Luci, Ombre e troppi PM : le comunicazioni del ministro della Giustizia Andrea Orlando

Luci, Ombre e troppi PM : le comunicazioni del ministro della Giustizia Andrea  Orlando

 

di Giuseppe Campanelli

Nella seduta odierna della Camera dei Deputati il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha svolto le rituali comunicazioni sull’amministrazione della giustizia. Per definire in sintesi quanto esposto si potrebbe utilizzare la classica definizione “luci ed ombre”, ma questa espressione non renderebbe comunque fedelmente le riflessioni che questo intervento impone. Perché le luci sono flebili e timide e le ombre si stagliano sempre più impenetrabili verso i nodi irrisolti. Certo è lusinghiero, sul piano della correttezza della analisi, il passaggio in cui il ministro argomenta sull’impatto che globalizzazione e digitalizzazione determinano sull’universo giustizia, sia dal punto di visto del diritto positivo, che sull’aspetto gestionale.

Emblematica è la fraseVi è uno scarto impressionante fra l’ampiezza di questi fenomeni e gli strumenti di cui disponiamo per misurarci con essi” ed ancora più efficace è il passaggio in cui si afferma “Si continuano a reiterare schermaglie e ad agitare stereotipi di altre stagioni. Il rischio è che rimaniamo a fare la guardia ad un bidone che si va svuotando.

Sul punto è corretta la diagnosi, anche con riferimento ai passaggi relativi al contenzioso civile, con riferimento alla necessità che tale meccanismo necessiti di una credibilità internazionale, ed alla applicazione del diritto transnazionale, sia in chiave civilistica che sul piano della cooperazione giudiziaria penalistica ed in materia di terrorismo. Dove la risposta è tiepida è nell’aggiramento dei nodi critici del processo penale.

Da un lato il Ministro continua a non mostrare di allontanarsi dalla seduzioni della parte più retriva della magistratura organizzata in tema di “processi a distanza” e di impostazione del giudizio di legittimità, innanzi alla Corte di Cassazione. Diciamolo francamente, la valutazione del ministro Orlando è troppo sacrificata sulle statistiche, con un approccio che privilegia la quantità della giurisdizione, rispetto alla qualità.

Non si considera come il massiccio ricorso alla Suprema Corte in materia cautelare personale e reale (in buona sostanza arresti e sequestri) sia anche indotta da una troppo spregiudicato ricorso a questo tipo di provvedimenti. Purtroppo il ministro (e chi per lui) non valutano gli effetti dannosissimi che le minacciate riforme in materia di prescrizione allungata potrebbero determinare sulla efficacia e sulla credibilità del sistema giustizia. Nello stesso senso si orienta la enfatizzazione della celerità che sarebbe indotta dalla celebrazione dei processi in videoconferenza. Vale la pena sacrificare la pienezza dell’esercizio dei diritti di difesa, ed in particolare la riservatezza del dialogo diretto tra difensore ed imputato, a fronte di una celerità solo presunta?

Proprio stamattina, una affollatissima udienza nell’aula bunker di Reggio Calabria è stata interrotta per via del piano di evacuazione scattato a L’Aquila causa terremoto. Gli imputati li detenuti non hanno potuto videocollegarsi ed il maxi processo è saltato. Con buona pace dei PM di “avanguardia” che nei salotti televisivi propugnano l’accorciamento dei tempi con i processi in streaming.

Il ministro giustamente esalti quanto di buono è stato fatto, ma non svii a fronte ai nodi irrisolti che sono l’eccessivo ricorso alla via penale come chiave di risoluzione dei problemi sociali che in altra maniera dovrebbero risolversi (cosidetto. “panpenalismo”) ed il nodo irrisolto della separazione delle carriere. Forse perché Orlando è circondato da troppi magistrati,con eccesso di pubblici ministeri?

Di seguito il testo integrale alla Camera dei Deputati delle comunicazioni del Ministro Orlando,  sull’amministrazione della giustizia 

 

Signor Presidente, Onorevoli Colleghi.

Mi perdonerete se questa relazione non affronterà tutti i campi del funzionamento della giurisdizione. Ho depositato alla Presidenza le statistiche che offrono un quadro del funzionamento del servizio giustizia.

Voglio però qui indicare quelli che ritengo i principali punti critici del sistema. Come li stiamo affrontando e con quali risultati.

