di Vanella Grassi di Secondigliano.  Mariano sta scontando una condanna a 16 anni, nell’Istituto penale minorile di Airola, per omicidio aggravato dalle finalità camorristiche, distruzione e soppressione di cadavere, porto abusivo d’armi.

 

Robinù, prodotto da Zerostudio’s e da Sandro Parenzo per Videa Next Station, è un film documentario di Michele Santoro; da un’idea di Michele Santoro e Maddalena Oliva; sceneggiatura di Michele Santoro, Maddalena Oliva, Micaela Farrocco; fotografia di Raoul Garzia e Marco Ronca; suono di Peppe Vitale e Valentino Bianchi; musiche originali di Lele Marchitelli; aiuto regia e montaggio di Alessandro Renna.

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