Mentre a Milano e Roma si lavora per il salvataggio definitivo dell’ ILVA, a Taranto c’è chi rema contro

Mentre a Milano e Roma si lavora per il salvataggio definitivo dell’ ILVA, a Taranto c’è chi rema contro

CdG panoramica ILVAIl gruppo mantovano della famiglia Marcegaglia  formalizzerà oggi una proposta  che verrà depositata entro le 18 di mercoledì presso il notaio Carlo Marchetti in Milano, sede deputata al deposito delle offerte contenenti le manifestazioni di interesse per l’avvio della procedura di vendita degli asset dell’ILVA.  Tra i potenziali interessati all’operazione di vendita avviata dai tre commissari straordinari Corrado CarrubaPiero Gnudi,  ed Enrico Laghi nominati dal Governo Renzi, compare anche il gruppo cremonese Arvedi il cui interesse della realtà  è ben noto da tempo avendo risposto positivamente anche alla fase di “ricognizione”dell’anno scorso. Nona caso circola ormai da diverse settimane, un ipotetico progetto di integrazione tra le attività dell’acciaierie cremonesi e l’ ILVA.

In queste settimane sono circolati anche i nominati di gruppi di dimensioni più piccole, che potrebbero manifestare il proprio interesse, per poi affiancarsi in una successiva fase di aggregazione attorno ad una cordata di matrice italiana, partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti, composta dal trader Trasteel, di Eusider, e della famiglia Ottolenghi.

Ccc acquisizione ILVAIn questa prima fase, spiegano gli addetti ai lavori, i gruppi ed i potenziali acquirenti che formalizzeranno una manifestazione di interesse saranno attratti soprattutto dalla possibilità di avere accesso alla “data room” di ILVA, che consentirà l’ora di accedere nei dettagli alla valutazione dei numeri e conoscere la reale situazione industriale del colosso tarantino, acquisendo informazioni preziose. Per questo motivo anche l’elenco dei soggetti stranieri è potenzialmente aperto. In questi ultimi mesi sono tre i principali gruppi esteri che avevano manifestato interesse per lo stabilimento di  Taranto e che per questo motivo ci si attende la loro manifestazione di interesse: i coreani di Posco, l’indiana Jindal ed il colosso franco-indiano ArcelorMittal.
Vanno ricordate e tenute ben presenti le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che ha chiarito e ribadito in un’intervista sulle pagine confindustriali del Sole24Ore, che non consentirà ai competitors stranieri di riuscire a far chiudere l’ILVA,  Noi non accetteremo mai che ILVA sia uccisa dalle lobby di acciaierie di altri paesi. Adesso è aperto il bando, vediamo se – come io credo – ci sarà una cordata vincente. Sono ottimista. Dichiarazioni a cui hanno fatto seguito quelle del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, durante una trasmissione del programma ‘Uno Mattina’ su Rai Uno, si è manifestato fiducioso sulla possibilità che l’ ILVA possa rientrare a pieno titolo sul mercato “soprattutto, se non esclusivamente, con capitali italianiAnche perché le imprese di altri Paesi si cominciano a preoccupare che torni sul mercato un grande player italiano: questo è il punto, parliamoci chiaro“, e seguite da quelle   del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi: “Il governo – ha dichiarato la Guidi a Rainews24 – sta continuando a fare quello che ha sempre dichiarato: rimettere velocemente tutto il complesso Ilva sul mercato, rilanciarlo, fare un turnaround complesso e complicato, soprattutto mantenere i giusti impegni sull’aspetto ambientale e rilanciare senza perdere la strategicità di un impianto siderurgico. Questo vale per tutta l’Ilva“.
nella foto Paolo Scaroni con il presidente Putin

nella foto Paolo Scaroni con il presidente russo Vladimir Putin

Così come va tenuta nel giusto conto l’ipotesi di interesse di Paolo Scaroni all’ex amministratore delegato dell’  Eni ed attuale deputy chairman di Rothschild,  manifestata nei giorni scorsi in un “Faccia a Faccia” di Mix24 su Radio 24, il quale ha dichiarato al conduttore Giovanni Minoli di aver incontrato lo scorso 22 gennaio il premier Renzi per parlare dell’ ILVA e si è detto favorevole alla possibilità di guidare una cordata tutta italiana. “Il processo di dismissione dell’ILVA è appena iniziato – ha detto Scaroni  è molto presto per fare ragionamenti intorno all’Ilva. Diciamo che se si creasse una cordata italiana che avesse bisogno di una persona che conosce un po’ il mondo dell’acciaio ci penserei“.