Il più rilevante riguarda la forza con la quale la globalizzazione impatta sugli ordinamenti nazionali. Vi è uno scarto impressionante fra l’ampiezza di questi fenomeni e gli strumenti di cui disponiamo per misurarci con essi. Almeno altrettanto grande è lo scarto tra questi problemi e la consapevolezza che c’è nell’opinione pubblica e nella discussione nel Paese. Si continuano a reiterare schermaglie e ad agitare stereotipi di altre stagioni. Il rischio è che rimaniamo a fare la guardia ad un bidone che si va suotando.

Sempre più si governa, su scala comunitaria e internazionale, tramite convenzioni, accordi intergovernativi, meccanismi decisionali fondati sulla condivisione dei poteri, da cui finiscono col dipendere le stesse caratteristiche del diritto interno. Qui a mio avviso si gioca la credibilità di tutte le giurisdizioni nazionali. Crescono i profili internazionali del contenzioso civile, che sempre più cerca di sottrarsi alle maglie della giurisdizione pubblico-statuale, cresce la criminalità transfrontaliera, in ambiti quali il terrorismo, il traffico di stupefacenti e di armi, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti, la criminalità informatica, la contraffazione. La risposta a questi fenomeni non può più essere soltanto nazionale. Per questo, abbiamo sostenuto con forza, nei mesi scorsi, il progetto di istituzione di una Procura europea con un livello alto di indipendenza e di efficienza, che potesse avere, in prospettiva, competenza anche in materia di terrorismo e criminalità organizzata. Finora hanno prevalso le preoccupazioni miopi degli Stati che non rinunciano alle prerogative dei sistemi nazionali. Abbiamo assistito a un progressivo svuotamento di mezzi e di fini del progetto. Non abbiamo dunque sostenuto il testo proposto dalla Presidenza slovacca, pur rimanendo convinti che la Procura europea abbia un altissimo potenziale.

Il rafforzamento della cooperazione giudiziaria è comunque la priorità. La normativa europea prevede già importanti strumenti, primo fra tutti il mandato d’arresto europeo, entrato nella pratica quotidiana di molti Stati. Altri fondamentali strumenti non erano stati ancora accolti nel nostro ordinamento. Nel corso dell’ultimo anno il Governo ha colmato finalmente questo gap, recependo fondamentali decisioni quadro, come quella sulle squadre investigative comuni, quella sul blocco e sequestro dei beni, quella sul reciproco riconoscimento delle decisioni pronunciate in assenza dell’interessato. Alcune di esse risalgono addirittura a quindici anni fa.

Nell’ambito del negoziato sulla nuova direttiva antiterrorismo, abbiamo sostenuto la necessità di un potenziamento dello scambio di informazioni tra gli Stati membri e con Eurojust e Europol. Nonostante l’opposizione di molti Stati dell’Unione, la nostra linea ha trovato un riconoscimento importante nell’europarlamento ed è stata recepita nel testo finale della direttiva che verrà a breve adottata. Il 2016 ha segnato anche un potenziamento della cooperazione bilaterale con i Paesi extra-UE appartenenti ad aree strategiche per il contrasto al terrorismo, al crimine organizzato, al traffico clandestino di esseri umani, alla corruzione. Il numero dei negoziati conclusi dal Ministero durante l’ultimo triennio è superiore di oltre il doppio al triennio precedente, con una significativa estensione dell’area di cooperazione. Ancora in tema di cooperazione internazionale, sono pronti i decreti attuativi della delega per la riforma del Libro XI del codice di procedura penale e per l’attuazione dell’Ordine di Indagine Europeo. Cambieranno così profondamente le forme della cooperazione giudiziaria assicurando rapidità, semplicità e efficienza delle procedure, in un rafforzato quadro di garanzie.

Sul fronte del contrasto alla radicalizzazione islamista, promuoviamo i programmi europei volti a migliorare la conoscenza dei canali di reclutamento delle reti terroristiche. C’è una nuova attenzione, in questo senso, all’uso della rete. Che è uno straordinario veicolo di conoscenze e informazione, ma proprio per questo deve crescere nei profili di responsabilità, da parte dei singoli soggetti che su di essa operano. Insomma, in attesa di tangibili ma purtroppo tutt’altro che scontati progressi nel rafforzamento della rete sovranazionale della giurisdizione e di quella europea, possiamo dire di avere utilizzato tutti gli strumenti a disposizione, sia di carattere normativo sia politico, per sviluppare la cooperazione giudiziaria. Nessuno può rimproverare all’Italia di essersi sottratta alla richiesta di collaborazione nel perseguimento di crimini da parte di altri Paesi, anche quando questo è avvenuto in modo unilaterale.

