Maria Ressa: la mia guerra per la verità contro le menzogne su Facebook

Maria Ressa: la mia guerra per la verità contro le menzogne su Facebook

Giornalisti guardiani della verità eroi del 2018. Ma gli italiani non esistono. «I social sono usati dal potere per creare odio e ottenere consenso. Il giornalismo deve rispondere con coerenza, trasparenza e responsabilità». La testimonianza della giornalista filippina scelta da TIME

di Francesca Mannocchi

Maria Ressa è per Time una “guardiana della verità”, è cioè una dei giornalisti scelti dal settimanale come persona dell’anno, insieme a Jamal Khashoggi (assassinato nel consolato saudita di Istanbul), a Kyaw Soe Oo e a Wa Lone (due giornalisti Reuters detenuti nel Myanmar) e all’intero staff della “Capital Gazette”, il giornale di Annapolis, Maryland, attaccato lo scorso giugno da un killer che ha ucciso quattro giornalisti.

Maria Ressa è filippina, ha 55 anni, capelli corti neri, sguardo profondo e un sorriso sempre gentile. La determinazione di Maria ha la voce della pacatezza, della pazienza e del coraggio: nel 2012 ha fondato a Manila il sito investigativo Rappler; dal 2016, anno in cui è stato eletto Rodrigo Duterte, racconta gli assassini extragiudiziali nel paese, la guerra alla droga del Presidente. Rappler ha documentato come Duterte abbia usato e armato i social media per mettere a tacere il dissenso e costruire consenso. In risposta, Maria Ressa e il suo gruppo sono stati presi di mira, accusati di evasione fiscale. Accuse che Maria definisce “semplicemente ridicole“.

L’uso e l’abuso dei social media nella costruzione del consenso sono uno dei temi cruciali del lavoro di Maria Ressa e del suo gruppo. Lo scorso gennaio durante un’audizione alla commissione del Senato sull’informazione la Ressa ha citato uno studio di FreedomHouse.org che mostra che “in 30 dei 65 paesi inclusi nel report, i social media rappresentano un esercito a basso costo per potenziali autoritari e dittatori per controllare l’opinione pubblica”. Invece di controllare le informazioni “il mercato viene inondato di menzogne“. La guerra contro queste menzogne è la guerra di Maria.

Il 97 per cento delle persone nelle Filippine è su Facebook, è il mezzo per informarsi e per il potere è il mezzo per veicolare menzogne e alimentare odio… 

“Le Filippine stanno diventando un regime autoritario. I social media sono stati armati e i primi bersagli di queste armi sono i giornalisti. Duterte è stato eletto a maggio 2016 e a partire dal luglio 2016 la mia squadra usciva per strada tornando in redazione con resoconti di una media di otto cadaveri al giorno. Sono due anni e mezzo che combattiamo attacchi sui social media perché proviamo a raccontare la verità. Quando noi di Rappler abbiamo cominciato a denunciare Duterte, lui ha tentato di screditarci. A luglio 2017 ha detto che eravamo di proprietà degli americani e che stavamo lavorando per far cadere il governo. Gli ho risposto: presidente, si sbaglia. Dopo una settimana ero sotto indagine. Il governo filippino ha anche cercato di revocare la licenza di Rappler per operare all’inizio di quest’anno“.

La tua parola d’ordine è: resistere.
Non è coraggio, sai? È sapere chi sei e quali sono i valori per cui hai vissuto e vivi. Faccio la giornalista da trent’anni, e non solo non ho perso l’entusiasmo e la voglia di svelare le menzogne, ma penso che le sfide che ci troviamo di fronte oggi richiedano ancora più forza. Non è un momento facile per fare il nostro lavoro, ma è forse quello in cui ha più senso farlo, perché oggi i nostri valori e la nostra missione sono più chiari. La tecnologia non ha morale e non ha valori: e i leader autoritari hanno capito come sfruttare questa mancanza di etica“.