Una soluzione questa che avanza lentamente e si consolida, e che prevederebbe  non solo la partecipazione dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti che agirebbe utilizzando il Fondo Strategico e potrebbe acquisire una pacchetto importante di azioni , seppure di minoranza, per un massimo del 30-40%, che  vedrebbe la partecipazione di diversi gruppi industriali italiani, e delle banche che hanno sinora anticipato garantito i finanziamenti del Governo all’ ILVA di Taranto.
Altra ipotesi di intervento e compartecipazione dello Stato nella cordata, quello del fondo “salva-imprese”, il nuovo strumento creato dal Governo che avrà  proprio la Cassa Depositi e Prestiti come principale sottoscrittore . Il governo conta di avere risorse da destinare a questo fondo sino a 3 miliardi di euro ed affianco alla Cdp vedrebbe la compartecipazione di Poste Vita ed Inail per un 10/15 % dell’investimento complessivo .
CdG confindustria_1Mentre sull’ asse Milano-Roma si lavora al vero salvataggio industriale e gestionale dell’ ILVA, a Taranto c’è ancora chi occupa il proprio tempo a fare polemiche e proteste inutili . E’ incredibile infatti vedere Confindustria Taranto affiancarsi ancora una volta ai sindacati metalmeccanici,  che stanno organizzando una manifestazione simbolica con uno sciopero lampo di 4 ore, della serie “ci siamo anche noi”, dimenticando i “miracoli” finanziari fatti del Governo Renzi per garantire l’occupazione di oltre 14mila famiglie dei dipendenti dell’ ILVA e 300 società dell’ indotto (con ulteriori 5mila addetti) . E’ a dir poco incoerente fare comunicati per ringraziare il lavoro dei deputati tarantini del Pd Pelillo e Vico per l’impegno ed il sostegno apportato al salvataggio dell’ ILVA e delle società fornitrici, e poi scendere in piazza accanto ai sindacati. Se fosse dipeso dai sindacalisti, ambientalisti ed imprenditori locali, a quest’ ora lo stabilimento siderurgico di Taranto sarebbe già chiuso e fallito e la città in “fiamme”, ovvero sarebbe scoppiata una vera e propria insurrezione popolare.
nella foto Fabio Riva, attualmente detenuto in carcere

nella foto Fabio Riva, attualmente detenuto in carcere

Altrettanto imbarazzante la posizione della Confindustria nazionale e della Federacciai, sempre pronti a difendere e “proteggere” il Gruppo Riva, ed a elargire pagelle di insufficienza al Governo, ai vai Commissari nominati ed al management dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, dimenticando la mancata, o meglio omessa  “ambientalizzazione” degli impianti dello stabilimento tarantino da parte della famiglia Riva nel corso della sua ventennale gestionale, coronata da un’evasione fiscale di oltre 2 miliardi di euro, accertata dalla Guardia di Finanza. Unica voce “solitaria” nell’imprenditoria (quella “vera”) il Gruppo Amenduni, che era socio al 10% del Gruppo Riva, e che da anni ha intrapreso non poche azioni legali di ogni genere nei confronti dei Riva.

La vera fase conclusiva della crisi dell’ ILVA sta per partire, ed una cosa è certa: nessuno dei cosiddetti “imprenditori” di Taranto vi parteciperà. Tutti gli “addetti ai lavori” preferiscono restare dei “prenditori“, cioè soltanto dei fornitori, cercando di portare a casa le proprie commesse e se possibile i crediti maturati sinora. Per le ragioni ormai ben note a tutti e soprattutto perché nel corso degli anni, nella storia dello stabilimento siderurgico tarantino, nessuno ha mai conquistato con i fatti un minimo di attendibilità. Ma di tutto questo, noi non ci meravigliamo.
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