È giusto chiedersi se il sistema giuridico italiano sia in grado di reggere l’urto di così profonde trasformazioni dell’arena globale, pur pagando – come si è detto – inevitabilmente i limiti sempre più angusti della dimensione nazionale. L’impianto costituzionale continua ad offrire un’importante tutela dei diritti fondamentali. Contrariamente a suggestioni esterofile che spesso emergono in casa nostra, il nostro Paese viene apprezzato per l’equilibrio raggiunto tra esigenze di sicurezza e difesa delle garanzie costituzionali, laddove altri Stati hanno adottato strategie che si sono tradotte in una brusca limitazione dei diritti dei cittadini.

Lo stesso si dica per l’obiettivo di mantenere e garantire la posizione di autonomia e indipendenza della magistratura, l’obbligatorietà dell’azione penale, le previsioni normative sull’appello, che offrono tuttora una protezione giuridica importante ai diritti dei cittadini. Sorto storicamente per contenere le prevaricazioni del potere esecutivo, questo robusto quadro giuridico e istituzionale rappresenta oggi un argine contro pericolose derive populiste che insidiano i livelli di civiltà giuridica toccati dal nostro Paese. Fare giustizia non può mai significare ricercare consenso.

Semmai c’è da chiedersi se abbia ancora un qualche senso la pluralità delle giurisdizioni o se non sia quanto meno necessario intraprendere un percorso di coordinamento tra esse anche a costituzione invariata, partendo da una armonizzazione dei sistemi disciplinari.

Un sistema di garanzie così articolato ha bisogno di un adeguato sostegno organizzativo e di una costante ricerca di equilibrio tra domanda e offerta di giustizia. Il rapporto tra cittadini e cause continua ad essere in Italia elevato. In parte è un fenomeno generale, caratteristico delle società a capitalismo avanzato; in parte dipende dalla stessa crisi economica, che amplifica il ricorso alla giustizia; in parte è legato alla tradizione e allo spirito pubblico litigioso del Paese.

In ambito penale si è assistito ad una costante dilatazione del numero dei reati previsti dalla legge, spesso conseguenza di un utilizzo puramente propagandistico e simbolico dell’azione legislativa secondo un’equazione rivelatasi nel tempo totalmente infondata, per cui a più reati equivarrebbe più sicurezza. In realtà, l’incertezza del quadro degli illeciti e la conseguente irrazionalità del sistema hanno indebolito la capacità repressiva e come si è detto aumentato il numero dei procedimenti. A ciò va aggiunta la tendenza di molti Paesi, compreso il nostro in passato, ad affrontare con interventi penali problemi di carattere sociale. I dati però mostrano i progressi del sistema giudiziario italiano, con numeri sensibilmente avvicinatisi alla media europea. Un’inversione di tendenza evidenziata anche nei rapporti internazionali, dove l’Italia è valutata positivamente per l’ampia disponibilità di sistemi di risoluzione alternativa delle controversie, su cui in questi anni abbiamo molto investito, anche con significativi incentivi. Nel mese di giugno 2013 le cause civili erano 5.200.000. Al 30 giugno 2016, il totale, al netto dell’attività del giudice tutelare, è sceso a 3.800.000 e prevedo che per la fine dello scorso anno i dati seguano la tendenza. Rimane stabile la pendenza degli affari civili presso i tribunali per i minorenni, mentre tutti gli altri uffici mostrano un decremento di circa il 5%, con la sola eccezione della Corte di Cassazione, che vede la sua pendenza crescere nell’ultimo anno del 3,2%. Nel 2016 le mediazioni civili sono state 196.247 (+10% rispetto al 2015), ma se si considera l’insieme totale delle forme di ADR allora i tentativi nel 2016 sono stati circa 366.000. Sul versante penale, il numero complessivo di procedimenti pendenti presso gli Uffici giudiziari è calato nel 2016 del 7%, attestandosi a 3.229.284 procedimenti. Siamo intervenuti con un’attività di riduzione del ricorso al diritto penale. Abbiamo rivisto le incriminazioni penali secondo effettivi criteri di offensività, introducendo la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Se ne parlava da tempo, noi lo abbiamo fatto. Tra polemiche pretestuose e agitatori di paure infondate. Abbiamo depenalizzato alcune fattispecie criminose, ormai prive di apprezzabile disvalore penale. Altre fattispecie sono state invece derubricate a illeciti, puniti con sanzioni pecuniarie civili, restituendo effettività all’intervento sanzionatorio.