Rappler non è il solo organo di informazione inviso a Duterte. Il presidente ha provato a ostacolare altri media, come la tv filippina ABS-CBN che lo aveva criticato. E ha anche attaccato il filippino “Daily Inquirer” accusando i proprietari di evasione fiscale: ora il giornale sta per essere venduto al miliardario (e sponsor di Duterte) Ramon Ang.

“I leader autoritari hanno il megafono più potente e attaccando l’informazione il potere propaganda i suoi messaggi all’infinito. Il senso del giornalismo è sempre stato fare domande, è il solo modo di accreditarci e costruire fiducia verso chi ci legge e chi ci ascolta: controllare il potere e fare domande. Il potere dovrebbe rispondere alle nostre domande. Oggi invece risponde militarizzando i social media. E la risposta sono regimi e governi sempre più autocratici, che usano i social media per ottenere il potere e mantenerlo”.

Stiamo assistendo a fenomeni simili anche in Europa e in Italia. Alcuni esponenti di governo alimentano un clima d’odio attraverso i social media, rispondono alle critiche con insulti e hate speech…
“Io parlo di tre C, cioè i mezzi in cui il governo fa sì che i cittadini facciano ciò che fa comodo al potere: corruzione, coercizione, cooptazione. Tutto questo sposta la democrazia, la erode. La fa diventare qualcosa che stento a riconoscere. Quando io ero giovane le cose erano più chiare, ho imparato gli standard etici del nostro lavoro e ho imparato a tenere una distanza dal potere che è quello che i giornalisti devono fare, chiamare le cose con il loro nome, seduti di fronte al potere e non accanto a esso. Ora i media sono frammentati, il loro ruolo è molto cambiato. Nel mio paese le persone si informano tramite Facebook perché come in tanti paesi in via di sviluppo Facebook è la prima dotazione in una scheda telefonica, ed è gratuito. Quando abbiamo iniziato l’avventura di Rappler sapevamo che i social media erano una sfida e che dovevamo imparare a gestirli e non subirli. Piano piano tutto è diventato meno formale, poi informale, poi amichevole, poi troppo informale, poi violentissimo. E a causa dei social media, le persone oggi hanno la soglia di attenzione di un pesce rosso, il flusso di informazioni, la velocità, la superficialità hanno disintegrato la concentrazione degli utenti, che sono nutriti da menzogne”.

Nel 2016 hai contattato Facebook per denunciare la presenza di fake news che screditavano il lavoro di Rappler, tuttavia queste pagine sono state rimosse solo dopo due anni. Lo scorso anno hai incontrato Zuckerberg. Che gli hai detto?
“Gli ho detto: “Mark, lo sai che il 97 per cento dei filippini su Internet è su Facebook?” e l’ho invitato a venire nelle Filippine perché doveva vedere l’impatto dei social media sulla gente. Lui ha aggrottato la fronte e ha detto: “Cosa sta facendo l’altro 3 per cento, Maria?” Gli ho risposto che tentavamo di tenere viva la democrazia. Quando siamo entrati in Facebook non abbiamo realizzato che l’algoritmo che usava per distribuire le news non distingueva in alcun modo la verità dalla menzogna. E come sai le bugie corrono più della verità, la fiction si diffonde più facilmente. E questo è parte delle ragioni della attuale debolezza delle democrazie. Le persone non sanno cosa sia vero. E i leader di stampo autoritario lo sanno bene, fanno ciò che chiamiamo “trolling patriottico””.