Un’importante misura ha riguardato il rito di Cassazione, appesantito da un arretrato ingente. I dati Cepej mostrano che, mentre il tasso di impugnazioni in appello è allineato alla media europea, non così avviene per la Suprema Corte, gravata oggi da circa 30.000 nuovi procedimenti.

Ecco perché occorreva predisporre più modelli di processo di cassazione. La riforma appena varata offre strumenti più agili per abbattere la mole dei giudizi pendenti e salvare la vitale funzione di nomofilachia della Corte.

Non basta però, scrivere nuove regole. Occorre uno sforzo prolungato dal lato dell’offerta di giustizia, rivolto al rafforzamento organizzativo. Sulle carenze di personale amministrativo, sulle scoperture degli organici magistratuali, sulla necessità di innalzare il livello dell’infrastrutturazione tecnologica, sulla sicurezza dei luoghi dove si amministra giustizia, posso affermare che le risposte date in questi anni sono state di gran lunga più ampie e più efficaci di quanto si sia fatto nei decenni passati. Un solo dato: le risorse aggiuntive recuperate in questi anni sono oltre un miliardo e 700 milioni, destinate al rafforzamento di interventi strutturali per l’organizzazione degli uffici. Nuove risorse sono state inoltre contenute nella legge di bilancio 2017.

E a proposito di risorse e di maggiore efficienza, voglio sottolineare che, per la prima volta dopo anni, il cd. debito Pinto diminuisce, al 31 luglio 2016, di quasi 100 milioni di euro.

Sul fronte, invece, delle spese di funzionamento degli uffici giudiziari, una stima del tutto prudenziale porta a evidenza una riduzione dei costi dei servizi, a seguito del passaggio di tali spese dai comuni al Ministero, di circa un terzo. Il processo civile telematico ha costituito una tappa fondamentale del miglioramento del sistema giustizia nel suo complesso: esso è oggi a pieno regime e costituisce un’eccellenza del nostro Paese, come del resto ci viene riconosciuto a livello internazionale. La spinta ad un’ampia digitalizzazione prosegue. È partito il Sistema informativo della cognizione penale (S.i.c.p.), presupposto necessario per proseguire nel processo penale telematico. Uno sforzo è stato profuso per la sicurezza dei sistemi informatici, oggi al centro del dibattito nazionale ed internazionale. Sin dal 2014 uno dei miei principali impegni è stato diretto a contenere le vacanze degli organici del personale amministrativo. Una nuova politica di assunzioni ha portato ad appostare risorse per dare ingresso, con varie procedure, a 4000 nuove unità. 1100 sono invece le unità in ingresso nei ranghi della magistratura. Dopo anni di oblio, abbiamo avviato una nuova politica di assunzioni, di riqualificazione e di valorizzazione del personale, seppure in una ristrettezza di disponibilità di risorse. Abbiamo varato la riforma della magistratura onoraria, da troppo tempo rimandata, che rappresenta il primo intervento organico in materia, con la creazione di uno statuto unico. È poi da evidenziare l’impegno ad assicurare agli uffici giudiziari un adeguato supporto anche attraverso l’opera dei tirocinanti. Sono entrati negli Uffici per il processo in 1150 quest’anno, e abbiamo deciso di prorogarli per il prossimo anno. A questo numero vanno aggiunti i quasi 3000 tirocinanti ex art. 73. Abbiamo inoltre firmato tre protocolli di intesa – con Lazio, Emilia Romagna e Veneto – per l’assegnazione temporanea del personale delle Regioni presso gli uffici giudiziari dei rispettivi distretti. Altri Protocolli sono in fase di definizione con le altre Regioni. Nell’insieme riguarderanno oltre trecento dipendenti. In questo contesto, voglio infine menzionare la revisione delle piante organiche degli uffici di primo grado che completa il percorso avviato con la revisione della geografia giudiziaria. Abbiamo superato una fotografia del Paese che risaliva a cinquant’anni fa: a un’altra Italia sotto il profilo civile, sociale, demografico, e quindi anche rispetto ai fenomeni criminali e al contenzioso.

Un sistema così articolato non vive però soltanto di risorse ma anche di delicati equilibri, frutto di complesse relazioni tra soggetti il cui compito è quello di garantire l’autonomia del sistema, l’armonia e la stretta applicazione del principio di legalità. La nostra azione è stata rivolta a garantire che i controllori siano sottoposti ad altri controllori rispondenti soltanto alla legge, nella piena garanzia della separazione dei poteri. Questa vigilanza deve essere tanto più stringente, tempestiva ed efficace in quanto riguarda poteri in grado di incidere in modo fortissimo e, talvolta, persino irreparabile sulla vita dei cittadini. Sono temi su cui deve proseguire il confronto con le riflessioni avviate dagli organi di autogoverno della magistratura. Per quanto riguarda l’attività di ispezione, essa è stata rivolta molto meno a verifiche di irregolarità di carattere formale, che a lesioni dei diritti delle persone o a comportamenti che gettano discredito sulla magistratura o, infine, violano le regole del funzionamento degli uffici.

Il Ministero si è poi dotato di un moderno sistema statistico, che, oltre a consentire di monitorare in dettaglio l’andamento delle pendenze, permette di fondare le valutazioni sulla base della misurazione dei risultati e delle performance degli uffici.

Auspico che il Consiglio Superiore della Magistratura, nella sua autonomia, voglia sempre più affidarsi a simili criteri nella individuazione delle figure di vertice degli uffici, individuazione che deve senz’altro procedere con una maggiore speditezza.

Noi abbiamo agito inoltre, sempre in tema di trasparenza, per riformare l’Agenzia per i beni confiscati, in vista di una sua migliore organizzazione, con più chiare modalità di assegnazione e una più rigorosa attività di gestione.

E la stessa preoccupazione di trasparenza e rigore è stata alla base della direttiva ministeriale riguardante i rapporti tra la giustizia minorile, il privato sociale e le comunità di accoglienza. L’intervento si è reso necessario all’emergere di inaccettabili disparità di prezzo per l’erogazione di servizi nell’accoglienza dei minori.

Sempre nella direzione della trasparenza va menzionato l’avvio di un Portale delle vendite, radicalmente innovativo, un marketplace unico per la pubblicazione e la messa in vendita dei beni mobili e immobili di tutte le procedure concorsuali pendenti sul territorio nazionale. È una conquista in termini di contrasto all’illegalità e alla corruzione, ma anche il primo stadio di un progetto riformatore più ampio che mira a sbloccare un’enorme massa creditoria, stimata in circa 200 miliardi di euro. La prossima tappa si realizzerà entro giugno con l’istituzione del Registro dei crediti in atto con la collaborazione di Banca d’Italia e del Ministero dell’economia e delle finanze. Grazie a questo nuovo strumento nel mercato si potranno conoscere in tempo reale le effettive condizioni di realizzabilità dei crediti delle imprese. Sarà così possibile passare all’ultima tappa, che mira ad assegnare ai crediti ammessi al riparto un valore monetario immediatamente spendibile in tutte le procedure concorsuali immettendo ricchezza laddove oggi le lungaggini delle procedure di liquidazione impoveriscono il tessuto produttivo oltre a produrre inaccettabili aree di opacità.

Il Parlamento è attualmente impegnato con il disegno di legge delega sulla crisi d’impresa, che contiene importanti misure di semplificazione ed efficientamento delle procedure concorsuali, e un cambio di passo anche culturale nella gestione delle crisi d’impresa. Un intervento assai atteso, che può incidere positivamente sulla competitività del Paese. Approvare questa legge cosi come quella del processo civile, che è in discussione al Parlamento, significherebbe dare sistematicità all’intervento riformista che sino qui si è largamente realizzato avvalendosi di strumenti amministrativi ed interventi normativi diffusi.

In materia penale è all’esame del Senato il disegno di legge di iniziativa governativa che prospetta un intervento riformatore a largo raggio, ispirato a intenti di politica criminale diretti non esclusivamente a risultati deflattivi. E’ una misura importante di cui ho spesso sollecitato l’approvazione e che ritengo sia un errore non approvare. Sul delicato tema della prescrizione, che ha suscitato le più vivaci discussioni, anche in quest’Aula, credo si sia pervenuti ad un punto di equilibrio fra l’esigenza di assicurare alla giurisdizione tempi congrui allo svolgimento delle attività di accertamento dei fatti di reato e quella di garantire la ragionevole durata del processo, conservando alla prescrizione la sua funzione di stimolo a una definizione dei processi penali in tempi non troppo estesi. Si tratta di un intervento incisivo, apprezzato dal GRECO, il Gruppo di Stati contro la Corruzione del Consiglio d’Europa, che ne ha auspicato la rapida approvazione dando atto comunque dei progressi realizzati dall’Italia con la nuova normativa su questo tema, in particolare con gli interventi sul falso in bilancio e sull’autoriciclaggio.