Mi capita spesso di lavorare in paesi che hanno avuto esperienza di dittatura e l’attitudine dei governi occidentali oggi è piuttosto indulgente, penso al caso Regeni in Egitto e alle centinaia come lui, ai giornalisti locali minacciati, a Khashoggi. 
L’indulgenza dei paesi occidentali verso le nuove dittature è determinata dal fatto che queste forme di potere autoritario sono considerate garanzia di stabilità politica, non importa a quale prezzo. Penso che i paesi occidentali e gli Stati Uniti in particolare siano persi e confusi, se hai un leader come Trump in un paese che presuntamente è campione di democrazia e lo stesso paese non sta chiedendo con urgenza un’azione forte e risoluta per scoprire la verità sull’assassinio di Khashoggi e il barbaro smembramento del suo corpo, è chiaro che questo incoraggia l’impunità per ogni governo, tutti si sentono autorizzati a minacciare o uccidere i giornalisti. E se tu senti che nemmeno i paesi europei o gli Stati Uniti difendono la funzione dei giornalisti, per noi diventa sempre più difficile. Nel mio paese le prime vittime dell’assenza di verità sono le persone uccise in nome della guerra alla droga. Il governo vuole nasconderle, vuole nascondere i numeri, la ferocia, l’arbitrarietà. Ora parliamo di 5 mila persone uccise che sono i casi ammessi dalle forze dell’ordine poi ci sono 25 mila casi di omicidi sotto investigazione. 25 mila, in due anni e mezzo. L’unica giustizia per questi morti è il giornalismo, la verità.

È il grande dibattito tra la verità e ciò che viene giustificato in nome della sicurezza… 
Populismi e leader autoritari sfruttano il tema della sicurezza. I leader che usano politiche demagogiche e autoritarie stanno nutrendo i propri elettorati di paura e la paura genera richiesta di maggiore sicurezza e la richiesta di maggiore sicurezza genera controllo e in nome di questa sicurezza nascono abusi e impunità. Duterte per esempio sta usando la guerra alla droga come una tattica politica, di cui la violenza diventa mezzo privilegiato. La violenza genera paura nelle persone e per giustificare questa violenza Duterte continua a mentire. La sola risposta è continuare a fare ciò che facciamo, con forza e rigore“.

Ti senti appoggiata dalle persone nelle Filippine o è capitato che ti sia domandata: chi me lo fa fare?
Mi sono esposta per essere coerente con me stessa ed è il modo in cui ho sempre vissuto mie le scelte. Sono una giornalista, ho sempre fatto questo. La nostra ultima serie è sui killer che ammettono di essere stati pagati dalla polizia e siamo stati violentemente attaccati per questi pezzi, perché siamo stati i primi a farlo, a cambiare il punto di vista. La violenza dei social media sta scoppiando nel mondo reale, chiunque si sente giustificato a dare sfogo alla propria rabbia e al proprio livore, perché chi dovrebbe arginarlo sfrutta invece la stessa rabbia e lo stesso livore per gestire il potere“.

Cosa ti aspetti dal futuro?
Ci avviciniamo alle elezioni e al momento i giornalisti hanno meno forza dei social media. Il nostro progetto di lungo termine deve essere una nuova educazione all’attenzione, alla concentrazione, alla critica. In quanto a Rappler, la mia sola strategia è: continuare a raccontare e a denunciare ogni abuso, ogni bugia. Continueremo la nostra opera di svelamento della verità. È il modo per dire a chi ci segue: non siete soli“.

È più pericoloso raccontare le guerre o gli abusi del potere?
Ho lavorato in zone di guerra, raccontato conflitti. Ma in guerra puoi distinguere chiaramente i giocatori. Paradossalmente è tutto più chiaro, puoi mappare la situazione e scegliere il modo migliore per raccontare una situazione. Gli attacchi esponenziali, la militarizzazione dei social media hanno qualcosa di diverso, sono attacchi psicologici, gli attacchi sono personali, ti rendono vulnerabile. Ci svegliamo subendo attacchi violenti e con la stessa violenza andiamo a dormire. È una brutalità che vorrebbe stremarti e spingerti a tacere e non dobbiamo rassegnarci, mai a campagne di odio e molestie sponsorizzate dallo stato per intimidirci e metterci a tacere. La strategia di odio è globale e allo stesso modo, la risposta a questo odio deve essere globale“.

Tre parole chiave per il giornalismo, oggi.
“Trasparenza, responsabilità e coerenza”.

*intervista pubblicata dal settimanale L’ESPRESSO

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