Su un altro punto voglio soffermarmi brevemente, cioè sul tema delle intercettazioni prive di rilevanza penale. Ho molto apprezzato le circolari diramate da alcune Procure, che invitano a una maggiore sorvegliatezza. Credo vadano nella giusta direzione. Noto, e spero di non essere smentito dai fatti, che la diffusione di questi dati è quantitativamente diminuita, ma qui la legge dei grandi numeri non vale per chi è colpito dalla diffusione impropria, e non ritengo tuttavia che queste circolari siano sufficienti perché ritengo che la tutela di un singolo cittadino non può essere assegnata alla causalità, cioè al fatto che il Procuratore abbia emanato o meno una circolare nel territorio che riguarda quel cittadino. Per questo ritengo che sia necessario un intervento non normativo, secondo le linee della delega che il Parlamento è chiamato ad approvare nell’ambito della riforma penale.

I sempre più stretti incroci tra criminalità organizzata e circuiti finanziari ci hanno spinti a proporre un’iniziativa nuova, volta per un verso a ripensare gli strumenti per un efficace contrasto alle mafie, molto cambiate rispetto anche solo a pochi anni fa, soprattutto sul versante delle illecite accumulazioni di ricchezze, ma anche, peraltro , a rilanciare la risposta pubblica e civile ai fenomeni mafiosi. Ho deciso infatti di avviare gli Stati Generali della lotta alla criminalità organizzata, con l’obiettivo di rifondare le ragioni stesse di un impegno al quale non sono legate le sorti soltanto di alcune regioni, ma del Paese intero. Abbiamo bisogno di nuove indagini conoscitive, nuove acquisizioni teoriche; abbiamo bisogno di formulare nuove proposte ma anche di sollecitare nuove energie sottraendoci a stereotipi che spesso continuano a pesare nel dibattito che riguarda questo tema. Gli Stati Generali dovranno servire a tutto questo.

La soluzione dell’emergenza carceraria, all’indomani della sentenza Torreggiani, ha costituito una delle priorità del mio mandato. Al 31 dicembre 2016 la popolazione carceraria è composta da 54.653 unità, ancora superiore complessivamente alla capacità regolamentare degli istituti penitenziari, peraltro accresciuta in questi stessi anni di circa 4.000 unità. La popolazione carceraria è diminuita inoltre di circa 10.000 unità in tre anni. Importante è il nuovo e più maturo equilibrio del rapporto fra presenza carceraria ed esecuzione penale esterna, ormai quasi paritario.

Rieducazione e reinserimento sociale sono legati essenzialmente al potenziamento delle misure alternative al carcere. I risultati non sono ancora del tutto soddisfacenti, ma non lo saranno se non riusciremo a cambiare l’approccio complessivo al sistema penitenziario. Per favorire questo percorso, la positiva esperienza intrapresa con gli «Stati Generali dell’esecuzione penale» ha costituito una base di elaborazione preziosa. L’ampliamento dei presupposti per l’accesso alle misure alternative, l’introduzione dell’istituto della messa alla prova per gli adulti e la crescita di sanzioni alternative al carcere, come quella del lavoro di pubblica utilità, il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari impongono un’azione amministrativa mirata a costruire un sistema di probation ampio ed effettivo che ponga l’Italia alla pari di tutti i maggiori paesi europei che trovano in questo settore il principale strumento di esecuzione penale.

I risultati che ho sin qui presentati sono il frutto di una disponibilità e di una collaborazione molto ampia. Voglio pertanto ringraziare tutti i soggetti coinvolti nel sistema della giustizia: la Magistratura, l’Avvocatura, che credo possa salutare con soddisfazione il completamento del percorso di attuazione della riforma forense, il Corpo di polizia penitenziaria, che ringrazio particolarmente per la dedizione e la professionalità, tutto il personale impiegato nel servizio giustizia, in particolare il personale amministrativo che, in questi anni, ha sopportato il peso dei vuoti di organico e dell’aumento dei carichi, questo Parlamento naturalmente e le Commissioni, che hanno svolto un lavoro assai proficuo su tante materie.

Signor Presidente, onorevoli Colleghi,

in questi anni abbiamo agito per uscire da emergenze vere, quale quella carceraria e quella dell’arretrato civile; abbiamo inciso sull’organizzazione della giustizia, abbiamo inteso favorire un clima più disteso. Oggi sento di poter rivendicare i progressi significativi realizzati sul versante di alcuni fondamentali diritti e di poter rappresentare con convinzione i valori per i quali abbiamo operato.

Al valore della effettiva uguaglianza nella laicità è ispirata la legge sulle unioni civili il cui percorso di attuazione si è concluso. Abbiamo ora una legge che, per il nostro Paese, rappresenta una svolta di civiltà.

Al valore della tutela delle persone deboli è orientata la legge sull’assistenza di persone con disabilità grave prive del sostegno familiare. La stessa legge introduce per la prima volta finalmente nel nostro ordinamento un sistema generalizzato di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti.

Anche questo credo sia un importante segno di civiltà. Come lo è la legge che colpisce l’odioso fenomeno del “caporalato”, approvata lo scorso anno, fenomeno che ferisce la dignità e il valore della persona che lavora.

Anche in tema di accoglienza e diritto d’asilo è nostro dovere salvaguardare le garanzie fondamentali.

Il disegno di legge al vaglio del governo promuove anzitutto la specializzazione dell’organo giurisdizionale come un elemento decisivo per l’accelerazione dei procedimenti, e interviene sul sistema delle impugnazioni, facendo tesoro delle esperienze europee più efficaci. Voglio precisare che la soluzione proposta è conforme al “modello internazionale” di giusto processo ed è pienamente in linea con i princìpi espressi dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. La nuova normativa credo possa essere l’occasione per superare il reato di immigrazione clandestina, per ragioni che ho già avuto modo di richiamare in più occasioni.

Infine, in vista della prossima giornata della memoria, voglio ricordare la legge n. 115 del 2016 sui crimini contro l’umanità, che contiene anche il reato di negazionismo. Credo che l’impegno debba proseguire con l’approvazione del reato di tortura, attualmente in discussione in Parlamento.

Quando parliamo di Europa, quando ne parliamo come una comunità di vita – per usare le parole del Presidente Mattarella, cui rivolgo il mio deferente saluto – parliamo di questi valori, e anche – non dimentichiamolo – della tragica storia che ha portato alla loro affermazione. Europa significa diritto, significa insieme costruzione di presidi a difesa della centralità della persona e riconoscimento di fondamentali esigenze e bisogni individuali e sociali.

Nell’avviarmi alla conclusione, voglio assicurare che terrò in massimo conto le valutazioni di ogni forza politica; da tutte mi aspetto un concorso concreto sull’insieme dei problemi che abbiamo davanti. Ritengo che la gran parte delle conquiste degli scorsi anni, come di quelle che auspico per il futuro, sia dovuta al superamento di una logica di astratta e pregiudiziale contrapposizione. Non indulgo all’ottimismo, ma nemmeno al suo contrario, rinunciando a delineare i percorsi possibili. Ma i provvedimenti di riforma funzionano se le loro ragioni mettono radici nell’habitat sociale, civile e culturale del Paese. he va difeso, non solo dagli attentati alla sicurezza e alla libertà, ma anche dalle troppo aspre disparità che rischiano di spaccarlo.

Uno dei maggiori studiosi contemporanei del diritto e dello Stato, Ronald Dworkin, ha scritto: «L’uguale rispetto è la virtù sovrana della comunità politica: se manca, il governo è soltanto tirannia; ma quando la ricchezza di una nazione è distribuita in modo fortemente disuguale, come lo è attualmente la ricchezza di nazioni anche molto prospere, allora il suo uguale rispetto appare sospetto».

Ecco: se vogliamo riconoscere ai nostri concittadini, nelle forme del diritto e nell’esercizio della giurisdizione, l’uguale rispetto che è loro dovuto, dobbiamo agire perché non sia fortemente diseguale la ricchezza della nazione.

Se sapremo farlo, e ovunque sapremo farlo, là il servizio della giustizia sarà più efficiente, più autorevole, e in definitiva più giusto.

Andrea Orlando

Ministro della Giustizia

 (fonte: Camera.it)

 

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